Tante medaglie e tanti segnali. Salvoldi mette un po’ d’ordine

26.07.2025
5 min
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Una trasferta per certi versi difficile quella vissuta dalla nazionale italiana ad Anadia (POR) per gli europei juniores e under 23 su pista. Siamo nell’anno postolimpico e Dino Salvoldi ha spesso specificato come questa stagione sia importante per cercare risposte nella costruzione della nazionale che poi dovrà andare a caccia della qualificazione olimpica. Dall’altro lato la ristrutturazione dei quadri tecnici ha avuto un effetto, rallentato i tempi di lavoro e per questo il testo lusitano era visto non senza apprensione.

Proprio da queste considerazioni parte l’analisi del tecnico azzurro, che visti suoi incarichi deve anche differenziare più di prima l’occhio verso i più giovani come verso coloro che sono alle porte della nazionale maggiore.

Ad Anadia l’Italia ha conquistato complessivamente 22 medaglie di cui 9 d’oro, finendo seconda nel medagliere
Ad Anadia l’Italia ha conquistato complessivamente 22 medaglie di cui 9 d’oro, finendo seconda nel medagliere

«Complessivamente sono chiaramente soddisfatto, ma devo fare un distinguo. Per gli juniores ho la consapevolezza di aver fatto il percorso giusto e di aver presentato una squadra competitiva. Al contrario, negli under 23 avevo un po’ di dubbi perché c’è stata discontinuità nella preparazione, oltre al fatto di avere iniziato tardi. Per una serie di imprevisti non abbiamo avuto modo di prepararci e quindi arrivare con i ragazzi al meglio delle loro potenzialità».

Alla luce di questo i risultati (ricordando che l’Italia ha chiuso seconda nel medagliere) assumono quindi una luce diversa?

Sì, perché ho avuto delle conferme, ma soprattutto indicazioni utili in prospettiva, sul materiale umano che abbiamo a disposizione.

Ancora un titolo europeo per Davide Stella, che ha svettato nello scratch. Per Salvoldi è un punto fermo
Ancora un titolo europeo per Davide Stella, che ha svettato nello scratch. Per Salvoldi è un punto fermo
Queste difficoltà si sono ad esempio tradotte nell’impegno dell’inseguimento a squadre U23: quel bronzo ti ha lasciato un po’ l’amaro in bocca?

Alla fine il bronzo è stato un premio – risponde Salvoldi – perché è arrivato dopo tre prove e siamo andati progressivamente meglio. Potrei dire che la terza è stata la prima gara interpretata bene, con tutti gli automatismi proprio perché prima si sono visti i problemi della mancanza di lavoro insieme. E’ stata una prestazione consona a al livello che avevamo in quel momento. Sono tutte indicazioni che ho tratto e incamerato, i problemi tattici che abbiamo riscontrato ci serviranno per il futuro. Il tempo di lavoro mancato poi in gara lo paghi. E’ un bronzo che premia l’applicazione dei ragazzi, ma che non rispecchia il loro reale valore.

Parlavi prima degli juniores. Facendo il paragone con la generazione precedente, quella che adesso è under 23, che valore ha questa?

Vorrei innanzitutto sottolineare che è il quarto anno di fila che vinciamo e sempre con prestazioni cronometriche importanti. Sono frutto di un lavoro continuativo, che per i secondo anno è iniziato nel 2024 mentre per i nuovi è iniziato a dicembre inserendoli progressivamente. E’ un flusso continuo, che poi andrà avanti col cambio di categoria. Io con i ragazzi sono stato chiaro, questo è un anno dove si deve lavorare il più possibile perché probabilmente i mondiali 2026 saranno già qualificativi per Los Angeles e dovremo farci trovare pronti.

Vittoria nella corsa a punti per Juan David Sierra, dedicata al compianto Samuele Privitera
Vittoria nella corsa a punti per Juan David Sierra, dedicata al compianto Samuele Privitera
Proprio per le difficoltà che dicevi prima a proposito degli under 23, le vittorie di Sierra e di Stella hanno magari quel pizzico di valore in più perché raggiunte proprio non essendo al massimo della condizione?

Sì, infatti loro hanno questa grande abilità anche di tattica e di conduzione del mezzo. Anche se non sono al 100 per cento riescono comunque ad essere competitivi in quel tipo di gare, corsa a punti e scratch in quest’occasione. Io non mi preoccupo, è stato solo un problema di tempistica, secondo me più avanti, proseguendo nel lavoro, avremo molte più indicazioni. L’anno prossimo, quando partiremo dall’inizio, iniziando gli allenamenti prima, avremo un altro tipo di riscontri. In prospettiva, alcuni di questi giovani oggi under o juniores, potranno andare ad implementare il gruppo degli elite. Adesso c’è ancora un gap, serve lavoro costante.

E’ pesato il ritorno dei russi?

A livello juniores, ne avevamo già incontrati lo scorso anno ai campionati del mondo. Sono sempre stati forti, hanno sempre avuto grande tradizione e quindi non sono certo una sorpresa. Vedremo quanti e quali di loro continueranno a progredire, ma dobbiamo considerarli un fattore anche in ottica olimpica.

Renato Favero ha chiuso secondo nell’inseguimento, battuto dall’inglese Charlton. 3° Giaimi
Renato Favero ha chiuso secondo nell’inseguimento, battuto dall’inglese Charlton. 3° Giaimi
E ora?

Ora si torna a lavorare a testa bassa – avverte Salvoldi – perché dal 20 al 24 agosto abbiamo i campionati del mondo juniores che per noi sono il vero obiettivo. Questo è stato il primo passaggio, il primo momento di confronto, il mettere il numero sulla schiena dopo tanti allenamenti fatti insieme. Quindi adesso abbiamo un altro mese per arrivare al top della condizione. Con gli Under invece iniziamo a lavorare insieme agli elite per i mondiali di ottobre che ci daranno altre risposte in funzione del nostro vero target, la qualificazione olimpica. Abbiamo fatto delle buone prestazioni, 3’51” del quartetto nella finalina è tanta roba, ma dobbiamo renderci conto che non c’è tempo da perdere, perché le qualificazioni olimpiche sono davvero dietro l’angolo…

Cà del Poggio riunisce i muri del mito. E Ballan racconta

26.07.2025
6 min
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Cà del Poggio, Muro di Grammont, Mur de Bretagne: è il nuovo gemellaggio del ciclismo. Un gemellaggio di passione, fatica, pendenze a doppia cifra. Tre muri che uniscono tre simboli, tre templi che raccontano tre epoche del ciclismo. La strada che sale all’improvviso, la folla, la fatica…

Le delegazioni del Muro di Ca’ del Poggio, del Muro di Grammont e del Mur de Bretagne si sono incontrate in occasione della settima tappa del Tour de France.

Da sinistra: il sindaco di Guerlédan Eric Le Boudec, il sindaco di San Pietro di Feletto Cristiano Botteon, il patron del Tour de France Prudhomme e Celeste Granziera

L’idea di San Pietro di Feletto

La rappresentanza trevigiana era guidata da Cristiano Botteon e da Celeste Granziera, che è anche il coordinatore del gruppo di lavoro formato dai rappresentanti dei Comuni in cui si trovano i tre Muri: San Pietro di Feletto per Ca’ del Poggio, Geraardsbergen per Grammont e Guerlédan per il Mur de Bretagne.

«Si tratta di un progetto di cooperazione tra i Muri – ha detto Botteon – un’iniziativa in cui credo molto e che andrà al di là dello sport, per abbracciare tre territori molto diversi tra loro, ma accomunati dalla medesima vocazione per il ciclismo».

