Tadej Pogacar è ancora Campione del Mondo. L’impresa del fenomeno sloveno, che bissa il successo dell’anno precedente, ha ridefinito la leggenda del ciclismo su strada. In Rwanda, lo scorso 28 settembre, Pogacar ha conquistato il suo secondo titolo mondiale consecutivo. Lo ha fatto dominando la prova in linea. Una fuga solitaria, partita a oltre 100 chilometri dal traguardo, ha spazzato via la concorrenza…
Questo secondo trionfo iridato non celebra solo l’atleta. Sottolinea anche la qualità dell’abbigliamento tecnico indossato dallo sloveno: il body da gara PR.S 2.0 fornito da Alé. L’azienda italiana, partner della Federazione Ciclistica Slovena dal 2022, si conferma così un riferimento per quanto riguarda la produzione di divise per il ciclismo personalizzate ad altissime prestazioni grazie ad Alé Custom Lab.
Tadej Pogacar ha conquistato il suo secondo titolo mondiale indossando il body PR.S 2.0 di Alé CyclingTadej Pogacar ha conquistato il suo secondo titolo mondiale indossando il body PR.S 2.0 di Alé Cycling
La tecnologia aero del body PR.S 2.0
Il successo in una corsa così impegnativa come il Campionato del Mondo dipende da ogni minimo dettaglio. L’abbigliamento gioca un ruolo cruciale. Il body PR.S 2.0 di Alé è un concentrato di innovazione. È un capo studiato per massimizzare l’aerodinamicità e la performance.
Il design e la costruzione sono il risultato della filosofia Body Mapping. Questa tecnologia posiziona tessuti specifici in zone strategiche del corpo. L’obiettivo è ottimizzare ventilazione, traspirazione e supporto muscolare. Il body è estremamente leggero e aderente. Garantisce un effetto seconda pelle cruciale per la velocità. Tessuti di ultima generazione compongono il body da ciclismo. Sono stati scelti per la loro resistenza e capacità di gestione della temperatura corporea. L’attenzione ai dettagli è maniacale. Si vedono nelle maniche a taglio vivo e nelle soluzioni che riducono al minimo l’attrito con l’aria. L’apporto del design italiano è davvero evidente…
Alé Cycling offre una personalizzazione profonda dei propri capiIl servizio offerto di chiama Custom LabUn lavoro meticoloso che passa anche da una parte di sartorialità Alé Cycling offre una personalizzazione profonda dei propri capiIl servizio offerto di chiama Custom LabUn lavoro meticoloso che passa anche da una parte di sartorialità
Custom Lab: Come essere un pro’
La partnership tra Alé e la Nazionale slovena è una collaborazione che ha fornito divise personalizzate a fuoriclasse del calibro di Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Matej Mohoric. L’azienda non si limita a fornire capi d’abbigliamento standard, ma al contrario offre un servizio di abbigliamento personalizzato per team di altissimo livello.
Il progetto Custom Lab è curato nel dettaglio, dal design grafico ai test sui materiali. Questo approccio garantisce che ogni singolo atleta riceva un kit perfettamente adattato alle sue esigenze. Il logo Alé sulla divisa slovena simboleggia un sodalizio vincente. È il culmine di un lavoro che unisce tecnologia, sartorialità e una profonda conoscenza del mondo del ciclismo.
Alé Cycling, grazie al suo servizio Alé Custom Lab, rende accessibile questa tecnologia anche a club e team amatoriali. La stessa qualità e innovazione che hanno accompagnato Pogacar al titolo mondiale sono sempre disponibili per chiunque ricerchi il massimo della performance e della personalizzazione.
Se la UAE Emirates va alla Sanremo con una squadra di scalatori, dice Bartoli, è segno che vuole attaccare sulla Cipressa. E allora Pogacar può vincere
Meno di tre ore fa Vingegaard ha confermato la sua presenza al Giro. Il Tour resta centrale, ma il danese può così vincere la Tripla Corona prima di Pogacar
La lunghezza del mondiale e la sua durezza. Nei giorni di Kigali si è fatto un gran parlare del fatto che soltanto trenta corridori avessero finito la corsa: dove sta lo spettacolo? I 267,5 chilometri a 1.600 metri di quota e per giunta all’Equatore erano probabilmente troppi. Avrebbero potuto tirare via una cinquantina di chilometri e il risultato non sarebbe cambiato: Pogacar campione del mondo. Condivisibile o meno, probabilmente l’assunto è giusto. Va fatto notare, che se l’organizzazione non avesse fermato gli atleti staccati, al traguardo ne sarebbero arrivati di più. Ma cambia poco.
La controprova si è avuta ieri ai campionati europei in Drome et Ardeche. Corsa di 202,5 chilometri: lo stesso vincitore e appena 17 corridori all’arrivo. Considerando che Pogacar è rimasto da solo a 77 chilometri dall’arrivo, vogliamo dire che sarebbe bastato un percorso di 125 chilometri? Questa è chiaramente una provocazione, ma ci permette di fare una premessa edue osservazioni in materia di calendario e di eccezionalità di questa fase storica.
La grande selezione dei mondiali di Kigali sarebbe stata identica anche con 50 chilometri in meno? Probabilmente sìLa grande selezione dei mondiali di Kigali sarebbe stata identica anche con 50 chilometri in meno? Probabilmente sì
Il mondiale ad agosto
La premessa: non cadiamo nell’errore di parametrare tutto sull’anomalia di Pogacar. Tadej vincerebbe anche se le gare avessero un chilometraggio minore, per tutti gli altri c’è una bella differenza fra 200 e 250 chilometri. Detto questo, se serve per rendere il ciclismo più spettacolare, lasciando i Monumenti alle distanze originali, nulla vieta di ragionare su durata e lunghezza. Flanders Classics si è unita a Cycling Unlimited e ha preso in mano l’organizzazione del Giro di Svizzera. Hanno ridotto i giorni di gara, equiparando quelli degli uomini a quelli delle donne: lo spettacolo non cambierà. Un errore? Proviamo e poi valutiamo.
Il calendario. Se il mondiale è davvero una corsa importante, è tempo di riportarlo ad agosto, com’era fino al 1994. C’erano i corridori che uscivano bene dal Tour e quelli che si erano preparati dopo il Giro. Era un ciclismo meno veloce dell’attuale e a maggior ragione prevedere ancora il mondiale a fine settembre, con corridori spremuti come limoni dall’intera stagione e dalla Vuelta, è fare un torto alla gara più rappresentativa dell’UCI. Nessuno dei corridori della Vuelta ha fatto bene a Kigali, ad eccezione di Ciccone.
Altra annotazione sul calendario è che troviamo sciocco aver ravvicinato così tanto i mondiali e gli europei, proponendo per giunta percorsi pressoché identici. Lo hanno fatto notare sia Pogacar sia Evenepoel, ci meravigliamo che non lo capiscano i padroni del ciclismo, nonostante lo sfoggio di scienza con cui modificano ogni cosa senza chiedere riscontri. Ma questo non avviene per caso e ci porta alla seconda considerazione sull’eccezionalità di questa fase storica.
