Formolo è più forte di così, ma deve sprecare di meno

26.11.2023
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Dopo quattro anni al UAE Team Emirates, in cui divenne uno dei primi fidati del giovanissimo Pogacar, Davide Formolo ha preso le sue cose e si è trasferito al Movistar Team. Come siano andate le cose ce l’ha raccontato il veronese qualche giorno fa, a noi interessa approfondire il ruolo che nella scelta ha avuto Leonardo Piepoli, che a detta Formolo è stato decisivo. La collaborazione fra i due è di vecchissima data, si è interrotta soltanto nel periodo alla UAE, mentre ora i due vestiranno la stessa maglia. L’amicizia resta, il rapporto sarà probabilmente ancora più stretto.

Formolo corre sempre allo scoperto, non sa stare nascosto e per questo spende troppo
Formolo corre sempre allo scoperto, non sa stare nascosto e per questo spende troppo

Può fare meglio

Più che sapere in che modo sarà impiegato Formolo nella nuova squadra, puntiamo il fuoco sull’idea che di Davide si è fatto Piepoli. La nostra, radicata dai tanti anni di conoscenza, è quella di un atleta che potenzialmente vale più di quanto ha mostrato finora.

«Io credo che lui sia molto meglio di quello che abbiamo visto – conferma Piepoli – e credo che le colpe siano all’80 per cento sue. Davide ha la tendenza a finirsi. Può essere legato all’alimentazione, al tempo da stare in bici o in una corsa quando si vede chiaramente che ne ha. Lui non fa mai la corsa che non lo vedi per tutto il giorno e alla fine spunta e vince. No, lui quando ne ha, lo vedi. Ma questo mostrarsi e spendere fa sì che il giorno dopo non ci sei più. Sei un grande per l’80 per cento della corsa, ma quando arrivi ai meno 15 dall’arrivo, di colpo sparisci? Vuol dire che hai sprecato prima. Questo è Davide in generale ed è un peccato, perché poteva e può ancora ottenere molto di più».

Alla Liegi 2018 vinta da Jungels, 7° posto dopo una corsa da protagonista. Nel 2019 sarà secondo
Alla Liegi 2018 vinta da Jungels, 7° posto dopo una corsa da protagonista. Nel 2019 sarà secondo
Questa sua attitudine a finirsi è in qualche modo reversibile?

Secondo me sì e ne abbiamo parlato. Ci sono diverse situazioni. Si possono fare dei tentativi e magari le cose vanno bene, anche se hai lavorato nel modo sbagliato. Oppure cambi squadra, inizi con un nuovo allenatore e si mettono in atto svariate situazioni, per cui lui non ti conosce e passi il tempo a fare degli aggiustamenti. Io con lui sono stato chiaro. Io so esattamente dove sbaglia, non ci dobbiamo inventare la ripetuta particolare, non dobbiamo andare per tentativi. A lui basta gestire il suo potenziale attuale, non è che bisogna inventarsi tanto.

La conoscenza aiuterà a non sbagliare?

Sappiamo che quando non va, ha commesso degli errori. Quindi il lavoro in teoria è facile. Basta togliere gli errori o non fare gli errori che ha sempre fatto e che lo hanno limitato. Gliel’ho detto: «Il lavoro non è difficile, però ci devi credere tu. Basta con prove e tentativi. Io devo essere rigido, traccerò la linea e tu devi seguirla». Non ci può essere, come c’è stato prima, un margine di decisione o di manovra. Non è più tempo di giocare alla lotteria e io credo che questa cosa lui l’abbia capita.

Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Per un paio di stagioni, nel 2020 e 2021, Formolo ha fatto parte del gruppo Pogacar. Poi qualcosa è cambiato
Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Per un paio di stagioni, nel 2020 e 2021, Formolo ha fatto parte del gruppo Pogacar. Poi qualcosa è cambiato
La sensazione è che, come nel caso di Bettiol, dopo la morte di Battaglini tu sia per Formolo anche un riferimento oltre la preparazione.

Negli ultimi 2-3 anni era seguito dai tecnici UAE, ma è capitato di incontrarci. Parliamo, lui si confida. Il bello di questo lavoro è che si creano rapporti affettivi che non finiscono con la preparazione.

In questo momento Formolo ha più fragilità o punti di forza? Perché non ha lasciato prima la UAE?

Ha conosciuto il Pogacar giovanissimo, per età e risultati. In più inizialmente, se non sbaglio, abitavano nello stesso palazzo: uno al primo e l’altro al terzo piano. Si allenavano assieme e così Formolo è entrato nel progetto di Pogacar. Poi anno dopo anno sono arrivati in squadra corridori sempre più forti e lui è stato allontanato da quel gruppo. In cuor suo, credo che avendo la fiducia di Pogacar con cui si trovava benissimo, abbia sempre sperato che le cose tornassero come prima e questo lo ha trattenuto dal prendere decisioni. Fino a quando ha capito che con Pogacar non avrebbe corso quasi più e che, nel caso, avrebbe dovuto tirare dopo la partenza e prima dell’elicottero, così immagino che alla fine abbia deciso di cambiare aria.

Al Lombardia del 2022 fu Formolo a fare le selezione: dietro di lui erano rimasti solo i capitani
Al Lombardia del 2022 fu Formolo a fare le selezione: dietro di lui erano rimasti solo i capitani
In attesa che la squadra vari il suo programma, quali sono oggi i punti di forza di Formolo?

Il punto di partenza è che è stato ingaggiato per supportare Mas. Può fare un gran lavoro sicuramente nelle tipiche tappe delle Marche alla Tirreno. All’Amstel e la Liegi. Sono corse in cui in questo momento lo vedo davvero forte. Finora le cose migliori in assoluto le ha fatte nelle corse di un giorno. Alla Liegi, a parte quando ha fatto secondo, un’altra volta lo hanno preso a 300 metri dall’arrivo. All’Agostoni e alla Veneto Classic nemmeno ci puntava, ma le ha vinte. Al Lombardia del 2022, quando si è spostato, erano rimasti Landa, Mas e Pogacar. Già oggi, senza grandi rivoluzioni e tenendo presenti le esigenze della squadra, è super competitivo.

Nelle corse a tappe?

Ha fatto per tre volte la top 10 nei grandi Giri, non è l’ultimo arrivato e vuol dire che è in grado di scollinare più o meno sempre con i 10 migliori corridori. Mi piacerebbe che anche lì avesse un upgrade.

Nel 2023, Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Nel 2023, Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Se esagera in allenamento, che tipo di inverno dovrà fare?

Cercherò di tenerlo frenato, infatti siamo già in discussione. Fosse per lui, al secondo giorno di allenamento farebbe tre ore al medio. Medio di battiti, va bene, con pochi watt, ma sempre tre ore con 140 battiti medi, che non sono pochi. Ma non giocheremo a guardie e ladri, il mio approccio sarà diverso. Prima ero uno dal di fuori che veniva contattato solamente in caso di difficoltà, invece adesso è diverso. Lui è un corridore della squadra e viene con totale fiducia nei miei confronti. E io non devo diventare lo sceriffo, starà a lui ascoltarmi e sono certo che lo farà.

