I blocchi di lavoro, Cioni, Ganna e la Roubaix

26.03.2023
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Dopo la mega prestazione della Sanremo, gli scenari per la Campagna del Nord di Filippo Ganna assumono tutt’altro contorno. Il fenomeno della Ineos Grenadiers è in Belgio e viaggia verso la Roubaix con altre aspettative. Lui l’ha vinta tra gli U23 nel 2016. Ma l’era del “fare esperienza” è ufficialmente terminata.

E’ vero che di fatto tra impegni di pista, Covid e salvaguardia della salute, Ganna non ha corso moltissimo lassù, ma sognare è lecito. Noi vorremmo sognare anche pensando al Giro delle Fiandre, ma partiamo dalla Roubaix, che è l’obiettivo più concreto messo nel mirino. Pippo e il suo direttore sportivo e preparatore, Dario David Cioni, la stanno preparando con dovizia certosina. E lo dimostra anche la buona prestazione nella splendida sfida di Harelbeke dell’altro ieri: Ganna se l’è cavata con un decimo posto che dà fiducia.

Dario Cioni, coach e diesse della Ineos Grenadiers, segue Ganna da diversi anni ormai
Dario Cioni, coach e diesse della Ineos Grenadiers, segue Ganna da diversi anni ormai

Sanremo “inaspettata”

«Siamo in pieno periodo di corse – spiega Cioni – e l’obiettivo principale è quello di recuperare. Dopo la Sanremo si è pensato soprattutto ad una fase di recupero, anche in vista dei primi impegni in Belgio».

Prima della Tirreno e della Sanremo, parlando con lo staff della Ineos Grenadiers, erano emersi due misteriosi blocchi di lavoro che l’asso piemontese aveva fatto sotto la guida attenta di Cioni.

«Li avevamo fatti in avvicinamento alla Tirreno, ma erano già in ottica Parigi-Roubaix. Poi eravamo andati altri due giorni in pista, sempre in ottica Roubaix, ma anche pensando alla crono di Follonica. Poi è chiaro che cercando di rendere l’atleta più forte in generale, si ottengono miglioramenti non solo per la Roubaix, ma anche per la Sanremo».

Come a dire che la prestazione emersa alla Classicissima quasi non era prevista.

Ganna impegnato l’altroieri alla E3 di Harelbeke. Una grande fatica, ma anche un buon lavoro sul pavé
Ganna impegnato l’altroieri alla E3 di Harelbeke. Una grande fatica, ma anche un buon lavoro sul pavé

Due blocchi più uno

Quei due blocchi fanno sognare gli appassionati, destano curiosità. Cosa avrà fatto mai Filippo Ganna? E in effetti un pizzico di mistero resta, Cioni scopre solo parzialmente le carte.

«Quando con Pippo si parla di blocchi, si tratta di sessioni di tre giorni, con in mezzo un giorno di scarico: questa è la nostra struttura standard. Cosa facciamo? Posso dire che non sono mai blocchi uguali, cerchiamo sempre di variare lavori, intensità e durate delle ripetute. Cambiano in base agli obiettivi che si avvicinano».

Si potrebbe pensare che Ganna, passista, che lavora per la Roubaix, divori chilometri di pianura e invece non è così.

«Preferiamo lavorare in salita, tanto più che quando li abbiamo fatti eravamo in Svizzera e lì le strade più tranquille non sono certo in pianura. Abbiamo lavorato tenendo conto che nel carico di lavoro c’erano l’Algarve (prima) e la Tirreno (poi).

«Però abbiamo lavorato anche sulla velocità. Ma questa non l’abbiamo fatta su strada, bensì in pista. Sul parquet Filippo ci è andato poco prima della Tirreno. Ed è stato un terzo blocco se vogliamo, ma di due giorni anziché tre. Anche perché veniva dall’Algarve, come detto, e quindi c’era bisogno di fare un minor volume alle alte intensità».

Verso la Roubaix, dopo queste prime corse in Belgio, Pippo andrà in avanscoperta del pavè (foto Instagram)
Verso la Roubaix, dopo queste prime corse in Belgio, Pippo andrà in avanscoperta del pavè (foto Instagram)

Muri no, pavé sì

E adesso si guarda avanti. Dopo Algarve, blocchi di lavoro, Tirreno, Sanremo si tratta “solo” di recuperare. Anzi, di correre e recuperare, un po’ come ci aveva detto Davide Ballerini qualche giorno fa.

«Il grosso del lavoro ormai è stato fatto – dice Cioni – si tratta di correre e smaltire bene le fatiche. Si faranno solo dei brevi lavori che simulino in parte gli sforzi della Roubaix. Ma una corsa intera non puoi simularla: primo, perché comunque non c’è il pavè. Secondo, perché un allenamento non sarà mai una gara».

Ganna ha preso parte alla E3 Saxo Classic dell’altro ieri, sta correndo oggi la Gand-Wevelgem, poi prenderà parte alla Dwars door Vlaanderen mentre non farà il Fiandre, troppo rischioso e troppo dispendioso. Tra la “Attraverso le Fiandre” e la Roubaix ballano dieci giorni. Ci sarà tempo per un quarto blocco?

«Meglio concentrarsi su qualche sopralluogo tecnico sulle strade della Roubaix – ha chiarito Cioni – ci arriviamo come volevamo, sapendo di aver fatto un buon lavoro. E una cosa è certa: quella prestazione alla Sanremo gli dà morale. Conferma a Filippo che abbiamo lavorato bene. Anche i super campioni hanno bisogno di conferme. Se le conferme sono importanti anche per i coach? L’importante è che le abbiano gli atleti».