Evenepoel campione europeo della crono dopo aver vinto il mondiale: questa maglia nel 2026 non la vedrà nessunoEvenepoel campione europeo della crono dopo aver vinto il mondiale: questa maglia nel 2026 non la vedrà nessuno
Pogacar, la testa e le gambe
Tutti vogliono Pogacar in fuga. E’ come avere la possibilità di scritturare il cantante più in voga e puntare sempre e soltanto su quello che vende più dischi. Chiaramente gli sponsor sono più contenti di… vestire una sua vittoria, piuttosto che quella di un velocista. Eppure è anche un fatto di opportunità. Sapevano tutti che in caso di vittoria dello sloveno il prossimo anno non avremmo visto la maglia di campione europeo sulle strade del mondo, come accadrà con quella di campione della crono conquistata da Evenepoel. Evidentemente il ritorno della vittoria di ieri copre anche il prezzo della scomparsa del simbolo.
Il periodo è eccezionale perché tolto Pogacar, le corse avrebbero uno sviluppo ben più normale. Il gruppetto uscito compatto dal Mount Kigali sarebbe entrato nel circuito finale del mondiale e si sarebbe giocato la corsa con altri equilibri. Ma qui non stiamo dicendo che non vogliamo Pogacar in azione, semplicemente sarebbe interessante se gli rendessero la vita meno facile. Che noia erano i Tour de France con le crono da 60 chilometri per favorire Indurain? Se gli organizzatori lavorassero per amore del ciclismo e dello spettacolo, disegnerebbero percorsi aperti a più soluzioni, dimostrando anche un rispetto superiore per il resto del gruppo. Per i corridori africani in Rwanda, ad esempio. Per il resto del gruppo agli europei. Pogacar vincerebbe lo stesso, però magari per farlo dovrebbe usare anche la tattica e non dovrebbe accontentarsi solo delle gambe.
Meno di tre ore fa Vingegaard ha confermato la sua presenza al Giro. Il Tour resta centrale, ma il danese può così vincere la Tripla Corona prima di Pogacar
Stavolta di chilometri ne mancavano 75. Ormai bisogna contare questi dati per sorprendersi ancora, almeno un po’, quando si parla di Tadej Pogacar. Lo sloveno però non voleva – come a Kigali del resto – restare da solo tanto presto. Semplicemente e giustamente voleva togliersi di mezzo da una situazione tattica a dir poco fastidiosa con cinque belgi.
Il problema per Pogacar è che Remco Evenepoel ha retto la sua ruota per circa un minuto, poi si è spostato nel vero senso della parola, prima di esplodere del tutto. E forse questa è stata la decisione più giusta di giornata, quella che ha tenuto un filo di suspense per questo campionato europeo.
Momento decisivo della corsa: 75 km all’arrivo, troppi belgi per Pogacar che decide di attaccareMomento decisivo della corsa: 75 km all’arrivo, troppi belgi per Pogacar che decide di attaccare
Difendersi attaccando
E così dopo il mondiale, Tadej Pogacar conquista anche il Campionato Europeo. Una maglia che, a parte la foto di apertura, non vedremo mai di fatto. Completano il podio appunto Remco e uno stratosferico ragazzino di 19 anni, Paul Seixas, beniamino di casa. Sarebbe stato bello che sul podio ci fosse un gradino in più. La medaglia di legno è andata a Christian Scaroni. L’azzurro è stato bravissimo, generoso, coraggioso… ma contro questi mammasantissimi cosa vuoi fare? E sì che ne ha anche staccato uno, Juan Ayuso.
«Sapevamo – ha raccontato Pogacar – che la gara sarebbe stata molto difficile dal terzo giro con la salita lunga in poi, ma il Belgio ha attaccato dal secondo e ho iniziato a perdere compagni di squadra. Al terzo giro, appunto, mi sono accorto di essere solo, mentre i belgi erano in quattro o cinque (a tratti anche in sei vista la generosità dello slovacco Martin Svrcek, compagno di club di Evenepoel, ndr). Così mi sono detto che era meglio attaccare io piuttosto che avere troppi avversari che avrebbero potuto mettermi in mezzo».
L’arrivo di Pogacar, cannibale dell’era moderna. La Slovenia, che lo ha scortato bene nella prima metà della gara, lo attendeva dopo la lineaaL’arrivo di Pogacar, cannibale dell’era moderna. La Slovenia, che lo ha scortato bene nella prima metà della gara, lo attendeva dopo la lineaa
Tadej il ragioniere
A quel punto è iniziata la sua lunga cronometro. Quasi due ore da solo faccia al vento. Non solo, ma per quasi 30 chilometri Pogacar aveva solo due rifornimenti fissi, quello dei box e quello in cima allo strappo, in quanto l’ammiraglia non era stata fatta passare.
«Mi sono trovato davanti – ha ripreso Tadej – e ho cercato di mantenere il mio vantaggio intorno al minuto perché sapevo che il distacco era buono. Non ritengo di aver dominato totalmente la gara perché Evenepoel era molto forte e mi inseguiva sempre. Non ho potuto mollare fino al traguardo e sono stato costretto a dare il massimo. Sono contento di aver conquistato un altro titolo».
Come ormai ci ha abituato a fare dal mondiale dell’anno scorso, quando si trova in queste situazioni Pogacar cerca di costruirsi un margine di sicurezza e poi si attesta su quel distacco, in modalità “velocità crociera”. Centellina energie e controlla. Alla fine in questo modo non è mai a rischio di saltare. E ci riesce molto bene anche senza radioline.
Non solo, ma modula la velocità anche in base a chi segue. Lo stesso Pogacar ha detto che, una volta saputo che ad inseguirlo era Remco da solo, ha aumentato un po’. Quel po’ che ha fatto sì che il belga non recuperasse troppo e restasse attorno al minuto o poco più.
«Ogni volta – ha concluso il neo campione europeo – voglio dare il massimo e acquisire esperienza provando gare diverse. Sono fortunato a vincere tutte queste corse e devo sfruttare al meglio tutto ciò finché posso». Ormai questo senso di consapevolezza che più su non può andare lo ripete ogni volta.
Bellissima l’Ardeche, nel Sud Ovest della Francia. In basso si nota il gruppo: dei 97 partenti solo 17 hanno concluso la provaIl triello tanto atteso si spento a poco più di 100 km dall’arrivo quando Vingegaard si è staccatoIl podio degli europei elite 2025: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel, 3° Paul SeixasMarco Frigo è stato l’unico attaccante della prima ora a tagliare il traguardo. E’ giunto 9° Bellissima l’Ardeche, nel Sud Ovest della Francia. In basso si nota il gruppo: dei 97 partenti solo 17 hanno concluso la provaIl triello tanto atteso si spento a poco più di 100 km dall’arrivo quando Vingegaard si è staccatoIl podio degli europei elite 2025: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel, 3° Paul SeixasMarco Frigo è stato l’unico attaccante della prima ora a tagliare il traguardo. E’ giunto 9°
Lo strano tris di Evenepoel
Ancora secondo, come sette giorni fa. Quasi una gara “copia e incolla”, anche se non è stato affatto così. «E’ stata una delle prime volte in cui sono riuscito a rispondere all’attacco di Pogacar – ha spiegato Evenepoel – ma è durato un po’ troppo a lungo per me. Ho dovuto mollare la presa sull’ultimo tratto ripido prima di riprendermi dallo sforzo. Sono poi riuscito a trovare un buon ritmo. In cima, il distacco era di soli 30”, quindi non eravamo stati completamente spazzati via. Purtroppo, la collaborazione nel nostro gruppetto non è stata ottimale».
