Risolto il mistero della posizione di Colbrelli: ha voluto una S

23.06.2021
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E poi capita che guardando qualche foto recente di Sonny Colbrelli, l’occhio si soffermi sulla sua posizione e ti accorgi di un dettaglio: ma quanto è corto sulla bici? Sarà la foto, probabilmente, ma il campione italiano sembra un corridore del chilometro da fermo. Corto, avanzato, basso di sella: sembra Lamon quando lancia il quartetto.

Chiaro che bisognerebbe approfondire il discorso con lui, ma Sonny è in volo verso il Tour. Allora, sapete che cosa facciamo? In attesa che Colbrelli atterri, mandiamo le foto a Bartoli e vediamo cosa ne pensa. Un po’ perché la sua posizione quando correva era da invidia e un po’ perché parte del suo attuale lavoro è migliorare la posizione in sella degli atleti che a lui si rivolgono. Perciò gli mandiamo le foto, contiamo fino a dieci ed eccoci qua…

Qui al Delfinato, pedala in punta di sella su un telaio in apparenza corto
8 agosto 2020, Milano-Sanremo: la posizione sembra meno avanzata
Qui al Delfinato, pedala oin punta di sella su un telaio in apparenza corto
8 agosto 2020, Milano-Sanremo: la posizione sembra meno avanzata
Cosa ti pare?

E’ cortissimo, in effetti. Ha gli angoli tutti chiusi. Guardando la foto dell’anno scorso è simile, soprattutto l’angolo fra il busto e il braccio, forse però era un po’ più lungo. Ovvio che sono considerazioni davanti a delle foto, si fa per il gusto di ragionare. Di sicuro in tivù non ti soffermi a guardare, non mi ero mai accorto della sua posizione.

E’ un gioco tecnico, certo. La sensazione è che oltre che corto sia anche tanto avanzato. Guarda quanto sono vicine le ginocchia al manubrio…

E’ avanti e spinge tanto con i quadricipiti. E stando così alto, quasi seduto, chiaro che sposti il peso sulla schiena, ma non credo che questo sia un problema. Però come posizione sarebbe da rivedere su più punti.

A Imola questa posizione estrema ha pagato in termini di brillantezza
A Imola questa posizione estrema ha pagato
Ad esempio?

E’ corto, lo abbiamo detto. Chissà che allungandolo non si possa rivedere l’avanzamento della sella. Nella foto ha il piede in basso, ma si deduce che quando la pedivella è orizzontale, la perpendicolare per il ginocchio supera di molto l’asse del pedale. Quindi spinge tanto con i quadricipiti e meno con i glutei.

E questo è grave?

Si potrebbe cercare una posizione in cui la spinta sia al 50 per cento a carico dei quadricipiti e il 50 per cento a carico dei glutei. Lo sforzo non peserebbe su un solo distretto, ma sarebbe ripartito e in tre settimane di corsa ne vedresti il beneficio.

Visto che parliamo di quadricipite, sembra piuttosto chiuso anche l’angolo fra busto e coscia.

E’ vero, quando la pedivella è in alto, si chiude proprio tanto. E’ come fare la pressa partendo con le ginocchia al petto, non ce la fai a partire.

Quando va in punta di sella, le ginocchia sono a filo del manubrio
Quando va in punta di sella, le ginocchia sono a filo del manubrio
Diciamo che una posizione così è molto redditizia in volata?

La volata è soggettiva, perché col fatto che la fai in piedi, riesci a compensare anche eventuali difetti di posizione. Invece in salita il problema si risolve parzialmente, perché si tende a spostare il peso indietro e la spinta riguarda parzialmente anche glutei e dorsali. Fatico a pensare che altrimenti possa utilizzarli molto. A ciò si aggiunga che una posizione così chiusa incide anche sulla respirazione.

Però va molto forte lo stesso?

Infatti stiamo parlando per ipotesi, bisognerebbe valutare gli angoli in modo completo. Di solito per quello fra busto e braccia si va intorno ai 90 gradi e lui è ampiamente al di sotto, questo se non altro in base alle teorie mia e di Giovanni Stefanìa che collabora con me. E comunque non è detto che se uno va forte non possa andare anche meglio. Ultima cosa…

Prego.

Magari è un caso, lo scatto di quel momento e basta. Però nella foto con Masnada sembra che tenda a buttare fuori le ginocchia, come essendo basso di sella e cercando un modo per avere maggiore distensione. Per questo però sarebbe curioso sapere che pedivelle usa. Avrà per caso le 175?

La sua Reacto è una taglia S per richiesta espressa di Colbrelli
La sua Reacto è una taglia S per richiesta espressa di Colbrelli

Sonny atterra e svela il mistero

A questo punto il volo è finito, Sonny è atterrato e risponde. E bastano poche battute per svelare il mistero: qualcosa in effetti c’è…

Che pedivelle usi? E soprattutto, quest’inverno hai rifatto la posizione in bici? Guardavamo le foto: sembri cortissimo…

Uso le 172,5 con un 54-39. No no, la posizione è sempre quella. Solo ho voluto una taglia in meno di bici: non più una M, bensì una S. Sono corto, sì.

Ecco dov’è il trucco, come mai?

Preferisco cosi. Mi trovo meglio, la bici è più reattiva e più maneggevole per me. O per la mia testa, non so. Sapete che noi ciclisti abbiamo le nostre fisse…

Ne stavamo parlando con Bartoli, adesso si spiega bene tutto.

Sì sì, lo so che sono corto e basso.

L’altezza di sella è sempre quella e hai allungato l’attacco?

Sella uguale, attacco uguale al precedente. Col manubrio integrato preferisco un attacco più corto, cosi diventa una cosa unica.

