La stagione di Andrea Bagioli si è conclusa con le due gare giapponesi: il Japan Cup Criterium e la Japan Cup vera e propria, quella che si corre a Utsunomiya sulla distanza di 144 chilometri. Dopo il malanno che gli ha impedito di correre al Giro di Lombardia, il 2024 del più piccolo dei fratelli Bagioli si è concluso senza squilli particolari. Eppure il 2023 ci aveva ricordato le grandi potenzialità di un corridore che ha sempre salito gli scalini del ciclismo che conta a piccoli passi, ma decisi. Nella passata stagione era arrivata quella che poteva essere la consacrazione del suo talento con il terzo posto alla Coppa Bernocchi, la vittoria al Gran Piemonte e il secondo posto al Giro di Lombardia.
Nicola Bagioli ha smesso di correre nel 2021 e adesso realizza pentole in pietra ollare in ValtellinaNicola Bagioli ha smesso di correre nel 2021 e adesso realizza pentole in pietra ollare in Valtellina
Sguardo in avanti
Il 2024 ha portato il cambio di squadra, con la Lidl-Trek pronta ad accoglierlo a braccia aperte. Il team statunitense ha creduto molto in Andrea Bagioli e siamo sicuro che ci creda ancora. Tuttavia la stagione appena conclusa è stata la peggiore a livello di risultati e prestazioni. Ne parliamo con Nicola, fratello maggiore, anche lui corridore fino al 2021.
«Dopo il finale della scorsa stagione – racconta Nicola Bagioli – è sicuro Andrea si aspettasse una stagione migliore rispetto a quella messa alle spalle ora. Il cambio di squadra e di preparatore avevano dato grandi motivazioni, ma il 2024 non ha rispettato le aspettative. I risultati non sono arrivati. Da un lato me lo spiego con la maggiore velocità media in gruppo, ogni gara diventa tirata e impegnativa. Quindi è più difficile emergere e fare la differenza. Ora anche i big attaccano da lontano».
A Zurigo dietro Pogacar spunta il casco rosso di Bagioli, in terza posizioneA Zurigo dietro Pogacar spunta il casco rosso di Bagioli, in terza posizione
Il riferimento è a Pogacar? Andrea ha provato a seguirlo al mondiale, come hai visto quella mossa?
Con il senno di poi magari era un attacco da non seguire, Andrea avrebbe risparmiato energie e si sarebbe potuto mettere alla prova per realizzare un risultato migliore. Però ha voluto tentare di seguire il più forte al mondo, e se non si prova non si può sapere a quale livello si è arrivati.
Tu come lo hai visto in questo 2024?
Sempre concentrato e pronto a fare il meglio. Sicuro sperava di ottenere di più, ma non ha mai perso il focus. L’ho visto tante volte in bici concentrato su quello che doveva fare e con il fare curioso di chi è sul pezzo. Ha anche provato qualche posizione nuova in bici. Di questa stagione non può essere contento, ma ci sta. Può essere anche il motivo per affrontare il 2025 con maggiore grinta.
Uno dei pochi squilli in stagione è arrivato al Giro, con il quarto posto di Cusano MutriUno dei pochi squilli in stagione è arrivato al Giro, con il quarto posto di Cusano Mutri
A casa com’è apparso?
Tranquillo. Andrea è un ragazzo riflessivo lo è sempre stato. Da un lato penso sia una cosa positiva. A casa c’è un ambiente sereno, in grado di dargli la giusta tranquillità. Ci vediamo spesso e parliamo delle gare e di tanto altro. Conoscendo il suo carattere so che non è contento, ma allo stesso tempo è in grado di staccare, non pensare alla stagione appena conclusa e poi ripartire.
Che confronti avete sulle gare?
Il mio consiglio è sempre quello di provare ad anticipare, come ha fatto al mondiale. Attaccare più spesso da lontano e provare ad entrare in una fuga piuttosto che aspettare sempre il finale. Nel ciclismo non vince sempre il più forte, si possono inventare mosse diverse.
Per la prima volta rivali: Tre Valli 2018, Andrea in stage con la UAE, Nicola pro’ da 2 anni (foto Instagram)Per la prima volta rivali: Tre Valli 2018, Andrea in stage con la UAE, Nicola pro’ da 2 anni (foto Instagram)
Lui che cosa ti risponde?
Che comunque è difficile anticipare se i migliori si muovono a 100 chilometri dall’arrivo. Però è vero che se Pogacar si muove puoi sempre provare e vedere. Oppure può provare ad andare con lui in avanscoperta, soprattutto se non è al 100 per cento. E’ vero, però, che il ciclismo è cambiato tanto da quando ho smesso io, nel 2021. Lo si nota anche dalla TV.
Cosa intendi?
Non sono mai stato un corridore che aspettava il finale per andare via, al contrario di quanto ha sempre fatto Andrea. Però ora vedo molta più “anarchia” in gruppo, con velocità folli dall’inizio alla fine.
La giusta serenità può arrivare dai compagni di squadra: Consonni è uno di questiLa giusta serenità può arrivare dai compagni di squadra: Consonni è uno di questi
Qual è il tuo pensiero riguardo ad Andrea?
Quando sta bene può essere competitivo, riesce a restare con i migliori e lo ha dimostrato. Magari non tutto l’anno ma in alcuni momenti della stagione può farcela. Credo che il 2025 possa essere l’anno in cui troverà il giusto equilibrio con il nuovo team. Le qualità ci sono.
Longo Borghini vince il quinto tricolore in linea e manda via i cattivi pensieri della crono. Un attacco da lontano ben preparato. Gasparrini miglior U23
Matteo Malucelli è un corridore dell’Astana Qazaqstan Team. Ieri sera, col buio che aveva già inghiottito tutto, il romagnolo non stava nella pelle e forse non aveva neppure capito bene. Lunedì, il giorno prima, aveva firmato il contratto. Una WorldTour nel momento in cui forse pensava che fosse tardi. Invece alla fine i conti tornano e i tasselli dispersi dell’ultima Gazprom stanno trovando una collocazione, in una sorta di tetris che ha lasciato fuori soltanto Canola. Anche Carboni si è messo a posto, ma per l’annuncio c’è da aspettare ancora.
Malucelli si trova in ritiro a Padova con la nuova squadra. Ieri sera era appena arrivato in hotel e raccontava col tono basso di chi svela un segreto, quasi con la mano davanti alla bocca. Ma abbiamo condiviso così tanti discorsi e riflessioni in questi ultimi anni, che fare il misterioso alla vigilia dell’annuncio sarebbe stato imbarazzante. Malucelli ha firmato per un anno e deve tutto alle vittorie al Tour de Langkawi e all’investitura di De Kleijn. Parlando di lui, l’olandese lo ha definito un velocista fortissimo e sottovalutato.
«Che poi alla fine – ammette – il contratto me l’ha fatto firmare proprio De Kleijn. Senza di lui, sarebbe valso tutto un po’ meno. Lui non lo sa, ma il fatto che fosse in Malesia e io l’abbia battuto a quel modo è stato il plus che ha dato maggior prestigio alle mie vittorie. Dal Giro d’Abruzzo in poi ho fatto solo corse di classe 2.2 e sette vittorie, ovvio che avessero meno peso. Se avessi fatto questi risultati a luglio, avrebbero avuto ben altro riscontro, ma prendiamo il buono che è venuto…».