Leo Hayter, a piccoli passi nel mondo dei pro’

24.03.2023
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RICCIONE – Le strade della Coppi e Bartali non sono una novità per Leo Hayter. Il 21enne talento della Ineos Grenadiers era già stato alla breve corsa a tappe emiliano-romagnola nel 2021, quando era una promessa del Devo Team DSM. All’epoca dovette ritirarsi all’ultima tappa. Quest’anno invece, e ce lo aspettavamo, le cose stanno andando diversamente. Attualmente è undicesimo nella generale a poco più di un minuto da Schmid.

Già perché nel frattempo Hayter è diventato grande, non solo anagraficamente. L’anno scorso sulle colline forlivesi al Città di Meldola aveva ottenuto un secondo posto come trampolino di lancio al Giro d’Italia U23, poi dominato grazie a condizione e impresa favolose. In pratica le due stesse gare, Giro U23 e Coppi e Bartali appunto, in cui il fratello maggiore (e compagno di squadra) Ethan è stato a sua volta protagonista. Tuttavia il giovane Leo sorride davanti a certe coincidenze senza farci troppo caso e tiene sott’occhio la sua crescita.

Finora sulle salite della Coppi e Bartali, Leo è sempre stato col gruppo dei migliori
Finora sulle salite della Coppi e Bartali, Leo è sempre stato col gruppo dei migliori

Vita da pro’

Dopo il finale di 2022 come stagista alla Ineos, lo scalatore londinese ha iniziato la sua carriera da pro’ a tutto tondo ad inizio stagione. Come stanno andando questi mesi? E che differenze ha incontrato finora rispetto al passato? Leo risponde con estrema serenità.

«Forse non è andata come speravo – esordisce Hayter, alto 1,78 metri per 65 chilogrammi di peso – è stato un percorso un po’ dritto e un po’ accidentato. Al momento però sta andando sempre meglio, di settimana in settimana. Le ultime gare sono state buone e per ora posso ritenermi soddisfatto.

«Ad essere onesti non ho notato particolari diversità dall’anno scorso. Stessi tipi di gare, solo un po’ più dure. Stessi allenamenti, solo un po’ più lunghi. Non è stato un passo così ampio come si poteva pensare quando già correvo in un team continental U23 di alto livello (la Hagens Berman Axeon di Axel Merckx, ndr). Si fanno le stesse cose, ma in quantità maggiore».

Quotidianità. Riunione e podio firma sono due dei tanti momenti che un corridore vive in una gara
Quotidianità. Riunione e podio firma sono due dei tanti momenti che un corridore vive in una gara

Ambiente giusto

Per un corridore inglese può essere scontato l’ingaggio nella Ineos. Anche se Hayter junior fa parte di una nidiata di giovani dalla classe innata, l’inserimento di un neopro’ deve sempre prevedere diversi passaggi.

«Mio fratello Ethan è stato certamente la prima persona a cui ho chiesto consigli – prosegue Leo –quando ho saputo che sarei arrivato in questa categoria. Però ho anche altri riferimenti in squadra per mia fortuna. Qua alla Coppi e Bartali ho davvero compagni molto gentili e disponibili, che mi guidano giorno per giorno durante la tappa e anche fuori dalla corsa. Ad esempio uno di questi è Luke (Rowe, ndr) che è un corridore molto esperto ed ha un ruolo importante. Lui finora mi ha sempre detto dove stare in gruppo. E’ un piacere avere compagni così. D’altronde la Ineos è una formazione che ha un ottimo mix. Noi giovani possiamo imparare meglio ed alzare il nostro livello grazie a compagni esperti, specie nelle gare al Nord».

Alla scoperta di sé

Leo Hayter è passato pro’ con le stimmate del campione, ma bisogna restare cauti nel pretendere subito gli stessi risultati che arrivavano da U23. Lui sa che c’è tempo per maturare e centrare gli obiettivi più importanti.

«Per il momento – spiega – non penso a vincere o fare particolari piazzamenti degni di nota. Mi sto concentrando di più sulla mia progressione da corridore giorno per giorno, curando specialmente il mio stile di vita. E’ tutta esperienza e mi sono già accorto che ho fatto miglioramenti nell’ultimo mese».

«E’ ancora troppo presto – conclude Hayter – per dire se mi sto scoprendo un corridore diverso dal passato. Ho lottato finora nelle stesse situazioni di gara in cui sono bravo, ma il mio ruolo ancora non so esattamente quale sia. In carriera ho vinto gare in pochi modi diversi usando alcune mie abilità. Sono uno scalatore, ma devo anche cercare di acquisire una maggiore consistenza e differenti modi di correre. Quando inizierò a farlo, saprò cosa sarò in grado di fare

Visto da Cioni

«Ha iniziato bene Leo – racconta il diesse tosco-inglese della Ineos – partendo dall’Australia col Tour Down Under e poi con un po’ di corse qua in Europa. Ha fatto un primo periodo di ambientamento al salto di categoria anche se qualche esperienza l’aveva già fatta l’anno scorso. Sta imparando e naturalmente alla sua età si hanno sempre margini di miglioramento»

Leo Hayter ha iniziato il 2023 al Down Under. In aprile dovrebbe correre sulle Ardenne
Leo Hayter ha iniziato il 2023 al Down Under. In aprile dovrebbe correre sulle Ardenne

«Alla fine del 2022 – continua l’analisi Cioni – ha dimostrato di andare forte a crono facendo terzo al mondiale U23. Per vincere il Giro U23 era andato forte in salita e penso che sia un corridore abbastanza completo. Da lì ad essere competitivo nelle grandi corse a tappe tra i pro’ ce n’è ancora di strada, ma comunque ha molte qualità. Rispetto a suo fratello è un corridore diverso, anche caratterialmente. Ethan è sicuramente più veloce, mentre Leo è più scalatore. Hanno in comune che entrambi vanno forte a crono.

