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Nel castello di Marta, fra il Gran Sasso e il mare

12.01.2021
7 min
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Marta è un’atleta, una moglie e una mamma. Marta è una macchina da guerra. Oppure più semplicemente basterebbe dire che Marta è una donna, di quelle che mandano avanti famiglie e lavoro senza fare un fiato. Solo che nel mondo dello sport, in un contesto di ragazze ventenni, la cosa è piuttosto insolita. Nel regno di Marta ci sono sorrisi, ordine e rispetto. Questo sì, nel mondo che viviamo, potrebbe essere una cosa insolita.

Guardia Vomano è un borghetto di poche case. Alle spalle il Gran Sasso ti investe con la sua potenza di roccia e ghiaccio, dalla parte opposta l’Adriatico brilla al timido sole che oggi per la prima volta fa capolino dopo parecchio tempo. La casa è antica, con i muri in pietra e un bel tepore che invita a entrare.

Ti ricordi quando avevi vent’anni?

L’inizio della mia carriera. Ho vissuto i miei vent’anni in modo particolare. Ero fissata, attentissima al lavoro. Oggi è tutto diverso. Ci sono i social, alle ragazze piace vivere ed è giusto che sia così. Intanto stanno crescendo molto.

E’ cambiato anche il ciclismo?

Molto, ma non abbastanza. Ci sono in giro ancora tante persone di allora e questo significa che non si è fatto tutto il salto. Comunque la mia squadra è la prima WorldTour in Italia e finora anche l’unica. Abbiamo gli stessi diritti e doveri di un uomo. Anche se a livello di sponsor siamo lontane, la svolta permette alle più giovani di sostenersi senza dover fare un lavoretto pomeridiano. Noi abbiamo alle spalle il gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre che ci sostiene in tutto e per tutto, ma oggi è possibile fare soltanto l’atleta. Nel 2020 sono nate 8 squadre. E’ stato un grosso sforzo, come varare una nave piena di carburante e non farla navigare. Spero che altre seguano l’esempio.

Nella taverna della sua casa, Marta custodisce la bicicletta del mondiale di Stoccarda
Nella taverna, la bicicletta del mondiale di Stoccarda
La nazionale è l’apice dell’attività?

La differenza la fa l’importanza delle vittorie, a prescindere dalla maglia. Quella azzurra me la sono sempre sudata. Non lo dico con rancore, perché ogni convocazione mi ha reso orgogliosa. La nazionale è il coronamento, il posto in cui si focalizza tutto. Però mi piace vincere anche durante l’anno, mese dopo mese. Non ho una vita facile, non posso permettermi di perdere tempo. Per cui dal primo giorno che aggancio il pedale, io voglio vincere.

Che effetto ti fa essere presa a modello?

Tanto, molto più di essere ricordata per le vittorie, che dopo un po’ passano.

Hai solo 33 anni, ma un vissuto intenso. Il mondiale a 20. La squalifica. Il matrimonio e la bimba. Il ritorno ad alto livello. Credi che senza la squalifica saresti ancora qui a fare l’atleta?

Questa è una domanda che nessuno mi aveva mai fatto. Credo che la squalifica sia stata il punto di fine di un periodo eccessivo, in cui c’era solo la bici. Da quel momento capii che c’è anche altro: la vita. La squalifica mi ha insegnato a voltare pagina, pur restando una cicatrice che non andrà mai via.

Ti secca che ti venga chiesto?

No, mi va che se ne parli. Molti mi giudicano per quello che leggono su Wikipedia e lì non c’è scritto che fu una negligenza. E’ sempre utile dire le cose come sono davvero.

Come funziona la tua giornata?

Sveglia alle 6,30, per portare Clarissa al pulmino per l’asilo che passa alle 7,30. Bici dalle 9,30 oppure le 10 se è freddo. Poi torno a casa e mi organizzo fino alle 16, quando il pulmino torna indietro e cominciamo a fare i compiti e tutte le altre attività fino all’ora di cena. Tutto quello che riguarda lo sport arriva fino alle 16, poi c’è la famiglia.

Ti aiuta avere un marito che ha corso in bici?

Sono molto fortunata. Roberto (Roberto De Patre, classe 1988, pro’ dal 2010 al 2014, ndr) è attentissimo a ogni cosa che mi riguarda. Se non ci fosse lui, tutto questo sarebbe molto complicato.

