Adrià Pericas: un altro talento spagnolo scovato da Matxin

28.07.2025
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SAINT PIERRE – La pioggia batte forte sul tendone del bus del UAE Team Emirates, i ragazzi della formazione emiratina under 23 scendono dalle scalette coperti e con grandi occhiali dalle lenti trasparenti. Adrià Pericas si muove silenzioso controllando ogni movimento con lo sguardo concentrato. Ha occhi piccoli e verdi, lo spagnolo, che brillano ma non lasciano trasparire alcuna emozione. E’ un altro dei talenti iberici scovati dalla UAE, arrivato nel devo team quest’anno dopo che tra gli juniores ha raccolto vittorie in ogni angolo della Spagna e non solo (in apertura foto Guillem Riera Alvaro). 

Adrià Pericas, UAE Team Emirates Gen Z, Giro Ciclistico della Valle d’Aosta 2025
Adrià Pericas, UAE Team Emirates Gen Z, Giro Ciclistico della Valle d’Aosta 2025
Come sei arrivato al UAE Team Emirates Gen Z?

Mi ha portato qui Matxin (Joxean Matxin Fernandez, sport director della UAE, ndr). L’ho conosciuto due anni fa, quando la Vuelta Espana è passata da casa mia, vicino a Barcellona. Ho avuto subito un buon feeling con lui e quando mi ha contattato per venire nel devo team ho accettato subito. 

Di cosa avete parlato?

Di tante cose, ma soprattutto del progetto che lui aveva in mente per me. Entrare nel team e crescere in maniera graduale, piano piano. Ma la cosa più importante rimane imparare e disfrutar (godersi, ndr) questo sport. 

Nei due anni da junior hai vinto tanto, correndo in tante gare a tappe.

Mettersi alla prova in diverse gare del genere aiuta tanto a crescere, questo sicuramente. Inoltre anche la nazionale ci dà una grande mano portandoci spesso in competizioni internazionali. 

Adrià Pericas ha partecipato al Giro Next Gen 2025, chiudendo al settimo posto
Adrià Pericas ha partecipato al Giro Next Gen 2025, chiudendo al settimo posto
Come si inizia ad andare in bici vicino a Barcellona?

La mia famiglia è appassionata di ciclismo, mio padre ha sempre pedalato in mountain bike, ma senza mai gareggiare. L’ho seguito fin da quando ero piccolo, ma anche io non ho mai corso. 

Quando hai iniziato a gareggiare?

Un giorno ho provato ad andare in una scuola di ciclismo vicino a casa. Lì ho scoperto la passione per le corse su strada, fino ad allora avevo solo usato la mountain bike. Mi sono iscritto quando ero U17 (categoria allievi, ndr). 

Adrià Pericas ed Enea Sambinello, qui al Giro Ciclistico della Valle d’Aosta 2025
Adrià Pericas ed Enea Sambinello, qui al Giro Ciclistico della Valle d’Aosta 2025
Un percorso diverso dagli altri…

Non mi interessava tanto correre prima di allora. Avevo preso parte a qualche gara ma senza molta convinzione. Mi piaceva andare in bici ma solamente come passatempo da fare insieme a mio padre. 

Come ti sei convinto a gareggiare?

Credo che mio padre abbia provato a iscrivermi a una corsa perché aveva visto che andavo forte. L’esordio è andato bene, non chiedetemi se ho vinto perché non lo ricordo ma mi sono divertito. 

Al Giro Next Gen, Pericas ha collezionato due terzi posti: al Passo Maniva e a Prato Nevoso
Al Giro Next Gen, Pericas ha collezionato due terzi posti: al Passo Maniva e a Prato Nevoso
Tanto da arrivare nel vivaio più ambito al mondo, come ti trovi?

Benissimo. Lo staff è composto da bellissime persone con le quali è divertente lavorare e passare il tempo. Il mio preparatore è Giacomo Notari, anche con lui mi trovo bene perché oltre agli allenamenti ci chiama spesso per sapere come stiamo e come procedono le cose. 

E cosa fa Pericas quando non corre in bici? Qual è la tua altre passioni ne hai?

Adesso non ho altre passioni o hobby, voglio solo andare in bici e pensare a fare il meglio possibile.

Alla fine del viaggio, il bicchiere mezzo pieno di Vingegaard

28.07.2025
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Di nuovo secondo sul podio di Parigi, Jonas Vingegaard ha trascorso chilometri e chilometri alle spalle di Pogacar e parecchio tempo a dichiarare improbabili strategie. Dato che nessuno alla Visma-Lease a Bike ha mai descritto il dettaglio del piano, la supposizione più coerente con quanto si è visto è che il programma mirasse a stancare Pogacar. Lo hanno tenuto sotto pressione dal primo giorno, esposto a tensioni e attacchi. E anche se alla fine lo sloveno ha portato a casa il quarto Tour, non c’è dubbio che sia arrivato in fondo con le energie agli sgoccioli, come egli stesso ha ammesso ieri dopo la vittoria.

Vingegaard ci ha provato. Non tanto quanto sarebbe servito, ma se alla fine Van Aert è riuscito a staccare Pogacar a Parigi, è stato perché Tadej è arrivato all’ultima tappa obiettivamente stanco. Se non fosse accaduto che anche il danese è arrivato in fondo senza gambe, il piano avrebbe dato i frutti sperati. La sua Grande Boucle non è stata semplice, iniziata fra le polemiche per le dichiarazioni di sua moglie e il consiglio di Bjarne Riis che lo vedrebbe meglio ormai in un’altra squadra.

«In alcune tappe – dice il danese, in apertura con la famiglia al via dell’ultima tappa – ho raggiunto delle prestazioni di altissimo livello. In altre tappe, ho avuto la mia prestazione più bassa da diversi anni. Quindi questo Tour conferma che sono stato il miglior Jonas di sempre, ma anche che posso avere giornate negative».

Gli attacchi più decisi di Vingegaard sono venuti sul Mont Ventoux, in uno dei giorno meno brillanti di Pogacar
Gli attacchi più decisi di Vingegaard sono venuti sul Mont Ventoux, in uno dei giorno meno brillanti di Pogacar

Le pedivelle corte

Cercando una maniera per venire a capo dello strapotere di Pogacar, quest’anno Vingegaard ha sostituito le sue pedivelle da 172 mm con altre da 160 mm per le tappe su strada e 150 mm per le cronometro.

«In questo Tour, Jonas era quello con le pedivelle più corte – ha detto a L’Equipe Mathieu Heijboer, direttore delle prestazioni di Visma-Lease a Bike – ma ci sono stati altri corridori con le stesse misure. Sapevamo già che le pedivelle più corte sono probabilmente più efficienti, ma la maggior parte dei corridori non era aperta al cambiamento. Poi alcuni hanno deciso di provare e questo ha creato l’opportunità anche ad altri».

Aver visto Pogacar, passato dalle 172,5 alle 165, ha fatto sì che Vingegaard abbia accettato di sottoporsi a dei test fuori stagione e poi apportare un cambiamento radicale. Il danese è uno dei corridori con la più elevata cadenza di pedalata e inizialmente le pedivelle più corte rendevano la sua cadenza ancora più alta. Per questo ha optato per le 160 mm su strada, lasciando le più… audaci 150 per la crono, in cui ha fatto meglio di Evenepoel. Con la pratica, ha dunque iniziato a usare un dente in meno e quindi un rapporto più lungo. Grazie a questo, Vingegaard si è dimostrato più forte che in passato sulle salite più impegnative. Si è avvicinato (lo scorso anno perse per 6’17”, quest’anno il passivo è stato di 4’24”), ma non è bastato.

A La Plagne, i tre del podio sono arrivati insieme e Vingegaard ha battuto Pogacar nello sprint ristretto
A La Plagne, i tre del podio sono arrivati insieme e Vingegaard ha battuto Pogacar nello sprint ristretto

Obiettivo Vuelta

Così, mentre Pogacar ha fatto dubitare della sua partecipazione alla Vuelta (la UAE Emirates annuncerà la formazione nei prossimi giorni), Vingegaard guarda al futuro senza entrare troppo nei dettagli, ma confermando che il Tour, così com’è, sta diventando un’ossessione.

«Ho sempre detto – spiega – che mi piacerebbe partecipare al Giro un giorno. Non dico che sarà già l’anno prossimo, ma dobbiamo discuterne con la squadra. Faremo i nostri piani quest’inverno e vedremo. Innanzitutto ora avrò una settimana più o meno rilassata prima di ricominciare ad allenarmi. Si tratterà principalmente di aspettare di sentirmi di nuovo fresco. Poi avremo solo due settimane e mezzo di allenamento, il che non… lascia molto tempo. Però l’ho fatto due anni fa ed è andata abbastanza bene (nel 2023, Jonas chiuse la Vuelta al 2° posto dietro al compagno di squadra Sepp Kuss, ndr). Spero di riuscire a farlo ancora».

