Ballan: «Hirschi e Pidcock i principali outsider di Pogacar a Siena»

05.03.2025
4 min
Salva

La Strade Bianche ha già il suo favorito numero uno ed è… il numero uno. Tadej Pogacar arriva a Siena con l’intenzione di prendersi la terza vittoria nella corsa toscana, un trionfo che lo proietterebbe a pari merito con Fabian Cancellara e che lo porterebbe diretto all’intitolazione di un settore sterrato in suo onore. Un’eventualità curiosa, considerando che come pure lo svizzero lo sloveno continuerebbe a correre e potrebbe ritrovarsi a transitare su un tratto che porta il suo nome.

Ma il focus di questo articolo non è Pogacar, bensì chi potrebbe dargli filo da torcere. Chi potrebbe emergere in questa edizione della Strade Bianche. Un tema che abbiamo approfondito con Alessandro Ballan. L’ex campione del mondo ha studiato con attenzione la starting list e ci ha fornito i suoi outsider più credibili per la classica del Nord più a Sud d’Europa.

Alessandro Ballan fu secondo nel 2008 a Siena alle spalle di Cancellara
Alessandro Ballan fu secondo nel 2008 a Siena alle spalle di Cancellara
Alessandro, chi possono essere dunque i principali rivali di Pogacar?

A guardare bene la start list, devo dire che poi non sono tantissimi, anzi… Tuttavia ho individuato due nomi in particolare: Tom Pidcock e Marc Hirschi (nella foto di apertura, ndr). Due che possono andare bene su questo percorso, che sono adatti alle classiche…

Perché Pidcock?

Pidcock perché ha vinto la Strade Bianche nel 2023 e già due gare quest’anno. Inoltre sappiamo che ha le qualità tecniche per affrontare i settori sterrati al meglio. Ha una grande facilità di guida. E poi sta bene. Le due vittorie, la nuova squadra… Di certo è uno dei grandi rivali. Se si presentasse l’andamento tattico dell’anno scorso, con Pogacar che scatta nella discesa di Monte Sante Marie, potrebbe rivelarsi pericoloso e seguire Tadej. Poi è chiaro tutto dipende da Pogacar.

E Hirschi?

Hirschi invece perché ha esperienza e può essere un cliente scomodo nei finali più tirati e duri. Anche lui è un atleta adatto a queste corse. L’anno scorso (quando era ancora in UAE Emirates, ndr) ha fatto vedere grandi cose, ha ottenuto numerose vittorie, alcune anche importanti. Quindi avrebbe le qualità per stare davanti. Però gli manca Alaphilippe, il quale dovendo fare la Parigi-Nizza non può essere alla Strade Bianche. Due così avrebbero consentito di correre in modo diverso.

Abilissimo nella guida e con ottime gambe: per Ballan, Pidcock è forse l’antagonista numero uno di Pogacar
Abilissimo nella guida e con ottime gambe: per Ballan, Pidcock è forse l’antagonista numero uno di Pogacar
Altri nomi? Noi abbiamo pensato a Kwiatkowski: anche lui l’ha già vinta e anche lui è tornato al successo quest’anno…

Certo anche lui, ma penso più all’insieme della EF Education-EasyPost. Loro hanno un roster molto interessante con Healy, Carapaz, Valgren e altri bei nomi. E un’altra buona squadra mi sembra la XDS-Astana, soprattutto perché ha Bettiol e Ulissi. Se parliamo di italiani loro due sono senza dubbio i nostri atleti più quotati.

Senza Pogacar, che corsa vedremmo?

Sarebbe una corsa completamente aperta, con più scenari e anche più combattuta. Così invece gli altri lasceranno che sia lui a fare la gara. Pogacar, quando partecipa, toglie ogni spazio agli altri, vince tutto quello che può vincere. Bisogna capire se sia una sua strategia o suna scelta di squadra, ma il risultato non cambia: se sta bene, domina. E’ un piccolo Merckx.

Quale potrebbe essere la tattica per batterlo? Come si può fare la classica imboscata?

Bisognerebbe anticipare di molto. Se si attende il finale, non ci sono molte possibilità. La chiave potrebbe essere un attacco di squadra, ma un attacco con dentro uomini interessanti e possibilmente con dentro uno o due uomini forti della UAE Emirates. Forse, ma solo forse, potrebbero attendere, lasciare fare. Perché tra le altre cose Pogacar ha anche la squadra più forte. Io ero sul posto l’anno scorso. Nel settore prima di Monte Sante Marie, dove lui ha attaccato, rimasi colpito dal fatto che tutti fossero affaticati mentre gli UAE spingevano forte, senza problemi e Pogacar ancora meglio dei suoi compagni.

Non solo Healy, la EF può contare anche su Rui Costa, Valgren e Carapaz
Non solo Healy, la EF può contare anche su Rui Costa, Valgren e Carapaz
Insomma è dura trovare outsider davvero tosti…

Eh sì. La realtà è che Pogacar c’è e vuole vincere. Alla fine, tutto dipende dalla sua condizione. Ormai, quando lui è al via, l’esito è quasi scontato, a meno che non si parli di un grande Giro dove ci sono altri corridori come Vingegaard a fargli da rivali.

Abbiamo fatto alcuni nomi, a partire da Pidcock e Hirschi, pensiamo anche a un corridore come Pelayo Sanchez, per dire, ma chi potrebbe essere la sorpresa totale della corsa?

Difficile dirlo, ci sono alcuni nomi interessanti, anche qualche giovane che ancora non abbiamo ben inquadrato. La Strade Bianche è una corsa che spesso regala sorprese.

Verso la Strade Bianche: Monte Sante Marie, l’analisi di Moser

04.03.2025
6 min
Salva

Pochi giorni e finalmente sarà Strade Bianche, la classica del nord… più a sud. E a proposito di classiche, ognuna ha il suo passaggio simbolo, spesso anche decisivo: il Poggio per la Sanremo, la Foresta di Arenberg per la Roubaix, il Kwaremont per il Fiandre, il Cauberg per l’Amstel e così via. Alla Strade Bianche questo passaggio è Monte Sante Marie, quest’anno settore numero otto, posto a 71 chilometri dall’arrivo. I suoi dati: 11,5 chilometri (4,5 dei quali in salita), una pendenza massima del 18 per cento e anche una discesa molto, molto tosta.

Di Monte Sante Marie parliamo con l’unico italiano che sin qui è riuscito a vincere la Strade Bianche, Moreno Moser. Il trentino riuscì nell’impresa nel 2013. Oggi Moreno è un acuto commentatore ed opinionista del ciclismo e con lui facciamo un’analisi tecnico-tattica di questo settore.

Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Moreno, insomma Monte Sante Marie è il punto decisivo della corsa?

Sì, o meglio: dipende. Dipende da come viene interpretata la corsa. Con certi corridori come Pogacar lo è sicuramente. In alcuni anni, tipo quando l’ho vinta, invece non è stato un settore così fondamentale. Però mi rendo conto che quando correvo io c’era molto più attendismo. Sante Marie era il momento in cui si frazionava un po’ il gruppo, ma non si decideva ancora la corsa. Oggi, a 80 chilometri dall’arrivo, devi essere già praticamente in modalità finale.

Se facessimo un paragone coi muri fiamminghi: è il Kwaremont del Giro delle Fiandre?

Sì, lo è da un punto di vista tecnico, perché effettivamente è il più duro, il più lungo ed è quello dove se uno vuole, può fare selezione. Anche quando correvo io si diceva che da Sante Marie iniziava la corsa. Adesso rischia di essere il punto in cui la corsa finisce… Anche se poi forse dal punto di vista emotivo e per vicinanza all’arrivo il settore delle Tolfe è più coinvolgente. E’ il Cauberg dell’Amstel!

Come si affronta, come si gestisce il settore di Monte Sante Marie? Portaci in bici con te…

Ah – sorride – non si gestisce, se vanno a tutta devi stare dietro a chi va a tutta. Quando inizi Sante Marie hai già i battiti alti per la lotta alle posizioni. Il primo anno che ho fatto la Strade l’ho preso indietro e c’è stata una caduta che mi ha tagliato fuori. Eppure lì ho capito che quella corsa mi piaceva. Il primo tratto è duro, tendenzialmente devi stare seduto, a meno che il terreno non sia in condizioni ottimali, magari un po’ compattato dalla pioggia. Discesa e poi salitone.

Quando si parla di Monte Sante Marie tutti pensano al salitone finale, in realtà c’è una discesa affatto banale. Anzi, l’anno scorso proprio lì scattò l’asso sloveno. Cosa ci dici di questa discesa?

Quel tratto di discesa è davvero tosto. E’ uno dei punti in sterrato dove si raggiungono le velocità più alte. Bisogna lasciarla scorrere. Servono capacità e anche grossi attributi! Negli ultimi anni però i corridori sono molto più abituati a guidare sullo sterrato. Quando correvo io, c’era gente che non sapeva neanche dove fosse quando entrava sullo sterrato. Oggi quelli davanti sanno guidare.

Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Adesso sarai criticato!

Sicuro, in tanti mi dicono: «Ah, noi di una volta guidavamo meglio». Io non credo sia così, oggi in tanti sanno guidare. Se pensiamo ai corridori forti degli ultimi anni, a parte Evenepoel che comunque è migliorato, gli altri sono tutti fenomeni anche nel guidare la bici. Pidcock, Pogacar, per non parlare di Van Aert e Van der Poel: gente che sa cosa fare.

E tatticamente come si approccia Sante Marie?

Sul primo strappo soprattutto, dipende molto da quanti corridori ci sono nel gruppo di testa e da come si è svolta la gara sin lì. Il ciclismo ha una marea di variabili e l’andamento della gara influenza tutto. Se si presentano in 20 è un conto, se c’è una fuga che può andare all’arrivo è un altro. Se invece è una fuga scontata e il gruppo è compatto, magari non c’è il vero attacco ma solo la squadra che fa il ritmo. Oppure c’è il Pogacar che fa il vuoto… dopo il forcing della squadra. E va via dopo il primo strappo, nella discesa.

Ci dicevi dell’importanza di far scorrere la bici in discesa. In fondo c’è un ponticello e poi si passa subito a salire. E’ quello che in gergo viene chiamato “sciacquone”. Si deve passare dalla moltiplica grande a quella piccola… Può essere un momento delicato?

Sì, perché subito dopo la discesa c’è un’altra impennata. Devi essere lucido per cambiare rapporto nel momento giusto. Sullo sterrato la catena può saltare e se sei in difficoltà puoi fare errori. Se andiamo a vedere ai corridori lucidi e freschi, difficilmente succedono problemi meccanici. Quando invece sei al limite, schiacci il bottone a caso e la catena può prendere una frustata e andare giù. Di certo lì bisogna cambiare, perché poi le pendenze cambiano nettamente.

Mentre non è così decisivo il falsopiano dopo il salitone, dopo il Borgo di Sante Marie: perché?

Difficile dirlo, ma probabilmente oggi si va più forte nei tratti duri e quindi è più facile fare selezione prima. I corridori stanno molto più seduti perché si è visto che la pedalata è più efficiente. Rispetto a Pantani che faceva chilometri in piedi, oggi si è visto che si spreca meno energia da seduti. Tra l’altro alcuni calcoli hanno dimostrato che perdeva parecchio in aerodinamica.

Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Chiaro…

Difficilmente oggi trovi uno scalatore puro che salta tanto sui pedali alla Simoni. Però non saprei dire esattamente perché si fa meno selezione in quel falsopiano. Negli anni in cui correvo io, dopo Monte Sante Marie eravamo ancora in tanti. Magari c’era un attacco, ma rimanevano gruppetti da 15 corridori. Oggi, e torniamo al discorso di prima, la corsa si è già assestata.

Moreno, qual è la tua “foto” di Monte Sante Marie?

La mia foto è anche una foto reale. Risale all’anno in cui ho vinto, e quello scatto mi ritrae praticamente a bocca chiusa mentre salivo al fianco di Sagan e davanti a Cancellara. E dire che avevo preso il settore in quarantesima posizione. Ma con tre pedalate al lato della strada ero davanti con Peter (Sagan, ndr), Van Avermaet e gli altri migliori. Mi è rimasta impressa perché mi sentivo fortissimo.

Tu e solo tu conosci le sensazioni che avevi in quel preciso istante…

E infatti tra me e me iniziavo a pensare: «Però… Sarà, ma io qui non faccio fatica». Ricordo che mi succedeva spesso in quegli anni. Da neopro’ un giorno con ingenua sfrontatezza dissi ad Alan (Marangoni, ndr) che non sentivo mai mal di gambe. Sì, lo sentivo nel finale, ma era il mal di gambe bello, quello che hai quando vai forte e ti giochi la corsa. Quello che ti spinge a dare ancora di più.

