Jumbo-Uae, a confronto il 2022 delle due corazzate

28.11.2022
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Una sfida appassionante, dal primo all’ultimo giorno. Il ranking Uci dice che la Jumbo Visma è la squadra numero 1 davanti alla Uae, le statistiche però recitano un clamoroso pareggio nel numero di vittorie – 48 a testa – totale massimo in tutta la stagione. Abbiamo quindi provato a ripercorrere il 2022 attraverso i successi delle due squadre, come in un videogioco, come se fossero due auto guidate da un joystick, con il traguardo tagliato in contemporanea.

Partiamo da gennaio: una vittoria a testa, con Rohan Dennis che porta il primo successo per la Jumbo al campionato australiano a cronometro, ma a fine mese l’americano McNulty pareggia il conto al Trofeo Calvia. A febbraio però la Uae inizia la sua fuga e si capisce subito che sarà una fuga lunga, con ben 8 successi tra cui i 3 di Pogacar all’Uae Tour (sarebbe quasi il caso di dire che giocando in casa il team ha fatto valere il fattore campo…). La Jumbo risponde con soli 2 successi, ma quello di Van Aert all’Omloop Het Nieuwsblad fa capire le intenzioni del belga.

Subito Pogacar protagonista all’Uae Tour, davanti ai suoi capi…
Subito Pogacar protagonista all’Uae Tour, davanti ai suoi capi…

Uae in fuga solitaria

A marzo arriva l’abbondante doppiaggio del team arabo, che tocca quota 22 successi contro gli 8 di quello olandese. Pogacar fa ancora la parte del leone con 3 vittorie alla Tirreno Adriatico in aggiunta alla straordinaria prestazione alla Strade Bianche. In casa Jumbo Roglic dice la sua con una vittoria di tappa e la classifica finale della Parigi-Nizza, ma sembra poco per contrastare la corazzata degli Emirati.

Corazzata che però, un po’ a sorpresa, resta a bocca asciutta nel mese di aprile. La Jumbo ne approfitta per ridurre lo svantaggio con un bel poker di successi, di cui ben 3 hanno la firma di Olav Kooij, al Circuit de la Sarthe. A maggio i due team non sono fra i più vincenti, ma la Jumbo rosicchia un altro spicchio grazie soprattutto a Bouwman con le sue due vittorie al Giro d’Italia delle 3 totali, mentre la Uae ne assomma solo due.

Bouwman, una delle rivelazioni della Jumbo Visma, protagonista di un grande Giro
Bouwman, una delle rivelazioni della Jumbo Visma, protagonista di un grande Giro

Riscossa Jumbo Visma

Giugno vede le due squadre sfidarsi a viso aperto. In casa Jumbo arrivano ben 10 successi e un giorno è destinato a restare, almeno statisticamente, nella storia. Il 12 giugno infatti la squadra olandese vince ben 3 volte, con Vingegaard la tappa del Giro del Delfinato, con Roglic la classifica finale e con Kooij una frazione dello ZLM Tour. La Uae si ferma a 8 successi, sempre con il famelico Tadej protagonista con tre vittorie nel suo Giro di Slovenia. Totale 32-25 per la Uae, che però comincia a sentire il fiato dei rivali…

Arriva luglio e per la Jumbo è l’apoteosi gialla di Vingegaard. Ben 9 in totale le vittorie con il danese e lo straordinario Van Aert delle giornate francesi che accorciano le distanze nei confronti del team rivale, dove Pogacar limita i danni con 3 vittorie di tappa che però non possono lenire il dolore per la perdita del trono della Grande Boucle. Il computo recita 36-34, è tutto rimesso in discussione.

Marc Hirschi conquista il Giro di Toscana davanti a Rota. Lo svizzero si ripeterà al Giro del Veneto
Marc Hirschi conquista il Giro di Toscana davanti a Rota. Lo svizzero si ripeterà al Giro del Veneto

Volata al fotofinish

Siamo ad agosto e la Jumbo opera il grande sorpasso con 8 vittorie in totale, il doppio dei rivali. L’incertezza su come andrà a finire la sfida regna sovrana. A settembre, mese ricchissimo di eventi, la Jumbo ottiene 3 successi, la Uae uno in più. Il 14 del mese, quasi in contemporanea, lo svizzero Hirschi porta a casa il Giro di Toscana e Trentin una tappa al Giro del Lussemburgo. Alla vigilia del round finale, il tabellone segna 45-44 per la Jumbo.

Ottobre: gli olandesi portano a casa 3 vittorie, ma dall’altra parte si scatena Pogacar che mette in fila Tre Valli e Lombardia. Quattro i successi della Uae, così si chiude la sfida con un salomonico pareggio, 48-48, ma il computo dei punti Uci premia la Jumbo-Visma, per un primato che per i dirigenti arancioni ha un peso enorme, un premio al loro lavoro.

Olav Kooij a sorpresa primatista di vittorie. L’unica sua delusione il 5° posto al mondiale
Olav Kooij a sorpresa primatista di vittorie. L’unica sua delusione il 5° posto al mondiale

Obiettivo 2023

Scendendo nei dettagli, si nota che il Uae Team Emirates, pur lavorando molto sul contorno a Pogacar è ancora strettamente dipendente dallo sloveno, che porta a casa un terzo delle vittorie totali: 16. A seguire c’è Hirschi con 4 e la sproporzione è evidente. In casa Jumbo arriva una sorpresa, il primatista di vittorie è nettamente il giovane olandese Olav Kooji con 12, seguito da Van Aert con 9 e da Roglic e Laporte con 5.

Il concetto è però ribaltato se guardiamo a quanti corridori hanno tagliato per primi il traguardo: nella Uae sono stati ben 16 contro gli 11 della Jumbo e su questo aspetto i diesse del team arabo fanno molto affidamento per ribaltare nel 2023 le sorti della classifica a squadre. Si preannuncia un altro “campionato” incerto fino all’ultimo giorno…

La settimana tipo a novembre. Per Ulissi sedute “no stress”

20.11.2022
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Seconda metà di novembre, tempo di ripresa per i corridori. Le settimane iniziano a ritrovare una loro routine, ma non sono ancora del tutto quelle del pieno della stagione. Per la nostra “settimana tipo” relativa a questo periodo abbiamo sentito Diego Ulissi.

Il campione della UAE Emirates ci racconta che ha ripreso sì ad allenarsi, ma con molta tranquillità. Dopo un periodo di stacco totale il toscano sono già due settimane che ha dato il via alla suo 2023 ciclistico.

In stagione Ulissi ha vinto 2 corse: Gp Industria e una tappa al Limousin (in foto). Ha chiuso l’anno a metà ottobre con 74 giorni di gara
In stagione Ulissi ha vinto 2 corse: Gp Industria e una tappa al Limousin (in foto). Ha chiuso l’anno a metà ottobre con 74 giorni di gara
Diego, la tua “settimana tipo” in questi periodo: partiamo dalla sveglia?