E ancora Remco: «Serge Pauwels dall’ammiraglia è venuto a dirmi che dovevo attaccare, che potevo guadagnare qualcosa, ma il distacco è rimasto complessivamente lo stesso. Pogacar ha meritato la vittoria e io ho fatto la mia gara. Nel complesso, sono contento di aver resistito bene e di essere riuscito a mettergli un po’ di pressione. Ho lottato bene, è il posto che meritavo. Mi spiace solo che nelle gare dei titoli quest’anno sia finito sempre secondo: europei, mondiali e campionato nazionale».
Christian Scaroni è arrivato quarto, ma è stato assoluto protagonista dell’europeo. Impegno massimo per il brescianoChristian Scaroni è arrivato quarto, ma è stato assoluto protagonista dell’europeo. Impegno massimo per il bresciano
Applausi a Scaroni
Ma in questa giornata francese il giusto spazio lo deve avere Christian Scaroni. L’azzurro è stato bravissimo. Ha mostrato gambe e coraggio. Gli è mancato davvero poco per un bronzo che sarebbe stato tanto, tanto per la sua stagione e anche per la sua carriera, che comunque è in piena luce.
«Mi hanno tolto diversi anni di vita – ci racconta scherzando Scaroni – penso che passerò un po’ di giorni a letto!». E in effetti glielo abbiamo fatto notare: dalla tv si vedeva quanto fosse impegnato nel gesto della pedalata per seguire Ayuso, Seixas e soprattutto Evenepoel. Questo vuol dire che ce ne metti più degli altri e che non ti spaventi di fronte a chi ne ha più di te. Davide contro Golia, per questo va applaudito.
«Mi è scappato Seixas proprio nel finale, su quel falsopiano dopo la Cote de Val d’Enfer. Ma proprio non ne avevo più. Paul ha dato una botta secca, violenta. Ho perso quei dieci metri, un po’ di vento e non ho più chiuso. Da questo punto di vista non posso proprio rammaricarmi di niente. Certo, dispiace per il podio. E dire che quando si era staccato Ayuso avevo iniziato a crederci per davvero, ma l’altro aveva una buonissima gamba. E dalla sua, questo talentuosissimo ragazzino, aveva anche il tifo. Un pubblico pazzesco per lui… com’era normale che fosse, visto che eravamo in Francia».
Quello che diceva Scaroni in una foto. Su ogni strappo e ad ogni sua tirata, Remco allungava il quartetto e tirando il collo a tutti. Non certo la mossa ideale per creare collaborazioneQuello che diceva Scaroni in una foto. Su ogni strappo e ad ogni sua tirata, Remco allungava il quartetto e tirando il collo a tutti. Non certo la mossa ideale per creare collaborazione
I nervi di Remco
Con “Scaro” si continua a parlare del suo sforzo e di come fosse impressionante vedere Remco in pianura filare stabile e quasi pacato, mentre gli altri dietro “sventolassero” alla sua ruota, come si dice in gergo. «Vero – spiega il bresciano – Remco è devastante in pianura. Magari da fuori non ci si rende conto di quanto va forte. Però magari non ne capisce troppo di certe cose, di tattiche. Si arrabbiava con noi perché tiravamo poco. Ci richiamava, parlava. Ma dico: se sugli strappi acceleri e ci metti in croce, se in pianura vai il doppio cosa chiedi i cambi? E soprattutto non puoi pretendere che andiamo come te… vista quanta ne hai. Vi dico: è stato un bene quando se n’è andato. Almeno noi tre abbiamo potuto collaborare e prendere il nostro passo».
Un altro pregio della corsa odierna di Scaroni è l’aver tenuto il punto, quando la scorsa settimana per un po’ sembrava dovesse partire al volo per il Rwanda in sostituzione di Pellizzari. Christian aveva impostato un programma, ci credeva, e ha detto di no. Aveva le idee chiare. «Sapevo che il percorso era adatto alle mie caratteristiche. Lo avevo già fatto a febbraio, quando quel giorno ci fecero sbagliare strada alla rotatoria. Conoscevo bene sia la salita lunga che lo strappo. Con il cittì Marco Villa se ne era iniziato a parlare già a giugno di questo europeo. Ho solo tremato un po’ la scorsa settimana quando ho avuto un po’ d’influenza, ma essendo la condizione buona tutto è andato bene.
Ora Scaroni cercherà di sfruttare la gamba per queste ultime gare. «Dal Gran Piemonte le farò tutte fino alla Veneto Classic. Sto bene, speriamo di divertirci».
Ci siamo, è il giorno dei giorni. Gli europei francesi vedono al via un bel gruppo di corridori in condizione, ma soprattutto i tre più attesi. Vingegaard, che non corre con la nazionale dal 2018. Pogacar, che arriva dall’impresa dei mondiali e sfoggerà la fresca maglia iridata. Evenepoel, che ha già ribadito la sua condizione vincendo la crono e magari vorrà rifarsi dello smacco di Kigali.
Attorno alla loro voglia di soffrire a fine stagione e dare spettacolo ruoterà la riuscita di un campionato europeo che raramente ha avuto al via così tanti nomi di grido e in condizione. Lo hanno fatto rilevare anche loro nella conferenza stampa di vigilia.
Vingegaard non ha mai corso una gara di campionato da quando è professionistaVingegaard non ha mai corso una gara di campionato da quando è professionista
Jonas e le classiche
Vingegaard parteciperà oggi alla prima gara di campionato dall’inizio della sua carriera professionistica. Il solo mondiale in precedenza fu quello di Innsbruck 2018 da under 23, che chiuse al 63° posto. L’ultima classica che ha concluso fu il Lombardia del 2022, in cui arrivò sedicesimo.
«Ho deciso di correre gli europei – ha detto Vingegaard, vincitore della Vuelta – perché è un buon momento per riprovarci. Altrimenti, la mia stagione sarebbe comunque finita. Ho sempre detto che mi piacerebbe fare più corse di un giorno, ma non ho mai trovato la ricetta per ottenere buoni risultati. Se dovesse andare bene, potrei dare più spazio alle corse con la nazionale (i prossimi due mondiali saranno ugualmente molto duri, ndr), perché si inseriscono meglio nel mio programma annuale rispetto, ad esempio, alla Liegi-Bastogne-Liegi. I mondiali e gli europei sono a fine anno, quindi potrei fare la mia preparazione per il Tour e alla fine pensare alla nazionale. Questo è un percorso che mi si addice, ma non sono sicuro della mia forma dopo un’estate con due Grandi Giri. Pogacar che dice che non parteciperei se non fossi in forma? Se sapessi che verrei staccato per primo, non lo farei. Quindi non succederà. Ma se non sono in forma per competere e vincere, voglio aiutare Skjelmose».
Gli europei avranno uno sviluppo diverso rispetto ai mondiali: secondo Pogacar sarà difficile andare via da tanto lontanoGli europei avranno uno sviluppo diverso rispetto ai mondiali: secondo Pogacar sarà difficile andare via da tanto lontano
Tadej e i calendari
Fasciato della seconda maglia iridata, Pogacar vive con leggerezza il momento. Ha provato il percorso con Urska Zigart, la sua compagna che ieri ha chiuso all’undicesimo posto nella gara vinta da Demi Vollering. Lo sloveno ha ammesso più volte che se potesse correre tutte le gare cui partecipa anche lei, sarebbe molto contento. E’ consapevole delle attese, ma ormai c’è abituato e ci scherza.
