EDITORIALE / Anche diplomazia nella stanchezza di Pogacar?

11.08.2025
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Il fatto che abbia visto il limite della riserva ha reso improvvisamente Pogacar più umano e questo non è necessariamente un male. Ieri Komenda, il suo paese, lo ha accolto con una gratitudine e una marea umana degna del Tour de France (in apertura un’immagine di Alen Milavec). Dalla Slovenia, la Grande Boucle dovrebbe partire nel 2029, costringendo implicitamente il campione del mondo a ripensare la data del ritiro che nei giorni francesi aveva invece legato alle Olimpiadi del 2028.

In tempi non sospetti, comunque dopo la seconda vittoria del Tour, Mauro Gianetti disse parole chiare sulla necessità di tenere a freno lo sloveno per tutelarne la carriera e la salute. «Lui si diverte – disse nel 2023 lo svizzero – ma dobbiamo comunque gestire la cosa con calma e tenere anche una visione sul lungo termine. Perché è chiaro che Tadej abbia delle grandi potenzialità, delle ambizioni grandissime, però sappiamo che è importante guardare oltre il presente. E quindi corre, va forte perché va forte e fa la stessa fatica di quello che arriva decimo o cinquantesimo. Perché tutti si impegnano al 100 per cento, ma lui è davanti. Secondo noi, corre il giusto: l’anno scorso ha fatto 54 giorni di gara».

Nella terza settimana del Tour si è avuta spesso la sensazione di un Pogacar stanco o meno motivato del solito
Nella terza settimana del Tour si è avuta spesso la sensazione di un Pogacar stanco o meno motivato del solito

La fine della carriera

I giorni di corsa sono stati 50 nel 2023 con l’interruzione per la frattura dello scafoife; 58 nel 2024 con il Giro e poi il Tour; sono 43 per ora quest’anno. La gestione è stata molto oculata e questo ha permesso a Pogacar di tenere un altissimo livello, che ne ha fatto il campione acclamato in tutto il mondo.

«Ho iniziato a vincere abbastanza presto – ha detto ieri nella conferenza stampa – e da allora tutto è andato alla grande. Alcuni ridono leggendo che conto gli anni che mancano al mio ritiro. A ogni stagione ci alleniamo più duramente e più velocemente, quindi guardo al mio futuro con piacere. Da un lato, so che la mia carriera sportiva non sarà lunga, ma dall’altro sono consapevole di poter godere del livello attuale per qualche anno ancora. Mi aspetto che questo livello calerà a un certo punto e che non ci saranno più vittorie in stagione di quelle attuali e che prima o poi ci sarà un anno negativo. Sono preparato a tutto ciò che sta arrivando, quindi sono ancora più consapevole di dover godermi il momento. Devo essere pronto a fermarmi, ringraziare e dire addio alle gare ai massimi livelli».

A Komenda ieri un pubblico degno del Tour de France se non superiore (foto Alen Milavec)
A Komenda ieri un pubblico degno del Tour de France se non superiore (foto Alen Milavec)

Ragioni di opportunità

E se all’aumento della fatica, si fosse sommata davvero la necessità di non dare troppo nell’occhio? Ospite del programma Domestique Hotseat, Michael Storer del Tudor Pro Cycling Team ha raccontato un singolare retroscena della tappa di Superbagneres, che a suo dire Pogacar avrebbe rinunciato a vincere.

«Quel giorno il UAE Team Emirates-XRG ha tirato a tutta per tutto il giorno – ha raccontato – e poi Pogacar, sull’ultima salita, non ha fatto nulla. Per quello che mi hanno riferito, lungo la strada ci sono stati dei cori di disapprovazione da parte del pubblico e quindi i direttori della squadra hanno deciso che quel giorno era meglio che Pogacar non vincesse, in modo da tenere i tifosi francesi dalla loro parte. E penso che abbiano tenuto in conto la cosa anche durante l’ultima settimana del Tour de France: non volevano vincere tutto».

Un punto di vista che cancella parzialmente l’immagine di Pogacar stanco o aggiunge ad essa una differente sfumatura? «A La Plagne può anche essere che non avesse le gambe – ha proseguito Storer – ma a Superbagneres ha proprio detto ai compagni che non voleva vincere. Allora avrebbe potuto lasciar andare subito la fuga e non spremere la squadra per tutto il giorno. Si vedeva che i suoi compagni erano molto stanchi e anche Tadej sembrava provato».

Dopo l’arrivo, Pogacar è andato da Arensman e si è congratulato: ha davvero rinunciato a vincere?
Dopo l’arrivo, Pogacar è andato da Arensman e si è congratulato: ha davvero rinunciato a vincere?

Meno obiettivi e… divertenti

La stanchezza c’era e l’abbiamo toccata ogni giorno con mano. Se Pogacar avesse tenuto fede agli annunci di inizio stagione, sarebbe dovuto andare alla Vuelta e a quel punto i giorni di gara sarebbero saliti per la prima volta sopra quota 60. La scelta di ridisegnare il finale di stagione risponde alla volontà di mantenere una prospettiva di carriera. Stesso motivo per cui ad esempio lo scorso anno, di fronte alla possibilità di aggiungere la Vuelta alle vittorie del Giro e del Tour, si optò per il passo indietro.

C’è stato un periodo in cui si pensava che certi campioni potessero correre a ruota libera tutto l’anno. Poi, uno dopo l’altro, si sono accorti loro per primi che per restare in alto c’è bisogno di selezionare gli impegni. Van der Poel, ad esempio, lo scorso anno si è fermato a 42 giorni di gara. Pogacar è stato sinora l’eccezione alla regola, ma forse le fatiche del Tour gli hanno fatto capire che il livello medio è cresciuto ancora. Le squadre dei suoi avversari si sono rinforzate con fior di campioni che hanno lui come bersaglio e questo di certo induce parecchio stress. Il programma di Tadej prevede la trasferta canadese con il Grand Prix Cycliste de Quebec e Montréal. Poi Tadej difenderà il mondiale in Rwanda e potrebbe anche correre ai campionati europei in Francia. Nei prossimi anni lo sloveno tornerà al Tour, difficilmente la squadra glielo risparmierà. Ma la sensazione è che quel senso di fatica sia più legato al dover portare a casa risultati che ormai per lui significano poco. E quando Pogacar non si diverte, se ne accorgono davvero tutti.

Evenepoel e le grandi manovre per restare il terzo incomodo

10.08.2025
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Mentre la Red Bull-Bora-Hansgrohe sta vivendo una fase insolita della sua stagione, con il licenziamento apparentemente immotivato di tre tecnici nel cuore dell’estate, in Belgio si fa un gran parlare dell’arrivo di Evenepoel nella squadra tedesca. Si va per punti e dubbi, con una serie di domande cui nessuno può ancora fornire risposta. Il mondo Red Bull è impenetrabile, hanno imparato con la Formula Uno e quello sembra essere il loro standard di riferimento.

«Dobbiamo trovare il Max Verstappen del ciclismo», disse lo scorso anno Ralph Denk, fondatore e manager della squadra subito dopo l’accordo con Red Bull, che ha fatto della squadra uno dei colossi del WorldTour. Stando al quotidiano tedesco Bild, il budget sarebbe passato da 40 a 50 milioni di euro, raggiungendo il UAE Team Emirates e la Visma Lease a Bike. Purtroppo però Denk ha dovuto accettare il fatto che il divario sportivo sia ancora notevole e che di questo passo il Max Verstrappen del ciclismo non sarebbe mai arrivato. Per questo alla fine si è puntato su Evenepoel, il ragazzo d’oro, quello che dovrebbe mettere le ali alla Red Bull.

Ralf Denk ha chiuso il rapporto con il ds Gasparotto dimenticando che deve a lui la vittoria del Giro 2022
Ralf Denk ha chiuso il rapporto con il ds Gasparotto dimenticando che deve a lui la vittoria del Giro 2022

La squadra spaccata

Remco non vedeva l’ora e ha accettato, con il benestare della Soudal Quick Step che forse non vedeva l’ora di perderlo. Nell’annunciarne la partenza, la squadra belga ha anche bruciato l’annuncio della Red Bull, svelandone la destinazione. Da più parti all’interno della squadra si faceva notare che Evenepoel fosse una stella a se stante, avulso dal concetto di Wolfpack. Per questo anche i compagni, forse, hanno iniziato a voltargli le spalle.