Nonostante non debba fare uscite lunghe non mi alzo molto tardi in quanto ci sono le figlie da portare a scuola! Quindi mi alzo verso le 7:30 e faccio colazione.

Cosa mangi appunto a colazione?

Le solite cose di sempre: latte senza lattosio perché sono intollerante, fette biscottate con la marmellata, cerali semplici e per finire un’omelette. La differenza con gli altri periodi della stagione è che ne mangio in minor quantità, pertanto è più leggera. In accordo con il nutrizionista della squadra riduco i carboidrati.

Poi come procede la giornata? Inizi subito il tuo allenamento?

No, porto le bimbe a scuola. Torno, prendo un caffè e poi mi alleno.

Restiamo sull’alimentazione: a pranzo cosa mangi?

Non iniziando presto torno tardi e mangio quel che trovo perché la “cucina è chiusa”! Anche in questo caso è molto semplice, si tratta di un pranzo più sbilanciato sui carboidrati. Quindi riso o pasta, un po’ di bresaola o prosciutto e delle verdure crude con un po’ di pane.

Il corridore toscano (classe 1989) predilige il latte senza lattosio
Il corridore toscano (classe 1989) predilige il latte senza lattosio
Pasta e riso sempre in bianco o anche con dei sughi?

No, anche con dei sughi: pomodoro semplice, se c’è il ragù non dico di no, lo stesso con il pesto. Mi piace variare, soprattutto in questo periodo. Sempre in accordo con il nutrizionista abbiamo deciso di non stare super attenti al peso o di scendere subito molto, ma di tenerci quel paio di chiletti in più per affrontare meglio l’inverno. Avere un po’ più di scorte contro il freddo.

E pesi ciò che mangi?

Sinceramente io non sono il più preciso del mondo! Forse anche perché non ingrasso molto e quando devo butto già abbastanza facilmente quei chiletti in più. Comunque no: non peso i cibi, ma solo perché con il tempo ho imparato a valutare le quantità. Prima li pesavo, ora vado ad occhio e so più o meno quanto ho mangiato.

A merenda cosa prendi?

O uno yogurt proteico o della frutta secca tipo noci o mandorle, o disidratata tipo le albicocche secche.

E a cena?

A cena, al contrario del pranzo, il pasto è più sbilanciato sulle proteine. Alterno carne bianca, carne rossa e pesce. Meno le uova di cui non sono un grande amante. La carne rossa la mangio una, massimo due, volte a settimana. Poi mangio anche della verdura cotta di stagione. Mentre in altri periodi in base anche all’allenamento del giorno dopo inserisco dei carboidrati.

Le sedute in palestra di Ulissi iniziano con una camminata sul tapis roulant
Le sedute in palestra di Ulissi iniziano con una camminata sul tapis roulant
In questo periodo intermedio utilizzi gli integratori?

Quando faccio palestra sì. I soliti: aminoacidi, proteine. In più io da sempre utilizzo parecchio gli omega-3: li ho sempre ritenuti validi.

Accennando alla palestra, Diego, ci hai introdotto nella parte dell’allenamento. Come ti gestisci in questo periodo di ripresa?

Mi alleno tutti i giorni, salvo un riposo e faccio due-tre sedute in palestra a settimana anche in considerazione del meteo. Magari se piove anziché uscire si fa una seduta in palestra e un’oretta di rulli.

Iniziamo dal lunedì…

Esco in bici e faccio due ore, adesso anche due e mezzo. Sono allenamenti tranquilli, quelli per fare la cosiddetta base. Pertanto usciamo in Z1-Z2, però non è la “pascolata”, comunque si cerca di tenere un buon passo: tranquillo, ma neanche a guardare per aria. Faccio poca salita e più pianura.

Il martedì?

Faccio palestra e la faccio quasi subito dopo la sveglia. Ho la fortuna di averla in casa. Premetto che io non sono un amante della palestra. Essendo abituato a stare all’aria aperta non è troppo il mio terreno, anche per questo me la sono fatta in casa: per cercarmi di facilitare le cose. Comunque, quando faccio palestra, mi scaldo con una camminata di 15′ sul tapis roulant, quindi passo agli esercizi per le gambe (i soliti tipo squat, ndr) e poi alla parte del core stability. In tutto ci sto un’ora e 10′-20′.

Giusto ieri Diego è uscito in allenamento con Pozzovivo. Anche se lo sfondo può trarre in inganno erano con le bici da strada
Giusto ieri Diego è uscito in allenamento con Pozzovivo. Anche se lo sfondo può trarre in inganno erano con le bici da strada
E nel pomeriggio vai anche in bici?

No, ci vado a seguire. Non mi piace troppo fermarmi e poi riprendere. Quando esco in bici in questi casi faccio un paio di ore per velocizzare  un po’. Quindi cerco di non scendere sotto le 90 rpm e sempre con uno sforzo non intenso.

E siamo a mercoledì…

Sono ancora 3 ore, ma con qualche salitella in più. In questo periodo quando si parla di salita intendo quelle fino a 20′, non troppo lunghe. L’intensità dell’uscita è sempre quella della base, quindi Z1-Z2 e magari si tocca un po’ la Z3 bassa per qualche istante in salita, ma giusto per alzare un po’ i battiti. E poi nel pomeriggio faccio stretching, quello sempre. Credo serva molto… soprattutto alla mia età!

Giovedì?

Ripeto quanto fatto il marterdì.

Venerdì invece?

Ancora ore di sella. Si va dalle 3 alle 3 ore e mezza, ma sempre con le stesse modalità del lunedì.

In questo periodo è davvero raro vedere un pro’ che esce anche se piove. Anche Ulissi in questi casi preferisce lavorare al chiuso
In questo periodo è davvero raro vedere un pro’ che esce anche se piove. Anche Ulissi in questi casi preferisce lavorare al chiuso
Quindi il sabato?

Quattro ore, si allunga un po’. I ritmi però non aumentano. Sono gli stessi del mercoledì.

E siamo infine all’ultimo giorno della settimana?

Riposo. Ma questo vale in una settimana tipo. Poi la realtà è legata al meteo, come ho detto. Ho una tabella da rispettare, ma soprattutto fino al primo training camp è una tabella variabile. Insomma per ora sono allenamenti “no stress”.

Diego, prima hai detto “alla tua età”, quindi sei un esperto. Se dovessi fare un paragone rispetto a una dozzina di anni fa in cosa differisce questo periodo?

In realtà, almeno per me, cambia davvero poco. Quel che è diverso è che prima magari facevi anche 5 ore, ma era davvero una passeggiata. Era un “pascolare”. Adesso questo tipo di uscita non esiste più. Si fanno meno ore, sempre senza faticare, però un pizzico di ritmo, di buon passo c’è sempre.

Almeida, un altro Giro nel mirino, ancora con Baldato

12.11.2022
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Di questi tempi circa un anno fa con Fabio Baldato, diesse della UAE Emirates, parlammo di Joao Almeida al Giro d’Italia. In quel momento l’atleta portoghese era appena arrivato nella squadra asiatica. E i due si conoscevano poco.