Il quarto Tour di Pogacar: non il più bello, ma certo il più faticoso

27.07.2025
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Ha capito di poter vincere il Tour dopo la vittoria al Mur de Bretagne, poi ha chiuso il discorso sui Pirenei. Tolto il primo conquistato nell’ultima cronoscalata, i tre Tour successivi di Tadej Pogacar si sono risolti nella seconda settimana. Difficile dire se sia per uno schema o per caso, ma di certo anche questa volta sui Pirenei ha imposto l’inchino a tutti i rivali, presentandosi al gran finale forse con le gambe più stanche del solito.

Nell’ultima tappa di Parigi, dopo non essere parso brillantissimo nelle ultime tappe di montagna prive di grandi attacchi, il campione del mondo in maglia gialla ha riscoperto il gusto sbarazzino della sfida. Ha fatto il diavolo a quattro sulla salita di Montmartre e solo alla fine si è arreso alle grande voglia di Wout Van Aert. Ci fosse stato anche Van der Poel, avremmo avuto la sensazione di essere tornati per pochi minuti sui viottoli del Giro delle Fiandre. Il divertimento a un certo livello è una componente decisiva.

«Mi sono ritrovato davanti – racconta – anche se forse non avevo davvero l’energia per vincere. Sono stato davvero felice che abbiano neutralizzato i tempi della classifica generale, così ho potuto correre più rilassato. Serviva solo avere buone gambe per essere davanti e mi sono ritrovato testa a testa con Wout Van Aert. Lui è stato incredibilmente forte, ha vinto con tutto il merito, ma alla fine è stata una tappa davvero bella».

Piegato da Van Aert a Montmartre, Pogacar sfila sui Campi Elisi che lo applaudono
Piegato da Van Aert a Montmartre, Pogacar sfila sui Campi Elisi che lo applaudono

La spinta di Vingegaard

Pogacar vince il Tour contro la Visma Lease a Bike e l’ombra di un piano che non si è mai visto del tutto. Eppure, rileggendo le tappe e guardando negli occhi lo sfinito sloveno, il piano di tenerlo sempre sotto pressione ha parzialmente colto nel segno. Il Tadej sfinito di fine Tour ha pagato certamente l’aggressività della squadra olandese. E anche se Vingegaard non è mai riuscito a staccarlo né a metterlo in difficoltà, di certo la sua presenza nella scia non ha mai permesso alla maglia gialla di abbassare la guardia.

«Sono senza parole per aver vinto il quarto Tour de France – commenta Pogacar – è una sensazione particolarmente fantastica. Penso che la vittoria sia da dividere con la squadra. Abbiamo avuto per tutto il tempo un’atmosfera fantastica, un grande spirito. Ho avuto modo di parlare con Vingegaard stamattina nel tratto neutralizzato prima del via. Ci siano detti quanto sia cambiato il ciclismo rispetto a cinque anni fa, quando ci siamo affrontati per la prima volta. Abbiamo alzato l’uno il livello dell’altro. Ci siamo spinti al limite e abbiamo cercato di batterci a vicenda. Lottare contro Jonas è stata nuovamente un’esperienza dura, ma gli devo rispetto e grandi congratulazioni per il suo impegno».

Pogacar rivendica la vittoria come una grande impresa della sua UAE Emirates
Pogacar rivendica la vittoria come una grande impresa della sua UAE Emirates

Semplicemente stanco

Il terzo posto di Lipowitz, il quarto di Onley, poi Gall, Johannessen e Vauquelin segnalano un’ondata di nuovi talenti in arrivo. Si è sottratto alla lotta Remco Evenepoel, ritirato prima di mettere le ruote sul Tourmalet. Tutti, chi prima e chi dopo, sfilano accanto alla maglia gialla attorno cui si è formato il capannello dei suoi più fedeli, fra cui l’immancabile Urska.

«Ho ancora degli obiettivi da qui alla fine della stagione – dice Tadej senza aprire né chiudere la porta sulla Vuelta – ma non mancano molte gare. Ho bisogno di recuperare perché è stato uno dei Tour più difficili da correre, per tutti nel gruppo. Dalla prima all’ultima tappa, abbiamo corso al massimo, ogni giorno. Non ci sono state giornate facili e abbiamo messo a dura prova il nostro corpo. La tappa di La Plagne è stata molto difficile. Ero esausto e la gente non mi ha visto felice come al solito. Ma mi sembra normale non avere un gran sorriso ed essere felice ogni giorno. A volte non si è al meglio, si potrebbe attraversare un periodo difficile.

«Sono stanco. Se non lo fossi dopo 21 giorni di gara, ci sarebbe qualcosa che non va. Immagino che tutti siano esausti, anche voi giornalisti, dopo tre settimane di corsa in zone miste, in sala stampa, come tutti coloro che partecipano al Tour. Quindi, penso che anche i corridori abbiano il diritto di essere stanchi. Ma mentalmente sono ancora in ottima forma (sorride, ndr)».

Il bacio di Urska dopo la vittoria nel quarto Tour
Il bacio di Urska dopo la vittoria nel quarto Tour

Il sogno della Roubaix

E’ sempre difficile chiedere a un atleta il bilancio di una corsa appena conclusa. Se appare frastornato Jonathan Milan con la conquista della maglia verde, figurarsi Pogacar che è passato in un tritacarne di sollecitazioni al massimo livello prima di poter dire che sia davvero finita. Eppure capisci anche che essere costretto a inseguire sempre e soltanto il Tour non lo trovi così divertente.

«La prima settimana – dice – non è stata divertente. Le tappe sono state frenetiche e brutali anche per gli uomini di classifica. Dovevi essere super concentrato e motivato. Ci sono stati tantissimi attacchi, soprattutto da parte della Visma: è stata una settimana davvero difficile. Anche senza le montagne, ci sono state sempre delle insidie. Ora però è il momento di festeggiare. Per me significa avere una settimana di pace con un meteo migliore di qui. Voglio godermi semplicemente qualche giorno di tranquillità a casa. Poi correrò il Criterium di Komenda a casa mia il 9 agosto e poi penserò alla prossima stagione.

«Soprattutto la Parigi-Roubaix, che voglio vincere. Quest’anno, alla mia prima partecipazione, ho trovato questa corsa pazzesca, voglio tornarci. E penso che tornerò al Tour anche il prossimo anno. Mi piacerebbe saltarlo per una stagione, per provare altre corse, ma so che sarà difficile. Ho dimostrato a me stesso di poter raggiungere grandi risultati. Ora cerco di concentrarmi su altre cose della mia vita, continuando a godermi il ciclismo. E se dovessi battere qualche record storico, come quello dei cinque Tour, sarebbe fantastico, ma non è questo il mio obiettivo».

La tattica della Visma

Lo chiamano per la premiazione, sui Campi Elisi si allungano le ombre e i dintorni. Era il 27 luglio anche quando nel 2014 su quel gradino salì un commosso Vincenzo Nibali. E mentre il ricordo ci riempie di orgoglio sia pure a distanza di così tanto tempo, riflettiamo che al netto dei commenti entusiastici davanti alla bellezza di gesti atletici così sublimi, non è stato il Tour più bello cui abbiamo assistito. Difficile dire se per il suo livello stellare o per quello inferiore dei rivali.

La sensazione a partire dal secondo riposo è che Pogacar abbia dovuto fare i conti con un qualche acciacco che gli ha impedito di rendere come avrebbe voluto. Ugualmente ha vinto il quarto Tour attaccando a fondo a Hautacam e poi nel giorno di Peyragudes. La tattica Visma lo ha stancato, ma Vingegaard non è bastato. Chissà chi dei due avrà ancora margini da scoprire per un futuro lontano che in qualche modo già bussa.

Parigi. Il circuito “olimpico” e la firma di Wout

27.07.2025
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Da Parigi a Parigi. Dalle Olimpiadi dell’anno scorso al Tour de France di quest’anno, le emozioni e lo spettacolo sono rimasti gli stessi. Sempre un belga ha vinto: stavolta si chiama Wout Van Aert, ma che bello è stato vedere il suo rivale numero uno, Tadej Pogacar, in maglia gialla.

Dopo una settimana sotto le aspettative in termini di attesa dei duelli in montagna, la corsa francese si è riaccesa. Si è ravvivato Pogacar e la magia è tornata, anche perché si è ravvivato pure Van Aert. Pensate cosa sarebbe stato se ci fosse stato anche Mathieu Van der Poel.