Per Carbon-Ti una promozione da WorldTour

24.11.2023
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CAZZAGO SAN MARTINO – Carbon-Ti è dallo scorso Giro d’Italia ufficialmente partner tecnico dell’UAE Emirates Team. Una collaborazione che per l’azienda bresciana ha rappresentato una sfida importante che oggi può essere sicuramente considerata vinta.

In una nostra intervista realizzata in occasione del Tour de France, Marco Monticone, Product Manager di Carbon-Ti, ci aveva congedato con le seguenti parole: «Lunedì scorso (giornata di riposo al Tour, ndr) siamo stati tutto il giorno con la squadra e abbiamo raccolto informazioni dagli atleti, dai meccanici e dal performance manager. Abbiamo indicato futuri nuovi prodotti che potrebbero interessare e concordato alcune cose. Abbiamo ricevuto i prodotti utilizzati al Giro, ad esempio i dischi di Almeida, in modo da fare le nostre verifiche».

A qualche mese di distanza dalla conclusione del Tour de France, abbiamo deciso di fare visita a Carbon-Ti per tracciare con lo stesso Marco Monticone un bilancio della collaborazione con il UAE Emirates Team.

Le corone Carbon-Ti usate, tra gli altri, da Formolo: la combinazione è 54-40
Le corone Carbon-Ti usate, tra gli altri, da Formolo: la combinazione è 54-40
Da dove vogliamo partire per analizzare questo primo anno di collaborazione?

Per prima cosa ci tengo a dire che ancora oggi, l’essere diventati partner tecnico dell’UAE Emirates Team, è qualcosa per noi di incredibile, soprattutto se si pensa che alla squadra forniamo esclusivamente un supporto tecnico…e non economico. Siamo stati scelti per la qualità dei nostri prodotti e non perché abbiamo definito con loro una sponsorizzazione economica. Oltre a questo, credo sia stata riconosciuta la nostra capacità di trovare sempre una soluzione a delle problematiche tecniche che molto probabilmente un grande player non sarebbe stato in grado di risolvere. Penso ad esempio alle corone da crono. Siamo stati capaci di rispondere in tempi rapidi ad una richiesta che ci è arrivata dalla squadra.

Come è stato confrontarsi con il team numero uno del WorldTour?

E’ stato davvero stimolante. Abbiamo fornito alla squadra il meglio della nostra produzione e ogni singolo componente è stato da loro testato e approvato. Prima del Fiandre avevamo fornito a Pogacar le nostre corone 54-40 per fargliele provare in vista del Tour de France, trattandosi di corone estremamente leggere, quindi ideali per le tappe con tanta salita. Pogacar le ha provate e ha deciso di utilizzarle subito al Fiandre… che poi ha vinto. Vedere le nostre corone “stressate” su un percorso così duro come il Giro delle Fiandre che sottopone il mezzo meccanico a infinite sollecitazioni è stato come superare a pieni voti un esame molto difficile. Ma c’è di più…

Al Tour il freno anteriore Carbon-Ti è stato usato anche sulla bici da crono
Al Tour il freno anteriore Carbon-Ti è stato usato anche sulla bici da crono
Cosa?

Il fatto che un campione come Pogacar abbia provato e utilizzato in gara i nostri prodotti ha fatto sì che anche altri suoi compagni abbiano deciso di utilizzare senza alcuna remora le nostre corone e i nostri dischi.

Essere partner tecnico di un team come la UAE Emirates vi ha portato un ritorno in termini di immagine e naturalmente vendite?

Abbiamo fin da subito avuto la percezione che qualcosa fosse cambiato. Quando sei partner di un team così importante, la tua immagine, il tuo nome viene catapultato in positivo in tutto il mondo. Solo per citare il caso di Eurobike, in Germania tutti i rivenditori stranieri che sono passati a trovarci al nostro stand si sono dimostrati entusiasti della collaborazione con la UAE. Molti di loro ci hanno detto che grazie alla partnership con il team oggi è più facile proporre i nostri prodotti ai loro clienti. Contemporaneamente la stampa specializzata ha iniziato a interessarsi di noi dandoci ulteriore visibilità.

Tutto positivo allora, oppure c’è anche qualcosa di negativo?

Se dobbiamo trovare un aspetto negativo, forse lo possiamo individuare nel fatto che si è generata in questi mesi una domanda tre volte superiore alla nostra attuale capacità produttiva. I nostri prodotti, proprio per le loro caratteristiche, richiedono dei tempi di produzione oggettivamente più lunghi rispetto ad un prodotto di serie. In ogni caso stiamo già lavorando per incrementare la nostra capacità produttiva.

Il team di Carbon-Ti ha raggiunto il Tour nel secondo riposo di Megeve per avere riscontri
Il team di Carbon-Ti ha raggiunto il Tour nel secondo riposo di Megeve per avere riscontri
Chiudiamo con un richiamo al Tour. Che esperienza è stata essere a contatto diretto con la squadra?

Sicuramente è stata un’esperienza molto bella, sia sotto l’aspetto delle emozioni provate, ma anche da un punto di vista professionale. Essere a contatto con i meccanici di un team professionistico è come essere accanto ai meccanici della Formula 1. Essere subissati dallo loro domande è stato gratificante.

Come definireste la collaborazione?

Abbiamo avuto la possibilità di raccontargli i nostri prodotti e le scelte che ci hanno guidato nella loro realizzazione. A fine stagione ci sono stati riconsegnati dalla squadra alcuni componenti utilizzati dagli atleti per essere analizzati e capire se e dove intervenire per apportare eventuali miglioramenti. Mi sento quasi in imbarazzo nel dover ammettere che tutti i test sono stati superati alla grande.

Quello fra Carbon-Ti e UAE Emirates Team è un matrimonio che possiamo definire felice e che, come ci ha confermato lo stesso Marco Monticone, continuerà anche nel 2024.

Carbon-Ti

Doppietta Giro-Tour. E’ possibile nel 2024?

05.11.2023
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Non c’è niente da fare, l’eterno discorso della doppietta Giro-Tour tiene sempre banco. Fa discutere, sognare, pensare… Se in oltre cento anni di storia ci sono riusciti solo in sette, un motivo ci sarà. E quest’anno più che mai, con due percorsi più accessibili, magari è la volta buona. Ma ecco che spunta il terzo “incomodo”, le Olimpiadi, a frenare la doppietta. Doppietta che Stefano Garzelli, in passato ha visto realizzarsi da vicino, grazie al compagno di squadra e capitano Marco Pantani.