Svelato l’arcano, una Reacto taglia S al posto della M dello scorso anno e così si spiega anche la foto del 2020. I corridori hanno davvero le loro fissazioni. E soprattutto avevamo visto giusto. Come andare con la bici di Pozzovivo. Forse per questo in salita a Imola, Sonny andava così forte…

Michele Bartoli Giro delle Fiandre 99

Suole sempre più rigide, c’è un limite? Lo spiega Bartoli

14.06.2021
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Le scarpe sono uno dei componenti fra i più importanti, infatti la forza prodotta dall’atleta passa tramite esse e si trasferisce ai pedali: più precisamente è la suola a svolgere il ruolo chiave in questo senso. Ci siamo chiesti se esista un limite alla rigidità delle suole in carbonio. Per capire come si è evoluta questa parte delle scarpe abbiamo parlato con Michele Bartoli, nella foto di apertura impegnato nel Giro delle Fiandre del 1999.

I dubbi del patron di Sidi

La scelta di consultare il campione pisano, non è stata fatta a caso, in quanto Michele Bartoli è stato professionista dal 1992 fino al 2004, e se ci pensate bene sono proprio gli anni in cui si è passati dalle suole in materiale plastico alle attuali in carbonio. Inoltre oggi segue alcuni corridori professionisti di primissima fascia. Quindi chi meglio di un corridore di alto livello come Bartoli per capire l’evoluzione di questa parte tanto importante?
«Mi ricordo che Dino Signori (il patron di Sidi, ndr) era contrario alle suole troppo rigide – esordisce così Bartoli – perché diceva che si sentivano maggiormente le sconnessioni della strada. Questo fattore poteva portare a dei fastidi ai tendini». Ricordiamo che Michele Bartoli è stato un atleta che ha calzato durante la sua carriera le scarpe Sidi.

Suole Sidi Sixty
La suola Vent Carbon della Sidi Sixty
Suole Sidi Sixty
La suola Vent Carbon della Sidi Sixty è tutta in carbonio

Le prime soluzioni in carbonio

«Dovetti discutere con Dino per convincerlo a fare le suole in carbonio – continua il pisano – anche perché a me sono sempre piaciute le scarpe molto rigide». E sappiamo che quando i corridori si mettono in testa una cosa è difficile schiodargliela dalla testa, soprattutto se sono dei campioni.
«La soluzione iniziale fu che Sidi ci fornì le scarpe con una fascia di carbonio inserita al centro della suola e poi con il passare del tempo si è arrivati ad avere la suola tutta in carbonio, come sono oggi».

Suola più rigida rendimento migliore

Abbiamo chiesta a Michele se c’era qualche corridore della sua epoca che ha preferito continuare con le suole in plastica e che proprio non digeriva l’evoluzione con il carbonio.
«Che io mi ricordi, non c’erano corridori che preferivano le vecchie suole, anzi il pensiero generale era che più la suola era rigida e meglio la scarpa rendeva».

Le Northwave Extreme Pro Team con le suole Full Carbon
Le Northwave Extreme Pro Team con la suola Full Carbon
Le Northwave Extreme Pro Team con le suole Full Carbon
Le Northwave Extreme Pro Team con la suola Full Carbon

Il segreto è il plantare personalizzato

Arrivando ai giorni nostri, ci sono dei corridori che si lamentano di dolori perché le suole sono troppo rigide?
«Oggi tutti hanno le suole in carbonio indeformabili, molto rigide – ci spiega Michele – perché comunque è la soluzione che trasmette meglio la forza ai pedali».
E’ qui che l’esperienza di Bartoli viene fuori e pone l’accento su un altro componente a volte sottovalutato dal grande pubblico degli appassionati.
«E’ il plantare che dà le correzioni di cui ogni atleta ha bisogno. Questo è molto importante – e poi aggiunge – alcuni atleti non li usano, ma sono sempre meno. Se un corridore ha qualche dolore ai tendini si agisce con un plantare personalizzato che va a risolvere il problema. Oggi i corridori usano le scarpe standard ma la differenza la fa il plantare interno».

Pochi cambiamenti

Arrivando a correre fino al 2004, Michele Bartoli ha usato delle scarpe di concezione pienamente moderna, ma quali differenze c’erano con gli attuali modelli?
«Rispetto a quelle che ho usato a fine carriera è cambiato poco, quasi nulla. Più che altro si cerca sempre di limare qualcosa in termini di peso, che rimane un elemento molto importante».

Scatto su sterrato a 710 watt massimi: come ha fatto?

21.05.2021
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Lo scatto di Egan Bernal sullo sterrato di Campo Felice è stato uno dei momenti più entusiasmanti del Giro fino ad ora tanto da far scomodare paragoni con Marco Pantani o, più recenti (e meno blasfemi), con il numero di Van der Poel alla Strade Bianche. Gran merito di questa esaltazione è da attribuire alla difficoltà del gesto, eseguito su un suolo insidioso dopo una tappa durissima. La prima reazione di tutti è stata: «Ma come ha fatto?».
Noi abbiamo provato a rispondere, perché quell’entusiasmo di tutti è stato anche il nostro. Per farlo ci siamo avvalsi di Michele Bartoli che con il colombiano ha lavorato al debutto tra i professionisti e che a sua volta da corridore ci ha lasciato più volte increduli con azioni impossibili su terreni difficili. Con lui analizziamo l’aspetto tecnico e fisico della accelerazione del corridore della Ineos.

Terzo ai mondiali juniores Mtb del 2015, l’anno dopo passerà su strada
Terzo ai mondiali juniores Mtb del 2015, l’anno dopo passerà su strada

Grazie mountain bike

Partiamo dall’inizio: manca un chilometro e mezzo al traguardo, Bernal parte da seduto, poi mette il 53 e si alza sui pedali. E’ il momento dello scatto.

