Pogacar va veloce, ma Gianetti controlla il gas

26.03.2023
3 min
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In questo scorcio di stagione, con 9 vittorie in 15 giorni di gara, nel bilancio di Tadej Pogacar ci sono anche il quarto posto della Sanremo e il terzo ad Harelbeke. La prossima fermata di questa sua rincorsa sarà il Giro delle Fiandre, seguito dalle classiche delle Ardenne e poi si potrebbe dire che la sua stagione non sarà ancora iniziata. La sfida del Tour sarà infatti ancora di là da venire e Pogacar ci arriverà passando per il Giro di Slovenia.

Alla Tirreno-Adriatico, parlando della sua squadra, Davide Formolo ha tirato fuori una delle sue perle di saggezza. Per cui, volendo esemplificare al massimo come funzioni la vita nel UAE Team Emirates, il veronese ha detto: «O vinci, o tiri!».

Osservando questo ruolino di marcia e constatando che la squadra ha 30 corridori, alcuni di gran nome, ci siamo chiesti se sia normale che in tutte le corse più grandi si faccia corsa per lo sloveno. Intendiamoci, Tadej è il primo a volere il suo posto sulla plancia di comando, ma dal punto di vista della gestione è davvero la cosa giusta?

Domenica scorsa, Gianetti e Pogacar si sono ritrovato al via del Trofeo Binda. Qui con loro Erica Magnaldi
Domenica scorsa, Gianetti e Pogacar si sono ritrovati insieme al via del Trofeo Binda

Ne abbiamo parlato con Mauro Gianetti, team principal della squadra degli Emirati, per farci raccontare il suo punto di vista in merito e capire se ci sia qualcuno che a volte dice basta o tiri il freno.

Guardi Pogacar in mezzo alla gente e ti stupisci che il numero uno al mondo sia così tranquillo e… semplice. E’ davvero così?

Come lo vedete. E’ un ragazzo sereno che corre, si impegna come un grande professionista, ma vive una vita normalissima con la sua fidanzata. E’ appassionato di bici e di ciclismo, per cui non perde l’occasione quando può seguire Urska, come al Trofeo Binda, e questa mi sembra una cosa bellissima.

E’ il segreto della sua forza mentale?

La sua forza è proprio la serenità, cioè il fatto di impegnarsi al 100 per cento lo lascia tranquillo, nel senso che più del massimo non si può fare ed è inutile rammaricarsi se a quel punto sfugge un risultato. Lo vedi che prende la vita con leggerezza e cerca di godere delle piccole cose, che è un aspetto importante.

Nove vittorie nei primi 15 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il 2023
Nove vittorie nei primi 15 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il 2023
Avete 30 corridori, però le corse importanti sono tutte sue spalle. Pensate mai a costruire un’aternativa?

Per fortuna di Pogacar ce n’è solo uno e l’abbiamo noi. E’ chiaro che avendo Tadej, è normale che sia così. Lui vuole correre con questa dimensione, però è chiaro che se non ci fosse lui, interpreteremmo le gare in maniera totalmente diversa. Però è Tadej Pogacar, questa è la vera verità.

Non pensate di doverlo gestire con più oculatezza?

Lui si diverte, però dite una cosa giusta. Dobbiamo comunque gestire la cosa con calma e tenere anche una visione sul lungo termine. Perché è chiaro che abbia delle grandi potenzialità, delle ambizioni grandissime, però sappiamo che è importante guardare oltre il presente. E quindi corre, va forte perché va forte e fa la stessa fatica di quello che arriva decimo o cinquantesimo. Perché tutti si impegnano al 100 per cento, ma lui è davanti. Ma secondo noi, corre il giusto: l’anno scorso ha fatto 54 giorni di gara

Tadej Pogacar, Col du Granon 2022

Il crollo di Pogacar e i retroscena di una UAE stupita

13.07.2022
6 min
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Cinque chilometri che Tadej Pogacar ricorderà a lungo. Cinque chilometri che potrebbero segnare il destino di questo Tour de France. Verso il Col du Granon la (ex) maglia gialla vive il primo momento di difficoltà della carriera.

La sconfitta è sonora. Tra distacco e abbuono l’asso sloveno incassa 3’02” dal rivale danese. Jonas Vingegaard e la Jumbo-Visma ora hanno il coltello dalla parte manico e la “frittata” si è totalmente rigirata.

Ma cosa è successo a Tadej? Troppi sforzi nei giorni precedenti? Troppe energie spese per rispondere agli attacchi sul Galibier? Cattiva alimentazione?

L’ex maglia gialla sul Galibier si è difeso alla grande ma ha speso tanto
L’ex maglia gialla sul Galibier si è difeso alla grande ma ha speso tanto

Doccia fredda

I corridori giungono ai bus parcheggiati all’imbocco della scalata, proprio sulla strada che porta al Lautaret dove domani passeranno di nuovo, ma in salita. Rafal Majka, uno dei protagonisti, piomba veloce quasi un’ora dopo il termine della tappa. “Lancia” la bici ad un meccanico e s’infila nella “casa viaggiante” della UAE Emirates. La sua espressione non è delle migliori.

Proprio Majka aveva fatto tremare. Prima positivo al Covid, poi per la carica batterica molto bassa e per essere asintomatico era partito. Esattamente come era successo Jungels. Però sul Galibier aveva sofferto. Si era staccato presto. Mentre sul Granon ha compiuto un altro capolavoro da gregario.

«Io ho passato ai ragazzi l’ultima borraccia ai 6 chilometri dall’arrivo – racconta Marco Marcato, uno dei diesse UAE – internet non prendeva e non avevo idea di cosa stesse succedendo. Quando sono passati erano ancora tutti insieme. In effetti ho visto i miei, Rafal e Tadej, un po’ affaticati, ma più o meno come gli altri.

«Poi mentre scendevo per tornare qui, sentivo dai tifosi a bordo strada che aveva vinto Vingegaard, ma non credevo così».

Sino all’attacco del danese, Pogacar era stato perfetto. Era rimasto isolato. Aveva risposto agli attacchi e anzi aveva contrattaccato lui stesso per placare gli animi degli avversari. Non poteva assolutamente lasciarsi scappare né Roglic, né tantomeno Vingegaard con Laporte e Van Aert davanti sul Galibier.

Mauro Gianetti spiega cosa è accaduto e come si rimboccheranno le maniche
Mauro Gianetti spiega cosa è accaduto e come si rimboccheranno le maniche

Gianetti placa gli animi

A tenere banco, a metterci la faccia, con grande signorilità, è il team manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti. Il ticinese si presta ai microfoni che lo assalgono.

«Questo è lo sport – dice serio, ma non affranto – abbiamo assistito ad una tappa storica. Oggi abbiamo perso. La Jumbo-Visma è una squadra fortissima e avete visto tutti come ha corso. Ci hanno attaccato sin da subito e da lontano. Oggi hanno fatto qualcosa di straordinario».

Non solo, ma con due uomini in meno, Majka che all’inizio non stava bene, Pogacar ha dovuto rispondere a tutti gli scatti in prima persona.