Stefano Garzelli (qui con Alessandra De Stefano) ha vinto il Giro del 2000. Dal 2016 è commentatore tecnico per la Rai
Stefano Garzelli (qui con Alessandra De Stefano) ha vinto il Giro del 2000. Dal 2016 è opinionista per la Rai
Stefano, doppietta Giro-Tour, ma con vista sulle Olimpiadi…

Credo che possa riguardare soprattutto Pogacar questo discorso, ma penso anche che l’Olimpiade poi non vada ad incidere così tanto sull’eventuale doppietta. Il Tour de France resta obiettivo primario per un atleta di quel calibro, di quelle caratteristiche e di quella squadra.

Quest’anno i due percorsi per te favoriscono la doppietta?

Su carta sì, perché non sono due percorsi impossibili (qui quello del Giro e qui quello Tour, ndr). Tutti e due hanno un avvio molto tecnico, molto impegnativo e poi hanno una settimana finale molto impegnativa. Il Tour forse è un po’ più facile nella parte centrale. Il Giro d’Italia, tolto il tappone di Livigno che suera i 5.000 metri di dislivello, non ha frazioni impossibili. E anche in quella tappa, gran parte del dislivello si accumula con Aprica, prima, che non è dura, e con la Forcola soprattutto. La Forcola è lunga, ma non è a ridosso dell’arrivo e concede ampi recuperi e non credo farà grandissima selezione.

Al Tour certi tapponi non ci sono proprio… Molti hanno detto che Vegni ha disegnato questo percorso proprio per lui. Cosa ne pensi? Sarebbe l’occasione giusta?

Io credo che ancora per quest’anno, Tadej imposterà la sua stagione sul Tour de France. Viene da due secondi posti e vuole rivincere. Fisicamente potrebbe anche riuscirci e provarci, ma poi con un Vingegaard così deve essere al top del top. Non puoi fare il Giro prima del Tour, oltre al dispendio energetico ti esponi a rischi di cadute, infortuni… Hai un mese e poi ti devi far trovare subito pronto, perché come detto, la partenza è dura.

I tracciati di Giro e Tour non sono impossibili, ma le partenze non prevedono tappe di pianura come una volta, specie in Francia
I tracciati di Giro e Tour non sono impossibili, ma le partenze non prevedono tappe di pianura come una volta, specie in Francia
Prima invece si poteva non essere al 100 per cento….

Esatto. E poi con Vingegaard che è diventato un killer, sarebbe troppo rischioso. Quest’anno senza la caduta di Liegi (il riferimento è a Pogacar, ndr) credo che se la sarebbero giocata sul filo dei secondi fino alla fine, ma anche per un fenomeno come lo sloveno stare 25 giorni fermo in quel momento dell’anno non è facile. Anzi, solo lui poteva riuscire a fare secondo in quelle condizioni.

E a Stefano Garzelli sarebbero piaciuti questi due tracciati per tentare la doppietta?

Se avessi dovuto vincere il Tour, no. Rispetto ai miei tempi il ciclismo è cambiato ed è cambiato ancora di più negli ultimi 3-4 anni. E’ tutto più esponenziale, tutto vissuto al massimo. Pantani nel 1998 si ritrovò in quel Tour con le prime dieci tappe piatte. Non c’era neanche una salita. Nella crono di apertura arrivò tra gli ultimi (181° su 189, ndr). Poi, per una serie di circostanze e perché si chiamava Pantani, è riuscito a vincerlo. Marco andò in Francia senza troppa pressione. Aveva vinto il Giro. Ma oggi è diverso e il Tour è troppo importante.

Purtroppo per il Giro…

Purtroppo per il Giro, esatto. Se Pogacar questa estate avesse vinto la maglia gialla, magari al Giro ci sarebbe venuto, anzi forse lo avrebbe fatto al 100 per cento. Ma oggi più che mai sembra che conti sempre di più solo vincere. Come se un secondo posto in certe corse fosse da buttare, specie nella sua squadra. Sono arabi, hanno un’altra cultura. Sì, ne hanno messi due sul podio… ma non hanno vinto.

Marco Pantani sigla l’impresa a Montecampione e di fatto vince il Giro, 54 giorni dopo sarà in giallo a Parigi
Marco Pantani sigla l’impresa a Montecampione e di fatto vince il Giro, 54 giorni dopo sarà in giallo a Parigi
Hai parlato spesso delle due partenze, impegnative per entrambi i Giri: i percorsi vecchio stile con molta pianura all’inizio avrebbero favorito la doppietta?

Sul fronte della preparazione di certo è complicato. Al via del Giro devi farti trovare pronto. In più la corsa rosa ormai ha delle caratteristiche per le quali ogni giorno può esserci un’imboscata, un imprevisto, ogni tappa ha la sua storia… Al Tour c’è nervosismo. Sì, forse con due percorsi più facili in fase di avvio, la doppietta poteva essere un po’ più facile. E poi noi stiamo dando per scontato che vincere la corsa rosa sia facile, ma non lo è affatto. In più c’è da considerare che mentalmente è dura stare concentrati e sotto pressione 21 giorni e poi altri 21 giorni.

Inoltre nel 2024 ci sono le Olimpiadi, che forse riguardano più Pogacar che Vingegaard…

Come ho detto, non credo che le Olimpiadi incidano sulla doppietta. Chi esce dal Tour in questo caso o dalla Vuelta per il mondiale va sempre forte. Il tracciato dell’Olimpiade da quel che so non è durissimo e ci sono atleti come Philipsen, Van der Poel, Van Aert che ormai non sono solo velocisti, vanno forte anche su tracciati più tecnici.

E possono sfruttare il percorso per prepararsi al meglio. Pensiamo a Vdp quest’anno…

Chi va al Tour… va al Tour. Poi l’Olimpiade avrà un andamento tattico diverso, con pochi atleti per squadra. Pogacar correrà con la Slovenia, non con la UAE Emirates. La corsa pertanto sarà più difficile da controllare, specialmente se il percorso non sarà duro. Difficile per certi corridori puntare tutto su una corsa così.

Pogacar firma una versione speciale del Trenta 3K Carbon

02.11.2023
3 min
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Met ha voluto celebrare tutti questi anni accanto a Tadej Pogacar con una versione speciale del casco Trenta 3K Carbon. Un modello specificamente pensato per il campione sloveno: unico e particolare come lui. Questa versione del Trenta 3K Carbon ha la sua unicità nel disegno, infatti il processo con il quale è realizzato non permette di avere due modelli uguali. Insomma, un casco personale e irripetibile, come la propria impronta digitale. 

Performante e leggero

Le prestazioni sono elevatissime, infatti la calotta in fibra di carbonio del Trenta 3K Carbon migliora notevolmente le prestazioni. MET ha inserito, come nella maggior parte dei suoi prodotti, anche il sistema rotazionale Mips Air, il quale aumenta la protezione e permette di risparmiare peso. 