«Questo è stato il suo primo vantaggio. Il rapporto più lungo ti porta una pedalata più rotonda, perciò molto meno scivolosa che con un rapporto agile. Sapeva quel che faceva»

Se questo è stato il primo vantaggio, vuol dire che ce ne sono stati degli altri, quali?

Ad esempio una cosa che non si vede dalla televisione: sarà stato molto attento a spostare il peso sulla ruota posteriore per dare ancora più motricità. Queste sono abitudini consolidate per lui, essendo praticamente un biker.

Abbiamo notato che teneva le mani sopra il manubrio e non sotto, c’entra qualcosa con questo discorso?

Potrebbe essere stata una scelta per migliorare la distribuzione del peso. Mettendo le mani troppo in basso tendi a spostare il peso in avanti.

Per cui in queste situazioni la posizione deve essere piuttosto arretrata?

Esatto, ma stando attenti a mantenere una pedalata che faccia la differenza, uno che è abituato riesce a farlo. Per esempio dopo attacchi come quello sul Grammont a me chiedevano: «Come hai fatto a scattare in piedi sullo sconnesso e fare tutta quella velocità?». La risposta è che con il ciclocross mi ero costruito un bagaglio tecnico che mettevo in pratica naturalmente. Come Van der Poel, Van Aert e appunto Egan.

Il momento decisivo. Fuggitivi nel mirino, catena sul 53, sgommata e… scatto
Il momento decisivo. Fuggitivi nel mirino, catena sul 53, sgommata e… scatto
Torniamo alla sua esperienza fuoristrada allora, in che altro modo lo ha aiutato?

In mountain bike devi spesso modificare la posizione del corpo in base al fondo stradale. Per lui è un attimo riconoscere la necessità del momento, non deve neanche pensarci. Questi automatismi nella guida, nello scegliere le traiettorie, rappresentano una grande superiorità e la deve tutta al suo essere stato un ottimo biker. Non solo, anche l’espressione di forza mostrata all’arrivo di Campo Felice viene da lì.

Gli viene tutto naturale quindi e così risparmia energie mentali. Anche questo gli ha permesso di dare continuità all’attacco e di gestire bene lo sforzo?

Certo. Si metteva seduto per alleggerire la muscolatura. Quando stai in fuorisella la stressi molto di più, a lui però sono bastati pochi secondi per recuperare e ripartire.

E difatti ha alternato perfettamente i tratti di… riposo con quelli sui pedali.

Esatto. Si è alzato nei punti in cui c’era più pendenza. Chiudiamo il discorso del vantaggio, appunto. Lui è riuscito ad usare la posizione più redditizia nei punti più duri, mentre gli altri non riuscivano, probabilmente proprio perché scivolavano troppo.

Grazie madre natura

Il suo recupero in questi strappi è spaventoso e oltre la tecnica, alla base di tutto c’è un livello atletico impressionante: 23,7 km/h e 560 watt in media e 36,4km/h e 710 watt di massima questi i suoi dati secondo Velon nei 54 secondi dell’attacco. Come ce lo spiega Bartoli?

Io Egan lo conosco bene, è fortissimo ma è anche un atleta esplosivo, ce l’ha nelle fibre muscolari. Metabolicamente e muscolarmente è molto completo.

Felice dopo l’arrivo, per la sua prima vittoria di tappa al Giro
Felice dopo l’arrivo, per la sua prima vittoria di tappa al Giro
C’è da considerare anche il fisico relativamente minuto?

In realtà la prestazione è data dalle qualità muscolari, non tanto dal peso. Certo di solito chi è dotato di buone fibre bianche, quelle un po’ più veloci ha il fisico più possente, ma non è detto e Bernal ne è la dimostrazione. Il perfetto compromesso delle caratteristiche di velocità e resistenza.

Questo livello di equilibrio ce l’aveva già nei tempi in cui lavoravi con lui o ci ha dovuto lavorare?

No no, questa è madre natura! Con la bacchetta magica ti dà le qualità e te le porti sempre dietro. Poi bisogna comunque allenarle per renderle produttive, ma il talento naturale è determinante.

Le forze però devi comunque trovarle, come si fa?

Devi focalizzare il momento. Lui sapeva che doveva arrivare allo scatto al 100 per cento delle energie e per farlo doveva alimentarsi bene, correre bene senza prendere aria, guidare bene la squadra nei momenti difficili che in una tappa ci sono. Non è così semplice come sembra in televisione. E’ per questo che si chiamano campioni, perché riescono ad applicare a tutti i chilometri della gara tutte queste attenzioni e a fare la differenza nei finali. Hanno “la marcia in più”.

Luca Paolini, Freccia del Brabante 2004

Freccia del Brabante, nata nel segno di Pino Cerami

13.04.2021
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La Freccia del Brabante ha avuto nel corso della sua storia 6 vincitori italiani (Pambianco nel 1964, Bartoli nel ’94 e ’99, Pianegonda nel ’97, Paolini nel 2004, in apertura, Colbrelli nel 2017) eppure il primo nome a comparire nel suo albo d’oro è italiano che di più non si può, ma non per passaporto: Pino Cerami, nel 1961. E la sua storia è di quelle che vanno raccontate.

Pino Cerami è morto nel 2014 a Gerpinnes, in Belgio. Era nato in Sicilia il 16 marzo del 1956
Pino Cerami è morto nel 2014 a Gerpinnes, in Belgio

Pino era nato nel 1922 a Misterbianco, piccolo centro catanese, ma pochissimo tempo dopo quei colori così verdi e quei profumi tipici erano per il bimbo già un ricordo, cancellato dalle brume e dal freddo di Montignies-sur-Sabre, nei sobborghi di Charleroi. Suo padre, che voleva andare a fare fortuna negli Usa, aveva dovuto ripiegare sul Belgio, trovando posto in un altoforno.