«Chiaro – riprende il manager – che con un Laengen e un George Bennett in più le cose sarebbero potute andare diversamente e per questo sono ancora più orgoglioso dei miei ragazzi. Ma la forza della Jumbo resta. Tuttavia noi sull’ultima salita avevamo un uomo col capitano e loro no. Ma ci aspettavamo un loro attacco con tutti quei campioni».

Pogacar a pochi chilometri dall’imbocco del Granon scherzava con la telecamera imitando il gesto di quando si dà gas alla moto. La sua squadra rilanciava quel momento con un tweet, sottolineando come Tadej fosse rilassato.

«Mah sapete – spiega Gianetti – a Pogacar piace quando c’è la lotta. Si gasa. Evidentemente stava bene per davvero.

«Poi non so se abbia pagato gli scatti degli Jumbo, ma in quel momento non poteva fare altro. Non so se sia andato in crisi di fame, se abbia sofferto il caldo (per la prima volta si è aperto la maglia, ndr). Di certo noi non possiamo rimproverargli nulla. Non abbiamo l’obbligo di vincere, siamo qui se vogliamo per imparare ancora vista la sua età».

«Cosa gli dirò stasera? Nulla, lo abbraccerò. Anche perché durante l’ultima scalata ci ha messo il cuore, ha dato l’anima. Questo è lo spirito della nostra squadra».

Pogacar a tutta verso il Granon, per la prima volta aveva la maglia aperta
Pogacar a tutta verso il Granon, per la prima volta aveva la maglia aperta

Paura del Covid

Più di qualcuno però teme che questo calo così repentino di Pogacar possa attribuirsi al Covid. In fin dei conti la UAE Emirates lo sta schivando già da prima del Tour con Trentin. Due atleti sono stati costretti ad andare a casa, Majka comunque è risultato positivo: il cerchio si fa sempre più stretto.

«La pressione in tal senso c’è – dice Gianetti – Il Covid è entrato in squadra, due ragazzi sono andati via… In più c’è anche la pressione della corsa, dello stare attenti al virus fuori dalla corsa, della conferenza stampa e dei controlli che ogni sera ti fanno arrivare in hotel sempre dopo le 21,30-22». 

I leoncini del leader della generale sul bus della UAE Emirates. Che non siano stati troppi per difendere a lungo la maglia gialla?
I leoncini del leader della generale sul bus della UAE Emirates. Che non siano stati troppi per difendere a lungo la maglia gialla?

Quella maglia gialla…

«Noi – aggiunge Andrea Agostini, altro dirigente del team arabo – facciamo davvero di tutto per prevenire il Covid. Abbiamo comprato non so quante mascherine, i ragazzi mangiano separati, dormono in camere singole. Indossiamo le mascherine sempre. Solo di lampade speciali per la sanificazione abbiamo speso 15.000 euro. Disinfettiamo tutto, bus, ammiraglie… più di così proprio non possiamo fare. Se poi è Covid… ad oggi i nostri non lo avevano».

Tornando alle parole di Gianetti una cosa però va approfondita: «Arrivare ogni giorno più tardi in hotel aggiunge stress e stanchezza». Verissimo. Ma a quel punto non conveniva lasciare la maglia?

Più di qualcuno nel team ci fa capire che l’intento c’era. E ci avevano anche provato, ma con l’esuberanza di un ventritreenne c’è poco da fare! Insomma è stato Pogacar che non la voleva cedere.

Ed in questo è stato coerente con quanto detto nella conferenza stampa prima di Copenhagen: «Non è facile lasciare la maglia gialla. Non è facile lasciare andare via qualcosa per cui si lotta».

Lo sloveno in maglia bianca, sorridente sul podio dopo la batosta
Lo sloveno in maglia bianca, sorridente sul podio dopo la batosta

Non è finita

Pogacar ha preso la più grossa (e unica) batosta della sua carriera. Forse è da stasera in poi che si vedrà davvero quanto è grande. Che è fenomeno lo sappiamo. Per diventare un gigante gli serviva l’occasione di una sconfitta. Eccola…

E a un primissimo impatto a caldo, anche stavolta sembra essere sulla strada giusta. Sul podio per la maglia bianca sorrideva. Ha fatto i complimenti a Vingegaard.

«Non so cosa sia successo – ha detto Pogacar – di certo non è stata la mia miglior giornata. Non avevo energie nel finale. Pensavo a guardare avanti, ma altri ragazzi mi superavano. La Jumbo oggi ha giocato le sue carte davvero bene. E’ stato molto difficile controllare gli attacchi».

 

«Però voglio continuare a lottare. Il distacco è ampio, ma mancano ancora diverse tappe importanti fino alla fine e farò di tutto per non avere rimpianti. Come ho preso io oggi quasi tre minuti, li può prendere anche lui».

Gianetti, un giorno pericoloso e il naso rotto 35 anni fa

06.07.2022
5 min
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Non dovrebbe piovere, pensa Gianetti guardando il cielo. Ugualmente la tappa che prenderà il via da Lille all’ora di pranzo si annuncia piena di insidie. Tra polvere, buche e pietre sconnesse, anche una foratura potrebbe rivelarsi fatale. Ieri Van Aert ha colto tutti in castagna, sorprendendo anche Pogacar (che in apertura taglia il traguardo di Calais). Oggi nella tappa che si conclude vicino alle vecchie miniere di Arenberg potrebbe succedere la stessa cosa?

«Le tappe del Tour rendono nervosi – dice Gianetti – ogni giorno c’è vento, pavé, poi altri tranelli. Il Tour de France è questo e bisogna essere concentrati e pronti in ogni momento. E’ chiaro che se dovesse anche piovere, sarebbe un altro problema. Vorremmo tutti che il Tour si giocasse per le forze in campo e non tanto per le sfortune e le disavventure che possono arrivare. Sarebbe bello che tutti i migliori si potessero confrontare sul pavé e nelle tappe di montagna e che nessuno avesse sfortune…».

Vigilia della tappa sul pavè, ieri dopo l’arrivo a Calais. Gianetti non sta mai fermo
Vigilia della tappa sul pavè, ieri dopo l’arrivo a Calais. Gianetti non sta mai fermo

In casa UAE Emirates è giorno di esami. Ed è soprattutto l’imponderabile a destare qualche apprensione in più. Finché si tratta solo di pedalare, Pogacar non ha problemi: prendete la crono di Copenhagen, stava per vincerla. Ma per la legge dei grandi numeri e il fatto che finora la sfortuna si sia abbattuta soltanto sui suoi avversari, l’ansia viene da sé.

Mauro, in questi giorni Tadej ha fatto da sé, ma sul pavé la squadra potrebbe essere decisiva?

La squadra serve tantissimo e serve sempre. Oggi, come poi nelle tappe di salita, oppure quelle col vento. Ci sono squadre più attrezzate per le tappe mosse e quelle più attrezzate per le montagne. La squadra è fondamentale qui al Tour.