Dopo la prima tappa del Tour, quando Remco è rimasto attardato a causa dei ventagli, le sue parole alla stampa contro la squadra hanno lasciato il segno. Tanto che all’indomani del suo ritiro, fatto un lavoro stellare per far vincere Paret Peintre sul Mont Ventoux, il suo amico Van Wilder ha dichiarato: «Dicevano che non eravamo abbastanza forti. Ora dico loro: Fanculo perché stiamo vincendo sul Ventoux».

Se però la sua ambizione è quella fondata di avere una squadra più forte, alla Red Bull-Bora troverà fior di corridori con cui insidiare Pogacar e Vingegaard. Hindley, Vlasov, Dani Martínez, Pellizzari (speriamo di no!) e persino Roglic, se a Primoz starà bene.

Evenepoel e Vanthourenhout: i due hanno vinto mondiali e Olimpiadi di strada e crono. Qui Wollongong 2022
Evenepoel e Vanthourenhout: i due hanno vinto mondiali e Olimpiadi di strada e crono. Qui Wollongong 2022

Lo staff stellare

Oltre ai corridori, Evenepoel troverà un ambiente fortemente vocato allo sviluppo tecnologico, a partire da Specialized, con cui Remco ha un rapporto personale e che fornisce al team anche l’abbigliamento. In aggiunta, dello staff della squadra fa parte Dan Bigham, l’ingegnere che nello sviluppare la bici per Ganna stabilì a sua volta il record dell’Ora. E dato che Remco sogna di batterlo a sua volta, la presenza del britannico potrebbe servirgli in una doppia chiave: le crono e la pista.

La squadra dovrebbe ingaggiare il suo storico direttore sportivo, Klaas Lodewyck, a sua volta in scadenza di contratto con la Soudal-Quick Step. Dalla Visma è arrivato Asker Jeukendrup, autorità in materia di nutrizione sportiva. Dan Lorang, allenatore di Jan Frodeno, il più grande triatleta di tutti i tempi, allenerà singoli atleti. C’è anche Peter Kloppel, Responsabile delle Prestazioni Mentali presso il Red Bull Performance Centre, che ha lavorato anche con Verstappen. Remco sarà circondato dai migliori esperti e su tutti vigilerà Sven Vantourenhout, l’ex tecnico della nazionale belga, che ha guidato le più grandi vittorie di Evenepoel ai mondiali e alle Olimpiadi.

Al Tour di quest’anno, Evenepoel ha vinto la crono di Caen, ma con distacchi meno ampi del previsto
Al Tour di quest’anno, Evenepoel ha vinto la crono di Caen, ma con distacchi meno ampi del previsto

Lipowitz e i tedeschi

Come la mettiamo con Lipowitz? La squadra è tedesca, Florian pure. L’eco delle sue prestazioni al Tour ha riacceso i riflettori sul ciclismo nel Paese che lo aveva bandito dopo i casi di doping del passato: come verrà digerito l’arrivo del campione belga?

Nel suo primo Tour, a 24 anni, Evenepoel è arrivato terzo dietro Pogacar e Vingegaard. Lipowitz ha fatto lo stesso, mentre quest’anno Remco al Tour ha deluso in modo importante, subendo per giunta la supremazia di Lipowitz anche al Delfinato.

In questa fase da chiacchiere da bar, la stampa belga si attacca anche a dettagli che sarebbero risibili, ma bastano per infiammare i tifosi. Scrivono infatti che nel Tour del 2024, Evenepoel produsse un rapporto tra watt e chili migliore rispetto a quello di Lipowitz quest’anno. Lo stesso distacco da Pogacar penderebbe dalla parte del belga, staccato di 9’18” lo scorso anno, contro gli 11′ di Lipowitz qualche settimana fa.

Ma tutto sommato, perché la squadra dovrebbe scegliere? La Visma non ha dimostrato che agendo con due leader si riesce a correre meglio contro Pogacar? Durante il Tour uscì la voce per cui il giovane tedesco non volesse rinnovare il contratto finché non si fosse fatta luce sull’arrivo di Evenepeol. In realtà pare che Lipowitz abbia ancora un anno di contratto, per cui i due dovranno imparare a convivere. Evenepoel sarà in grado di aiutare il compagno se egli si rivelasse più forte? Oppure chiederà che Lipowitz venga mandato al Giro, tenendo per sé la ribalta del Tour?

Anche Lipowitz, come Evenepoel, si è piazzato terzo a 24 anni nel primo Tour della carriera
Anche Lipowitz, come Evenepoel, si è piazzato terzo a 24 anni nel primo Tour della carriera

I dubbi su Evenepoel

Tutto questo dando per scontato che Evenepoel possa trovare nel suo motore il necessario per tenere testa a Pogacar e Vingegaard. Ha vinto una Vuelta in modo rocambolesco. E’ arrivato terzo al Tour del debutto. Ma per il resto ogni sua altra partecipazione ai Grandi Giri ha lasciato a desiderare, sacrificando nel suo nome le sue chance nelle grandi classiche.

La Red Bull ci crede e obiettivamente il suo nome, per ora sulla fiducia, è il solo spendibile, a parte quello di Ayuso, in una ipotetica rincorsa alla maglia gialla. Remco è davvero all’altezza di quei due? Non sembra così, ma forse può crescere. La Red Bull-Bora intanto sembra sempre più la BMC dei primi tempi che si riempì di schiere di corridori forti senza mai riuscire a farne una squadra.

L’allontanamento dei tre tecnici continua sembrarci alquanto strano. Ci può stare che la squadra voglia uno staff votato alla causa di Remco e non gente che difenda le potenzialità dei corridori che già ci sono, ma perché farlo ora? Puoi anche decidere che il modo migliore per ristrutturare la tua casa sia buttarla giù e costruirla dalle fondamenta. Solo che abbatterla mentre dentro c’è ancora gente suona francamente poco lungimirante.

Tutti ai piedi di Pogacar: le scarpe e il mondo che ci gira attorno

09.08.2025
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Quando Pogacar arrivò alla DMT, aveva da poco concluso la prima stagione da professionista. Quella della prima vittoria e del podio alla Vuelta. Lo accompagnava Alex Carera, suo agente dalla primissima ora, e si trovò di fronte Nicola Minali. L’ex velocista veronese, che nel 1997 ha anche vinto la tappa di Parigi del Tour de France, era già allora addetto allo sviluppo dei modelli di calzature sulla base delle esigenze degli atleti. Nella scuderia degli atleti DMT c’era già Elia Viviani, veronese come lui, i cui feedback erano e sono ancora preziosi per lo sviluppo dei modelli.

Ora che Pogacar ha vinto il quarto Tour (ma non la tappa di Parigi), parlare di lui con Nicola Minali ci ha offerto la possibilità di fare un viaggio tecnico molto profondo nell’indole del campione e nell’impegno certosino dell’azienda nel crescere accanto a lui.

Nicola Minali, bentrovato. Partiamo da quel primo incontro?

Carera aveva parlato con Zecchetto, che è il mio titolare, di questo ragazzo molto promettente. Arrivano su, lui firma il contratto e una delle prime volte che lo incontro, mi chiede: «Ma voi fate le scarpe con i lacci?». Io gli dico di no, che le facciamo con i rotori e con i lacci abbiamo solo un modello da pista per Elia. Ma lui ripete che si trova bene coi lacci. Aveva le scarpe di uno sloveno e visto che sembrava convinto, gli dico che ne avrei parlato con il titolare e, se mi avesse autorizzato, avrei provato a fare qualcosa.

Come va a finire?

Chiamo Zecchetto e gli dico: «Guarda, Tadej mi dice questa cosa. Avrei una mezza idea di fare un modello con certi crismi». Lui mi dice che va bene e io mi metto al lavoro su questa scarpa che viene pronta 15 giorni prima del Tour del 2020.

Cosa ne dice Pogacar?

La prova. Dice che si trova bene e che ci correrà il Tour. Io gli dico: «Fermati un attimo, c’è anche un discorso commerciale, non puoi correre con una scarpa che nemmeno esiste. E poi che ne sappiamo se terrà?». Morale della favola, richiamo Zecchetto e lui approva che le usi: Tadej corre e vince il primo Tour, la cosa è partita da lì. Diciamo si sono allineati i pianeti, un po’ con la fortuna e con un po’ di bravura. Lui poi è diventato quello che è ora, ma noi l’abbiamo sempre seguito.

Tour de France 2020, il via da Nizza il 29 agosto. Nella prima tappa, ecco Pogacar con le inedite DMT con i lacci
Tour de France 2020, il via da Nizza il 29 agosto. Nella prima tappa, ecco Pogacar con le inedite DMT con i lacci
Come sono cambiate le sue scarpe?