Ciccone e la partenza sprint: un cambio di passo evidente

03.03.2025
4 min
Salva

Il podio al Giro di Lombardia ha segnato una svolta nella carriera di Giulio Ciccone oppure è stato la logica conseguenza di un periodo senza intoppi? Il 2024 non è stato un anno particolarmente fortunato per l’abruzzese, che ha dovuto fermarsi proprio all’inizio della stagione per un doppio intervento al soprasella. Era sul punto di partire per il Teide, invece di colpo non è più potuto salire sulla bicicletta. C’è voluto un mese di stop che ha vanificato il lavoro invernale e ha fatto sì che il corridore della Lidl-Trek tornasse in gruppo al Giro di Romandia. Da lì in avanti, la stagione è stata una rincorsa della condizione, con un buon Delfinato, un paio di ottimi piazzamenti al Tour e poi purtroppo il ritiro dalla Vuelta per una caduta e il conseguente dolore al ginocchio.

«Il podio al Lombardia – spiega Ciccone – è stato semplicemente un ottimo risultato in una stagione di transizione. Per come si erano messe le cose, l’anno scorso era una stagione in cui tutto quello che fosse arrivato sarebbe stato un di più, data la doppia operazione a gennaio e la ripresa della preparazione a marzo. Questa volta invece ho vissuto un buon inverno, lavorando in maniera molto serena».

Il Giro di Lombardia è stato un grande risultato per Ciccone, terzo dietro Pogacar ed Evenepoel
Il Giro di Lombardia è stato un grande risultato per Ciccone, terzo dietro Pogacar ed Evenepoel

Pronto al debutto

L’inizio di stagione lo ha visto ripartire da una base piuttosto alta, se è vero che al UAE Tour del debutto, è stato il migliore alle spalle di Pogacar. Lo ha seguito a distanza nell’arrivo in salita di Jebel Jais e gli ha tenuto testa sino all’ultimo a Jebel Hafeet, cedendo alla fine per soli 33 secondi. Lo sloveno è un mago delle partenze sprint e sulla sua strada si stanno muovendo anche i rivali.

«La capacità di arrivare pronti alle prime gare – spiega Ciccone – è dovuta ormai alle preparazioni che vengono fatte in maniera sempre più precisa e dettagliata. Una volta si iniziava ad allenarsi più tardi e in maniera più tranquilla, ora non esiste praticamente più la fase intermedia. Quando si riprende, dopo una settimana si è già sotto con tabelle di lavori specifici e intensità. Per questo si arriva alle prime gare con un livello già alto e di conseguenza non ci sono più corse di preparazione».

Dopo l’arrivo di Jebel Hafeet (foto di apertura) lo stupore di Ciccone commentando con Milan la forza di Pogacar
Dopo l’arrivo di Jebel Hafeet (foto di apertura) lo stupore di Ciccone commentando con Milan la forza di Pogacar

Battuti, ma non arresi

Si può ritenere una vittoria il fatto di arrivare secondi dietro un fenomeno come il campione del mondo sloveno? La sua presenza alle corse rende tutto molto relativo, eppure la molla che spinge i rivali non è certo quella di arrendersi per ultimi. In qualche angolo della loro mente ci deve essere per forza la spinta di vincere e dare il proprio massimo: altrimenti come fai ad allenarti al livello più alto?

«A dire la verità – dice Ciccone con grande realismo e un po’ di rassegnazione – Pogacar è l’unico corridore con cui non ci si può misurare. E’ di una superiorità devastante, quindi fare confronti con lui non serve a nulla. Non c’è partita, per quanto bene puoi stare, sai già che lui ti stacca dove e quando vuole. Cosa si prova quando se ne va e tu senti di non avere più fiato? E’ un insieme di fattori, ma soprattutto di gambe: con la testa non puoi mollare. So che è brutto, ma questa è la cruda verità. Detto ciò, non significa rassegnarsi o non lottare. La voglia di vincere quella non manca mai, è un istinto che hai dentro. E’ una questione personale».

Giulio Ciccone correrà il Giro, dove ha vinto 3 tappe: l’ultima a Cogne nel 2022 (nella foto)
Giulio Ciccone correrà il Giro, dove ha vinto 3 tappe: l’ultima a Cogne nel 2022 (nella foto)

Il Ciccone del Giro

Chi lo segue nella preparazione avverte di tenersi liberi per il Giro d’Italia, perché il Ciccone del 2025 ci arriverà in grandissimo spolvero. Ma già da un paio di stagioni, Giulio ha imparato a tenersi in tasca le esternazioni ad effetto e preferisce non sbilanciarsi troppo. Quando si lavora per essere leader di una squadra che negli anni è diventata così grande, è bene che a parlare siano prima le prestazioni.

«Sono tanti gli appuntamenti in cui mi aspetto di fare bene prima del Giro – dice – la Tirreno-Adriatico, la Sanremo, Tour of the Alps, Liegi… Ci sono tante gare importanti e belle. Con l’arrivo di Lidl, la squadra ha sicuramente cambiato passo. L’organico è diventato più importante, il livello si è alzato tantissimo e ovviamente gli investimenti stanno portando risultati sotto i punti di vista di sviluppo e performance. Le decisioni vengono sempre affidate ai manager, ma quando non ci sono problemi e la condizione è buona, mi viene affidato il ruolo di leader. E il leader non si muove a caso, non può fare cavolate o attaccare d’istinto senza senso. In certi casi devi cambiare modo di correre per ottimizzare il risultato».

Pogacar alla Roubaix, sembra fatta. E Colbrelli ci dice la sua

03.03.2025
5 min
Salva

Svegliateci pure, è (quasi) tutto vero. Ieri Ciro Scognamiglio della Gazzetta dello Sport ha lanciato la news: Tadej Pogacar alla Parigi-Roubaix. Manca l’ufficialità, ma la non smentita del team vale quasi altrettanto. L’avevamo lasciato in quel video in cui “volava” sulle pietre della Foresta di Arenberg. Sembrava non avesse fatto altro prima di allora. E quando ne è uscito, ci aveva raccontato Baldato, era contento come un bambino al parco giochi.

Alla luce di tutto questo abbiamo parlato con Sonny Colbrelli. I due hanno una cosa in comune: presentarsi alla prima Roubaix con serie possibilità di vittoria. Sonny ci è riuscito, Tadej vedremo. L’attuale direttore sportivo della Bahrain-Victorious ha un possibile erede del quale non poteva non parlare.

Sonny Colbrelli in quella gloriosa Roubaix del 2021. Anche per lui si trattava della prima partecipazione
Sonny Colbrelli in quella gloriosa Roubaix del 2021. Anche per lui si trattava della prima partecipazione
Sonny, Pogacar alla Roubaix…

Guardate – parte d’entusiasmo Colbrelli – quando un campione come Pogacar va a provare le corse e vede che può farcela, sicuro che vuole provarci. Sinceramente non pensavo che lo facesse già quest’anno, però dicono che ormai sia certa la sua presenza. Di certo è più facile che vinca una Roubaix che una Sanremo, perché la Sanremo è sempre più difficile.