Nella scorsa primavera, Pogacar e Trentin in ricognizione sul pavé, pensando a Fiandre e Tour: per Gianetti una fase cruciale
Nella scorsa primavera, Pogacar e Trentin in ricognizione sul pavé, pensando a Fiandre e Tour
Però intanto aver corso sul pavé ad aprile ha dato a Tadej ancora un po’ di fiducia?

E’ stato un passaggio fondamentale. Prima, perché potesse capire le sue capacità. E poi perché verificasse le sue capacità di fronte agli altri. E’ arrivato quarto al Fiandre, adesso sa che pedala bene sul pavé e questo è importante.

Si farà sentire l’assenza di Trentin?

Tantissimo (lo dice senza lasciarci finire la domanda, ndr)! Soprattutto pensando a queste tappe. La scelta era di avere Matteo Trentin con un’idea ben chiara e ben precisa. Ora abbiamo Marc Hirschi che potrà essere più utile di quanto sarebbe stato Matteo sulle montagne, ma qui il disagio per l’assenza di Matteo sarà evidente.

Il maxi schermo sul pullman del UAE Team Emirates è ogni giorno il ritrovo dei giornalisti
Il maxi schermo sul pullman del UAE Team Emirates è ogni giorno il ritrovo dei giornalisti
Come hai reagito quando ti hanno detto che non ci sarebbe stato?

Incavolarsi serve a poco. Dispiace per la squadra. Dispiace per Matteo, perché anche lui ci credeva. Ho allargato le braccia, c’era poco da fare. La cosa peggiore è che Matteo sta benissimo. E’ semplicemente positivo, senza nessun sintomo. Neanche mal di gola e mal di testa. E’ disarmante pensare che un ragazzo che ha investito dei mesi di lavoro, le emozioni, la famiglia… Per andare al Tour, c’è da fare un investimento personale. Fai dell’altura da solo, stai tanto lontano da casa. E il giorno prima ti dicono che non puoi partire… Non è facile.

Come ti sentiresti, corridore da 62 chili, dovendo fare una tappa come questa?

Direi parole irripetibili. Mi è già capitato una volta, mi pare fosse il 1989. Il giorno prima addirittura caddi e mi ruppi il naso. Ricordo che affrontai il pavé con il naso rotto e gli ultimi due settori, visto che ormai ero ultimo e staccato, li feci a piedi per quanto mi faceva male il naso. Pensavo di ritirarmi e intanto il direttore sportivo mi ripeteva che ormai potevo arrivare a Parigi. Eravamo alla seconda tappa, ma ebbe ragione lui. Fatta Roubaix, arrivai a Parigi.

La stessa bici

Intanto dal camion dei meccanici, Alessandro Mazzi fa sapere che per la tappa di stamattina, Pogacar utilizzerà la stessa Colnago dei giorni scorsi, con l’unica variazione del reggisella, che sarà quello di serie. Per le altre tappe, la squadra sta utilizzando invece una versione Darimo alleggerita per Colnago.

«Avrà poi ruote tubeless Bora WTO da 45 millimetri con pneumatici da 30 millimetri – dice – con un inserto all’interno, mentre ad aprile per il Fiandre ha usato le 28. Davanti terrà il 39-54 e dietro un 11-29. La stessa sella e anche il nastro manubrio sarà il solito. Ha fatto delle ricognizioni con la bici settata a questo modo e si è trovato a suo agio».

UAE Team ADQ, le donne in bici. I progetti di Gianetti

15.01.2022
4 min
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Il WorldTour femminile cresce, la UAE cresce ed ecco la UAE Team ADQ. E Mauro Gianetti, il team manager, della corazzata non ha mai nascosto i suoi piani e le ambizioni di questa squadra, o meglio, di questo gruppo. Ci sta lavorando e ci lavorerà ancora.

E allora insieme a lui andiamo a scoprire questo nuovo progetto “rosa”.

Già lo scorso Gianetti e il suo gruppo andarono negli Emirati per la promozione del ciclismo (Photo Fizza)
Già lo scorso Gianetti e il suo gruppo andarono negli Emirati per la promozione del ciclismo (Photo Fizza)
Mauro, come nasce l’avventura con questo team?

In generale il progetto UAE è un grande investimento. Un investimento in tutto: nei corridori, sul piano tecnologico, dei materiali, abbiamo ingegneri, abbiamo un biomeccanico che lavora al 100% con noi. E’ un qualcosa di corale. In tutto ciò la squadra maschile è parte del progetto di sviluppo del ciclismo negli Emirati Arabi. L’idea è di mettere le persone in bici. Siamo partiti con gli uomini ma non era un progetto esclusivo per loro. Noi pensiamo alla salute e al benessere, e questo è anche e soprattutto donna. Andare in bici è semplice, è bello, puoi farlo a qualsiasi ora, in compagnia o da sola. La bici è senso di libertà. Tutto ciò lo stiamo sviluppando da anni ed era arrivato il momento di avere anche una squadra femminile.

E quando è arrivato questo momento?

La scorsa estate. Di ritorno da Tokyo ci siamo fermati negli Emirati Arabi per mettere in piedi tutto ciò. C’era anche Tadej (Pogacar, ndr). Abbiamo iniziato a fare delle valutazioni e delle indagini di mercato. Abbiamo contattato diversi team e alla fine con la squadra (la Alè BTC Lubjana, ndr) di Alessia Piccolo e la sua Alè c’è stata l’opportunità ideale.

Perché l’opportunità ideale si è realizzata con loro?

Per loro stava diventando un po’ troppo impegnativo. Perché è vero che il ciclismo femminile sta diventando più importante, ma è anche più costoso. Noi inoltre cercavamo delle atlete di livello, che loro avevano. Pertanto l’occasione era ideale per entrambi. Da lì siamo partiti.

La Colnago VR3s in dotazione alle ragazze del nuovo team di Gianetti (foto Instagram – UAE ADQ)
La Colnago VR3s in dotazione alle ragazze del nuovo team di Gianetti (foto Instagram – UAE ADQ)
Che struttura avrete?

Anche per rispetto di chi c’era in precedenza, abbiamo lasciato esattamente lo stesso gruppo, ma ugualmente vi abbiamo posto Rubens Bertogliati come general manager. Abbiamo pensato che questa fosse la modalità migliore per iniziare. Ed è anche un modo per rispettare le idee di pensiero del Paese che ci rappresenta, un Paese molto accogliente.

Appunto, Mauro, cosa significa avere un team femminile in un Paese arabo?

Gli Emirati Arabi Uniti sono un Paese straordinario. Vi dico solo che da questo 1° gennaio il weekend anche per loro è il sabato e la domenica, non più il giovedì e il venerdì come per gli altri Paesi arabi.

Davvero una grande apertura…

Spesso si fa confusione e si confondono gli Emirati Arabi con Arabia Saudita, Oman… Che non centrano “nulla” con gli Emirati. Negli Emirati c’è molta tolleranza. Basta pensare che il 90% della popolazione è straniera e che molte donne sono alla dirigenza di aziende importanti. E’ fuori che si ha l’impressione che siano una “marcia indietro”. Posso dire che spesso le donne sono più rispettate lì che altrove. Quindi per noi è davvero un grande stimolo avere una squadra femminile. 