Le sfide e le vittorie contro De Kleijn al Langkawi hanno mostrato la solidità di MalucelliLe sfide e le vittorie contro De Kleijn al Langkawi hanno mostrato la solidità di Malucelli
L’offerta di Savio
E’ presto per parlare di ruoli. Immaginare Malucelli che tira le volate al gigante Syritsa è certo suggestivo, ma una quadra così grande ha un vasto calendario da coprire e non mancheranno le occasioni per mettersi alla prova. Al suo procuratore Nicoletti stavolta è riuscito il perfetto colpo di reni, dopo che per giorni avevano discusso sul da farsi. Da una parte Malucelli, sicuro di meritare un posto nel gruppo. Dall’altro Moreno che invocava qualche risultato più pesante per andare a proporlo in giro.
«Avevo detto che se non avessi trovato una squadra vera – racconta Malucelli – avrei smesso. In realtà a un certo punto era venuta fuori una continental che però mi avrebbe pagato come una professional. Era la Petrolike: Gianni Savio sarebbe stato ancora una volta il mio salvatore. Era una buona possibilità e abbiamo tenuto la porta aperta fino a lunedì, perché giustamente Marco Bellini e Gianni non potevano aspettare in eterno. Mi hanno detto che se avessi trovato un’altra strada, sarebbe stato giusto percorrerla e così è stato. Stavo perdendo la speranza, ma ci credevo. Mi dicevo: “Cos’altro devo fare per avere l’opportunità che altri hanno avuto?”.
«E’ cambiato tutto nelle ultime due tappe di Langkawi e chiaramente, se fai quel tipo di vittorie, è più facile anche per il procuratore portare avanti il tuo nome. Adesso dipende da me, se me la sono meritata e se continuerò a meritarla. Ma sono tranquillo, perché ho la voglia di un ragazzino di 20 anni e l’esperienza del trentenne».
Al Langkawi Malucelli ha battuto anche il gigante Syritsa, ora suo compagnoAl Langkawi Malucelli ha battuto anche il gigante Syritsa, ora suo compagno
Ancora incredulo
Sarà la coincidenza dell’Astana che ha bisogno di corridori che portano punti, sarà aver visto in Malucelli la grinta che aveva già messo nelle corse con la nazionale subito dopo la chiusura della squadra russa. Sarà anche che nell’Astana c’è lo stesso Sedun che guidava la Gazprom. Comunque sia, la stagione con il Team Ukyo ha ridato a Malucelli voglia e vetrina. E adesso si apre la pagina più bella della sua carriera, nel momento in cui meno se lo aspettava.
«Non so ancora – dice – cosa dovrò fare. E’ tutto così fresco, che ancora non mi rendo conto. Finché non vedo, non credo. Finché non mi ritroverò a pedalare tutti insieme, non sarà facile da capire. Anche perché per l’età che ho, dico la verità, pensavo che ormai come canta Vasco, fosse tardi. Ma questa volta ho dato dei segnali profondi. Ho vinto 10 corse, me l’hanno fatta sudare, ma alla fine è arrivata».
Altro non dice, perché altro non sa. Il WorldTour, questa sorta di terra promessa che ti garantisce di fare le corse che contano, è arrivato quando meno se lo aspettava. Gli sono passati davanti agli occhi tutti i momenti degli ultimi due anni. Ha pensato a quanto sia stato faticoso correre e vivere lottando ogni volta con la frustrazione di meritare di più. Avrà pensato che in qualche modo esiste una giustizia. E che ora non ci sono più scuse, c’è solo da correre. Ma prima trascorrere un inverno da samurai, per essere pronto già dalle prime corse.
Ultima tappa del Tour of Antalya a Jakub Mareczko e classifica finale a Jakob Hindsgaul. Spunti a non finire. Da domani tutti in Occidente per altre sfide
Malucelli saluta la Bingoal e si accasa al JCL Team Ukyo, continental giapponese guidata da Volpi. Scelta fatta per necessità, ma con un grande obiettivo
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CASTRO – Succede che in una gara di mtb nell’estremo lembo meridionale d’Italia s’incontri Pascal Richard. Lo ricordate? E’ stato il campione olimpico ad Atlanta 1996, campione del mondo di ciclocross, ha vinto la Liegi e il Lombardia. Un grande, grandissimo attaccante. Un vero duro degli anni ’90.
Richard era in Salento, Lecce, per la Castro Legend Cup, una manifestazione che stavamo seguendo per il “fratellino” di bici.PRO, bici.STYLEe ne è nato è questo incontro.
Lo svizzero infatti ha sposato tanti anni fa una ragazza salentina e qui è stato subito accolto come uno di famiglia. Il patron dell’evento, Giuseppe Maggiore, ricorda come da bambino davanti alla tv vedendo vincere Richard gli sembrava che stesse vincendo uno del paese. Pensate che la squadra di ciclismo locale si chiama Ciclo Club Spongano-Pascal Richard. Ormai è un salentino d’adozione: «Specie quando c’è da mangiare!», dice lui.
Al netto di questa insolita storia, l’incontro con Richard è stata un’occasione per scambiare due chiacchiere a tutto tondo sul ciclismo, specie quello svizzero.
Atlanta 1996, battendo allo sprint Sorensen, Pascal Richard diventa campione olimpico (foto Pinterest)Richard (classe 1964) è stato pro’ per 15 anni. Tra le sue 42 vittorie figurano anche: una Liegi, un Lombardia e un Giro di SvizzeraAlla Castro Legend Cup, gara di mtb, ha primeggiato nella categoria M7Atlanta 1996, battendo allo sprint Sorensen, Pascal Richard diventa campione olimpico (foto Pinterest)Richard (classe 1964) è stato pro’ per 15 anni. Tra le sue 42 vittorie figurano anche: una Liegi, un Lombardia e un Giro di SvizzeraAlla Castro Legend Cup, gara di mtb, ha primeggiato nella categoria M7
Pascal, partiamo dal Tudor Pro Cycling Team. Quanto è importante per il movimento svizzero ora che sta diventando davvero forte?
E’ molto importante. E’ la squadra che prima non c’era. Trent’anni fa la Svizzera è stata molto forte nel ciclismo, ma poi ha avuto un vuoto… a parte Cancellara, che tra l’altro oggi dirige questa squadra. Ora invece ci sono molti bravi corridori in Svizzera: Hirschi, Kung, Bissegger… e spero se ne aggiungano altri. Sono contento che sia arrivato questo team, ma per altri aspetti sono anche deluso.
Di cosa?
La Svizzera è un Paese ricco e nonostante tutto non ci sono molti sponsor per il ciclismo. Un po’ come in Italia. Sarebbe bello che fosse come per lo sci. E io spero possa cambiare qualcosa con questa squadra.
Però voi avete una buona base, non larghissima, ma di qualità. Lo abbiamo visto nelle gare juniores e ancora di più in quelle under 23. Pensiamo a Voisard, cresciuto nella Tudor…
Sì, per esempio c’è Jan Christen. Lui però è nella UAE Emirates, un team in cui tutti lavorano per un leader estremamente forte quale Pogacar. Spero che anche Jan prima o poi possa trovare una strada per emergere come Hirschi.
Conosci Marc Hirschi?
Non bene di persona. Lo conosco perché sono interessato al ciclismo. Guardo molto le gare. Marc mi piace per il suo modo di correre. Feci una volta un giretto in bici con lui e con il povero Gino Mader, la cui scomparsa mi ha toccato profondamente ed era davvero un ottimo corridore che stava crescendo.