Il Trenta 3K Carbon è un prodotto confortevole e sicuro, questo grazie alla forma interna della calotta che permette una calzata regolabile a 360 gradi. Anche le cinghie giocano un ruolo importante, infatti sono regolabili per massimizzare l’aerodinamica ed il comfort. Sono presenti 19 prese d’aria e un sistema interno di canalizzazione dei flussi per migliorare ventilazione e comfort. In questo modo la temperatura interna rimane sempre stabile. 

Sulla parte superiore del casco ecco la firma di Pogacar: una “T” e una “P” stilizzate
Sulla parte superiore del casco ecco la firma di Pogacar: una “T” e una “P” stilizzate

La storia del logo

Nella parte superiore del casco MET ha inserito un logo, altrettanto unico, ispirato a Tadej Pogacar. Infatti questo logo non è altro che le iniziali del nome “T” e del cognome “P”. Realizzate con uno stile leggero e dinamico, in prossimità del caratteristico ciuffo di Pogacar è stata inserita la scritta “hair” (capelli).

MET

UAE Emirates e il Tour: dream team o troppi galli?

02.11.2023
5 min
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Se la Jumbo-Visma è alle prese con indiscrezioni di stampa che vorrebbero Van Aert al via del Giro rinunciando al Tour per puntare poi alle Olimpiadi, in casa UAE Emirates (foto Fizza in apertura) si ragiona di futuro con il possibile coinvolgimento nella sfida francese di Juan Ayuso e di Joao Almeida. Il tutto mentre Pogacar è impegnato nei criterium d’Oriente del Tour de France e rilascia dichiarazioni a briglia sciolta, dando una sensazione di vero divertimento: «Il miei obiettivo per il 2024? Divertirmi e togliere quella maglia arcobaleno a Van der Poel».

E’ possibile che per contrastare la squadra olandese (che perdendo Roglic ha comunque ridotto la sua capacità offensiva, ma ha pur sempre Vingegaard, Kuss e Van Aert), il team degli Emirati decida di puntare su una sorta di dream team, affiancando a Pogacar e Yates, anche Ayuso e Almeida?

Da due anni la sfida del Tour sorride alla Jumbo-Visma, con la UAE Emirates a inseguire
Da due anni la sfida del Tour sorride alla Jumbo-Visma, con la UAE Emirates a inseguire

Pogacar e il Tour

Delle parole dello sloveno sugli equilibri del Tour abbiamo raccontato nell’ultimo editoriale: non sarà più un duello fra Jumbo-Visma e UAE Emirates, ma ci saranno da considerare anche la Bora-Hansgrohe di Roglic e la Ineos Grenadiers che si sta rinforzando.

«Sono molto soddisfatto del percorso del prossimo Tour – ha aggiunto lo sloveno – le due cronometro sono interessanti come pure la tappa su sterrato, ma ci sarà molta competizione anche negli ultimi giorni nei dintorni di Nizza. Mi dicono che Vingegaard ha dato un 8 al Tour del 2024, io darei un 9, soprattutto perché finiamo nella zona dove vivo e mi alleno».

Quarto alla Vuelta e miglior giovane, Ayuso ha voglia di misurarsi col Tour senza troppi timori
Quarto alla Vuelta e miglior giovane, Ayuso ha voglia di misurarsi col Tour senza troppi timori

Ayuso e il Tour

Contemporaneamente, del Tour ha parlato Juan Ayuso, che nella stessa UAE Emirates appare come un predestinato. E che ora, dopo essersi fatto le ossa per due stagioni alla Vuelta, vuole misurarsi con le strade francesi. In realtà farebbe un gran bene a lui e anche al Giro se venisse a misurarsi da queste parti, ma pare che per adesso il discorso non faccia minimamente breccia.

«L’idea – ha detto lo spagnolo nello stesso Criterium di Madrid vinto da Van der Poel – è di fare il mio debutto al Tour l’anno prossimo e vedere come va. Pogacar attualmente è il numero uno ed è normale che vada al Tour da leader. Ma come abbiamo visto alla Vuelta, è intelligente avere più corridori in classifica. Devo ancora fare altra esperienza, il mio corpo deve continuare a svilupparsi. Miglioro ogni anno e non mi sento come se fossi in una fase di stagnazione nel mio sviluppo. Se continuo così, alla fine arriverò al livello dei migliori».

Dopo il terzo posto del Giro e il nono della Vuelta, per il 2024 Almeida vorrebbe provarsi al Tour
Quarto alla Vuelta e miglior giovane, Ayuso ha voglia di misurarsi col Tour senza troppi timori

Almeida e il Tour

E Almeida? Il portoghese si era espresso dopo il Giro, quando seppe di dover fare anche la Vuelta. E proprio nel momento in cui raccontò l’orgoglio per aver conquistato il podio di Roma dietro Roglic e Thomas, dichiarò la sua voglia di Tour. Non è affatto escluso che nel 2024 Joao possa tornare al Giro, ma poi la UAE Emirates potrebbe assecondare il suo desiderio di affrontare un grande Giro al fianco di Pogacar.

«Penso di dover salire ancora di un livello per essere lì con i più forti – ha ribadito di recente tornando sul tema – ma bisogna prendersi tempo, le cose richiedono gradualità e penso di essere sulla strada giusta. Nel 2023 ho fatto Giro e Vuelta, il prossimo anno sarebbe bello fare il Tour».

L’ultimo scontro fra Pogacar e Van der Poel si è avuto al mondiale, con lo sloveno 3° dietro Mathieu e Van Aert
L’ultimo scontro fra Pogacar e Van der Poel si è avuto al mondiale, con lo sloveno 3° dietro Mathieu e Van Aert

I piani di Tadej

Chissà se per Pogacar tutto ciò si traduca in pressione o se lo sloveno riesca a farsela scivolare addosso con la solita leggerezza. Sta di fatto che, con la solita grande eleganza, Tadej si guarda bene dal dichiarare che nel suo orizzonte ci sia soltanto il Tour de France.

«Se facessi da me il mio calendario – dice – probabilmente non vincerei molte gare, perché vorrei partecipare a tutte. Per questo è un compito che spetta ai dirigenti della squadra. Io vorrei vincere il Giro e anche la Vuelta, ma non conosco ancora il mio programma per il 2024. Del resto, il mio momento più bello dell’anno è stata la vittoria al Giro delle Fiandre contro Van der Poel. Mathieu è molto simpatico, un amico, ma anche un grande rivale. Se ci incontrassimo nelle stesse gare, fra noi potrebbe accendersi una rivalità come quella fra lui e Van Aert. E’ uno dei migliori corridori del mondo, anzi il migliore visto la maglia che indossa. Se fossi bambino adesso, Van der Poel sarebbe il mio eroe».