Joao voleva fare bene al Giro e la squadra gli aveva dato subito le chiavi da capitano. Impegni rispettati alla lettera, almeno sin quando il Covid non ci ha messo lo zampino. Adesso Almeida vuol tornare al Giro, stando alle sue dichiarazioni. Sarà ancora protagonista? Ce lo dice Baldato stesso.

Fabio Baldato (classe 1968) è direttore sportivo della UAE Emirates dal 2021
Fabio Baldato (classe 1968) è direttore sportivo della UAE Emirates dal 2021
Fabio, è passato un anno ed eccoci ancora qua: Almeida al Giro…

Sembra essere così. Non è ancora ufficiale, sia chiaro. Matxin e Gianetti stanno stilando il programma. So però per voce sua che lui ha piacere di fare il Giro. Ci sono da stabilire i programmi per tutti i corridori, dove schierarli. A dicembre quando ci ritroveremo in ritiro tutto sarà più definito.

Partiamo dall’ultima corsa rosa di Joao. Okay il Covid, ma come giudichi il suo Giro fino a quel momento?

Il Giro era stato volutamente corso in modo attendistico, proprio sapendo della difficoltà degli ultimi 4-5 giorni. Poi però è stato male. Ed è stato male proprio nella tappa dalla quale pensavamo d’iniziare ad attaccare. E rimontare in classifica.

Giro 2022. A Lavarone doveva iniziare la rimonta e invece Joao ha pagato dazio. Due giorni dopo ha lasciato il Giro causa Covid
Giro 2022. A Lavarone doveva iniziare la rimonta e invece Joao ha pagato dazio. Due giorni dopo ha lasciato il Giro causa Covid
Ti riferisci alla frazione di Lavarone?

Sì, a quella. Tappa che io conoscevo molto bene soprattutto nel finale. Quella salita, il Menador, la facevo anche in allenamento. E invece lo abbiamo capito dopo la tappa che qualcosa non andava. Anzi, ai piedi della salita. Quel giorno sin lì Joao non aveva detto nulla, ma prima della scalata per radio aveva chiesto tutto il supporto possibile dai compagni e dall’ammiraglia. Non si sentiva al meglio. E infatti c’era Covi che nella salita precedente era davanti e lo abbiamo fatto restare con lui. Poi sappiamo come è andata.

Che uno o due giorni dopo è arrivato il Covid e addio Giro…

Sin lì la squadra e Almeida avevano corso benissimo. Avevamo cercato il successo di tappa con Covi, Formolo, Rui Costa… ma sempre con un occhio rivolto ad Almeida. C’era sempre qualcuno che prima di muoversi aspettava gli ordini: che fosse davanti o fosse dietro. Penso per esempio a Diego Ulissi, che è stato eccezionale. Credo sia stato il Giro in cui è andato più forte. Magari non si è visto, ma ha fatto un ottimo lavoro. In salita restava con 15 corridori. Anche meno.

Hai detto che nei vostri piani Lavarone avrebbe dovuto segnare l’inizio della rimonta. Adesso non sappiamo quanto avevate in mente di guadagnare, ma c’era ancora la Marmolada a rischio per Almeida, e la crono di Verona era un po’ corta per rimontare tutto il gap forse…

Non per essere presuntuosi, ma secondo i nostri dati l’aspettativa era quella di attaccare anche in salita. Almeida lo abbiamo visto al Catalunya, per esempio, vincere in salita e staccare gente importante di ruota. Quando sta bene non si difende e basta in salita. In un grande Giro nella terza settimana contano anche le energie rimaste e un corridore che sin lì ha corso in difesa si poteva trasformare in un corridore che andava all’attacco. Magari poi la nostra tattica era sbagliata. Perché poi come avete detto voi la crono era breve per cambiare le sorti del Giro.

Non solo al Catalunya, Almeida ha vinto in salita anche alla Vuelta Burgos staccando scalatori del calibro di Lopez
Non solo al Catalunya, Almeida ha vinto in salita anche alla Vuelta Burgos staccando scalatori del calibro di Lopez
Cosa manca ad oggi a questo ragazzo? In cosa può migliorare ancora?

Ricordiamoci che ha solo 24 anni. Il problema è che oggi abbiamo fatto l’abitudine a vedere vincere i corridori di 22-23 anni i grandi Giri e le corse importanti. Magari a Joao manca un po’ di cattiveria. Quella non guasta mai: dal velocista all’uomo da grandi Giri.

Dalla sua ha il tempo…

Pian piano le sue esperienze le ha fatte. Dagli anni in Quick Step, specialmente quando fu in maglia rosa, all’essere leader con noi. Le capacità di gestire un gruppo, di essere un corridore che dá fiducia ai compagni. E questo sarà un ulteriore mattoncino nella sua crescita nell’ottica dei grandi Giri.

Fabio hai toccato un tasto interessante, la leadership… Alla Vuelta è partito come leader però si è fatto largo Ayuso… Questo lo ridimensiona? Gli mette qualche tarlo nella testa?

Non saprei. Tra l’altro alla Vuelta in questione neanche c’ero. Da quel che so c’era un bellissimo clima in squadra. Si sono aiutati moltissimo, ma il giorno che hanno messo in difficoltà Carlos Rodriguez c’è stata un’alleanza tra Almeida e Ayuso. Non vedo questa rivalità.

All’ultima Vuelta, Ayuso (maglia bianca) ha sfilato a Joao (alla sua ruota) i gradi di capitano
All’ultima Vuelta, Ayuso (maglia bianca) ha sfilato a Joao (alla sua ruota) i gradi di capitano
Più che rivalità noi facevamo un discorso sul credere nei propri mezzi…

Per me no, non mina le sue certezze il fatto che Ayuso sia andato più forte. Joao quando capisce che non è al top è il primo a dirlo e a mettersi a disposizione. E il bello è proprio avere un corridore così. Al Giro di Lombardia per esempio dovevo dire chi lavorasse prima e chi dopo per portare Pogacar nelle migliori condizioni possibili nel finale. E lui mi ha detto: “Fabio, sono qui per aiutare e quello che devo fare faccio”. Pur venendo da una top dieci alla Vuelta… No, non credo al tarlo, credo anzi che questo gli dia più stimoli. E tra i capitani è uno dei più facili da gestire. Ha carattere. Non è uno che si sottomette, ma ha l’orgoglio dei campioni con la “C” maiuscola.

Conoscendolo, con 70 e passa chilometri di crono al Giro, per te è gasato, si sta già facendo i suoi conti…

Magari sì, ma consideriamo le due crono, la terza (quella del Lussari, ndr) è particolare. Diciamo che ha almeno 50 chilometri contro il tempo in cui può avere un vantaggio. E, spero, anche per fare la differenza… se sarà al Giro. Ma non dimentichiamo le altre tappe dure. Il Giro è forse ancora l’unica corsa che propone oltre 5.000 metri di dislivello in una frazione. La tappa del Bondone ne prevede 5.300. E anche quella delle Tre Cime, non è da meno. Già queste due tappe possono compensare le crono.