Per di più ad inizio stagione con tanti campioni con le gambe piene…

Esatto, Pogacar a Sanremo deve arrivare da solo, ma con corridori così esplosivi come Van Aert, Van der Poel, Philipsen e gli altri è davvero complicato per lui. Però la sua presenza sul pavé mi incuriosisce molto perché può dare filo da torcere a tutti, anche a gente come Van der Poel. La notizia fa rumore, perché un corridore come lui si adatta a ogni gara.

Tu vincesti al debutto. Vedi similitudini tra te e Pogacar?

Sì e no. Lui ha la stoffa. Io quello che ho ottenuto l’ho costruito con gli anni, con maturità ed esperienza. E persino guardando le corse in tv. Lui invece è il Maradona del ciclismo, il Messi, il Ronaldo. Sono talenti che sbocciano così, a cui serve la metà o un quarto dell’allenamento o dei tentativi per ottenere risultati che altri raggiungono in una vita. Il paragone è molto diverso. Pogacar non ha eguali, entusiasma sempre. Quando attacca, è un altro sport.

Tadej il giorno in cui ha provato la Roubaix. Eccolo nella mitica Foresta di Arenberg, quasi sempre settore cruciale della corsa
Tadej il giorno in cui ha provato la Roubaix. Eccolo nella Foresta di Arenberg, quasi sempre settore cruciale della corsa
Quando si muove un corridore così, che succede in gruppo. Davvero ha delle chances concrete?

Sì, sì… Chiunque deve aver paura, che sia Van der Poel, Van Aert o chiunque altro. Quando si muove Pogacar, tutti devono stare attenti, anche il suo stesso team.

Quale potrebbe essere la sua difficoltà alla Roubaix?

Quando hai gambe come le sue è difficile sbagliare. Forse l’unico timore è una caduta, una foratura. In quel caso serve anche fortuna, oltre a delle buone gambe.

Tadej ha provato la Roubaix con Wellens, in teoria il capitano. Cambieranno i ruoli?

Giocheranno su più frangenti. Penso che anche Florian Vermeersch possa essere un’opzione per la UAE Emirates. Non so se sia stato preso come gregario o come capitano, ma è già arrivato secondo alla Roubaix quando ho vinto io. Hanno una squadra fortissima. Meglio avere due capitani che uno solo. Se uno ha una giornata no, si punta sull’altro. Se uno cade o fora, c’è l’altro. Sempre meglio avere più opzioni, specie in una gara del genere.

Pogacar va molto bene con il maltempo e la pioggia, ma alla Roubaix potrebbe essere un problema? Un problema diverso?

Magari Tadej non avrà l’occhio di un corridore da classiche o di uno che corre sul fango come Van der Poel e forse un po’ gli si complicheranno le cose. Forse… Però, ripeto, parliamo di Pogacar, l’eccellenza del ciclismo. Quello che tocca è oro. Che sia pioggia o sole, lui si adatterà, ne sono sicuro.

Pogacar al Tour 2022 (Lille-Wallers Arenberg) finì 7°. Il posizionamento nei primi settori potrebbe essere complicato per un peso leggero come lui
Pogacar al Tour 2022 (Lille-Wallers Arenberg) finì 7°. Il posizionamento nei primi settori potrebbe essere complicato per un peso leggero come lui
Quindi ti stupirebbe se vincesse subito?

No, assolutamente no. Uno che fa certi numeri al Fiandre e in tante altre corse può fare tutto.

In effetti non è nuovo ai tratti in pavé, giusto?

No, ha già corso su pavé, ha già capito, e vinto il Fiandre. E non solo (il pensiero va alla tappe del pavé al Tour del 2022, ndr). La stoffa ce l’ha.

Sonny, tu dici che ce la può fare, che ci sa fare e che si adatterà. Ma ci deve pur essere un dettaglio per chi non è del tutto uomo da classiche e che al debutto in una gara tanto complicata come la Roubaix che potrebbe metterlo in difficoltà?

Forse la poca conoscenza del percorso. Magari potrebbe cercare di evitare il pavé andando sul lato della strada, dove è vero che non ci sono le pietre e si scorre di più, ma al tempo stesso ci sono più insidie. Lì può esserci di tutto: buche, “crateri”, rischi di forature o cadute. Quella, se non hai esperienza, potrebbe essere l’unica vera incognita.

La sua presenza cambia l’economia della corsa?

Sicuro. Tutti lo guarderanno. Anche Van der Poel ci penserà. E le altre squadre lo aspetteranno. La corsa potrebbe ruotare su di lui.

Jebel Hafeet: l’attacco di Pogacar ai raggi X. L’analisi di Toni

27.02.2025
5 min
Salva

UAE Tour, 7,8 chilometri all’arrivo di Jebel Hafeet. Rune Herregodts si sposta e Tadej Pogacar parte (qui il video). Inizia lo show. Provano a tenerlo Oscar Onley e Giulio Ciccone. Ma resistono per meno di 400 metri, vale a dire 30 secondi. Trenta secondi terribili per gli altri, di progressione micidiale per Pogacar. Alla fine lo sloveno vincerà con 33″ di vantaggio sull’Abruzzese, ma mollando nel chilometro finale.

E noi quei 30 secondi (e non solo) li andiamo ad analizzare con Pino Toni. Con il coach toscano facciamo dell’asso della UAE Emirates un’analisi esattamente come avevamo fatto qualche giorno fa per lo sprint di Milan. Lo spunto tecnico e l’occhio del preparatore ci dicono qualcosa di più del “semplice” show di Pogacar e di quanto si stato forte per l’ennesima volta.

Pogacar domina Jebel Hafeet: secondo i dati di Velon ha fatto un picco di 920 watt sull’attacco e 491 watt nei 5’31” successivi allo scatto
Pogacar domina Jebel Hafeet: secondo i dati di Velon ha fatto un picco di 920 watt sull’attacco e 491 watt nei 5’31” successivi allo scatto
Pino, partiamo dall’attacco di Pogacar: cosa ha visto il tuo occhio esperto?

Per me non è stato uno scatto secco, non uno scatto di quelli che deve fare al Tour de France, tipo quello con cui ha attaccato Vingegaard. E’ stata più una progressione. E’ chiaro che aumenta la velocità in modo netto e va subito su wattaggi altissimi, ma è una progressione fatta con la sicurezza di non avere avversari al suo livello o lì vicino.

Cosa ti fa dire questo?