Una bici, una maglia, una vittoria

Tanto lavoro, poco tempo per la famiglia, pochissimi svaghi: uno di questi erano le corse di bici. Andando a vedere i campioni dell’epoca, quell’ometto si era invaghito delle due ruote e il padre mise da parte quanto poteva finché a 7 anni gli regalò la sua prima bici, una Finet artigianale, della quale Pino andava fiero, con i suoi colori blu e giallo. Girava e girava, pedalava e correva, finché il padre provò a iscriverlo a una gara.

Bartoli primo nel ’94, battendo il compagno di fuga Den Bakker. terzo fu Bugno a 10″
Bartoli primo nel ’94, battendo il compagno di fuga Den Bakker

Era un circuito a cronometro, che poi era semplicemente il giro di una piazzetta. Pino vinse, naturalmente, con la maglia di lana che la madre gli aveva fatto a mano per l’occasione.

Voleva dar seguito a quel successo, alla sua passione, ma il padre fu inflessibile: «Non se ne parla, la scuola viene prima di tutto». Va bene, pensò Pino. E si mise con lena a studiare, prendendo il diploma di meccanico d’auto.

Un corridore senza patria

Poi fu libero, libero di correre e di seguire le sue aspirazioni. Ma all’inizio fu dura, tanta polvere da mangiare. Ripensandoci negli anni, Pino diceva che quando correva aveva tutti contro, gli italiani perché era in Belgio, i belgi perché era italiano.

Gianluca Pianegonda vince la Freccia del Brabante nel 1997
Gianluca Pianegonda vince la Freccia del Brabante nel 1997
Gianluca Pianegonda vince la Freccia del Brabante nel 1997

Spesso raccontava un episodio risalente al 1949: «Alla Freccia Vallone andammo in fuga io e Fausto Coppi, un gran signore oltre che campione, Ma i belgi erano furiosi, non vincevano una classica da anni e così Van Steenbergen e Peters si misero dietro un’auto per venirci a prendere. Alla fine primo Van Steenbergen, secondo Peters, terzo Coppi e io fuori dal podio».

L’ultimo acuto italiano è datato 2017, la volata vincente di Sonny Colbrelli
L’ultimo acuto italiano nel 2017, la volata vincente di Colbrelli

L’ultimo Cerami, il più grande

A un certo punto Cerami disse basta e nel ‘56 prese la cittadinanza belga. D’incanto i belgi non gli corsero più contro, trovò maggiori spazi e la sua carriera prese il volo, a 35 anni suonati: nel ‘60 vinse la Parigi-Roubaix e pochi giorni dopo si prese quello che aveva visto sfuggire 11 anni prima, la Freccia; non pago, al mondiale in Germania conquistò anche il bronzo.

L’anno dopo, inaugurarono la Freccia del Brabante e lui iscrisse il suo nome mettendo in fila una lunga serie di belgi, lasciandoli a 55”, per poi in autunno andare a conquistare la classica regina per i velocisti, la Parigi-Bruxelles, lui che in volata era praticamente fermo.

In questa storica foto d’epoca, Cerami all’attacco nella sua vittoriosa Parigi-Roubaix
In questa foto d’epoca, Cerami nella vittoriosa Parigi-Roubaix

Ritiratosi nel ’63, dall’anno successivo istituirono il GP Cerami, divenuto presto una delle classiche del calendario belga e non solo. Il siculo-belga non mancava mai, fino al 2014 anno della sua scomparsa: «Di solito queste corse le organizzano in memoria di qualcuno, ma io sono vivo e vegeto e ci vengo sempre per ricordarlo a tutti…».

Il regno degli italiani, a partire dal “Leone” Magni

03.04.2021
4 min
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Per i belgi il Giro delle Fiandre è la corsa più amata, quella che vale una carriera e soprattutto l’amore della propria gente. L’hanno vinta ben 69 volte, i belgi, anche se sono tre anni che la gara sfugge. Dietro, con 11 successi, ci sono Olanda e Italia. Agli italiani il Fiandre ha spesso sorriso, basti pensare che tra la vittoria di Argentin nel ‘90 e di Ballan nel 2007 ci sono ben 14 presenze sul podio, ma i successi azzurri iniziarono ben prima.

Iniziando da Fiorenzo Magni, che resterà sempre il Leone delle Fiandre. Tre successi per lui, unico a fare tris consecutivo dal ‘49 al ‘51 e proprio l’ultima vittoria è quella più leggendaria, fra i belgi inferociti per la lesa maestà, sicuri che in una giornata di tregenda l’italiano sarebbe crollato. Invece tra vento e pioggia Magni ha energie doppie rispetto ai rivali. Se ne va a 70 chilometri dal traguardo e solo il francese Gauthier, secondo a 5’35”, rimane sotto i 10 minuti di distacco. Una lezione amara per i locali.

Lo sprint vincente di Bugno su Museeuw e Tchmil, più indietro Ballerini
Lo sprint vincente di Bugno su Museeuw e Tchmil, più indietro Ballerini

Il Fiandre più inaspettato

Nel 1967 il favoritissimo è Eddy Merckx, agli inizi della sua parabola da Cannibale. Alla Salvarani la punta è Gimondi, ma un esperto stratega come Luciano Pezzi sa che per Merckx va prevista una marcatura speciale, affidata a Dino Zandegù, che in gara non lo molla un secondo, infastidendolo non poco. Alla fine rimangono in tre: Eddy, Dino e il belga Foré. Tutti scommetterebbero su Merckx, invece è Zandegù che attacca, Foré lo segue, Eddy non ne ha più. Ma neanche l’altro, che nemmeno fa la volata e Zandegù sul palco intona “O Sole Mio” per salutare i tanti immigrati italiani presenti.

