Il Consonni di Alice Algisi, una moglie da medaglia olimpica

25.10.2024
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Una famosa frase attribuita alla scrittrice britannica Virginia Woolf recita che “dietro ad ogni grande uomo c’è una grande donna”. Ed anche ex ciclista nel caso specifico di Alice Algisi che vive in primissima battuta da tanti anni la professione di suo marito Simone Consonni.

Lo scorso 20 ottobre – il giorno dopo l’argento iridato nell’omnium di Simone – hanno festeggiato il primo anniversario di matrimonio, uno dei tanti traguardi importanti che hanno tagliato assieme in quindici anni di relazione. E assieme sono cresciuti sia in bici che nella vita quotidiana, col ruolo di Algisi, a tratti gregaria, a tratti capitana, che è diventato fondamentale per equilibrare tutto. Nella loro vita di coppia non c’è solo la spesa da fare o scegliere un mobile per la casa o un film da vedere, ma anche saper gestire vittorie e sconfitte sportive con i relativi umori. Alice sa il fatto suo e ne abbiamo parlato proprio con lei, per capire come affronta le stagioni sempre più intense di suo marito.

Algisi è stata elite dal 2012 al 2015. Il suo passato da ciclista la avvantaggia nel capire Simone, ma sa avere anche una visione esterna (foto Selva)
Algisi è stata elite dal 2012 al 2015. Il suo passato da ciclista la avvantaggia nel capire Simone, ma sa avere anche una visione esterna (foto Selva)
Com’è stata l’annata di Simone vista da sua moglie?

C’erano almeno cinque macro obiettivi a cui puntava. Europei in pista, Giro d’Italia, Olimpiade, europei su strada ed infine i mondiali in pista. Diciamo che è stata soprattutto una lunga estate, molto tosta. Dopo il Giro non ha staccato molto perché è partito per il ritiro in altura per Parigi. Non ci siamo visti molto a casa come altri anni, però lo sapevamo già e non è stato un grande problema. Adesso finalmente possiamo pensare alle vacanze. Faremo New York, Florida e poi un soggiorno mare ai Caraibi. Partiremo il 29 ottobre, appena Simone rientrerà dalla Tre Giorni di Londra in pista che farà con Elia (Viviani, ndr) da stasera a domenica.

E’ stata quindi una stagione pesante anche per te?

Questa è una stagione che non finisce mai (risponde ridendo, ndr), ma il ciclismo mi piace e mi piace stare al fianco di Simone mentre prepara i suoi appuntamenti oppure guardare le gare assieme a casa. Quest’anno ha cominciato presto a correre, già ad inizio gennaio, con risultati importanti. Bronzo col quartetto agli europei in pista. Uguale a Parigi oltre all’argento nella madison. Ed infine l’argento di Ballerup la settimana scorsa. Sono medaglie che valgono tanto contestualizzando il momento in cui le ha conquistate. Senza contare le vittorie ottenute guidando Jonny (Milan, ndr). Insomma, stagione lunga, ma piacevole da vivere anche per me.

Alice era presente ai mondiali in pista di Ballerup. Ha gioito da vicino per l’argento di Simone e il record di Milan
Il tuo trascorso da ciclista ti aiuta a comprendere meglio le complessità del lavoro di Simone?

Non so se sono più preparata rispetto ad un’altra moglie che non ha mai corso in bici. Come esempio noi vediamo Elia ed Elena (Viviani e Cecchini, ndr) che si capiscono tanto. Sicuramente parto avvantaggiata perché riesco ad immedesimarmi prima o meglio, anche se io ho smesso nel 2015, ormai tanto tempo fa. Tuttavia secondo me non c’è tanta differenza. Per me dipende sempre dal rapporto che hai con tuo marito o compagno. Ci sono pro e contro in una relazione come la nostra.

Quali sono?

Simone ed io ci conosciamo fin da quando correvamo nelle categorie giovanile e stiamo insieme dal 2010, ormai tanto tempo anche in questo caso (sorride, ndr). Fra di noi c’è complicità e intesa. Si può anche non parlare sempre di bici, basta avere regole. E’ vero che stiamo tanto tempo lontani, ma penso comunque che ci siano più aspetti positivi che negativi.

Consonni è l’ultimo uomo di Milan. Tante vittorie quest’anno assieme, ma dietro c’è un grande lavoro psico-fisico
Consonni è l’ultimo uomo di Milan. Tante vittorie quest’anno assieme, ma dietro c’è un grande lavoro psico-fisico
Immaginiamo che tu soffra o gioisca con lui. Come ti regoli in queste circostanze?

Come dicevo prima, siamo una coppia nella vita di tutti i giorni e so quando devo motivare Simone o lasciarlo fare da solo nei momenti più difficili. Oppure prima di un grande evento. Lui è una macchina da guerra quando si prepara per un appuntamento. Ci arriva pronto, ma un mese prima tende a non essere più tale e inizia ad agitarsi. Ad esempio prima del Giro, in cui si sentiva responsabile delle volate di Milan, è stato così. Dopo le prime volate vinte non ci ha più pensato ed è tornato ad essere consapevole di sé. Uguale per le Olimpiadi. Appena inizia la gara Simone si trasforma, per fortuna.

E tu cosa gli dici in quei momenti?

Partiamo dal presupposto che anche a me viene l’ansia seguendo i suoi avvicinamenti, ma avendo già vissuto quelle situazioni in passato adesso lo lascio sfogare da solo. Può sembrare che non mi interessi, mentre invece so che a Simone basta poco per rendersi conto dei suoi mezzi. E’ vero anche però che ogni tanto ha bisogno di una spinta morale, se non addirittura di una piccola sfuriata da parte mia (ride, ndr). A Bergamo si dice “rampare fuori dalla crisi” ed io cerco di supportarlo e sopportarlo in questo. Lui si fida delle persone che reputa i suoi pilastri come posso essere io, il suo allenatore o il suo procuratore e quindi capisce il nostro intento.

Lo hai visto cambiato in questi anni sotto questo punto di vista?

Assolutamente sì e tanto. Nelle interviste lo vedo più sicuro. Oppure come per l’omnium al mondiale. Anni fa avrebbe detto “vediamo come va”, invece stavolta era convinto di poter andare a medaglia. Non voglio prendermi meriti, ma gli avevo consigliato di iniziare un percorso con un mental coach per avere quella maggiore consapevolezza di cui parlavo prima. Io gli ho sempre detto e glielo dico ancora ciò che penso rispettando i suoi tempi e i suoi stati d’animo, ma era giusto che avesse i pareri di un professionista esterno.

Simone e Alice si conoscono fin dalle categorie giovanili. Intesa e complicità sono sempre stati alla base del loro rapporto
Simone e Alice si conoscono fin dalle categorie giovanili. Intesa e complicità sono sempre stati alla base del loro rapporto
Dopo l’europeo su strada in Limburgo, come ha vissuto quel momento Alice Algisi con suo marito?

Quello è stato il punto più basso della stagione. Simone era molto deluso e ne ha sofferto quando è tornato a casa. Era sconfortato più per Jonny che per sé. Avendo accumulato tanta pressione durante la stagione, si sentiva responsabile per lui. Come lo pensava per il quartetto a Parigi. In molti sono stati poco teneri nei suoi confronti e di Milan tra giornalisti e commenti sui social. Personalmente ho imparato a non leggere più certe cose o quanto meno a leggere e considerare solo ciò che ritengo detto con cognizione di causa da gente per me credibile. Per Simone però ero preoccupata per il contraccolpo psicologico visto che c’erano ancora tante gare in cui fare bene.

Eri riuscita a parlargli subito?

No, ho dovuto aspettare che non fosse di fretta. Gli ho detto che doveva fregarsene di quello che diceva la gente e che doveva azzerare tutto. Gli ho ricordato che non era certo quella volata non riuscita che abbassava il suo valore. Sono cose che capitano. Rispetto ad altri sport, il ciclismo è bello perché ti dà subito una possibilità per rimediare anche se hai fallito un obiettivo importante. E infatti sia lui che Milan sono andati ai mondiali in pista in Danimarca riscattandosi alla grande. Ero presente anch’io ed è stato bellissimo vedere l’oro con record del mondo di Jonny e l’argento di Simone nell’omnium. Perché da moglie ed ex ciclista so perfettamente tutto quello che c’è dietro.