Gusto festeggia il primo compleanno in Italia

28.10.2023
4 min
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JERAGO CON ORAGO – Era il 28 ottobre del 2022, esattamente un anno fa, quando Gusto apriva la sua pagina Facebook in lingua italiana, sancendo in qualche modo il suo ingresso ufficiale nel nostro Paese. Qualche giorno fa abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Cosma Pironti, Account Manager Italia di Gusto, per farci raccontare qualcosa di più su un brand che si sta facendo conoscere rapidamente anche qui da noi in Italia e che attualmente è presente in Europa solamente nel nostro Paese e in Slovenia, dove si trovano il magazzino e la sede centrale europea guidata da Luke Zele (in apertura con Pironti).

Le bici Gusto erano presenti anche all’ultimo Italian Bike Festival
Le bici Gusto erano presenti anche all’ultimo Italian Bike Festival
La nostra chiacchierata non può che partire dal nome che sembrerebbe tradire un’origine italiana…

Tutti pensano che Gusto sia un marchio italiano, ma non è assolutamente così. Gusto nasce a Taiwan nel 2011 ed è l’acronimo di Game, Urban, Style, Technology, Original. L’unione di queste cinque parole riassume al meglio l’essenza del brand: rendere disponibili biciclette di qualità ad un prezzo accessibile.

Di che biciclette stiamo parlando e soprattutto a quali prezzi?

Ogni modello Gusto viene realizzato utilizzando lo stesso carbonio usato dai principali costruttori presenti oggi sul mercato. La componentistica è di primo livello. Quello che fa la differenza è il prezzo finale. Il nostro modello top di gamma, il Duro Evo DB Pro Legend, viene proposto al pubblico al prezzo di Euro 5.140. Monta il gruppo Shimano Ultegra Di2, ruote Campagnolo Shamal Carbon Disc, sella Prologo. Il prezzo così contenuto è dovuto anche al fatto che realizziamo direttamente noi i nostri telai, comprese ruote e manubrio firmati Attaque, marchio che fa parte della famiglia Gusto.

Nel 2018, Tadej Pocagar ha corso con le bici Gusto
Nel 2018, Tadej Pocagar ha corso con le bici Gusto
Attualmente in quanti negozi in Italia è possibile trovare le vostre biciclette?

Siamo ormai prossimi a raggiungere i 50 punti vendita distribuiti su tutto il territorio nazionale. Un risultato credo ragguardevole visto che siamo in Italia da solo un anno.

A cosa è dovuto questo successo?

Sicuramente all’ottimo rapporto qualità/prezzo di ogni nostra bicicletta. Un fattore importante lo ha anche avuto il modo “spontaneo” con cui abbiamo scelto di di rivolgerci al pubblico attraverso la nostra pagina Facebook. Da subito abbiamo voluto utilizzare un linguaggio naturale e spontaneo. Rispondiamo in tempi estremamente brevi a tutte le domande che ci arrivano da chi è interessato alle nostre bici e può giustamente avere una certa diffidenza nei confronti di un marchio sconosciuto. Forniamo poi massima visibilità e supporto a tutti i nostri rivenditori.

Pogacar ha usato le bici Gusto quando correva nella Continental Gusto Xaurum
Pogacar ha usato le bici Gusto quando correva nella Continental Gusto Xaurum
A Italian Bike Festival avete avuto il visto primo contatto con il pubblico. Come è andata?

Direi al di là delle più rosee aspettative, anche se avevamo la consapevolezza di aver seminato bene in questo nostro primo anno. Tanta gente che ci ha conosciuto tramite la nostra pagina Facebook è venuta a trovarci e ha avuto la possibilità di toccare con mano le nostre bici, ma anche di provarle. Abbiamo inoltre incontrato nuovi potenziali rivenditori che ci permetteranno di ampliare la nostra presenza in Italia.

Chiudiamo con una curiosità su Gusto che forse molti non conoscono e che è legata a Tadej Pogacar…

Prima di approdare nel mondo dei professionisti, Pogacar ha militato per due anni in quella che oggi si chiama Team Ljubljana Gusto Santic, formazione continental slovena. Nel 2018 Pogacar ha conquistato il Tour de l’Avenir in sella a una bicicletta Gusto: un successo che gli ha aperto le porte al mondo del WorldTour. Per noi è un bel biglietto da visita poter dire che un fuoriclasse come Pogacar ha pedalato sulle nostre bici. Il fatto poi che una formazione professionistica come il Team Ljubljana Gusto Santic corra con le nostre bici è una conferma della qualità dei nostri prodotti. Ogni nostra bici ha infatti la certificazione UCI, sinonimo quindi di garanzia assoluta.

Gusto

Bagioli alla scoperta dell’America, della Lidl-Trek, di se stesso

25.10.2023
6 min
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Due giorni fa il ritorno dagli Stati Uniti, dopo la visita al quartier generale di Trek e un giro per Chicago, guardando partite di hockey e di basket NBA. Oggi la partenza per la Tanzania con la sua ragazza. E poco prima, la scelta di cambiare squadra e il secondo posto del Lombardia, forse non celebrato a dovere. Il fine stagione di Andrea Bagioli non è passato via in modo banale e proprio la decisione di lasciare la Soudal-Quick Step per approdare alla Lidl-Trek è il punto che abbiamo voluto approfondire con lui.

Nel primo ritiro fra il Wisconsin e Chicago, si è raccontata ai nuovi la Lidl-Trek
Nel primo ritiro fra il Wisconsin e Chicago, si è raccontata ai nuovi la Lidl-Trek

La benedizione di “Guerci”

Le parole di Luca Guercilena sulla voglia di dargli fiducia e farne un leader sono parse una consacrazione. La sua voglia a inizio 2023 di guardarsi intorno stava a significare che il valtellinese fosse pronto a spiccare il volo, uscendo dal cono di luce di chi aveva davanti.

«L’ambiente della nuova squadra – risponde mentre parcheggia l’auto – mi è parso molto buono. Mi ha sorpreso positivamente, sono stati super disponibili. Si capisce che sia un gruppo più internazionale, quindi c’è più apertura rispetto alla Soudal-Quick Step in cui comunque si percepisce forte l’anima belga. C’eravamo quasi tutti, tranne Consonni che negli stessi giorni si è sposato, poi Cataldo e Milan che sono venuti solo alla fine, dopo la corsa in Cina». 

Prima del Lombardia, la marcatura fra Bagioli e Pogacar era iniziata ai mondiali, chiusi da Tadej sul podio
Prima del Lombardia, la marcatura fra Bagioli e Pogacar era iniziata ai mondiali, chiusi da Tadej sul podio
Perché a gennaio dicesti che avresti valutato anche un cambio di squadra?

Non posso dire che non avessi il mio spazio, però dopo quattro anni cerchi qualcosa di nuovo. Alla fine fai sempre gli stessi ritiri, gli stessi allenamenti, vedi sempre le stesse persone, quindi magari diventa un po’ troppo monotono.

Alla Soudal-Quick Step sentivi di essere considerato un corridore importante?

Devo dire che anche durante le classiche, quest’anno partivo quasi come un capitano. A parte la Liegi, nelle altre avevo ruoli abbastanza importanti. Però qui già da inizio anno abbiamo fatto il calendario assieme, ho deciso io alcune gare che volevo fare e mi hanno ascoltato. Mi trattano un po’ più come un leader.