Prima, Mauro, hai parlato anche di biomeccanica e di materiali. La vostra bici ha delle geometrie apposite per le donne?

La Colnago V3Rs comprende tutte le taglie, che siano per uomini o per donne. Vanno bene dall’atleta più piccolo al più grande. Le caratteristiche del carbonio però sono adattate a seconda delle misure del telaio stesso. In poche parole il telaio di Laengen, che è alto quasi 2 metri, è diverso da quello dello scalatore di 1,60 metri. Sono fibre particolari. Però ci tengo a dire anche una cosa, in Colnago si va a cercare il compromesso tra peso e rigidità, ma aggiungerei anche sicurezza. Per Colnago e per noi è la prima cosa: mai avere un telaio con 10 grammi in meno a scapito di qualità e sicurezza. 

La Bastianelli, già in Alé BTC Ljubljana, sarà alla ADQ. Altre italiane di spicco sono gli innesti di Magnaldi e Bertizzolo
La Bastianelli, già in Alé BTC Ljubljana, sarà alla ADQ. Altre italiane di spicco sono gli innesti di Magnaldi e Bertizzolo
La stagione 2022 ancora deve iniziare, ma già pensate a quella 2023 in qualche modo?

Si lavora sempre in ottica futura! Da quando il team è partito si pensa sempre a cosa fare per migliorare. Si osserva, si ascolta… Pensare di aver raggiunto il massimo sarebbe un errore. L’evoluzione è costante. E andare avanti è la costante del mio mestiere.

Mauro, che obiettivi vi ponete? Visto che è tornato anche il Tour femminile ci pensate ad una doppietta uomini e donne?

Sognare non costa nulla! Ma a me non piacciono troppo i sogni, preferisco gli obiettivi. Quelli puoi raggiungerli con il lavoro. Il nostro primo obiettivo appunto è quello di avere un gruppo solido attorno ai corridori, per supportarli al meglio al livello di staff e materiali. Nella ADQ abbiamo un gruppo misto: ragazze molto giovani e altre più esperte, come Marta Bastianelli e Mavi Garcia. Loro, insieme alle molte 19-20 enni sono un bel mix.

Garcia verso Giro-Tour. Devoti progetta, Gianetti ci crede

08.01.2022
6 min
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L’accoppiata Giro Donne-Tour Femmes continua a tenere banco e poco per volta tutte le possibili interpreti stanno scoprendo le proprie intenzioni. Una di loro è Mavi Garcia dell’UAE Team ADQ, che ha alle spalle una bella storia da raccontare e davanti a sé un 2022 da recitare come protagonista. Dall’anno scorso è allenata da Michele Devoti, diesse e Performance Director della formazione degli Emirati Arabi Uniti, che, dopo una vita tra gli uomini, ha appena vissuto la sua prima esperienza nel mondo femminile.

La spagnola, vincitrice dell’ultimo Giro dell’Emilia (foto di apertura), ha compiuto 38 anni lo scorso 2 gennaio ed è diventata elite solo nel 2015 (quando andò alla Bizkaia Durango dove rimase tre stagioni). Prima era stata campionessa di duathlon, con un argento europeo, un argento ed un bronzo mondiali quando già correva con il team basco. E fino al 2018, stagione in cui firmò per la Movistar (rimanendoci per un biennio) dedicandosi solo alla bici, ha lavorato per dodici anni nell’amministrazione di un’azienda di macchinari del settore alberghiero.

A Tokyo ha ottenuto il 12° posto su strada e il 23° nella crono
A Tokyo ha ottenuto il 12° posto su strada e il 23° nella crono

Quando contattiamo Mavi e Devoti, sono entrambi in Spagna. Lei è a casa sua a Palma di Mallorca dove si sta allenando. Lui è a Valencia per un mini-collegiale in attesa di partire l’indomani per l’Italia e così ne approfittiamo per chiedergli di introdurci la sua atleta.

Michele, la Garcia ha un passato che ricorda un po’ quello di un’altra ragazza che avevi nel 2021, la Reusser (passata alla Sd Worx, ndr).

E’ vero, Mavi è arrivata un po’ più tardi al ciclismo rispetto alla svizzera, ma entrambe hanno un gran motore. Mavi in questo periodo ho dovuto frenarla negli allenamenti, mi sono quasi spaventato. Nei test in soglia ha valori di 5,5 watt/kg. Solo nel 2021 abbiamo iniziato a fare lavori specifici, prima non ne aveva mai fatti. Fra di noi c’è fiducia reciproca. E’ cresciuta tantissimo, grazie anche alla nuova posizione in bici che le ho rivoluzionato dopo la tappa di Prato Nevoso all’ultimo Giro Donne. Ne ha beneficiato subito e poi sino a fine stagione. Abbiamo apportato altri dettagli ed ora sembra un’altra a pedalare. Per me ha ancora un margine di miglioramento di almeno il 10 per cento

Devoti è dallo scorso anno nel WorldTour femminile, dopo aver allenato i pro’ della Gazprom
Devoti è dallo scorso anno nel WorldTour femminile, dopo aver allenato i pro’ della Gazprom
Che calendario avrà?

Lo abbiamo già stilato in linea di massima. Quest’anno dovrebbe fare più di 60 giorni di gare, con almeno tre picchi di forma, che tra l’altro le donne sanno mantenere per lunghi periodi, più degli uomini. Strade Bianche, Cittiglio, Ardenne, campionati nazionali, Giro, Tour, europei, Vuelta e mondiali. E tante altre. In mezzo ai vari blocchi di gare, ci saranno tre ritiri in altura a Sierra Nevada.

Andiamo subito al sodo. L’obiettivo doppietta Giro-Tour è alla sua portata quindi?

Lo dico sinceramente: per me lei è l’unica che può battere la Van Vleuten, anche se non vanno trascurate tante altre avversarie di quel calibro. Sulla carta dovremmo venire al Giro per migliorare il quinto posto del 2021, conquistato facendo i cambiamenti di cui parlavo prima. Dobbiamo però ancora vedere come sarà il percorso. Il Tour invece sembra disegnato per Mavi. Inoltre non possiamo nasconderci perché Mauro Gianetti (Team Principal e CEO dell’UAE Team Emirates, ndr) vuole la doppietta al Tour con Pogacar e la Garcia. Lui ci sta col fiato sul collo (ride, ndr). Ce lo dice tra il serio e il faceto, ma so che ci crede davvero.

Il Giro d’Italia è stato una scoperta, con un 5° posto su cui costruire il prossimo
Il Giro d’Italia è stato una scoperta, con un 5° posto su cui costruire il prossimo
Insomma vi ha messo addosso un bel carico di pressione. Come la gestirete?

Mavi è una ragazza che affronta bene le tensioni pre gara. L’ho messa alla prova al Giro dell’anno scorso quando le ho chiesto il penultimo giorno di fare un certo di tipo di corsa nella tappa del Matajur. Ed infatti fece un’ottima prova. Se nel 2022 partiremo avendo già risolto tutti quei problemini che avevamo all’inizio dell’anno scorso, allora possiamo fare davvero tanto bene.