«Mi sento abbastanza bene – ha detto Tadej – anche dopo il lungo viaggio di ritorno dal Rwanda e poi fino a qui. Le salite sono davvero dure, ma più brevi, quindi sarà una corsa più esplosiva, molto incalzante. Ci saranno più corridori in lotta per la vittoria, anche perché la gara è più corta di 70 chilometri, quindi richiederà un diverso stile di corsa. Per vincere da soli, bisognerà davvero volare, avere una potenza enorme. Non credo che succederà, ma vedremo: mai dire di no. Ovviamente l’europeo non è l’obiettivo principale della stagione o della carriera. Non è un bene che si corra negli stessi giorni del Giro d’Emilia (vinto ieri dal suo compagno Del Toro, ndr), perché alcuni corridori hanno dovuto scegliere tra correre per la squadra o per la nazionale… La perfezione non esiste, ma se me lo chiedessero, cambierei molte cose nel calendario ciclistico. Intanto però siamo qui. Spero che la gente sia contenta che siamo qui tanti e così forti. Non parlo solo di Remco e Jonas (Evenepoel e Vingegaard, dr), molti corridori sono in ottima forma! Sarà una grande giornata di ciclismo».
La Val d’Enfer ricorda davvero la Redoute: Evenepoel è già arrivato secondo agli europei del 2021. Ora vuole vincereLa Val d’Enfer ricorda davvero la Redoute: Evenepoel è già arrivato secondo agli europei del 2021. Ora vuole vincere
Remco e la Redoute
E poi c’è Evenepoel. Nella crono ha piegato Ganna, imponendogli un distacco ben più pesante di quando fossimo abituati a subire negli ultimi anni. Questo ha fatto capire che il belga è in grande condizione. Al pari di quanto è accaduto in Africa, ci sarà da vedere se basterà per contrastare Pogacar.
«Il fatto che io sia qui – ha detto Evenepoel – ha sicuramente a che fare con la natura del percorso. Tuttavia, penso che quest’anno stiamo esagerando un po’. Sarebbe meglio se i mondiali e gli europei si completassero a vicenda. Uno per gli scalatori o gli attaccanti, uno per i velocisti. Sarà dura, molto dura. Dal momento in cui si arriva al circuito, la corsa diventa difficile. Tre volte la salita lunga di Saint Romain des Lerps, poi sei volte la Val d’Enfer: per me è più duro del Rwanda. Se sommi la lunghezza delle tre salite, arrivi a un vero passo di montagna, seguito da sei volte la Val d’Enfer. Non credo che ci sarà molta esplosività nelle gambe su quell’ultima salita. La Val d’Enfer mi ricorda La Redoute, ma con un fondo peggiore. Mi ispira. Mi aspetto che le cose si muovano solo sull’ultima salita, che è quella lunga. Non credo che il percorso si presti a un attacco da lontano, è più probabile un corpo a corpo nell’ultimo giro».
Ci sono tutti gli ingredienti per una super domenica sul divano, il giusto antipasto per Il Lombardia che bussa alle porte. L’Equipe scrive scherzando che in Drome e Ardeche, la regione in cui si corrono questi europei, non passa un treno passeggeri dal 1973. Ma quello che passerà oggi sarà certo indimenticabile.
Le vittorie firmate Prologo al Giro sono state numerose, oltre a quelle di Vingegaard (poi maglia rosa a Roma) si sono distinti tanti altri atleti del brand
Si apre la Grand Depart di Firenze e parlano Pogacar e Vingegaard. Il primo rivela di aver avuto il Covid, il secondo sottolinea che non si sono mai sentiti
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Ancora alla vigilia del mondiale di Kigali in diversi si erano interrogati su come fosse possibile, su un tracciato così selettivo, con oltre 5.000 metri di dislivello, battere Tadej Pogacar. E in effetti il fenomeno sloveno non ha lasciato spazio ad interpretazioni, facendo la differenza già a 105 chilometri dal traguardo. Cioè ancora prima del 2024, quando era scattato a 101 dall’arrivo, cosa che già pareva oltre il limite dell’immaginabile.
Ma come si disegna il tracciato della corsa più importante dell’anno? Come si trova il giusto equilibrio tra selettività e spettacolo? L’abbiamo chiesto a Davide Cassani che, oltre ad essere stato cittì della Nazionale italiana, è stato anche in prima linea nell’organizzazione (fulminea) del mondiale del 2020.
Davide Cassani, ex cittì della Nazionale, è stato in prima linea nel disegnare il percorso del mondiale di Imola del 2020Davide Cassani, ex cittì della Nazionale, è stato in prima linea nel disegnare il percorso del mondiale di Imola del 2020
Davide, come ti è sembrato il percorso del mondiale in Rwanda? Molti hanno detto che fosse troppo duro.
Mi sembra che fosse sì, certamente duro e impegnativo, ma credo che ogni tanto un percorso duro ci voglia, perché premia i corridori più forti. Anche perché è vero che al traguardo sono arrivati in pochi, ma è anche perché li hanno fermati giro dopo giro.
Quindi duro sì, ma non troppo?
Forse sì e forse no. I mondiali di solito, negli ultimi anni o decenni, si decidevano quasi sempre nell’ultimo giro. E’ da quando sono arrivati questi corridori che esplode prima. L’anno scorso è stato reso durissimo perché i corridori hanno attaccato a 100 dall’arrivo. Per dire che tante volte sono i corridori a rendere duro un percorso. Per fare un esempio, se ci fosse stato un Pogacar ad Imola, forse la gara si sarebbe decisa ad 80 chilometri dall’arrivo, e non all’ultimo giro.
L’attacco decisivo di Alaphilippe nel 2020, in un tracciato selettivo ma equilibratoL’attacco decisivo di Alaphilippe nel 2020, in un tracciato selettivo ma euilibrato
Parliamo appunto del mondiale di Imola 2020. Come avete disegnato il percorso?
Sai, quella era una situazione particolare. Abbiamo dovuto organizzare tutto in meno di un mese. Io avevo in mente il percorso del mondiale del ‘68, poi L’UCI ci ha chiesto di adeguarlo all’altimetria del percorso svizzero già in programma e allora l’abbiamo modificato.
E come avete fatto?
Abbiamo aggiunto due salite, quella di Mazzolano e la Gallisterna. Io sono quello che ha avuto l’idea e l’ho proposta alla Regione, poi sono loro che assieme agli organizzatori l’hanno portata avanti.
Che gli ultimi mondiali siano stati tra i più duri della storia lo conferma il numero degli atleti arrivati al traguardo, soltanto 30 su 165 partentiChe gli ultimi mondiali siano stati tra i più duri della storia lo conferma il numero degli atleti arrivati al traguardo, soltanto 30 su 165 partenti
Un’idea che sembra aver funzionato…
Devo dire che la Regione è stata perfetta. L’asfalto è stato sistemato subito, per esempio, e gli organizzatori sono stati eccezionali, certo anche facilitati dall’arrivo dell’autodromo, che ha reso tutto più semplice. Ma anche quello faceva parte del nostro progetto. Non a caso, credo, dall’UCI poi sono arrivati i complimenti per l’abilità di mettere in piedi un mondiale in così poco tempo.
A proposito di tempo, a parte la vostra esperienza, gli organizzatori quanto prima devono pensare al tracciato? Possono costruirlo già in base ai corridori o si inizia troppo presto?