Bugno, che rischio….

1994, la grande paura di Bugno: si presentano alla volata decisiva in 4, l’ex iridato è in forma, la volata è imperiosa, solo che dura un po’ troppo poco, alza il braccio al cielo quando ancora c’è spazio e il belga Johan Museeuw lo agguanta. Questione di millimetri, per decifrare i quali passano interminabili minuti mentre De Zan in telecronaca affianca al pessimismo una malcelata stizza per il marchiano errore del lombardo. Invece il responso dei giudici gli è favorevole, per fortuna…

Andrea Tafi sul Grammont: quel giorno non ce n’è per nessuno…
Andrea Tafi sul Grammont: quel giorno non ce n’è per nessuno…

Bartoli, la prima Monumento

Due anni dopo è la volta di Michele Bartoli, che si consacra specialista delle classiche vincendo la prima delle sue cinque Monumento (foto di apertura). Sul Kapelmuur si scatena, mette in crisi tutti gli specialisti, Museeuw in testa, scollina con una manciata di secondi che andranno progressivamente aumentando, mostrando una supremazia che sa di grandi capacità di affrontare un percorso così particolare, fra muri e pavé.

Fiandre, sobborghi di Toscana…

Le Fiandre sembrano diventati terra di Toscana… Nel 2002 Andrea Tafi mette il suggello alla sua quindicennale carriera, passata anche per il trionfo a Roubaix cogliendo quel successo che nessuno più si aspettava, alla soglia dei 36 anni, interpretando una corsa sempre d’attacco, facendo faville sul Paterberg e il Taienberg finché sul Kapelmuur rimangono in cinque, compreso il compagno di colori Nardello. Il finale è un tutti contro tutti, ma la stoccata giusta è la sua, a 4 km dalla fine, sfruttando la stanchezza dei rivali.

Una vittoria inattesa, quella di Alberto Bettiol, pronto a ripetersi, influenza permettendo
Una vittoria inattesa, quella di Alberto Bettiol, pronto a ripetersi, influenza permettendo

Bettiol, il più fresco

L’ultimo sigillo è del 2019, firmato Alberto Bettiol, che parte sul Kwaremont per riprendere i due fuggitivi di giornata per poi ritrovarsi solo, senza che da dietro riescano a riprenderlo a dispetto degli attacchi di Van der Poel e Asgreen. E’ la vittoria italiana numero 11 (le altre sono di Bortolami nel 2001 e Ballan nel 2007), ma la serie è ancora aperta, chi vuole aggiungersi?

Con Bartoli nelle Fiandre: Scinto, ti ricordi?

25.03.2021
3 min
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C’erano giorni che Scinto non vedeva l’ora di andare alle corse, perché allenarsi con Bartoli per il Fiandre era troppo pesante. Il periodo era più o meno questo, con la Sanremo alle spalle e davanti la trasferta del Nord. Erano gli anni 90, il ciclismo italiano aveva grandi squadre e grandi campioni anche per le pietre. E quando si andava al Nord con certi nomi – Bartoli e Ballerini, Tafi e Bortolami, Zanini e Baldato – si veniva guardati con rispetto.

In azione nel Fiandre vinto nel 1996, assieme a Tchmil
In azione nel Fiandre vinto nel 1996, assieme a Tchmil

«Ma Bartoli era davvero un fuoriclasse – ricorda Scinto – con un motore impressionante. Era nato per vincere e andare forte. Gli veniva tutto facile. Ha vinto tanto, ma avrebbe meritato di vincere tanto di più. Con lui ci si preparava prima per il Fiandre e poi per le Ardenne. E non so quale parte del lavoro fosse peggio, forse però quella della Liegi. Io lo dico sul serio: in corsa mi riposavo!».

Un cappuccino a Pasqua

Un anno riuscirono a passare la Pasqua a casa e gli parve strano. Il tempo era traballante, come fa a marzo quando non si decide ancora a passare dall’inverno alla primavera.

Vince al terzo Fiandre, dopo un 41° e un 7° posto
Vince al terzo Fiandre, dopo un 41° e un 7° posto

«Avevo la tavola apparecchiata – ricorda Scinto – con mia madre e altri parenti, quando intorno all’una esce uno spicchio di sole e squilla il telefono. Fu un tutt’uno. Era Michele e mi disse di andare fuori in bici. Lasciai tutti lì. Partimmo, dando appuntamento alle mogli a Forte dei Marmi per le cinque del pomeriggio. Le aspettammo prendendo un cappuccino al bar, mentre il tipo ci guardava pensando che fossimo matti. Un cappuccino alle cinque di pomeriggio del giorno di Pasqua. Poi quando arrivarono le mogli, facemmo dietro macchina fino a casa, dove arrivammo col buio dopo 190 chilometri. Si poteva pensare che fossimo matti, ma pochi giorni dopo Michele vinse la Freccia Vallone».

Gregario e amico

Partivano la mattina e andavano a cercarsi gli strappi che più somigliavano a quelli della prima corsa. Verso Lucca c’erano quei due o tre in pavé che venivano bene per il Fiandre, mentre quelli asfaltati erano più lunghi e si trovavano dovunque.