Alla Tudor, secondo Richard, Hirschi potrà realizzarsi definitivamenteAlla Tudor, secondo Richard, Hirschi potrà realizzarsi definitivamente
Quindi ora che non dovrà tirare per Pogacar potrà esplodere del tutto?
Lo spero. Di certo in questa squadra sentirà più fiducia. Ma io credo che ce la possa fare. Guardate cosa ha fatto in UAE: quasi tutte le volte che ha avuto possibilità di fare bene ci è riuscito. Ha vinto cinque gare nell’ultimo periodo. E in passato aveva vinto una tappa al Tour, era stato secondo al mondiale. E poi è anche molto intelligente. Se troverà un buon ambiente, e sicuramente lo troverà, potrà fare bene.
Tu sei stato un esponente anche dell’offroad svizzero: hai vinto un mondiale di ciclocross. Tuttavia attualmente non siete fortissimi in questa specialità. Non avete quella base di numeri che magari avete nella mtb. Perché, secondo te?
Nel cross c’è Loris Rouiller, un giovanotto fortissimo a mio avviso. Proprio questo weekend ha vinto in Francia. Però è uno solo… Nel ciclocross per arrivare a certi livelli serve un grande lavoro specifico. E’ una specialità durissima. Ma poi se guardiamo bene anche nella mtb dopo Nino Schurter chi c’è dietro di così forte? Purtroppo è vero: nel cross in Svizzera abbiamo perso un po’ di organizzazione. Poi quando i ragazzi vanno in Belgio, in Olanda, dove si fa il vero ciclocross, secondo me perdono anche morale. E non ci insistono troppo.
Chiaro…
Io vado spesso a vedere le gare dei giovani, anche quelle più piccole regionali e credo che gente come me serva ancora… anche se sono un vecchio! Magari è un modo per attirare attenzione. Noi dobbiamo esserci, dobbiamo dare una mano. Dobbiamo essere esempio, immagine… per andare avanti.
Cosa ti piace di questo ciclismo?
Questo ciclismo in generale mi piace molto, è divertente. Ma credo anche che non sia poi cambiato molto. Ora c’è Tadej Pogacar. Ho ascoltato anche critiche nei suoi confronti, tipo quelle di Cipollini… ma io credo che non possiamo essere sempre critici nel ciclismo. Perché vederci sempre del male? Vediamo piuttosto il lato positivo. Tadej è come Sagan. Peter portò grande innovazione. Pogacar sta facendo lo stesso. E’ vero, quando parte fa la differenza, ma può succedere. Forse non ci eravamo più abituati. Però io me li ricordo Bernard Hinault, Eddy Merckx… A me Pogacar piace perché è un corridore che va dappertutto. Fa i grandi Giri, le classiche, le corse più piccole… Si butta, non ha paura. Dietro al palco del mondiale ne ho parlato con Mathieu Van der Poel.
Per Pascal il Team Tudor potrà dare moltissimo al movimento svizzeroPer Pascal il Team Tudor potrà dare moltissimo al movimento svizzero
E cosa vi siete detti?
C’era Pogacar vicino a noi. E Mathieu a voce alta facendosi sentire da Tadej mi fa: «Mamma mia, abbiamo fatto 100 chilometri a tutta e non l’abbiamo ripreso». E rideva. Era felice. Al ciclismo serve gente così. Per questo motivo dico che questo ciclismo mi piace. Penso anche alla tecnologia.
A proposito, ti sarebbe piaciuto guidare queste bici velocissime?
Le guido adesso! Ma anche in questo caso torno a dire che non è cambiato nulla. Tutti in tutte le epoche hanno gli stessi materiali: quindi a cosa serve fare paragoni? Certi anziani mi dicono: «Eh, ma il passato è sempre meglio». Ma cosa dicono? E’ uguale.
Un’ultima domanda da un ex ragazzino tifoso di Chiappucci. Cosa ci puoi dire di quella vittoria al Giro d’Italia quando una slavina fece accorciare la tappa a metà del Colle dell’Agnello?
Ah, che giornata! Arrivai in volata con Massi. In fuga c’erano anche Cacaito Rodriguez e altri due o tre corridori. Non mi ricordo di preciso, ma uno era della Banesto. Ricordo che volevo tanto vincere quella tappa e così andai in fuga. Però non sapevo che avrebbero accorciato la tappa per la slavina. Ad un certo punto ci dissero: “Il traguardo è a 10 chilometri da qui”. “Ma come?”, chiedevamo noi. Io temevo Massi, non tanto perché in salita era forte, ma soprattutto perché era un lupo. In corsa sapeva il fatto suo. E così per vincere puntai su di lui. A un chilometro dall’arrivo restammo in due (in tre in realtà, ndr) ma non sapevamo le distanze precise. All’improvviso vidi il cartello dei 300 metri all’arrivo e pensai: “E’ troppo tardi”. Invece feci la volata e andò bene. Insomma, era una tappa al Giro d’Italia!
Con un bottino di 4 medaglie tra cui il fantasmagorico titolo nell’inseguimento individuale di Jonathan Milan, a suon di record mondiale, l’Italia ha chiuso i mondiali su pista di Ballerup confermandosi un sicuro riferimento nel settore. E’ così da molti anni, Marco Villa lo sa bene e ne ha fatto il suo biglietto da visita, corroborato dai risultati a ripetizione nel settore giovanile.
Milan in maglia iridata. Ora spazio alla strada, ma la pista resta fra le sue opzioniMilan in maglia iridata. Ora spazio alla strada, ma la pista resta fra le sue opzioni
Doveva essere un’edizione iridata meno squillante, considerando che si arrivava a poche settimane dall’appuntamento olimpico, ma i risultati della rassegna di Ballerup hanno sorpreso lo stesso cittì azzurro: «E’ vero che alcune nazioni non c’erano, ma è anche vero che chi è venuto lo ha fatto in forze, presentando praticamente gli stessi effettivi di Parigi, mentre io pensavo che avrebbero sfruttato l’occasione per fare un po’ più di ricambio. Quindi c’era più gap rispetto a noi, almeno in alcune gare».
Sei soddisfatto alla fine?
Penso che il bilancio sia abbastanza giusto e pari al nostro valore, con qualcosa in più e in meno come sempre avviene. Noi avevamo una buona formazione, ma con una preparazione precaria come ad esempio il quartetto femminile, che ha fortemente risentito della mancanza di lavori specifici. Ma non si poteva fare altrimenti, perché dopo Parigi le rispettive squadre hanno giustamente richiesto la presenza delle ragazze nelle varie gare.
Tanta sfortuna per il giovane quartetto azzurro, con Lamon e Moro provenienti dai GiochiTanta sfortuna per il giovane quartetto azzurro, con Lamon e Moro provenienti dai Giochi
La caduta del quartetto maschile ti ha lasciato davvero l’amaro in bocca…
A caldo è emersa tutta l’amarezza, ma ripensandoci cerco di prendere il buono dalla prestazione. Eravamo davvero da terzo posto perché fino alla caduta arrivata a un giro e mezzo dalla fine viaggiavamo a un ritmo da 3’52” e nessuna squadra, salvo Danimarca e Gran Bretagna, era a quei livelli, erano 2-3 secondi sopra e lo sono rimasti anche nei turni successivi. Era un quartetto molto rinnovato, con un giovanissimo come Favero, Galli che è U23, Boscaro che è appena passato di categoria. Andando avanti metteremo dentro altri giovani, soprattutto gli juniores che hanno fatto il record del mondo. Mettendo in preventivo che ci sarà da pagare uno scotto, magari qualche medaglia in meno ma tanta esperienza in più per quando servirà.