Il misterioso male italiano: Trentin cerca risposte

31.10.2022
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Tirato in ballo da Ulissi e dalla nostra curiosità sull’argomento, anche Matteo Trentin, classe 1989, prova a ragionare sui diversi step che lo portarono al professionismo e che, al netto delle sue qualità intrinseche di atleta, gli hanno permesso di essere ancora vincente a 33 anni.

«Dispiace che Sonny (Colbrelli, ndr) abbia dovuto fermarsi così – dice – lui è del 1990, ma ha seguito il nostro stesso percorso e stava venendo fuori col tempo. Però tanti della nostra generazione hanno seguito un’altra… tabella. Alcuni sono stati super da dilettanti, magari sono andati bene appena passati, ma di base erano già finiti. Ci sono tanti aspetti da prendere in considerazione e fra questi c’è la squadra in cui passi. Se finisce in una piccola in cui non si lavora per te ma per la squadra stessa, i rischi di non venire fuori ci sono di più».

Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Sonny passò a 21 anni, tu a 23 e negli under non hai mai fatto un’attività eccessiva, pur avendo vinto corse come Liberazione, De Gasperi e campionato italiano…

Feci forte l’ultimo anno e mezzo (2010-2011, ndr), altrimenti non sarei passato. Oggi sarei stato vecchio, forse non sarei diventato professionista. Oggi quelli che arrivano un po’ lunghi li perdi per strada.

Perdi anche quelli che arrivano presto e magari non sfondano subito…

Vero anche questo. Dipende dalla squadra. Se sono passati in una WorldTour e sono ancora giovani, magari veleggiano ancora un po’ e tirano avanti. Trovi sempre il manager che valuta la qualità e pensa di poter tirare fuori il corridore dove altri non sono riusciti, ma spesso non riescono. Pogacar, Evenepoel e Ayuso non sono da prendere a riferimento.

La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
Al secondo anno vincesti una tappa al Tour. Il Trentin di 23 anni avrebbe avuto le forze per partire subito a gas aperto?

Il fisico c’era, ma erano anni di un ciclismo completamente diverso. Ho sentito le critiche ai percorsi del Giro e del Tour, che sarebbero uno per i cronomen e uno per gli scalatori. Ma non si sono resi conto che il ciclismo di Cipollini e Pantani non c’è più? Oggi ci sono corridori che vanno molto più forte e sono anche tanti, perché rispetto ad allora si è tutto mondializzato. Un anno andai a fare il Turchia dopo le classiche, preparando il Giro. Non stavo un granché e lo usai per allenarmi. Se ci vai così oggi, ti lasciano per strada. Oggi si va alle corse per vincere.

Non più per allenarsi?

Van Aert è l’esempio perfetto, lui corre sempre per vincere. E infatti non fai più 80 giorni di corsa come una volta. Quelli che fanno più giorni sono alcuni gregari che devono coprire le esigenze della squadra. Una volta la media era di 80 giorni con punte di 100. Oggi la media è di 60.

Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Ulissi dice: «Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?».

Come italiani c’è qualcosa che non torna. Io non ho mai visto gli juniores stranieri che fanno altura. I nostri ormai vanno anche da esordienti. Quando ero junior io, andare in altura significava andare una settimana in baita a giocare con la mountain bike, perché sotto c’era troppo caldo. Quando vai in altura, trovi i ragazzini italiani e gli svizzeri, soprattutto. E infatti, magari sarà un caso, neppure la Svizzera riesce a esprimere grandi corridori. Ci sono Kung e Hirschi, come movimento avrebbero anche una base solida, ma poi si perdono.

Torni al discorso di prima su quelli che hanno dato troppo da giovani e si sono finiti?

Il discorso è complicato, io osservo e dico quello che vedo. Per me gli juniores italiani sono esagerati. Se le gare durano 3 ore e mezza, a che serve fare allenamenti di 5 ore e mezza? A che serve andare in altura? Se ogni anno fai 4 settimane di altura da junior, da pro’ devi starci due mesi? C’è qualcosa che non mi torna. Troppo allenamento? Troppa vita da pro’?

Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Tu cosa pensi?

Nelle squadre all’estero puntano sulla tecnica, gli insegnano l’alimentazione e continuano a fare altre discipline, come ad esempio il cross. Da noi appena passi under 23, ti fanno smettere. Faccio un nome a caso, quello di De Pretto. E’ passato dilettante e ha smesso di fare cross, dove andava davvero forte. Ci sono professionisti del Nord Europa che continuano a fare strada e cross. Se con loro funziona, perché qui non va bene? E’ una palestra, come per i pistard che la pista non la mollano. Abbiamo il nostro gruppo di atleti di endurance, all’estero quelli che durante l’anno fanno pista, d’inverno vanno a fare le Sei Giorni, che gli permettono di tenere il colpo di pedale. Ne parlavo con Covi, che nel cross era forte.

E cosa ti diceva?

Che ha dovuto smettere perché si ammalava sempre, perché il suo sistema immunitario non reggeva questo doppio impegno. Così ha un senso, mentre altri smettono come se non si potesse più fare.

Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Tu perché hai smesso?

Io ho continuato finché sono diventato pro’, poi ho smesso perché diventava difficile per la logistica, ma fino agli U23 l’ho tenuto e mi è servito. In questo il Belgio è avvantaggiato. Tutto il territorio nazionale è grande quanto il Triveneto, ti bastano 2 ore di macchina per fare tutto. Ulissi ha ragione, ma non so dire perché. Di sicuro qualcosa da noi non funziona.

Parla Ulissi: per vincere da giovani serve avere fame

30.10.2022
6 min
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Quando Matteo Trentin ha vinto il Giro del Veneto (foto di apertura) e ha ricevuto l’abbraccio di Ulissi, sesto all’arrivo, il pensiero spontaneo è stato: forti, questi… vecchietti del 1989. Nello stesso giorno, Elia Viviani ha vinto il mondiale dell’eliminazione, anche lui dello stesso anno. Come Puccio, Nizzolo e pochi altri. Al confronto con quelli del 1990 che hanno smesso da un pezzo (ad eccezione di Felline, Sbaragli e Colbrelli, che si è appena ritirato per i noti problemi di salute), l’annata parrebbe baciata da una sorte propizia. Esiste un motivo?

Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)
Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)

Approcci diversi

La sensazione è che i ragazzi del 1989 abbiano vissuto un’attività giovanile proporzionata all’età, poi siano passati e abbiano avuto il tempo per adattarsi al professionismo e dire la loro. Quelli del 1990 al confronto hanno vissuto allo stesso modo fra juniores e under 23, poi però sono stati buttati dentro a gas aperto. Hanno raccolto subito risultati importanti. Poi, non avendo le basi per sostenerli, si sono fermati.