Tra rapporti da consolidare e nuove iniziative da pianificare, si è parlato anche di un grande sogno, tutto trevigiano, per la stagione ciclistica 2026: un arrivo di tappa del Giro d’Italia nel cuore delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, con il Muro di Ca’ del Poggio ancora una volta protagonista.

Il Giro d’Italia è transitato a Ca’ del Poggio anche nell’ultima edizione
Il Giro d’Italia è transitato a Ca’ del Poggio anche nell’ultima edizione

Ballan, nostra guida d’eccezione

E questi tre Muri li raccontiamo con l’aiuto di Alessandro Ballan. L’ex iridato li ha affrontati tutti e tre, tutti e tre in corsa, e uno soprattutto rievoca i ricordi di una vittoria indelebile: chiaramente parliamo del Grammont e del suo Giro delle Fiandre.

Partiamo da Ca’ del Poggio: si tratta di uno strappo di poco più di un chilometro, sulle colline del Prosecco.

«Ca’ del Poggio – dice Ballan – è un muro che ricordo soprattutto per il campionato italiano che vinse Giovanni Visconti. Io quel giorno arrivai terzo, anche se il percorso non era troppo adatto a me, visto che si affrontava per ben 12 volte questo muro. Sì, sono un corridore da classiche, da muri, ma non da corse con 4.000 metri di dislivello. Pensavo di attaccare negli ultimi 2-3 giri, ma trovai un Visconti fortissimo. Nonostante ciò ho un bellissimo ricordo di Ca’ del Poggio. Il mio ricordo è legato soprattutto al tifo: la strada è così stretta e pendente che si va pianissimo, e il tifo della gente ti entra nelle orecchie, lo senti a lungo. E’ qualcosa che non dimentichi facilmente».

Ballan dà anche un occhio tecnico: affrontarlo non è difficile solo per le pendenze, ma anche per come ci si arriva.

«Il muro arriva da una pianura molto veloce. C’è una svolta secca a destra e poi subito una rampa sopra il 20 per cento. Una rampa che fa molto male e che resta ripida fino a quasi sotto il ristorante, il cui proprietario è, diciamo, il vero inventore di questa stradina tra le colline del Valdobbiadene. Tra l’altro, se capitate da quelle parti in bici, fermatevi in quel ristorante: si mangia bene tutto, ma in particolare i piatti a base di pesce. Io apprezzo molto i loro risotti».

Alessandro Ballan sul Grammont: questo scatto lo consacrò tra gli Dei della Ronde
Alessandro Ballan sul Grammont: questo scatto lo consacrò tra gli Dei della Ronde

Da Ca’ del Poggio al Grammont

Passiamo a un altro muro: il Grammont. Questo sì che è un vero tempio del ciclismo, un’icona assoluta. E lo era soprattutto con il vecchio percorso del Giro delle Fiandre, ma ancora oggi è una meta per gli appassionati.

«Il ricordo più forte che mi lega al muro di Grammont – dice Ballan – è legato al boato. Un boato fortissimo che c’era in cima quando si usciva dal tratto duro e ci si avvicinava alla chiesetta di Geraardsbergen. Un boato che apprezzai moltissimo, nonostante fossi un rivale di Tom Boonen e nonostante in volata, in quel Fiandre, battei Hoste che era un belga. Però ero un corridore di fatica. Ho fatto anche molti piazzamenti. E credo che sia grazie a tutto questo che mi sono guadagnato il loro rispetto e il loro affetto».

Il Muro di Grammont è veramente impegnativo. La salita inizia già prima del muro vero e proprio, in paese, tra due ali di folla. Poi la strada si restringe e la pendenza aumenta. Il fondo è in pavé.

«All’inizio – riprende Ballan – il pavé è quello tipico delle Fiandre: pietre molto smosse e distanti tra loro. Questo complica ancora di più la salita. Non si tratta solo di pendenza. Quando invece si esce dalla stradina ripida e ci si avvicina alla chiesa, resta sempre pavé, ma le pietre sono più levigate, compatte e vicine. La fatica non cambia, soprattutto perché al Fiandre lo si affrontava dopo 250 chilometri e le sensazioni cambiavano anche in pochi chilometri. Per esempio, l’anno in cui vinsi non stavo affatto bene. Tentai quasi lo “scatto del morto” come si dice in gergo. Poi mi voltai ed ero da solo. A quel punto le energie tornarono all’improvviso e riuscii a scappare».

Il muro di Grammont misura poco più di un chilometro, la pendenza massima è del 18 per cento e si raggiunge nel tratto centrale, molto stretto (poco più di tre metri). Tutto questo complica la scalata, ma ne fa un simbolo assoluto del ciclismo.

Il Tour sul Mur de Bretagne giusto un paio di settimane fa
Il Tour sul Mur de Bretagne giusto un paio di settimane fa

Finale sul Mur de Bretagne

Chiudiamo con il più giovane: il Mur de Bretagne. Il Tour de France l’ha affrontato per la sesta volta un paio di settimane fa, con la vittoria di Tadej Pogacar. Ballan lo affrontò nel Tour del 2008.

«Ricordo – spiega – che arrivava anche in quell’occasione in una delle primissime tappe, e ricordo che mi sfilai quasi subito. Non avevo affatto belle sensazioni. Tanto è vero che pensai: “Ma chi me lo ha fatto fare? Come ci arrivo a Parigi?”. Invece, tutto sommato, quel Tour andò anche bene».

Tecnicamente è una salita diversa rispetto alle altre due: forse è meno muro e più salita. Le pendenze sono più dolci e la strada in asfalto è molto più larga. L’inizio è abbastanza veloce.

«C’è un tratto centrale di circa 700 metri che fa veramente male. Se ben ricordo, non si scende mai sotto l’11 per cento, mentre il finale è più da rapporto: la pendenza scema un po’. Senza dubbio quello che ricordo del Mur de Bretagne è l’ambiente. Un tifo pazzesco, tantissima gente, anche più rispetto agli altri due muri. E’ il richiamo del Tour, dove il tifo è diverso, da grande evento. Un tifo per tutti, con ali di folla che ti accompagnano dal primo all’ultimo metro. Un tifo per tutti, ma in particolar modo per i francesi: era l’epoca di Voeckler, Chavanel, Pinot. Per loro era veramente un altro mondo».

Il bis di Arensman, per merito e grazia ricevuta

25.07.2025
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LA PLAGNE (Francia) – «Ho cercato di guardarmi dietro il meno possibile – dice Arensman – perché non è proprio necessario. Rischi solo di distrarti. Avevo la radio e mi dicevano che il vantaggio era più o meno stabile sui 30 secondi. Ma ho preferito non fidarmi e ho seguito il mio istinto. Mi sono concentrato solo sul traguardo, perché comunque non posso influenzare le gambe degli altri. Potevo solo andare il più veloce possibile, lottando contro il mio corpo. E’ l’unica cosa che si possa fare in quei momenti. Guardare avanti, mantenere una buona cadenza e dare il massimo per arrivare al traguardo. E’ quello che avrei dovuto fare e che ho fatto. E ne sono davvero orgoglioso».

Che cosa vogliamo fare? Ma Vingegaard non risponde e Pogacar smette di tirare
Che cosa vogliamo fare? Ma Vingegaard non risponde e Pogacar smette di tirare

Una partita di scacchi

Thymen Arensman, olandese di 25 anni in maglia Ineos Grenadiers, conquista la seconda tappa del suo Tour, dopo quella di Superbagneres. In realtà non si capisce quanto sia stato per il suo enorme merito e quanto per l’indulgenza degli inseguitori. La sensazione, in questo pomeriggio freddo e bagnato sulle Alpi francesi, è che Pogacar non fosse forte come al solito e che, in aggiunta, non abbia voluto servire la vittoria a Vingegaard che gli è rimasto a ruota per tutto il giorno. Avrebbe lasciato vincere anche Lipowitz, ma non il danese. Amici mai, lo abbiamo scritto a inizio Tour, e oggi se ne è avuta la conferma. La maglia gialla sembrava voler vincere e ha anche attaccato. Ma quando si è accorto di non poter fare il vuoto, ha chiuso sul primo allungo di Arensman e poi si è concentrato sul suo primato.