L’addio da leader di Morkov, che indossa la giacca di cittì

25.10.2024
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Con la medaglia di bronzo conquistata nella madison dei mondiali, Michael Morkov ha chiuso da par suo la sua lunghissima carriera, iniziata da professionista nel 2009. A 39 anni il corridore di Kokkedal appende la bici al chiodo con 6 vittorie al suo attivo, tra cui 3 titoli danesi e una vittoria di tappa alla Vuelta di Spagna. Ma è soprattutto su pista che sono arrivati i suoi sigilli, tra cui un oro olimpico a Tokyo 2020 nella madison (ma anche l’argento nell’inseguimento a squadre in quella palpitante finale con l’Italia) e 4 titoli mondiali.

Se su pista Morkov è stato un leader, su strada ha elevato a questo rango il ruolo forse più subordinato di tutti, quello di ultimo uomo, divenendo per acclamazione planetaria il migliore interprete. Un maestro che lascerà un vuoto. Morkov però non resterà inattivo: per lui è già pronta l’ammiraglia di responsabile della nazionale danese su strada. Una nuova sfida, alla guida di una delle Nazioni più forti del momento.

Morkov con la sua famiglia sul podio di Ballerup: il modo migliore per chiudere la carriera
Morkov con la sua famiglia sul podio di Ballerup: il modo migliore per chiudere la carriera
Domenica hai chiuso la tua carriera con l’ennesima medaglia, oltretutto davanti al tuo pubblico. Che sensazioni hai provato nel tagliare l’ultimo traguardo?

Sono davvero orgoglioso di aver concluso a un livello molto alto. Nei miei ultimi campionati mondiali stavo ancora lottando per la medaglia d’oro e, naturalmente, non è mai piacevole perdere, ma sono comunque felice che abbiamo ottenuto la medaglia di bronzo e abbiamo fatto felice il pubblico danese. Non potevo chiudere meglio.

Tu hai vissuto due carriere parallele: maestro nell’aiutare i velocisti e grande specialista del ciclismo su pista. Quale delle due ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Beh, penso che sia una combinazione perché in pista ho ottenuto le mie soddisfazioni, i miei obiettivi e i miei grandi risultati. Sulla strada, ero completamente determinato ad aiutare i miei compagni di squadra, quindi penso che sia stato il giusto mix.

La gioia del danese per la vittoria di un compagno, pilotato verso il successo
La gioia del danese per la vittoria di un compagno, pilotato verso il successo
L’ultimo uomo del treno dello sprint: per chi interpreta questo ruolo, che cosa significa vedere il leader vincere?

E’ come vincere la gara da soli, perché tu come uomo di testa sei molto concentrato per vincere la gara con il tuo velocista e per tutto il giorno lavori duramente per organizzare l’intera squadra e fare che tutto funzioni fino a quegli ultimi 200 metri, quando sarà lui a giocarsi la vittoria e devo metterlo nella posizione migliore. Bisogna avere fiducia in se stessi e guidare gli altri come leader. Posizionare il mio velocista e vederlo alzare le braccia è come una mia vittoria. Quindi questa è la sensazione migliore.

Qual è la più grande emozione che hai vissuto in bicicletta?

La risposta è semplice: vincere la medaglia d’oro olimpica a Tokyo. In quella madison c’erano grandi campioni tanto è vero che ce la giocammo tutta sugli sprint, senza guadagnare giri. C’erano grandi interpreti come Hayter e Thomas, eppure io e Lasse Norman Hansen ce la facemmo per tre punti. Penso che sia la medaglia più bella che puoi vincere come atleta. E sì, è stato molto emozionante.

La vittoria di Tokyo 2020 è stata il suo momento più alto, il premio a una carriera
La vittoria di Tokyo 2020 è stata il suo momento più alto, il premio a una carriera
Hai lavorato con tutti i migliori velocisti dell’ultimo decennio, chi è stato il migliore ma sopattutto quello che hai sentito più vicino?

Credo di aver stretto un rapporto molto stretto con tutti i velocisti con cui sono cresciuto e penso che questo rapporto umano sia anche una parte importante del successo che ho avuto con ognuno di loro. Direi sempre che il mio migliore amico è Cavendish: i suoi risultati parlano da soli, ma ha anche una conoscenza incredibile dello sprint, della tecnica pura. Sa esattamente cosa fare, il suo istinto e il suo tempismo sono perfezione pura. Ma c’è un corridore con cui ho un legame speciale…

Chi?

Viviani. Ora posso guardare indietro e vedere che forse i due migliori anni che ha avuto come professionista sono stati quelli in cui l’ho aiutato a vincere dappertutto, nel 2018 e 2019. Abbiamo vissuto un biennio speciale e penso che Elia sia il corridore che è riuscito a ottenere il massimo dal suo talento sapendo sfruttare una squadra molto forte. Aveva dei compagni di squadra molto bravi intorno a lui e quando i compagni di squadra facevano un buon lavoro per lui, riusciva sempre a concludere con una vittoria. Molti dei successi con Elia sono speciali, di cui sono orgoglioso.

Michael insieme a Viviani dopo la vittoria ad Amburgo nel 2019. I due sono molto amici
Michael insieme a Viviani dopo la vittoria ad Amburgo nel 2019. I due sono molto amici
Ora passerai sull’ammiraglia della nazionale danese: quali sono i tuoi obiettivi nel nuovo lavoro?

Battere i miei amici italiani – dice ridendo – No, a parte le battute, sono davvero motivato per questo nuovo incarico. Soprattutto per trasmettere tutta la mia esperienza ai giovani corridori danesi e spero davvero di poterli aiutare a crescere e diventare buoni professionisti e vincere gare in futuro. Quindi la mia ambizione è quella di poter gioire di altre vittorie non personalmente mie, ma nelle quali sento di averci messo qualcosa.

Oggi la Danimarca è uno dei Paesi leader nel ciclismo professionistico, ma non ha un suo team WorldTour: pensi che sia un problema?

Io non penso, corridori danesi bravi ci sono e sono riusciti a firmare con tutte le migliori squadre del WorldTour. Quindi non penso che sia strettamente necessario avere una squadra danese al massimo livello. E’ invece fondamentale avere è una squadra Continental o Professional, per tutti i ragazzi che hanno bisogno di imparare. Ci sono corridori capaci di entrare subito nel WT, ma tanti altri hanno bisogno di più tempo, di avvicinarsi con più calma, maturano più lentamente. Questo possono farlo se hai una squadra Continental molto buona. Poi abbiamo la Uno-X che è sì norvegese, ma con una forte componente nostrana ed è molto importante nello sviluppo dei talenti danesi.

Morkov con Hansen, una coppia che ha fatto storia nella madison e portato la Danimarca a svettare nel quartetto
Morkov con Hansen, una coppia che ha fatto storia nella madison e portato la Danimarca a svettare nel quartetto
Che cosa c’è dietro i Vingergaard, Pedersen e gli altri big del ciclismo danese?

C’è molto lavoro sui talenti, esattamente come dicevo prima. Provengono da un livello molto alto di squadre Continental in Danimarca con un livello molto, molto alto di professionisti. Hanno un grande fisico e capacità non comuni, ma sono frutto di un ottimo programma di sviluppo per i giovani corridori.

In prospettiva vedi Albert Withen Philipsen come un altro grande campione del WorldTour?

Andiamoci piano. In tutti gli anni in cui sono stato coinvolto nel ciclismo, ho visto molte volte corridori estremamente talentuosi da junior che poi non riescono a trovare gli stessi guizzi quando le cose si fanno serie. Albert è un corridore molto promettente, ma deve ancora migliorare molto per diventare il prossimo grande nome del World Tour. Io ovviamente non vedo l’ora di supportarlo e spero che diventerà presto quello che sogna di essere lui e tutti noi danesi.

Il danese con Cavendish, con cui ha condiviso molte delle sue vittorie, compreso il record di tappe al Tour
Il danese con Cavendish, con cui ha condiviso molte delle sue vittorie, compreso il record di tappe al Tour
Rispetto a quando hai iniziato, che ciclismo ti lasci alle spalle?

Un ciclismo molto professionale, molto più di quando iniziai vent’anni fa. Molte cose che si facevano allora, oggi sono considerate superate. In termini di allenamento, alimentazione, altitudine, sonno, campi di allenamento, equipaggiamento, dinamiche… Sono tutti aspetti che incidono molto. Per questo il ciclismo attuale corridori molto più talentuosi rispetto al passato, forse allora era più difficile diventare professionisti. Forse ora è più facile trovare i grandi talenti.

Uscendo dai confini danesi, c’è un altro Morkov, un corridore nel quale rivedi la tua storia e le tue capacità?