Con Diego Ulissi, che in questi giorni si trova in Toscana per godersi l’aria di casa, ragioniamo proprio su questo, per la voglia di capire come mai si faccia così fatica a trovare italiani giovani con la voglia e le gambe per spaccare. Ulissi è professionista dal 2010. Ha vinto per due volte il mondiale juniores e 46 corse nella massima categoria, fra cui 8 tappe al Giro. Oggi, a 33 anni, è uno degli uomini chiave al UAE Team Emirates, tanto da aver rinnovato il contratto fino al 2024.

Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Hai mai pensato a certe cose?

Il tempo per pensare veramente è poco (ride, ndr). E’ diventato uno sport in cui devi soprattutto stare al passo coi tempi. I giovani sono subito competitivi, segno che la loro preparazione è diversa rispetto alla nostra alla stessa età. Non c’è più quel salto di categoria per cui a noi dicevano di partire da zero. Io ad esempio al primo anno da pro’ corsi davvero con il contagocce.

Poche corse?

Poche e del livello giusto. Si vedeva come andava la Coppi e Bartali e poi semmai ti mandavano al Giro di Svizzera. Prima di correre un grande Giro, volevano essere certi che ce la facessi, mai una volta che ti buttassero per vedere come andava. C’era una serie di passaggi, mentre quelli che passano ora sono pronti per fare le grandi corse, come se avessero fatto le stesse cose anche nelle categorie giovanili. Noi del 1989 abbiamo avuto una crescita graduale e, ciascuno col suo ruolo, siamo ancora qua. Alcuni che hanno fatto risultato subito si sono già ritirati.

Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi e Proni
Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi
Hai vinto due mondiali juniores, oggi saresti passato dritto fra i pro’.

Tutti pensavano che vivessi come un pro’ e che così mi allenassi, ma non era vero niente. Da junior sei ancora nella fase di crescita e io evidentemente avevo raggiunto prima la maturazione, ma non è che facessi cose fuori dal comune. C’erano anche altri corridori che andavano forte. Quando ho vinto il secondo mondiale, facemmo i tre gradini del podio.

Non hai mai pensato di bruciare le tappe?

Il secondo anno da junior, partii tardi. Ebbi la polmonite e pare che i miei problemi di miocardite degli anni successivi siamo partiti da lì. L’anno successivo andavo male a scuola e i miei genitori, che spingevano perché mi diplomassi, mi costrinsero a chiudere la stagione un mese prima. Poi andai nei dilettanti e feci una fatica immensa, perché avevo già firmato e mi tenevano a freno. Quando sono passato, ho vinto subito, ma ugualmente avvertivo di essere indietro e ho iniziato una crescita costante.

Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Pensi che se ti avessero spinto subito perché vincessi, saresti stato all’altezza?

Non lo so. Oggi vedo che è naturale passare e primeggiare. Le preparazioni sono al top come l’alimentazione: vedi giovani che passano e sono già competitivi. Ayuso ha fatto il podio alla Vuelta a 20 anni. Sono precoci anche nella mentalità. Io sono passato negli anni di Petacchi, Cunego, Bettini e Scarponi e anche in allenamento avevo timore anche solo di passare davanti a campioni che prima guardavo alla televisione. Ora è diverso, oggi devi spostarti tu, ma io non cambierei nulla del mio percorso. Sarei potuto passare in modo più aggressivo e probabilmente sarei stato competitivo, ma certamente sarei durato di meno. Non si inventa niente. Se passo e sono vincente a 21-22 anni, quanto a lungo posso durare?

Anche Pogacar ha parlato di tenuta nel tempo…

La gente guarda Tadej e pensa che vada bene per tutti. Sono pochi quelli che sfondano subito, altri passano presto, ma avrebbero bisogno di più tempo per spalmare meglio la crescita. Se vai forte al primo anno, dicono che ti spremono troppo da giovane. Se non vai forte, allora si lavora male fra juniores e U23. E’ il problema del ciclismo italiano.

Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Si ragiona anche del poco spazio in certe squadre…

Per come va adesso da noi, per avere spazio devi andare davvero forte e allora emergi. Altrimenti ci sono così tanti corridori in gamba, che ti tocca tirare. Rivendico ogni giorno la mia scuola, rifarei tutto il percorso. La Lampre mi ha permesso di crescere senza pressioni. Se avevo un passaggio a vuoto, nessuno mi stava addosso.

Per emergere serve solo andare forte o anche essere cattivi?

Ecco, questo è un punto. Mi sono accorto negli ultimi anni in UAE, nei vari ritiri dove è capitato di avere dei giovani in prova, che quello che manca negli italiani è la cattiveria. Avete toccato un tasto interessante. Se la mattina si dice che faremo cinque ore e mezza a un certo ritmo, gli stranieri non dicono nulla, i nostri si lamentano perché quel giorno lì dovrebbero fare di meno. Essere cattivi non significa essere sbruffoni, ma quando è necessario, devi tirare fuori gli attributi. Altrimenti non vinci nemmeno le garette. Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?

Pogacar: «Non duri tanto, se sei sempre al 100%»

29.10.2022
5 min
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Approfittando della presentazione del Tour, L’Equipe ha accolto Pogacar nella sua redazione di Boulogne-Billancourt alle porte di Parigi e lo ha messo di fronte a dieci abbonati, che hanno avuto il privilegio di porre una serie di domande allo sloveno. Una sorta di plotone di esecuzione, cui Tadej si è sottoposto col sorriso, svelando sfumature che finora non erano mai emerse.

E’ così saltato fuori che il suo battito cardiaco è straordinariamente lento ed è stato recentemente misurato a 38 battiti al minuto. Quest’anno inoltre Pogacar ha battuto i suoi record di potenza, facendo registrare 500 watt medi, durante i 10 minuti di salita della Côte de la Croix Neuve.

Gli abbonati dopo l’incontro con Pogacar, nella redazione de L’Equipe (foto B. Papon/L’Equipe)
Gli abbonati dopo l’incontro con Pogacar, nella redazione de L’Equipe (foto B. Papon/L’Equipe)

Pogacar ha anche parlato dei giorni più belli della carriera, ma anche delle sconfitte. E ha chiuso con due pensieri. Il primo è la consapevolezza di non poter durare troppo a lungo correndo sempre così tanto e a questi livelli. Il secondo è la speranza di non essere ricordato come un cannibale che ha voluto vincere tutto, ma come un ragazzo normale.

A seguire, ecco allora alcune delle sue risposte su alcuni dei temi sollevati dai lettori francesi.

Da bambino nessun eroe

«Ho iniziato a pedalare nel 2008 alla periferia di Lubiana, per fare come mio fratello (Tilen), che ha due anni più di me. Dato che gareggiavo contro lui e gli amici della sua età, mi ci è voluto un po’ per ottenere i miei primi risultati. Ho vinto la prima gara al secondo anno, un traguardo in salita. Affrontavamo gli ultimi sei chilometri della salita locale, mi sembrava enorme in quel momento.