«Oggi abbiamo cercato di puntare alla tappa – dice Pogacar, infreddolito e stanco – perché ci sentivamo forti. Siamo stati bravi nel tenere la corsa, poi ci siamo accorti che alcuni corridori pensavano di potersela giocare allo sprint dopo una salita di 19 chilometri. Nessuno ha voluto tirare. Così ho fatto un attacco e ho pensato che con Jonas saremmo potuti arrivare in cima, ma Arensman era lì e oggi si è rivelato il più forte. Io ho cercato di impostare il mio ritmo. Ovviamente sono stanco, non è semplice essere attaccato dal primo all’ultimo giorno ed essere sempre concentrato e motivato. La priorità è la maglia gialla, quindi alla fine contavo i chilometri. Andavo avanti con la testa e speravo che nessuno mi attaccasse. E’ presto per parlare di una vittoria nella tappa di Parigi, sono abbastanza sfinito».

Pogacar non era al meglio, ha pensato alla classifica e incoronato Arensman
Pogacar non era al meglio, ha pensato alla classifica e incoronato Arensman

Il rilancio di Arensman

A fine 2022, Arensman aveva lasciato il Team DSM in direzione Ineos, con la convinzione che potesse diventare uno dei talenti per i Grandi Giri. In realtà le cose non sono andate come lui per primo si aspettava, ma questa seconda vittoria scattando dal gruppo dei migliori riaccende un riflettore che sembrava definitivamente buio.

«Forse ora posso avere un po’ più di fiducia nelle mie capacità – dice – so che posso vincere due tappe al Tour e ho la stoffa per essere tra i migliori. Ma sono anche un essere umano, ancora vivo e vegeto, ho i miei limiti e faccio del mio meglio. La tappa di oggi è una bella spinta per pensare nuovamente a una classifica generale. Non sono tanto le due tappe, quanto piuttosto come mi sono preparato dopo la caduta al Giro e in vista del Tour (Arensman era caduto facendosi male a un ginocchio nella tappa di San Valentino, ndr). Come mi sono preso cura del mio corpo, le scelte che ho fatto, la preparazione adottata con il mio allenatore. Abbiamo cambiato alcune piccole cose in questa stagione. Sono più calmo. Ho più fiducia in me stesso e nel processo. E penso che siano le cose principali che porto con me per i prossimi anni della mia carriera. Sono orgoglioso di questi cambiamenti, perché sembra che stiano funzionando».

Tra forza e astuzia

Il primo scatto rientrando da dietro ha avuto vita breve. Lo sloveno infatti aveva ancora in testa di vincere e ha chiuso facilmente il buco. Arensman lo ha guardato e ha capito che fra lui e Vingegaard non ci fosse grande feeling. Così si è spostato sul lato sinistro della strada ed è scattato ancora. Questa volta Pogacar si è guardato alle spalle, ha percepito l’assenza di reazione e ha lasciato fare.

«Sentire che Pogacar ha detto che sia stato il più forte – sorride – è un complimento davvero bello. Non riesco a sentire le sue gambe, ma sono sicuro che avesse e abbia ancora voglia di vincere un’altra tappa al Tour. Forse, se avesse avuto la forza giusta, avrebbe attaccato lui. Alla fine credo che fossero molto vicini a me, ma anche io avevo anche delle buone gambe e ho cercato di giocare d’astuzia. So che Jonas e Tadej a volte si guardano, così ho cercato di attaccare ancora e alla fine è stata la decisione giusta».

Neanche il tempo di arrivare e alle spalle di Arensman è piombata la maglia gialla
Neanche il tempo di arrivare e alle spalle di Arensman è piombata la maglia gialla

Il filo del passato

Si percepisce la voglia di essere là davanti e la fatica mentale di quando non ci riesci per così tanto tempo. Ritrovarsi a lottare contro Pogacar (sia pure in una posizione lontanissima di classifica) ha riacceso in Arensman dei ricordi che credeva sepolti.

«La prima volta che ho incontrato Tadej – racconta –  è stato durante il Tour de l’Avenir del 2018, quando arrivammo primo e secondo in classifica generale. Capii subito che è un corridore davvero speciale, un talento davvero grande. Io ero al secondo, lui al primo anno da under 23 e non mi aspettavo davvero che sarebbe diventato così forte. Ma fu davvero bello, per un diciottenne e un diciannovenne, sfidarsi in quella grande corsa. E ora sono qui al Tour de France, il mio primo Tour de France e ho già vinto due tappe. Se ripenso a quei giorni e mi rivedo oggi, è tutto molto speciale. E’ come un filo che si riallaccia e che ora finalmente potrò seguire».

Le mani di Gigio e le gambe di Milan: la verde è più vicina

25.07.2025
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LA PLAGNE (Francia) – Con i 20 punti conquistati nella volata al chilometro 12,1 e scalati quelli per il terzo posto di Pogacar, il vantaggio di Milan su Tadej nella lotta per la maglia verde è ora di 80 punti. Ad assistere al traguardo volante di Villard sur Doron c’erano anche Luigi Marchioro ed Eugenio Alafaci, i due massaggiatori della Lidl-Trek incaricati dell’arrivo. “Gigio” peraltro è anche il massaggiatore del friulano, per cui quando ci raggiunge ai 500 metri dall’arrivo, il suo sorriso è di quelli ottimisti (in apertura, i due sono insieme subito dopo la vittoria di Laval). Il vantaggio è grande, non ancora matematico, ma quasi. Nel frattempo in cima al monte ha iniziato a piovere e provvidenziale si rivela l’ombrello tenuto da Alafaci. La corsa è annunciata a 65 chilometri dal traguardo, c’è il tempo per farsi raccontare il “suo” Milan.

Nella carriera precedente, “Gigio” è stato il massaggiatore di Sonny Colbrelli. Quando poi nel 2021 alla Bahrain Victorious arrivò il velocista friulano, che a quel tempo era più un pistard che un grande stradista, gli fu affidato l’incarico di massaggiarlo.

«La prima volta che me lo sono trovato sul lettino – sorride – ho pensato: mamma mia che gambe, c’è tanto da lavorare! Aveva 21 anni ed eravamo in Belgio. E gli ho detto una cosa: “Quando scendi dal lettino, fatti una foto intera delle gambe e ogni anno continua a farla e vedrai lo sviluppo”. Fino all’anno scorso lo ha fatto di sicuro, perché me lo raccontava. Johnny è buono, è una persona speciale, con cui è nato un rapporto di grande fiducia».

L’incontro con Gigio (e con lui Alafaci), a pochi metri dal traguardo di La Plagne
L’incontro con Gigio (e con lui Alafaci), a pochi metri dal traguardo di La Plagne
A parte le foto, hai visto cambiare le sue gambe?

Anno dopo anno, è sempre meglio. Dall’anno scorso, da quando è entrato qua in Lidl-Trek, c’è stato un cambiamento ulteriore dovuto alla preparazione, all’età e anche alla testa. Vive per il secondo anno in una squadra che punta su di lui e gli dà gli uomini per fare lo sprint: crescere è davvero inevitabile.