Al matrimonio dicesti ridendo che saresti rientrata per i tricolori pista…

C’era l’ex segretario delle Fiamme Azzurre, che mi propose quella data. Dissi di sì ridendo, non ci pensavo, invece partimmo alla volta di Montichiari con Roberto e con Clarissa, che aveva cinque mesi. Lui era sugli spalti che le dava le poppate e io fra una gara e l’altra salivo per vedere se le avesse cambiato il pannolino. Le altre mamme, che erano lì per le figlie che correvano, mi dicevano quanto fossi fortunata ad avere un marito così. Se devo dire la verità, il ritorno lo volle più la sua famiglia. Ho avuto un’ottima ripresa sul piano atletico, la gravidanza in questo aiuta. Ho superato bene i due infortuni. Per contro mi sono goduta mia figlia molto poco, ci sono passaggi che ho perso completamente.

Quali sono i momenti della carriera che ricordi?

Il mondiale mi ha lasciato qualcosa di indelebile. Poi l’europeo, contro le malelingue che dicevano non sarei più tornata. C’è sempre qualcuno che parla a vanvera, ma sul mio carro accolgo tutti. E poi il campionato italiano, che significa famiglia: organizzato qui per me. Lo vinsi nonostante avessi avuto problemi al ginocchio. Clarissa ricorderà quella vittoria perché c’era e l’ha vista.

Voglia di ripartire ogni anno…

E’ sempre più faticoso e mi chiedo perché io riesca a stressare ancora il mio corpo. Una sola cosa mi porta avanti. Una gara che mi manca, che non nominerei anche solo per scaramanzia: le Olimpiadi. Lo stimolo anno dopo anno viene dall’individuare un obiettivo importante. E’ la testa che ti fa compiere i passi importanti. Il traguardo sarà partecipare, ma voglio andarci solo se lo merito.

Il tuo allenatore è Pino Toni.

Abbiamo un rapporto di famiglia. Si è preso questa croce da quando gli dissi che volevo ripartire. Avrei potuto lavorare con mio cognato, Alessandro Proni, ma fu lui il primo a dirmi che avevo bisogno di uno meno morbido. Pino è una persona molto precisa, mi fido al 100 per cento.

Quali altri tecnici sono stati importanti?

Da piccola direi Slongo, poi Amadori e Salvoldi. Di sicuro Gabriella Pregnolato, la prima donna. E certamente Lacquaniti, il mio attuale direttore sportivo. Con il tecnico deve esserci la giusta distanza, di fatto è il tuo capo.

La bici è lavoro o piacere?

Prima lavoro e poi piacere. Vivendola come un lavoro sono certa che la rispetterò sempre. Clarissa sa che quando mamma esce in bici, va a lavorare. Mi ha sempre dato fastidio che a livello femminile il ciclismo non sia percepito come un mestiere.

A un certo punto arrivò Roberto e tu lasciasti casa.

Non mi sarei mai immaginata di andare via, anche se ci fu un sogno premonitore di mia madre. Venne da me una mattina e mi disse di avermi vista fuori dalla chiesa ad aspettare lo sposo, un bellissimo ragazzo, che arrivava su una bicicletta e però non aveva il nostro accento. Ci aveva preso in pieno e sono stata molto fortunata ad aver trovato la famiglia De Patre. Mia suocera si gestiva i turni di lavoro in base agli allenamenti per stare con Clarissa. 

Dopo Tokyo cosa succede?

Il contratto è in scadenza, vivo di anno in anno. Roberto mi dice sempre che ogni anno è l’ultimo e io ogni anno trovo un nuovo stimolo. Poi verrà il momento di smettere. Le strade si separeranno. Qualche amico resterà, ci saranno bei ricordi. Non mi fa paura.

Le ragazze dicono che nonostante il tuo palmares, resti sempre alla mano.

Mi danno fastidio gli atteggiamenti di superiorità, anche se hai vinto tutto. Pensate che in gruppo chiedo scusa se devo passare. Ma se devo fare un nome, la regina della perfezione e dell’educazione è Marianne Vos. E’ difficile vederla fare azioni maligne, molto più facile che si fermi per aiutare una compagna in difficoltà. Se non vieni ricordata perché sei una brava persona, a cosa sarà servito tanto vincere?