Quarto al Fiandre del 1999 vinto da Van Petegem
Quarto al Fiandre del 1999 vinto da Van Petegem

« Avere in corsa un corridore come me – racconta Scinto – per Michele era importante, perché psicologicamente gli davo lo stimolo che serviva. In una Liegi in maglia Asics, voleva fermarsi per l’allergia. Eravamo fissi in fondo al gruppo e io gli dicevo che non poteva mollare, che non eravamo al circuito di Poggio alla Cavalla. Finì che io tirai fino all’imbocco della Redoute, poi toccò a Coppolillo e Bettini e alla fine Michele andò via e vinse la Liegi. Io mi rialzai e lui alla fine fece un regalo a tutti e a me ne fece uno supplementare. Erano gesti che ripagavano di ogni sacrificio. Ma io gli stavo sempre accanto. Lo riparavo dal vento laterale, lo pungolavo, gli portavo l’acqua. Un anno al Fiandre, sul muro prima del Grammont, disse che gli era caduto l’Extran. Andai alla macchina e poi mi toccò risalire il gruppo, ma gli portai i suoi zuccheri a 35 chilometri dall’arrivo. Glieli diedi e mi staccai. Lo conoscevo, sapevo come prenderlo. Era un modo di fare ciclismo che si dovrebbe insegnare anche oggi, perché corridori che fanno il lavoro sporco ce ne sono pochi. E sono pochi anche i campioni come lui…».

Grandi Giri per Van Aert? Gli esperti hanno dei dubbi

18.03.2021
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Vince in volata, vince a crono, va forte in salita: Wout Van Aert è tutto ciò. Il belga sta riscrivendo le regole del corridore completo e stupisce non poco. Dopo la Strade Bianche aveva detto di puntare alla classifica generale della Tirreno-Adriatico e se non avesse incontrato un altro fenomeno come Pogacar ci sarebbe anche riuscito. Ma questo ci porta a pensare un po’ più là. Van Aert può vincere un grande Giro? Oppure è “limitato” alle corse di un giorno? E ancora: le gare di una settimana sono il suo ideale?

Ne abbiamo parlato con tre ex corridori, di altrettante generazioni: Massimo Ghirotto, Michele Bartoli ed Enrico Gasparotto.

Massimo Ghirotto (59 anni) oggi è commentatore dalla moto per Radio Rai
Massimo Ghirotto (59 anni) oggi è commentatore dalla moto per Radio Rai

Ghirotto dice sì, ma…

Partiamo da Massimo. Lui ha corso tra gli anni ’80 e ’90 e ha visto dal vivo anche gli ultimi super atleti che potevano vincere classiche e grandi Giri con un certa facilità.

«Credo sia la domanda che tutti si pongono nel mondo del ciclismo e credo che una risposta certa non la sappia neanche Wout stesso. Si tratta di un corridore rarissimo che va forte dappertutto, anche nel cross non dimentichiamolo. Il fatto però che sia alto 187 centimetri e pesi 77 chili ci dice che è anche un bel “bestione”. Mi viene in mente Indurain. Lui vinceva i Giri, ma non le classiche. Allora penso a Moser, che vinceva entrambi, però va detto, e lo sostiene Francesco stesso, che i Giri di Moser erano disegnati per lui. C’erano tante crono e pochi arrivi in salita.

«Per cui dico che sì, potrebbe anche vincere dei grandi Giri, ma dovrebbe perdere almeno 2-3 chili, anche se a guardarlo in volto mi sembra già bello scavato, ma lo può fare. In questo caso, in teoria, perderebbe un po’ di spunto veloce per le volate, ma è anche vero che se Van Aert dovesse pensare alla classifica generale immagino non faccia anche gli sprint: il rischio sarebbe alto e dovrebbe dosare le energie.

«Meglio nelle corse di una settimana? Con i se e con i ma non si fa molto, ma alla Tirreno se non ci fosse stato Pogacar avrebbe vinto. A Prati di Tivo Van Aert non aveva neanche un compagno di squadra. In quelle situazioni avere un paio di uomini incide molto.

«I grandi Giri sono sempre più duri: il Giro lo conosciamo, la Vuelta propone arrivi in salita con pendenze incredibili e anche il Tour si sta allineando. Van Aert dovrebbe lavorarci e dovrebbe avere una squadra per lui, ma credo che alla fine per saperlo del tutto debba fare una prova vera. Io per esempio mi dissi: possibile che grande e grosso come sono non posso andare forte a cronometro? Per risolvere il dubbio provai… e la risposta fu no! ».

Bartoli è stato uno dei più grandi interpreti delle classiche, oggi è un preparatore
Bartoli è stato uno dei più grandi interpreti delle classiche, oggi è un preparatore

Bartoli: «E’ più da classiche»

Seguendo l’ordine temporale, passiamo al punto di vista del campione toscano, protagonista delle classiche a cavallo tra gli anni ’90 e 2000.

«Van Aert che vince un Tour la vedo dura. Anche perché ha 26 anni ed è nella maturità o quasi. Sì, potrà crescere ancora, ma poco. Poi magari mi sbaglio e vince tutto! Però non vedo quei margini necessari per diventare un corridore da corse a tappe. Dove può primeggiare alla grande è nelle classiche. E’ un corridore che dà spettacolo e può vincere dalla Sanremo al Lombardia, passando per la Liegi. Lì ci sono salite che durano 10′ e su scalate di quella durata va più forte di altri. Anche al Lombardia può far bene, anche se è la classica più lontana dalle sue attitudini, ma avendo mostrato di andare forte in salita può farcela.

«Una sua caratteristica predominante è la determinazione. Rispetto a Van der Poel è più completo. Mathieu è più spregiudicato, è uno che punta forte su un obiettivo e lo vince. Guardiamo cosa ha fatto nella tappa di Prati di Tivo: si è staccato pensando al giorno dopo. Van Aert quel giorno invece ha mostrato grande concentrazione. Secondo me è andato anche più forte di Pogacar per certi aspetti. Gli scattavano in faccia, si staccava, li recuperava e li staccava a sua volta, ma non lo faceva perché voleva riprenderli, ma per salire con un passo che fosse il più veloce possibile. 