In quest’opera di ringiovanimento conti d’inserire altri?
Sicuramente, voglio ad esempio lavorare a fondo con Sierra, spero di averlo maggiormente a disposizione, ma il suo è solo uno dei nomi su cui voglio fare affidamento. Gran Bretagna e Danimarca hanno già iniziato a ringiovanire, sono avanti a noi e non di poco, ma abbiamo quattro anni per colmare il gap, non sono preoccupato. L’importante sarà poter lavorare bene.
Record italiano frantumato per la Venturelli, sempre più promettenteRecord italiano frantumato per la Venturelli, sempre più promettente
Non è andata a medaglia, ma il record italiano della Venturelli, dopo quel che ha passato, è davvero tanta roba…
Assolutamente sì, ma lei stessa era sorpresa del tempo, anche se alla fine è scoppiata in lacrime per essersi vista sfuggire una finale. Io le ho detto che ha un margine enorme davanti a sé, quelle davanti le raggiungerà. Federica è un talento puro unito a una grande intelligenza, vorrei ricordare che nel 2023 è stata premiata dal Presidente Mattarella come una delle sei migliori studentesse d’Italia. Tornando alla sua prestazione, dopo la gara mi ha detto di essersi accorta che per i primi 2 chilometri viaggiava più forte del suo record mondiale junior. E’ normale, sta progredendo da ogni punto di vista, ha solo bisogno di un po’ di fortuna sotto forma di buona salute e libertà dagli incidenti…
Le ragazze di bronzo nell’inseguimento. L’Italia ha chiuso settima nel medagliereLe ragazze di bronzo nell’inseguimento. L’Italia ha chiuso settima nel medagliere
Hai già detto che il discorso con Ganna sulla pista verrà affrontato a tempo debito, quando si saprà il cammino verso Los Angeles 2028. Vale lo stesso per Milan?
Di base sì, perché è giusto che ora si concentri di più sulla strada. I mondiali sono a ottobre, ma come ci arrivi? Abbiamo visto Filippo quanto ha sofferto nel dopo Parigi, eppure è riuscito nel capolavoro dell’argento nella crono. Pippo ha già detto che preparerà i suoi impegni includendo anche allenamenti su pista e per lui le mie porte saranno sempre aperte. Lo stesso vale per Milan. Poi, quando sapremo quale sarà il cammino di qualificazione, quando anche conosceremo il programma orario di Los Angeles, se ci sarà prima la pista o la strada, allora parleremo.
L’abbraccio a un commosso Viviani. Villa lo vuole nello staff azzurro quando finirà di correreL’abbraccio a un commosso Viviani. Villa lo vuole nello staff azzurro quando finirà di correre
Un discorso a parte però riguarda Viviani, autore di un’altra magia a Ballerup…
Nelle ore immediatamente seguenti l’argento olimpico a Parigi, gli ho detto che voglio assolutamente che ci sia a Los Angeles, in una veste o nell’altra. Io voglio assolutamente averlo con me, ma bisognerà vedere intanto che cosa vuole fare come corridore e poi che prospettive avrà, perché io sono sicuro che un personaggio simile avrà grandi possibilità di ogni tipo professionale, anche a livello internazionale. Ma la sua esperienza è preziosa, speriamo di potercene avvalere.
Una delle atlete italiane che si è meglio comportata in questa stagione è stata RacheleBarbieri. L’emiliana si è distinta per la sua costanza di rendimento, per i numerosi piazzamenti nelle prime dieci e per le belle volate tirate alla compagna Charlotte Kool.
Barbieri ha archiviato la sua prima stagione con la DSM-Firmenich, una stagione foriera di grosse novità: il team stesso, il ruolo di leadout, l’abbandono della pista. Scopriamo dunque con lei come è andata. Prima però vi diamo un dato che la dice lunga: 49 giorni di corsa, contro i 34 dell’anno passato. Sette corse a tappe (tutte lunghe), contro le cinque del 2023.
Baloise Ladies Tour: volata della prima tappa. A destra, Barbieri in testa per la compagna KoolBaloise Ladies Tour: volata della prima tappa. A destra, Barbieri in testa per la compagna Kool
Primo anno in DSM, come è andata, Rachele?
E’ stato un bell’anno, un anno soddisfacente. Mi sono messa alla prova in un ruolo che non ero abituata a fare, quello del leadout, quando invece fino all’anno prima ero io la velocista. Però ho imparato tanto.
Da Liv a DSM: altri metodi, immaginiamo…
Questa è una squadra nella quale si analizzano tanto le corse, prima e dopo. Si arriva alle gare preparati. E questo mi piace. Dico sempre: «Ad averla trovata prima una squadra così». Le giovani possono imparare, crescere e diventare brave ad avere una visione di corsa. Per me questo è l’aspetto più evidente della DSM-Firmenich. Così come il fatto che ognuna in gara ha il suo ruolo ben preciso. E questo contribuisce a farci dare il 110 per cento in ogni corsa. Non capita mai di arrivare che qualcuna fa quello che vuole.
Quando hai deciso di passare in questa squadra sapevi che c’era la Kool ovviamente: dovevi dunque fare solo la leadout o potevi avere anche i tuoi spazi?
Sì, sì… quando ho firmato gli accordi erano questi: io sarei entrata in squadra per fare la leadout a Charlotte. Mi è stato detto bene fin da subito. Venivo da una squadra un po’ più piccola, nella quale ho sempre fatto io le volate, ma quando c’è meno organizzazione spesso il risultato pieno non viene. E fa rabbia. Questo mi ha portato ad essere molto convinta di voler investire su me stessa, di specializzarmi in questo ruolo e di farlo con l’idea di crescere. Ho 27 anni e per questo ciclismo inizio ad essere un po’ vecchietta.
Dai, vecchietta no. Matura!
Resto convinta che è l’età giusta per specializzarsi e per crescere definitivamente. Poi si vedrà negli anni dove potrò arrivare. Quando ho avuto le mie opportunità, all UAE Tour e a Drenthe ho fatto bene. Negli Emirati ho fatto seconda dietro a Wiebes, l’atleta più forte e difficile da battere. E a Drenthe ho fatto terza. Riesco pertanto a mantenere un buon livello da velocista. Quando ho l’opportunità di potermi giocare le mie carte sono pronta. E questo mi rende orgogliosa.
L’inserimento di Rachele Barbieri nella DSM-Firmenich è andato alla grande. Il suo contratto arriva fino al 2026L’inserimento di Rachele Barbieri nella DSM-Firmenich è andato alla grande. Il suo contratto arriva fino al 2026
Il ruolo di leadout è nuovo per te, c’è qualcuno dei colleghi uomini o extra team che ti ha dato qualche consiglio su come fare questo ruolo?
No e neanche al di fuori. Come ho detto facciamo tanta analisi con il team. C’è molto scambio d’informazioni. La stessa Charlotte mi ha insegnato tanto, idem Georgi Pfeiffer, che è più esperta. Sono io che faccio mille domande. Mi sembra sempre che gli altri ne sappiano di più! Anche se poi quando sei in gara certe cose ce l’hai nell’istinto.
Dentro di te quindi come hai approcciato questa nuova avventura?