E’ stato difficile scegliere la squadra nel momento in cui hai deciso di andar via?

Non più di tanto, perché sono venuti subito con una buona offerta triennale e anche con un bel progetto, che mi ha ispirato subito. Poi parlandone con Quinziato (il suo agente, ndr), abbiamo valutato le varie opzioni e abbiamo concluso che la Lidl-Trek fosse la migliore. Avevano l’idea di prendermi e farmi crescere, non un progetto a breve termine, ma a lunga scadenza, per arrivare a vincere gare importanti.

Questa la volata con cui Bagioli ha preceduto Roglic e Vlasov, strappando il secondo posto al Lombardia
Questa la volata con cui Bagioli ha preceduto Roglic (a sinistra fuori inquadratura) e Vlasov, arrivando 2° al Lombardia
Che cosa ti manca ancora per arrivare a vincere la classica con la C maiuscola?

Al Lombardia ho trovato un Pogacar di troppo, che mi ha impedito di vincerlo (Bagioli è arrivato secondo, ndr). Cosa mi manca? Secondo me, più che altro, la fiducia in me stesso. Anche se, già a fine stagione, qualcosa è cambiato e infatti i risultati sono arrivati. Invece a inizio anno partivo un po’ svantaggiato perché non ero molto sicuro e alla fine andava male. Se non sei sicuro e vedi gli altri che vanno forte, se hai la testa da un’altra parte, è molto più difficile che arrivi il risultato.

Che cosa è cambiato a fine stagione? Perché c’è stata questa svolta?

Non lo so neanch’io, mi sentivo in modo diverso, più rilassato e più sicuro di me stesso. A luglio avevo deciso di cambiare squadra, quindi magari anche quell’aspetto ha fatto la differenza. Se non devi pensare al contratto per il prossimo anno, sei tranquillo. Ti concentri al 100 per cento sulla bici, sugli allenamenti, l’alimentazione e tutto viene più facile.

Secondo te la fiducia in se stessi viene anche dalla squadra?

Sì, sicuro. La squadra deve essere la prima che ti dà fiducia. Se parti senza la fiducia della squadra, è difficile anche per te stesso. Se invece sai che puoi contare sull’appoggio dei tuoi compagni e dei direttori e, sai che nella determinata gara sono lì tutti per te, allora è diverso. Certo, avrai più pressione addosso, però è una pressione positiva che ti carica ancora di più.

Il finale di stagione ha visto un Bagioli più sereno e sicuro: qui vince il Gran Piemonte
Il finale di stagione ha visto un Bagioli più sereno e sicuro: qui vince il Gran Piemonte
Che cosa porti via dalla Soudal-Quick Step?

In questi quattro anni sono cresciuto tanto, al primo anno da professionista ero molto inesperto sotto tutti gli aspetti. Quello che ho imparato meglio forse è la capacità di affrontare le gare lunghe, le classiche ben oltre i 200 chilometri. Su quello sono migliorato molto. Infatti anche al Lombardia, che erano sei ore di corsa, nel finale ero lì. Si tratta di imparare ad alimentarsi per risparmiare il più possibile, perché alla fine conta ogni watt che risparmi e poi te lo trovi alla fine della corsa.

Hai parlato di pressione positiva: ti è mancata in questi anni oppure è giusto arrivarci adesso perché hai le spalle più larghe per sostenerla?

Forse è giusto che arrivi adesso. Se arrivasse appena passi professionista, non sarebbe semplice da sopportare, a meno che tu non abbia un motore alla Remco, con il quale viene tutto facile. Invece adesso che ho fatto i miei quattro anni di esperienza, sono più consapevole dei miei mezzi e fin dove posso arrivare. Quindi è un bene che la pressione arrivi adesso.

Presentazione Soudal-Quick Step, a Popsaland: sia De Clercq sia Bagioli dal 2024 saranno alla Lidl-Trek
Presentazione Soudal-Quick Step, a Popsaland: sia De Clercq sia Bagioli dal 2024 saranno alla Lidl-Trek
Sai già quale sarà il tuo nuovo preparatore? Ti intriga o ti allarma il fatto di cambiarlo?

Non so ancora con chi lavorerò, penso sarà uno spagnolo in arrivo nella squadra. Un po’ mi è dispiaciuto di lasciare il mio vecchio preparatore: Vasilis, il greco. Con lui in questi quattro anni ho lavorato veramente bene, secondo me è uno dei migliori al mondo. Ti segue, vedi che ha passione in quello che fa, quindi quel lato un po’ mi preoccupava. Però alla fine qualche cambiamento magari serviva, ci sta che magari a certe cose Vasilis non ci arrivasse, mentre saranno possibili col nuovo preparatore. Devo solo avere fiducia e andrà bene di sicuro.

Il prossimo appuntamento con la squadra sarà il ritiro a dicembre?

Sì, a Calpe. Adesso si va in vacanza in Tanzania, prima un safari e poi al mare a Zanzibar. E al rientro si ricomincia con una nuova maglia, una nuova bici e una nuova squadra.

I top e flop del 2023. I verdetti di Gregorio e Pancani

10.10.2023
7 min
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All’epilogo del 2023 su strada manca pochissimo, col calendario che prevede gli ultimi impegni di classe 1.Pro e World Tour. In questi giorni si sta correndo ancora in Turchia, in Veneto, in Cina e in altri angoli più isolati del mondo. Tutte gare che per qualche corridore potrebbero riequilibrare (parzialmente o meno) l’annata ma che non andrebbero a stravolgere la graduatoria di chi ha convinto o di chi è stato al di sotto delle aspettative.

Abbiamo voluto interpellare Luca Gregorio (che ci ha anticipato ciò che ha detto nel suo podcast) e Francesco Pancani, rispettivamente le prime voci delle telecronache Eurosport e Rai Sport, per conoscere i loro personalissimi “top&flop” della stagione. Un compito forse meno scontato del previsto.

Il rischio di trovarsi di fronte all’imbarazzo della scelta, sia in positivo che negativo, nell’esprimere i propri verdetti c’era eccome.

Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023
Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023

I promossi

Sentiamo che nomi ci hanno dato, motivandoli con il loro stile e non necessariamente in ordine di importanza. E partiamo dai promossi.

GREGORIO: «Inizio da Tadej Pogacar. E’ semplicemente il migliore. Numero uno della classifica mondiale, sempre sul pezzo da febbraio a ottobre. Protagonista nelle classiche e nelle corse a tappe. Vogliamo dirgli qualcosa? Fiandre e Lombardia (il terzo di fila come Coppi e Binda) nello stesso anno. Pazzesco».