«La nostra idea – termina – è che Leo faccia un mix tra le corse WorldTour e altre come la Coppi e Bartali. In questo periodo siamo impegnati su tre calendari. In alcune gare Leo può lavorare per capitani affermati, mentre nelle altre partiamo sempre con ruoli un po’ più aperti, specie nelle prime tappe. Quindi in questo tipo di gare può essere un leader strada facendo».

Gigantesco Ganna: la Classicissima è nel suo futuro

18.03.2023
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Una cosa Tosatto la dice giusta: stasera bisognerà festeggiare. Il secondo posto di Ganna vale quanto una vittoria, perché al primo assalto da leader in una Monumento, il Pippo nazionale è arrivato a un passo dal successo. Ha risposto alla violenza di Pogacar sul Poggio e se un errore ha commesso, è stato quello di non credere abbastanza nelle sue possibilità. Colpa derubricata: la prima volta è normale, è un semplice fatto di esperienza.

«Il finale è andato come avevamo immaginato – dice Tosatto – come volevamo. La squadra era tutta per Pippo e ha lavorato benissimo. Voglio solo dire bravo ai ragazzi e soprattutto a Filippo che sul Poggio, se guardiamo in che compagnia si è trovato, si è meritato un grande applauso. Sin da ieri sera gli avevo detto di stare attento allo scatto di Pogacar e lui l’ha preso. Quando poi è partito Van der Poel, ero convinto che Pogacar avrebbe chiuso. Invece avevano tutti le stesse gambe. Anzi, Van der Poel ne ha avute più di tutti perché ha vinto. Però di quelli dietro, Filippo è quello che stava meglio. Avevo paura della discesa perché sappiamo che Ganna non è un grande discesista, però oggi ha dimostrato un salto di qualità enorme».

Un secondo un po’ stretto

Ganna arriva e non si capisce se sia contento o stia rimuginando su cosa avrebbe potuto fare di più, tratto distintivo dei campioni che corrono per vincere e digeriscono a fatica il secondo posto. Accanto al pullman si aggira il suo manager Giovanni Lombardi, che poco fa spiegava di non aver mai avuto dubbi sulle capacità di Pippo nelle corse in linea e che sarà l’esperienza a dargli ciò che potrebbe essergli mancato oggi.

«Volevo restituire qualcosa alla squadra che ha creduto in me – dice il piemontese – sono felice ma un po’ rammaricato perché è l’ennesimo secondo posto della stagione. Comunque è stata una gara davvero bella, torneremo per provarci il prossimo anno. Sono contento perché quest’anno, anche con una settimana in meno di lavoro a causa dell’operazione agli occhi, sono riuscito a correre da protagonista. Forse avrei potuto fare di più, ma ho avuto paura di seguire Van der Poel. Era la mia prima volta in una situazione come questa».

L’allungo sul traguardo ha fatto capire a Ganna che avrebbe avuto le gambe per osare di più
L’allungo sul traguardo ha fatto capire a Ganna che avrebbe avuto le gambe per osare di più

Lo sprint migliore

Il bilancio deve essere considerato positivo. Non dimentichiamo le polemiche degli anni scorsi, quando gli veniva chiesto di tirare sul Poggio in favore di compagni che poi non stringevano nulla fra le mani. Forse non erano maturi i tempi, forse mancava la fiducia. Oggi è arrivato tutto insieme.

«Vado a casa con buone sensazioni – dice Ganna – in vista delle classiche. Essere riuscito a rimanere con quei tre grandi mi dà molto morale. Alla fine, Mathieu ha fatto un attacco fantastico, tanto di cappello. Io stesso ho fatto uno dei miei migliori sprint di sempre. Ovviamente quando arrivi secondo, sei un po’ deluso, ma alla fine resta un giorno che ricorderò con orgoglio. Adesso l’obiettivo è la Roubaix. Punto tutto sul pavé».

Tosatto sfinito al termine della Sanremo: la corsa è andata secondo i piani
Tosatto sfinito al termine della Sanremo: la corsa è andata secondo i piani

In Belgio con fiducia

Tosatto riceve messaggi, abbracci e complimenti. La Ineos Grenadiers ha perso Pidcock alla vigilia della corsa e scegliere di puntare tutto su Ganna è stato una necessità e insieme un grande atto di stima. Il fatto che dopo i mondiali su pista, Filippo e Cioni abbiano lavorato prevalentemente in ottica classiche fa capire che dietro c’è un progetto e che il progetto può dare ottimi frutti.

«Avevamo detto ieri sera – spiega ancora il direttore sportivo veneto – che volevamo questo finale. Se poteva attaccare sul Poggio? Credo di sì, ma non dimentichiamo che è la prima volta che Pippo è davanti sul Poggio, dunque bisogna solo fargli tanti applausi. Ho creduto che ce l’avremmo fatta. Pensavo che, finita la discesa, tra Van Aert, Pogacar e Pippo, cinque secondi sarebbero stati recuperabili. Poi magari si arrivava in volata e si faceva quarti. Viste le gambe che ha mostrato Pippo nel finale, un po’ di rammarico c’è, ma noi puntiamo sempre in alto e oggi ci siamo andati vicino.

«Lui era convinto. E io mi accorgo da piccoli dettagli che può fare la differenza, ma quali sono non chiedeteli, perché li tengo per me. E’ la prima volta che ha corso da leader alla Sanremo e poteva già vincerla. Era un segnale forte che doveva dare e che ha dato. Perciò adesso si va a festeggiare questo secondo posto, perché bisogna festeggiare. E dopo si va in Belgio con grande fiducia».

Leonard e Svrcek, due talenti stranieri passati dall’Italia

11.03.2023
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Ci sono due ragazzini che hanno fatto gli juniores in Italia e quest’anno si ritrovano nel WorldTour. Due giovanissimi attratti dal Belpaese, due stranieri passati per le fila del Team Franco Ballerini. Parliamo di Michael Leonard e Martin Svrcek, rispettivamente alla Ineos-Grendiers e alla Soudal-Quick Step.