Come un anno di passaggio. Sono cambiate tante cose per me, anche il discorso di non fare più la pista comunque è stato un grosso cambiamento. Ho cambiato anche il preparatore… per questo dico che è stato un anno di passaggio. Mi serviva del tempo per capire come il mio fisico e la mia testa si sarebbero adattati. Spero dal prossimo anno di fare un salto di qualità anche nelle gare un pochino più impegnative.
Prima, Rachele, hai detto che è stato un anno per imparare, ed effettivamente qualcosa da migliorare c’è. Tu e Kool siete una coppia che funziona bene, ma c’è anche qualcosa da mettere a punto. In cosa dovete migliorare?
Premesso che ogni volata ha la sua storia, a mio parere abbiamo trovato molto velocemente il feeling. Charlotte si è fidata tanto di me e quindi è stato tutto semplice. Ma per questo è stato importante avere davanti a me Pfeiffer Georgi. Lei era la sua vecchia leadout e oggi è una guida abile ed esperta. Pfeiffer spesso e volentieri è stata davanti a me. Poi è capitato che provando tattiche diverse qualcosa non sia filato perfettamente. Ma dovendo sfidare la velocista più forte, ci sta che si provi qualcosa di diverso, che si provi ad inventare qualcosa. Mi rendo conto che dalla tv le volate sembrano tutte uguali, ma in realtà non è così.
Certo, magari anticipate, ritardate, o tu fai un buco…
Per esempio, a De Panne ma anche in altre gare, abbiamo dimostrato che quando vogliamo fare il treno e partiamo noi dalla testa, il treno funziona. Siamo veloci, riusciamo a stare davanti e mettiamo Charlotte nella posizione migliore per fare la volata. Poi, ripeto, ci troviamo contro un’atleta fortissima come la Wiebes e ci sta anche che se lasci la tua compagna in posizione perfetta non si riesca a vincere. Però questo non vuol dire che fai le cose fatte male o, al contrario, che se vinci non ci sia niente da migliorare.
Nel periodo delle classiche del Nord, Barbieri vive in Olanda in un appartamento messole a disposizione dal team (foto @tornanti_cc)Nel periodo delle classiche del Nord, Barbieri vive in Olanda in un appartamento messole a disposizione dal team (foto @tornanti_cc)
Rachele, hai parlato di nuova preparazione e nuovo preparatore. Per questo ruolo di leadout hai fatto qualcosa di specifico?
Ho cambiato completamente il modo di allenarmi e non solo per il ruolo di leadout. Prima facendo pista mi servivano cose un po’ diverse. Andando in pista, anche due volte a settimana, su strada lavoravo in modo diverso. Dovevo adattare il lavoro della strada a quello della pista. Adesso che la mia priorità è la strada ho molto più spazio per poter fare magari dei veri blocchi di lavoro in determinati periodi, o semplicemente fare più distanze, più lavori specifici.
E senti la differenza?
Ad inizio anno un po’ ho faticato. Ho avuto anche un problema alla schiena al primo ritiro e questo ha rallentato un po’ la mia preparazione. Poi però sono riuscita ad essere abbastanza costante, specie dall’italiano in poi. Sicuramente ho finito meglio di come ho iniziato, quindi spero che questo mi porti alla prossima stagione in condizioni migliori.
E infatti stavamo per dire che forse il vero cambiamento di questa rivoluzione lo noterai il prossimo anno. Dopo un vero riposo e una lunga stagione su strada con tante gare a tappe…
Esattamente. E poi non è da sottovalutare anche il fatto che il mio preparatore, essendo nuovo, aveva necessità di conoscermi prima di farmi fare determinati carichi. Un esempio semplice: con due allenamenti in pista già partivo con due allenamenti in meno su strada. Per una pistard come me aver fatto tante gare a tappe si è fatto sentire sicuramente, ma mi ha anche aiutato tanto. E infatti anche per questo sono contenta per l’off-season, ma ammetto anche che non vedo l’ora di iniziare la prossima stagione per mettermi alla prova.
Sei passata da una squadra olandese… a una squadra olandese. Che differenze ci sono? Parliamo anche di differenze concrete, come la casa, la sede del team…
Abbiamo la possibilità di vivere tutto l’anno in Olanda: ogni ragazza ha un appartamento a Sittard, vicino alla sede della squadra. Però io non vivo lì perché sono contenta di stare in Italia, anche per il clima. Ci resto fissa solo nel periodo delle classiche: è molto comodo e mi evita di fare avanti e indietro. Per il resto cosa dire: mi sono trovata molto bene anche in Liv, avevo un bellissimo rapporto con loro ed è stato anche difficile venire via. Mi sentivo a casa. Ma il progetto della DSM mi piaceva, volevo provare questa avventura. La DSM, essendo una squadra sia maschile che femminile, addirittura anche con il devo team, è molto più grande. Anche solo l’organizzazione dello staff è diversa. Prima c’era un rapporto po’ più familiare, di qua c’è più un sistema. Questa è la differenza più grande, poi in realtà il gruppo lo fanno gli atleti.
Si fa presto a dire giovane, però intanto il tempo passa come i chilometri e ti ritrovai ad averne 22 e sentirti vecchio. Se nel mezzo non ci sono stati i risultati che per primo ti aspettavi, allora l’idea di andare avanti perde fascino e ti ritrovi a pensare a una vita senza la bicicletta. E’ stato così che Andrea Montoli, che in vita sua aveva già sconfitto un linfoma, si è ritrovato davanti alla domanda che già di per sé poteva toglierti la voglia di andare avanti: noi ti teniamo, ma tu cosa vuoi fare?
La Biesse-Carrera lo avrebbe tenuto, dopo avergli proposto un bel calendario: migliore di quello dei primi anni. Il diesse Milesi conferma che il ragazzo vale, che ha classe, ma che il passaggio fra gli elite lo ha bloccato.
«Resta con noi e farà gruppo con i compagni – dice il tecnico bergamasco – ma non credo che ci ripenserà. Il suo problema è aver corso davvero poco i primi anni. Ma ormai ha preso la sua decisione ed è quella. Curerà i nostri social e porterà avanti gli studi, perché è bravo. Sapete quante squadre me lo hanno chiesto? Ma ha detto basta e così sarà…».
Nel 2020 Montoli vince il tricolore juniores a Montegrotto, davanti a Germani e Calì (photors.it)Nel 2020 Montoli vince il tricolore juniores a Montegrotto, davanti a Germani e Calì (photors.it)
Il sogno nel cassetto
Così Montoli si è guardato dentro, ha rimesso nel cassetto i sogni di junior tricolore con otto vittorie nei due anni, e si è rimboccato le maniche. Ha chiesto e ottenuto dalla Biesse-Carrera di occuparsi dei suoi social e intanto, girando le corse con la sua ultima squadra, porterà avanti gli studi in Scienza della Comunicazione. Magari con più impegno, sorride, di quello che riusciva a metterci da atleta.
«Sono tranquillo – dice – deciso dalla scelta che ho fatto. La squadra era disposta anche a tenermi, ma a luglio ho parlato con i miei genitori e le persone con cui ho più confidenza per avere più pareri possibili, anche se poi avrei scelto di testa mia. E alla fine ho deciso così. Il mio principale obiettivo era quello di passare professionista, ma vedendo l’andamento del ciclismo moderno, ho reputato che fare l’elite sarebbe stato poco motivante. Con la Biesse-Carrera avrei fatto un ottimo calendario anche tra i professionisti, ma lì è sempre difficile emergere e si sta andando sempre di più in cerca del super giovane. Non che io non lo sia più, ma per gli standard del ciclismo, iniziano a guardarmi con sufficienza».