E’ stata una continua evoluzione. Ne aveva un solo esemplare, poi gliene abbiamo dato un altro. Abbiamo cambiato la tomaia, rimanendo sempre nel contesto dei lacci e cercando sempre di dargli qualcosa di più leggero e più performante. Tadej è tranquillissimo, non è di quelli che ti chiamano sette volte al giorno, non è nella sua indole. Ultimamente è un po’ più attento ai pesi e a dettagli minori, ma se fossero tutti come lui, andremmo molto meglio. Non è non è una persona che ti stressa. Ci confrontiamo su qualcosa, ma troviamo sempre la quadra.

Trovare la quadra significa che, battezzata la forma giusta, non si tocca più?

Non mettiamo mai mano alla sua forma senza coinvolgerlo, quando facciamo delle modifiche gliele facciamo testare. Cerchiamo sempre di non lasciare la strada vecchia, ma di implementare la nostra proposta con l’esperienza fatta per dargli un qualcosa di più performante. Le ultime scarpe che sono state fatte, invece di avere il laccio che passa attraverso le asole, hanno delle canaline 3d con delle carrucole in cui passano i lacci. Siamo stati i primi al mondo.

Qual è il vantaggio?

Si eliminano gli attriti e si tira meglio la scarpa. Inserendo una carrucola fatta ad hoc da un nostro fornitore, quindi molto leggera e molto piccola che non esisteva in commercio, ci siamo ispirati agli scarponi da montagna. Questo consente in modo molto semplice di tirare il cavo, chiudere tutta la scarpa e poi bloccare tutto con un blocca laccio.

Pogacar corre la Strade Bianche e la Sanremo, la Roubaix e il Tour: quante scarpe cambia nella stagione?

Ultimamente fa fatica a cambiarle. I primi anni non c’era problema, potevi dargli la scarpa rosa, quella gialla, quella che volevi e che poteva, perché gli accordi con la squadra prevedono che possa mettere solo il bianco o il nero. Invece dal Tour dell’anno scorso, una volta che ha le sue scarpe, difficilmente le cambia. E’ diventato più attento, un po’ più professionista. Da questo punto di vista, la sella e le scarpe fa fatica a cambiarle.

Quindi la scarpa della Strada Bianche è la stessa di Sanremo, Fiandre e Roubaix?

Sì. E’ cambiato qualcosa quando gli ho fatto la grafica con l’iride, però l’ha messa e poi l’ha cambiata subito, perché c’erano 5-6 grammi in più. Ultimamente è attento proprio a questi aspetti. Per cui al Tour aveva le scarpe con cui correva e tre di scorta, una per ogni borsa del freddo. Quelle però hanno i rotori, perché sono più facili da infilare e chiudere se vanno cambiate durante la corsa.

Una volta, parlando con Viviani, venne fuori il discorso che le scarpe fatte con filo Knit evitano che il piede si surriscaldi d’estate. Tadej ha di questi problemi?

Davvero no. D’inverno, mette il copriscarpe solo se piove, non ha problemi di piedi. Va meglio col freddo che col caldo. Ovviamente la nostra scarpa va meglio l’estate. E’ molto leggera e areata. Il Knit, il materiale con cui la facciamo, è un filo, che rende la scarpa molto traspirante. Tanti dicono che sia estiva, ma io rispondo sempre di no. Tirando fuori l’umidità del piede anche d’inverno, con un copriscarpe ad hoc, tiene il piede ancora più caldo perché lo mantiene asciutto. Se invece il sudore resta dentro, con la classica scarpa in microfibra il piede congela. Che poi spesso la scarpa non c’entra.

Minali (seduto) l’uomo del comparto tecnico, Viel (in piedi) l’addetto alle relazioni, qui al lavoro con la Decathlon Ford di MTB (foto DMT)
Minali (seduto) l’uomo del comparto tecnico, Viel (in piedi) l’addetto alle relazioni, qui al lavoro con la Decathlon Ford di MTB (foto DMT)
Che cosa vuoi dire?

Che va sempre considerata l’irrorazione sanguigna. Tanti non lo sanno, ma chi ha freddo ai piedi molto spesso ha problemi circolatori. Me ne sono accorto per primo, dato che ho sempre avuto problemi di piedi freddi.

Abbiamo visto le foto del tuo collega Mattia Viel al Tour: qual è la vostra funzione alle corse?

Esatto, è andato Mattia. Apro e chiudo una parentesi: Mattia è con me da un anno, siamo le due parti della stessa mela. Lui tiene i contatti con i manager e si occupa di contratti, io seguo la parte tecnica. Fino all’anno scorso facevo tutto da me, però mi sono reso conto che non si può più improvvisare niente. Mattia era già in azienda, ho visto che è un ragazzo capace, brillante, veloce, sempre sul pezzo. Ha corso in bici, è una persona intelligente. Per cui è andato lui a Lille e poi a Parigi. A me farebbe piacere andare, a chi non lo farebbe? Però accetto le direttive aziendali e faccio quello che mi dicono.

In quali occasioni sei più a contatto con gli atleti?

Per il mio lavoro la presenza conta di più a gennaio quando si va in ritiro in Spagna e allora si parla un po’ più di lavoro, ma per il resto non c’è bisogno della presenza alle corse.

A Parigi con Pogacar eccio Mattia Viel (a destra) e Karel Vacek, ultimo arrivo in casa DMT
A Parigi con Pogacar eccio Mattia Viel (a destra) e Karel Vacek, ultimo arrivo in casa DMT

L’occhiolino del campione

Tirato in ballo da Minali, Mattia Viel spiega rapidamente quale sia il suo ruolo alle corse e nei ritiri e perché farsi vedere, anche per ricevere l’occhiolino del campione, sia effettivamente importante.

«La presenza alle corse – dice – serve ad avere più feedback possibili per quanto riguarda il prodotto, ma anche per farci vedere presenti, che è la filosofia DMT. Mantenere le relazioni fa parte del nostro modo di lavorare. E’ il punto di forza di un’azienda a gestione familiare rispetto a un colosso internazionale che su questo ha più difficoltà. La parte umana è importante quanto la ricerca della performance. Nel caso di Pogacar, durante il Tour mi sento più con Alex Carera. Tadej per necessità durante le corse deve essere distaccato da certe dinamiche. La percezione rispetto a qualche anno fa è che adesso sia veramente una star paragonabile a quelle di altri sport. A me basta uno sguardo, una stretta di mano al volo per capire se tutto va bene. Bisogna essere bravi ad aspettare i pochi minuti che ti dà, a interpretare l’occhiolino prima che salga sul pullman e a mettere tutto assieme per fare qualcosa di sensato».

Consonni, il secondo Tour: «Una montagna russa di emozioni»

06.08.2025
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Simone Consonni ha messo alle spalle il suo secondo Tour de France in carriera dopo quello del 2020 in maglia Cofidis accanto a Elia Viviani. Reduce dalle fatiche della Grande Boucle il corridore bergamasco ha ancora qualche giorno di pausa prima di ritornare in corsa sulle strade di Amburgo il prossimo 17 agosto

«Rispetto al primo – ci dice una volta rientrato dall’allenamento – è stato un Tour de France completamente diverso. Partiamo dalla cosa più lampante: il pubblico, che rispetto al 2020 era molto di più. Sono tanti anni che corro, un po’ di esperienza ce l’ho. Tuttavia ogni giorno rimanevo incredulo dalla gente presente lungo le strade: alla partenza, lungo il percorso e all’arrivo. Non importava che tipo di tappa fosse, il pubblico non mancava mai.

«L’altra cosa – continua – è che quest’anno andavamo per vincere le tappe ma avevamo anche l’obiettivo della maglia verde, senza considerare che c’era anche Skjelmose pronto a fare classifica. Era una doppia corsa e anche negli ultimi giorni dovevamo lavorare doppio per tenere la maglia verde fino a Parigi».

La maglia verde di Milan era un obiettivo per la Lidl-Trek che non si è mai nascosta
La maglia verde di Milan era un obiettivo per la Lidl-Trek che non si è mai nascosta

Inizio in salita

La maglia verde di Jonathan Milan sul podio di Parigi ancora brilla negli occhi dei tifosi e dei corridori della Lidl-Trek. L’obiettivo che il team guidato da Luca Guercilena si era prefissato alla partenza di Lille è arrivato, insieme a due vittorie di tappa che hanno coronato un lavoro davvero lungo. 