«Il belga nella tappa dei muri ha pagato un po’ rispetto a Pogacar perché lui è meno scalatore e nell’arrivo del giorno prima aveva speso di più, anche per questo dico che non lo vedo nelle tre settimane (situazioni così capitano spesso, ndr). Di contro, è anche vero che l’anno scorso nel finale del Tour è andato forte lo stesso. Però spesso in vista degli arrivi in salita, una volta finito il suo lavoro, si staccava. E questo conta nel risparmio delle energie.

«Chi mi ricorda? A mia memoria nessuno. Magari fra qualche anno dirò: questo corridore mi ricorda Van Aert. No, uno così vincente su tutti i terreni non c’è. Basta poi leggere i suoi numeri: vince le volate a 1.500 watt e tiene sulle salite vere. Wout unisce le due cose in modo incredibile».

Enrico Gasparotto, Saudi Tour 2020
Oggi Gasparotto collabora con il team continental Nippo-Provence e con Rcs come regolatore
Enrico Gasparotto, Saudi Tour 2020
Oggi Gasparotto collabora con il team Nippo-Provence e con Rcs come regolatore

Gasparotto: «Non si snaturi»

E per finire parola al friulano-svizzero, l’unico che tra l’altro con Van Aert ha anche condiviso gare e chilometri in gruppo visto che ha corso fino alla stagione scorsa.

«Se Van Aert può vincere un grande Giro? Io dico di sì, ma devono esserci situazioni favorevoli, come più chilometri a crono e meno arrivi in salita. Mi vengono in mente due esempi, Indurain e Cancellara. Fabian ha vinto un Tour de Suisse. Per dire che se troverà sul suo cammino percorsi ideali ce la può fare.

«Mi ha colpito la sua crescita progressiva. Parlavo con lui quando ancora era nella continental e alternava strada e cross. E’ giovane adesso, all’epoca nel 2016, era un “bimbo”. Sempre educato. Ci siamo anche incontrati qualche volta sul Teide. Sembrava dovesse venire alla Wanty. Negli ultimi anni si è dedicato moltissimo alla cura dei dettagli e il miglioramento è stato continuo. E’ cresciuto nelle tappe di montagna e anche a crono ha fatto passi in avanti. L’altro giorno a San Benedetto nonostante la bici nuova aveva una posizione perfetta ed è stato subito performante: significa che ci lavora.

«Van Aert alla Tirreno ha dimostrato che può vincere una gara di una settimana, magari non facilmente, ma se arrivi davanti a gente come Bernal e Landa che sono scalatori significa che ce la puoi fare. Nei grandi Giri invece subentrano altri fattori. Vero che lo scorso anno ha fatto grandi performance nella terza settimana ma se parti per fare classifica è diverso. Portare a spasso 76-77 chili per tre settimane è diverso che farlo con 59 o per una sola settimana (incidono anche spesa energetica e recupero, ndr).

A noi viene in mente il Tour di Wiggins. L’ex pistard di sua maestà fu costretto ad una grande rivoluzione del suo fisico per centrare la Grande Boucle. E Gasparotto ha la sua idea…

«Fossi in lui preferirei puntare alla “top five” dei cinque monumenti e alle corse a tappe di una settimana, piuttosto che cambiarmi per conquistare un grande Giro. Lui nasce perfetto per queste gare. Se dovesse concentrasi su un grande Giro andrebbe troppo a modificare le sue caratteristiche, ma il fascino del Tour è il fascino del Tour… e qualche corridore non resiste, ci perde la testa! Meglio, per me, mantenersi sui propri standard».

Bartoli, pochi dubbi: senza radio corse più belle

12.03.2021
3 min
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«Io non la sopportavo». Capita che durante una chiacchierata con Michele Bartoli, il discorso cada sulle famigerate radio, che collegano costantemente i corridori alla loro ammiraglia. Quando il vincitore di tante classiche correva, il loro utilizzo era stato appena sdoganato, ma non era massiccio come ora.

Uno strumento che secondo il toscano ha cambiato il ciclismo, e in peggio: «Il ciclismo di oggi è preordinato e quindi rischia di essere noioso, sempre svolto su copioni prestabiliti e diretti dall’esterno quasi i ciclisti fossero burattini manovrati da fili. No, non mi piace, non mi è mai piaciuto».

Non è cosa di poco conto, perché le radio hanno profondamente mutato il mestiere stesso del ciclista: «Quando affrontavi una gara, ad esempio era molto importante metterti lì a studiare il percorso, imparare a conoscerlo, magari fissare nella mente quei due-tre punti utili dove piazzare un attacco o comunque provare a smuovere la situazione. Senza la radio saresti chiamato a decidere metro dopo metro che cosa fare, quindi la radio toglie quella primaria qualità che consiste nel saper leggere la gara e la sua evoluzione».

Quali sono le qualità che inibisce?

L’estro, la fantasia soprattutto in quei corridori che hanno qualcosa in più che ne fa dei campioni, strutturati o potenziali. Il campione si vede non solo per lo scatto, per la continuità, ma anche per il suo saper capire come la gara sta per evolversi, che cosa fare per cambiare un destino che sembra già scritto. Le sfide più belle sono quelle dove ci si guarda in faccia, si studia l’avversario, si pensa a dove attaccare e quando. Ora invece è già tutto scritto.

«Con Ferretti si facevano le riunioni ei si usciva sapendo ciò che andava fatto»
«Con Ferretti si facevano le riunioni ei si usciva sapendo ciò che andava fatto»
Oltre al campione “finalizzatore”, non rischia di essere svilito anche il ruolo del “regista in corsa”, il corridore più esperto della squadra che pilota i suoi compagni verso le varie mansioni?