L’altro giorno gli abbiamo chiesto se gli sia sembrato più duro il Mont Ventoux oppure le Tre Cime di Lavaredo del 2023, quando arrivò in cima in maglia ciclamino dopo aver avuto la febbre. Che cosa sono per lui queste salite?

Un handicap tremendo. Mi ricordo anche l’anno scorso quando al Giro fecero per due volte il passaggio del Monte Grappa, potevano fare anche la terza… Quando tratti un velocista puro dopo una tappa con tanta salita, le gambe sono belle toste, dure, incatramate. Però è un gusto massaggiarlo, perché ti fa lavorare bene. In più, come tutti gli altri ragazzi della nostra squadra – che siano italiani, francesi o belgi – quando finisci di fargli il massaggio, anche Milan ti mette la mano sulla spalla e ti dice grazie. E quella è una soddisfazione.

Com’è fatto il massaggio di Jonathan Milan?

Un massaggio bello, profondo, intenso, perché a lui piace così. La durata varia fra un’ora e un’ora e un quarto. Lui si rilassa, il bello è quello. Soprattutto quando si gira con la pancia in giù. Mi dice: “Guarda che adesso sto pensando”. E di solito significa che sta per addormentarsi (sorride, ndr).

La salita per un atleta imponente come Milan (1,96 per 87 kg) è un supplizio: le gambe dopo le tappe più dure richiedono grande lavoro
La salita per un atleta imponente come Milan (1,96 per 87 kg) è un supplizio: le gambe dopo le tappe più dure richiedono grande lavoro
Un massaggio tutto manuale oppure anche con qualche macchinario?

No, manuale. Poche volte con la Tecar, diciamo che all’80-90 per cento è sempre manuale. Dopo aver massaggiato Johnny per un’ora, anche io mi faccio i muscoli (ride, ndr).

Si massaggia tutto il corpo in modo omogeneo oppure ci sono delle differenze?

Dipende dalla tappa. Dopo una crono, sono uno che lavora sia sulle gambe sia sulla schiena. E dipende anche dalla tappa che è stata fatta il giorno prima della crono. Perché magari lavori già sulla schiena per dare un po’ più di elasticità. E la stessa cosa si fa dopo la crono, perché la posizione non è delle più comode e bisogna rimettere in sesto la schiena.

Il primo Tour è stato una prova anche dal punto di vista muscolare? L’hai sentito diverso rispetto ad altre corse?

Sì, assolutamente, il primo Tour è tutto diverso. Fisicamente, ma anche psicologicamente. Jonathan era venuto qua con l’ambizione di vincere la prima tappa, che avrebbe significato avere la maglia gialla. Non è andata bene, ma non per colpa sua, quanto per quel ventaglio. L’obiettivo è rimasto quello di vincere più tappe possibili e prendere la maglia verde. Diciamo che siamo vicini all’averlo centrato, con due vittorie e due secondi posti, che sarebbero potuti essere anche delle vittorie.

In questa foto fornita dallo stesso Gigio, un momendo di massaggio e relax con Jonathan Milan
Il massaggiatore è ancora oggi il vero confidente del corridore o sono abitudini superate?

Secondo me, se il corridore ha fiducia nel suo massaggiatore, si confida su tutto. Sapete benissimo che ho seguito Colbrelli e ho notato la stessa cosa che ora accade con Johnny. Non è che gli chieda qualcosa, è lui che spontaneamente inizia a parlare. Forse c’entra l’età, visto che potrei essere suo padre.

Un altro dei punti fermi di una volta recita che il massaggiatore riesca a capire dalle gambe se il corridore ha il grande risultato in arrivo.

Io penso sempre che il massaggiatore sia una figura importante per il corridore. Senti il muscolo, però senti anche come ti parla, la differenza tra un giorno e l’altro. Quando è arrivato secondo era furibondo, ma il giorno prima di vincere ancora, l’ha detto: “Domani non c’è Merlier che tenga, io domani vinco!”. Johnny è un po’ un testone, ma quando le dichiara, sbaglia poche volte.

Ti ha proposto Johnny di seguirlo alla Lidl-Trek?

Sì, è andata così. Eravamo nuovamente in Belgio e mi ha chiesto se volessi seguirlo. Io ero in scadenza di contratto con la Bahrain. Mi avrebbero tenuto, ma quando Johnny me l’ha chiesto ho avuto pochi dubbi: se ti trovi bene, non c’è motivo di interrompere la collaborazione. In più c’era anche un discorso legato alla sua famiglia, che per lui è fondamentale. E a casa sua avevano notato tutti che quando ci sono io, lui è sereno e tranquillo. E da lì è nato tutto, anche per fare un’esperienza nuova in una grande squadra.

Stamattina la Lidl-Trek ha preso in mano la corsa e lanciato Milan verso la vittoria del traguardo volante di Villard sur Doron, al km 12,1
Stamattina la Lidl-Trek ha preso in mano la corsa e lanciato Milan verso la vittoria del traguardo volante di Villard sur Doron, al km 12,1
Com’è quando ti arriva addosso al traguardo?

Che vinca, che perda o che arrivi a 45 minuti, la pacca sulla spalla si dà sempre, assolutamente. Perché io penso sempre che lui faccia più fatica di quello che vince, come tutti. Arriva e dice: “Quanta fatica anche oggi, quanta fatica anche oggi!”. E io gli rispondo: “Tieni duro, che fra poco è finita. Tieni duro, che fra poco è finita”. Cosa vuoi fare? L’abbraccio è sempre affettuoso e serve per dargli un po’ di carica, di fiducia, di sostegno. Vale per qualsiasi corridore, ieri sono andato a fare i complimenti anche a Simone Consonni, perché ho visto la sua fatica.

Secondo te Milan sta soffrendo più per la maglia verde o fu più dura con la prima ciclamino, soprattutto dopo che era stato male?

Bella domanda! Secondo me, sta soffrendo più per la maglia verde. E’ un simbolo che vuole portare a casa a tutti i costi. Per questo penso che oggi all’arrivo sarà contento.

Scalco: la costanza e la voglia di misurarsi con i grandi

25.07.2025
4 min
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VALTOURNENCHE – Matteo Scalco ha trovato una buona continuità nei risultati anche nel Giro Ciclistico della Valle d’Aosta. Per lo scalatore della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè sono arrivati tre piazzamenti in top 10 nelle quattro tappe disputate. Il risultato finale è un quinto posto nella classifica generale che fa da eco al nono del Giro Next Gen. Alla terza stagione all’interno del progetto giovani della squadra di Bruno e Roberto Reverberi è il momento di fare un punto sulla sua crescita. 

Matteo Scalco al Giro della Valle d’Aosta ha conquistato un buon quinto posto finale
Matteo Scalco al Giro della Valle d’Aosta ha conquistato un buon quinto posto finale

La salita

Dopo le buone prestazioni al Giro Next Gen insieme a Filippo Turconi per Matteo Scalco si sono aperte le porte del Giro della Valle d’Aosta. 

«Tra queste due gare a tappe – racconta Scalco – siamo andati in ritiro sul Pordoi per prepararci al meglio. Cercavamo gare con tanta salita, perché è il mio terreno, dove riesco a dare il massimo. Non sono un corridore molto esplosivo, quindi soffro un po’ nelle gare mosse. All’inizio dell’ultima tappa guardavo ancora con speranza al podio finale, purtroppo è sfumato per una trentina di secondi ma mi ritengo soddisfatto».

Una delle qualità del giovane scalatore della Vf Group-Bardiani è la costanza
Una delle qualità del giovane scalatore della Vf Group-Bardiani è la costanza
Sei al terzo anno del tuo cammino in Vf Group-Bardiani, che bilancio fai?