«E’ stato un Tour de France incredibile – racconta Simone Consonni – una vera montagna russa di emozioni. Alla vigilia eravamo super motivati, vista l’occasione di provare a prendere la maglia gialla subito. Purtroppo siamo rimasti tagliati fuori, è stato un primo momento difficile da metterci alla spalle. Nella prima volata, a Dunkerque, il secondo posto di Milan alle spalle di Merlier ci ha dato fiducia. Non che fossimo contenti, comunque quando hai un velocista come Jonathan (Milan, ndr) vuoi sempre vincere».

L’inizio del Tour non è stato facile però, con due occasioni sfumate
L’inizio del Tour non è stato facile però, con due occasioni sfumate
Poi, alla sesta tappa, ci siete riusciti…

E’ stata una gioia immensa per tutti e sicuramente una liberazione per Milan, la squadra e ogni persona dello staff. Quando siamo in corsa con lui percepiamo intorno al team delle aspettative importanti, anche qui al Tour tutti si aspettavano almeno una o più vittorie di tappa. A sentire molti sembrava quasi una cosa da dare per scontata.

Ma non è mai così?

Mai, soprattutto al Tour de France. Quando sei nella corsa più importante al mondo nulla è banale, poi se vinci una tappa con la forza e la rabbia che ha messo Milan tutto va meglio. Una volta sbloccati, però, siamo riusciti a imporre la nostra legge anche nei traguardi volanti. La squadra era partita con due obiettivi, vincere due tappa e la maglia verde, siamo riusciti a raggiungerli. 

Consonni e Milan hanno raggiunto un altro grande obiettivo insieme a tutto il team: la maglia verde
Consonni e Milan hanno raggiunto un altro grande obiettivo insieme a tutto il team: la maglia verde
Per te che Tour è stato?

Bello, fino alla doppia caduta di Carcassonne arrivavo alla fine di ogni tappa stanco, ma con ancora tante energie in corpo. Dopo quel brutto acciacco non ho più avuto il feeling dei giorni precedenti, l’ultima settimana più che soffrire ho proprio subito. 

Cosa cambia?

Che quando soffri sei abbastanza padrone dei tuoi sforzi, mentre subire vuol dire che sei in mano agli altri e fatichi a tenere un ritmo a te congeniale. Diciamo che l’ultima settimana ho dovuto gestire al meglio tutti gli aspetti di gara e la mia esperienza. L’ultimo posto nella generale (racconta con una risata, ndr) è frutto anche di una gestione delle energie che mi ha permesso di risparmiare qualcosa nelle giornate di montagna, per poi dare tutto nelle tappe decisive per la maglia verde. 

Il Tour di Simone Consonni si è complicato con la doppia caduta di Carcassone
Il Tour di Simone Consonni si è complicato con la doppia caduta di Carcassone
Una lotta all’ultimo punto. 

Fino alle ultime tappa il discorso era aperto e Pogacar faceva davvero paura, anche perché lui nell’ultima settimana è sempre riuscito a vincere due tappe. E poi la seconda vittoria di tappa di Milan, a Valence, non era scontata. Tutte le squadre hanno provato a vincere e tenere la corsa in pugno non è stato semplice. 

Quanto è stato importante l’affiatamento all’interno del gruppo?

Tantissimo. La nostra forza sta in questo, abbiamo un’intesa altissima che ci ha permesso di trovare sempre il giusto equilibrio. Nella prima vittoria di tappa, Stuyven era il profilo perfetto per fare da ultimo uomo e ci ha pensato lui a pilotare Milan. Un altro esempio è la tenacia e la caparbietà di Simmons che ha avuto un ruolo importantissimo nella seconda vittoria di tappa.

Aver inserito la salita di Montmartre ha escluso i velocisti dalla lotta per la vittoria sugli Champs Elysées
Aver inserito la salita di Montmartre ha escluso i velocisti dalla lotta per la vittoria sugli Champs Elysées
Arrivata la certezza della maglia verde vi siete goduti le ultime tappe?

Quella è arrivata con i punti del traguardo volante di venerdì, è stato il coronamento di un obiettivo del quale parlavamo da gennaio. Avere la maglia verde a Parigi è qualcosa di unico, peccato non averla potuta onorare con il nostro treno sugli Champs Elysées. Da corridore e da sprinter dico che quando ti cambiano una tappa iconica come quella di Parigi, un po’ storci il naso. Però vediamo il lato positivo, mi sono goduto Montmartre

Un passaggio iconico. 

Ho corso le Olimpiadi di Parigi, ma mi mancava la “Parigi su strada” visto che ho corso su pista. Devo ammettere che a livello di spettacolo è stato unico anche per noi corridori, ho vissuto una delle giornate più emozionanti della mia carriera. Non avevo le gambe per fare la corsa, ho tenuto duro, ma all’ultimo giro ho alzato bandiera bianca e sono andato su a ritmo da passeggiata. Molti dicono che i corridori devono tenere duro, però penso di aver fatto la scelta giusta. Montmartre era una bolgia e quel giorno rimarrà sempre nei miei ricordi, come la maglia verde di Milan sul podio finale.

E Lipowitz fa riscoprire il grande ciclismo ai tedeschi

05.08.2025
6 min
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E’ salito sul podio del Tour de France non come un fulmine a ciel sereno, ma quasi: Florian Lipowitz aveva dato grandi segni già al Delfinato. Ma il giovane tedesco non è uno sconosciuto. Quella maglia bianca, la tenacia e i nervi saldi mostrati a La Plagne dopo la paura del giorno prima sul Col de La Loze dicono già tanto di lui.

Nato nel 2000 a Bruckmuhl, in Baviera, e cresciuto nel biathlon, è salito in bici definitivamente nel 2019. Definitivamente perché prima comunque i suoi 5-6.000 chilometri all’anno in sella li faceva eccome per farsi trovare pronto con sci stretti e carabina. La bici è sempre stata parte dei suoi allenamenti e se vogliamo anche della sua famiglia. Pensate che a 9 anni si è sciroppato 120 chilometri di una granfondo in Austria insieme alla mamma e al papà!

Il corridore della Red Bull-Bora, si è ritagliato un ruolo da protagonista, ma soprattutto dopo anni di vuoto, Florian ha riportato la Germania a riscoprire la passione per il ciclismo professionistico.

Florian Lipowitz sul podio finale del Tour. E’ arrivato terzo e ha conquistato anche la maglia bianca di miglior giovane
Florian Lipowitz sul podio finale del Tour. E’ arrivato terzo e ha conquistato anche la maglia bianca di miglior giovane

Un figlio del lavoro

Nessuno si aspettava Florian Lipowitz sul podio del Tour de France, nemmeno lui, almeno al via da Lille. Si sapeva che potesse fare bene, ma con un leader come Roglic non era così scontato. Invece è rimasto sempre coperto, tutto sommato non doveva fare un corsa complicata, ma doveva stare “solo” sulle ruote dei big e rimanere lontano dai guai, una cosa che nei Grandi Giri non è proprio facile. Ebbene lui ci è riuscito.

«Sono state tre settimane difficili – ha detto Florian – volevo solo arrivare al traguardo sano e salvo. Nel complesso, ci sono stati molti alti e bassi e l’inizio non è stato dei migliori. Ma ci siamo avvicinati sempre di più come squadra. Perché alla fine, un risultato come questo non è merito solo mio, ma è un lavoro di squadra. Ecco perché voglio ringraziare ancora una volta tutti.

«Ora? Sono semplicemente felice che tutto sia andato così bene e che abbiamo portato a casa il terzo posto. Se il mio successo riuscisse a ispirare qualche giovane a dedicarsi al ciclismo, allora varrebbe quanto un piazzamento sul podio».

Il bavarese nella notte ciclistica di Bruckmuhl (foto Red Bull)
Il bavarese nella notte ciclistica di Bruckmuhl (foto Red Bull)

Modello tedesco

In Germania hanno esaltato parecchio non solo il risultato di Florian, ma la sua abnegazione al lavoro. Un lavoro metodico, rigoroso, a tratti ossessivo, scrivono in particolar modo i media bavaresi, quelli della sua Regione appunto. Lipowitz è approdato nel WorldTour nel 2022, prima era alla Tirol-KTM, dopo una crescita silenziosa ma continua, ma già allora era sotto osservazione

Il Tour 2025 ha rappresentato la sua consacrazione. Con un rendimento costante nelle tappe di montagna e una gestione (quasi sempre) lucida delle forze, ha resistito agli attacchi di Oscar Onley. Ma riavvolgendo il nastro della sua Grande Boucle, oltre al ritiro di Evenepoel comunque già in forte declino, non è stato aiutato da circostanze favorevoli o fortunose. Tipo una fuga bidone, cadute degli avversari… No, quel che ha raccolto è tutto merito suo.