Oh, ci sono un sacco di grandi corridori in giro per il mondo, penso che la bellezza del ciclismo sia che siamo tutti diversi e veniamo da realtà differenti. Naturalmente ho uno spazio speciale nel cuore per i corridori che corrono in pista e che arrivano con le abilità della pista. E anche per quelli molto bravi nel gruppo. I ragazzi che hanno il potenziale per aiutare i migliori velocisti a diventare i più veloci. Quindi è lì che terrò gli occhi per il futuro.

Troppi virus: con l’idoneità (e il cuore) non si scherza

25.10.2024
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TORINO – Miocarditi, pericarditi e le tante insidie nell’ottenere l’idoneità sportiva. La ricerca medica fa passi da gigante senza dubbio, ma negli ultimi anni sono stati tanti, anche troppi i casi di anomalie cardiache o malori. Alcune hanno stroncato carriere illustri, come quella di Sonny Colbrelli nella primavera del 2022. Altre hanno persino portato via campioni in erba come più recentemente il ventunenne Simone Roganti o nell’ottobre dello scorso anno l’olandese Mark Groeneveld. Senza dimenticare l’ex iridato della mountain bike Dario Acquaroli, che ci ha lasciati ad appena 43 anni durante un’escursione in mountain bike. Sono soltanto alcuni dei tanti casi che vi abbiamo raccontato su queste pagine nell’ultimo periodo.

Tra un’intervista e l’altra ai portacolori della Jayco-AlUla durante le loro canoniche visite all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino, abbiamo colto l’occasione per approfondire questo tema che purtroppo resta di attualità. A darci il polso della situazione, al termine delle visite dei corridori del team australiano in vista del 2025, ci ha pensato il dottor Ali Al Mohani.

«E’ il primo anno che seguo la Jayco-AlUla – comincia a raccontare – ma faccio da anni il cardiologo e visito gli atleti dal punto di vista sportivo e cardiologico perché ottengano l’idoneità. La mia percezione è che ci stia stato un aumento di episodi anomali dopo la pandemia, sia tra gli atleti professionisti sia tra la popolazione comune in generale. E’ difficile capirne l’origine, che potrebbe essere anche dovuta proprio al Covid, perché l’infezione virale aumenta il rischio di pericarditi e miocarditi».

Il dottor Ali Al Mohani è cardiolgo del centro Irriba di Torino. Dopo il Lombardia ha svolto le idoneità per i pro’ della Jayco-AlUla
Il dottor Ali Al Mohani è cardiolgo del centro Irriba di Torino. Dopo il Lombardia ha svolto le idoneità per i pro’ della Jayco-AlUla

Il rischio cardiologico

Chiunque faccia attività sportiva agonistica, anche soltanto per partecipare a una granfondo la domenica, necessita di ricevere l’idoneità. Già dopo la prima ondata del Covid, quando si è cominciato a tornare alla normalità, tutti ricordano che alcuni esami erano ancor più approfonditi, soprattutto se si aveva contratto il virus in maniera sintomatica.

«La visita agonistica-sportiva di idoneità e quella cardiologica sull’atleta – spiega il dottor Al Mohani – devono sempre essere svolte con estrema accuratezza. Qualunque dettaglio che esca dallo schema abituale deve attirare la nostra attenzione. Un rischio cardiologico in un atleta può essere la morte improvvisa o un evento aritmico maligno. L’accortezza da guardia alta è su tutti gli atleti in generale. Il ciclismo è uno sport molto comune in età adulta tra i 40 e i 50 anni. Se per i giovani di solito le visite sono più lineari, aumentando l’età, si fa più complessa anche la visita. Oltre al rischio di infezioni virali, aritmie e cardiomiopatie, entra in scena infatti anche il rischio di cardiopatia ischemica che in tutti i pazienti si manifesta col passare degli anni».

Dopo aver contratto il Covid nel 2021, Sagan fu fermato dai medici della Bora-Hansgrohe per scongiurare ulteriori rischi
Dopo aver contratto il Covid nel 2021, Sagan fu fermato dai medici della Bora-Hansgrohe per scongiurare ulteriori rischi

L’aumento delle anomalie

Quali possono essere i segnali di allerta per i dottori? «Siamo molto attenti sui sintomi di allarme. Ad esempio, in caso di dolore al torace, il nostro compito è quello di interrogare il paziente e capire la tipologia di questo fastidio. Spesso gli sportivi possono confondere dolori muscoli-scheletrici con un dolore cardiaco. Poi ci sono le palpitazioni, ovvero i battiti irregolari. In questo caso, è fondamentale chiedere al paziente se ha avuto dei giramenti di testa o la percezione di perdita di conoscenza: questi sono tutti segnali che possono accendere la prima spia. Poi, c’è la prova sotto sforzo, che ci permette di analizzare che non ci siano altri segnali strumentali. Mettendo insieme tutto, capiamo chi è idoneo a mettere sotto sforzo il suo cuore e chi è da indagare».

L’aumento di anomalie nello sport è un dato di fatto. «Sentiamo sempre di casi particolari sia nel ciclismo sia nel calcio. Non sempre è facile individuarli subito – prosegue – per riuscirci bisogna fare le cose in maniera iper-spinta, soprattutto coi ciclisti, che si mettono sotto sforzo costante per un numero elevato di ore ogni settimana. Poi si allenano in ambienti aperti, per cui sono più sensibili a infezioni del miocardio o del pericardio. Sono spesso persone che non riescono a rinunciare allo sport e che, davanti all’occhio del medico, cercano di esprimere il meno possibile il loro eventuale sintomo».

Sulla morte prematura di Simone Roganti, qui al Giro di Sicilia 2023, è stata aperta un’inchiesta
Sulla morte prematura di Simone Roganti, qui al Giro di Sicilia 2023, è stata aperta un’inchiesta

Il rischio pericardite

Lo sportivo, dentro di sé, vuol solo sentirsi dire che tutto va bene e che è pronto per una nuova annata, ma occorre cautela.

«Fare il ciclista ad alto livello è già un fattore di rischio – spiega il dottore – per quello bisogna essere molto aggressivi sia nell’interrogazione sia nella prova sotto sforzo, per non trascurare nessun possibile valore anomalo. I ciclisti sono maggiormente esposti o magari sono vittime di infezioni virali che non curano e continuano ad allenarsi o persino a correrci sopra. Questo comportamento vizioso può portare a pericarditi e infezioni del muscolo pericardico».

L’aspetto ambientale

Rispetto ad altri sport, infatti, non va dimenticato l’aspetto ambientale delle due ruote. «Un qualunque cicloamatore – aggiunge ancora il dottore dell’istituto torinese – in media fa all’incirca un centinaio di chilometri settimanali, spalmati in un paio di uscite. In particolare, spesso per la maggior parte del tempo della sua uscita è lontano da centri abitati e, se è in solitaria, può essere esposto a rischio elevato, essendo da solo e lontano da possibili soccorsi. Per questa ragione, il nostro obiettivo è metterlo in sicurezza anche in questa eventualità. Un calciatore, invece, se è vittima di un evento acuto, si trova sempre in un campo insieme a compagni di squadra e può ricevere assistenza immediata».

Sulla tecnologia, c’è ancora da lavorare secondo il dottor Al Mohani: «Un orologio con l’intelligenza artificiale o sistemi di monitoraggio può aiutare, ma potrebbe anche confondere un po’ le acque. Tanti ciclisti vengono a farsi visitare perché hanno frequenze anomale registrate sui loro orologi. Poi alla domanda se sono mai stati sintomatici, rispondono di no. Comunque, meglio un controllo in più che uno in meno. Anche se spesso, per fortuna, si tratta di errori del dispositivo tecnologico piuttosto che del loro cuore».

La lettura del battito anomalo sullo smartwatch può dare un’indicazione, ma necessita approfondimenti (depositphotos.com)
La lettura del battito anomalo sullo smartwatch può dare un’indicazione, ma necessita approfondimenti (depositphotos.com)

L’attenzione ai bambini

La prudenza, dunque, è comunque una buona prassi per le famiglie degli atleti e non solo per i diretti interessati. «Essere un atleta premuroso è un buon segnale. Ultimamente, riferendomi alla situazione piemontese che ho sotto i miei occhi, vedo più sensibilità nei confronti della Medicina sportiva e della Cardiologia dello sport. Le mamme e i familiari in generale sono più premurosi adesso. Se viene richiesta dal medico un’ecografia in più, si capisce che è qualcosa di normale, magari soltanto per investigare un piccolo soffio e togliersi il dubbio. In passato invece, si pensava: “Faccio fare la visita a mio figlio, che deve avere l’idoneità a tutti i costi”.