Ebbene come stanno andando tra i grandi? Fin qui non li abbiamo visti nelle top ten delle classifiche e a dire il vero neanche ce lo aspettavamo (giustamente). Ma il “grande salto” merita attenzione. Se non altro suscita curiosità.

La foto dei due

Leonard, canadese classe 2004, è passato direttamente con lo squadrone inglese, saltando a pie’ pari la categoria degli under 23. E questo segue un po’ il progetto della Ineos-Grendiers che vuol formarsi i suoi campioni in casa, visto che non ha un vivaio diretto. Per esempio una delle prime cose che hanno fatto in Ineos è stata quella di dargli la bici da crono, già prima del suo arrivo.

Svrcek, slovacco, ha un anno in più, è un 2003. Prima di passare direttamente alla corte di Lefevere, è stato “parcheggiato” alla Biesse-Carrera. In questo modo ha potuto affrontare alcune gare e sfruttare come “cuscinetto” intermedio la stagione primaverile. Dal 1° luglio 2022 infatti ha vestito la maglia della corazzata belga.

Martin Svrcek si è aggregato al gruppo di Lefevere dalla scorsa estate. Ha un contratto fino al 2024
Martin Svrcek si è aggregato al gruppo di Lefevere dalla scorsa estate. Ha un contratto fino al 2024

Peteers su Svrcek

Ascoltando i direttori sportivi che li dirigono, partiamo dal più “vecchio”: Martin Svrcek. A parlarci di lui è Wilfried Peeters. 

«Martin è un ragazzo molto giovane – dice il diesse belga – bisogna stare un po’ attenti perché tutti sono già con gli occhi su di lui. Tutto sommato ha passato un buon inverno, ma dopo la trasferta australiana (che ha segnato il debutto nel WT dello slovacco, ndr) ha avuto qualche problema e abbiamo deciso di cambiare un po’ il suo programma.

«A Le Samyn anche non è andata bene in quanto è caduto. Ma vediamo come si comporterà in Belgio. Lì ci sono corse adatte a lui e potrà imparare parecchio».

Peteers parla di pressione. I primi approcci di Martin non sono stati super a dire il vero, forse la prima gara del 2023 è stata la migliore: 25° alla Schwalbe Classic.

«Pressione? Non gliela vogliamo mettere. E’ un ragazzo che ha 20 anni. Le sue qualità non si discutono. Vedremo se riusciremo a fargli fare qualche corsa a tappe. Dopo lo scorso anno in cui ha corso pochissimo, Martin deve trovare il suo ritmo e per questo gli servirà continuità. Le qualità, ripeto, ce le ha, ma le deve tirare fuori».

Michael Leonard è arrivato questo inverno alla Ineos. Ha un contratto fino al 2025 (foto Instagram)
Michael Leonard è arrivato questo inverno alla Ineos. Ha un contratto fino al 2025 (foto Instagram)

Tosatto su Leonard

Pazienza è invece la parola chiave che Matteo Tosatto usa nei confronti di Michael Leonard. Per ora il suo adattamento alla Ineos-Greandiers sembra essere iniziato con il piede giusto.

Leonard lo scorso anno lo vedemmo in azione anche dal vivo. Era il memorial dedicato a Franco Ballerini (correva giusto in quel team, ndr): leggerezza di pedalata unita ad una grande potenza, specie in salita.

«Michael – dice Tosatto – quest’anno ha già preso parte ad alcune gare, tra cui il Trofeo Laigueglia… Che dire: è giovane. Parliamo di un 2004. Da parte nostra cerchiamo di farlo crescere e di non mettergli pressione. Deve solo capire cos’è il ciclismo. A noi non interessa che vinca o che sia competitivo… almeno sin da subito. Che è quello che abbiamo fatto con Carlos Rodriguez.

«Si sta adattando bene, intelligente e pensiamo anche che si è ritrovato dal fare lo juniores al passare in una squadra WorldTour, tra l’altro non una squadra banale. Nelle riunioni sul bus fa domande sensate. Per esempio: quando dico che bisogna stare attenti ai gruppi numerosi, lui mi chiede: “Cosa significa un grande gruppo? Sono 40 persone?”. Io gli rispondono che già 15 corridori lo sono.

«Bisogna solo avere pazienza. Fino allo scorso anno era uno juniores e non aveva mai fatto un rifornimento. Bisogna insegnarli anche queste cose. Cose che magari si danno per scontate. Vedo che cresce di giorno in giorno e migliora la sua forza di gara in gara».

Pidcock più biker o stradista? Risponde Fontana

09.03.2023
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Nonostante successi sempre più prestigiosi su strada, Tom Pidcock continua a lanciare messaggi d’amore alla mountain bike. A volte diretti, come quando dice: «Io sono e resterò un biker». A volte indiretti, quando dice: «Non cambierei i successi su strada con la vittoria delle Olimpiadi in mtb». Ma da cosa si percepisce che è un biker? Proviamo a capirlo con Marco Aurelio Fontana, super ex della mtb.

Il “Fonzie” nazionale ha visto Pidcock in azione sia su strada che in mtb (e anche nel cross). Lo vede muoversi nei due ambienti e sulle due bici e una sua idea ce l’ha, eccome…

Biker inside

«Il fatto stesso – dice Fontana – che dopo una vittoria come la Strade Bianche, Tom non abbia detto: “Adesso voglio una Roubaix”. Oppure: “Punto ad un altro grande successo su strada”, la dice lunga. Uno stradista avrebbe risposto diversamente».