La mia unica esperienza è quella di Imola, cioè di qualcosa fatta in un mese o anche meno. Secondo me, sia nella mia esperienza da corridore che da cittì, il comitato organizzatore propone e poi l’UCI manda i propri tecnici a vedere se funziona. Anche quando correvo, i mondiali me li trovavo così, di volta in volta, senza una grande programmazione a monte.
Il podio del mondiale del 2023, uno dei più belli degli ultimi anni: corridori da classiche che si sono sfidati con corridori da grandi giriIl podio del mondiale del 2023, uno dei più belli degli ultimi anni: corridori da classiche che si sono sfidati con corridori da grandi giri
Torniamo al presente. Se potessi decidere oggi il tracciato migliore del prossimo mondiale, come lo disegneresti?
Farei un percorso abbastanza impegnativo, ma non troppo. In modo da avere tutti i più grandi campioni a giocarselo. Lo farei un po’ meno duro di quello di quest’anno, per invogliare tutti i corridori più forti del panorama a venire a darsi battaglia per in una gara così importante. Evitando, per esempio, di non avere gente come Van der Poel o Van Aert, come è successo quest’anno.
Il percorso che più ti è rimasto nel cuore, tra quelli vissuti sia da corridore che da cittì?
Bella domanda. Forse, alla fine, quello di Varese. Mi sembra sia stato molto interessante perché era duro, ma non durissimo. Con due salite sì impegnative, ma non impossibili, che hanno lasciato comunque aperta la corsa. Poi certo, lì abbiamo avuto anche un gran bel finale.
Anche Pogacar si era fatto vedere al mondiale di Imola, ma alla fine arrivò 33° dopo 120 km di fugaTutt’altra cosa invece il risultato degli ultimi due anni: due vittorie con azioni da lontanissimoAnche Pogacar si era fatto vedere al mondiale di Imola, ma alla fine arrivò 33° dopo 120 km di fugaTutt’altra cosa invece il risultato degli ultimi due anni: due vittorie con azioni da lontanissimo
Davide, ultima domanda. Come vedi il tracciato dell’anno prossimo, più o meno aperto di quello del 2025?
Se ho capito bene dovrebbe rispecchiare abbastanza il GP di Montreal. Quindi un percorso non durissimo, ma comunque impegnativo, che Pogacar ha già vinto più volte e che quest’anno ha regalato ad un compagno di squadra. Quindi in teoria dovrebbe essere più abbordabile anche per corridori da classiche ed essere più aperto. Ma se Pogacar rimarrà a questo livello batterlo sarà comunque dura, durissima, per chiunque altro.
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4Endurance non è un semplice negozio online, ma anche un marchio di nutrizione sportiva nato dall’esperienza diretta degli atleti. Questa realtà slovena, specializzata nella vendita di integratori per il ciclismo e gli sport di endurance, sta rapidamente guadagnando visibilità e credibilità a livello internazionale.
La partnership consolidata con la Federazione Ciclistica Slovena (KZS) ne è la prova. Anche quest’anno, 4Endurance ha difatti rivestito il ruolo di partner e fornitore tecnico ufficiale delle nazionali slovene. Una visibilità amplificata enormemente dal bis iridato di Tadej Pogacar ai recenti Campionati del Mondo di Kigali, in Rwanda, che ha proiettato il brand sotto i riflettori globali, confermando la qualità dei prodotti utilizzati dagli atleti elite.
4Endurance ha affiancato gli atleti della nazionale slovena durante gli ultimi mondiali in Rwanda 4Endurance ha affiancato gli atleti della nazionale slovena durante gli ultimi mondiali in Rwanda
Qualità e convenienza: “Fuel for Everyone!”
Ma chi si cela dietro il nome 4Endurance? Semplice, un team di atleti dedicati agli atleti. Il loro percorso nel settore della nutrizione sportiva affonda le radici in anni di competizioni e allenamenti intensi. Il team conosce profondamente l’importanza di un recupero efficace e di nutrienti di alta qualità per superare i propri limiti. Questa consapevolezza si traduce in una missione chiara: aiutare ogni singolo sportivo a realizzare il proprio potenziale atletico. Ogni prodotto nasce da questa profonda comprensione e dall’esperienza sul campo.
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Il marchio persegue una filosofia semplice ma potente: nutrizione di alta qualità a prezzi realmente convenienti, basandosi sulla convinzione che lo sport di alto livello non debba essere un lusso. Il segreto di questa accessibilità è un’efficiente produzione interna. Controllare direttamente il processo produttivo permette difatti a 4Endurance di bilanciare la qualità con l’economicità.
Questo approccio garantisce prodotti che supportano al meglio gli obiettivi di resistenza, mantenendo l’alimentazione sportiva di qualità uno standard e non un’eccezione per l’atleta. Il loro mantra è esplicito e inclusivo: “Fuel for Everyone!”
I prodotti 4Endurance sono in costante evoluzione. Questo processo di miglioramento continuo è guidato dal feedback reale di una rete di atleti, nutrizionisti, allenatori e professionisti. Tale approccio collaborativo assicura che gli integratori non siano solo formulati in modo ottimale ed efficaci, ma anche gustosi e facili da consumare durante l’attività fisica.
L’impegno del brand va oltre la vendita. 4Endurance attribuisce grande valore all’educazione. L’azienda si impegna a fornire costantemente le ultime ricerche, tendenze e approfondimenti nel campo della nutrizione, dell’allenamento e degli sport di resistenza. Collaborando con i massimi esperti del settore, il brand offre contenuti che informano e guidano gli atleti a prendere decisioni consapevoli. Per 4Endurance, la conoscenza è potere, ed è essenziale per scegliere le strategie e i prodotti giusti.
4Endurance, marchio sloveno, ha una partnership consolidata con la Federazione Ciclistica Slovena Slovenia4Endurance, marchio sloveno, ha una partnership consolidata con la Federazione Ciclistica Slovena Slovenia
Lo shop e la comunità endurance
4Endurance si configura dunque come qualcosa di più di un e-commerce di integratori. È una vera e propria comunità dinamica che aggrega atleti, allenatori, nutrizionisti e medici. L’obiettivo comune è elevare l’intero settore degli sport di resistenza. Il brand è attivo in numerose iniziative, come l’organizzazione di una delle più grandi leghe Zwift a livello globale e la collaborazione con numerosi club e organizzazioni sportive in Europa. Inoltre, vengono regolarmente organizzati eventi dal vivo. Queste attività non solo rafforzano i legami all’interno della community, ma aggiungono anche un importante aspetto ludico e sociale al viaggio di endurance di ogni ciclista.
4Endurance si rivela come un partner ideale per chi cerca integratori per la resistenza che combinino l’eccellenza garantita dall’uso professionale con un prezzo accessibile, il tutto supportato da una community forte e attenta all’educazione dell’atleta.
Siamo ancora in piena sbornia post mondiali, con le immagini di Kigali che scorrono fresche nella memoria, eppure è già tempo di voltare pagina. Dall’1 al 5 ottobre la scena si sposta in Francia, tra Drôme e Ardèche, per i campionati europei 2025. Un appuntamento che arriva quasi senza respiro, ma che porta con sé fascino, storia e la voglia di indossare quella maglia bianco-blu stellata che negli ultimi anni ha acquisito sempre più prestigio.