Nel corso delle varie stagioni sono sempre migliorato, con passi anche ben evidenti. Ognuno ha i suoi momenti e i suoi tempi per crescere, non tutti vincono subito appena arrivati. I miei compagni di squadra qui al Valle d’Aosta erano tutti al primo anno e ne abbiamo parlato spesso. 

Di cosa?

Che non si può raccogliere tutto e subito, non tutti passano da juniores a under 23 e fanno faville. E’ normale però avere tanti dubbi e tante apprensioni quando sei al primo anno in una nuova categoria.

Scalco aveva un conto aperto con il Giro Next Gen, quest’anno è tornato e ha conquistato il nono posto nella generale (photors.it)
Scalco aveva un conto aperto con il Giro Next Gen, quest’anno è tornato e ha conquistato il nono posto nella generale (photors.it)
Tu in queste stagioni hai raccolto quello che ti saresti aspettato?

Per certi versi sì. Avevo un conto aperto con il Giro Next Gen dopo il ritiro a causa di un virus lo scorso anno. Sono tornato e ho trovato una buona top 10. Alla fine in questi tre anni da under 23 penso di aver capito che il mio punto di forza è la costanza. Da un lato potrebbe anche essere una debolezza. 

In che senso?

Non ho ancora trovato un giorno nel quale riesco ad andare veramente forte. Però in questi tre anni ho ottenuto un decimo posto nella generale all’Avenir, un nono al Giro Next Gen e il quinto posto qui al Valle d’Aosta. Nei tre grandi giri under 23 ho raccolto tre top 10. 

Con la Vf Group-Bardiani per Scalco sono già arrivate le prime esperienze nel WorldTour, qui alla Tirreno-Adriatico 2025
Con la Vf Group-Bardiani per Scalco sono già arrivate le prime esperienze nel WorldTour, qui alla Tirreno-Adriatico 2025
Questo fattore di non spiccare pensi sia una cosa sulla quale devi lavorare?

Magari sì, credo che con il passare del tempo possa venire fuori. Una volta trovato il tuo livello provi a porti un obiettivo secco. Comunque, a mio avviso, essere costanti è una bella cosa, perché comunque durante tutto l’anno non ho mai periodi “bui”. 

Quali sono gli aspetti su cui devi lavorare?

Sicuramente l’esplosività, soffro parecchio i cambi di ritmo in salita. Quest’anno ho cambiato preparatore passando da Artuso, che per motivi contrattuali non può più seguire atleti esterni alla Red Bull-BORA, a Cucinotta. I due hanno metodi simili di lavoro e questo mi ha permesso di avere continuità. 

Quest’anno sei in scadenza.

Sì, il contratto che avevo firmato finita la categoria juniores era di tre anni. In queste settimane parlerò con la squadra e faremo il punto della situazione. Penso di aver fatto il mio percorso nella categoria under 23. I risultati ci sono stati, è mancato quello di spicco ma la crescita è arrivata. Vorrei provare a correre con costanza tra i grandi.

Hai già avuto modo di vedere come si corre…

E’ un bel modo, forse anche più tranquillo, rilassato. Tra gli under 23 ci sono tanti giovani che hanno voglia di dimostrare e c’è maggiore tensione. Un modo di correre regolare penso sia più vicino alle mie caratteristiche. 

Il Team Giorgi continua a sfornare talenti. Ecco Rosato

25.07.2025
6 min
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Anche se la sua lunga storia è agli sgoccioli, il team Fratelli Giorgi continua a sfornare talenti e a contraddistinguersi nel panorama juniores. Non è un caso se nell’ultimo weekend sono arrivate vittorie a pioggia e fra i protagonisti c’è stato anche Giacomo Rosato. Che, a dir la verità, è in evidenza sin dall’inizio della stagione, considerando che aveva esordito con un successo a inizio marzo al Giro delle Conche.

Il veneto si candida quindi a essere uno dei tanti che dal team Giorgi ha schiuso le ali per volare verso il ciclismo che conta, anche perché al di là della sua normale timidezza, le ambizioni sono ben alte, sin dall’anno in corso.

Il veneto viene da una famiglia di ciclisti. Suo padre ha corso fra gli juniores, il fratello fra gli esordienti
Il veneto viene da una famiglia di ciclisti. Suo padre ha corso fra gli juniores, il fratello fra gli esordienti

«Sono nato a Montebelluna ma vivo ad Asolo, sono insomma un trevigiano doc. Sono alto più di 170 centimetri per un peso forma di 55 chili e ho incamerato questa passione da mio padre che ha corso fino alla categoria junior. Anche mio fratello Giulio ha corso, ma si è fermato fra gli esordienti. Ho iniziato da G1 senza più smettere, mettendo subito in mostra caratteristiche da scalatore, infatti sono proprio le salite il mio terreno principale, ma credo che la mia forza principale stia nel fatto che ho tanta voglia di migliorarmi e per questo mi dedico all’allenamento con grande ardore perché so che la strada per la gloria passa da lì».

Sei arrivato alla tua quarta vittoria ma qual è stata quella che pensi abbia sbloccato il tutto, ti abbia fatto fare il salto di qualità?

Sicuramente la prima. alle Conche perché era la prima gara della stagione. Arrivavo da un inverno molto intenso, ma quando pensi solo ad allenarti non sai realmente a che punto sei e aver iniziato subito con un successo è stato un segnale molto positivo. Ero arrivato alla corsa con molte incognite, con molte domande e i fatti hanno risposto.

L’arrivo vittorioso di Rosato alla Sandrigo-Monte Corno, staccando nel finale Cobalchini (foto team)
L’arrivo vittorioso di Rosato alla Sandrigo-Monte Corno, staccando nel finale Cobalchini (foto team)
E domenica?

Gara di quelle che piacciono a me, la Sandrigo-Monte Corno nel finale proponeva infatti un circuito breve di quasi 3 chilometri, da ripetere per ben 14 volte, con un’ascesa finale di ben 15 chilometri ma con pendenze sempre dolci. Con la squadra abbiamo sempre tenuto la corsa sotto controllo. Il team mi ha portato nelle prime posizioni e quando ho tentato la fuga il solo Cobalchini ha tenuto il mio ritmo. Avrei anche potuto staccarlo, ma la salita non era troppo dura e ho preferito aspettarlo per giocarmi la vittoria nel finale. Non ho aspettato lo sprint secco, ho lanciato la volata ai -500, sapevo di avere un buono spunto per quell’arrivo.

Ti ritieni più un corridore da gare di un giorno o da corse a tappe?

Sicuramente meglio in queste ultime, ma attualmente non posso ancora dire di poter puntare alle classifiche, devo progredire ancora tanto soprattutto nelle prove a cronometro che per le corse a tappe sono essenziali.

Rosato è un tipico scalatore per gare a tappe. Ora però deve migliorare a cronometro
Rosato è un tipico scalatore per gare a tappe. Ora però deve migliorare a cronometro
Quest’anno però sei entrato nella top 10 alla Corsa della Pace, che nella tua categoria è un riferimento molto importante a livello internazionale…

Avevo partecipato anche l’anno prima, solo che mi sono infortunato a un ginocchio e non ho potuto giocarmela. Quest’anno sono arrivato lì bello pronto, ho atteso perché le prime due tappe erano per gli sprinter e ho lavorato per i compagni aiutando Magagnotti nella sua vittoria. Poi c’è stata la cronometro dove ho preso 30 secondi e per questo dico che devo migliorare. Dopo, comunque sono rimasto sempre lì in classifica e nel tappone ho anche fatto una bella azione in salita, sono riuscito a andar via da solo, ma sono stato raggiunto da un gruppetto e ho chiuso 7°. Anche perché è stata una volata strana, alcuni sono caduti.