«Non avevo davvero un idolo: ho visto Alberto Contador, Andy Schleck, il loro duello al Tour del 2010 è stato super divertente, ma non ho visto molte gare in TV. Da ragazzo, non avevo davvero nessun corridore come eroe».

Terzo agli europei 2016 juniores, dietro ai francesi Malle e Jeanniere: Pogacar ha iniziato senza troppi riferimenti
Terzo agli europei 2016 juniores, dietro ai francesi Malle e Jeanniere: Pogacar ha iniziato senza troppi riferimenti

La personalità del padre

«Penso di aver preso la freddezza in parte da mio padre (Mirko), che può essere piuttosto duro ma è sempre molto rilassato. In verità credo di sentire la tensione come tutti gli altri. Sento una scarica di adrenalina prima di ogni salita e sono preso dallo stress all’avvicinarsi di ogni sprint. Inoltre, cerco di prendere tutto in modo rilassato.

«Non seguo nessuna preparazione mentale specifica, non vedo psicologi, è la mia natura e ne sono felice. Amo il mio sport e cerco di conservare il bello, anche nelle giornate brutte».

Pogacar ha raccontato di aver molto imparato dal secondo posto del Tour dietro Vingegaard
Pogacar ha raccontato di aver molto imparato dal secondo posto del Tour dietro Vingegaard

Il secondo posto al Tour

«Non ho rivinto la maglia gialla, ma ho passato un anno fantastico. Ho vinto quasi tutto quello che volevo (UAE Tour, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, tre tappe del Tour, GP di Montreal, Giro di Lombardia) mentre per intensità è stata probabilmente la stagione più dura che ho dovuto fare. Dopo il Tour mi sono ripreso bene e mi sono proiettato verso il resto.

«In qualche modo, questo secondo posto è stato a suo modo una vittoria. Ho imparato molto e ne ho ricavato molte motivazioni. Ho sentito più amore dal pubblico che dopo le mie due vittorie al Tour».

Un conto sono le tappe sul pavé, altra cosa la Roubaix, che Pogacar lascia volentieri agli altri
Un conto sono le tappe sul pavé, altra cosa la Roubaix, che Pogacar lascia volentieri agli altri

Roubaix: no, grazie

«Potevo aver vinto il Fiandre, invece sono finito quarto. Questo duello contro Mathieu Van der Poel rimarrà uno dei momenti salienti della mia stagione. Ero un debuttante in gara, non avevo idea di cosa aspettarmi, ma ho avuto un’ottima giornata. Ero molto arrabbiato per aver perso, ma me ne sono subito dimenticato. Non è un brutto ricordo e mi piacerebbe tornarci.

«La Parigi-Roubaix invece aspetterà. Non è una corsa per gente del mio profilo, dovrei mettere su qualche chilo. Per divertimento? Semmai alla fine della mia carriera. La Roubaix è più dura delle tappe del Tour sul pavé. Il fondo è peggiore e si va più veloci». 

Il giorno dopo il Lombardia, Pogacar ai mondiali gravel con Van der Poel: due atleti sempre a tutta (foto Instagram)
Il giorno dopo il Lombardia, Pogacar ai mondiali gravel con Van der Poel: due atleti sempre a tutta (foto Instagram)

Nessuno è per sempre

«Essere al vertice in due grandi Giri è molto difficile, tre è semplicemente impossibile. Sarebbe una perdita di tempo. Voglio fare il Giro d’Italia, ma per ora non ci penso troppo. Verrà dopo. Neanche fra troppo tempo, in realtà, perché le mie stagioni sono lunghe e non puoi durare tanto quando sei sempre al 100 per cento. Posso migliorare ancora, in particolare nella cronometro e sulle lunghe salite.

«Vorrei anche parlare meglio il francese, visto che mia madre (Marjeta) lo insegna a Lubiana, ma quando sei piccolo, non vuoi fare come i tuoi genitori. Per questo non l’ho imparato bene. So dire croissant, baguette… quel che serve per ordinare la colazione in panetteria».

Lo stile Colnago ora è di casa a Abu Dhabi

28.10.2022
4 min
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Colnago si conferma uno dei brand italiani più riconosciuti e apprezzati al mondo, sinonimo da sempre del Made in Italy più autentico. Una nuova pagina della sua ricchissima storia è stata scritta nei giorni scorsi negli Emirati Arabi Uniti grazie all’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi, il primo flagship store di casa Colnago.

Non stiamo parlando di un negozio tradizionale, ma di qualcosa di diverso e unico. Un luogo che unisce la storia del marchio all’innovazione presente nei modelli attuali, capaci di trionfare nelle corse più importanti del calendario ciclistico mondiale. Tutto ciò ora è presente in un ambiente che unisce eleganza e modernità.

Il nuovo store si trova all’interno dell’isola di Hudayriyat, caratterizzata da ben 40 chilometri di piste ciclabili illuminate. La scelta della location non è stata quindi casuale. Il nuovo flagship store mira infatti a diventare un punto di riferimento per tutti gli appassionati di ciclismo che abitano ad Abu Dhabi e non solo.

Alla inaugurazione erano presenti anche Tadej Pogacar e Safiya Al Sayegh
Alla inaugurazione erano presenti anche Tadej Pogacar e Safiya Al Sayegh

I campioni Colnago

L’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi è avvenuta lo scorso 21 ottobre alla presenza dei campioni del brand lombardo. Stiamo parlando naturalmente degli atleti dell’UAE Team Emirates e dell’UAE Team ADQ. Le due formazioni si sono ritrovate a Abu Dhabi per una sorta di “rompete le righe” di fine stagione e hanno approfittato dell’occasione per vedere il nuovo flagship store. Non poteva mancare Tadej Pogacar, il due volte vincitore del Tour de France e dell’ultimo Il Lombardia. Con lui Juan Ayuso, reduce dal terzo posto alla Vuelta, Matteo Trentin e Joao Almeida. Per la UAE Team ADQ era presente Yousif Mirza, insieme a Sofia Bertizzolo, Laura Tomasi, Eugenia Bujak e Safiya Al Sayegh.

A destra di Mauro Gianetti c’è Nicola Rosin, Amministratore Delegato del brand
A destra di Mauro Gianetti c’è Nicola Rosin, Amministratore Delegato del brand

Non solo bici

Il nuovo Colnago Abu Dhabi si sviluppa su due piani che ospitano, accanto ai nuovi modelli, un’esposizione di alcune biciclette che hanno fatto la storia del brand di Cambiago. Per permettere al cliente di vivere una esperienza autentica, sono state previste installazioni tecnologiche avanzate, tra cui uno schermo scorrevole che ricostruisce la storia dei modelli storici del brand lombardo. E’ stato inoltre previsto un configuratore tridimensionale su schermo di 4,8 x 2,7 metri per progettare la propria bici e un sistema di montaggio bici all’avanguardia.