Dalla squadra non sono emerse grandi dichiarazioni. E lo stesso Lipowitz ha detto poco e solo in poche occasioni, come l’arrivo a Parigi e un circuito serale a Bruckmuhl (100 giri da 600 metri l’uno): ovviamente lo ha vinto lui! «Devo ancora abituarmi a questo clamore, è tutto nuovo»: le sue parole si possono racchiudere in questa frase sostanzialmente.

Forse ha avuto anche indicazioni sul parlare poco. La Red Bull-Bora sta vivendo una forte rivoluzione interna. Sono stati allontanati un coach, il capo dei tecnici (Rolf Aldag) ed è stato risolto il contratto del primo direttore sportivo, Enrico Gasparotto. E in tutto questo a breve dovrebbe essere ufficializzato l’arrivo dell’ex cittì belga, Sven Vanthourenhout, prevedendo l’ormai “certo” arrivo di Remco Evenepoel.

La squadra lo ha omaggiato con questa t-shirt nel gran finale di Parigi (foto Instagram)
La squadra lo ha omaggiato con questa t-shirt nel gran finale di Parigi (foto Instagram)

La Germania e i pro’

Ma torniamo a Florian Lipowitz. E’ bastato che tornasse a casa, perché fosse accolto come un eroe. Decine di persone ad aspettarlo, cartelli di benvenuto, giornalisti e televisioni. Dopo anni di distanza emotiva dal ciclismo professionistico fortemente colpiti dalla parabola discendente di Ullrich e alle ombre sul passato, la Germania ha finalmente trovato un nuovo volto pulito a cui affidarsi. “Festa spontanea”. “Entusiasmo che non si vedeva da tempo”. Così hanno titolato i giornali.

La sua figura sembra cucita su misura per il rilancio del ciclismo tedesco: parla poco, lavora molto, non ama esporsi e quando lo fa, lo fa con lucidità. Il podio al Tour ha mosso le acque anche tra gli sponsor e nei vertici federali, con la speranza che Lipowitz diventi il simbolo di una nuova generazione, più libera da pesi del passato.

«Non riesco a immaginare una vita senza sport – ha detto Lipowitz a RennRad – Ne ho bisogno: esercizio fisico e natura. E quella sensazione dopo. Quella sensazione la sera dopo un allenamento intenso: quella soddisfazione. Quella sensazione di stanchezza nei muscoli. E’ quasi una dipendenza».

Grande reazione del tedesco a La Plagne. Il giorno prima le aveva prese da Onley (alla sua ruota), poi gliele ha restituite con gli interessi
Grande reazione del tedesco a La Plagne. Il giorno prima le aveva prese da Onley (alla sua ruota), poi gliele ha restituite con gli interessi

Finale leggero…

Da qualche giorno Florian Lipowitz è tornato a lavorare, ma senza farsi trascinare dall’euforia. In tutte le interviste ribadisce che c’è ancora tanto da imparare. Anche secondo chi gli è vicino, sembra sia ancora lontano dal suo apice.

«Florian – ha detto John Wakefield, tecnico del team Red Bull-Bora – è ben lontano dal raggiungere il suo apice fisiologico. Il Tour gli ha mostrato dove può arrivare, ma anche quante cose debba ancora affinare. Non si considera un campione, ma un atleta in costruzione».

Da qui a fine stagione il calendario di Lipowitz è da definire. Il team manager Ralph Denk ha escluso la sua presenza alla Vuelta, mentre non ha sciolto le riserve circa la presenza di Florian al Giro di Germania (20-24 agosto, ndr), dato che visto il successo post Tour in tanti lo reclamano. E forse potrebbe essere la ciliegina sulla torta per un interesse pubblico verso il ciclismo professionistico che sta rifiorendo.

«Credo che mi concentrerò sulle corse di un giorno – ha detto Florian – rientrerò forse in Canada e sarebbe bello fare il Giro di Lombardia. Quest’ultimo monumento dell’anno sarebbe un altro momento clou per me in questa stagione, e voglio fare bene lì».

La Red Bull chiaramente se lo coccola. E’ un “germanofono”, è fedele al dogma del lavoro. Ma soprattutto è il profilo ideale per il progetto Grandi Giri del team stesso. In attesa di Remco, con Lipowitz l’obiettivo è chiaro: diventare un corridore da Grandi Giri, anche se gli 11′ da Pogacar non sono pochi. Magari proprio l’arrivo del bi-campione olimpico potrebbe sgravarlo da ulteriori pressioni.

Vincere e chiudere bene la stagione: Dainese fa i conti del Tour

02.08.2025
5 min
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Le vacanze all’Isola d’Elba prima di ripartire ad allenarsi per Amburgo hanno dato modo ad Alberto Dainese di rileggere il suo Tour de France. Il padovano del Tudor Pro Cycling Team si è ritrovato sullo stesso ring di pesi massimi come Merlier, Milan e (finché c’è stato) anche Philipsen. Ha avuto buone sensazioni in salita, gli è mancato qualcosa nelle volate e ha maturato due certezze. La prima è che c’è da lavorare per raggiungere certi apici. La seconda è che di qui a fine anno vuole fortemente vincere di nuovo.

«Se c’è una cosa che mi dà fastidio – sorride – è sentirmi dire “good job” dopo un sesto posto. Il velocista deve vincere, se fa sesto di cosa può essere fiero? Quando ero alla Zalf, Luciano Rui ci faceva i complimenti se vincevamo, ma se eravamo secondi neanche se ne parlava. Voglio vincere. La squadra si aspettava di più e mi paga per quello, è il mio lavoro. Voglio vincere per capire dove sono e per la sensazione stessa di vincere. Sono un velocista, la mentalità deve essere quella».

A Tolosa, 11ª tappa, arriva la fuga e vince Abrahamsen: Dainese è secondo nella volata del gruppo
A Tolosa, 11ª tappa, arriva la fuga e vince Abrahamsen: Dainese è secondo nella volata del gruppo

Le salite e gli acciacchi

Avendo ricevuto l’invito per il Tour, la Tudor Pro Cycling ha dirottato Trentin, Alaphilippe e Dainese (le sue punte di diamante) sulla corsa francese. La preparazione mirata ha tenuto conto del livello pazzesco della sfida, così Alberto ha lavorato per arrivare in Francia con tutte le armi necessarie. Anche se nello spiegarlo, ricorre alla proverbiale ironia.

«Andavo forte, forse non abbastanza – ammette – quindi sono stato soddisfatto di come andavo in salita. In volata invece, c’è ancora da lavorare, però in generale è stato un Tour in cui ho sofferto poco. A parte quando sono stato un po’ male negli ultimi due giorni e la tappa di Valence, in cui ho fatto sesto, pur avendo dei seri problemi intestinali. In quei giorni ho sofferto, poi c’è da dire che di volate vere e proprie ne abbiamo fatte 4-5. A livello fisico c’ero, resistenza molto buona in salita, forse così forte sono andato poche volte. In volata però mi sarei aspettato di fare un risultato migliore, soprattutto a Valence, dove sono anche rimasto davanti alla caduta. Però quel giorno mi sono svegliato nella classica giornata in cui ho odiato dalla prima all’ultima pedalata…».

Merlier secondo Dainese è al momento il velocista più forte, capace di rimonte impensabili per gli altri
Merlier secondo Dainese è al momento il velocista più forte, capace di rimonte impensabili per gli altri

Fra Milan e Merlier

Il fatto di andare forte in salita serve al velocista per avere più resistenza e non lasciare sugli strappi la potenza di cui avrà bisogno in volata. Soprattutto se il confronto è così elevato che basta perdere mezza pedalata per ritrovarsi nei guai.

«Se devi competere con quelli là – sorride – basta che tocchi i freni una volta e devi fare un rilancio che ti costa. Il treno ce l’aveva solo la Lidl, ma Merlier è stato talmente devastante, che ha vinto da solo. Se Jonathan (Milan, ndr) è in seconda ruota, lui arriva da dietro e lo salta. E’ imbarazzante. Sembra che giochi, per batterlo servirebbe avere in tasca una pistola (ride, ndr). Le due volate che Milan ha fatto contro di lui, le ha perse nonostante Merlier arrivasse da dietro. Prende 500 metri di aria prima di fare la volata, perché non ha nessuno che lo porti al chilometro. Magari lo lasciano in decima posizione e lui comincia a risalire fino alla ruota di Jonathan e poi lo salta. Se lo facessi io, dovrei fare la volata prima della volata. Intendiamoci, Jonathan è fortissimo. Come lo fermi un corridore di 1,94 che si lancia a 70 all’ora? Invece Philipsen ha davanti Van der Poel e Groves che lo lasciano ai 150 metri a 75 all’ora, fa le volate di testa. Non voglio dire che sia facile, però sicuramente a Merlier gliela complicano perché lui non ha un treno».