In Ineos Grenadiers è proprio Tom l’uomo per il Tour de France, ma questo oltre alle gambe, richiede una concentrazione e un approccio nei mesi precedenti di grande disciplina. Non fraintendeteci, non vogliamo dire che Pidcock sia  poco serio negli allenamenti, anzi si allenava pure con la spalla rotta per non saltare le Olimpiadi, ma di certo la classifica nei grandi Giri richiede un altro impegno.

Le gare che vorrebbe fare in mtb, come le prove di Coppa del mondo, non sono così scontate. C’è tutto un percorso di programmazione: carico, scarico, gare, altura… da seguire. In qualche modo sei più vincolato e meno “selvaggio”.

«In effetti – va avanti Fontana – sono paletti importanti. Un conto è andare al Tour come lo scorso anno per vincere una tappa o fare esperienza, e un conto è andarci per fare classifica. Io non ho mai fatto un Tour, ma tutti gli amici stradisti con cui parlo mi dicono che c’è una pressione senza eguali, specie per chi punta alla maglia gialla.

«Poi è anche vero che Tom ci ha sorpreso tante volte. Lui è uno di quei fenomeni… che si è messo tra i fenomeni. Uno di quelli che ha cambiato il ciclismo. Prima Sagan, poi Van der Poel e Van Aert, poi ancora Pogacar ed Evenepeol… adesso c’è lui. Magari riesce a stare bene anche in quel contesto.

«Mi dicono che tutte le squadre WorldTour sono serie, delle scuderie da F1, ma la Ineos lo è ancora di più. Magari alla fine avranno ragione loro. E se non è quest’anno, il Tour lo vince fra 2-3 anni e quel video della folle discesa postato sui social – per dire del suo spirito da biker – è meno fuori contesto».

Pidcock tecnica
Secondo Fontana, Pidcock è un “biker inside”, ma è anche molto maturo e per questo si adatta bene alla strada… anche mentalmente
Pidcock tecnica
Secondo Fontana, Pidcock è un “biker inside”, ma è anche molto maturo e per questo si adatta bene alla strada… anche mentalmente

Giovane maturo

L’analisi di Fontana va avanti. Fonzie cerca di spiegarsi facendo ricorso ai paragoni con i colleghi di Pidcock, uno su tutti, Mathieu Van der Poel, chiaramente, biker anche lui.

«Al netto del suo essere biker dentro, Tom mi sembra più maturo dell’età che ha. Ha un approccio molto più adulto alle gare rispetto a Van der Poel, per dire. Alla sua età Mathieu arrivava e vinceva perché aveva una super gamba, una forza incredibile, ma “non lo sapeva”. Più volte ho detto: “Ragazzi quando questo qui si accorge di cosa sta facendo vincerà meno, perché automaticamente penserà di più! E così è andata, qualche problemino lo ha avuto anche lui dopo aver preso consapevolezza. 

«Era difficile dopo un evento vedere VdP più o meno contento a prescindere dal risultato. Tom invece dopo il quarto posto nel mondiale di mtb lo scorso anno era deluso. Lo vedo dunque più sul pezzo, più consapevole, più grande della sua età».

E questo potrebbe essere un punto a suo favore tornando a pensare a quella sfida chiamata Tour de France.

Per Fontana, Tom ha una posizione “da biker”: più avanzato sui pedali, più alto di spalle e più raccolto col busto rispetto agli stradisti puri
Per Fontana, Tom ha una posizione “da biker”: più avanzato sui pedali, più alto di spalle e più raccolto col busto rispetto agli stradisti puri

Posizione personale

Fontana poi rivede il biker anche da un punto di vista tecnico. E fa un’analisi tecnica della sua pedalata. E lo fa partendo proprio da una frase di Pidcock dopo la vittoria di Siena, quando l’inglese ha detto: «Vedevo gente che faceva fatica sullo sterrato, mentre io ero a mio agio».

«Tom pedala da biker – spiega Fontana – e lo vedo ancora di più quando è nel contesto delle gare coi pro’ su strada. Lo riconosco subito. Lo stesso Van der Poel, è più stradista. Lui ha una pedalata potente, piena, quella di Tom non è così…

«Non è facile da spiegare, ma non si tratta neanche di alta cadenza. Anzi, quella magari a volte è anche più bassa, solo che quando cambia la pendenza e si fa più dura resta sempre quella. In questo senso mi ricorda Miguel Martinez.

«Anche la posizione è diversa. Gli altri sono allungati, distesi sulla bici. Tom ha un attacco più corto, il telaio della giusta misura perché deve e vuole guidare in quel mondo. In questo mi rivedo molto in lui. Non gliene importa nulla di spianarsi sulla bici perché deve andare a 50 all’ora. Va in bici come piace a lui. Non fa come gli altri che si adattano».

Puccio: «Per fare il regista bisogna essere portati»

09.03.2023
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Capitano in corsa, direttore sportivo in gruppo, road capitan, regista… chiamatelo come volete, ma il corridore cui il direttore sportivo dà “le chiavi” della squadra è sempre affascinante. Implica acume tattico, lucidità, gambe chiaramente, e anche personalità. Tutte qualità che risiedono in Salvatore Puccio, che tra l’altro non è alla Tirreno in quanto sta aspettando il suo primogenito, Tommaso.

«E’ questione di ore. Per questo ho “barattato” la Tirreno con il Catalunya. La squadra è stata gentile. Mi hanno detto loro di restare a casa vicino a mia moglie». 

Più volte abbiamo coinvolto il corridore della  Ineos Grenadiers per parlare di gregari e di squadra, stavolta vogliamo un suo parere su quanto visto in Francia alla Challenge Anthony Perez. Senza radioline, i direttori sportivi parlavano con i ragazzi e loro eseguivano.

Vi abbiamo detto per esempio, come Tommaso Bambagioni, eseguiva ciò che Gianluca Oddone dall’ammiraglia e Andrea Bardelli da bordo strada gli dicevano. E lui riportava ai compagni. Ma allo stesso tempo si muoveva lui stesso in gruppo in base a ciò che vedeva.