Colnago è anche cultura e per questo motivo all’interno del nuovo flagship store di Abu Dhabi è presente una serie unica di opere d’arte contemporanea, interamente progettata dall’architetto d’interni spagnolo Pablo Paniagua e dal suo team.

Il nuovo Colnago Abu Dhabi vuole soprattutto essere un luogo di incontro dove passare del tempo scegliendo la propria bici oppure anche scambiare due chiacchere parlando di ciclismo, magari bevendo un buon caffè italiano. Ecco allora il primo Colnago Caffè al mondo, una caffetteria dove i visitatori possono degustare piatti della cucina italiana e seguire le gare più importanti su un maxischermo dedicato.

Questo l’interno dello store nato ad Abu Dhabi
Questo l’interno dello store nato ad Abu Dhabi

L’essenza di Colnago

All’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi era presente Nicola Rosin, Amministratore Delegato di Colnago, oltre ai soci dell’azienda. E’ stato lo stesso Rosin a sottolineare con un suo intervento quanto il nuovo flagship store rappresenti nel migliore dei modi l’essenza del marchio Colnago.

«Colnago è più di un marchio di biciclette, questo negozio è stato pianificato e progettato per mostrare il nostro ricco patrimonio di cui siamo orgogliosi. Ci auguriamo che avere questo spazio fisico in una città in rapida crescita aiuterà a soddisfare le esigenze degli appassionati di ciclismo ad Abu Dhabi, consentendo loro di sperimentare in prima persona i prodotti che ci hanno reso famosi nel mondo del ciclismo».

Colnago

Richeze riparte. Dove va? Non si può dire…

18.10.2022
5 min
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Maxi Richeze non farà il prossimo Giro d’Italia, ma molto probabilmente lo vedremo al Tour. E così l’argentino, che pareva avviato al ritiro, torna in gruppo per rispondere alla richiesta di un amico velocista, che in Francia vuole andarci a tutti i costi. Per orgoglio e per battere un record uguagliato l’anno scorso. E visto che a Richeze non è consentito parlare della nuova squadra fino alla prossima settimana, resteremo nel vago. Anche il post su Instagram del suo futuro capitano è stato rimosso alla svelta.

Ripescato grazie all’intervento di Matxin, al Tour of Oman 2022 aiuta Gaviria a vincere due tappe
Ripescato grazie all’intervento di Matxin, al Tour of Oman 2022 aiuta Gaviria a vincere due tappe

Pensione anticipata

A giugno la UAE Emirates lo ha mandato in pensione. A dire il vero, se non fosse stato per l’insistenza di Matxin, il contratto di Richeze non sarebbe stato rinnovato neppure per quei pochi mesi. Di fatto l’ultima corsa porta la data del 12 giugno: Elfstedenronde Brugge (in apertura il saluto di Keisse). Nel team degli Emirati, Maxi faceva l’ultimo uomo di Fernando Gaviria.

«Avrei smesso per una decisione non mia – dice – e questo un po’ mi scocciava. A metà 2021, Mauro (Gianetti, ndr) mi disse che non mi avrebbe tenuto, anche se Matxin diceva che sarei servito. Per questo non sono andato al primo ritiro. A novembre la conferma: decisione presa. Dove vado? Ho pensato che la mia carriera l’avevo già fatta e sono andato in Argentina, restando però in contatto con Matxin, con cui c’è una bella amicizia. E lui a un certo punto del nuovo anno, mi chiese se mi stessi allenando ancora, perché c’era bisogno di me». 

E’ stato Gaviria a volerlo con sé quando ha lasciato la Deceuninck-Quick Step nel 2020
E’ stato Gaviria a volerlo con sé quando ha lasciato la Deceuninck-Quick Step nel 2020

Ultimo uomo deluxe

Richeze ha 39 anni compiuti a marzo ed è professionista dal 2006, pistard lanciato da Reverberi nella allora Ceramiche Panaria. Ha vinto una decina di corse, fra cui due tappe al Giro e una allo Svizzera, ma la sua vera rivelazione è stata nei panni di ultimo uomo di velocisti come Viviani, Kittel, il giovane Jakobsen e Gaviria, che lo volle con sé quando lasciò la Quick Step per passare alla UAE.

«Così a inizio 2022 – riprende – ho firmato un contratto fino al Giro. Fernando ha vinto in Oman. Ho lavorato per Pogacar quando è servito. C’era tutto per continuare sino a fine anno. Invece a due tappe dalla fine del Giro mi hanno fatto una proposta che non ho trovato giusta. Avevano i loro motivi, non discuto, ma ho deciso di non accettare».

Alla Vuelta del 2019 ha lanciato Jakobsen alla prima vittoria di tappa a El Puig
Alla Vuelta del 2019 ha lanciato Jakobsen alla prima vittoria di tappa a El Puig
E così a giugno ti sei ritrovato a piedi. Cosa hai fatto?

Sono andato in Argentina e ho continuato ad allenarmi, facendo però anche altri sport che mi piacciono come la corsa a piedi e il nuoto. Anche perché non sapevo cosa rispondere a tutti gli amici che mi chiedevano. A luglio ho fatto un po’ di vacanze, finché è arrivata la chiamata di questo amico corridore. Sono stato contento. Per avere la possibilità di chiudere a modo mio e perché, messo tutto sulla bilancia, so di poter andare ancora forte. E così ho preso la decisione.

Come mai ha chiamato te?

Era un bel po’ che parlavamo. Abbiamo sempre corso contro, ma vedeva il mio lavoro. E finalmente adesso correremo insieme. Comunque l’anno l’ho finito con 56 corse in 5 mesi, che non sono poche. Ero un po’ stanco e questo periodo di stacco ci stava bene.

Alla presentazione della Vuelta San Juan 2019, fra Sagan e Cavendish
Alla presentazione della Vuelta San Juan 2019, fra Sagan e Cavendish
Questo corridore misterioso ha a sua volta una grande voglia di riscatto, che inverno ti aspetta per essere all’altezza?

Un inverno più intenso. Ho già iniziato da due settimane. Palestra e poca bici. La preparazione fisica va fatta bene e non voglio esagerare pedalando per trovare poi il giusto entusiasmo. Anche se devo dire che quelle settimane a pedalare senza stress in Argentina me le sono proprio godute. Non escludo di tornare a fare qualcosa in pista, per trovare il colpo di pedale e la condizione senza spremermi troppo.

Motivazioni?

Tante. Ho voglia di riscatto. Questo obiettivo mi carica molto e alla mia età ho bisogno di motivazioni forti. Far parte di questo progetto con l’obiettivo del Tour mi motiva molto.

Nella squadra in cui il corridore misterioso ha già detto di andare corre un giovane velocista italiano, che ha fatto un ottimo 2022…

Lui è forte davvero e qualche volta farà parte del nostro gruppo. Ma stanno costruendo un treno. E’ stato il mio amico a scegliere i corridori, il personale e gli allenatori. In un’intervista, il team manager ha detto che la trattativa è stata come quella per prendere un calciatore. Lui ha tanta voglia di tornare in Francia. Non gli è andato giù non esserci andato quest’anno. Abbiamo entrambi qualcosa da dimostrare.