Che secondo me non era al massimo. Non è uscito dal gruppo con lo scatto più potente che avrebbe potuto fare per prendere quei due metri di vantaggio. Perché attenzione, gli altri hanno provato a seguirlo, ma alla sua ruota non sono mai arrivati. Non sono mai stati attaccati del tutto. Se qualcuno si fosse avvicinato davvero, avrebbe potuto dare ancora di più la mazzata. Per questo dico che non era uno scatto secco, ma in controllo.

Se avesse dovuto dare ancora di più, quando poi si è seduto, non avrebbe fatto il vuoto forse… Mentre lui ha iniziato a guadagnare.

Forse non avrebbe fatto la differenza in modo così netto. Quando si siede, continua a guadagnare. E’ un segnale chiaro che non ha raggiunto il suo limite massimo. Almeno giudicando da fuori senza avere accesso ai suoi dati diretti. Pogacar è uno che va forte in ogni condizione e gestisce perfettamente il proprio sforzo. Ora che ci penso, forse l’unica volta che ha avuto le gambe in croce è stato proprio nello sprint iniziale di questo UAE Tour.

Tadej con la nuova Colnago Colnago Y1Rs sembra essere ancora più corto e raccolto di posizione
Tadej con la nuova Colnago Colnago Y1Rs sembra essere ancora più corto e raccolto di posizione
E lo sprint rispetto alle sue qualità è quella meno forte…

Esatto, fra le sue caratteristiche lo sprint è quello che gli viene meno bene. Tanto più se sprinti contro i velocisti puri, c’è una differenza di almeno 15 chili. Ma parliamo di un corridore che può fare tutto e migliorare in ogni ambito.

Ecco, parliamo di questi miglioramenti. Dagli Emirati sono giunte voci attendibili circa il fatto che sia ancora più corto con la posizione.

Di certo Pogacar è uno che sperimenta molto. E chi sperimenta è destinato a crescere.

Quanto margine ha ancora Pogacar? Il suo preparatore a dicembre disse che ne aveva ancora…

Io anche credo che non sia ancora arrivato al suo limite assoluto. Vedete, ci sono due limiti: quello giornaliero, legato alla condizione del giorno, e quello generale, ovvero la miglior prestazione possibile. Non vediamo mai Pogacar brutto in faccia, scomposto o davvero in difficoltà? Questo è un indizio importante sul fatto che può ancora migliorare.

La voglia di sperimentare lo aiuta a crescere?

Sì, come ho detto: chi sperimenta cresce. Se non sperimenti, resti indietro. Ci sono stati campioni fortissimi che non hanno seguito le innovazioni e non sono più cresciuti. O almeno non lo hanno fatto quanto potevano. E uno l’ho vissuto da vicino quando iniziarono ad arrivare le prime vere innovazioni su alimentazione, ketogenesi, alcuni allenamenti. Pogacar non è uno di questi. Basti vedere le sue pedivelle da 165 millimetri, la sua posizione molto avanzata, l’attenzione ai dettagli aerodinamici. E’ sempre alla ricerca di qualcosa che possa fargli fare un altro passo avanti. Poi magari può sbagliare e non migliorare, ma ci ha provato e di sicuro non ha perso terreno.

Nella 5ª frazione Pogacar ha attaccato. E’ opinione di molti, tra cui Toni, che lo sloveno lo abbia fatto per allenarsi
Nella 5ª frazione Pogacar ha attaccato. E’ opinione di molti, tra cui Toni, che lo sloveno lo abbia fatto per allenarsi
Invece Pino, un’altra considerazione molto interessante che serpeggia direttamente dagli Emirati è che la sua azione nel deserto, l’attacco in pianura a 110 chilometri dall’arrivo, non era solo per spettacolo ma anche per allenarsi. Tu che ne pensi?

Ed è vero. Lì c’è molta pianura e la corsa scorre tranquilla, specie se c’è la fuga. Se in una corsa come quella si resta nel gruppo a 38-40 all’ora, atleti normali girano a battiti bassi, uno come lui ancora di più e non fa niente. In queste condizioni, se un corridore di una continental arriva a fare 0,76 di intensity factor, Pogacar in 4 ore forse arriva a 0,65, cioè non si allena.

E qual è un limite per considerare l’uscita come allenante?

Diciamo che 0,75 di intensity factor corrisponde ad una giornata di carico normale. Attaccare gli ha permesso di mantenere un’intensità adeguata per non perdere la condizione. E presentarsi bene al giorno della salita. Se lo metti nel gruppo a fare tappe di pianura, non cresce. E lui deve crescere.

Incredibile…

Che poi alla fine la cosa che più mi colpisce di questo atleta non è tanto la prestazione in sé, ma la capacità di recuperare rapidamente e di adattarsi agli sforzi successivi. Un corridore normale, dopo un grande sforzo, ha bisogno di due giorni per recuperare. Pogacar, nel giro di 14 ore, è già a posto. Questa è la sua arma segreta: gestisce il proprio acido lattico e indirettamente quello degli altri (che in corsa sono costretti ad inseguire). Se volesse, potrebbe schiantare tutti in ogni tappa.

Tra noia e fughe a sorpresa, un Pogacar così come lo gestisci?

27.02.2025
5 min
Salva

Se c’è una cosa che si può ammettere tranquillamente è che con Tadej Pogacar c’è sempre da stare all’erta. Perché ogni corsa riserva sorprese, forse anche perché il campione del mondo è sempre sotto i riflettori. Nella prima tappa prova a fare lo sprint? Gli dicono che come velocista ha molto da imparare. Il giorno dopo è terzo a cronometro? E giù critiche anche da parte di giornali e giornalisti affermati. Poi però, appena la strada si rizza sotto le ruote, lo sloveno mette tutto in chiaro: se c’è lui, non si passa…

A cronometro lo sloveno aveva colto il terzo posto e su qualche giornale sono piovute critiche
A cronometro lo sloveno aveva colto il terzo posto e su qualche giornale sono piovute critiche

Una corsa divisa in due parti

Questa è la prima parte del UAE Tour. Poi c’è la seconda: tutti pensano che sarà un lento (per modo di dire…) procedere verso l’ultima frazione, quella dello Jebel Hafeet, con l’arrivo in salita. Ma con lui non è mai così ed ecco che nella tappa del venerdì fa il numero ad effetto, va in fuga per 110 chilometri. Il gruppo non sa che fare, i commentatori non capiscono. Alla fine finisce 36°, fresco come una rosa, con l’espressione del divertimento puro. Il contrario del giorno successivo, quando se ne resta in gruppo e alla fine ammette: «Mi sono annoiato».