E Mavi cosa dice?

La parola ora passa alla Garcia, il cui nome per esteso è Margarita Victoria. Ci accordiamo via messaggio per chiamarla e la troviamo mezz’ora prima che inizi una pedalata indoor sui rulli smart. Dopo la nostra telefonata farà circa due ore. Chissà se, parlando dei suoi prossimi traguardi, le abbiamo dato una motivazione in più durante questo allenamento…

Con Moolman e Van Vleuten, Mavi Garcia tra le favorite di Giro e Tour
Con Moolman e Van Vleuten, Mavi Garcia tra le favorite di Giro e Tour
Mavi, Michele ci ha parlato molto bene di te. Ci ha detto che puoi migliorare ancora del 10 per cento.

E’ una percentuale altissima (risponde divertita, ndr). Non sarà facile fare questo step ulteriore, ma sto lavorando per questo. Lui è stato molto importante per me. Se nel 2020 ho capito le mie vere potenzialità cambiando mentalità, dall’anno scorso so che posso stare davanti nelle gare più importanti. Conoscerò però la mia vera condizione solo quando correrò. Sono molto stimolata a fare una bella stagione.

Che obiettivi ti sei prefissata?

Non lo so, andare forte dove posso. Ho iniziato tardi a correre, so di non essere più giovane e non so per quanti anni andrò avanti ma adesso voglio fare al meglio tutte le corse possibili. Mi sento sempre meglio col passare del tempo e ho tanta voglia di fare le corse, poi vedremo cosa farò.

Devoti sostiene che tu possa essere l’antagonista della Van Vleuten al Giro e al Tour.

Anche questo non lo so. E’ fortissima, ma non c’è solo lei da cui guardarsi. Penso a Moolman e Vollering (rispettivamente seconda e terza all’ultimo Giro Donne, ndr). Poi ci sono Longo Borghini e Cavalli. Non sarà semplice. Sarà importante il supporto della squadra e avere un buon feeling interno. Io potrò contare su Sofia Bertizzolo ed Erica Magnaldi (arrivate quest’anno nella UAE, ndr). Quest’ultima è più scalatrice, ci siamo già allenate assieme qui a casa mia. Penso che lei possa arrivare con me e con le migliori.

Ci è allenata con Erica Magnaldi in Spagna: le due sono ora compagne di squadra (foto Instagram)
Ci è allenata con Erica Magnaldi in Spagna: le due sono ora compagne di squadra (foto Instagram)
Con la Van Vleuten hai un piccolo conto aperto dalla Strade Bianche del 2020. Eri davanti da sola con più di tre minuti di vantaggio a circa 20 chilometri, eppure vinse lei. Che cosa successe?

Stavo bene anche se avevo più di 50 chilometri di fuga solitaria nelle gambe in un percorso così. Finché ho avuto le comunicazioni sui distacchi ero tranquilla perché mi gestivo, ma ad un certo punto nessuno mi ha detto più nulla. Ho fatto un tratto senza sapere i distacchi e quando hanno ricominciato ad aggiornarmi la Van Vleuten era a 30” da me. Comunque al traguardo ero contentissima, perché avevo fatto una grande gara.

Mavi prima di lasciarti… sei un po’ pentita di aver iniziato solo nel 2015?

Non guardo indietro e non ci penso. Dai 7 ai 17 anni ho fatto pattinaggio artistico e poi ho mollato tutto senza un motivo. Diciamo che forse sarebbe stato meglio iniziare a correre in bici cinque anni prima.

La UAE punta la licenza Alé per sbarcare fra le donne

10.10.2021
3 min
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Un’accelerazione netta e il UAE Team Emirates compra la licenza WorldTour della Alé-BTC Ljubljana, anche se manca ancora l’ufficialità. Gianetti aveva preannunciato l’intenzione della squadra araba di entrare nel ciclismo femminile, ma aveva spostato tutto al 2023. Poi, su richiesta della proprietà, c’è stata un’accelerazione. Fra i motivi si può imaginare il prestigio di correre il primo Tour de France Femmes (di cui Marion Rousse è fresco direttore) con una squadra di donne.

Come vi spiegheremo nell’intervista che uscirà domattina, il primo sondaggio ha riguardato la Valcar-Travel&Service. La trattativa si è fermata davanti al fatto che il team di patron Villa non sia WorldTour e abbia poche ragazze straniere.

Gianetti ha vinto con Pogacar gli ultimi due Tour: con al sua UAE punta anche al femminile?
Gianetti ha vinto con Pogacar gli ultimi due Tour: con al sua UAE punta anche al femminile?

Passi veloci

Non sono molte le licenze WorldTour a disposizione e tutto sommato l’Uci sarebbe stata ben contenta che uno squadrone così grande provasse a guadagnarsela sul campo. La regola è chiara: chi opera già fra le donne parte avvantaggiato. Se ad esempio la Valcar-Travel&Service volesse o potesse (come voleva) entrare nel WorldTour, potrebbe accedere direttamente alla licenza. Se una squadra WorldTour maschile, che non ha mai svolto attività nel ciclismo femminile, volesse ottenerla, dovrebbe correre per un anno tra le continental. Come farà ad esempio nel 2022 la Cofidis. E solo allora, fatta la necessaria esperienza, potrebbe avere la sua licenza per la massima categoria. Evidentemente la UAE, poco avvezza a partire dal basso, non ha voluto aspettare e si è rivolta alla squadra di Alessia Piccolo, il cui mantenimento in vita è assicurato dalla sponsorizzazione di patron Zecchetto.

Contratti e mercato

La notizia girava nell’ambiente da un po’ e l’ha anticipata ieri Cyclingnews. In seguito a quella pubblicazione, tutti i membri della squadra hanno ricevuto un messaggio dalla manager Alessia Piccolo. Li avvertiva del fatto che non ci fosse ancora niente di ufficiale, che le trattative sono in fase avanzata e che saranno loro i primi a saperne qualcosa.

Le cose invece sarebbero piuttosto avanti. UAE ha chiesto di visionare tutti i contratti del team veronese e ha fatto sapere che almeno per il primo anno la struttura della squadra rimarrebbe quella attuale, con Fortunato Lacquaniti al timone e la necessità di definire un parco atlete all’altezza del nome che sta scendendo in campo.

E’ infatti da ridefinire il contratto di Marta Bastianelli, rientrata ieri dalla Gran Bretagna: il vero pezzo forte del mercato. E’ in arrivo Sofia Bertizzolo. Confermata Mavi Garcia (foto di apertura dopo la vittoria all’Emilia), che potrebbe essere l’asso della manica del team: una delle poche in grado di contrastare Annemiek Van Vleuten nel primo Tour de France Femmes. Mentre Marlen Reusser, argento nella crono a Tokyo e campionessa europea di specialità, è passata alla SD Worx.