Visto che ormai è ufficiale che il vostro team chiude, qual è l’atmosfera che c’è adesso in squadra?

Sicuramente dispiace un po’ a tutti. Io sono al secondo anno qui e ho trovato in Carlo Giorgi una grandissima persona. Anche dopo l’annuncio ci coccola ancora, ci tiene, non ci manca fa mancare niente. In quest’ultimo fine settimana ci tenevamo particolarmente tutti a emergere, a vincere anche per onorare la memoria di Privitera che correva con noi. Non sono stati giorni facili, abbiamo voluto rispondere con le azioni più che con le parole.

Esordio stagionale che migliore non poteva essere per il trevigiano, primo al Giro delle Conche (foto team)
Esordio stagionale che migliore non poteva essere per il trevigiano, primo al Giro delle Conche (foto team)
Com’è stata assorbita la notizia della scorsa settimana tra voi ragazzi?

E’ stato un colpo al cuore, diciamo, perché sappiamo che può accadere a chiunque. E quando accadono certe tragedie non sai cosa dire. Secondo me il silenzio è la miglior cosa. Abbiamo visto il diesse particolarmente provato, ha avuto modo di allenarlo due anni di fila e gli era rimasto molto legato. Io sono arrivato quando lui aveva lasciato il team, il primo inverno è però venuto ad allenarsi con noi, era sempre disponibile. Abbiamo parlato qualche volta, era un bravissimo ragazzo.

A fine stagione cambi categoria, che prospettive hai?

Ho firmato già l’anno scorso con il devo team della Bahrain. Quest’anno correrò una gara a tappe in Belgio con la loro squadra juniores. Devo dire che avere già la sicurezza il primo anno del mio futuro è stato un grande aiuto, anche se devo dire che rispetto ad allora credo di essere cambiato tanto, migliorato. Pianifico un po’ di più le gare e scelgo con attenzione quali fare, infatti prima dei tricolori – che poi non ho corso perché non stavo bene – ho fatto un mese di stop e i vantaggi si sono visti.

Nell’ultimo weekend il team Giorgi ha raccolto ben 4 vittorie, 4 come i successi stagionali di Rosato (foto team)
Nell’ultimo weekend il team Giorgi ha raccolto ben 4 vittorie, 4 come i successi stagionali di Rosato (foto team)
Da qui alla fine dell’anno quali obiettivi ti poni? Magari una maglia azzurra per le gare europee e mondiali, visto che sono percorsi piuttosto duri e per scalatori…

Diciamo che da qui in poi tutte le gare sono importanti, direi decisive per guadagnarsi una chance azzurra. Io non mi pongo particolari aspettative, se poi riuscirò a farmi vedere bene. Io credo comunque che il vero esame sarà il Lunigiana, lì non si può fallire…

Nei giorni caldi del Tour, lo schema Lidl-Trek per integrare il sodio

25.07.2025
5 min
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AVIGNONE (Francia) – Li abbiamo visti per giorni vuotarsi borracce intere sulla testa e sulla schiena. Il Tour non è stato investito dalla peggior canicule di sempre, ma di certo almeno fino al Mont Ventoux non ha risparmiato il sole sul gruppo. E quando si va così forte e le salite sono prive di ombra, il rischio di eliminare attraverso il sudore anche gli elettroliti più importanti è dietro l’angolo. Abbiamo visto come negli anni passati i pantaloncini e le maglie più scure si macchiassero di bianco: il chiaro segno del sodio che se ne va. Ma se in precedenza anche corridori fortissimi come Pogacar avevano in questo un punto debole su cui lavorare, oggi la ricerca nel campo dell’integrazione ha fatto passi da gigante.

Marco Sassi è da un anno nutrizionista nello staff della Lidl-Trek (@hardyccphotos)
Marco Sassi è da un anno nutrizionista nello staff della Lidl-Trek (@hardyccphotos)

La variabile del sodio

Alla Lidl-Trek è arrivato da circa un anno un nuovo professionista nel campo della nutrizione ed è bastato sentirne il nome per avere un sussulto. Marco Sassi è il figlio dell’indimenticato Aldo, creatore del Centro Mapei (cui si appoggia la squadra americana) e pioniere della preparazione su cui oggi si basa il ciclismo. Aldo se ne è andato il 13 dicembre del 2010, ma riconoscerne il guizzare sul volto del figlio riduce le distanze e in qualche modo chiude il cerchio. Marco ha lavorato per alcuni anni nel calcio e poi ha fatto il passo verso il ciclismo. Con lui parliamo proprio di come si argini la perdita del sodio e se davvero si debba attuare una strategia mirata.

«Il discorso del sodio è veramente molto complesso – dice – è difficile trovare delle linee guida che vadano bene per tutti. La perdita infatti è estremamente variabile: quella del sodio, in realtà, e quella dell’acqua. Il tema diventa molto importante, soprattutto quando una tappa è lunga e in un ambiente molto caldo, perché c’è il rischio di andare verso un’iponatriemia, quindi verso un basso valore ematico di sodio».

Enervit fornisce alla Lidl-Trek dei gel con carboidrati che contentono anche sodio
Enervit fornisce alla Lidl-Trek dei gel con carboidrati che contentono anche sodio
Messa così sembra una cosa piuttosto seria…

Di base lo è, ma si può gestire: difficilmente si arriva a quei livelli. Per tenere sotto controllo il calo del sodio, utilizziamo solitamente i gel che ci fornisce Enervit, che contengono 200 milligrammi di sodio. E poi anche in borraccia sono contenuti elettroliti, quindi anche sodio.

Nella stessa borraccia in cui ad esempio si mettono anche i carboidrati?

Esattamente, si tratta di una soluzione molto comoda. Hai energia e sodio direttamente nella stessa borraccia. Quindi diciamo che in linea di massima, quando una tappa è molto calda e si suda tanto, si cerca di stare intorno almeno ai 400-500 milligrammi di sodio per ora. E’ una quota indicativa, perché il livello è variabile da corridore a corridore, quindi va personalizzata. Comunque non è difficilissimo arrivarci, perché ad esempio bastano due gel e sei già 400 milligrammi. La cosa più importante rimane comunque riuscire a idratarsi bene e non perdere troppi liquidi durante la tappa. Perché poi si paga, soprattutto nel finale quando la percentuale di disidratazione è più alta. Quindi in realtà diciamo che il sodio va integrato in funzione di quanto una persona beve.

Come dire che se bevo tanto devo prenderne di più?

Avete colto nel segno. Se bevo tanto, devo prenderne di più, altrimenti diluisco il plasma. Se invece uno tende a bere meno, dato che la perdita del sudore è composta principalmente da acqua, in realtà avrebbe più sodio a livello di concentrazione. In ogni caso è necessario non prenderla alla leggera e ripristinare i livelli.

Hai parlato di soggettività. Sappiamo che nei training camp lavorate per stabilire la quota oraria dei carboidrati, ma si riesce a fare anche con il sodio?

E’ difficile, perché i training camp si svolgono con temperature decisamente più basse. Per cui in quei casi inizia l’osservazione, che poi si integra con quello che vediamo nelle prime gare. E alla fine, dalla somma delle esperienze, abbiamo il quadro dell’atleta e riusciamo a dosare bene anche il sodio.

In che modo durante un Tour de France l’atleta si rende conto di dover integrare il sodio?