Luca Mozzato sul circuito di Montmartre a Parigi 2024
Luca Mozzato sul circuito di Montmartre a Parigi 2024

L’occhio di Mozzato

La novità del circuito di Montmartre era importante e ha fatto parlare già mesi prima. Noi stessi avevamo ipotizzato e analizzato questo tracciato, ma oggi siamo andati oltre: l’analisi l’abbiamo fatta con Luca Mozzato, atleta dell’Arkea-B&B Hotels, che non era al Tour ma sul lettino del massaggio al Tour de Wallonie, dove tra l’altro oggi ha ottenuto un incoraggiante quinto posto.

L’anello olimpico misurava 18,4 chilometri. La salita di Montmartre da ripetere due volte, arrivava dopo circa 240 chilometri. L’anello stavolta invece misurava 16,7 chilometri, arrivava dopo appena una settantina di chilometri, ma anche dopo tre settimane. Differenze non da poco.

Differenze che sottolinea parecchio Mozzato. Luca ha corso le Olimpiadi di Parigi 2024 e, tra quello che ha sentito sotto le ruote e quello che ha visto oggi in televisione, ci aiuta a capirne di più.

Piove e il fondo è insidioso: guardate Pogacar (in giallo ovviamente) come si tiene sempre distante da chi lo precede
Piove e il fondo è insidioso: guardate Pogacar (in giallo ovviamente) come si tiene sempre distante da chi lo precede
Luca, cosa ti è sembrato di questo finale parigino?

L’obiettivo del Tour è stato centrato. Prima, nella tappa finale, c’era suspense solo negli ultimi 15 chilometri che portavano alla volata. Adesso c’è stata un’ora abbondante di battaglia.

Ma secondo te la pioggia lo ha un po’ limitato questo spettacolo?

Non direi dal punto di vista tecnico, magari è cambiato qualcosa dal punto di vista del pubblico. Forse c’era qualcuno meno a bordo strada o non ci è rimasto così a lungo. Anche se poi sulla salita il colpo d’occhio era eccezionale.

Che circuito è questo, Luca? Tu ci hai corso alle Olimpiadi, in un altro contesto, con altre temperature e un gruppo ristretto. Ti è sembrato molto diverso?

La parte che era veramente uguale alla fine era quella di Montmartre: l’attacco, la salita e la discesa. Perché poi, per il resto, era completamente diverso. Poi un conto è farlo in una corsa di un giorno e un conto è farlo al termine di una gara di tre settimane, con le energie al lumicino. E per come è andata la tappa è stato come ritrovarsi a correre una classica. Perché di fatto è stata quasi una classica. E non è facile per le gambe degli atleti. Anche tatticamente è difficile fare un paragone tra quella gara e quella di oggi.

L’apporccio allo strappo era complicato e tecnico. ma nel complesso secondo Luca l’anello proponeva qualche curva in meno
L’apporccio allo strappo era complicato e tecnico. ma nel complesso secondo Luca l’anello proponeva qualche curva in meno
Una cosa che abbiamo notato è che Pogacar stava sempre un po’ più lontano rispetto a chi lo precedeva…

Li ho visti affrontare le curve con tanta attenzione, soprattutto in frenata. Bisogna essere molto delicati, sentire proprio la frenata e la ruota, perché era scivolosissimo, specie con tutto quel pavé. E’ vero, Pogacar si teneva più lontano rispetto agli altri, ma il motivo è semplice: lui aveva molto da perdere. Comunque, okay la neutralizzazione del tempo, ma la bici la devi portare all’arrivo. Quindi okay rischiare, ma non oltre il limite. Gli altri erano lì per la vittoria di tappa e si giocavano il tutto per tutto. Poi bisogna considerare un’altra cosa.

Quale?

Che in una grande metropoli come Parigi, tra smog, polvere, foglie, le strade sono sempre un po’ più scivolose. E con questo bagnato e lo sconnesso degli Champs Elysées tutto diventa più insidioso. Per me Tadej ha fatto bene a non prendere rischi eccessivi.

Il momento decisivo. Terza tornata. Pogacar affonda il colpo, Van Aert sulla destra spinge ancora più forte
Rispetto a Parigi 2024, tu mi hai detto che il circuito era un po’ diverso: in cosa?

Alle Olimpiadi la parte in asfalto aveva molte più curve, e una sezione era veramente tecnica prima di prendere la salita. Qui invece, dopo l’Arco di Trionfo, era più lineare. Ma ripeto: sono due corse del tutto differenti.

Come li hai visti guidare?

Con attenzione. Vista la situazione, non mi è sembrato di vedere qualcuno che abbia preso più rischi del dovuto. Le uniche due discese veramente fatte a rotta di collo sono state quella di Matej Mohoric e quella finale di Van Aert. Lì bisognava davvero rischiare: Mohoric per rientrare, Van Aert per allungare. Con i sampietrini bisogna essere sensibili. Mai essere bruschi sui freni: il rischio di bloccare la ruota è un attimo.

Bravissimo Davide Ballerini, secondo davanti a Mohoric. E sullo sfondo Pogacar festeggia il suo 4° Tour
Bravissimo Davide Ballerini, secondo davanti a Mohoric. E sullo sfondo Pogacar festeggia il suo 4° Tour
Pogacar ci ha rimesso di più con la pioggia? Senza contare che Van Aert è anche più pesante di lui, e ai fini della trazione non era poco…

Un po’ sì, ma alla fine mi è sembrato vederlo aver speso un po’ di più nel corso di questa giornata. Proprio per non prendere rischi ha preso più aria degli altri e del necessario. E’ rimasto da solo presto al primo giro. Ha fatto lui la selezione e alla fine forse era un filo meno brillante: ma il gioco valeva la candela. Almeno queste sono mie sensazioni. Magari lui ci direbbe il contrario!

Era più duro questo o quello delle Olimpiadi?

Bisognerebbe farlo! Vedendo l’ultimo giro, questo è sembrato davvero tanto impegnativo. In fuga si staccavano pur essendo stati all’attacco per un’ora. I ritmi erano folli. Ma le due gare, ripeto, erano diverse e, come si dice, le corse le fanno i corridori. Io alle Olimpiadi ho sofferto, ma entrambi i percorsi erano selettivi. E il fatto che sia arrivato un atleta in solitaria vuol dire molto.

Van Aert a fine tappa ha parlato di fiducia da parte della squadra e in sé stesso. Visma che anche oggi lo ha supportato alla grande
Van Aert a fine tappa ha parlato di fiducia da parte della squadra e in sé stesso. Visma che anche oggi lo ha supportato alla grande

La firma (e la fiducia) di Wout

Il Tour de France si archivia quindi con la vittoria – bella e meritata, lasciatecelo dire – di un grandissimo campione. Alla fine, se ci si pensa, Wout Van Aert si è portato a casa i due arrivi simbolo di Giro e Tour: Siena e Parigi. Le lacrime della moglie al traguardo, il suo essersi “nascosto” sulle Alpi (almeno rispetto ai suoi standard), la dicono lunga su quanto e come avesse preparato questo assalto.

«E’ stata una giornata unica – ha detto Van Aert – E’ davvero speciale poter vincere di nuovo sugli Champs Élysées, per la prima volta con la salita di Montmartre nel finale di tappa.
Le condizioni a Parigi erano difficili. La pioggia rendeva la corsa rischiosa, ma la mia squadra ha continuato a credere in me».

«Ci abbiamo provato più volte durante questo Tour, anche ieri, ma non sempre sono stato bene. La parte più difficile in questi giorni è stata mantenere la fiducia in me stesso. Per fortuna le persone che avevo intorno continuavano a crederci. Anche oggi i ragazzi non hanno perso fiducia nelle mie capacità. Siamo riusciti a controllare la tappa. Sull’ultima salita ho dato il massimo: era il nostro piano anche prima della partenza, e ha funzionato».

Pogacar e Milan: motori diversi, ma la benzina è la stessa

27.07.2025
8 min
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NANTUA (FRANCIA) – Il Tour de France si accinge a vivere l’ultima tappa dopo tre settimane faticose e veloci. Abbiamo avuto la sensazione di una Boucle estenuante, impressione avvalorata quando si guardano i corridori nel fondo degli occhi. Sono stanchi, anzi stanchissimi. Ci siamo chiesti in che modo abbiano vissuto questa immensa sfida due corridori agli antipodi per fisicità e attitudini: Tadej Pogacar (il più forte di tutti) e Jonathan Milan (il più veloce). Entrambi sono andati così bene da essere stati sino all’ultimo in lizza per la maglia verde.