Ebbene, Salvatore questo ruolo s’impara oppure bisogna averlo nel Dna?

Si può anche migliorare, ma devi esserci portato sin da ragazzino. Devi vedere la corsa. Avere lucidità e intelligenza. E in questo ruolo il vero fenomeno era Chris Froome. 

E cosa faceva il vecchio Chris?

Lui aveva sempre tutto sotto controllo. Magari era proprio Chris che, in corsa, faceva il “giro dei ragazzi” e ci chiedeva come stavamo. E se qualcuno era stanco gli diceva di staccarsi… se si poteva. Oppure se sapeva che il giorno dopo quel corridore gli sarebbe potuto essere utile, gli diceva di mollare gli ultimi 30 chilometri.

Da ragazzini magari a questo non ci si arriva, ma qualcosa si può fare?

Premetto che per me da ragazzini il road capitan non dovrebbe esserci, perché tutti dovrebbero avere le stesse possibilità. Se ti metti a tirare per gli altri, quando passi professionista? Poi però mi rendo conto che oggi il livello è ben più alto anche tra i giovani e che si ricorre a certe cose. Ma lo vedo anche dalle interviste di questi ragazzini: «Oggi ho lavorato per…». «Abbiamo fatto il forcing su quella salita».

Regista esperto e gregario dalle gambe buone, un corridore come Puccio (al centro) è prezioso anche per la nazionale
Regista esperto e gregario dalle gambe buone, un corridore come Puccio (al centro) è prezioso anche per la nazionale
Una bella differenza rispetto al tuo ciclismo?

Sì, ai miei tempi quando avevi la gamba, andavi… e via. Eri superiore e poche tattiche. Oggi hanno strumenti e materiali al top. Io mi allenavo con un “vecchio Polar” che una volta funzionava e tre no!

A quando risalgono le tue prime gare da capitano in corsa?

Tra gli under 23, eravamo un po’ più organizzati. C’erano le prime radioline. Però ricordo che già la Vangi di Ulissi tra gli juniores correva più da squadra, ma non la mia. Oggi invece il road capitan si usa molto. Deve prendere delle decisioni soprattutto se c’è una fuga fuori. Deve decidere se andare a tirare, se ignorarla o se magari mettere un uomo a dare una mano.

E da quando hai iniziato a farlo tra i pro’?

Dopo il terzo o quarto anno, adesso di preciso non ricordo, ma non prima. Non prima perché sono arrivato con i piedi per terra e a noi giovani non davano certi ruoli. Non è come oggi che i ragazzini passano, sono subito leader e ti mandano anche dietro a prendere l’acqua!

Oggi sei uno dei registi più esperti. Il fatto stesso che sia stata la Ineos a dirti di restare a casa in vista della tua imminente paternità e non sei stato te a chiederlo, la dice lunga sulla tua personalità e la tua importanza nel team. Da ragazzino invece com’era Salvatore Puccio in gruppo?

Da piccolo ero scaltro, vincevo tanto. Vedevo la corsa e riuscivo a muovermi nel momento giusto. Ero in una squadra piccola ed ero abituato a fare da solo. E in qualche modo anche questo è stata una scuola. Se vuoi emergere ti devi svegliare. Se poi avevi la gamba era anche più facile. E io avevo spesso la gamba.

Giro 2020, tappa di Camigliatello: Ganna e Puccio in fuga. Pippo tira e Salvatore (dietro) lo invita a mollare. Scelta che si rivelerà vincente
Giro 2020, tappa di Camigliatello: Ganna e Puccio in fuga. Pippo tira e Salvatore (dietro) lo invita a mollare. Scelta che si rivelerà vincente
Negli juniores, la categoria che abbiamo visto noi, non ci sono le radioline. E’ dunque più difficile fare il regista? O magari è più facile perché la tattica è quella decisa prima del via e basta?

Sicuramente con le radioline è più facile per certe cose, come comunicare con l’ammiraglia o cambiare le carte in corsa, ma in realtà è tutto diverso. Ricevi tante informazioni e se non le ricevi dalla radio le vedi sul computerino che con le mappe impostate prima della corsa ti mostra il punto pericoloso, dove inizia la salita… Il discorso semmai è che queste informazioni ce le hanno tutti. E tutti prima del punto pericoloso vogliono stare davanti. Così si va più forte. Il ruolo del regista è capire quando andare davanti, perché poi risalire il gruppo non è facile.

Quindi, ricapitolando, per essere un buon regista bisogna esserci portati, cavarsela da soli sin da ragazzini e accumulare esperienza tra i pro’. C’è una volta in cui grazie alle tue dritte siete riusciti a vincere?

In generale nelle corse italiane. Perché alla fine le strade te le ricordi, le riconosci e quindi riesci a muoverti bene e a far muovere bene la squadra. Per esempio ricordo quando Ganna vinse a Camigliatello Silano.

Raccontaci!

Quel giorno eravamo in fuga entrambi. Pippo stava bene e tirava il triplo degli altri. Allora gli ho detto che se eravamo in fuga era anche perché da dietro “decidono” così. E quindi una volta preso un buon vantaggio era inutile che continuasse a tirare in quel modo. «Tieniti le forze per quando il gruppo aumenterà nel finale». Così ha fatto e infatti sull’ultima salita volava.

Manico, genio, gambe: Pidcock doma la Strade Bianche

04.03.2023
6 min
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Dopo che ha vinto la Strade Bianche a questo modo, davanti a un pubblico straripante degno d’un Fiandre, chi glielo dice a Pidcock che dovrebbe mettersi a studiare da uomo dei Giri? Ci prova Ciro Scognamiglio, collega della Gazzetta e usa la parola “transizione”. Tom lo guarda, ci pensa e risponde.