Di solito nelle tappe calde si utilizzano esclusivamente prodotti con il sodio, quindi ci togliamo il dubbio. Anche perché diventa veramente difficile avere un eccesso di sodio, quindi diciamo che non è un problema su cui diventare matti. Può diventare un aspetto su cui bisogna essere molto più precisi in eventi particolari, ma parliamo di altri sport, come quelli di ultra endurance. Se rimaniamo nell’ambito del ciclismo, anche nella tappa più lunga e calda, una volta che mi assicuro di avere dei prodotti a base di sodio, che sono stati formulati apposta per avere dei quantitativi sufficienti, non ci sono grossi problemi.

Anche la UAE Emirates ha Enervit fra i suoi partner: qui Wellens durante una doccia estemporanea nella tappa di Hautacam
Anche la UAE Emirates ha Enervit fra i suoi partner: qui Wellens durante una doccia estemporanea nella tappa di Hautacam
In che modo Enervit è arrivata a stabilire il quantitativo di sodio da mettere nei gel?

I prodotti che usiamo nel professionismo nascono sempre da una collaborazione. Quindi loro hanno un dipartimento di ricerca e sviluppo e con loro confrontiamo per far capire le nostre esigenze. Vengono messe a confronto con i loro studi e i risultati conseguiti dai vari competitor e alla fine si cerca di allinearsi alle evidenze scientifiche e alle nostre richieste. Perché alla fine è chiaro che le nostre richieste siano anche il frutto delle evidenze. Ci muoviamo in questo senso, anche seguendo i gusti e le preferenze degli atleti.

Roglic e Lipowitz: analisi, tattiche e speranze Red Bull

24.07.2025
5 min
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COURCHEVEL (Francia) – Nel bene e nel male, sono stati i protagonisti della giornata: parliamo dei ragazzi della Red Bull-Bora. Nel bene perché ci hanno provato, nel male perché probabilmente i piani non sono andati come si aspettavano. La carne al fuoco per la squadra tedesca non mancava: il podio, la maglia bianca, la tappa (in apertura foto ASO / Billy Ceusters).

E infatti oggi sul Glandon sono stati tra i primi ad accendere la miccia con Primoz Roglic, peccato che la loro tattica si sia scontrata con il “famigerato piano” della Visma-Lease a Bike, quel piano che vanno millantando fin dalla vigilia del Tour de France

Ma torniamo a noi e alla Red Bull. Proviamo dunque a fare un’analisi della giornata tattica in tre passaggi: la squadra, l’azione di Florian Lipowitz e quella di Roglic.

Dai chilometri finali della Madeleine fino quasi al termine della sua discesa, Florian Lipowitz è rimasto a lungo da solo
Dai chilometri finali della Madeleine fino quasi al termine della sua discesa, Florian Lipowitz è rimasto a lungo da solo

La squadra e la corsa

Come detto, la carne al fuoco non era poca e per fortuna, oseremmo dire. In fin dei conti, lo squadrone di Ralph Denk fin qui ha raccolto davvero poco: un secondo posto ieri con Jordi Meeus. Vero ci sono ancora in ballo un possibile podio e una possibile maglia bianca. Ma è relativamente poco per una corazzata simile.

E così ecco che in fuga ci va Primoz Roglic. Per la tappa e per portarsi avanti. In questo modo avrebbe chiamato allo scoperto, come poi è successo, anche Oscar Onley e gli altri immediati inseguitori nella classifica generale. In modo da far restare coperto Lipowitz.

E tutto sommato il piano architettato dal direttore sportivo Enrico Gasparotto stava andando benone. A rompergli le uova nel paniere, come detto, ci ha pensato la Visma sul Col de la Madeleine. Lì l’accelerazione di Jorgenson e Vingegaard ha distrutto il vantaggio di Roglic e messo in difficoltà Lipowitz. Il quale poi, costretto al recupero, ha speso l’ira di Dio in vista della scalata finale.

Recupero che, una volta fermatosi Jorgenson, si è trasformato in contrattacco per Lipowitz. Insomma, la squadra sin lì si era mossa bene.

Il tedesco ora conserva podio e maglia bianca per soli 22″ su Onley
Il tedesco ora conserva podio e maglia bianca per soli 22″ su Onley

La tenacia di Lipowitz

Sulla Madeleine, la risposta agli affondi di Vingegaard è costata cara a Lipowitz. Per oltre 45 minuti, la maglia bianca ha lottato in solitudine per cercare di rientrare. Quando c’è riuscito, è partito al contrattacco.

Questa azione non è stata facile da comprendere e poteva sembrava quantomeno azzardata. Ma poi, analizzando i tempi di scalata, forse si è rivelata la mossa giusta per salvare capra e cavoli, vale a dire podio e maglia bianca. Di fatto, Florian si è avvantaggiato e ha fatto tutto, ma proprio tutto, il Col de la Loze di passo, come fosse una cronoscalata.

Lipowitz ha sempre perso terreno, dal primo all’ultimo metro della Loze. Giusto quindi mettere nel sacco quei 2’20” all’imbocco dell’ultimo colle. Tanto più che Oscar Onley, a dire il vero anche un po’ a sorpresa, ha tirato fuori dal cilindro una prestazione mostruosa. Non dimentichiamo che sulla Madeleine si era staccato. Era finito nel gruppo con Vauquelin e Johannessen e quando Lipowitz è scattato l’inglese ancora era dietro. Ora l’atleta della Pic Nic-PostNL è a soli 22” da podio e maglia bianca.

«Perché ho attaccato? Ho cercato di spingermi oltre – ha detto Lipowitz a una radio tedesca – ma negli ultimi dieci chilometri ho capito che l’energia era finita. Da lì in poi è stata una vera tortura. In particolare gli ultimi due chilometri: sono stati un inferno. Sinceramente non credevo che Onley e Johannessen sarebbero rinvenuti sul nostro gruppo visto quanto erano dietro. Sono stati molto forti, quindi mi tolgo il cappello davanti a loro. Anche Roglic è andato forte. Dovremo fare un piano per domani».

Roglic (con a ruota Onley) potrebbe essere l’ago della bilancia di questa doppia sfida. Siamo curiosi di vedere come andrà domani
Roglic (con a ruota Onley) potrebbe essere l’ago della bilancia di questa doppia sfida. Siamo curiosi di vedere come andrà domani

L’esperienza di Roglic

Di certo l’avvicinamento di Roglic a questo Tour de France non è stato dei migliori. Si è ritirato dal Giro d’Italia con più botte che tappe fatte… e aveva già due settimane di corsa nelle gambe. Poi i vari malanni quando era in altura a Tignes. Eppure eccolo lì: è quinto nella generale. E’ andato benissimo nelle due cronometro e oggi, a un certo punto, è stato anche sul podio virtuale della Grande Boucle.

Nella discesa dalla Madeleine, nonostante fosse stato in fuga, per qualche breve tratto si è anche messo a disposizione di Lipowitz. E’ successo in un paio di occasioni, quando Felix Gall aveva provato a scappare.

Forse neanche lui si aspettava un Onley così forte nel finale. Roglic ha pagato dazio negli ultimi tre chilometri del Col de la Loze, incassando quasi 50” da Onley. Però… C’è un però che rende il bicchiere mezzo pieno per Roglic e per la Red Bull-BORA. Stamattina al via da Vif, per lo sloveno il podio distava 2’39”, stasera 1’48”.

E sì che i due ragazzini che ha davanti, uno dei quali è il suo compagno Lipowitz, potrebbero pagare le fatiche di oggi sommate a quelle di domani, con altri 4.500 e passa metri di dislivello. Roglic è uno che esce alla distanza.