PANCANI: «Filippo Zana. Parto con i cosiddetti top sotto un’ottica diversa, inserendo due nomi italiani. Il primo è il veneto della Jayco-AlUla. Personalmente ero molto curioso di vederlo in un team WorldTour e penso che abbia dimostrato grande personalità. La vittoria a Val di Zoldo al Giro d’Italia è la ciliegina sulla torta della sua stagione, oltre alla generale allo Slovenia. Però più che questi successi, mi è piaciuta la regolarità con cui ha lavorato alla grande per i suoi capitani».

GREGORIO: «Il secondo nome che faccio è Mathieu Van der Poel, un cecchino infallibile. Anno magico per lui e per questo merita il premio, per me, di migliore del 2023. Sanremo, Roubaix e un Mondiale da leggenda nel giro di sei mesi. Fenomenale».

Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani
Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani

PANCANI: «Dico Filippo Ganna perché secondo me anche il giorno che non correrà più sarà sempre un top. Ha fatto un grande inizio di stagione con un bellissimo secondo posto alla Sanremo e pure durante la stagione, specie nel finale alla Vuelta, si è riscoperto anche velocista. Poi, anche se non parliamo di strada, non posso dimenticare quello che ha fatto in pista ai mondiali di Glasgow nell’inseguimento individuale».

GREGORIO: «Proseguo con Jonas Vingegaard, a mio parere il più forte corridore attuale nei grandi giri a tappe. Dominante in salita, efficace a crono, sempre sul pezzo e con attorno una squadra super. Ha vinto anche Baschi e Delfinato e avrebbe potuto prendersi pure la Vuelta. Ice-man».

PANCANI: «Ovviamente Tadej Pogacar. E’ un corridore che vince da febbraio ad ottobre e non si tira mai indietro. Ha vissuto una primavera fantastica vincendo Parigi-Nizza, Fiandre, Amstel e Freccia. Solo una caduta alla Liegi lo ha messo fuori gioco compromettendogli la preparazione al Tour. Nonostante tutto in Francia ha ottenuto il suo quarto podio finale. Ha fatto secondo, un piazzamento che pesa. Ha chiuso poi alla grande col Lombardia».

GREGORIO: «Aggiungo Primoz Roglic. Ha vissuto la stagione dei sogni. Il suo peggior risultato è un quarto posto, ovviamente non considerando i piazzamenti nelle tappe parziali di un grande giro. Può piacere o meno come stile e modo di correre, ma è quasi infallibile. Giro d’Italia, Tirreno, Catalunya, Emilia, terzo alla Vuelta. Il modo migliore per salutare i calabroni. Garanzia».

Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio
Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio

PANCANI: «Un altro che non può mancare è Mathieu Van der Poel. Credo che sia veramente l’unico corridore che riesca ad entusiasmare il pubblico col suo modo sfrontato anche più dello stesso Pogacar. VdP quest’anno ha centrato tutti gli obiettivi che si era prefissato. Sanremo, Roubaix e mondiale. Già queste valgono una carriera, figuratevi una stagione. E come le ha vinte. Caro Mathieu, per me sei il top del 2023».

GREGORIO: «Infine dico Wout Van Aert. Questa quinta menzione dovrebbe essere per Evenepoel (cifre alla mano), ma scelgo Van Aert perchè è una benedizione per questo ciclismo. C’è sempre. Comunque e dovunque. E’ vero, ha vinto poco e non corse di primo piano, ma nello stesso anno ha fatto secondo al Mondiale e all’Europeo, terzo alla Sanremo e alla Roubaix, quarto al Fiandre e ha regalato una Gand a Laporte. Commovente».

PANCANI: «Il mio ultimo nome è Jonas Vingegaard. Forse è il meno personaggio fra tutti i suoi rivali e personalmente mi piace moltissimo questo suo essere naturale, con atteggiamenti apparentemente distaccati. E’ andato forte da inizio stagione. Al Tour ha cotto a fuoco lento Pogacar e gli altri. La crono di Combloux è stata qualcosa di incredibile. Si è meritato una menzione anche perché è andato alla Vuelta, correndola da protagonista e finendola col secondo posto. Per me ha preso ulteriore consapevolezza dei suoi mezzi».

Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani
Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani

I bocciati (o rimandati)

Si passa poi alle note dolenti. E qui non mancano le sorprese, come Vlasov per esempio, ma anche i giudizi concordi. Scopriamoli…

GREGORIO: «Enric Mas. il primo anno del post-Valverde sarebbe dovuto essere quello della consacrazione per il maiorchino. Zero vittorie e un sesto posto (anonimo) alla Vuelta ci hanno raccontato il contrario. Eterno incompiuto».

Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas
Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas

PANCANI: «Wout Van Aert. Inizio andando controcorrente. Sembrerà quasi un’offesa perché parlo di un grandissimo atleta ed uno dei fenomeni di questi anni. Il belga della Jumbo-Visma però sta allungando la sua lista di secondi e terzi posti che lo rendono sempre più una sorta di “Paperino” del ciclismo. E onestamente mi fa molto male vederlo così. Diciamo che lo definirei un flop di stimolo».

GREGORIO: «Alexander Vlasov. La Bora lo aveva preso nel 2022 per puntare almeno al podio in un GT. Quest’anno, come sempre, ha chiuso in crescendo. Ma non basta. Stesso discorso di Mas. Buon potenziale, ma resa non all’altezza. Vorrei ma non posso».

PANCANI: «Voglio esagerare in modo un po’ provocatorio e dico Remco Evenepoel. E’ vero che ha vinto la Liegi, pur con la fuoriuscita di Pogacar qualcuno potrebbe dire, ed il mondiale a crono ma in altri appuntamenti ha steccato. Al Giro, per tanti motivi. Alla Vuelta è andato fuori classifica subito e al Lombardia, sempre complice anche una caduta, non ha fatto risultato. E’ uno dei tanti talenti attuali e forse quest’anno sui piatti della bilancia pesano più gli obiettivi mancati che i successi».

GREGORIO: «Fabio Jakobsen. Sette vittorie all’attivo (solo la tappa alla Tirreno, però, pesa), ma da uno dei primi 2-3 velocisti al mondo era lecito attendersi molto di più. Cambierà aria (Dsm) e speriamo gli faccia bene».

PANCANI: «Fabio Jakobsen. Sono completamente d’accordo con Luca. Anch’io da un velocista come lui mi aspettavo tanto ma tanto di più».

Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse
Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse

GREGORIO: «Julian Alaphilippe. Mi piange il cuore perché è il mio idolo indiscusso, ma vedere Loulou confinato a gregario di lusso a 31 anni mi fa sanguinare. Due vittorie appena e ormai nemmeno mai in gara per un buon piazzamento nelle classiche. Fine della storia?».

PANCANI: «Richard Carapaz. Diciamo che è stato bravo a nascondersi fino a luglio cogliendo solo una vittoria a fine maggio. Al Tour è stato sfortunato con una brutta caduta alla prima tappa ma forse aveva sbagliato ad improntare la sua stagione solo con la gara francese. E’ stato buono il recupero di condizione nel finale di stagione con alcuni bei piazzamenti ma potevamo aspettarci qualcosa di più».