D’Amato, Montoli, Arrighetti, Donati e il ds Nicoletti: la Biesse Carrera espugna il Liberazione 2024D’Amato, Montoli, Arrighetti, Donati e il ds Nicoletti: la Biesse Carrera espugna il Liberazione 2024
Secondo a Caracalla
Il suo ultimo ricordo felice in sella alla bici è probabilmente il secondo posto al Gran Premio Liberazione alle spalle del compagno di squadra Donati, partito alla volta del devo team della Red Bull-Bora. Chissà se le parti invertite avrebbero cambiato qualcosa. Non lo sapremo mai.
«Pur avendo in testa questa scelta – racconta – andavo alle corse cercando sempre di fare una buona prestazione e sperando nella chiamata di qualcuno. Il sogno se ne è andato definitivamente il 20 ottobre, dopo la Veneto Classic. E’ la fine di una carriera e l’inizio di una nuova vita. Non lascio la bici con rabbia, ma consapevole di aver dato al gruppo e al ciclismo qualcosa di me, dei miei atteggiamenti allegri, della mia leggerezza. Sono stati anni belli. La malattia è stata lo spartiacque, ma fortunatamente è andata bene e ho potuto proseguire questa strada. Da junior vincevo, poi sono passato alla Eolo U23 e ho pagato un po’ la carenza di corse nel primo anno, forse anche il fatto che fosse tutto nuovo. Alla fine sono stati anche anni difficili, perché faticavo ad arrivare alla vittoria. L’unica è venuta nel 2022 in una tappa della Vuelta Valencia. Diciamo che quel periodo mi è servito soprattutto per imparare lo spagnolo, con cui ora mi faccio capire. Poi alla Biesse-Carrera mi hanno trattato davvero bene e, pur non vincendo, nelle internazionali sono arrivato spesso davanti».
Nel 2022 Montoli corre da stagista la Coppa Agostoni. Sembrava destinato a passare nel 2024Nel 2022 Montoli corre da stagista la Coppa Agostoni. Sembrava destinato a passare nel 2024
Il cammino interrotto
Resta il senso di un cammino che si è interrotto, spesso anche per un pizzico di sfortuna. E restano i sogni del ragazzino pescato nel mazzo da Ivan Basso, che nonostante le belle parole del varesino, non hanno avuto un seguito.
«Da più giovane, penso di aver sempre avuto una bella visione di corsa – dice – ma nei professionisti sono riuscito raramente a prendere la fuga buona. Piuttosto provavo, mi riprendevano e appena mi rialzavo o andavo un po’ dietro, andava via quella giusta. A volte mi è capitato di spegnermi nel finale, ma in certe corse sai che ti manca qualcosa. Quando Basso mi ha chiamato, è stato bello. Ho sempre cercato di essere professionale nei suoi confronti, però a quanto pare non sono stato premiato. Quando gli dissi la mia intenzione di passare alla Biesse-Carrera, disse che mi avrebbe seguito, ma ci siamo persi di vista. Comunque ringrazio il ciclismo per avermi fatto crescere come atleta e come persona. E ringrazio anche i miei compagni di squadra e anche gli avversari. Nonostante il finale, il ciclismo resta una parte importante della mia vita».
Remco Evenepoel va a casa dopo la caduta di Sega di Ala, ma la scelta di portarlo al Giro fa acqua da dovunque la si guardi. Ne abbiamo parlato con Damiani
Il rapporto tra il CTF Victorious e la Bahrain Victorious ha creato un canale di collaborazione e lavoro reciproco sempre più forte negli anni. Tanti ragazzi sono passati dal team continental friulano alla formazione WorldTour. Nel 2023 sono due quelli arrivati nel professionismo grazie a questo binomio: Alberto Bruttomesso e Nicolò Buratti, mentre l’anno precedente era toccato a Fran Miholjevic. A fine 2024 saranno tre i corridori che arriveranno nel mondo dei grandi: Daniel Skerl, Max Van Der Meulen e Zak Erzen.
Daniel Skerl dopo tre anni saluta il CTF e passerà professionista (photors.it)Daniel Skerl dopo tre anni saluta il CTF e passerà professionista (photors.it)
Al lavoro per il futuro
Daniel Skerl, velocista triestino dalle origini multietniche, si è guadagnato questa occasione con la fatica e l’impegno messo nei tre anni corsi alla corte di Renzo Boscolo. Un segno di grande fiducia nelle sue potenzialità e qualità. Skerl continuerà il cammino iniziato al CTF Friuli nel 2022 (in apertura la vittoria al GP Misano 100, foto ufficio stampa CTF). Con lui ha lavorato a stretto contatto Andrea Fusaz, preparatore del team friulano, che se lo ritroverà anche alla Bahrain Victorious.
«Skerl – spiega Fusaz – ha raccolto più nel 2023 che in questa stagione, a livello di risultati. Quest’anno ha avuto diversi intoppi che gli hanno impedito di essere al meglio. Ha iniziato con un problema al ginocchio, mentre in primavera alcuni malanni lo hanno rallentato. Poi, come abbiamo fatto spesso con i ragazzi che sapevamo sarebbero passati professionisti l’anno dopo, lo abbiamo fatto correre in gare differenti da quelle nelle sue corde. Un modo per abituarlo a ciò che troverà nel mondo dei professionisti. Nel 2023 abbiamo fatto lo stesso con Alberto Bruttomesso. Questi ragazzi hanno corso in appuntamenti diversi per aumentare la loro cilindrata e i giri del motore».
Qui alla Ronde de l’Oise nella quale ha vinto una tappa e la classifica di miglior giovaneQui alla Ronde de l’Oise nella quale ha vinto una tappa e la classifica di miglior giovane
Skerl nei suoi tre anni non ha ottenuto risultati di grande rilievo…
Anche da junior ha vinto meno del previsto, ma da under 23 ha fatto una crescita a livello di numeri molto importante ma costante. Nel 2024 sapevamo che avremmo dovuto lavorare di più sul piano mentale e fisico. Skerl dovrà crescere ancora, soprattutto negli sforzi prolungati e lo farà sicuramente. Penso che potrà dire la sua negli sprint, ha le caratteristiche giuste.
Quindi i suoi dati vi hanno spinto a fare questo salto?
A numeri non deve invidiare nessuno, poi l’atleta si vede anche nei momenti di gara, come gestisce la pressione e la vita fuori dalla bici. Il ragazzo ha 21 anni, dovrà trovare il suo equilibrio per avere la giusta serenità e confidenza nei propri mezzi. Poi c’è da dire una cosa.
Skerl nel 2024 si è messo alla prova su terreni diversi e più impegnativi, una antipasto di quanto troverà nel WT (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)Skerl nel 2024 si è messo alla prova su terreni diversi e più impegnativi, una antipasto di quanto troverà nel WT (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Quale?
Che il salto di categoria è sempre un passo al buio. Tanto dipende dalla personalità del corridore e se sente o meno la pressione. Nel momento in cui si entra in una nuova dimensione non è facile. Lo stesso si può dire per Milan: al secondo anno da professionista si vedeva potesse fare ciò che ha fatto quest’anno. Solo che oltre al fisico e alla forza serve una maturazione mentale e psicologica. Le risposte dall’atleta devono arrivare anche dalla testa oltre che dalle gambe.