«Posso capire che una mamma si faccia prendere dal panico se sente che qualcosa nel cuore di suo figlio non funziona al 100%. In questi casi noi medici cerchiamo di avere un po’ di sensibilità nell’esprimere il nostro giudizio e nello spiegare il perché dell’eventuale controllo aggiuntivo. Non è mai tempo perso spendere una parola in più, né fare un controllo che magari ci toglie il dubbio. E permette poi al ragazzo o alla ragazza di tornare a fare quello che più ama in sicurezza».

Pinotti: «De Pretto ha carattere e qualità, ora serve un altro step»

24.10.2024
5 min
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Il parlare sicuro di sé tipico di Davide De Pretto ha colpito per la naturalezza con la quale ha descritto il suo primo anno da professionista e gli obiettivi che si è prefissato. Il 22 enne della Jayco-AlUla sa quanto vale e non ha paura di dirlo a voce alta, con l’atteggiamento tipico dei grandi corridori. Le 17 top 10 al suo primo anno nel mondo del WorldTour hanno sorpreso tante persone e addetti ai lavori, uno su tutti il cittì Daniele Bennati. Ma alla base del cammino intrapreso con la formazione australiana c’era la fiducia risposta in lui dai tecnici. Di De Pretto avevamo parlato a fine 2023 con Marco Pinotti, ora torniamo dall’allenatore bergamasco per continuare il discorso. 

«Il 2024 di De Pretto – racconta – non ci ha sorpreso, ma ha confermato la continuità di crescita che aveva avuto da under 23. La cosa che più ci ha incuriositi, e in questo caso davvero sorpresi, è la sua capacità di andare forte da febbraio a ottobre. Lo avevamo avvicinato due anni fa con l’idea di fargli fare un anno nel devo team e per poi passare con la formazione WorldTour. Alla fine era rimasto alla Zalf e quando lo abbiamo ricontattato l’anno scorso invece, siamo stati convinti fin da subito che il salto nei professionisti fosse giusto».

De Pretto è stato costante durante tutto il 2024 con diverse top 10 conquistate
De Pretto è stato costante durante tutto il 2024 con diverse top 10 conquistate

Talento e costanza

Avere un corridore in grado di far bene per tutto l’arco della stagione è un vantaggio da non sottovalutare per una squadra come la Jayco AlUla. Nel ciclismo moderno si lavora tanto per picchi di condizione e De Pretto ha fatto vedere che se gestito bene non ha problemi ad andare forte dal primo all’ultimo giorno della stagione. 

«In questo ciclismo – continua Pinotti – i corridori forti emergono in tante corse importanti, quindi è fondamentale andare a gareggiare su terreni adatti alle proprie caratteristiche. De Pretto ha fatto un primo periodo intenso da febbraio ad aprile, per poi fermarsi a maggio. Ha ripreso a correre nel mese di giugno con l’obiettivo dei mondiali U23. Nelle corse adatte a lui ha mostrato di avere talento e costanza. Nella seconda parte dell’anno abbiamo visto la sua versione migliore».

Il primo risultato di rilievo è arrivato al Tour of Oman a febbraio, terzo nella quarta tappa
Il primo risultato di rilievo è arrivato al Tour of Oman a febbraio, terzo nella quarta tappa
Quali convinzioni ti sei fatto sul suo conto?

Che è un corridore solido, il quale è cresciuto e maturato ed ora è nettamente più robusto dal punto di vista fisico. Il grande passo in avanti fatto quest’anno è arrivato sulla percorrenza delle salite lunghe, dove ora riesce a spingere molti più watt. In questa stagione, inoltre, abbiamo aggiunto il lavoro in palestra cosa che gli ha permesso di assorbire meglio i carichi di lavoro e di gara. 

L’obiettivo atletico del 2025?

Fargli conservare lo spunto veloce che già di natura ha. Anzi, sarebbe giusto riuscire a incrementarlo. Sono convinto che con 100 watt in più di picco massimo riuscirebbe a emergere ancora di più su certi arrivi. Considerando quante top 10 ha ottenuto non è da escludere possa arrivare qualche vittoria in più. De Pretto è capace di piazzarsi perché vede bene la corsa e si muove ottimamente nel finale di gara. E non dimentichiamoci che è un primo anno, non è semplice guadagnarsi spazio in gruppo da giovani.

La sua prima vittoria da professionista è arrivata nella prima tappa del Giro d’Austria (foto Tour of Austria)
La sua prima vittoria da professionista è arrivata nella prima tappa del Giro d’Austria (foto Tour of Austria)
Intanto ha corso alla Sanremo e al Lombardia, due Classiche Monumento. Un dettaglio non da poco. 

Tre. Non dimentichiamoci la Liegi. Tra quelle corse quest’anno, è la Monumento che più gli si addice anche se da qualche anno è appannaggio degli scalatori. Anche alla Sanremo ha offerto una bella prova, potrebbe essere una corsa nella quale inserirlo in futuro. Il Lombardia invece era troppo duro, sopra i 3.500 metri di dislivello fa fatica, ma il carattere c’è.

Da cosa si è visto?

Innanzitutto dal modo in cui ha onorato Il Lombardia, che ha chiuso più che dignitosamente. Inoltre noi abbiamo puntato molto su di lui, facendolo correre da leader fin dalle prime uscite. Alla Valenciana, pronti via, ha ottenuto due top 10 e in Oman un podio nella quarta tappa. Quando ho spinto per fargli firmare il contratto da noi, gli ho detto che qui avrebbe avuto spazio, ma un conto è averlo e un’altro è sfruttarlo. De Pretto ha fatto vedere che non ha paura di provare a vincere e con un po’ di esperienza in più potrà fare ancora meglio.  

Con la prima stagione da pro’ alle De Pretto sarà in grado di giocarsi ancora meglio le sua chance di vittoria
Con la prima stagione da pro’ alle De Pretto sarà in grado di giocarsi ancora meglio le sua chance di vittoria
In che senso?

Al Matteotti e al Giro del Veneto se avesse corso con più pazienza avrebbe potuto portare a casa un risultato migliore, e comunque ha fatto quarto in entrambe le gare. Senza dimenticare che si è già tolto lo sfizio della prima vittoria da professionista al Giro d’Austria. Di quello sono felice perché sarebbe potuto essere un tarlo per lui visti i tanti piazzamenti, invece ha fatto vedere che sa vincere. 

De Pretto stesso ha parlato di voler fare una grande corsa a tappe, pensi possa essere il prossimo step?

Credo sia in grado di assorbire una prova del genere. Può farlo. Quest’anno al Giro del Delfinato ha sofferto un po’ la salita, ma ne è uscito bene. Così come ai Paesi Baschi. Dovremo vedere bene i percorsi e non fargli fare un Grande Giro troppo duro, ma nemmeno troppo “soft”. Portarlo solo per fargli fare l’esperienza non ha senso, sarebbe meglio andare con l’obiettivo di fare bene in due o tre tappe.

Il prossimo gradino potrebbe essere un Grande Giro, ma serve il giusto percorso
Il prossimo gradino potrebbe essere un Grande Giro, ma serve il giusto percorso
Come si mantiene vivo lo spirito vincente di un ragazzo giovane come De Pretto?

Dandogli le giuste occasioni. Poi il resto lo fa da sé. Dopo le prestazioni alla Valenciana e all’Oman siamo andati alla Coppi e Bartali convinti di puntare su di lui. Poi sono arrivati i Baschi e il finale di stagione in Italia. E’ giusto dare spazio e fiducia, ma poi tutto questo va ripagato con i risultati e De Pretto ha fatto vedere di che pasta è fatto.

Il gigante Lavreysen si mangia la storia dello sprint

24.10.2024
4 min
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Si poteva anche pensare che dopo le tre medaglie d’oro di Parigi (foto di apertura), Harrie Lavreysen sarebbe andato ai mondiali di Ballerup demotivato o quantomeno appagato. Invece il gigante olandese è arrivato, si è guardato intorno e, come sempre sorridendo, ne ha vinte altre tre, diventando l’atleta più vincente nella storia dei mondiali su pista con 16 medaglie d’oro (da elite). Si è portato a casa la velocità olimpica, assieme a Hoogland e Van den Berg. Il chilometro da fermo, per lui una novità, battendo Hoogland. Infine la velocità, precedendo nuovamente Hoogland, che sarà pure suo ottimo amico, ma nell’epoca di Pogacar che li batte tutti, probabilmente si sentirà da tempo come Remco.