Certamente ed è una figura importante, forse tante volte dimenticata. Spesso è chi ha esperienza, chi ha vissuto quelle stesse situazioni che può dare il consiglio giusto in corsa, che può magari dirti: «Mettiti a ruota, ti riporto sotto». Oppure: «Risparmia le gambe, sono azioni velleitarie, lascia che se ne occupino gli altri». Ora non serve più, c’è chi guarda la gara dallo smartphone e ti dice che sta succedendo e che cosa devi fare. Ma il vero direttore sportivo non è questo…

Cosa intendi dire?

Io ho avuto la fortuna di correre con la guida di Ferretti: quando finivamo la riunione prima della gara avevamo sempre un piano A e uno B, sapevamo che cosa fare e uscivamo dalla riunione con le idee chiare. Il vero direttore sportivo sa prevedere la gara prima che si svolga, ti dà le indicazioni giuste mettendoti nelle condizioni poi di giocarti le tue carte in base alle tue sensazioni e ragionamenti. Secondo me oggi le gare sono appiattite e lo stesso ruolo dei Ds è svilito.

Quindi proibiresti le radio in corsa?

Diciamo che il loro utilizzo dovrebbe rimanere confinato nei limiti delle comunicazioni legate alla sicurezza, delle decisioni prese dai giudici. Il resto dovrebbe tornare in mano a chi corre e al suo intuito, solo quello dovrebbe fare la differenza insieme alle gambe…

Fiandre, Bartoli punta su Ballerini (e su Moscon)

08.03.2021
4 min
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Il Giro delle Fiandre si avvicina e chi lo conosce bene, chi lo ha già affrontato sa che non è una classica come le altre. E’ quasi un crocevia nel corso della stagione, un momento fondamentale di passaggio, che emette verdetti mai banali. Lo sa bene Michele Bartoli, che lo vinse nel 1996 finendo ininterrottamente nei primi 10 fra il ’95 e il ’99.

L’apricorsa di solito teneva a bada il pubblico, ma il pubblico non ci sarà
L’apricorsa di solito teneva a bada il pubblico, ma il pubblico non ci sarà

«E’ una gara completa – dice – che può essere vinta da un gran numero di corridori perché può finire in svariati modi: con un’azione solitaria, un gruppo ristretto ma anche una selezione più moderata. Non sai mai come si evolverà, per questo il Fiandre non si vince solo in base al fisico, ma serve un complesso di caratteristiche. Dicono che sia una corsa altimetricamente impegnativa, ma non è certo per quegli scalatori troppo leggeri che possono essere rimbalzati via».

E’ una corsa dispendiosa più fisicamente o mentalmente?

Entrambe. Per affrontarla al meglio serve una grande concentrazione perché in ogni momento può accadere qualcosa, devi essere sempre sul chi va là. In ogni fase c’è una decisione da prendere per risparmiare quelle energie che ti saranno fondamentali più avanti, per attaccare o rispondere agli avversari. Certo, oggi con le radioline, con le ammiraglie che tutto controllano e ti avvertono è più facile, ma devi comunque essere sveglio e saperti muovere.

Anche Moscon è adatto al Fiandre. Qui nel 2017, il suo anno migliore: 15°
Anche Moscon è adatto al Fiandre. Qui nel 2017, il suo anno migliore: 15°
Quando correvi tu, le radioline non c’erano: quanto contava la figura del “regista in corsa”?

Tantissimo, proprio perché serviva saperla leggere in ogni momento. Quella è una qualità primaria per un corridore perché la fantasia, il colpo a effetto nascono da questo. Le radioline hanno un po’ svilito il nostro mestiere, ma sarebbe un discorso lungo da affrontare…

Ci sono momenti in cui ti puoi rilassare?

No, anche le fasi iniziali hanno il loro peso, più che in altre corse anche le fughe iniziali che possono sembrare velleitarie possono avere invece un significato, essere tentativi a tutti gli effetti o base per successivi attacchi. E’ fondamentale studiare prima della corsa, conoscere il percorso nei minimi particolari, perché devi decidere metro dopo metro che cosa fare, è una corsa che può cambiare in qualsiasi momento, non puoi sapere mai come andrà a finire.

Michele Bartoli, Giro delle Fiandre 1996
Michele Bartoli conquista così, in solitudine, il Fiandre del 1996
Michele Bartoli, Giro delle Fiandre 1996
Michele Bartoli conquista così il Fiandre del 1996
Quali sono i corridori italiani ideali attualmente per il Giro delle Fiandre?

Io ne identifico due, molto diversi fra loro: Davide Ballerini e Gianni Moscon. Ballerini è il corridore ideale per il Fiandre perché può adattarsi a varie soluzioni tattiche, unendo velocità e resistenza. Sono anni che gli dico che ha un grande spunto veloce e finalmente in questa stagione lo sta mettendo a frutto. Davide può attaccare da lontano ma anche seguire le azioni e sfruttare il suo spunto nel finale. Nessuno vuole portarselo con sé all’arrivo, troppo pericoloso. Ballerini è il prototipo ideale del corridore per il Fiandre.

E Moscon?

Lui ha bisogno di una situazione diversa, serve una corsa dura nella quale poter attaccare anche da lontano (purtroppo la caduta di Kuurne e la frattura del polso potrebbero rendere parecchio difficile il suo compito il prossimo 4 aprile, ndr). E’ importante che sia innanzitutto lui a credere nelle sue possibilità, ma il Fiandre è ideale per il suo modo di correre perché gli offre molte occasioni per far saltare il banco. Per vincere d’altronde, per lui come per chiunque altro, serve la corsa perfetta, nella quale tutto deve andare nella maniera migliore proprio perché è una corsa complicata come nessun’altra. Peccato per quel che gli è accaduto, poteva davvero essere l’anno buono…