Sappiamo che al CTF difficilmente si lavora con i quarti anni, questo ha influito sul passaggio di Skerl?
Abbiamo ritenuto il ragazzo pronto per passare con i professionisti. Il nostro percorso di crescita prevede che dopo due anni di lavoro si hanno due opzioni: o hai capito e assimilato il nostro metodo oppure no. Ci sono dei valori e dei principi che vogliamo trasmettere e se non riusciamo, o non vengono assimilati, è inutile insistere. Poi ci riserviamo di attendere un anno in più perché ci possono essere complicazioni o rallentamenti. Ma diciamo che tre anni, di default, vanno bene.
Dopo quasi 70 anni Trieste ritrova un corridore nel professionismo, Skerl può essere d’ispirazione per tanti giovaniDopo quasi 70 anni Trieste ritrova un corridore nel professionismo, Skerl può essere d’ispirazione per tanti giovani
Quindi era impensabile lasciare Skerl un anno in più negli U23?
Sì, perché il rischio è di avere ridondanza nel sistema di allenamento e di crescita. Noi nel 90 per cento dei casi tiriamo fuori il massimo dall’atleta in tre anni. Considerando che Skerl ha fatto un percorso lineare con noi, abbiamo pensato fosse giunto al termine.
Meglio quindi farlo passare e proporgli un cammino come quello di Bruttomesso?
Sì. Crediamo sia meglio entrare con i giusti passi nella categoria superiore, dove non ci sono livelli al di sopra. I ragazzi arrivano nel professionismo e fanno le gare che servono loro per crescere. Questo permette loro di fare la giusta crescita fisica e mentale: acquisiscono dimestichezza, fiducia e i movimenti da fare in gruppo.
Sara Casasolanon è la prima italiana andata a correre in un grande team straniero di ciclocross. Anzi, ha avuto un illustre predecessore in Alice Maria Arzuffi, che ha vissuto per ben 4 anni in Belgio alla 777 che altri non è se non la stessa Crelan Corendon, la formazione di Sara quando però non aveva le stesse credenziali di adesso.
La Arzuffi con la maglia 777, sponsor diverso ma stesso team della Casasola. Un’esperienza controversaLa Arzuffi con la maglia 777, sponsor diverso ma stesso team della Casasola. Un’esperienza controversa
Alice ormai è abbastanza lontana dall’attività sui prati, se non per qualche sporadica apparizione durante la sua preparazione invernale anche per romperne la monotonia, ma ricorda bene quegli anni, con sentimenti contrastanti: «Sapevo che prima o poi sarei dovuta tornare a occuparmene – afferma con un sorriso amaro – perché la mia esperienza in quella squadra ha avuto due facce».
Racconta…
Se devo giudicare i primi due anni, non posso dire davvero nulla. E’ stata un’esperienza molto formativa, non solo dal punto di vista tecnico perché ho imparato tante cose, tanto per cominciare l’utilizzo assiduo dell’inglese, io che come tanti avevo un uso scolastico. Ora ormai parlo inglese per il 50 per cento della mia giornata e lo devo a quell’esperienza, senza avere paura di sbagliare, intessendo contatti umani anche grazie ai piccoli errori.
Alice Maria Arzuffi ha corso in Belgio dal 2017 al 2021, conquistando anche 2 vittorie nel SuperprestigeAlice Maria Arzuffi ha corso in Belgio dal 2017 al 2021, conquistando anche 2 vittorie nel Superprestige
Come ci arrivasti?
Tramite Scottiche al tempo era cittì della nazionale e sapeva che volevo provare ad affrontare un’esperienza internazionale a tutto tondo, correndo nella patria del ciclocross. Io venivo dalla realtà di Guerciottiche era – ed è – leader in Italia, ma sapevo che correndo sul posto sarebbe stato tutto diverso. Mi accorsi quanto fosse importante viverlo, parlando di tecnica, conoscenza della bici, l’abitudine al fango e al cattivo tempo. Furono due anni stupendi, ma due…
Poi che successe?
Dopo divenne una sofferenza, perché non venivano incontro alle mie esigenze, ma direi alle esigenze di chi è straniero in terra belga. Ero espiantata dalle mie radici, soffrivo la lontananza da casa nella quotidianità, non trovavo comprensione nella nostra realtà e nei nostri sacrifici. Io vivevo da sola in un paesino sperduto, nella casa messa da loro a disposizione e la solitudine divenne pesante. Loro si mettevano sempre di traverso se volevo tornare a casa perché dicevano che lì avevo tutto.
Sara Casasola si sta già mettendo in luce nel nuovo team. Qui seconda a Essen dietro la Norbert RiberolleSara Casasola si sta già mettendo in luce nel nuovo team. Qui seconda a Essen dietro la Norbert Riberolle
Pensi che con la crescita del team, diventato oggi un riferimento assoluto sia fra gli uomini che fra le donne, le cose siano cambiate?
Voglio sperarlo, anche perché al tempo io mi trovavo a fare un po’ di tutto. Dovevo curare le iscrizioni alle gare, fare le prenotazioni per l’albergo, curare gli orari di partenza e organizzare tutta la trasferta per il nostro camper, quindi io e altre due persone. Non erano questi i miei compiti, erano distrazioni dall’attività che la rendevano molto più complicata.
Secondo te quella della Casasola è una scelta giusta?
Io penso proprio di sì, come anche quella della Baroni, perché da quelle parti vivi veramente il ciclocross. Se ha fatto questa scelta è perché vuole migliorare davvero, credo che stando sul posto potrà crescere tanto. Ci sarà da fare i conti con il maggiore stress perché lì il ciclocross è vissuto con una passione quasi calcistica. Spero soprattutto che anche la gestione del team sia cambiata, sia cresciuta, tenga conto anche delle diverse esigenze di ogni tesserato, perché un corridore di casa non è la stessa cosa di chi viene da lontano.
Anche Francesca Baroni sta facendo la sua carriera in Belgio, alla Proximus Cyclis AlphamotorhomesAnche Francesca Baroni sta facendo la sua carriera in Belgio, alla Proximus Cyclis Alphamotorhomes
Secondo te, che hai adesso anche vasta esperienza nel ciclismo su strada, c’è una disparità di trattamento nei team fra i corridori di casa e gli stranieri?
Parliamoci chiaro, un pochino è anche normale, succede anche da noi in Italia. Nella Ceratizit posso dire che ci sono solamente tre atlete tedesche che non sono di primo livello su strada, mentre sono molto forti su pista, ma vedo in giro che è sempre un po’ così. Poi comunque quel che conta sono i risultati e chi ne porta di più. Contano il lavoro e l’impegno che ognuno ci mette a prescindere dal passaporto. Sinceramente questo problema non me lo sono mai posto.
Quando ad aprile Specialized gli ha comunicato che a fine anno il suo contratto non sarebbe stato rinnovato, Gian Paolo Mondini si è trovato come chiunque perda il lavoro degli ultimi 14 anni e debba ricostruirsi una vita. Fortunatamente però il romagnolo, che dopo aver smesso di correre si è laureato in psicologia e non ha mai chiuso in modo fragoroso le porte dietro di sé, non ha dovuto aspettare molto per trovare un’altra strada.
«Conoscete qualcuno nel ciclismo – dice con un sorriso – che pensi che i contratti durino a vita? Mi sono sempre guardato in giro, pensando di dover avere un piano B e un piano C. Ultimamente mi ero accorto che cominciavo a fare sempre le stesse cose. Gli spunti che davo non erano più recepiti, quindi effettivamente può darsi che fossi arrivato a un punto di non ritorno e fosse necessario cambiare qualcosa».