Anche a Ballerup tre vittorie: velocità a squadre, velocità e il chilometro. Lavreysen è del 1997, è alto 1,81 e pesa 92 chili
Anche a Ballerup tre vittorie: velocità a squadre, velocità e il chilometro. Lavreysen è del 1997, è alto 1,81 e pesa 92 chili

Dalla BMX alla pista

Lavreysen in pista si diverte, difficilmente lo si vede di cattivo umore. Chissà se in questo suo atteggiamento ha un ruolo la carriera precedente nella BMX. Harrie non è nato nella nobiltà del parquet, lui preferiva la terra, le ruotine scolpite, i salti, il chiasso e le acrobazie. Finché dopo il quarto intervento e l’ennesima lussazione della spalla, il medico pregò i genitori che lo convincessero a cambiare. E a quel punto la pista è diventata la sua casa. Fra parentesi: deve ancora prendersi cura della spalla e dormire in modo che durante il sonno non faccia movimenti strani.

Velocità, orgoglio e sfida: la novità del chilometro è forse la ripicca per l’eliminazione dal keirin. Il palmares è impressionante. Dal 2018 al 2024, ha vinto sei titoli mondiali della velocità, sei nella velocità a squadre, tre nel keirin e uno nel chilometro. Fra i pareri che meglio descrivono la sua capacità di essere potente, veloce e reattivo, quello di Theo Bos apre una finestra interessante.

L’altro olandesone, che in carriera ha vinto 5 titoli mondiali e adesso è il tecnico della Cina, ha usato parole chiare. «Ha un’eccellente genetica – ha detto – e una grande destrezza in bicicletta. Può sviluppare una potenza straordinaria, ma è agile come un corridore su strada».

All’indomani del ritorno dalle Olimpiadi, foto ricordo con Charles Leclerc prima del GP di Olanda (foto Instagram)
All’indomani del ritorno dalle Olimpiadi, foto ricordo con Charles Leclerc prima del GP di Olanda (foto Instagram)

Orgoglio e sfida

Il suo allenatore si chiama Edwin De Vries e rivela che ci sono tanti dettagli che compongono il mosaico di Harrie Lavreysen. La grande potenza, certo, dato che in più di un’occasione ha superato il muro dei 2.000 watt. La sua meticolosità nel tenere nota di tutto, incluso tenere aggiornato un file Excel in cui annota cosa deve fare minuto per minuto.

«La circonferenza della sua coscia misura 68 centimetri – dice De Vries – e questo gli permette di spingere oltre 800 chili sulla pressa. E’ sempre calmo, molto pragmatico, quasi insensibile alla pressione, al punto che non risente dei passaggi a vuoto».

In realtà quelli capitano sempre più raramente. A Ballerup è stato eliminato nel keirin e la vittoria è andata a Kento Yamasaki (i giapponesi hanno vinto la “loro” specialità anche fra le donne con Mina Sato). Harrie avrebbe potuto dire di essere stanco e demotivato, invece ci ha dormito sopra e il giorno dopo, al debutto in un mondiale, ha vinto il chilometro.

Un ragazzo alla buona

Sapete perché ride spesso e non lo si vede (quasi) mai incupito? Perché nonostante sia una star e in Olanda non possa camminare per strada come Pogacar in Slovenia, Lavreysen resta un ragazzo alla buona. Il villaggio in cui è cresciuto, Luyksgestel, è così piccolo da essere stato inglobato dal paese accanto.

Quando è tornato dalle Olimpiadi, Lavreysen è andato prima in visita ufficiale da Sua Maestà, il Re Willem-Alexander Claus George Ferdinand van Oranje-Nassau. Poi però è andato dritto al suo paese. Ha sfilato con i compagni di nazionale sul tetto di un pulmino arancione e poi si è buttato in una festa con migliaia di persone, che ha definito come l’esperienza più bella che abbia mai vissuto. Singolare affermazione, soprattutto fatta da uno che ha appena vinto tre medaglie olimpiche. Gambe, risultati, testa e palmares sono quelli del numero uno. Il cuore però è rimasto quello di sempre.

Meccia, l’ultima vittoria da junior è… la prima tra gli U23

24.10.2024
6 min
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Ha chiuso la stagione col colpaccio che nessuno si aspettava, riscrivendo una fetta di storia della gara. La vittoria ad Acquanegra sul Chiese per Leonardo Meccia in pratica corrisponde all’ultima da junior e…. alla prima da U23 (in apertura foto Rodella).

La classica mantovana, che tradizionalmente segna la fine del calendario degli elite/U23, è stata spesso l’occasione per vedere al via formazioni juniores con atleti del secondo anno grazie alle deroghe federali. Un antipasto di un centinaio di chilometri in circuito che può essere digerito bene dai più giovani in vista del menù dell’annata successiva. E a giudicare dal risultato ottenuto, il diciottenne della Vangi Il Pirata Sama Ricambi ha mandato di traverso il boccone ai suoi rivali con una grande prova. Non ci sarebbe da stupirsi, visto il livello degli juniores di oggi, però un po’ fa pensare. Prima di capire come ci sia riuscito, abbiamo conosciuto meglio Meccia scoprendo alcuni lati interessanti per un ragazzo della sua età ed altri curiosi che lo accomunano addirittura ad un campione del suo tempo.

Ad Acquanegra il diciottenne juniores Meccia ha preceduto gli esperti elite De Totto e Belleri (foto Rodella)
Ad Acquanegra il diciottenne juniores Meccia ha preceduto gli esperti elite De Totto e Belleri (foto Rodella)

Esempio di perseveranza

Leonardo si è trovato a proprio agio sul percorso pianeggiante di Acquanegra, mantenendo fede al suo motto inventato sul profilo whatsapp che recita “more weight, more watt”. Tradotto “più peso più potenza”, che per un passista-veloce è una sorta di dottrina. Il suo cammino pre-juniores non è stato quello del predestinato. E forse è stato un bene. Ha iniziato a correre da G1 nella Sidermec Riviera e col passare degli anni ha avuto una crescita costante malgrado un bottino scarso di risultati. Nel ciclismo giovanile attuale che cerca sempre il campione fin dalle prime categorie a suon di vittorie e a suon di pressioni, fa enormemente piacere trovare un caso raro come il suo.

«Ho fatto gli esordienti con la Fausto Coppi di Cesenatico, il mio paese – ci dice Meccia, che frequenta la quinta superiore in un istituto di ragioneria – e poi gli allievi con la Fiumicinese. Ero tra i più scarsi. Ho fatto i primi veri risultati con continuità al secondo anno da allievo. Fino a due anni fa il ciclismo per me è stato un passatempo, un divertimento. Avevo iniziato a correre perché lo faceva un mio amico. Invece da junior il ciclismo ha iniziato a diventare di più una ragione di vita. L’anno scorso sono andato abbastanza bene e questo mi ha spinto a lavorare meglio in inverno. Nel 2024 ho raccolto i frutti, anche se fino a due mesi fa non ero soddisfatto pienamente come volevo io. Adesso invece posso dire che la stagione non è andata così male (sorride, ndr)».

Matteo Berti è stato il diesse di Meccia tra gli juniores. Prima alla Work Service, quest’anno alla Vangi (foto M.Chaussé)
Matteo Berti è stato il diesse di Meccia tra gli juniores. Prima alla Work Service, quest’anno alla Vangi (foto M.Chaussé)

Zero pressione

Seppur venga dalla densa terra di pedalatori e di Pantani, Meccia non conosce molto del passato del suo sport, proprio come ha ammesso Pogacar dopo il quarto Lombardia consecutivo che lo ha proiettato nella leggenda. E anche questo aspetto per Leonardo non è necessariamente negativo. Quest’anno ha conquistato 21 top 10 distribuite in maniera inequivocabile: cinque successi, cinque podi e cinque piazzamenti nei primi 5.

«Onestamente devo dirvi – ci confida – che so abbastanza poco del ciclismo. Ho avuto uno zio che correva in bici e ricordo ciò che mi diceva lui, ma senza mai approfondire. Nemmeno io ho mai avuto idoli, anche se mi piacciono tanti corridori di adesso. I miei riferimenti in questi anni sono sempre stati i miei avversari che andavano più forte di me. Mi basavo su di loro per capire il mio valore in gara. Per fortuna non ho mai avuto pressioni dai miei genitori e dai miei tecnici per vincere o arrivare tra i primi. Sento di non essere arrivato spremuto mentalmente agli juniores».

Esperienza vincente

Nel 2025 Meccia correrà con la Technipes #inEmiliaRomagna ed il salto nella nuova categoria è dietro l’angolo, ma un assaggio ce lo ha avuto due giorni fa.