«Non credo – dice – che sia giusto parlare di transizione, quanto piuttosto di sviluppo. E’ uno degli obiettivi miei e della squadra».

Nessun arrivo plateale per Pidcock a Piazza del Campo: meglio non correre rischi inutili
Nessun arrivo plateale per Pidcock a Piazza del Campo: meglio non correre rischi inutili

Zero calcoli

Sono le cinque passate. Il corridore della Ineos Grenadiers se ne è andato a quasi 50 chilometri dal traguardo, stabilendo la media record della corsa (40,636 km/h). Ha approfittato di un tratto di discesa. E lì, senza neppure forzare, ha lasciato andare la bici e si è ritrovato da solo. Calcoli zero, non si è nemmeno voltato. Ha tirato dritto e lo hanno rivisto al traguardo, mentre lui giocava a fare il Pogacar. Anche se, ammette, quando si è reso conto dei chilometri che ancora mancavano, si è chiesto se non avesse fatto una cavolata.

La concentrazione di ieri mattina e la poca voglia di parlare trovano immediatamente una spiegazione. Ora il britannico sta seduto nel tavolo della sala stampa e risponde alle domande, con la chiara sensazione che il flusso delle parole sia piuttosto frutto di un ragionamento interiore.

Discesa dopo il Monte Sante Marie, Pidcock molla i freni…
Discesa dopo il Monte Sante Marie, Pidcock molla i freni…
Ti serviva vincere qui per confermare di aver fatto bene a non difendere la maglia iridata del cross?

Penso che sia stato insolito il fatto di non andare a difenderla, ma il mio obiettivo è sempre statto vincere il mondiale di ciclocross, non difenderlo. Quest’anno ho cominciato con altri obiettivi. Vincere oggi ha solo confermato che ho fatto la scelta giusta.

Quando hai vinto il mondiale di cross, sei arrivato con la pancia sulla sella. Hai pensato di festeggiare anche oggi in modo strano?

No, oggi volevo essere certo di arrivare fin sul traguardo (ride, ndr).

Che cosa rappresenta per te la Strade Bianche?

Penso che sia la mia corsa preferita. Gli scenari. La gente. Il percorso che mi si addice molto. Gli ultimi 20 chilometri sono stati molto dolorosi, però me li sono goduti anche molto. L’ultima salita è stata un’apnea. E’ molto diverso fare uno sforzo di questo tipo dopo 180 chilometri, piuttosto che in una gara di cross.

Era previsto che attaccassi in discesa?

Ma io non ho attaccato (ride, ndr). L’ultima volta la corsa si era aperta dopo il Monte Sante Marie e così è stato anche oggi. Ci siamo ritrovati davanti con Bettiol e Bagioli e non ho fatto altro che lasciar andare la bici. Poi ho pensato di aver fatto una cosa stupida, soprattutto quando verso la fine della corsa il margine si riduceva.

Hai fatto come Pogacar, ci hai pensato?

Pensavo di aver fatto la stessa distanza di fuga, mi hanno detto che ho fatto un chilometro in più. Non era nei miei piani. Non sono Pogacar, lui è un riferimento. Però al via della corsa non ho mai pensato che lui e Van Aert non ci fossero. Io penso a quelli che ci sono, mai agli assenti.

Simmons cresce a vista d’occhio. Le sue progressioni nel finale hanno sfiancato gli inseguitori
Simmons cresce a vista d’occhio. Le sue progressioni nel finale hanno sfiancato gli inseguitori
Sai andare in discesa, vai forte in fuoristrada: credi che queste doti ti abbiano agevolato?

Specialmente nel primo settore di sterrato, mi sono accorto di quanto gli altri ragazzi non fossero comodi. Ecco, essere a proprio agio su certi terreni fa una bella differenza.

E’ la tua vittoria più bella?

No, forse le Olimpiadi in mountain bike sono state più importanti. La difesa del titolo olimpico infatti è una cosa a cui tengo molto.

Come ti sentivi stamattina al via?

Avevo la sensazione che stesse per succedere qualcosa di bello, una cosa che mi capita a volte sin da quando sono junior. Sono sensazioni, una forma mentale. Tutta questa settimana sono stato felice, oggi c’era tutto perché andasse bene.

Sulla salita finale di Santa Caterina delle scene da Fiandre: Siena era piena di tifosi
Sulla salita finale di Santa Caterina delle scene da Fiandre: Siena era piena di tifosi
Sembri più motivato dello scorso anno, è solo una sensazione?

No, è vero. Ho iniziato con una forma molto migliore, perché non fare il mondiale di cross mi ha permesso di lavorare meglio. In più nella squadra c’è un’ottima atmosfera, siamo un gruppo davvero diverso dallo scorso anno.

In cosa è diverso?

Siamo giovani e ambiziosi. Ciascuno tira fuori il meglio e spinge gli altri a farlo. C’è un’atmosfera positiva, molto diverso da quando sono arrivato in squadra.

L’obiettivo sono le classiche: riuscirai a tenere la forma?

E’ un lungo periodo, ma so che ora posso puntare a vincere corse con fiducia. Cercherò di mantenere questa forma, speriamo duri per il tempo necessario.

Tjesi Benoot e Attila Valter: questa volta la Jumbo Visma ha inseguito: all’arrivo sono 3° e 5°
Tjesi Benoot e Attila Valter: questa volta la Jumbo Visma ha inseguito: all’arrivo sono 3° e 5°
Abbiamo visto dei video che fanno pensare a un tuo attacco sul Poggio alla prossima Sanremo.

Il Poggio ha sicuramente una discesa importante e impegnativa. Ma spero che nessuno si aspetti che resti per 300 chilometri in gruppo per fare un attacco in quel punto. Non sarebbe la tattica migliore.

Pensi che questa corsa possa essere una prova Monumento?