GREGORIO: «Hugh Carthy. Il terzo posto alla Vuelta del 2020 ci aveva fatto pensare a un corridore potenzialmente in crescita. Ma il britannico ha bucato anche questo 2023. Mi viene da pensare solo a una cosa. Meteora».

PANCANI: «David Gaudu. Dopo il secondo posto alla Parigi-Nizza era lecito aspettarsi qualcosa in più da un corridore che è una promessa da un po’. Di fatto ha costretto Demare a lasciare la Groupama-Fdj per avere la squadra al suo servizio al Tour, dove ha chiuso nono nella generale. E anche nelle classiche non ha inciso. Al momento non sembra essere lui il primo francese che potrebbe rivincere il Tour. In ogni caso, nel 2024 deve fare il definitivo salto di qualità».

L’assolo di Bergamo: un Pogacar umano che piace anche di più

07.10.2023
6 min
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BERGAMO – Un affondo apparentemente banale, in un punto non cruciale della corsa, e Tadej Pogacar si è portato a casa il suo terzo – consecutivo – Giro di Lombardia. Lo sloveno è riuscito a trasformare in poesia quei 30 chilometri finali.

Un affondo drammatico, sul limbo dei crampi. Con il tuo connazionale, Primoz Roglic, che vuol chiudere con una vittoria il suo viaggio nella squadra che lo ha reso grande. Con quei chilometri che sembrano non passare mai e con la consapevolezza di non essere il più forte. O almeno il solito “schiacciasassi”.

Altro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estive
Altro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estive

Tattica 10

«Questa mattina Tadej non stava bene – confida il manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti, dopo il traguardo – aveva un po’ di tosse. “Ma vedrai che che col caldo passerà”, gli dicevamo…  Non era il più brillante? E’ vero, ma ha fatto un capolavoro.

«La tattica era di fare forte quel tratto. Ha visto che Roglic era un po’ dietro e, visto che tirava da un po’, ci ha provato. Ha pensato che stando a tutta da diversi minuti avrebbe fatto fatica ad inseguirlo subito. Però quando ha avuto quel crampo abbiamo tremato».

Ecco perché dicevamo che era uno scatto banale solo in apparenza. Altroché. C’era acume tattico, una freddezza glaciale. Pogacar oggi non era il più forte. Conoscendolo, se lo fosse stato, al primo scatto sul Ganda avrebbe salutato tutti. E invece non è successo.

Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»
Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»

Pogacar l’umano

Però non ha mollato e dove non sono arrivate le gambe è arrivata la testa. Ci tornano in mente le parole di Hauptman, il direttore sportivo che meglio lo conosce: «Vedrete che Tadej si farà trovare pronto per il Lombardia». Non aveva sbagliato. 

E’ sicuramente un dato di fatto che la sua stagione dopo la caduta della Liegi abbia subito una piega diversa da quella prevista. Dopo quello stop Pogacar ha vinto, ma non ha più convinto. Al Tour de France ha salvato la piazza d’onore grazie anche alla squadra e in queste gare di avvicinamento all’ultimo Monumento non ha alzato le braccia al cielo, né “giocato” come era solito fare.

Evidentemente anche i supereroi pagano dazio in questo ciclismo al limite. Ma questo non fa altro che elevare il mito di Pogacar. Un Pogacar umano. E questo piace. Piace tanto. Il boato quando è salito sul podio di Bergamo è stato più forte persino di quello di Andrea Bagioli, che giocava in casa.

Poche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo Alta
Poche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo Alta

Più testa che gambe

Dopo il traguardo lo abbiamo visto insolitamente commosso. Lo sloveno ha festeggiato come mai prima. Braccia al cielo. Abbracci forti. Forse un accenno di commozione dietro agli occhialoni. Tutti elementi che ci dicono che la vittoria oggi era affatto scontata.

«Ho provato ad attaccare in salita – ha detto Pogacar – ma non sono riuscito a fare la differenza. Quando passava in testa Vlasov faticavo. Credo che oggi lui sia stato uno dei più forti in salita. Io però credevo nella vittoria di questo Lombardia, mi ero allenato bene in queste settimane.

«Sull’ultima salita, che conoscevo davvero bene, ho tirato fino in cima perché speravo che io e Alexander saremmo arrivati insieme al traguardo. Poi, all’inizio della discesa, quando gli altri erano ancora lì e ho visto che c’era un piccolo buco, mi sono buttato. Ricordavo la discesa. Di certo meglio di due anni fa quando fu un disastro!».

Pogacar racconta poi quanto sia stata dispendiosa proprio la discesa. La planata dal Ganda, che poi è Selvino, richiedeva un grande impulso vista la scarsa pendenza. Era un continuo rilanciare se si voleva fare velocità.

E infatti lo stesso Tadej ha detto: «Stavolta è stata dura finire l’attacco da così lontano. In pianura poi ho avuto i crampi. Prima un crampo a destra, poi uno a sinistra. Pensavo che fosse tutto finito, così ho calato un po’ il ritmo e la potenza. Ho cercato di essere più aerodinamico possibile, di chiudermi con le spalle. Ma ormai ero in ballo e mi sono concentrato su come salvarmi per lo strappo finale. Fortunatamente dietro non hanno collaborato al meglio. E in quel momento ci speravo».

«Alla fine, anche se doloroso, mi sono goduto gli ultimi chilometri. Questa è stata la vittoria più difficile delle tre, anche perché sono arrivato da solo. E’ stata una giornata bellissima, abbiamo anche vinto la classifica WorldTour a squadre e devo ringraziare tutti i ragazzi ancora una volta. Mi dispiace solo per Bax che si è rotto il femore. Un peccato perché stava benissimo».

Roglic senza rimpianti

Dietro non hanno collaborato al meglio. Il rivale numero uno Primoz Roglic, a cui tutti guardavano,  piomba sull’arrivo di Bergamo in terza posizione. E’ stanco ma ride. E mentre gira la bici per andare al podio dice: «No rimpianti, no rimpianti».

«Semplicemente – ha detto Primoz – non avevo le gambe, ma ho dato tutto. E’ stata una lotta molto, molto lunga. Ma quando Pogacar è scappato non potevo fare nulla. Non avevo scelta.

«Se penso a come ho iniziato la mia stagione e all’infortunio da cui venivo, non posso che essere soddisfatto di questa annata. Voglio ringraziare la mia squadra. Siamo stati uniti fino alla fine».

E anche la Jumbo-Visma ha ringraziato lui. Dal team manager Plugge ai compagni, fino al personale che lo attendeva al bus con delle pizze fumanti.

«Abbiamo lavorato al massimo per lui fino alla fine, con la massima serietà. Primoz è il nostro campione. Dopo otto anni non poteva essere diversamente», ci ha detto Ard Bierens, addetto stampa del team olandese.