«Il nostro diesse Matteo Berti – prosegue Leonardo – ha sempre portato gli juniores del secondo anno a questa corsa. Non ha preteso nulla da noi. Voleva solo che vivessimo quella giornata come un’esperienza. Ci ha dato le giuste indicazioni per correre al meglio. La qualità è salita tantissimo tra gli juniores ed in effetti su quel tipo di percorso (un circuito di 4 chilometri da ripetere 25 volte, ndr) non mi aspettavo grandi differenze tra noi e gli U23. Tuttavia ero abbastanza emozionato. Avevo timore e soggezione di correre con ragazzi abbastanza più grandi di me, addirittura alcuni con la barba che li facevano sembrare ancora più vecchi (sorride, ndr)».

Meccia ha disputato diverse corse internazionali. Qui con la maglia dell’Emilia Romagna all’ultimo Giro di Lunigiana
Meccia ha disputato diverse corse internazionali. Qui con la maglia dell’Emilia Romagna all’ultimo Giro di Lunigiana

La stoccata decisiva

Meccia è salito sul primo gradino del podio davanti a due esperti come De Totto del Sissio Team e Belleri della Hopplà, rispettivamente di 24 e 25 anni. In corsa ha dovuto anche pagare dazio di una regola non scritta molto “dilettantistica”, ma non ci ha fatto troppo caso.

«Durante le prime tornate – conclude il suo racconto – mi sono preso un po’ di “parole” da qualche corridore. Ero davanti e mi dicevano di tornare indietro nella pancia del gruppo. Non ci sono rimasto bene, seppur capissi la situazione, ma non volevo discutere e così questo mi ha incentivato a restare nelle prime posizioni. Anzi, sono entrato nella fuga decisiva di 19 assieme al mio compagno Bolognesi che è nata prima di metà gara».

Poggio Torriana, Meccia è preceduto da Cettolin nella volata per il secondo posto. Vittoria a Consolidani (foto Ballandi)
Poggio Torriana, Meccia è preceduto da Cettolin nella volata per il secondo posto. Vittoria a Consolidani (foto Ballandi)

Quattordici giri in avanscoperta ed il rispetto degli avversari che cresce chilometro dopo chilometro quando si accorgono che il giovane Meccia non salta i cambi e collabora. La superiorità numerica di alcune formazioni in fuga non funziona, l’accordo salta subito nonostante il gruppo avesse già alzato bandiera bianca. E così c’è spazio per tentativi solitari. L’ultimo è il suo, quello decisivo, quello per cui si è meritato i complimenti di tutti.

«A sette giri dalla fine – racconta – siamo rimasti davanti in otto. A due giri se ne è andato De Totto guadagnando 15”. Dietro c’era un po’ di attendismo, finché a tre chilometri dal traguardo ci ho provato. Sono scattato tornando sulla sua ruota in vista del triangolo rosso. Ai 500 metri l’ho superato e sono riuscito a vincere tutto solo. Nessuno se lo aspettava, nemmeno io. Ed è stato bellissimo».

Bravo Leonardo, hai scelto il miglior modo per iniziare il passaggio di categoria che avverrà ufficialmente fra meno di due mesi. Per le riflessioni su come stia cambiando il ciclismo delle categorie giovanili servirà invece aprire una pagina a parte.

I tre anni di Pellizzari con Reverberi: una crescita esponenziale

24.10.2024
7 min
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Come è arrivato. E come se ne è andato. Con Roberto Reverberi, team manager e direttore sportivo della VF Group-Bardiani, parliamo di Giulio Pellizzari, splendida rivelazione italiana della stagione. Il marchigiano è approdato nel suo team nel 2022 e se ne è andato in questo autunno 2024. Arrivò che era un ragazzo junior con la faccia ancora da ragazzino con i brufoli ed è partito da corridore…  con la stessa faccia da ragazzino!

Una bella storia, anche dal punto di vista tecnico. Nonché un viaggio per capire come questa professional italiana abbia valorizzato l’atleta. Come ci ha lavorato. Qualche numero? Nel 2022 per Pellizzari 42 giorni di corsa pari a 5.761 chilometri di gara. Nel 2023: 58 giorni e 7.936 chilometri di gara. E nel 2024: 71 giorni di corsa e 10.610 chilometri di gara (in apertura foto di Filippo Mazzullo).

Giro della Valle d’Aosta. Estate 2022, il primo incontro con Giulio Pellizzari
Giro della Valle d’Aosta. Estate 2022, il primo incontro con Giulio Pellizzari
Roberto, qual è il primo ricordo che hai di Pellizzari?

Giro della Valle d’Aosta 2022. Io di solito non seguo il gruppo dei giovani, lo fa Rossato. Ma Mirko non c’era e così per qualche giorno andai io al seguito di quella corsa. Lo vidi dal vivo e quando tornai ne parlai con mio padre e gli altri. Dissi loro: «Sapete che questo ragazzo diventerà un corridore buono?». Anche perché Giulio aveva appena fatto gli esami, non era preparato benissimo per quel livello di corse e di avversari. Invece si comportò benone: andò in fuga, tenne la maglia dei Gpm per più di qualche giorno e in salita, quando restavano in 10-12, lui c’era. E di quel drappello faceva parte gente come Martinez e Gregoire che stanno facendo bene tra i professionisti.

In effetti, lo ricordiamo anche noi: un ragazzo giovanissimo, ma anche spigliato ed educato…

Anche gli altri ragazzi che abbiamo preso adesso sono ragazzini. Li vedi proprio che sono immaturi, che sono acerbi. Ma è normale. Li andiamo a prendere tra gli juniores. Dobbiamo muoverci così, altrimenti i devo team te li portano via.

Se ti volti indietro, Roberto, cosa vedi di quel che gli avete lasciato?

Gli abbiamo trasmesso la nostra esperienza. E’ anche vero che i ragazzi come Pellizzari sono talmente giovani che è tantissimo quello che devono imparare. Per loro è tutto nuovo. E cose che noi diamo per scontate, scontate non sono.

Il marchigiano (classe 2003) è amatissimo dal pubblico… anche quello più giovane
Il marchigiano (classe 2003) è amatissimo dal pubblico… anche quello più giovane
Quanto è cresciuto Giulio in questo triennio?

Tanto. Tanto e in poco tempo. Quest’anno aveva fatto un gran bel salto prima del Giro d’Italia e un altro ne ha fatto dopo. Aver finito la corsa rosa in quel modo, cioè andando forte nella terza settimana, è molto importante. Tanto più che lui era stato male. Era stato ad un passo dal ritiro. Poi invece nel finale è stato in fuga, ha ottenuto due piazzamenti e quelli sono stati giorni duri. Il recupero dopo la malattia e la terza settimana corsa in quel modo sono stati due segnali davvero positivi per il resto della sua carriera.

E dopo il Giro?

Il Giro gli ha dato una marcia in più e si è visto subito allo Slovenia. Un altro corridore, un’altra gamba, un’altra personalità. Poi in estate ha recuperato bene e si è visto un cambiamento esagerato. E ha ancora margine. Certo, a volte corre male. Corre d’istinto, va frenato. Anche al Lombardia in qualche frangente si è fatto vedere troppo. Nelle interviste dopo gara ha detto: «Oggi ho corso per il piazzamento e non per lo spettacolo». Fermo lì: «Per lo spettacolo ci corre Pogacar, tu pensa a stare buono e davanti finché puoi». Ma alla fine è andato bene. Se non avesse avuto i crampi sarebbe entrato nei primi dieci e in una corsa di 260 chilometri a fine stagione. E a 21 anni appena fatti, non è cosa da poco.

C’è qualche volta in cui ti ha fatto arrabbiare?

Eccome… tutte le volte che non ascoltava, quando correva in modo azzardato, senza pensare. Poi mi rendo conto che questi ragazzi sono talmente giovani, che è anche giusto che sbaglino. L’importante è che capiscano perché hanno sbagliato e non lo facciano la volta successiva. L’ultima volta che Pellizzari si è preso delle “belle” parole è stato al Giro dell’Emilia. Gli avevo detto di stare fermo fino alla fine e invece si è mosso al penultimo passaggio sul San Luca. A quel livello, con quei corridori hai una cartuccia sola. E lui se l’era già giocata. E’ arrivato terzo Piganzoli, poteva riuscirci anche Giulio.

E invece quando ti ha colpito in positivo?

Nei primi 10 chilometri del secondo passaggio sul Grappa – dice secco Reverberi – io ne ho avuti di corridori forti in salita, ma a fare quei numeri ne ho visti pochi. Giulio andava forte davvero ed era in fuga da tanto. E la conferma il giorno dopo me l’ha data Baldato (diesse della UAE Emirates di Pogacar, ndr): «Il vantaggio non scendeva, abbiamo dovuto mettere davanti Majka per far calare il distacco». Se fosse arrivato ai tre chilometri dalla vetta con quei 2’30” neanche Pogacar lo avrebbe ripreso. E poi, ripeto, mi è piaciuto il suo Lombardia: guardate che non è stato banale fare quella prestazione.