Essere con Tadej è come stare sull’ottovolante e Andrej Hauptman, da anni suo diesse ma soprattutto amico, lo sa bene: «Quell’attacco è nato quasi per scherzo. Aveva pensato di rompere la monotonia dando verve alla corsa, ma si aspettava che qualcuno lo seguisse, invece sono rimasti in gruppo e allora ha tirato avanti, incurante di come sarebbe andata a finire, pensando a fare una buona sgambata. Certo, si fosse trattato di un altro corridore avrei detto che era meglio evitare, ma lui è speciale…».

Nella tappa di Jebel Jais uno scatto nel finale gli era valsa la prima vittoria 2025 e la maglia di leader
Nella tappa di Jebel Jais uno scatto nel finale gli era valsa la prima vittoria 2025 e la maglia di leader
Il fatto di essere imprevedibile è una delle caratteristiche che lo rende unico, secondo te?

Una delle tante. Io dico sempre che per certi versi è un artista, che interpreta i suoi vezzi, che si lascia andare alla fantasia. In fin dei conti poi, ha quasi sempre ragione lui.

Dopo la tappa ne parlate?

Certo, mettiamo a confronto le nostre idee, come facciamo sempre prima di una corsa, così facciamo dopo. Molti sono rimasti colpiti dalle sue dichiarazioni del dopo la tappa di sabato, quando ha detto di essersi annoiato. Tadej è uno che ama visceralmente l’azione, il coinvolgimento. Per lui pedalare non è mai un gesto meccanico, vuole che abbia sempre un senso. Questo significa anche che onora ogni gara come se fosse una grande classica o la tappa di un grande giro. Tadej è così: magari è in testa alla corsa e si mette a tirare per un compagno, magari anche la volata. Per me è anche bellissimo avere a disposizione uno così. Anche se qualche volta mi fa sobbalzare il cuore…

Tu hai corso per anni: quando ti trovi nel gruppo uno così, talmente superiore e che fa cose contro la logica, non sbaraglia anche tutte le tattiche di corsa?

Questa è un’altra delle cose che ne fanno un corridore unico. Io sì, ero corridore, ma non era la stessa cosa, io facevo sempre tanta fatica. Ormai sono anni che lavoro con lui e vedo che ha la capacità di trasformare tutto in un gioco, anche per combattere la noia. Questo è bellissimo, anche perché non fa mai nulla che non sia ammesso. Certo, così mette in difficoltà le altre squadre, me ne rendo conto…

Un conto però è una tappa di una corsa pur importante come il Uae Tour, un altro quando in ballo ci sono i traguardi che fanno una carriera, come una classica o un Grande Giro…

Calma: Pogacar anche quando fa quelle che qualcuno potrebbe considerare “mattane”, lo fa sempre a ragion veduta. Venerdì la tappa era piatta, non c’era vento, sapeva che quello sforzo non gli sarebbe rimasto sulle gambe. Quando si tratta di corse importanti anche lui sa benissimo che ogni stilla di energia è importante e corre sempre per attuare un piano, mai per fare azioni fini a se stesse.

Tadej Pogacar e il suo diesse Andrej Hauptman. Entrambi sono arrivati alla UAE nel 2019
Tadej Pogacar e il suo diesse Andrej Hauptman. Entrambi sono arrivati alla UAE nel 2019
Siamo a meno di un mese dal primo di questi obiettivi, la Sanremo che anche, soprattutto per un corridore come lui è difficile da interpretare. Ci sta già pensando?

Diciamo che ci sto pensando soprattutto io, per capire la tattica giusta e gli uomini più adatti per affrontarla. Se rendere la corsa dura da lontano, se aspettare la parte finale, se portar via un gruppetto verso lo sprint finale o magari altro. Manca tempo, ma ci stiamo ragionando, vagliando ogni possibilità perché la Classicissima è la corsa che più di ogni altra sfugge a qualsiasi regola tattica. Lì veramente serve il tocco dell’artista…

La stagione dell’iridato sarà lunga, come lo hai visto in terra araba?

Siamo esattamente dove volevamo essere. A livello alto, ma c’è margine, c’è lavoro da fare. Abbiamo cambiato il suo calendario rispetto al passato, farà solo il Delfinato come corsa a tappe da qui al Tour, per il resto solo corse d’un giorno. Siamo tranquilli, la squadra gira benissimo sia quando si corre per lui che quando Tadej non c’è. Dobbiamo solo pensare a lavorare e a guardare avanti, state tranquilli che di noia non si parlerà più…

Da oggi si può pedalare su una Colnago iridata

26.02.2025
3 min
Salva

Lo scorso 20 febbraio Colnago ha annunciato una bella novità che farà sicuramente piacere a tutti gli amanti del brand di Cambiago… e soprattutto a tutti i tifosi di Tadej Pogacar. Il comunicato stampa che la stessa Colnago ha inviato ai media di settore si apriva con queste parole: “Colnago è lieta di annunciare la firma di un accordo con l’UCI, grazie al quale i modelli V4Rs (nella foto di apertura, ndr) e Y1Rs con livrea iridata, la stessa che Tadej Pogacar, campione del mondo su strada 2024, utilizzerà durante la stagione 2025, saranno messi in vendita.”

Come ben spiega il comunicato stampa, grazie ad un accordo raggiunto da Colnago con l’Unione Ciclistica Internazionale, presto sarà possibile acquistare presso i rivenditori autorizzati Colnago una V4Rs oppure una Y1Rs con la stessa livrea iridata presente sui modelli utilizzati in gara da Pogacar

Già vincenti

Andiamo a scoprire ciascun modello partendo dalla V4Rs WC24. Si tratta della bicicletta con la quale lo scorso anno l’asso sloveno ha fatto suo Il Lombardia per la terza volta consecutiva.

La livrea della V4Rs WC24 si presenta bianca, con le strisce iridate dell’UCI sulla forcella, sul tubo orizzontale e sul tubo sella. Ciò che rende speciale questa colorazione è l’utilizzo del logo vintage di Colnago, con le strisce del campione del mondo sullo sfondo. Questo nuovo design andrà a completare le combinazioni colori già presenti in gamma, cioè quella UAE Team Emirates-XRG (SDM4), quella UAE Team ADQ (WT24), RVBO, RVWO, RVLM, RVBU.

La livrea Y1Rs WC24 è simile a quella della V4Rs WC24. E‘ bianca con le strisce iridate UCI sul tubo orizzontale e sulla forcella, e il caratteristico logo vintage Colnago nella parte anteriore. Le opzioni di colore disponibili per questo modello, oltre alla livrea iridata, sono la versione UAE Team Emirates-XRG (SDM5) e la versione completamente bianca (YSWW).