Il percorso degli élite, uomini ma anche donne, sarà al centro dell’attenzione, perché dopo i Mondiali si avverte aria di grande rivincite. Remco su Pogacar, le big donne sulle outsider. In tutto ciò la Francia si prepara a offrire un palcoscenico che fa fregare le mani, grazie a tracciati sì selettivi ma non impossibili e che pertanto dovrebbero essere più aperti.
Europei a crono di livello stellare (qui Ganna). Tutti le gare misureranno 24 km, ad esclusione della prova juniores femminile che sarà di 12 kmEuropei a crono di livello stellare (qui Ganna). Tutti le gare misureranno 24 km, ad esclusione della prova juniores femminile che sarà di 12 km
Prima le crono
Il menu degli Europei sarà ricco e distribuito in cinque giornate. Si parte domani con le cronometro, che vedranno impegnate tutte le categorie: dalle juniores donne fino agli élite uomini. Le prove contro il tempo saranno il primo banco di prova, anche perché in Francia il tracciato offrirà difficoltà tecniche interessanti, con tratti vallonati che non favoriranno solo i passisti puri e un finale molto tosto.
In totale saranno assegnati 14 titoli tra cronometro e gare in linea e mix relay, uno in più rispetto ai mondiali. Ci sarà infatti anche la staffetta mista juniores.
Le prove contro il tempo hanno un parterre ricco forse come non mai. Al via tutti i top rider, da Remco Evenepoel fresco di maglia iridata, fino a Filippo Ganna, passando per Kung e Tarling, Almeida, Armirail… Un livello pazzesco.
Il profilo della prova in linea maschile: 202,5 kmQuello della gara elite femminile: 116 km…Infine lo strappo che dovrebbe essere decisivo: Cote du Val d’Enfer (1,7 km al 9,3%)Il profilo della prova in linea maschile: 202,5 kmQuello della gara elite femminile: 116 km…Infine lo strappo che dovrebbe essere decisivo: Cote du Val d’Enfer (1,7 km al 9,3%)
Percorsi più aperti
Il culmine degli Europei sarà ovviamente la prova élite maschile. Il percorso misura 202,5 chilometri e presenta oltre 3.300 metri di dislivello. Si tratta di un tracciato misto, ben più equilibrato rispetto a quello di Kigali. Un tracciato che unisce durezza e scorrevolezza: salite brevi e ripetute, tipiche del paesaggio dell’Ardèche. Un profilo così potrebbero tagliare le gambe agli scattisti, ma non far scappare gli scalatori. Il profilo ricorda molto quello di una Liegi-Bastogne-Liegi. O, perché no, di una Clasica de San Sebastian. I numeri sono molto, molto simili alla classica basca. Secondo altri, invece, questo percorso ricorda molto le prime frazioni dell’ultimo Delfinato.
La gara femminile, élite chiaramente, non è invece durissima: 116 chilometri e poco più di 1.500 metri di dislivello. Se si pensa, insomma, alla nostra Elisa Longo Borghini, la sfida potrebbe essere sin troppo aperta. Per loro, rispetto agli uomini, lo strappo di Val d’Enfer sarà da affrontare solo due volte nel finale.
In entrambe le categorie, la gestione tattica sarà cruciale. Non ci saranno muri impossibili, ma la continua alternanza di salite e discese manterrà il gruppo in tensione. Su carta a decidere il tutto dovrebbe essere, come accennavamo, la Cote du Val d’Enfer: 1,7 chilometri al 9,3 per cento di pendenza media, con una porzione centrale al 14 per cento. Occhio però al falsopiano tra un passaggio sulla stessa Cote. Un momento d’incertezza lì potrebbe essere fatale, specie in campo femminile.
Un percorso che favorisce coraggio e aggressività, pronto a essere plasmato da chi saprà muoversi nel momento giusto. Per questo le varie nazionali dovranno essere attente e compatte, ben più che in Rwanda. La squadra davvero potrà essere un elemento chiave. Una curiosità poi. E’ vero che le previsioni meteo oltre i tre giorni hanno scarsa attendibilità, ma sembra che proprio le donne potrebbero incappare in una giornata di pioggia battente. Ecco dunque un’altra variabile che potrebbe risultare determinante.
Da sinistra: Vingegaard, Pogacar ed Evenepoel, impossibile non darli per favoriti per questi EuropeiE tra le donne, certi del dente avvelenato delle big, ci si aspetta una sfida tra Longo Borghini, Vollering (qui alla Liegi 2023) e Ferrand-PrevotDa sinistra: Vingegaard, Pogacar ed Evenepoel, impossibile non darli per favoriti per questi EuropeiE tra le donne, certi del dente avvelenato delle big, ci si aspetta una sfida tra Longo Borghini, Vollering (qui alla Liegi 2023) e Ferrand-Prevot
Tre favoriti e tanti outsider
Quando si parla di favoriti, è inevitabile guardare al trittico del Tour de France: Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel e Tadej Pogacar. Saranno loro i fari dell’Europeo, pronti a rinnovare la sfida che ha infiammato i mondiali e Tour. Vingegaard avrà dalla sua la resistenza e la freschezza di chi si è evitato una lunga trasferta e ha le gambe che lascia un Grande Giro (ha vinto la Vuelta). Di certo non vorrà essere da meno. Remco ha detto che senza problemi meccanici a Kigali se la sarebbe giocata con Pogacar. E Tadej sarà pronto a difendere il leadership con attenzione massima.
Eppure il percorso di Drome e Ardèche potrebbe aprire la porta anche a soluzioni diverse. Corridori come Skjelmose, Skujins o Healy hanno dimostrato di sapersi esaltare su terreni mossi e duri. Potrebbero approfittare della marcatura stretta dei tre big. E poi Almeida, Ayuso, Van Baarle, di certo almeno un francese che in casa darà più di quello che ha… La lista è lunga. E a questa lista lasciateci aggiungere Mads Pedersen: chiaro che se gli scalatori la butteranno giù dura lui è del tutto tagliato fuori, ma Mads appartiene alla schiera dei “mega motori” e quantomeno va citato.
E gli azzurri? L’Italia si presenterà con una selezione che sarà un mix tra nuovi innesti e atleti che erano presenti in Africa. Ulissi, Bettiol, Scaroni… per provare a giocarsela magari con un’azione da lontano, sfruttando qualche situazione tattica ambigua. Non sarà facile fronteggiare avversari di questa caratura, ma un piazzamento di prestigio, che ci servire come il pane, potrebbe non essere impossibile.
Dal Giro al Tour accanto a Jonas Vingegaard, Davide Piganzoli si è trovato al centro del progetto Visma ed è stato protagonista anche alla Grande Boucle
L'uso della parola “ossessione” da parte di Pogacar e Sinner permette di capire cosa ci sia dietro l'essere i più forti, a prescindere dal tipo di sport
KIGALI (Rwanda) – Dopo l’arrivo, mentre Pogacar ancora faceva festa con la squadra e la compagna, Remco Evenepoel è andato a sedersi contro una transenna con la testa fra le mani (foto di apertura). Il secondo posto brucia, il fatto che sia stato scatenato da un problema meccanico, lo rende anche più pesante. Sul podio il belga aveva un sorriso vagamente mesto, ma gradualmente ha recuperato il senso delle cose. Dopo aver vinto l’oro nella crono, il belga ha centrato l’argento su strada. Se esistesse una classifica combinata fra le due discipline, sommando i distacchi fra crono e strada, il leader nella sfida contro Pogacar sarebbe ancora lui, con margine di 1’09”. Meglio sorridere e fare buon viso a cattivo gioco.