Giro d’Italia 2024, sul Monte Grappa Giulio Pellizzari fa segnare una prestazione eccelsa
Giro d’Italia 2024, sul Monte Grappa Giulio Pellizzari fa segnare una prestazione eccelsa
Secondo te ha dei margini?

Certo che ha margini. E non pochi. Anche fisicamente deve formarsi del tutto, per questo dico che ne ha. Può correre meglio e immagino che adesso investirà del tempo anche a crono. Noi non avendone la necessità, non lo abbiamo mai fatto lavorare troppo in questa specialità. Aveva la bici a casa, ma è chiaro che ora ci lavorerà diversamente. Invece un’aspetto su cui deve migliorare un po’ è l’approccio alle salite lunghe. Se ci fate caso lui paga un po’ il primo cambio di ritmo. Ci mette un po’ a carburare. Si sfila. Poi risale e magari ti stacca anche. Ma credo che questa cosa sia fisiologica e migliorerà con il tempo. 

Roberto, hai parlato della sua crescita in generale. Ma in cosa secondo te è cresciuto di più?

In tutto, anche in discesa. Dico la discesa perché ripenso al Tour of the Alps dell’anno scorso, quando di fatto fu recuperato in discesa. Fu messo un po’ sotto torchio sotto questo aspetto. Lo criticarono. Adesso invece va forte anche lì. Giulio in discesa ci sa andare e se piove è ancora meglio. Mi ha detto: «Quando piove mi sento più sicuro perché gli altri vanno più piano». Merito, lasciatemelo dire, anche dei nostri buoni materiali. Ma davvero è migliorato sotto ogni aspetto.

In questi tre anni, come avete accompagnato la sua crescita. Cosa ci avete messo del vostro?

Io credo la gestione delle corse che gli abbiamo fatto fare. Al primo anno Giulio ha fatto quasi solo gare under 23. Se poi vediamo qualcuno come lui che è già più pronto lo buttiamo anche tra i pro’. Con Giulio abbiamo fatto un primo vero salto l’anno scorso, quando lo portammo al Tour of the Alps. Nonostante andò bene poi lo abbiamo fatto correre di nuovo tra gli under 23. Certe esperienze fanno bene, ti danno consapevolezza, gamba, ma al tempo stesso servono anche a farti “abbassare le orecchie” per capire quanto ti manca per stare a certi livelli.

Veneto Classic: ultima gara di Pellizzari con la VF Group-Bardiani
Veneto Classic: ultima gara di Pellizzari con la VF Group-Bardiani
Pellizzari passerà alla Red Bull-Bora Hansgrohe: se tu fossi il suo diesse il prossimo anno…

Gli darei campo libero – ci anticipa Reverberi – spero che non gli facciano fare solo il gregario. Lo porterei al Giro e appunto gli lascerei il suo spazio. Non lo metterei solo a tirare. Ma credo che ce lo portino. Ho chiesto a Giulio se sapesse già qualcosa dei suoi programmi 2025, ma mi ha detto che ancora dovevano farli.

Pellizzari ti ricorda qualche corridore che hai avuto?

Un po’ Ciccone, ma Pellizzari almeno in salita è più forte. E poi ha più margini rispetto al Ciccone che andò da noi via all’epoca. Credetemi, Giulio migliora di mese in mese!

Cosa gli hai detto al termine della Veneto Classic, l’ultima corsa con la VF Group-Bardiani?

Gli ho detto in bocca al lupo per il resto della carriera. Lui mi ha abbracciato, si è un po’ commosso… e anche io. Alla fine è stata una bella storia e fa piacere vederli poi raggiungere certi risultati. Vedere Ciccone in maglia gialla o Colbrelli vincere la Roubaix. Così come fa piacere vedere che alle corse i corridori che sono stati da noi vengono a prendersi il caffè al nostro bus. Vuol dire che sono stati bene.

Come vendere il prodotto ciclismo. Pozzato dice la sua

24.10.2024
5 min
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Il progetto è sempre lì. Filippo Pozzato non ha riposto nel cassetto le speranze di costruire un team tutto italiano che possa avere un futuro nel WorldTour, anzi si è consociato con Davide Cassani (che aveva espresso una volontà simile all’indomani del suo addio dalle responsabilità tecniche azzurre), ma per ora siamo ancora nel campo delle possibilità future, nulla di più. E dalle sue esperienze emergono tutte le difficoltà del ciclismo italiano attuale, assolutamente non al passo con i tempi.

Pozzato insieme al presidente Uec Della Casa. Per l’organizzatore italiano bisogna lavorare molto sulla comunicazione
Pozzato insieme al presidente Uec Della Casa. Per l’organizzatore italiano bisogna lavorare molto sulla comunicazione

Pozzato, reduce dalle fatiche organizzative delle classiche venete rese monche dal cattivo tempo, sottolinea come al momento il problema principale riguardi la ricerca di fondi: «Sto girando l’Italia proponendo la mia idea a molte aziende e questo mi permette di capire qual sia il gradimento del ciclismo. Devo dire che l’attenzione verso la nostra proposta non manca, il problema vero è legato alle cifre e al corrispettivo che ottiene chi investe nel nostro mondo. Per questo dico che c’è un disagio generale: non sappiamo vendere il nostro prodotto perché siamo ancorati a un approccio vecchio».

Che cosa chiede chi dovrebbe investire?

Vuole avere innanzitutto ritorno d’immagine, visibilità, regole certe. Se vado da uno sponsor per fare una squadra che ambisce a entrare nel WorldTour, devo chiedere un investimento di svariati milioni di euro per almeno un quinquennio. La risposta è sempre: «Ma a fronte di una simile esposizione che cosa ho in cambio?». E lì emergono tutte le nostre difficoltà perché non basta certo far vedere la maglia nella ripresa Tv a soddisfare le richieste, oggi che siamo nell’era dell’immagine.

Bisogna riportare la gente sulle strade, soprattutto i giovani, raccontando loro le storie dei protagonisti
Bisogna riportare la gente sulle strade, soprattutto i giovani, raccontando loro le storie dei protagonisti
Tu però parlavi anche di regole…

Il regolamento Uci non è assolutamente chiaro. Si è voluto introdurre il sistema di promozioni e retrocessioni: può anche andar bene, se non hai mezzi e capacità per competere al massimo livello è giusto lasciar posto ad altri. Quel che è meno giusto è “congelare” la situazione per anni, far scannare i team per tre stagioni impedendo agli altri di fare investimenti. Fai come negli sport di squadra, promozioni e retrocessioni ogni anno con regole certe anche per la partecipazione alle gare. Ma il problema non riguarda solamente le WorldTour.

Ossia?

Guardate quel che avviene nelle continental: noi in Italia abbiamo una visione falsata a questo proposito perché non puoi certo fare una squadra continental con 200 mila euro. Che attività puoi fare con un budget tanto risicato? Che cosa puoi dare ai tuoi atleti? Per questo dico che siamo ancorati a schemi vecchi quando il ciclismo è andato avanti, è diventato uno sport costoso, di primo piano. Per fare una continental seria si parte dal milione di euro in su, c’è poco da fare, perché giustamente sono aumentate le professionalità che devi coinvolgere, dal nutrizionista al preparatore.

Basso è per Pozzato un modello di come costruire un team su base aziendale, ma servono budget maggiori
Ivan Basso è un modello di come costruire un team su base aziendale, ma servono budget maggiori
Come si fa a vendere un proprio progetto in un simile ambito?

E’ difficile, lo vedo e per questo ammiro molto gente come Ivan Basso e gli sforzi che fa. Dobbiamo renderci conto che è una questione di marketing, di saper vendere quel che si ha. C’è una generale carenza nella comunicazione: come è possibile che dopo il mondiale di Zurigo arrivano il campione del mondo Pogacar e il suo rivale Evenepoel in Italia, a correre non solo il Lombardia ma anche corse come Emilia e Tre Valli Varesine e lo sappiamo solo noi addetti ai lavori?

In altri tempi, sulla “rivincita dei mondiali” sarebbe stata fatta una campagna di stampa enorme…

Già, poi vedi nel contempo che la sfida fra Sinner e Alcaraz per un torneo d’esibizione diventa martellante, ne parlano tutti i canali, tutti i media, tutti i social. Allora capisci che siamo noi – e ci metto tutti dentro – a non saper vendere il nostro lavoro. Una responsabilità in tal senso ce l’ha l’RCS, la Gazzetta che ha abbandonato il ciclismo, non segue più gli eventi, ma questo avviene anche con i suoi: le pagine per il Giro d’Italia sono drasticamente ridotte e gli inviati anche.