Ricordiamo che, appena presentata, la nuova Y1Rs WC24 ha già vinto all’UAE Tour dove Pogacar ha trionfato nei due arrivi in salita di Jebel Jais e Jebel Hafeet.

Questa la Colnago Y1Rs in versione arcobaleno che sarà messa in vendita
Questa la Colnago Y1Rs in versione arcobaleno che sarà messa in vendita

Parla il CEO

Lasciamo la chiosa finale a Nicola Rosin, CEO di Colnago, che non ha mancato di evidenziare la soddisfazione e l’orgoglio della sua azienda nell’offrire a tutti gli appassionati la possibilità di poter pedalare su una Colnago “iridata”.

«Siamo incredibilmente orgogliosi della storia di successi di Colnago – dice – e questo è un altro modo per celebrare questa incredibile legacy. Il successo di Tadej Pogacar, che ci ha portato al nostro 28° titolo mondiale UCI, è l’ennesima testimonianza dell’eccellenza delle biciclette Colnago. Ora, anche gli appassionati possono provare la stessa bicicletta con i colori del Campione del Mondo».

Colnago

Zabel, il re di 4 Sanremo, fa le carte alle donne

25.02.2025
7 min
Salva

Dici Zabel e pensi alla Sanremo. Poi ci sono le sei maglie verdi consecutive del Tour e un totale di oltre 200 vittorie, ma la Sanremo resta il fiore all’occhiello (in apertura quella del 2001, su Cipollini e Vainsteins). Per quattro volte l’ha vinta e una l’ha persa, nel 2004, alzando le braccia troppo presto e spalancando la porta a Freire. Il tedesco di Unna, professionista dal 1993 al 2008, è oggi uno dei riferimenti di Canyon anche per quanto riguarda il team femminile di Kasia Niewiadoma, Soraya Paladin e Chiara Consonni. Per questo, alla vigilia della prima Milano-Sanremo donne, ci è venuto in mente di cercarlo per farci dare qualche ispirazione sulla Classicissima di primavera. Sarà per le donne quello che è dal 1907 per gli uomini?

Non è dato ancora sapere quale sia il percorso della gara. Si parla di 154 chilometri da Genova a Sanremo, con un circuito iniziale che porterà le ragazze già in fila sull’Aurelia, nel punto in cui termina la discesa del Turchino. Non una distanza da Sanremo, piuttosto in media con le altre classiche del calendario WorldTour: più breve del Fiandre che ne misura 163.

Che cosa era la Sanremo per Erik Zabel?

Ricordo ancora quando uscivi dal tunnel del Turchino. A volte ci entravi che a Milano faceva freddo e c’era nebbia, ma quando arrivavi al mare dopo quella galleria, sentivi come se davvero fosse arrivata la primavera. Fu amore a prima vista. Nel 1993, quando ero neopro’, feci la Tirreno. Ero in buona forma e la squadra (la Telekom, ndr) mi selezionò per la Sanremo. Arrivai 94°, ma me ne innamorai. Anche se per i primi quattro anni non riuscii a finire nella top 10, mi è sempre piaciuta.

Che cosa la rende così difficile da vincere?

E’ una miscela di distanza e altimetria, sono quasi 300 chilometri. Il finale è spaventoso. Diciamo che gli ultimi 50-60 chilometri sono sempre affascinanti. Ci sono tantissime cose che succedono sui Capi, sulla Cipressa e sul Poggio. Io non ero abbastanza forte per scappare sul Poggio, per cui cercavo di tenere la ruota dei più forti e passare in cima con i migliori dieci. Il mio obiettivo principale è sempre stato non perdere contatto, come per molti altri sprinter.

Una tattica che ha dato buoni frutti…

Ci sono sempre i finisseur e gli specialisti delle classiche che cercano di attaccare sul Poggio, come Pogacar. Penso che questo sia il fascino della Milano-Sanremo. E’ uno dei pochi Monumenti in cui ci sono diversi tipi di corridore che possono cercare di vincere. Vengono tutti insieme per questa gara. Ci sono tante tattiche diverse, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di mantenere le ruote.

Se la corsa sarà troppo breve, Lotte Kopecky diventerebbe secondo Zabel la favorita numero uno
Se la corsa sarà troppo breve, Lotte Kopecky diventerebbe secondo Zabel la favorita numero uno
Pensi che per le donne andrà alla stessa maniera oppure la distanza forse è insufficiente perché Capi, Cipressa e Poggio siano incisivi?

Penso che 150 chilometri siano una distanza già seria. Dall’altro lato, per gli uomini la Milano-Sanremo è la gara più lunga del calendario, per cui RCS dovrebbe fare qualcosa di simile e farne la gara più lunga del calendario femminile. In quel caso avremmo situazioni simili a quelle degli uomini. Ci sarebbero Kasia Niewiadoma o Demi Vollering, le specialiste dei Grandi Giri. Ma ci sarebbe Lotte Kopecky, che va bene in salita e potrebbe arrivare bene al finale. E poi ci sono tante atlete italiane che possono passare bene quelle salite. Penso che potrebbe diventare qualcosa di speciale. In una gara di 150 chilometri, penso che la migliore sarebbe Lotte Kopecky.

Le gare delle donne sono spesso imprevedibili. La Canyon//Sram ha Niewiadoma e Consonni. Daresti a entrambe le stesse occasioni?

E’ sempre buono avere diverse carte da giocare, per essere preparati agli scenari più vari. Se i Capi e la Cipressa saranno veloci e duri, avrai immediatamente una scelta e in quel caso la gara sarà più adatta per Kasia. Se c’è un po’ di vento di fronte sulla Cipressa, gli sprinter possono provare a tenere duro. A quel punto l’obiettivo principale saranno la discesa del Poggio e prendere posizione per via Roma. Come per gli uomini. Più difficili saranno le circostanze, più ci saranno gli uomini di classifica. Ad esempio come quando vinse Nibali…

Cosa ricordi?

Tutti erano molto stanchi al termine di una gara difficile. Vincenzo è stato il più forte e ha vinto con grande classe. Ma in altri anni c’era vento a favore oppure i favoriti si sono guardati troppo a lungo e gli sprinter sono rimasti con loro. E ovviamente se ti porti un velocista in via Roma, per lo scalatore non c’è speranza.

La vittoria di Nibali nella Sanremo del 2018 fu propiziata da una corsa molto dura
La vittoria di Nibali nella Sanremo del 2018 fu propiziata da una corsa molto dura
E’ importante avere un team forte per rendere la gara più difficile?