La sua giornata è stata variopinta, come lo è stata la sua settimana. E’ iniziata con la crono stellare in cui ha imposto la sua legge anche su Pogacar. E’ proseguita con una conferenza stampa piena di sicurezza e con un’affermazione sugli italiani che si è prestata a interpretazioni poco simpatiche. Quando la corsa è partita, lo abbiamo visto fermarsi e infilarsi in un WC chimico. Poi ha cambiato per due volte la bici, con tanto di scena stizzita diventata ormai virale sui social. E alla fine, rimesse le cose in pari, si è espresso in un inseguimento così potente da aver tolto di ruota Ciccone in pianura e discesa e non in salita. La sua giornata l’ha spiegata lui quando, ultimo dei tre del podio, è venuto a raccontarsi davanti alla platea dei giornalisti.
Nei giorni precedenti la corsa, Evenepoel (come Pogacar) è stato visto spesso nelle ricognizioni sul Mount KigaliAl via, per Remco il saluto inatteso di Mark Cavendish, invitato dell’UCI a KigaliNei giorni precedenti la corsa, Evenepoel (come Pogacar) è stato visto spesso nelle ricognizioni sul Mount KigaliAl via, per Remco il saluto inatteso di Mark Cavendish, invitato dell’UCI a Kigali
Perché quei minuti sconsolati dopo l’arrivo?
Forse dopo la guarderò con occhi diversi, ma al momento non mi sento benissimo.
Che cosa è successo da farti cambiare per due volte la bici?
Prima del Mount Kigali, sono finito in una buca della strada e la sella si è abbassata, tanto che stare seduto è diventato un problema. Poi è cominciata la salita e i crampi ai muscoli posteriori della coscia si sono fatti sempre più forti. Non è stato il massimo. E una volta che Tadej ha sferrato il suo attacco, cosa che sapevo sarebbe accaduta lì, ho avuto dei crampi e non riuscivo a spingere bene. Potrebbe sembrare strano, ma è così che funziona quando si cambia posizione drasticamente. Finché ho trovato dei compagni di squadra e ho detto loro che dovevano riportarmi dentro, ma che al traguardo avrei dovuto cambiare bici.
Primo cambio: e poi?
Al box mi hanno passato la terza bici, che non uso molto. Sentivo che aveva la sella troppo orizzontale e che iniziava a darmi molti problemi alla parte bassa della schiena, a causa dei miei infortuni del passato. Quindi non sono riuscito a farci neanche un giro, perché ero davvero in difficoltà. A quel punto mi sono fermato per prendere la seconda bici dall’auto. Sfortunatamente in quel tratto c’erano alcuni corridori staccati e un po’ di traffico, quindi ho dovuto aspettare un po’ per la macchina. Una volta presa la bici, ho sentito che ero nella posizione giusta e tutto girava correttamente. Così sono rientrato in gara e ho concluso con un secondo posto.
La compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibileLa compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibile
Hai pensato anche solo per un secondo di ritirarti?
Sì, l’ho pensato. Ero fermo, con la bici rotta. Guardavo con stupore il mio distacco che ormai era di 1’45”. A quel punto mi sono chiesto: perché continuare? Mancavano ancora cinque giri o qualcosa del genere, per cui è stata dura. Poi però ci siamo ritrovati tra le ammiraglie, almeno fino a che c’è stato il barrage e così sono tornato nel gruppo. Con il secondo cambio di bici, mi sentivo di nuovo meglio, le gambe giravano e avevo meno crampi. Ho sentito che c’era ancora un po’ di potenza e qualcosa da fare. Ovviamente in quel momento il distacco era già troppo grande per colmarlo, perché sappiamo tutti che se Tadej prende vantaggio, non rallenta. Siamo bravi cronomen, sappiamo come mantenere un certo margine. Quindi, la gara in quel momento era già persa, potevo solo sperare nel meglio e puntare al massimo.
Sei andato fortissimo, sapevi di stare così bene?
Credo di essere andato piuttosto forte, ma Tadej ancora una volta ha fatto una corsa fenomenale ai campionati del mondo. Ero frustrato perché sapevo che oggi sarebbe potuta andare diversamente senza i problemi alla bici. Penso che se non avessi avuto i crampi sul Mount Kigali, sarei riuscito a stare al passo con lui e Del Toro. E a quel punto la gara sarebbe finita, perché in tre saremmo arrivati davvero lontano. Le gambe c’erano, ma ho avuto anche un po’ di sfortuna.
Evenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto similiEvenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto simili
Ti accorgi che il gap da Tadej è sempre più sottile?
Mi rendo conto che il mio livello è salito. Oggi sono finito dietro Pogacar, ma non a tre minuti come al Lombardia dell’anno scorso. Sono rimasto dietro di un minuto e non sono diventati tre. L’ho inseguito andando alla sua stessa velocità. A un certo punto abbiamo perso terreno in tre. Io stavo lavorando molto, invece sentivo che Ben e Matthias (Healy e Skjelmose, ndr) ci stavano rallentando ed è per questo che ho deciso di provarci sulla cima della salita del golf. E alla fine ho sempre mantenuto lo stesso distacco. Mi sento abbastanza bene e spero di poter mantenere questa forma la prossima settimana agli europei e poi anche al Lombardia. E’ una gara che prima o poi nella mia carriera mi piacerebbe vincere.
Alcuni corridori hanno detto che si è trattato della gara più dura della loro carriera.
Per me no, per esempio Glasgow fu qualcosa di completamente diverso perché eri sempre in salita. Certo, il tratto sul pavé alla fine ha reso tutto davvero difficile, perché inizi a essere stanco e poi hai di nuovo quel pavé e ancora quel pavé e ancora, ancora, ancora. Non era una cosa che mi infastidisse, ma alla fine ho iniziato a odiarla. Non mi è sembrata la gara più dura, probabilmente perché sono in ottima forma.
Dopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusioneDopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusione
Perché a un certo punto hai dovuto andare in un bagno chimico? Problemi di stomaco?
Dovevo fare pipì e non ho osato farla da qualche altra parte per paura che mi squalificassero. Ma poi, dopo qualche chilometro, ho visto tre australiani che la facevano sul ciglio della strada. E allora mi sono chiesto: perché non l’ho fatto anch’io? Però è vero che negli ultimi giorni ho avuto qualche problema di stomaco, non serve che vi spieghi cosa (ride, ndr). All’inizio della gara è andata abbastanza bene, ma appena ho cominciato a mandaregiù dei gel, ho avvertito un po’ di crampi allo stomaco. Ma non mi hanno frenato, solo che dopo l’arrivo sono dovuto correre in bagno per sfogarmi, diciamo così. Penso di non essere il primo e neanche l’ultimo in questa trasferta ad avere problemi di stomaco.
Vincere il campionato europeo di domenica prossima potrebbe riequilibrare la situazione?
L’ultimo mese della mia stagione ha da tempo tre obiettivi: il mondiale di Kigali, gli europei in Ardeche e il Lombardia. La maglia degli europei è anche l’unica che manca dal mio armadio, quindi nel prossimo fine settimana avrò molta motivazione. Ma non cerco la vendetta, è solo un obiettivo molto ambizioso e mi sento pronto. Quindi spero di riprendermi bene e poi ci riproveremo.