L’occasione gliel’ha data Danny Stam, team manager del Team SD Worx-Protime, la squadra della neo campionessa del mondo Lotte Kopecky, della partente Demi Vollering e di Lorena Wiebes, oltre che di Elena Cecchini, Barbara Guarischi e Anna Van der Breggen che torna a correre. La squadra ha bici Specialized, Mondini ha avuto con loro frequentissimi rapporti di lavoro. Saputo che fosse su piazza, Stam non ha perso tempo.
E’ stato Danny Stam, team manager della squadra olandese, a contattare Mondini (foto SD Worx-Protime)E’ stato Danny Stam, team manager della squadra olandese, a contattare Mondini (foto SD Worx-Protime)
Come è andata?
Ho comunicato subito alle squadre con le quali collaboravo che non avrei più lavorato con Specialized. Danny mi ha chiamato il giorno dopo e ha detto di volermi parlare. Io stavo facendo una piccola… vacanza al Giro di Sardegna cicloturistico e lui mi ha chiesto di raggiungerlo alla Vuelta che stavano vincendo con Demi Vollering. Mi ha preso il biglietto, ci siamo incontrati e il loro entusiasmo mi ha subito conquistato.
E’ un ruolo che ti aspettavi?
Era quello cui pensavo quando smisi di correre e decisi di fare Psicologia all’Università. Un ruolo di supporto ai team, che adesso avrei potuto riprendere, avendo in più 14 anni di esperienza sui materiali e sulla performance. Ho pensato che fosse l’occasione giusta. In questi anni con gli atleti ho avuto un rapporto molto aperto e sincero. Ascoltavo le loro esigenze e le trasmettevo all’azienda, cercando di aiutarli a trovare la giusta combinazione tra i vari materiali. Solo per il discorso scarpe, ho seguito quasi 200 corridori. Più tutti i test che abbiamo fatto sugli pneumatici e quelli in velodromo per l’aerodinamica. E’ stato un lavoro veramente ampio, che mi ha dato una bella mano per guardare avanti.
Ci si poteva aspettare che la prima mossa la facesse la SD Worx?
In realtà mi ha colpito. Danny lo conosco da 10-12 anni. Abbiamo più o meno la stessa età, abbiamo fatto entrambi i corridori. L’ho sempre ammirato perché è riuscito sempre a gestire nella stessa squadra delle ragazze di alto livello, senza che si siano mai visti degli screzi. Quello che è stato detto sui presunti dissidi con Demi Vollering che va via è stato pretestuoso. E’ una lettura che lascia il tempo che trova. Danny è riuscito nuovamente a ottenere risultati impressionanti. Da due anni, quanto a vittorie sono stati secondi solo alla UAE Emirates di Pogacar. Facendo notare che le donne non corrono quanto gli uomini e come organico sono la metà.
Vollering, Kopecky, Wiebes: per Mondini, la SD Worx-Protime è un modello di collaborazione fra grandi atleteVollering, Kopecky, Wiebes: la SD Worx-Protime è un modello di collaborazione fra grandi atlete
Che cosa ti ha detto Stam alla Vuelta?
Che sarei stato la persona giusta. Uno che conosce il mondo delle corse, conosce i materiali e può dare qualcosa in più al team. Io chiaramente ho detto quali sono stati i miei studi e quello che vorrei fare, aggiungendo che sono ancora uno sportivo attivo.
Un valore aggiunto?
Non è una cosa da poco. Quando parli con gli atleti, non puoi spiegare una bici o delle ruote se non conosci esattamente ciò di cui parli. Danny si allena con la squadra in tutti i training camp invernali. E’ il momento migliore per avvicinarsi agli atleti, mentre nelle squadre maschili il fatto che un direttore sportivo esca con i suoi atleti viene visto male. Secondo me è sbagliato, è una cosa che aiuta molto perché l’atleta si apre di più. E tu magari riesci a vedere qualche errore di impostazione in bici, una posizione sbagliata sulla sella, uno scivolamento che magari non avevi notato mentre facevi la biomeccanica.
Poi c’è anche il fatto che in bici si parla meglio che a tavolino, no?
Tutti sanno che in bici viene più facile confidare dei segreti. La pedalata è un elemento che aiuta a tirar fuori emozioni che normalmente tieni dentro. E’ veramente uno sport introspettivo, tanto che molti vanno in bici perché li aiuta a pensare alle loro cose. Non mi metterò a fare sedute individuali: se un atleta ha bisogno di fare un percorso di psicoterapia, serve un ambiente dedicato. In una squadra bisogna individuare degli obiettivi comuni. Parlare tutti la stessa lingua. Fare formazione. Aiutare gli atleti a capire come gestire le emozioni e preparare le corse. E’ qualcosa che abbiamo un po’ perso, perché abbiamo la tendenza a imboccare gli atleti con qualsiasi cosa. Quante calorie devi mangiare, quanto allenamento devi fare, a che ora devi partire, la valigia…
Due settimane fa, Mondini ha partecipato al campionato europeo gravelDue settimane fa, Mondini ha partecipato al campionato europeo gravel
E non va bene?
Diamogli la possibilità di autogestirsi. Quando sono a casa, come agiscono? Come riescono a organizzare la loro giornata? Molti non lo fanno, non sono capaci. Dobbiamo riuscire a fare un passo indietro e dargli questo tipo di supporto. Dobbiamo insegnargli a gestire gli imprevisti, che invece spesso creano direttamente una situazione di panico e il panico in corsa è molto pericoloso. Puoi creare una caduta o ti fa arrendere perché pensi che una situazione sia irrecuperabile. Sarebbe importante approfondire questi temi e lavorare sul gruppo, comprendendo tutti gli elementi del team.
Anche lo staff?
Il direttore sportivo deve essere motivante. Il meccanico a volte se ne esce con dei commenti non proprio felici, davanti ai quali alcune persone si possono anche offendere o pensare di non essere accolte. Invece è fondamentale che il corridore sia libero di dire le cose, se ha dei dubbi sul materiale. Il meccanico deve essere paziente e accogliere la sua curiosità.
Sarai anche un direttore sportivo sull’ammiraglia?
Certo, perché Anna van der Breggen torna in bici, quindi si è liberato un posto. Però mi dedicherò anche ai materiali, aiuterò i meccanici nella preparazione della bici e gli atleti nelle scelte. Comunque sempre in accordo con Danny. Lui mi chiede una mano ed è contento che io gestisca questa situazione, perché comunque lui deve seguire anche tutto il resto.
Van der Breggen, qui con il general manager Janssen, tornerà a indossare i panni dell’atletaVan der Breggen, qui con il general manager Janssen, tornerà a indossare i panni dell’atleta
Al mosaico manca solo l’esame da direttore sportivo all’UCI?
Esatto. Il capitolo ammiraglia per me è completamente nuovo e devo imparare da zero. A parte le volte che ho guidato per aiutare dei direttori in qualche crono, altra esperienza non ho. Negli ultimi 14 anni ho fatto 200 giornate per stagione dietro ai corridori. So cos’è il mondo delle corse, però credo che la gara in ammiraglia abbia delle dinamiche che molti sottovalutano. Devo rimettermi a studiare, ma questo non mi ha mai fatto paura. Perciò adesso che è arrivato l’annuncio ufficiale, si comincia finalmente a lavorare.