Tadej Pogacar ha 26 anni, corre al UAE Team Emirates, è alto 1,76 e pesa 66 chili. Jonathan Milan ha 24 anni, corre alla Lidl-Trek, è alto 1,96 e pesa 87 chili. Non potrebbero esistere due corridori più diversi e allora, parlando con i loro nutrizionisti, abbiamo cercato di capire quanto sia stato diverso anche il loro approccio nutrizionale con la corsa. Scoprendo che, al netto dei centimetri e dei chili, le differenze non sono poi così abissali. E questo è strano.

Gorka Prieto, spagnolo classe 1990, è il nutrizionista del UAE Team Emirates
Gorka Prieto, spagnolo classe 1990, è il nutrizionista del UAE Team Emirates

Quanto consuma Pogacar

Gorka Prieto è il nutrizionista del UAE Emirates e dice che da uno come Pogacar si impara tantissimo. E sei nei primi tempi della loro collaborazione, lo sloveno non seguiva alla lettera le sue dritte, ora è molto attento.

«Il consumo calorico – dice – ovviamente dipende dalla tappa e dal ruolo del corridore. Nella tappa di Hautacam, Tadej ha vinto, ma forse Nils Politt ha consumato anche più carboidrati di lui. Ha tirato a lungo e magari ha avuto un calo maggiore, dato che ha faticato più degli altri. Non è detto però che il corridore più forte sia quello che consuma di meno: anche Tadej ha bisogno di tanti carboidrati. In quella tappa è andato con 120-130 grammi ogni ora. A colazione ne avevamo messa una quota superiore e così anche nel recupero. Si guardano subito i file, si aggiusta la cena e si guarda la strategia alimentare per il giorno successivo. Non si devono guardare solo i carboidrati, in realtà, anche se si parla sempre di quelli. Bisogna anche avere un piano giusto con le calorie, con le proteine e tutto il resto». 

Marco Sassi, classe 1997, è da un anno nutrizionista della Lidl-Trek (@hardyccphotos)
Marco Sassi, classe 1997, è da un anno nutrizionista della Lidl-Trek (@hardyccphotos)

Quanto consuma Milan

Marco Sassi è il nutrizionista della Lidl-Trek. Per esprimere la sua enorme potenza, Milan deve arrivare ai finali avendo ancora delle riserve e senza aver speso tutto per portare in giro il suo peso.

«E’ sempre complicato gestire un Grande Giro – spiega Marco Sassi, nutrizionista della Lidl-Trek – perché non c’è tempo di fare grandi ricarichi di carboidrati. Ogni tappa comporta un consumo variabile di glicogeno muscolare, quindi bisogna sempre tenere i carboidrati alti. Vista la corporatura di Jonathan, che gli impone dei dispendi molto elevati, diventa fondamentale sia la nutrizione in bici sia riuscire a raggiungere il target calorico nel resto della giornata. Un altro aspetto fondamentale è la regolarità gastrointestinale, perché lo stomaco e l’intestino nell’arco delle tre settimane di gara sono messi sotto forte pressione. Per questo è necessaria una attenta gestione delle fibre. Si danno alimenti che possano favorire il recupero, ma anche la salute gastrointestinale».

Non solo i carboidrati nelle borracce: il serbatoio di Milan prevede anche l’uso di gel
Non solo i carboidrati nelle borracce: il serbatoio di Milan prevede anche l’uso di gel

Il metabolismo di Pogacar

«Si fanno tanti test – prosegue Gorka – per capire il metabolismo di ogni atleta, in base ai quali possiamo capire quanto consumerà in corsa. Pesiamo Pogacar il mattino prima della tappa e dopo l’arrivo per valutare la disidratazione. Sappiamo quanto peso perde e da cosa è composto. Si fa il rapporto fra carboidrati e liquidi, si guarda il resto che può aver perso e si lavora per colmare la differenza. Il recupero inizia dopo l’arrivo. Prima il Magic Cherry all’amarena, Poi mangia il recovery e per cena abbiamo pasti diversi preparati dai nostri chef. E’ tutto pesato, non c’è neanche un grammo in più. Ognuno ha il suo, il ciclismo di vertice è adesso così. La verifica successiva ovviamente non si fa dopo cena, ma la mattina dopo, prima di ripartire. Quindi va bene se al risveglio Tadej ha una quantità di liquido ancora da assumere: lo farà a colazione e il recupero sarà completo».

Il metabolismo di Milan

«Per il suo metabolismo – dice Marco Sassi – Jonathan tende ad asciugarsi tanto, ma dato che i carboidrati per ora hanno un limite, accumula un deficit calorico importante al termine di ogni tappa. Non è sempre facile raggiungere il bilancio energetico ed è l’aspetto più delicato. Bisogna evitare che dopo due settimane, il corridore arrivi con il collo tirato, quindi bisogna sempre monitorare la situazione. Per fortuna riusciamo a calcolare con precisione il dispendio energetico in base alla lettura del powermeter. In questo modo possiamo fare una stima abbastanza corretta del dispendio calorico. E poi, al termine della tappa, possiamo valutare e confrontare la stima che avevamo previsto in base a quello effettivo. Così, se necessario, possiamo rivalutare i passi successivi. Tra i fattori di cui tenere conto nel suo caso, c’è anche quello mentale, perché le pressioni incidono. Poi per fortuna è arrivata la vittoria di tappa che ha dato un senso a tanto spendere».

Lo scatto verso Hautacam: difficilmente vedrete Pogacar mangiare sulla salita finale
Lo scatto verso Hautacam: difficilmente vedrete Pogacar mangiare sulla salita finale

Pogacar, borracce e granite

«Le borracce alla partenza sono sempre due – spiega Gorka – ci sono i carboidrati, ma anche gli elettroliti che Enervit fa per noi. Nelle giornate calde, si guardano il meteo, la temperatura, il vento e l’umidità e poi si decide dove mettere le borracce. Se è molto caldo, a volte diamo semplicemente acqua perché possano buttarsela addosso, per abbassare la temperatura del corpo. Quando fa caldo, è importante anche un occhio alla termoregolazione. Ma se si tratta di bere, allora solo l’acqua non basta. La composizione della borraccia si decide ogni giorno in base al tipo di percorso. Se c’è una tappa piatta, bastano 30 grammi di carboidrati nella prima borraccia ed elettroliti nell’altra. Se la tappa è più impegnativa, ricorriamo anche alle granite, che sono come dei ghiaccioli con i carboidrati dentro. Capita che Tadej si ritrovi in salita senza borraccia. Se vede che ha mangiato tutto e la borraccia pesa mezzo chilo, magari sceglie di essere più leggero. Perché sa che in cima gli daranno una borraccia e anche un gel».

Milan, ricecake e borracce

«Ormai si usano praticamente soltanto alimenti tecnici – conferma Sassi – che siano liquidi o anche solidi. Enervit ci offre una gamma piuttosto vasta che ci permette di incontrare il gusto di tutti, senza annoiare troppo il corridore. Magari si usano le classiche ricecakes, però principalmente nel pre corsa, come ultimo snack. Quando si va al via, Milan ha due borracce e sta a lui scegliere se avere 30 o 60 grammi di carboidrati. Lungo il percorso diamo sempre la scelta tra acqua e una borraccia che contenga almeno 30 grammi di carboidrati. E’ una questione variabile, anche in base alla temperatura e alla sudorazione. Se la tappa è particolarmente calda, si berrà di più, quindi si prendono più borracce di acqua o comunque meno concentrate al livello dei carboidrati. Anche perché nella conta dei carboidrati vanno considerati anche i gel».

L’acqua semplice, in corsa e dopo, serve a Pogacar per la termoregolazione: nelle borracce ci sono sempre carbo ed elettroliti
L’acqua semplice, in corsa e dopo, serve a Pogacar per la termoregolazione: nelle borracce ci sono sempre carbo ed elettroliti

Arrivo in salita: in finale non si mangia

«Quando ci sono più salite – dice Gorka Prieto – abbiamo sempre due persone dello staff all’inizio e due alla fine. Abbiamo diversi prodotti energetici, che contrassegniamo con una sola X oppure con due X. Cambia la quantità di carboidrati per ogni borraccia, quindi nelle tappe impegnative mettiamo le borracce con più carboidrati. Tadej ha un target ben chiaro di quello che deve mangiare per ogni ora. Può essere che faccia poco più o poco meno, ma difficilmente sbaglia. Sa che deve mangiare prima che cominci la salita, in modo che quando poi attaccherà o dovrà rispondere agli attacchi, avrà già dentro quello che serve. Non si vede mai un corridore che scatta e poi prende un gel. Per cui anche se l’ultima salita dura 40 minuti e lui deve attaccare, la quantità rimane la stessa di 120-130 grammi per ora».