Bastianelli, qui vincente al Women’s Tour, è in fase di rinnovo del contratto
Bastianelli, qui vincente al Women’s Tour, è in fase di rinnovo del contratto

Colnago e DMT

Se l’assetto tecnico della squadra parrebbe dunque identico all’attuale, poiché nessuno all’interno del team maschile ha esperienza di ciclismo femminile, nulla vieta di pensare che dal 2023 Gianetti possa darle l’impronta voluta, dopo averla osservata per un anno.

Quel che appare ormai certo è che cambierà il nome e cambieranno le divise, la cui grafica è già pronta. La squadra non correrà più su bici MCipollini passando a Colnago, mentre resterebbero fedeli all’attuale gestione le calzature DMT, di proprietà dello stesso Zecchetto.

Il movimento femminile cresce ancora, l’Italia – se ogni cosa sarà confermata – perderà la sua unica squadra WorldTour. L’incartamento è sui tavoli dell’Uci, tutto sembra avviato nella giusta direzione. Allo stesso modo in cui un semplice cavillo potrebbe complicare il discorso. Resta la grande professionalità del gruppo veneto, autentico riferimento nella produzione di abbigliamento, calzature e bici, cui attingono squadre professionistiche e federazioni internazionali. Non dimentichiamo infatti che Alaphilippe ha vinto il mondiale vestito con capi Alé e Pogacar anche ieri al Lombardia continuava a spingere sulle sue scarpe DMT.

Squadrone UAE. Caro Gianetti, cosa state combinando?

16.08.2021
5 min
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Sempre più uno squadrone. Il Uae Team Emirates sta diventando sempre più una corazzata. Era stata criticata al Tour de France perché non garantiva un sufficiente appoggio a Pogacar, salvo poi esserci sempre nei momenti critici. Ma la squadra diretta da Mauro Gianetti in questo momento è la regina indiscussa del ciclomercato.

Gianetti con la UAE e negli Emirati ha molti progetti di sviluppo in ballo (Photo Fizza)
Gianetti con la UAE e negli Emirati ha molti progetti di sviluppo in ballo (Photo Fizza)

Progetto multicolor 

Joao Almeida, Pascal Ackermann, George Bennett, Marc Soler, Alvaro Hodeg… vanno ad aggiungersi ai tanti nomi del team asiatico.

«Sono veramente contento della scelta che abbiamo fatto un paio di anni fa – racconta Gianetti- e cioè puntare sui giovani. Abbiamo un progetto a lungo termine che mira a far crescere i giovani oltre a quelli di livello che già abbiamo. Hirschi, McNulty, Covi, Bjerg, Ayuso… gente dai 18 ai 23 anni. Bennett e Soler con i loro 29 anni sono dei veterani ormai! Prendiamo Covi per esempio, crediamo molto in lui e lo abbiamo scelto non solo per il suo talento ma anche per il suo carattere che ci è sembrato degno di questo progetto».

Gianetti parla di un progetto unico nel suo genere, qualcosa che punta all’internazionalità, al non avere una sola bandiera da rappresentare.

«Noi non vogliamo essere la squadra colombiana, la squadra italiana o la squadra inglese. No, noi vogliamo essere un team internazionale, multiculturali. Abbiamo ragazzi di moltissime nazionalità, siamo multicolor direi! Scegliamo corridori che siano anche curiosi di conoscere nuovi mondi, di abbracciare altre culture e vogliamo gente che si identifichi in questo progetto. Gli Emirati Arabi sono un paese straordinario, il 95 per cento della sua popolazione è straniera ed ognuno è il benvenuto… Vogliamo essere gli esatti rappresentanti delle eccellenze degli Emirati: Fly Emirates, Fab… Il corridore che passa da noi deve trovarsi bene col gruppo, deve divertirsi a correre e se poi vince chiaramente siamo contenti».

Il Team Uae Emirates ha in Pogacar il faro, ma la priorità è il gruppo
Il Team Uae Emirates ha in Pogacar il faro, ma la priorità è il gruppo

Una squadra, tanti fronti

Con il team manager svizzero si passa poi ad analizzare anche l’aspetto tecnico della Uae che verrà. Che squadra stanno costruendo?

«E’ una squadra completa. Ovviamente Tadej (Pogacar, ndr) è il faro. Lui ha una personalità straordinaria ed è generoso. Ma non c’è solo Pogacar. Vogliamo essere presenti in tutte le gare ed essere competitivi dappertutto. Competitivi, non dico vincere sempre, però vorremmo giocarcela anche sul pavè, nelle classiche più veloci, al Giro… 

Chiaro che tutti loro potranno rafforzare la squadra che ruoterà intorno a Tadej, ma come ripeto noi vogliamo essere lì a lottare e a farlo su tutti i fronti anche quelli in cui eravamo un po’ meno coperti e con squadre che hanno un budget più grande del nostro come la Jumbo o la Ineos».

Incetta di scalatori

Almeida e Soler, ma anche Bennett, sono i corridori molto importanti, specie il portoghese. Gente così può fare il gregario di extra lusso, ma anche giocarsela in prima persona. E come? Che ruolo avranno? Che calendario li aspetta il prossimo anno?

«Ad ottobre – riprende Gianetti – ci ritroveremo con Matxin e gli altri diesse per fare la programmazione e vedere chi piazzare dove. Prima però bisogna aspettare di vedere i percorsi».

A Gianetti chiediamo anche se l’arrivo di Bennett non possa avere una seconda finalità, e cioè conoscere anche i segreti del lavoro della Jumbo. Se in qualche modo, insomma, si può parlare di “spionaggio industriale“.
«Sono sincero, Bennett con noi può avere un po’ di spazio in più ed essere al tempo stesso un appoggio a Pogacar, se necessario. Per quel che riguarda le informazioni che può darci dalla Jumbo, posso dire che la struttura che abbiamo messo su con G42 – Artificial Intelligence, è una struttura sofisticata sia dal punto di vista degli allenamenti che dell’alimentazione. Se George ci dà qualche informazione in più siamo ben contenti, ma posso dirvi che ci sono dei campioni che vengono da noi anche perché abbiamo questa struttura che consente loro di crescere e di migliorare. Di essere insomma dei veri professionisti».

Pascal Ackermann, bravo nelle volate ma anche sul pavè
Pascal Ackermann, bravo nelle volate ma anche sul pavè

Ruote veloci…

Per un Kristoff che parte c’è un Ackermann che viene. E con lui anche Alvaro Hodeg, ruota veloce della Deceuninck.

«Beh – commenta Gianetti – Dal momento che hai dei velocisti hai bisogno di dare loro un treno. Questi due nomi sono due scelte che vanno a completare la squadra e a collegarsi ai discorsi di prima: essere competitivi su tutti i fronti e avere molte nazionalità nel team (oltre ad Ackermann abbiamo anche Gross). Hodeg può essere il sostituto di Richeze, che con noi termina il contratto e immagino possa chiudere la sua carriera. Come Alvaro lui sa muoversi bene anche sul pavè e potrebbe stare al fianco di Trentin e Ackermann stesso».

Ma prima di chiudere con il team manager della Uae non potevamo non fargli una domanda che i tanti tifosi italiani si aspettano: quando vedremo Pogacar al Giro?