Onley è stato una delle rivelazioni del Tour. Dainese lo conosce dal 2023 e il suo quarto posto non lo ha stupito (qui è a ruota di Pogacar sul Col de la Loze)
Onley è stato una delle rivelazioni del Tour. Dainese lo conosce dal 2023 e il suo quarto posto non lo ha stupito (qui è a ruota di Pogacar sul Col de la Loze)

Sulle strade con… Onley Fans

Prima di lasciarlo alla spiaggia e di ringraziarlo per aver risposto durante le meritate vacanze, gli chiediamo qualcosa su Oscar Onley, il quarto del Tour a 1’12” dal podio, con cui “Daino” ha diviso ritiri e chilometri nel 2023 quando correva anche lui con la DSM-Firmenich.

«Onley Fans – ride – era bellissimo. C’erano i cartelli degli Onley Fans, che si pronuncia allo stesso modo di OnlyFans. Lui è forte davvero. Abbiamo corso insieme e si parlava di quali numeri devastanti avesse. L’anno prima mi pare che avesse fatto secondo in un una tappa della CRO Race, arrivando a due con Vingegaard che poi vinse la tappa. E già quello aveva colpito. Nella Vuelta che abbiamo fatto insieme, è caduto in uno delle prime tappe, però era uno che già allora menava. Al Tour poteva giocarsi anche lui il podio, mentre i primi due fanno un altro sport. Lui era il migliore degli altri e anche quando acceleravano Pogacar e Vingegaard, in qualche occasione è successo che lui sia rimasto con loro. E’ un ragazzo a modo, sa dove vuole arrivare, però è tranquillo, non è montato. E’ un bravo ragazzo».

Neppure Alberto Dainese è tanto male, non si accontenta e corre perché vuole vincere. Ci sono tanti corridori che in cambio di uno stipendio migliore si adattano a ruoli di rincalzo. Con 27 anni compiuti a marzo, aver corso un Tour senza piazzamenti si sta trasformando giorno dopo giorno in benzina pronta per il fuoco. Che le vacanze portino finalmente la freschezza necessaria.

Roma e il Giro, sarà la volta buona per nozze durature?

01.08.2025
5 min
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Il Tour de France si è chiuso da una settimana, ma ci sono alcune considerazioni che tengono alta l’attenzione anche sul Giro d’Italia, che si è chiuso esattamente due mesi fa a Roma. Già, Roma, la capitale, che con la corsa rosa ha sempre avuto un rapporto molto stretto ma certamente diverso da quello di Parigi con il Tour.

L’ultima tappa della corsa rosa è stata un viaggio fra i monumenti iconici della città, Colosseo in testa
L’ultima tappa della corsa rosa è stata un viaggio fra i monumenti iconici della città, Colosseo in testa

Roma come Parigi?

Lo scorso anno, quando Parigi era alle porte della sua terza edizione olimpica, gli organizzatori furono costretti ad emigrare dalla consueta conclusione sugli Champs Elysées e nel mondo delle due ruote si alzarono alti i peana di chi parlava di attentato alla tradizione. Perché la conclusione del Tour “è” a Parigi, c’è poco da fare. Roma non vive lo stesso rapporto con il Giro d’Italia: la Capitale è stata per ben 112 volte sede di arrivo di tappa (solo Milano le è superiore con 144), ma la corsa rosa si è conclusa sulle strade capitoline appena 7 volte, di cui le ultime tre consecutivamente.

E’ ancora presto per parlare della prossima edizione, anche se alla RCS Sport i contatti per le varie sedi di tappa sono già iniziati da tempo. Quel che è certo è che Roma tiene fortemente a continuare su questa strada e l’Assessore allo Sport del Comune di Roma, Alessandro Onorato, non ne ha mai fatto mistero: «Lo splendido epilogo del Giro d’Italia a Roma è stato un successo, anche grazie a qualcosa che solo Roma  può offrire: il passaggio in Vaticano, con tutte le emozioni profonde che ne conseguono. Cosa che non avviene tutti i giorni, considerando che siamo in un altro territorio, in un altro Stato. La bellezza della capitale, dal centro storico allo spettacolo di Ostia, è il degno traguardo di una delle competizioni sportive più importanti a livello italiano e internazionale».

Alessandro Onorato, Assessore allo Sport del Comune di Roma, fortemente propenso ad avere il Giro nella Capitale
Alessandro Onorato, Assessore allo Sport del Comune di Roma, fortemente propenso ad avere il Giro nella Capitale

Un successo contro chi era scettico

Come detto, Roma ha ospitato la conclusione del Giro, con l’incredibile scenario delle premiazioni finali con lo sfondo dei Fori Imperiali, per la terza volta consecutiva ma l’intenzione ferma del Comune di Roma è che questa serie non vada interrompendosi, anche per smentire coloro che avevano salutato con poca soddisfazione la scelta degli organizzatori di porre Roma come approdo del lungo viaggio della carovana rosa.

«Tre anni fa c’era molto scetticismo intorno a questa possibilità – sottolinea Onorato – ma noi abbiamo dimostrato che questa era una scommessa che si poteva vincere e così è stato. Abbiamo dimostrato che Roma può essere un modello organizzativo e gestionale anche nel mondo delle due ruote. Una metropoli internazionale efficiente, dove i grandi eventi sono un valore aggiunto per il territorio. Il Giro d’Italia non è una manifestazione come le altre, non può essere confinato nel solo ambito sportivo perché fa parte del tessuto sociale, della cultura, della tradizione del nostro Paese. Noi abbiamo sempre considerato il Giro d’Italia come una grande festa popolare che si tramanda di generazione in generazione».

La tappa conclusiva del Giro ha attirato tantissime persone sul percorso ad applaudire i protagonisti
La tappa conclusiva del Giro ha attirato tantissime persone sul percorso ad applaudire i protagonisti

E se arrivassero altri grandi eventi?

Sarebbe importante che, oltre al Giro, Roma rimanesse legata a doppio filo con il ciclismo anche attraverso altri eventi. Il Gran Premio Liberazione, grazie all’impegno e all’abnegazione di Claudio Terenzi e del suo staff è diventato un riferimento per la primavera che abbraccia la città per un lungo weekend, coinvolgendo quasi tutte le categorie e con un interesse intorno ad esso che sta tornando internazionale, ma se si parla di professionisti è innegabile che molti, soprattutto coloro che hanno qualche anno in più sulle spalle rimpiangono il Giro del Lazio, che era una delle grandi classiche dell’autunno e un appuntamento fra i più prestigiosi all’infuori delle classiche Monumento.

Chissà se, sulla spinta del Giro, anche la corsa autunnale tornerà. Intanto però tutti gli sforzi sono concentrati sulla corsa rosa con l’auspicio che si continui su questa strada e che magari Roma possa pian piano avvicinarsi a quel sentimento di “abitudine” che circonda Parigi e il Tour.

L’edizione del 2004 del Giro del Lazio, vinta dall’iberico Flecha su Simoni e Ullrich. L’ultima edizione è del 2014
L’edizione del 2004 del Giro del Lazio, vinta dall’iberico Flecha su Simoni e Ullrich. L’ultima edizione è del 2014

Uno scenario che nessuno può vantare

«Come nelle due edizioni precedenti, quando oltre un milione e mezzo tra residenti e turisti hanno assistito al passaggio dei campioni, anche questa volta le strade di Roma si sono riempite di persone in festa e dobbiamo replicare, anzi fare ancora meglio perché ci sono le possibilità e abbiamo a disposizione qualcosa che nessuno obiettivamente ha. E’ stata un’occasione straordinaria di promozione turistica con le immagini più suggestive trasmesse in oltre 200 Paesi e con tutta la città che si è potuta giovare, anche economicamente, della presenza di tantissima gente di tutto il mondo arrivata per applaudire Yates e gli altri protagonisti. Roma lo merita».