La volata inizia due giorni prima

«Se c’è una volata – spiega invece Sassi – si ragiona partendo da un paio di giorni prima. Il pasto all’immediata vigilia della gara deve essere molto digeribile, perché lasci per tempo lo stomaco e non dia problemi di appesantimento, visto che spesso c’è stato da fare il traguardo volante molto vicino alla partenza. Durante la gara si cerca di mantenere i livelli più possibile alti, senza rischiare di incorrere in problemi gastrointestinali. Semmai per avere un boost ulteriore, può capitare di dare un gel con la caffeina, oppure del bicarbonato o altri tamponi nel pre gara. Più si va verso il finale, si prediligono cibi liquidi. Le barrette, pur molto digeribili, si riservano alla prima parte di gara. Nei finali, anche se è frequente vederli assumere un gel negli ultimi 20 minuti di gara, quel che prevale è la suggestione di aver preso degli altri carboidrati. Può esserci un vantaggio psicologico: sappiamo infatti che oltre all’effetto sui livelli di glucosio, avere dei carboidrati nella bocca fa sì che gli appositi recettori mandino un segnale al cervello che recepisce l’energia in arrivo, anche se poi non è ancora totalmente in circolo».

La vittoria di Milan a Laval: lo sprint richiede energia disponibile anche dopo 4 ore di corsa
La vittoria di Milan a Laval: lo sprint richiede energia disponibile anche dopo 4 ore di corsa

I carbo uguali per tutti

La chiusura la affidiamo a Marco Sassi, per amore di bandiera e per tirare le somme di un confronto che più improponibile non potrebbe essere e ha invece evidenziato che puoi essere uno scalatore o un vero gigante, eppure la quota carboidrati è identica.

«Jonathan è una bomba – sorride – ha un motore enorme. Avendo inoltre una massa da atleta, non al minimo come gli scalatori ma comunque da ciclista, consuma veramente tanto e in alcune tappe arriviamo tranquillamente a superare le 7.000 calorie. Diventa una bella sfida riuscire a coprire tutte queste calorie ed è il motivo per cui non si può pensare di fare tutto in una sola giornata, ma bisogna partire prima. Dovrebbe mangiare più carboidrati in corsa, dato che ne consuma come Pogacar ed è grande il doppio? Non ci sono troppe evidenze che la quota di carboidrati dipenda dal peso. Sappiamo che a livello intestinale si può raggiungere una certa quantità. Il bello sta nel portare questo limite ancora oltre, ma non c’è proporzionalità diretta. Probabilmente è vero che una corporatura maggiore riesce ad assorbire un po’ di più, ma la parte maggiore la fanno la genetica e quanto il soggetto si sia allenato per questo tipo di assunzione».

Privitera e Giaimi: i ricordi di una vita pedalando insieme

27.07.2025
7 min
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«Se chiudo gli occhi e penso a Samuele (Privitera, ndr) vedo una nostra foto insieme di quando ho vinto il Giro della Valdera da juniores. Correvamo entrambi per il Team Fratelli Giorgi e quella gara l’ho conquistata grazie a lui, mi aveva dato una mano incredibile. Aveva tirato per tutta l’ultima tappa (i due sono insieme nella foto di apertura, al centro Leone Malaga, diesse del team Giorgi, foto Rodella, ndr)».

A parlare è Luca Giaimi, l’atleta del UAE Team Emirates è a Livigno per preparare il finale di stagione e smaltire le fatiche degli europei. La notizia della scomparsa di Samuele Privitera lo ha raggiunto durante la rassegna continentale su pista. Da quel momento andare avanti è stato difficile, i giorni sono passati, ma l’incredulità resta. Sui social i ricordi e le foto di Privitera sono praticamente infiniti e, accanto a lui, spesso si vedeva il volto di Giaimi. I due, classe 2005, sono cresciuti insieme sulle strade della Liguria e il loro cammino si è incrociato presto.

Samuele Privitera davanti e Luca Giaimi alle sue spalle in una delle prime gare su strada in Liguria
Samuele Privitera davanti e Luca Giaimi alle sue spalle in una delle prime gare su strada in Liguria

Gli anni da giovanissimi

«Privitera e io – racconta ancora Giaimi, che nel parlare del suo amico ha un sorriso dolce – ci siamo incontrati per la prima volta nella categoria G3, da avversari. Ogni fine settimana ci scontravamo sulle strade della Liguria e ci univa un senso di rivalità e amicizia. Volevamo mettere uno la ruota davanti all’altro. I primi anni ci incontravamo sui sentieri in mtb perché io ancora non correvo su strada, ho iniziato qualche anno dopo. Lui correva sia su strada che in mtb ed era uno dei più forti in gruppo, anche sui sentieri. A “Privi” la bici è sempre piaciuta tantissimo, un amore viscerale. Per renderlo felice dovevi farlo pedalare».

Crescendo, Giaimi e Privitera hanno continuato a correre l’uno contro l’altro legati da rispetto e amicizia
Crescendo, Giaimi e Privitera hanno continuato a correre l’uno contro l’altro legati da rispetto e amicizia
Com’era da piccolo?

Gli piaceva la competizione, ma una volta finita la gara eravamo amici. Parlava con tutti. Dopo l’arrivo restavamo a guardare i più grandi e aspettavamo le premiazioni giocando insieme. Ci sfidavamo nel fare le impennate e mangiavamo insieme il classico panino con la salamella. Forse è anche merito suo se poi sono arrivato a correre su strada.

Perché?

Alla fine in mtb vincevo tanto e mi sono detto: «Perché non provare anche su strada?». I ragazzi più forti erano Privitera e altri due gemelli, che poi hanno smesso. Le prime gare me le hanno rese davvero dure, arrivavo sempre dietro. Poi sono migliorato ed è diventato un “dare e avere”. 

Quando si è trattato di passare alla categoria juniores entrambi hanno scelto il Team Fratelli Giorgi, qui in foto con Carlo Giorgi
Quando si è trattato di passare alla categoria juniores entrambi hanno scelto il Team Fratelli Giorgi, qui in foto con Carlo Giorgi
Negli anni successivi?

Da esordiente e allievo era più forte, la mia sfida personale era provare ad arrivare al suo livello. Quando eravamo allievi era tanto conosciuto anche a livello nazionale. La cosa che ricordo era che alle corse parlava con tutti, conosceva ogni persona. Fino a quel tempo avevamo corso tra Liguria, Piemonte e Lombardia. Arrivavamo alle gare nazionali e “Privi” chiacchierava con ragazzi della Toscana, Trentino, Veneto. Io mi chiedevo come facesse a conoscerli. Ma lui era così, un carattere aperto, dopo due secondi parlava con tutti, anche i sassi. Il suo carattere lo portava spesso al centro dell’attenzione ma non in maniera egoista, creava subito gruppo, aveva una dote innata. Vi faccio un esempio…

Dicci pure…

Alla presentazione del Giro Next Gen, lo scorso giugno, arrivo per salire sul palco e sento una voce che tiene banco. Era Privitera che stava distribuendo crostata a tutti i suoi compagni di squadra e non solo. 

Privitera e Giaimi, entrambi liguri, hanno passato tanto tempo insieme nella casetta del team durante i ritiri rafforzando la loro amicizia
Privitera e Giaimi, entrambi liguri, hanno passato tanto tempo insieme nella casetta del team durante i ritiri rafforzando la loro amicizia
Una volta juniores da avversari siete diventati compagni di squadra, al Team Fratelli Giorgi. 

Appena arrivati, eravamo i due ragazzi che venivano da lontano. La squadra è della provincia di Bergamo e i ragazzi arrivavano da quelle zone. Durante i ritiri abbiamo passato tanti momenti insieme nella casetta del team, siamo andati tantissime volte a mangiare la pizza insieme e facevamo a gara a chi ne mangiasse di più.

Com’è stato vivere con lui?

Sapeva fare tutto, anche da piccolo. Avevamo 16 o 17 anni e lui era capace di fare ogni cosa in casa, invece io ero parecchio imbranato. Mi ha insegnato a fare la lavatrice e a cucinare il porridge. Una volta avevo provato a farlo e mi era uscita una cosa immangiabile. “Privi” invece era uno sveglio, sapeva tutto. Inoltre la sua enorme passione per il ciclismo lo portava a informarsi di continuo. Avevamo due caratteri opposti, lui parlava tantissimo ed era espansivo, io al contrario sono molto timido. Una giornata con Samuele partiva con lui che iniziava a chiacchierare a colazione e finiva che andavamo a letto e ancora aveva da dire. Era divertentissimo. 

Privitera era capace di creare un legame forte con i compagni, caratteristica che lo ha portato a essere il capitano in corsa del Team Giorgi
Privitera era capace di creare un legame forte con i compagni, caratteristica che lo ha portato a essere il capitano in corsa del Team Giorgi
Cosa vi siete detti quando avete firmato entrambi per un devo team?