Abbiamo visto queste ultime due edizioni con il team di Tadej Pogacar. Hanno cercato di rendere la gara più difficile. Hanno preso il controllo. Sono state edizioni veloci, soprattutto l’ultima. Il gruppo è stato selezionato già sulla Cipressa: erano tanti davanti, ma tanti si sono staccati. Se una squadra controlla per 300 chilometri, non le restano gli uomini per rendere la corsa ancora più difficile nel finale. E se ci sono in giro campioni come Mathieu Van der Poel e Wout van Aert che non commettono errori, a volte riescono ad approfittarne, come la Alpecin lo scorso anno con Philipsen.

In una corsa tanto lunga, in cui non si possono sprecare energie, avere la squadra accanto può essere la chiave per il successo?

Se puoi proteggere il tuo leader e lo porti il più fresco possibile alla volata, allora hai fatto un ottimo lavoro. Sarebbe importantissimo avere un compagno accanto dopo il Poggio. Le ragazze non sono dei robot, sono meno controllabili degli uomini. Quindi puoi avere il giorno perfetto, ma anche un giorno storto, puoi sentirti super o non così bene. Stiamo parlando di esseri umani, ma nei miei occhi una delle atlete più importanti può essere, ad esempio, Soraya Paladin. Perché Soraya è in grado di diventare il regista in gruppo. Ha una visione perfetta della corsa e delle tattiche. Sa cosa fare. E’ importante avere qualcuno all’interno della squadra che sia consapevole della situazione e che possa prenderne il controllo.

La bicicletta per la Sanremo è speciale oppure ormai le bici sono relativamente standard?

Per la Sanremo serve una bici aero. Poi bisogna avere delle ruote ad alto profilo da 60 millimetri. Ruote molto veloci, con coperture da 28-30 mm, le gomme tubeless e una resistenza più bassa possibile. Bisogna avere la bicicletta più veloce possibile.

Soraya Paladin, qui al Trofeo Palma Femina 2025, è l’atleta che può guidare la Canyon//Sram alla Sanremo
Soraya Paladin, qui al Trofeo Palma Femina 2025, è l’atleta che può guidare la Canyon//Sram alla Sanremo
Qual è stata l’ultima volta che hai scalato la Cipressa o il Poggio?

Almeno dieci anni fa.

Tornerai alla Sanremo quest’anno?

No, non credo (ride, ndr). Penso di andare alla Strade Bianche e vedere il team in Toscana. La Milano-Sanremo è una gara meravigliosa da guardare in tv, però non è facile da seguire. I corridori sono molto veloci e per superarli a volte non basta l’autostrada. In più bisogna dirlo, fino agli ultimi 60 chilometri si vede meglio dal divano.

Pogacar e la Colnago Y1Rs, prove (ben riuscite) di intesa

24.02.2025
4 min
Salva

Dategli una bicicletta e indicategli l’arrivo, al resto Tadej Pogacar pensa da sé. Il campione del mondo ha divorato il UAE Tour in sella alla nuova Colnago Y1Rs, utilizzandola anche per vincere le tue tappe con l’arrivo in salita a Jabel Jais e a Jebel Hafeet. Non si tratta di scalate a doppia cifra su cui anche 100 grammi farebbero la differenza (figurarsi i 600 grammi che la dividono dalla V4Rs), ma parlando di salite su strade larghe e tendenzialmente veloci, l’impiego della nuova bicicletta aerodinamica ha prodotto i frutti sperati.

«Mi è servito un po’ di tempo per adattarmi alla Y1Rs – ha spiegato Pogacar a corsa conclusa – e devo dire che è una bicicletta fantastica. Ha un bell’aspetto ed è sia veloce che rigida. Posso dire con piacere di averla già usata per vincere la mia prima gara della stagione e penso che i nostri ragazzi più veloci se ne serviranno per vincere qualche sprint».

Pogacar ha sfruttato ottimamente la Colnago Y1Rs sulle salite pedalabili del UAE Tour
Pogacar ha sfruttato ottimamente la Colnago Y1Rs sulle salite pedalabili del UAE Tour

I mozzi argentati

Sulla Colnago di Pogacar facevano bella mostra di sé anche le nuove ruote ENVE SES 6.7, con un montaggio diverso da quelle utilizzate dai compagni nella corsa emiratina. La differenza salta facilmente agli occhi nella foto della tappa di Jabel Jais, in cui la Y1Rs l’ha utilizzata anche Jay Vine. I mozzi in uso all’australiano erano neri e non argentati come quelli del capitano, che li ha utilizzati anche per la ruota anteriore nella cronometro del secondo giorno.

Ci sarà da capire se si tratti di nuovi modelli o di una configurazione personalizzata, come avviene anche per guarnitura e freni. Il UAE Team Emirates ha per questo un contratto con Shimano, ma non è un mistero che in passato la squadra abbia utilizzato ugualmente componenti Carbon-Ti.

Pesante ma più veloce

La bicicletta attualmente in uso alla squadra pesa intorno ai 7,4 chili: 600 grammi più del minimo consentito, ma il vantaggio in termini di aerodinamica sarebbe tale da compensare il valore sulla bilancia. Gran parte delle migliorie riguarda la parte anteriore della bici, mentre la modifica di quello che un tempo avremmo chiamato piantone elimina una serie di turbolenze.

Gli studi aerodinamici effettuati da Colnago con la Khalifa University di Abu Dhabi e il Politecnico di Milano in modo specifico sulla sezione frontale della nuova bici (si parla dell’impiego di 70 sensori di pressione) hanno rilevato un risparmio aerodinamico del 19 per cento. Come dire che andare a 50 all’ora su una V4Rs costa 415 watt a fronte dei 395 della Y1Rs. Viste le qualità atletiche degli uomini in questione, l’utilizzo su salite veloci risulta piuttosto redditizio.

Il punto della “Longo”

Discorso ancora opposto per le donne, che sulle stesse salite del loro UAE Tour hanno utilizzato la bici più leggera, come ci ha confermato Elisa Longo Borghini, vincitrice di Jebel Afeet e della classifica finale.

«La nuova bicicletta è decisamente veloce – ci ha detto – e ed è anche molto leggera, non mi stupisce che i ragazzi l’abbiano usata per la tappa di Jebel Hafeet. Io per essere sicura ho usato il V4Rs perché è stata la bici che ho utilizzato di più nell’ultimo periodo e con cui ho fatto anche tutto il blocco di gennaio sul Teide. Però sono sicura che con una pratica maggiore avrei potuto utilizzare anche la Y1Rs. E’ sicuramente una bicicletta rigida, molto veloce e allo stesso tempo leggera. E se fai un buon bike fitting, è anche molto maneggevole in curva e si guida in modo molto reattivo».