Affini, gigante buono: i lavori forzati e la famiglia in arrivo

01.08.2025
6 min
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Le classiche. Il Giro. Il Tour. E ora Edoardo Affini si sta godendo un paio di giorni in un b&b in Olanda, per avere la sensazione di essere in vacanza, ma senza allontanarsi troppo da casa. La sua compagna Lisa sta per mettere al mondo il loro primo figlio e tutto sommato, dopo tanto viaggiare, anche passare del buon tempo in due è un ottimo modo per ricaricare le batterie. Edoardo è una brava persona, ligio al dovere, serio e insieme spiritoso di quell’umorismo di poche parole cui è difficile resistere.

«La prima parte di stagione era ben definita – dice in questo primo pomeriggio di fine luglio – ma a un certo punto è venuto fuori che probabilmente Laporte non sarebbe riuscito a rientrare per il Tour e hanno cominciato a prospettarmi l’idea di fare la doppietta. E’ stato bello impegnativo, questo è fuori discussione. Infatti sono abbastanza contento che adesso ci sia un momento di relax, perché ne avevo bisogno, sia a livello di gambe sia di testa. Mi serviva staccare, perché è stata lunga…».

A metà ottobre, Edoardo e Lisa avranno il primo figlio (foto Bram Berkien)
A metà ottobre, Edoardo e Lisa avranno il primo figlio (foto Bram Berkien)
Ci siamo sentiti una settimana dopo il Giro ed eri già in altura: quando hai saputo effettivamente che saresti andato al Tour?

Era nell’aria, ma ho detto chiaramente che avrei voluto sapere definitivamente se fossi nella rosa per il Tour prima che il Giro partisse. Poi ovviamente sarebbe dipeso da come ne fossi uscito, perché se fossi stato finito, sarei stato il primo a dire di lasciar stare. Invece quando durante la corsa e poi alla fine ci siamo confrontati, è bastato un paio di telefonate per capire che stessi bene e abbiamo deciso il da farsi tra Giro e Tour. Quindi sono andato in altura a Tignes, abbiamo pianificato tutto abbastanza bene e penso di aver reso come ci si aspettava.

Quali differenze hai trovato fra Giro e Tour?

A livello di esposizione mediatica, di gente, di… circus, la cassa di risonanza del Tour è parecchio più grande. Sarà il periodo, perché è luglio e sono tutti in vacanza. Oppure perché sono bravi a raccontarla. Sarà per quello che volete, però c’è più attenzione, da parte della stampa e degli addetti ai lavori. Se nelle corse normali ci sono testate che seguono sempre il ciclismo, al Tour ci sono anche quelle che durante l’anno il ciclismo non sanno neppure che cosa sia.

Forse per voi l’impatto è stato più pesante perché al Giro siete partiti per fare bene e lo avete vinto all’ultima tappa di montagna, mentre al Tour avevate lo sfidante principale a Pogacar?

E’ chiaro che siamo partiti in due maniere diverse. Al Giro avevamo l’idea di fare una bella classifica, però era un work in progress. Non sapevamo bene che cosa volesse dire fare una buona classifica e l’abbiamo costruita pian piano. E poi c’è stato il botto finale con Simon (Yates, ndr), che ha fatto quel tappone sul Finestre ed è andato a prendersi la rosa. Al Tour invece sapevamo dall’inizio che Tadej e Jonas se la sarebbero giocata. Erano loro due, potevi metterci in mezzo anche Remco e Roglic, però sapevi che bene o male i due più importanti erano loro.

Le classiche del Nord, poi il Giro e il Tour: per Affini il 2025 è stato finora a dir poco ricco
Le classiche del Nord, poi il Giro e il Tour: per Affini il 2025 è stato finora a dir poco ricco
Una pressione superiore?

Indubbiamente, ma anche con delle ricadute positive. Non è stato solo come stress, ma sapere di lavorare per uno che si gioca il Tour ti dà anche una certa spinta. Per questo sicuramente già in partenza c’era molta più attenzione a stare davanti e proteggere Vingegaard, tenendo gli occhi aperti.

E adesso ci spieghi per favore quale fosse il famoso piano della Visma?

E’ difficile da dire, non è che ci fosse un piano vero e proprio, però lo sapete come sono le interviste: quello che si dice è anche un gioco psicologico. Noi sicuramente abbiamo sempre cercato di fare la nostra corsa con le idee che avevamo e che discutevamo ogni giorno sul pullman. Abbiamo cercato di metterlo e metterli tutti in difficoltà il più possibile, sperando a un certo punto ci fosse un’apertura, che però alla fine non c’è mai stata. Sia Tadej sia la sua squadra sono stati molto solidi. A un certo punto, quando in certe tappe si ritrovavano l’uno contro l’altro, la squadra contava fino a un certo punto.

Lo scopo era fiaccare la UAE e portare Pogacar sempre più stanco al testa a testa?

Erano loro due che dovevano giocarsela e alla fine Jonas ci ha provato diverse volte, però non è mai riuscito a scalfirlo. Mentre al contrario, purtroppo, anche lui ha avuto un paio di giornate storte. Soprattutto la prima cronometro e poi Hautacam sono state le due tappe che hanno dato a Pogacar il suo vantaggio. Se sommate i due distacchi (1’28” persi nella crono di Caen e 2’10” persi ad Hautacam, ndr), arrivate quasi allo svantaggio di Vingegaard da Tadej.

Il Mont Ventoux ha rafforzato in Vingegaard la convinzione di poter attaccare Pogacar
Il Mont Ventoux ha rafforzato in Vingegaard la convinzione di poter attaccare Pogacar
Secondo te, Jonas ha mai avuto la sensazione di aver visto una crepa durante il Tour? Ad esempio nel giorno del Mont Ventoux, Pogacar non è parso imbattibile…

Quella è stata una giornata particolare. Mi ricordo che quando siamo tornati sul bus, ero abbastanza soddisfatto. Quel giorno Jonas ha visto che poteva attaccarlo, che poteva metterlo alle corde, se si può dire, perché alla fine alle corde non c’è mai stato. Però poteva dargli del filo da torcere e Tadej avrebbe dovuto spendere un po’ per rispondere. Quella è stata una giornata che gli ha dato un po’ di fiducia, specialmente pensando alle tappe alpine.

Anche se poi sulle Alpi non è successo molto…

Sul Col de la Loze, come squadra non si poteva fare di più. A La Plagne invece non è venuto fuori nulla di utile, ma è stato chiaro che non si siano giocati la tappa e che anzi il discorso sia stato: se non posso vincere io, non puoi vincere neanche tu. E allora ci sta bene che vinca un altro (Arensman, ndr).

La sensazione è che il piano fosse stancare Pogacar, ma forse ha stancato di più Vingegaard.

Alla fine erano tutti e due abbastanza al limite. Del resto, è stato il Tour più veloce della storia e penso che anche questo voglia dire qualcosa. Andavamo ogni giorno alla partenza e ci dicevamo: «Vabbè dai, oggi saranno tutti stanchi, non si partirà come ieri!». Invece ogni giorno si partiva più forte. Abbiamo coniugato il verbo “specorare” in ogni forma possibile: dalla prima all’ultima lettera, tutte maiuscole e in neretto (ride, ndr).

Nella crono di Caen, Affini ha centrato il terzo posto, a 33″ da Evenepoel
Nella crono di Caen, Affini ha centrato il terzo posto, a 33″ da Evenepoel
Che cosa prevede ora il tuo programma: non si fa più nulla sino a Natale?

No, no, dai, non così tanto. Non c’è ancora un programma ben definito, ma c’è da far quadrare la squadra fra chi è disponibile, chi è ammalato, chi è infortunato. Potrei fare il Renewi Tour o il Great Britain oppure entrambi. Poi magari un paio di corse di un giorno in Belgio, ma lì mi fermo. I mondiali sono troppo duri, gli europei magari sono più abbordabili, ma ho già detto al cittì Villa che non sarò disponibile. Un po’ mi dispiace, ma preferisco essere a casa con la mia compagna. Potrei essere ancora in tempo, perché il tempo finisce a metà ottobre, però metti il caso che nasca un po’ in anticipo? Certe esperienze è bello viverle di persona, non in videochiamata. Per cui in quei giorni sarò a casa. Mi sa tanto che se non ci incrociamo nelle poche corse che mancano, la prossima volta ci vedremo in Spagna nel ritiro di dicembre. A ottobre ho qualcosa di molto importante da fare.