Io sono stato il primo a firmare e Privitera era felicissimo per me. Sapete, in questi casi può capitare che nella felicità percepisci un po’ di invidia, con lui no. Era genuinamente felice per me. Lì ho definitivamente capito che ci univa un legame di vera amicizia. Quando ha firmato lui ero contento perché se lo meritava davvero. E’ sempre stato l’uomo squadra al Team Fratelli Giorgi. 

Come si comportava in gruppo?

Parlava tantissimo e aveva la capacità di prendere decisioni. Era comunicativo e schietto, due qualità che lo hanno fatto eleggere capitano in corsa. Non che si corresse per lui, ma era quello capace di gestire la gara. In gruppo non sono mai stato un leone e capitava spesso di finire in fondo, lui veniva a prendermi e riportarmi in testa. Tante volte altri miei compagni mi hanno lasciato là, facendo finta di non vedermi. 

Privitera ha fatto vedere grandi qualità nella categoria juniores che gli sono valse la chiamata della Hagens Berman tra gli U23 (foto Rodella)
Privitera ha fatto vedere grandi qualità nella categoria juniores che gli sono valse la chiamata della Hagens Berman tra gli U23 (foto Rodella)
Una volta passati under 23?

Ci vedevamo meno perché le nostre qualità atletiche ci portavano a fare gare diverse. Quelle poche volte che ci incontravamo voleva dire che uno dei due era in una corsa non troppo adatta alle sue caratteristiche, quindi ci cercavamo in gruppo per darci morale. A casa, il fatto di allenarci su distanze più lunghe ci permetteva di incontrarci a metà strada, io partivo da Pietra Ligure e lui da Soldano. Così passavamo il tempo insieme e pedalavamo in compagnia. 

Di cosa parlavate durante l’allenamento?

Dei vari programmi di gara, delle corse che avremmo fatto così da sapere se poi ci saremmo visti. Ci confrontavamo sugli allenamenti. Ma più che altro volevamo stare insieme, condividere il tempo in bici.

Ecco Giaimi e Privitera (qui al centro in maglia Hagens e UAE) in una delle prime gare da U23
Ecco Giaimi e Privitera in una delle prime gare da U23
E ora?

Non ho ancora metabolizzato la cosa, era talmente presente nella mia vita che non posso immaginare di tornare in Liguria e non vederlo più. Pensare che quest’inverno non ci sarà “Privi” che mi scrive: «Oh Luca, cosa facciamo oggi?» non riesco a realizzarlo. Andare alle corse senza qualcuno con cui scherzare quando la corsa è dura o noiosa. 

Vi sentivate spesso?

Tutti i giorni. Era il primo a scrivermi quando facevo un risultato. Quando ho vinto l’europeo su pista da juniores lui era davanti al computer nella casetta del Team Giorgi insieme agli altri a vedere la gara, c’è un video in cui esulta come un matto. Forse ho iniziato a realizzare che “Privi” non c’era più agli europei di settimana scorsa, lui mi avrebbe scritto entro dieci minuti dalla fine della gara. 

Groves sorprende tutti. Velasco tradito da quella caduta

26.07.2025
6 min
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In quanti aspettavano questa tappa. Per tanti atleti l’ultima occasione per provarci, per altri addirittura un esame di riparazione. C’è chi in questo Tour de France non era neanche mai riuscito ad andare in fuga, pur avendo, come si dice, “carta bianca”. E così verso Pontarlier si è visto di tutto, persino un velocista, Kaden Groves, vincere in solitaria. E un grande Simone Velasco finire quarto.

L’olandese firma il tris per la sua Alpecin-Deceuninck, che quando quasi non si vede riesce comunque a metterci la firma, anche senza Mathieu Van der Poel e Jasper Philipsen. Una mezza “fagianata” quella di Groves, ma tattica e gambe hanno funzionato alla grande. I due inseguitori che parlottano e lui che s’invola.

Con una fuga solitaria di 16 km Kaden Groves conquista Pontarlier e diventa il 114° a vincere almeno una tappa in tutti e tre i GT
Con una fuga solitaria di 16 km Kaden Groves conquista Pontarlier e diventa il 114° a vincere almeno una tappa in tutti e tre i GT

Groves bravo, Velasco sfortunato

In questo bailamme di scatti e controscatti e di una lotta tremenda per entrare nella fuga, tra gli attaccanti c’era anche, come detto, Simone Velasco. L’altra mattina lui e il compagno di squadra Davide Ballerini ci avevano detto che avrebbero puntato tutto su questa tappa. Ma un conto è dirlo, un conto è farlo. Soprattutto al Tour.

«Ero ben motivato a far bene in questa tappa – ha detto Velasco – come vi avevo detto era già da un po’ di giorni che la puntavo. Ormai le occasioni al Tour non erano più tante, sono partito motivato come sempre, ma non basta la motivazione: servono anche le gambe. E oggi per fortuna c’erano. C’è un po’ di amaro in bocca perché poteva essere una buona opportunità, ma niente da dire… Siamo qua, abbiamo dimostrato di essere presenti ed è già qualcosa di molto importante».

Velasco parla di amaro in bocca: chiaramente il riferimento è alla caduta di Ivan Romeo a circa 20 chilometri dall’arrivo. Una curva verso destra, la strada bagnata, lo spagnolo va giù. Velasco è in seconda ruota e ha meno tempo di reazione degli altri… Ciononostante riesce a salvarsi, ma va lungo. E mette il piede a terra.

«Sì – riprende l’elbano della XDS-Astana – la caduta ha un po’ rotto le scatole. Guardando il bicchiere mezzo pieno, nella sfortuna sono stato fortunato a non finire in terra anche io. Non so se sia stata bravura, fortuna o qualche vecchia dote dalla mountain bike che mi ha permesso di restare in piedi, ma resta il fatto che proprio dopo quel momento hanno attaccato. A quel punto la storia per giocarsi la tappa si è fatta complicata. Qualcuno ha anticipato, qualcun altro è rientrato. Io ho provato a fare il mio meglio».

Velasco firma autografi ai bambini. Oggi era quantomai determinato ad andare in fuga
Velasco firma autografi ai bambini. Oggi era quantomai determinato ad andare in fuga

Un istante decisivo

Dal racconto di Velasco si capisce come davvero l’istante della caduta di Romeo sia stato l’ago della bilancia della Nantua-Pontarlier. Sono attimi, i corridori sono tutti al limite, basta un nulla per fare la differenza.

«Oltretutto – prosegue – ho avuto anche la sfortuna che a me non mi ha neanche spinto nessuno per ripartire. Avevo anche il rapporto lungo, venendo dalla discesa e quindi ho dovuto fare tutto da solo. E questo ha aumentato il distacco dai tre davanti. Ho ricevuto due cambi da un ragazzo della Total Energies (Jegat, ndr), ma lui ormai era “morto” perché, essendo in lotta per la classifica generale, aveva tirato tanto prima… E anche per tutti noi le energie erano quelle che erano. Niente da fare, è andata così».

«Poi – riprende Simone dopo una breve pausa – va detto che non è stata una gara che abbia brillato per tattica. Anche il Tour sembra si corra da juniores, con attacchi da tutte le parti e tattiche non sempre chiare. Ho visto uomini di classifica cadere e i loro compagni davanti attaccare».

E in effetti qualche tattica azzardata o insolita si è vista. E poi una cosa, che ci faceva notare anche Marco Marcato, diesse della UAE Emirates, parlando al mattino prima della tappa: chi attacca per primo vince.

«Anche questo è vero – conferma Velasco – e come è stato già detto durante il Tour (tra questi anche Campenaerts, ndr), le moto giocano un ruolo importante in queste occasioni. Magari dalla tv non ce se ne rende conto, ma anche oggi c’erano tante moto che facevano quasi da scudo a chi attaccava, e questo aiuta. Ma nessuna polemica: fa parte del gioco. Vorrà dire che proverò ad attaccare anche io un po’ prima la prossima volta».

Con un ottimo sprint Simone si prende la quarta piazza. Una dimostrazione ulteriore che la gamba c’era eccome
Con un ottimo sprint Simone si prende la quarta piazza. Una dimostrazione ulteriore che la gamba c’era eccome

Un Tour positivo

Velasco però il suo l’ha fatto in questa Grande Boucle. Due top ten, quattro fughe (compresa quella sul Ventoux), e buone prestazioni anche nelle prime frazioni, dove si è fatto vedere. A Boulogne sur Mer era persino nel drappello che si è giocato la vittoria.