Insomma, la sfida per il podio e per la maglia bianca è apertissima e super intricata. Immaginiamo che questa notte il direttore sportivo Enrico Gasparotto avrà più di qualche pensiero per difendere podio e maglia bianca. O per attaccare…

Il piano della Visma è come lo yeti: nessuno l’ha ancora visto

24.07.2025
6 min
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COURCHEVEL (Francia) – C’era curiosità. Il piano tanto a lungo sbandierato dalla Visma-Lease a Bike prometteva una battaglia senza quartiere nella tappa regina di questa edizione. Con 5.642 metri di dislivello, c’erano tutto il tempo e il terreno per sferrare un vero attacco a Pogacar. Già da qualche giorno, la maglia gialla correva con insolita cautela. Se Vingegaard fosse riuscito a portargli via una manciata del suo vantaggio, la tappa di domani avrebbe avuto un’attesa stellare e l’interesse attorno al Tour sarebbe stata superiore.

La Visma ha preso in mano la corsa a metà della Madeleine. Vingegaard ha provato poi un solo scatto
La Visma ha preso in mano la corsa a metà della Madeleine. Vingegaard ha provato poi un solo scatto

Il piano della Visma

In realtà non è successo nulla di tutto questo. Gli olandesi hanno tentato un affondo a metà della Madeleine, ma lo scatto di Vingegaard non ha costretto Pogacar neppure ad alzarsi sui pedali. Ci aspettavamo che lo doppiasse e poi facesse il terzo. Invece Jonas si è rimesso seduto con il suo passo. Se quello era il suo modo di mettere a rischio il secondo posto pur di vincere, forse domani farà bene a tenersi stretto il piazzamento.

Nel fondovalle, il gruppo della maglia gialla è andato così piano da far rientrare gli staccati. E quando si sono ritrovati sulla salita di Courchevel, gli unici segni di vita si sono segnalati nel tratto più alto. Prima con il secondo scatto di giornata da parte di Vingegaard, poi con il giusto ceffone da parte di Pogacar.

«Sono super felice e orgoglioso di come abbiamo corso oggi», dice la maglia gialla, cui riferiscono che Vingegaard lo avrebbe visto tirato dopo l’arrivo. «Il Tour non è ancora finito – prosegue – mancano ancora tre giorni. Proverò a fare del mio meglio domani, dopodomani e poi a Parigi per mantenere il mio vantaggio sino alla fine. Era tutto sotto controllo, siamo andati benissimo. La Visma ha provato il tutto per tutto sulla Madeleine, ma sono arrivato senza problemi. Il Col de la Loze è difficile a prescindere dagli avversari, ma ho avuto un grande supporto dalla squadra. Alla fine non c’è stato troppo stress, speriamo di avere la stessa situazione domani perché probabilmente ci proveranno ancora».

Sul podio Pogacar è parso contento come dopo una vittoria: una tappa in meno verso Parigi
Sul podio Pogacar è parso contento come dopo una vittoria: una tappa in meno verso Parigi

Un leader diverso

C’è qualcosa di nuovo in questo Pogacar. Che sia stanco o non abbia più tanta voglia di stupire, di colpo il cannibale giallo si è trasformato in un leader vecchio stampo e si è messo a regalare tappe in giro. Ieri a Valence ha risposto per le rime a Thomas Voeckler che in diretta televisiva aveva accusato la sua squadra di correre in modo arrogante. Tadej ha preso la parola e ha spiegato che un conto è essere arroganti e un altro correre per vincere la maglia gialla. Poi ha invitato il cittì della nazionale francese a darsi una regolata, scusandosi con ironia se l’invito fosse suonato… arrogante.

Si sono fatti i paragoni con Indurain e il suo modo signorile di gestire il comando. Non si è considerato che sua maestà Miguel crebbe come gregario di Delgado e vide in che modo i vecchi capitani gestivano la corsa. E quando a sua volta arrivò a vincere il Tour, aveva già trent’anni e un’esperienza da campione navigato. Pogacar a 21 anni era già sul podio della Vuelta e a 22 ha vinto il primo Tour: da chi poteva prendere esempio se non da se stesso? Con l’impeto dei vent’anni, non c’è stato un solo giorno in cui non abbia voluto vincere. Invece le sue parole sul Ventoux, quando si è quasi commosso assistendo alla telefonata a casa di Paret Peintre che aveva appena vinto, fanno capire che probabilmente anche lui sta diventando grande. Che a 27 anni ha capito che il gruppo è composto da persone e non solo da avversari. Anche se questo probabilmente rischia di rendere il suo Tour meno elettrizzante.

Quando ha capito che Vingegaard aveva finito la spinta, Pogacar è scattato guadagnando altri 9 secondi
Quando ha capito che Vingegaard aveva finito la spinta, Pogacar è scattato guadagnando altri 9 secondi

Stanco e infastidito da tutti

Gli chiedono: qualcuno una volta ha detto che si affronta il Tour de France con tanta voglia di vincere e poi, a un certo punto della corsa, verso la terza settimana, non si vede l’ora che finisca. E’ così che ti senti ora?

«Esatto, è il classico momento – risponde – in cui mi chiedo perché sia ancora qui. Queste tre settimane sono davvero lunghe. E allora mi metto a contare i chilometri fino a Parigi e non vedo l’ora che finisca tutto. Posso fare anche altre belle cose nella mia vita, ma cerco di godermi il più possibile ogni giorno in bici, anche se è dura. I tifosi aiutano, quindi è comunque bello pedalare anche nella terza settimana, quando sei stanco e infastidito da tutti quelli che ti circondano e vorresti solo tornare a casa. Così alla fine, quando affronti queste grandi salite e la gente ti incoraggia e ti dà una motivazione in più, ti rendi conto che non è poi così male essere qui. Soprattutto se hai buone gambe, che rende tutto piuttosto bello».

Il talento di O’Connor

La tappa l’ha vinta Ben O’Connor, che sorride come un bambino, dopo un inizio di stagione in cui non è mai riuscito ad andare come voleva e un inizio di Tour non proprio esaltante. Per essere stato secondo alla Vuelta e poi anche ai mondiali dello scorso anno, lui per primo si aspettava di più passando alla Jayco-AlUla.

«Il Tour è una gara piuttosto crudele – dice – nei primi due giorni mi sono ritrovato a terra un paio di volte, ma non per colpa mia. A Copenaghen tre anni fa, la stessa cosa. Per contro nel 2021 ho vinto e sono arrivato quarto in classifica. Quello che ho fatto oggi significa molto. Sono orgoglioso di me stesso e della squadra. Nella discesa della Madeleine ho avuto una piccola discussione con Matthew Hayman sull’ammiraglia. Volevo capire cosa fare, come avrei potuto vincere. Non avevo niente da perdere e sapevo che per vincere sarei dovuto partire dal fondovalle, possibilmente con Matteo Jorgenson che di quelli davanti era il più forte. Alla fine è andata così. 

«Per me vincere così, a fine Tour – conclude – è stato lo scenario perfetto. Siamo arrivati in fondo alla discesa e avevamo già bruciato quasi 5.000 calorie. E’ un’enormità e mancava ancora un’ora. Era una di quelle situazioni in cui so di essere bravo. Si trattava di gestire lo sforzo, anche quando ti sbarazzi del tuo compagno di fuga. Devi essere sicuro che attaccare sia la mossa giusta. Sono rimasto a lungo da solo, mi è capitato altre volte nella mia carriera, quindi penso di avere un buon talento nel capire quando attaccare e quando no. E sono tanto sollevato di esserci riuscito oggi e di aver dato la vittoria alla Jayco-AlUla».

Pogacar si congratula. Gli dice che hanno fatto una grande corsa e ribadisce di non aver corso per la vittoria quando la Visma si è messa ad attaccarlo. Gli sarebbe piaciuto vincere, annota, ma ha preferito difendere la maglia gialla. Forse però questo passo in più nel lungo viaggio verso Parigi si può ritenere a buon diritto una vittoria.