KIGALI (Rwanda) – Quando gli facciamo notare le gambe svenate e ridotte a pelle e ossa, Ciccone sfrega il palmo sulla coscia e ammette di aver perso 15 anni in un solo giorno. Quando gli abbiamo chiesto di fermarsi per parlare, ha avuto bisogno di sedersi, sfinito come mai l’avevamo visto in precedenza. Il sesto posto è un buon risultato e in qualche misura ricalca i valori in campo. Se poi gli si chiede se avrebbe firmato, allora dice di no. Che il podio sarebbe stato meglio, ma un quinto sarebbe andato bene lo stesso.
«Si sapeva che Mount Kigali sarebbe stato il punto chiave della corsa – racconta dopo aver ripreso fiato – però onestamente non mi aspettavo che il percorso fosse così duro. Anche nei giorni scorsi, a vederlo e provarlo, si aveva tutt’altra sensazione. E’ stato durissimo, già dai primi giri. Ci si è messo anche il clima, perché non era proprio un circuito proibitivo. Però la sensazione per una buona parte di noi era veramente di sofferenza. Invece sulla salita mi sono sentito bene. Quando ho visto Tadej attaccare ho cercato di gestire le mie energie al meglio. Sapevo che era ancora lunga, quindi ho fatto una bella progressione. Conoscevo bene il pezzo duro e poi il muro successivo, quindi ho cercato di gestire le mie forze. Invece quando siamo entrati nel circuito è iniziata proprio un’altra gara».
Ripreso il gruppetto di Roglic, Ciccone ha potuto lottare per un piazzamento migliore: è arrivato il 6° postoRipreso il gruppetto di Roglic, Ciccone ha potuto lottare per un piazzamento migliore: è arrivato il 6° posto
La squadra ha fatto quel che poteva. Da buon capitano, Ciccone loda il lavoro di tutti, ma quelli che più si sono visti nel vivo sono stati Frigo e Bagioli, con qualche tirata anche da parte di Garofoli. Alla fine l’hanno chiusa in tre: Ciccone, appunto, Bagioli e Garofoli. Ma la corsa che fino alla salita lunga aveva risposto a una logica, una volta entrata nel circuito, è esplosa in mille gruppi come ieri per le donne.
Come è andata?
C’è stato un momento che eravamo in tre-quattro davanti e io mi sentivo molto bene. Per un attimo abbiamo pensato di rimanere uniti, per cercare di controllare, però come sempre al mondiale, da un giro all’altro può cambiare tutto. C’è stato un giro in cui con Bagioli, abbiamo provato ad anticipare lo strappo, ma ci hanno preso in cima. Nel giro dopo sono andati via Remco ed Healy proprio davanti a me. Ho fatto un fuorigiri per seguirli, ma non nel tratto in salita, addirittura prima. Nel tratto in discesa, prima del muro in pavé, per seguire Remco facevo fatica a stare a ruota in discesa. Non ho recuperato. Ero ruota, ma dovevo spingere più di quello che riuscivo. E quando ho preso il pavé ero al limite. In quel giro non ho potuto fare altro che gestirmi, ma penso sia stata la giornata più dura della mia vita. Ho avuto delle sensazioni tremende, dal mattino e fino all’arrivo.
Sei soddisfatto del risultato?
Sì, è un buon sesto posto. Il mio rimpianto più grande è proprio nel non essere riuscito a tenere quel gruppetto: ho fatto quel fuori giri e l’ho pagata. In questo mondiale non c’erano troppi colpi, c’era un colpo solo e l’ho sparato forse nel momento sbagliato. Però visto il livello così alto, non ho rimpianti perché sono arrivato morto. Non ho più niente da dare. E penso che anche la squadra abbia fatto un bellissimo lavoro, il massimo di quello che potevamo. Magari una top 5 o il podio era meglio, però bisogna accettare il nostro livello. Siamo sesti in uno dei mondiali più duri degli ultimi anni, dobbiamo essere soddisfatti.
Nel finale, Bagioli e Frigo sono stati gli azzurri più attivi accanto a CicconeAnche lo staff ha fatto la sua parte: qui i meccanici Foccoli, Archetti e Pellicioli. Con loro ha lavorato anche FrugeriNel finale, Bagioli e Frigo sono stati gli azzurri più attivi accanto a CicconeAnche lo staff ha fatto la sua parte: qui i meccanici Foccoli, Archetti e Pellicioli. Con loro ha lavorato anche Frugeri
Che cosa ti è parso della squadra?
Ero sicurissimo del gruppo, sapevo che ognuno di noi avrebbe dato il 100 per cento. Tutto quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto e stasera possiamo essere soddisfatti perché abbiamo fatto il massimo. E’ una squadra che avrebbe dovuto avere Caruso, Pellizzari e anche Tiberi, se fosse uscito bene dalla Vuelta. Ma abbiamo dato tutti il massimo. Tante fasi magari non si vedono dalla televisione, però oggi non era facile gestire le cose, anche l’aspetto delle borracce, il ghiaccio. C’era un grosso lavoro sporco da fare dietro e loro l’hanno fatto alla grande, quindi voglio ringraziare veramente tutti.
Pogacar è di un’altra categoria, ma in certe gare ti confermi fra i migliori al mondo.
Diciamo che oggi, su un percorso così, ho dovuto correre più di rimessa. Mi sono trovato più a mio agio nella salita lunga fuori dal circuito, Mount Kigali, appunto. Infatti in quella fase ho avuto veramente delle belle sensazioni e per un attimo sono stato super ottimista. Poi quando siamo rientrati nel circuito, è cambiato tutto. Oggi la fatica è stata estrema per tutti.
Che cosa ti sembra di questo Pogacar?
Tadej è il corridore più forte al mondo, forse della storia. Nel ciclismo moderno, con i numeri di oggi, le medie e come si corre, bisogna solo dirgli chapeau e basta. Noi che viviamo in gruppo da avversari, un po’ ci conosciamo e analizziamo anche gli avvicinamenti e quello che è stato fatto prima. Lui arrivava dal Canada, non aveva usato la bicicletta da cronometro, per questo il giorno della crono è andato male. Ci sono tanti i dettagli che fanno la differenza e oggi avrei messo la firma che avrebbe vinto.
Quando Cicone è arrivato da noi, ha chieso di sedersi e lo ha fatto su un cubo di cementoLa gamba “svenata” di Giulio dà l’idea della fatica della giornataQuando Cicone è arrivato da noi, ha chieso di sedersi e lo ha fatto su un cubo di cementoLa gamba “svenata” di Giulio dà l’idea della fatica della giornata
Lo raggiunge anche Villa (i due sono insieme nella foto di apertura), che ha parcheggiato l’ammiraglia ed è venuto a chiedergli come mai a un certo punto non sia entrato nel gruppetto con Evenepoel e Healy. E allora Ciccone riprende a spiegargli il fuorigiri per seguire Remco in discesa e quello che sarà il ritornello di questa serata calda alle porte di Kigali. Gli altri azzurri hanno ripreso la via dell’hotel, Ciccone va a sedersi sotto il gazebo dei box e racconta la sua storia. Il sesto posto è un passo avanti. E obiettivamente, al netto di quel passo mezzo falso, ha la faccia di uno cui oggi non avresti potuto chiedere oltre.
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