«Direi che è stato un Tour positivo – dice Velasco – e sinceramente potevo fare ancora qualcosa di più. E’ mancato l’acuto per vincere una tappa, però è chiaro che tutti vogliono vincere una tappa al Tour: non è facile. L’importante è che ci abbiamo provato e abbiamo fatto il possibile. Forse potevamo fare qualcosa meglio nelle settimane centrali, per qualche fuga che ci è scappata, ma oggi abbiamo dimostrato comunque che quando ci siamo, siamo della partita».

Il riferimento al “qualcosa di più” è sostanzialmente alla tappa di Carcassonne, quando una caduta nelle fasi di avvio ha compromesso i piani della XDS-Astana.

«Esatto, Carcassonne – spiega Simone – sinceramente era una tappa a cui avevo veramente puntato, ma sono rimasto nella caduta e da lì in poi il gruppo si è rotto. Non sono mai più riuscito ad entrare davanti. Anche lì credo che siano un po’ dinamiche strane, perché tanti corridori di classifica cadono, rimangono coinvolti e i loro compagni davanti attaccano a tutta per andare in fuga. Credo che siamo arrivati veramente a un ciclismo esasperato. In questi casi sono della vecchia scuola, per il fair play».

Anche se oggi non ha preso punti, Jonathan Milan ha ipotecato la maglia verde. Eccolo all’arrivo scortato dai compagni
Anche se oggi non ha preso punti, Jonathan Milan ha ipotecato la maglia verde. Eccolo all’arrivo scortato dai compagni

Jonathan e Simone a Parigi

Quella di Pontarlier è anche la frazione che ha sancito un altro verdetto: la maglia verde per Jonathan Milan. Il gigante della Lidl-Trek taglia il traguardo senza festeggiare troppo. Sappiamo che è un po’ scaramantico e che aspetterà la linea bianca dei Campi Elisi per urlare… magari per la terza vittoria.

A lui, come a Tadej Pogacar e a tutti gli altri 159 corridori rimasti in corsa, non restano che 132 chilometri. Non era proprio Pogacar che contava i chilometri che restavano a Parigi? Solo che Jonny ha un impegno in più: la barba verde… Siamo curiosi di vedere come si concerà e siamo curiosi anche di vedere come andrà la sfida sul circuito con Montmartre.

Una sfida che potrebbe vedere ancora protagonista Simone Velasco. «Se domani ci provo o porto la bici all’arrivo? Visto che la gamba è buona, vediamo di essere presenti anche domani. E’ chiaro che oggi è stata una giornata veramente dura, quindi recuperare le forze non sarà facile. Però a Parigi ci sarà da fare l’ultima faticata… quindi cerchiamo di farci trovare pronti».

Design funzionale, unico e distintivo. Il test delle Fizik Vega Carbon

26.07.2025
6 min
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La nuova Fizik Vega Carbon non è una calzatura come le altre. L’azienda veneta offre sempre spunti interessanti in fatto di soluzioni tecniche, di fitting ed ergonomia, tutti fattori che messi insieme permettono ad una calzatura da bici di fare l’effetto wow.

Non è una calzatura estrema. Vega Carbon ci ha sorpreso per l’elevata rigidità complessiva e di quanto la stessa calzatura offra un sostegno centrale che è decisamente superiore alla media. Vega Carbon è l’esempio lampante di quanto sia il perfetto abbinamento tra gli elementi a creare la prestazione ottimale e non il singolo componente. Ecco le nostre considerazioni.

Fizik Vega Carbon colpisce subito per le sue forme, ma c’è tanto da argomentare
Fizik Vega Carbon colpisce subito per le sue forme, ma c’è tanto da argomentare

Le nuove Fizik, viste in primavera

Osservate ed approfondite in primavera, grazie al Product Manager Fizik Alex Locatelli, ufficializzate ad inizio maggio. Le abbiamo provate ora, in piena estate e nel corso di alcune giornate calde, contesti ambientali che permettono di avere realmente il polso (o la caviglia) delle Vega Carbon. In parte ricordano le Powerstrap, con un chiaro riferimento ad una parte della tomaia, al suo materiale e costruzione. Di fatto sostituiscono le Stabilita, con le quali (tecnicamente) condividono solo il sistema di chiusura con i rotori Boa (Li2). Al lato pratico la Vega Carbon è una calzatura con un’anima tutta sua.

Una suola in carbonio nascosta, che mostra la fibra nel punto di ancoraggio della tacchetta ed una sorta di scheletro centrale portante nella sezione mediana. La zona della talloniera è un mix di soluzioni, con la parte bassa (visibile) che è una sorta di contenitore, mentre il guscio vero e proprio è al di sotto della tomaia. L’indice di rigidità nella scala Fizik è 10, ma come scritto in precedenza non è il valore del singolo componente a primeggiare, ma l’insieme delle sezioni che devono performare all’unisono e fare la differenza.

La tomaia è in filato Aerowave PRO, arcigno, super resistente e contenitivo, tanto traspirante. Integra una sorta di calza/collare nella zona della caviglia e nella prima parte del collo del piede, che ferma e stabilizza tutto il piede, limitando il serraggio dei rotori Boa e quindi contenendo le pressioni generate dei cavi. A destra e sinistra ci sono degli inserti in TPU che seguono l’angolo di tiro dei rotori, con i passanti costruiti con lo stesso materiale e ben strutturati.

Fasciante e ultra aderente

E’ una calzatura che fascia completamente il piede: un aspetto per nulla banale che crea anche una sorta di auto-sostegno. Infatti, non di rado c’è la sensazione che il sistema di chiusura sia posizionato per completare l’impatto estetico e adeguare il volume superiore della tomaia. La scarpa non si muove, non tende a scivolare, non trasmette la sensazione di slittare via, dietro e soprattutto nella sezione superiore, anche quando i cavi sono lenti. Buona parte del merito è della tomaia, grazie al suo disegno ed al fatto che, se pur mantenendo un’elevata elasticità e capacità di adeguarsi alle forme del piede, diventa un tutt’uno proprio con l’estremità corporea.

Entra in gioco anche lo shape della suola, molto diverso da Powerstrap e da Stabilita, una soluzione tecnica che influisce in modo esponenziale sul movimento della caviglia e sulla sua libertà. La scarpa è “più dritta” ed è più semplice trovare l’allineamento ottimale ginocchio/scarpa/pedale. Si ha la sensazione costante di non “affondare” con il tallone, neppure quando si è stanchi, a tutto vantaggio della spinta e del comfort. Qui entra in gioco la bontà costruttiva e di design della suola, ben equilibrata, equilibrio che ritroviamo in quella sensazione di sostegno centrale, anche senza plantari customizzati e senza che la stessa suola diventi “ingombrante” nella zona dell’arco plantare. E poi la punta larga, che offre dei benefici soprattutto nel lungo periodo con le dita che sono libere di muoversi e restano distese. Il design della Vega Carbon aiuta a sfruttare l’appoggio di tutto il piede, dal tallone fino alle dita.

In conclusione

Fizik Vega Carbon è una calzatura tanto gratificante e “diversa” sotto il profilo estetico, quanto performante e ultra fasciante. E’ una calzatura da inserire in una categoria di prodotti dedicati all’agonismo, perché una volta completata la naturale fase di adattamento, una resa tecnica elevata è uno dei primi fattori che emerge ed è lampante. Piede dritto sul pedale e caviglia completamente libera, per nulla condizionata da una talloniera troppo alta, eccessivamente rigida ed invasiva. Il sistema di chiusura diventa una sorta di regolatore di fino del volume e della taglia, ma non è lui a bloccare la calzatura al piede. E’ ben presente, aiuta a completare in modo adeguato il pacchetto performance, ma è il fitting complessivo ed il fatto che la scarpa Fizik si comporta come un guanto, i fattori che fanno realmente la differenza.

Infine una menzione al prezzo. 390 euro non sono briciole, ma è sempre necessario valutare il rapporto che il prezzo ha con il relativo posizionamento sul mercato e la Vega Carbon rientra in una fascia molto alta, al netto dell’impiego di materiali innovativi ed un concetto costruttivo avanzato. 390 euro sono un prezzo che è al di sotto della media.

Fizik

Niewiadoma-Vollering e le altre. Borgato fa le carte al Tour Femmes

26.07.2025
8 min
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Un cavalcata di quasi 80 chilometri da bere tutta d’un fiato per conoscere stasera la prima maglia gialla del Tour Femmes all’ora dell’aperitivo. Si apre in Bretagna la quarta edizione della Grande Boucle femminile in un weekend in cui si incastrerà cronologicamente con la corsa maschile seppur a distanza, prima che il menù delle donne da lunedì proceda con una conformazione più tradizionale ed autonoma.