Alla Tirreno, tirando per Pogacar. L’apporto di Richeze alla squadra non è mai venuto meno
Alla Tirreno, tirando per Pogacar. L’apporto di Richeze alla squadra non è mai venuto meno
Hai pensato a cosa farai quando dovrai appendere la bici al chiodo?

Resterò sicuramente in Europa. Ho dei progetti per lavorare con i giovani in Argentina, per poi portarli qua. Sono arrivato tanti anni fa, il vero ciclismo è in Europa. Ho faticato tanto, perché non sapevo niente. Sembrava quasi che non avessi mai corso. Abbiamo grande potenziale, serve qualcuno che apra la strada. E sono coinvolto anche nel progetto per l’inaugurazione del nuovo velodromo a San Juan, dove si faranno i mondiali del 2025. Non ci arriverò come corridore, ma sono contento di poter aiutare a organizzarli.

Mori gongola: «Per noi è stata una Vuelta da sogno…»

15.09.2022
5 min
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«Alle premiazioni di Madrid non facevamo che salire e scendere dal palco. Per la prima volta era presente il presidente del team, Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri che era visibilmente soddisfatto. Non viene mai alle corse, vederlo in quest’occasione così felice è stato davvero bello». La voce di Manuele Mori, di ritorno dalla Vuelta, è stanca ma ricca di quelle emozioni vissute per tre intense settimane. La corsa spagnola passerà sì alla storia per il trionfo di Remco Evenepoel, ma è indubitabile che è stato l’Uae Team Emirates quello che ha raccolto il bottino più pingue.

Juan Ayuso sul podio, Joao Almeida nella Top 10 (e Jan Polanc poco distante), i successi di tappa di Marc Soler e Juan Sebastian Molano proprio nell’ultima tappa, il trionfo nella classifica a squadre con oltre un’ora di vantaggio. La Vuelta è stata un viaggio fortunato e il fatto che la sua conclusione sia arrivata in contemporanea con il trionfo di Pogacar a Montreal ha un che di simbolico.

Mori 2022
Manuele Mori, uno dei diesse della Uae. In Spagna la squadra ha fatto incetta di premi
Mori 2022
Manuele Mori, uno dei diesse della Uae. In Spagna la squadra ha fatto incetta di premi

«Quando hai in squadra il migliore del mondo è normale correre per lui – dice – ma la Uae non è solo Pogacar. Siamo competitivi sempre e con chiunque, abbiamo almeno 20 corridori che hanno vinto quest’anno e senza il Covid al Giro che ha costretto Almeida al ritiro, avremmo potuto centrare il podio in tutti e tre i grandi Giri».

La Vuelta è coincisa con l’esplosione di Ayuso, non era certo partito pensando al podio…

La nostra punta era Almeida, ma la corsa si decide sempre in corso d’opera. Che Ayuso fosse un fuoriclasse non lo abbiamo scoperto alla Vuelta, ma la corsa ci ha detto molto delle sue qualità. Intanto ha doti di recupero fuori del comune, più passavano i giorni e più andava forte. Inoltre ha la testa da campione, molto più matura dei suoi 19 anni. Quando ha forato nella parte finale di una tappa non si è fatto prendere dal panico, ha pensato a quel che doveva fare e si è saputo gestire. I campioni li vedi anche da queste cose. Quello della Vuelta era un test e l’ha superato con la lode…

Almeida ha chiuso quinto a 7’24” da Evenepoel, confermandosi uomo da grandi giri
Almeida ha chiuso quinto a 7’24” da Evenepoel, confermandosi uomo da grandi giri
Su Almeida c’è qualcosa da dire: il portoghese sembra sempre accusare gli scatti nelle tappe più dure, ma nell’ordine d’arrivo lo trovi sempre davanti…

E’ il suo modo di correre, per certi versi originale. La sua grande forza è che si conosce benissimo, sa quel che può chiedere al proprio fisico. Sale col proprio passo e alla fine ha sempre ragione lui, segno di grande autostima. Lo avevo capito all’ultima giornata della Vuelta a Burgos, mi aveva detto che voleva fare qualcosa di buono e quando ho visto che all’inizio perdeva mi ha detto di non preoccuparmi. Alla fine ha avuto ragione lui…

Considerando la sua giovane età, va cambiato qualcosa nella sua impostazione?

Secondo me no, è giusto che corra così proprio in base agli anni che ha. Io ad esempio alla sua età ero solito correre sempre davanti, ma dipende dalla propria indole. Anche Ulissi a inizio carriera correva così, poi ha cambiato, magari con gli anni anche Joao rivedrà qualcosa, ma per ora deve continuare sulla sua strada.

Per Soler una Vuelta da protagonista: una vittoria, quattro top 5 e premio per la combattività
Per Soler una Vuelta da protagonista: una vittoria, quattro top 5 e premio per la combattività
Chi è stato protagonista è stato Soler, con una vittoria di tappa e altri due podi di giornata…

Ma non ha fatto solo questo. E’ stato premiato come corridore più combattivo e per noi è stato un vero jolly, eccezionale nell’arco delle tre settimane. Nell’ultima tappa è stato decisivo per la vittoria di Molano, lanciando il treno della Uae a velocità folle fino ai 400 metri. Di fatto ha messo sia Molano che Ackermann nelle condizioni di vincere.

Proprio a questo proposito, la vittoria del colombiano ha un po’ sorpreso considerando che era il tedesco quello deputato alla volata. Che cosa è successo?

E’ semplice: quando Molano ha tirato era l’ultimo uomo. Il rettilineo era in leggera salita, lui sapeva che Pascal era dietro, ma su quel rettilineo è difficile rimontare, allora ha tirato dritto ed è andata bene. Nessuna polemica fra i due, sanno bene che i progetti vanno bene, ma poi è la strada che decide.

La volata di Molano a Madrid, con Ackermann finito terzo dietro anche Pedersen
La volata di Molano a Madrid, con Ackermann finito terzo dietro anche Pedersen
I risultati di Vuelta e Montreal hanno portato una vagonata di punti alla Uae. Alcune squadre hanno deciso di non dare alcuni corridori alle nazionali. Voi come vi siete regolati?

Figuriamoci, noi ne avremo 10 al via a Wollongong… E’ chiaro che al ranking ci teniamo, come anche le nostre dirette concorrenti. Non è un discorso economico, non funziona come la Champions League di calcio, è semplicemente una questione di prestigio. Diverso è il discorso per chi lotta per non retrocedere, lì ci sono anche inerenze economiche legate al destino della stagione. Se investi tanto nella squadra, ti aspetti risultati e essere lì in cima è il miglior risultato che ci sia, perché sai che tutti vogliono arrivarci. Speriamo di avere altri weekend come quello passato, così restiamo in testa…