Sinner e Alcaraz: le loro sfide ormai coinvolgono tutti, anche per semplici esibizioni (foto Getty Images)
Sinner e Alcaraz: le loro sfide ormai coinvolgono tutti, anche per semplici esibizioni (foto Getty Images)
Per imitare il fenomeno tennis, servirebbe che avessimo un Pogacar?

Sì, quando avevamo Pantani tutti ne parlavano, ma rendiamoci conto che di Pogacar ne nasce uno al secolo e chissà dove… Io guardo il fenomeno tennis, Sinner è il frutto di almeno 15 anni d’investimenti nei tecnici, nei settori giovanili. Dietro il numero uno ora abbiamo una decina di tennisti fra i primi 100. C’è un movimento. Noi abbiamo latitato proprio in questo e continuiamo a farlo.

Un problema di gestione federale?

Sicuramente, ma è uno dei tanti. Andrebbero fatti investimenti nei settori senza attendersi subito risultati. Io credo che il ciclismo paghi anche il retaggio di una comunicazione sbagliatissima quando si è dato troppo spazio al doping senza investire sui giovani, sulle vittorie pulite. E’ stato fatto passare un brutto messaggio che ora, unito al problema sicurezza sulle strade, fa del ciclismo un soggetto meno appetibile. Le aziende che investirebbero ci sono, io ne avevo trovata una davvero grande, ma poi ha deciso di spendere quei soldi in un altro sport…

Secondo Pozzato, al ciclismo italiano servirebbe un Pantani capace di risvegliare l’attenzione dei media
Al ciclismo italiano servirebbe un Pantani capace di risvegliare l’attenzione dei media
Eppure di messaggi positivi questo mondo continua a diffonderne…

Io sono convinto che i personaggi ci sono, le storie da raccontare ci sono. Ma su personaggi come Pellizzari, tanto per fare un nome, ci devi investire, lo devi raccontare, far conoscere anche a chi non è del settore, perché poi al passaggio sulle montagne del Giro la gente a incitarlo ci sarà. I giornali continuano a credere che il popolo italiano sia calciofilo e basta: non è più così. il calcio attira meno e ha lasciato spazi importanti, noi potremmo coprirli, ma dobbiamo andare incontro alle nuove generazioni.

De La Cruz e il Team Q36.5, un qualcosa di speciale

23.10.2024
5 min
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GIRONA (Spagna) – Siamo nella terra natale (la Catalunya) dell’attuale campione spagnolo a cronometro, David De La Cruz del Q36.5 Pro Cycling Team. Siamo ormai lontani dalle corse, dai momenti di maggiore agonismo e pressione, vicinissimi al periodo di meritato riposo. Quale miglior momento per fermarsi a bere un caffè con un professionista? David De La Cruz, 35 anni, corridore molto intelligente e preparato sulla tecnica della bici, appassionato del mezzo meccanico e minuzioso nella valutazione dei dettagli.

Più che il World Tour manca un Grande Giro e in particolare è mancata l’adrenalina della Vuelta, la corsa di casa, ma la speranza di esserci nel 2025 è viva. E poi c’è l’organizzazione e le disponibilità del Team Q36.5, una compagine pazzesca che ha poco da invidiare a tante squadre World Tour.

De la Cruz è amante delle prove contro il tempo e del mezzo meccanico
De la Cruz è amante delle prove contro il tempo e del mezzo meccanico
Cosa è cambiato rispetto agli anni scorsi, dal WorldTour alla categoria professional?

L’unico aspetto negativo è legato al calendario e nello specifico il fatto di non aver messo in programma un Grande Giro. Questo mi è mancato tantissimo (De la Cruz ha corso in team WorldTour dal 2015 al 2023, ndr). Paradossalmente non ho visto molte differenze, soprattutto per quello che concerne l’organizzazione ed i materiali.

Vuoi dire che il Team Q36.5 è paragonabile ad una WorldTour?

Assolutamente. Tutti i materiali che abbiamo a disposizione sono super top e all’avanguardia, con un’ampia scelta, soprattutto per quello che riguarda l’abbigliamento. Siamo coinvolti nei processi di sviluppo e per me è uno stimolo ulteriore a fare bene. Pensa agli sponsor di peso, ai nomi come Scott, Breitling e USB, Q36.5, Sram, Zipp. Tanta roba, alcune squadre WorldTour non hanno questa qualità. E poi siamo seguiti in ogni singolo passo e richiesta.

De la Cruz è coinvolto anche in alcuni progetti Scott
De la Cruz è coinvolto anche in alcuni progetti Scott
Ti riferisci a preparazione, allenamento, nutrizione, eccetera?

Esattamente, la struttura e l’organizzazione si basa su una WorldTour a tutti gli effetti. A monte c’è un progetto importante e se l’obiettivo è quello di far evolvere lo stesso progetto, oggi come oggi non si può improvvisare.

Perché ti è mancato così tanto non fare un Grande Giro?

Quando sei un corridore professionista, il tuo lavoro è allenarti e gareggiare, rispettare i programmi del team e farti trovare pronto quando è il tuo momento. Entrano in gioco anche le motivazioni e personalmente correre un Grande Giro è lo stimolo più grande, un motivo per allenarti di più e meglio, una spinta ulteriore e fare sempre qualcosa in più.

Nel WorldTour, lo spagnolo ha militato in Etixx-Quick Step, Sky e Ineos, UAE e Astana
Nel WorldTour, lo spagnolo ha militato in Etixx-Quick Step, Sky e Ineos, UAE e Astana
Come si dice, il Grande Giro ti cambia. E’ così?

E’ così, se pensi di essere arrivato al 100 per cento, ti rendi conto che dopo una grande corsa a tappe, vai ancora più forte, un fattore che contribuisce a spostare l’asticella più in alto.

Eppure avete fatto una prima parte della stagione con un buon calendario!

Tirreno-Adriatico, Giro di Svizzera e altre corse WorldTour, ma non una gara di tre settimane. Un calendario completo e buono fino alla fine della primavera e poi una seconda parte di stagione un po’ scarica. Una competizione di tre settimane è un boost per la testa, la condizione fisica e per l’immagine del team.

La vittoria nel Campionato Nazionale a crono, su Markel Beloki della EF e Raúl García Pierna (Arkea)
La vittoria nel Campionato Nazionale a crono, su Markel Beloki della EF e Raúl García Pierna (Arkea)
Sei contento del tuo rendimento in questa stagione?

Sono abbastanza soddisfatto, sono riuscito nell’intento di portare a casa la maglia di campione spagnolo a cronometro, anche se ripeto, sono convinto che il mio rendimento è stato condizionato dalla mancanza di una corsa a tappe come Giro, Vuelta e Tour.

Campionato Nazionale a crono. Perché questo obiettivo ad inizio stagione?

Mi piace la disciplina e poi è stata una scommessa quando a dicembre 2023 ho firmato ufficialmente con il Team Q36.5 e mi hanno dato la Plasma, la bici da crono di Scott. Al manager ho detto, con questa bici porto a casa la maglia di campione di Spagna.

La gara alla quale non vorresti mai rinunciare?

La Vuelta. Ci sono tre competizioni che mi danno adrenalina, la Parigi-Nizza, La Vuelta e la Vuelta Catalunya che per me è la gara di casa, io sono fiero di essere catalano.

In Spagna sei a casa, una motivazione in più?

Chiaro, come pensare ad un corridore italiano che partecipa al Giro. Il tuo ambiente, la tua gente e si parla la stessa lingua. La gente ti riconosce e fa il tifo, ti incita, fai fatica, ma sei anche nella tua zona comfort.

Fine stagione, ora un po’ di stacco, quasi totale, dalla bici
Fine stagione, ora un po’ di stacco, quasi totale, dalla bici
Siamo alla fine della stagione. Come sarà il tuo inverno?

Sono uno di quei corridori che ha la necessità di staccare completamente dalla bici, che non significa stare tutto il giorno sul divano. Sento bisogno di fare qualcos’altro. Vado a correre a piedi ad esempio, non per fare la maratona o testarmi. Semplicemente perché mi piace farlo, mi fa stare bene e mi piace. Quando inizio di nuovo ad avere bisogno della bicicletta, quella necessità di pedalare che va oltre l’allenamento, allora risalgo in sella con serietà, perché è quello il momento più giusto per farlo.