Frizzanti saranno pure le giornate fino alla quinta tappa, anticipando le ultime quattro frazioni alpine nelle quali le montagne potrebbero diventare dure da digerire. Il conto alla rovescia per l’assalto al trono della vincitrice uscente Niewiadoma è finito (in apertura foto Tour de Suisse/UCI WWT). Nove tappe (nessuna cronometro) da oggi a domenica 3 agosto per un totale di 1165 chilometri e 17240 metri di dislivello con 154 atlete al via in rappresentanza di 22 formazioni.

Questi numeri li abbiamo sottoposti a Giada Borgato sovrapponendoli ai nomi delle possibili protagoniste del Tour Femmes, tenendo conto di ciò che hanno espresso il Giro Women due settimane fa e la stagione finora. La commentatrice tecnica di RaiSport apre il ventaglio di soluzioni mantenendo le idee chiare come sempre, senza sottovalutare eventuali evoluzioni tattiche che potrebbero riguardare chi parte a fari spenti.

Qual è la tua impressione sul percorso?

Hanno disegnato un Tour Femmes come il 2024. Prima parte dedicata alle ruote veloci e per chi vuole andare in fuga. La quinta tappa di media montagna fa da spartiacque perché poi ci sarà salita fino alla fine. Insomma, c’è spazio un po’ per tutti, dalle velociste alle attaccanti fino, naturalmente, alle donne di classifica.

C’è una tappa in più rispetto agli altri anni, così come sarà il Giro Women 2026. Pensi che possa incidere questo aspetto nell’economia della gara?

Direi proprio di no, anzi è giusto che siano nove tappe. Per il livello attuale del ciclismo femminile, queste atlete non avrebbero problemi ad una gara a tappe di dieci giorni, come il Giro di qualche anno fa. Detto questo, ce ne sarà abbastanza per le ragazze che dovranno affrontare tre tappe da 160 chilometri, un paio con dislivelli alti, di cui una con l’arrivo al Col de la Madeleine dopo 20 chilometri di salita.

Balsamo (qui vincente al Tour de Suisse) a Plumelec può conquistare la prima maglia gialla
Balsamo (qui vincente al Tour de Suisse) a Plumelec può conquistare la prima maglia gialla
Invece quanto influirà la componente stress, che si preannuncia immancabile?

Quello purtroppo ci sarà fin dalla prima tappa e, anche se spero di sbagliarmi, temo che ci saranno anche cadute dovute alla tanta tensione in gruppo. Vollering l’anno scorso ha perso il Tour per una caduta, non perché le mancassero le gambe. Tutte vorranno e dovranno stare attente e davanti, specialmente le leader per la generale. In questo senso, le prime tappe saranno difficili perché potrebbero non esserci volate scontate.

Buttiamo uno sguardo alle atlete partendo dalle velociste. Wiebes-Balsamo per la maglia verde?

Certo, ma non solo. Innanzitutto loro due potrebbero sfidarsi per la prima maglia gialla. La nostra Balsamo può regalarci questa gioia, tenendoci accese le speranze come è stato con Milan al Tour uomini, magari con un altro esito. Elisa ha fatto una preparazione mirata per il Tour Femmes ed il finale di stagione. In ogni caso oltre a lei e Wiebes, che ha vinto la classifica a punti al Giro, non dobbiamo escludere Kool che ha vinto le prime due frazioni dell’anno scorso o Vos che ha vinto l’ultima maglia verde. Nella lotta inserisco pure Paternoster che potrebbe essere una sorpresa. Tra le velociste sarà una bella sfida.

Apriamo il capitolo invece per la vittoria finale con tanta concorrenza. Vollering parte con i favori del pronostico?

L’anno scorso Niewiadoma si è guadagnata e meritata il successo del Tour Femmes proprio sull’olandese. Kasia sarà molto motivata per confermarsi, visto che ha impostato buona parte della sua stagione su questo appuntamento. La vedo però mezzo gradino sotto Vollering. Entrambe hanno squadre forti, ma dico che Demi è favorita per ciò che ha detto l’annata. Finora ha vinto quasi tutte le gare a tappe a cui ha partecipato: Valenciana, Vuelta, Itzulia e Catalunya, finendo seconda al Tour de Suisse alle spalle di Reusser.

Giada Borgato ha commentato Giro NextGen e Giro Women assieme ad Umberto Martini
Giada Borgato ha commentato Giro NextGen e Giro Women assieme ad Umberto Martini
A proposito, cosa potrebbe fare la svizzera della Movistar?

Reusser ha fatto due mesi favolosi rischiando di vincere anche il Giro. Ha chiuso in calando perché, come ha detto lei, negli ultimi tre giorni era malata. Per come l’abbiamo vista ad Imola, credo che possa avere perso quello smalto e quella adrenalina, però se ha recuperato bene le energie nervose, penso che possa tenere molto bene su tante tappe di montagna.

La SD Worx-Protime come la vedi?

E’ una squadra che può puntare sempre in alto con Kopecky e Van der Breggen. Lotte ha corso il Giro in funzione delle compagne poi si è ritirata per un problema alla schiena per non compromettere il Tour. Vanta già due secondi posti a Giro e Tour e ha mostrato doti indubbie in salita. Sulla carta il percorso sembra un po’ duro per Kopecky, però lei ha un grande carattere e può fare qualsiasi cosa. Per Anna invece bisogna capire come è uscita dal Giro. Potrebbe avere qualcosa in più da spendere. Parliamo comunque di due fenomeni. Attenzione però ad altre atlete…

Gigante ha vinto due tappe al Giro Women. Per Borgato l’australiana della AG Insurance in salita può impensierire tutte le favorite
Gigante ha vinto due tappe al Giro Women. Per Borgato l’australiana della AG Insurance in salita può impensierire tutte le favorite
A chi ti riferisci?

La prima che mi viene in mente è Pauline Ferrand-Prevot. In pratica è tornata a correre su strada perché puntava forte sul Tour Femmes. Per la generale c’è anche lei, nonostante si sia un po’ nascosta. Ad aprile, dopo la vittoria della Roubaix, aveva detto che avrebbe dovuto e voluto perdere un po’ di peso per essere competitiva ad agosto.

Al Giro Women eri stata buona profeta per Gigante nelle tappe che ha vinto. L’altro nome a cui pensi è lei?

Sì, esatto. Vedendola tra le partenti al Tour non posso non inserirla tra le favorite. Al netto del recupero e della preparazione, Gigante in salita ha dimostrato di essere nettamente la più forte e per me è l’unica che può impensierire Vollering. Ha una bella formazione, molto adatta alle tappe mosse, con compagne forti come Ghekiere e Le Court. Spero che impari a correre, tenendo le giuste posizioni in gruppo. Se non perderà tempo nelle tappe iniziali, sarà una cliente scomoda per tutte.

Uscendo dalla zona podio, chi può rientrare nella top 5 o top 10?

Ce ne sono diverse da tenere in considerazione. Malcotti della Human, Rooijakkers e Pieterse della Fenix-Deceuninck, Vallieres e Kerbaol della EF Education-Oatly, Mavi Garcia nonostante l’età (con i suoi 41 anni è la più “grande” al via, ndr). Fisher-Black della Lidl-Trek punta a fare molto bene e infine sono curiosa di vedere Bunel (vincitrice dell’Avenir Femmes 2024, ndr) della Visma | Lease a Bike in coppia con Ferrand-Prevot.

Longo Borghini ha annunciato che al Tour Femmes non curerà la generale, ma giorno dopo giorno può inserirsi nella lotta
Longo Borghini ha annunciato che al Tour Femmes non curerà la generale, ma giorno dopo giorno può inserirsi nella lotta
Cacciatrici di tappa, su chi puntiamo?

E’ una lista di partenti molto ricca, ce n’è per tutte, ma bisognerà capire gli ordini di squadra. Ad esempio la Canyon//Sram zondacrypto ha Bradbury che può fare classifica, quindi c’è da vedere se lasciano spazio a Paladin o Dygert per le fughe. Mentre Ludwig dovrà aiutare in salita, quindi sarà meglio che si risparmi. La EF ha una formazione forte che sa andare all’attacco e penso a Faulkner. La Lidl-Trek potrebbe liberare Brand, Norsgaard o Van Anrooij per azioni da lontano, così come Lippert della Movistar o ancora De Jong e Edwards della Human.

Teniamo apposta per ultima Longo Borghini. A fine Giro ha specificato che in Francia non curerà la generale. Secondo Giada Borgato sarà così?

Per me Elisa ha fatto bene a tenere i piedi per terra, proprio come aveva dichiarato prima del Giro Women. Sa correre, ha una squadra attrezzata e vedrà giorno dopo giorno. Ho visto comunque che ha fatto una bella preparazione, con allenamenti duri e lunghi, quindi penso che sarà pronta. Arriva col morale alto e poi ha un conto aperto col Tour Femmes che vuole saldare.