«Il Giro d’Italia è una corsa bellissima. Ha un pubblico straordinario e si svolge in paesaggi unici: dalla Sardegna alle Dolomiti, dalle Alpi alla Puglia… E’ uno spettacolo magnifico che Tadej ha in mente… e prima o poi verrà al Giro».

Il Dombrowski ritrovato è rinato… dalla tavola

12.05.2021
5 min
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Dietro la transenna al traguardo di Sestola, ieri, Mauro Gianetti era al settimo cielo. Joe Dombrowski aveva appena vinto la tappa e il general manager della Uae Team Emirates spiegava che quando due anni fa decisero di prenderlo, erano consapevoli del suo valore, ma insieme si erano presto resi conto che ci fosse tanto da raddrizzare. Il talento rischiava di spegnersi, in un ragazzo di 29 anni che aveva bisogno di rivedere il modo di allenarsi e quello di mangiare. Perché Dombrowski è uno di quelli che con il cibo ha sempre avuto qualche problemino. «Lui è uno di quelli che non mangiava proprio niente», bisbiglia Gianetti andando verso il podio. Magrissimo da U23 quando nel 2012 vinse il Giro d’Italia U23 militando nella squadra di Lance Armstrong, sempre più magro da neoprofessionista al Team Sky. Come pretendere che avesse margini di crescita senza un rapporto sereno col cibo?

Mauro Gianetti è fra i primi ad abbracciarlo dopo l’arrivo
Mauro Gianetti è fra i primi ad abbracciarlo dopo l’arrivo

Svolta 2021

Oggi le cose sono migliorate. Tanto che quando lo scorso anno, finito il Giro, decise di rimanersene con la compagna a Milano, tra le varie informazioni chiese anche il nome di un paio di ristoranti. Un interesse che in altri tempi non avrebbe mostrato. Lo stesso dottor De Grandi, medico del team, ci parlò di una revisione nella squadra.

«Il ciclismo e le corse sono sempre più veloci – spiega Dombrowski – il livello e le attese sono alte e in questo team abbiamo un ottimo supporto con lo staff e lo chef. Meglio di quando dovevo pensarci da me. Quando sono venuto qui, arrivavo da una squadra americana. E’ difficile per noi vivere in un Paese straniero, lasciare gli Usa e la famiglia. Il team sta crescendo. Trovo molto comodo essere supportato anche nell’alimentazione. Non è facile seguirla da soli».

Le pressioni

In poche parole, la sintesi di quanto cominciammo a scrivere su queste pagine, interpellando nutrizionisti, psicologi e atleti, sulla necessità dei team di dotarsi di figure all’altezza e a proposito della fragilità emotiva di alcuni soggetti contrapposta al clima di pressione che sul tema si respirava e ancora si respira in alcuni ambienti. Dombrowski vinse il Giro d’Italia degli under 23 nel 2012 battendo l’Aru più forte. E quando Fabio tornò in ritiro, si sentì dire davanti a tutti che si era fermato al secondo posto perché credeva di essere magro, mentre l’americano lo era di più. Già, ma quali margini aveva Dombrowski?

Nel finale fra i big soltanto Bernal e Landa hanno messo fuori il naso. Con loro, Ciccone
Nel finale fra i big soltanto Bernal e Landa hanno messo fuori il naso. Con loro, Ciccone

«Il successo non è mai una linea retta – dice – ci sono alti e bassi, momenti più o meno difficili. Se guardo indietro, penso che avrei potuto aspettare un paio d’anni prima di passare. Sono arrivato al ciclismo tardi ed è un bel salto da U23 al WorldTour, per il modo di correre del gruppo. Ho avuto delle belle cose da tutti i team in cui sono stato, ognuno mi ha dato una bella esperienza, ma di sicuro da me ci si aspettava altro».

Interferenze radio

Il suo attacco nel finale valeva doppio. Per la tappa e per la maglia e chissà come sarebbe finita se i corridori non fossero stati collegati con le ammiraglie. De Marchi avvertito dai suoi di non pensare soltanto a Oliveira, rimasto indietro, ma anche di non lasciar allontanare troppo Dombrowski. L’americano spinto a gran voce, ma con indicazioni non proprio veritiere.

«Un po’ mi dispiace di non aver preso la maglia – dice – anche se è dura dire che sono dispiaciuto dopo che ho vinto la tappa. A 4-5 chilometri dall’arrivo, ho capito che andavamo per vincere e insieme sapevo che De Marchi era più vicino di me, che aveva 33 secondi. L’ho sentito tante volte alla radio. A volte ti danno distacchi diversi dalla realtà. Parlavano di 20-25 secondi a mio vantaggio, così ho voluto spingere fino alla riga, ma i secondi alla fine erano 13. Sarebbe stato bello prendere la maglia, ma non è stato possibile. Vedremo nei prossimi giorni. Oggi ci sarà una volata, domani con l’arrivo in salita potrebbe essere un’opportunità».

Mente aperta

C’è da capire se adesso il Uae Team Emirates cambierà i suoi piani oppure offrirà all’americano il supporto necessario per puntare alla maglia nei prossimi giorni, magari già domani a San Giacomo, in attesa che le grandi montagne portino davanti i capitani.

«Prima della corsa – dice – il piano era aiutare Formolo per la generale e Gaviria e Diego per le loro tappe. Ho vinto la tappa, ho preso la maglia azzurra, sono secondo in classifica. Di solito vengo fuori nella terza settimana sulle grandi montagne. Sestola non era pianificata, ma il percorso mi si addiceva. Non ho mai pensato di venire qui per la maglia rosa, sono abituato ad andare alle corse con la mente aperta. I grandi Giri sono diversi dalle corse di una settimana. Le cose possono cambiare rapidamente, per cui prendo le occasioni quando capitano. E in tre settimane ci sono tante occasioni, 21 corse nella corsa. Ieri è stato un buon giorno per me».

In viaggio con Gianetti, fra le neve e il deserto

30.01.2021
8 min
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Gianetti negli Emirati ci arrivò nel 2014 e non certo per costruire la squadra che avrebbe vinto il Tour. Gli chiesero di lavorare a un progetto per mettere in bici la gente di laggiù, che per clima e benessere, non godeva esattamente di ottima salute. Lui veniva dal naufragio drammatico di un bel progetto cinese, che attraverso l’accordo con TJ Sport Consultation avrebbe portato risorse importanti nella Lampre di allora. Sembrava tutto fatto, ma la morte improvvisa del referente orientale fermò ogni possibile sviluppo.

Ai Campi Elisi c’era anche Gianetti. La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa
La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa

Oggi Mauro Gianetti è il grande capo della Uae Team Emirates e forse, come vedremo, dirlo così suonerà riduttivo. Corridore professionista dal 1986 al 2002, 17 vittorie fra cui un’Amstel e la Liegi, dopo alterne vicende da team manager, nel 2014 approdò appunto negli Emirati. Il nostro viaggio ideale inizia da lì e si conclude sul podio dei Campi Elisi, mentre Mauro è in viaggio davvero e guida a 30 all’ora dietro uno spazzaneve, con lo sguardo laggiù, nel deserto degli Emirati.