Davvero è stato un Tour brutto? Dibattito aperto con Moser

31.07.2025
7 min
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Moreno Moser non è mai banale quando commenta e analizza il ciclismo. Né al microfono di Eurosport, né sulle proprie pagine social. Al termine del Tour de France, in modo quasi provocatorio, ma con la naturalezza che lo contraddistingue e che lui stesso ci tiene a sottolineare, Moser aveva lanciato una sorta di sondaggio dicendo che questa ultima Grande Boucle era stata brutta.

Il dibattito si è acceso subito. Anche perché, di fatto, era già in essere. Diciamoci la verità. E’ stato come vedere un film con due tempi decisamente diversi tra loro. Imprevedibile e scoppiettante nel primo, molto razionale e prevedibile nel secondo. Sulle Alpi l’attesa dello scontro fra Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar è rimasta sospesa. Come un urlo strozzato in gola. E neanche Tadej ha fatto una delle sue imprese da leccarsi i baffi. Di fatto, il Tour de France è finito a Peyragudes, tappa numero 13.

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Quindi, Moreno, ci è piaciuto questo Tour: sì o no?

In diretta su Eurosport, io e “Greg” (Luca Gregorio, ndr) l’abbiamo detto per tutta la prima settimana: «Godiamoci queste tappe, perché vedrete che alla fine saranno le più belle». E infatti poi è successo quello che ci si aspettava: che comunque questo dominio annullasse la suspence. La classifica di questo Tour de France potevano anche non farla. La paragono un po’ a una serie TV: episodi bellissimi, ma senza una vera trama. Tipo: The Big Bang Theory!

Come facciamo a capire se siamo soddisfatti?

Più che altro, per capire se siamo soddisfatti, dobbiamo chiederci cosa vogliamo da un Grande Giro. Perché ci sono state tante bellissime tappe, ma vissute come se fossero delle corse di un giorno. E sono state veramente tante. Fino a Carcassonne sono state entusiasmanti. Anche quella di Parigi è stata bellissima. Però viste come piccole classiche, una dopo l’altra. Mentre la classifica generale, come dire, se non ci fosse stata, non sarebbe cambiato molto.

Abbiamo visto i migliori corridori del mondo, ma la classifica era scritta. Al Giro d’Italia c’era meno qualità, ma più incertezza. E’ questo il punto?

Esatto, il Giro d’Italia a me è piaciuto molto di più, perché in un Grande Giro la prima cosa è la lotta per la generale. Se me lo chiedi, io ti rispondo che in una corsa di tre settimane voglio vedere la battaglia per la classifica. E quindi, per me, il Giro è stato molto più bello del Tour dove questa battaglia non c’è stata.

Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Suoi tuoi social hai scritto e chiesto in un sondaggio se fosse stato un Tour brutto, ebbene: i follower come hanno reagito a questa provocazione?

Premesso che mi ero già esposto dicendo che era uno dei Tour più brutti degli ultimi anni, direi che l’80 per cento era d’accordo con me. Mi sono arrivati così tanti messaggi che non ho ancora finito di leggerli. Qualcuno però era in disaccordo. Ma attenzione: non ho detto che il ciclismo fa schifo. Ho detto che questo Tour non mi è piaciuto. Se dico che l’ultimo film di Nolan è meno bello del penultimo, non vuol dire che sputo sul cinema.

Chiaro…

A me dire che è sempre tutto bello perché si “deve” dire, non frega niente. Io non ascolterei mai chi fa il mio lavoro e ogni volta è obbligato a dire che è tutto meraviglioso. Perché poi, quando una cosa è davvero bella, perde valore. Io al Tour mi sono divertito su molte tappe, in quanto corse di giornata, ma non per altro. E non è nemmeno una critica strutturale al ciclismo: semplicemente in questo momento Pogacar è troppo forte per avere una vera battaglia. Non è colpa sua, né di chi perde. Anche la Visma-Lease a Bike è stata criticata ingiustamente.

E questo te lo stavamo per chiedere: cosa avrebbe potuto fare di diverso la Visma-Lease a Bike?

Ognuno ha la sua opinione. Secondo me, niente sarebbe cambiato se la Visma si fosse comportata in altro modo. Alla fine il loro lavoro lo hanno fatto, hanno provato a stancarlo e ci sono riusciti. Solo che per stancare lui, si sono distrutti pure loro. Io l’ho apprezzato tantissimo. E anche per questo mi sono preso parecchie critiche sui social.

Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Tipo?

Per esempio, nel giorno del Ventoux ho detto: «Secondo me oggi la vincitrice è stata la Visma». Perché l’azione era riuscita. Se Pogacar fosse stato in giornata no, l’avrebbero staccato. Ma così non è stato, anzi: gli ha dato altri 2″. E mi sono arrivati una valanga di insulti. Qualcuno diceva che Pogacar aveva comunque stabilito il record di scalata. Okay, ma era rimasto tutto il tempo a ruota di Vingegaard. Per me quel record è del danese, in un certo senso.

Secondo te, paradossalmente, è mancato un po’ anche Pogacar?

L’ho notato proprio dal giorno del Ventoux. Quel giorno non ha fatto un metro all’aria. Quando ha provato ad attaccare, Jonas lo ha chiuso subito. Se una settimana prima gli dà due minuti e poi non riesce a staccarlo… qualcosa è successo. Quel gap chi l’ha colmato? E’ Vingegaard che è cresciuto o Pogacar che è calato?

Può esserci anche una componente mentale per Pogacar? All’inizio Tadej aveva un avversario come Van Der Poel, poi un obiettivo concreto come staccare Vingegaard. Una volta raggiunti è calato l’entusiasmo. Non lo abbiamo mai visto pedalare male. Sembrava quasi più svogliato che affaticato…

E’ questo il vero dibattito, dibattito che ho notato a dire il vero si fa molto di più sui social e sui media stranieri. Qualcuno ha parlato perfino di burnout. E’ sembrato che Tadej fosse più conservativo del solito, già dall’inizio. Anche con “Greg” e Magrini nelle prime tappe lo notavamo: non era lo stesso Pogacar del Giro o del Tour dell’anno scorso, era meno sprecone. Io ho un’idea: in UAE Emirates forse sapevano di essere arrivati troppo in forma. Forse hanno voluto rallentare per non saltare per aria nell’ultima settimana. Forse Tadej non era proprio al 100 per cento nell’ultima settimana, ed effettivamente anche me è venuto da chiedermi se non lo fosse perché era venuta a mancargli un po’ di competizione, lui che è un “animale da corsa”.

A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
E infatti poi a Parigi è sembrato un altro corridore…

Nelle corse di un giorno riesce a divertirsi di più, si vede che lo stimolano. Sulle grandi salite, da un po’ di tempo a questa parte, non c’è mai stato vero confronto con nessuno. Quando ha perso, è stato perché ha voluto strafare. Ripenso alla tappa di Le Lioran del 2024. A La Plagne fa lavorare la squadra, poi ci prova ma senza convinzione. Era in controllo, forse saliva in Z3! A Parigi ha detto che quando si è trovato nel vivo della corsa gli è tornata voglia di correre in bici… e quanto aveva da perdere. Perché è vero la neutralizzazione, ma la bici al traguardo la doveva portare. C’è servito un Van Aert formato Van Aert vecchio stile per riaccenderlo.

Uscendo dal dualismo Pogacar-Vingegaard, può essere che anche il tipo di salite super pedalabili abbia influito su eventuali attacchi e differenze?

A me il percorso del Tour è piaciuto molto. L’ho trovato studiato bene. Anche il numero delle tappe in volata, sempre più messe di in discussione, non sono state molte. Il problema, e torniamo sempre lì, è il contesto attuale: un corridore va troppo forte rispetto a tutti gli altri. Quindi per me non è una questione del tipo di salite. Perché anche se erano pedalabili, quando “quei due” aprivano il gas, il distacco sugli altri c’era. Poi sì, anche io a volte mi chiedo se sia un problema di percorso o se stiamo semplicemente vivendo un periodo storico anomalo.

Cioè?

Abbiamo un atleta, Pogacar, che è superiore a tutti (quasi sempre, pensiamo alle classiche, ndr). Ma non è sempre stato così. Questo dominio solitario non ha precedenti nella storia recente. Cambiare qualcosa adesso potrebbe rivelarsi inutile più avanti nel post-Pogacar. Voglio dire: tirare conclusioni in un momento in cui non c’è un vero trend stabile è un rischio. Ma attenzione, nulla contro Pogacar: io sono del partito “meglio che ci sia Tadej piuttosto che non ci sia”. Questo Tour è andato così, ma se pensiamo alla stagione nel suo complesso, molto meglio avere dei Pogacar che non averli.