La situazione era davvero così precaria?

Non avevano uno stile di vita sano, diciamo. Il diabete si stava diffondendo a macchia d’olio e c’era bisogno di un intervento dalle scuole, per raccogliere frutti a lungo termine. Così cominciammo a progettare piste ciclabili e infrastrutture e, in questi ultimi anni, il ciclismo è diventato uno sport molto importante. La squadra poteva essere una motivazione per i giovani e questo in effetti si è avverato, con la voglia di emulare i campioni. Ma davvero il professionismo è la punta dell’iceberg. Si è messo in moto un volano. Sono arrivati sponsor con la voglia di investire sul territorio, facendo progetti per la mobilità lenta e per cambiare lo stile di vita del Paese. Con la Youth Academy siamo entrati nelle scuole e la risposta delle persone è stata incredibile.

Abbiamo visto foto di piste ciclabili…

Quella su cui si correrà la cronometro dello Uae Tour ha due anni. Inizialmente era scollegata dalla città, ora hanno fatto anche il raccordo. E il bello è che oltre alla ciclabile per i grandi, c’è tutto un sistema di infrastrutture, che vanno dai percorsi per i bimbi alle officine. Se ne era parlato, poi sono tornato a casa e alla visita successiva ho trovato tutto già fatto.

I bambini delle scuole non hanno mai visto passare il Giro d’Italia…

Il bello infatti è che non sanno chi siano Pogacar e Gaviria. Eppure vedere due ragazzi come loro mettersi lì a insegnare come si va in bici è stato bellissimo. Sono tornati bambini e hanno capito che il loro scopo non è solo correre. Peccato che nell’ultimo ritiro a causa del Covid non abbiamo potuto rifarlo.

Nel 2014 nascono i progetti, nel 2018 parte la squadra.

E anche il mio ruolo ha iniziato a cambiare. Inizialmente ero più impegnato sul territorio, perché c’erano sponsorizzazioni e progetti che andavano a scadere e si dovevano completare. Poi gradualmente ho preso in mano tutto e negli ultimi due anni le cose sono ben chiare. Abbiamo creato un gruppo con ruoli ben precisi e anche i corridori ora hanno i loro riferimenti.

Come si può leggere in questo contesto l’acquisto della Colnago?

Colnago è un’eccellenza. Ernesto era arrivato a un punto in cui voleva comunque garantire futuro e sviluppo all’azienda e il fatto che la squadra corresse con le sue bici ha inciso. Ma credo che la spinta iniziale sia stata proprio il fatto che si parlasse di una prestigiosa azienda di nicchia, come Met che ci fornisce i caschi. Non un’azienda con il fatturato miliardario, ma capace di creare ottime biciclette.

Intanto la squadra cresceva.

Le basi per un’evoluzione tecnica le avevamo poste dall’inizio, collaborando per la preparazione con le Università olandesi. Ora abbiamo introdotto altre collaborazioni per avere analizzatori di dati più sofisticati. E tanto lavoro si ripercuote anche sull’immagine che la squadra sta iniziando ad avere. Se prima eravamo noi a cercare delle figure, oggi piovono richieste di collaborazione.

E con l’immagine sono arrivati i risultati.

Frutto del lavoro, ma arrivati in anticipo. Al Tour ci aspettavamo di essere protagonisti, non di vincerlo così presto. Ma quando hai un corridore con così tanto talento, le sorprese forse non sono nemmeno troppo inattese. Quello che dispiace è che, per i vari incidenti e i ritiri, è uscito sminuito il lavoro della squadra, che invece è stato eccellente. Noi lo abbiamo notato. Stiamo crescendo, siamo sulla buona strada.

Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Diciamo che avere le spalle coperte economicamente è un bell’incentivo a lavorare bene.

E’ il vantaggio di avere un progetto più ampio del vincere corse in bicicletta, che poi è il punto di partenza di tutto il viaggio. Tutti gli sponsor hanno accordi a lungo termine, di almeno 4 anni, perché l’obiettivo è creare il movimento della bici negli Emirati, per stimolare la gente di lì. Molte ciclabili ci sono già, a breve ne sarà inaugurata una di 68 chilometri. Si può fare il giro di Abu Dhabi con un anello che ne misura 90, in un quadro di 1.234 chilometri di piste già fatte.

Il tuo ruolo resta trasversale, quindi?

Avendo iniziato con quel progetto come consulente, direi proprio di sì.

Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
La vostra squadra ha subito la prima… sportellata del Covid, finendo tutta in quarantena giusto un anno fa.

E’ vero, siamo stati fra i primi e questo ci ha permesso di capirne la portata, vedendo la sofferenza negli atleti più giovani. E’ il motivo per cui abbiamo messo in atto un sistema interno per la sanificazione di ogni cosa, per combattere il rischio di contagio. Ed è il motivo per cui abbiamo approfittato della possibilità offerta dal Governo di vaccinare tutta la squadra. Non cambierà nulla per le precauzioni da adottare nelle corse, ma ci fa stare più tranquilli.

Si parlava di Pogacar.

Tadej è un talento, ha vinto bene. Chiaro che alcuni avversari non ci sono stati, ma ugualmente torneremo al Tour con grandi motivazioni e la consapevolezza di poterlo rifare.

Nel frattempo vi siete rinforzati.

Siamo partiti dal presupposto di non dover prendere per forza chissà quanti corridori. La regola è valutare prima il tipo di persona e poi l’atleta. Abbiamo preso Trentin, Majka e Hirschi. Ma sono arrivati anche due direttori sportivi eccezionali come Baldato e Guidi, due uomini con esperienza e professionalità. Bisogna dare la priorità all’ambiente che creiamo, perché ormai parliamo quasi di 100 persone.

Un piccolo paese! Avresti mai immaginato uno sviluppo così quando eri alla Polti con Stanga e Zenoni?

Se guardo a quando passai nel 1986 alla Cilo-Aufina, avevamo 6 bici di scorta per tutta la squadra, due macchine e un furgone. Da Stanga e Zenoni ho imparato che ogni persona in squadra deve avere il suo peso specifico ed è quello che poi ho visto e riproposto nella mia carriera.

Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Carriera che potevi aspettarti così?

Ero un buon corridore, ma non un grandissimo talento. Ho sempre lavorato tanto, ma era più questa la mia idea di futuro. Avevo la visione che un giorno avrei avuto la mia squadra, guardavo per capire e mi relazionavo con gli sponsor. Era il mio scopo. Ho cominciato con la Caldirola e poi sono sempre cresciuto. La Cina poteva essere un bel salto, ma morì colui che davvero credeva nel progetto. Sì, questo è il mestiere che ho sempre voluto fare.

C’è ancora posto per la bici?

Sempre, poco ma spesso. Almeno 4-5 volte alla settimana. Un’ora e mezza, non di più. Lavoro così tanto, di giorno e anche la notte, che se rubo un’ora per andare in bici, non faccio torto a nessuno. In più credo che lo sport faccia bene, al fisico e alla mente. E se ci pensate, è il motivo per cui sette anni fa si è messo in moto tutto questo…