Se me lo aveste chiesto prima che la vincessi, avrei detto che si poteva valutare. Ora che l’ho vinta, direi che lo merita senz’altro (ride, ndr).

Sul podio con Pidcock, Madouas e Benoot, vincitore a Siena nel 2018
Sul podio con Pidcock, Madouas e Benoot, vincitore a Siena nel 2018

Spiritoso. Nervoso. Parole brevi e frasi smozzicate. Questo è Tom Pidcock, campione olimpico della mountain bike, mondiale del cross e vincitore di un Giro d’Italia U23. Uno che in apparenza non ha ancora trovato i suoi limiti. Stasera non sa ancora come festeggerà. Ma di certo, qualunque sia il modo che sceglieranno Tosatto e i suoi ragazzi, sarà più che meritato.

Il velocista cambia in volata? L’esperienza di Viviani…

16.02.2023
4 min
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Un velocista cambia in volata? E’ una questione che forse qualche anno fa neanche avremmo immaginato di porre… e non ci riferiamo all’era “in bianco e nero” dei manettini al telaio, ma ad una dozzina di anni fa. Con l’evoluzione tecnica dei materiali qualcosa sembra muoversi. Anche su questo fronte.

Jonathan Milan ci ha detto che in volata va in progressione e che preferisce “indurire” man mano. Lui è uno sprinter sui generis nel senso che è altissimo, molto potente ed è più di uno sprinter puro. Ma i suoi colleghi di volata?

Per chiarire questo aspetto tecnico-tattico abbiamo spodestato il “maestro” Elia Viviani. Il campione della Ineos-Grenadiers è particolarmente sensibile a certe questioni.

Elia ha iniziato la sua stagione su strada a San Juan (in foto). Sfortunato agli europei su pista, causa febbre, oggi parte per il UAE Tour
Elia ha iniziato la sua stagione su strada a San Juan (in foto). Sfortunato agli europei su pista, causa febbre, oggi parte per il UAE Tour
Elia, dunque un velocista cambia in volata?

Io dico di no. Da sprinter puro arrivo già al limite con l’11 in canna. Ci sta che Milan provi a cambiare: lui parte dai 400, 300 metri e avere qualche dente da scalare in quel caso ti aiuta. Ma io una volta che parte lo sprint vero e proprio non cambio. Mi concentro solo sulla spinta e a sprigionare la massima potenza.

Chiaro, testa e bassa concentrazione…

Poi dipende anche dalla situazione, cioè in base a come è fatto l’arrivo. Se magari c’è una curva abbastanza stretta e si riparte da bassa velocità. Bisogna poi considerare che con i bottoncini vicino alle mani (quelli all’interno della piega, ndr) è abbastanza facile. Ma io, ripeto, preferisco non cambiare.

Che poi è anche un rischio. Al netto che in quel “mezzo secondo” del passaggio della catena da un pignone all’altro si perde qualche istante, per voi che sprigionate fiumi di watt il rischio è quello che la catena possa saltare, subire strattoni pericolosi per la sua stessa tenuta…

Esatto, è un rischio. E per questo io preferisco mantenere l’11.

Sempre l’11? Anche con questi rapportoni anteriori che usate?

Io sono tradizionalista e solitamente uso il 54×11. Monto il 55 o il 56 solo se nella riunione del mattino siamo certi che il vento è a favore o che l’arrivo tira leggermente in discesa.

Gli “sprinter shift”, i bottoncini del cambio all’interno della piega. Molto spesso il nastro manubrio li copre del tutto
Gli “sprinter shift”, i bottoncini del cambio all’interno della piega. Molto spesso il nastro manubrio li copre del tutto
E un 56×12 avrebbe senso?

A me non piace, anche perché poi il 56 una volta che lo monti lo devi portare in giro tutto il giorno. E non è così facile. Magari una salita (veloce) con il 53-54 la puoi anche fare, ma con il 56 sei costretto a passare al 39. Nizzolo è famoso per questa cosa. A Cittadella ha vinto l’italiano perché aveva il 56. Lui usa questi rapporti così duri per caratteristiche fisiche e anche tattiche. Arrivando da dietro cerca di sfruttare quel dente in più.

L’avvento del cambio elettronico ha cambiato qualcosa? E’ comunque più facile cambiare anche in frangenti concitati come gli sprint?

Sì, perché con il cambio manuale meccanico dovevi fare un movimento, dovevi “fare leva” e questo era un movimento che ti faceva “sbilanciare”, dovevi spingere qualcosa (la leva, ndr). Il cambio elettronico ha semplificato parecchio le cose, specie con i bottocini alla piega. Li spingi con il pollice e non cambia il tuo assetto.

E in tema di sicurezza sullo sprint, il cambio elettronico ha migliorato la situazione?

La cambiata è più veloce e anche più sicura, ma non è scritto da nessuna parte che elettronico significa zero errori… Dico che in generale è più facile.

Algarve: ieri primo Kristoff (al centro). Essendoci vento contro, il norvegese ha messo l’11 solo l’istante prima che il suo apripista si spostasse
Algarve: ieri primo Kristoff (al centro). Con il vento contro, il norvegese ha messo l’11 solo l’istante prima che il suo apripista si spostasse
Oggi che si sta attenti ad ogni dettaglio, le catene dei velocisti sono più robuste? Disperdono meno energia, se così si può dire?

No, sono quelle indicate dal costruttore, anche per questioni di responsabilità in caso di eventuali guasti, tutt’al più, chi punta (scalatori e velocisti) usa una catena trattata in certo modo, con polveri particolari. Il trattamento dura 200, 300 chilometri al massimo. 

E tu la senti questa differenza?

Non la senti, ma la vedi. La vedi al banco di prova. Come per le ruote. Quando vedi che non smettono di girare allo stesso tempo sai che rendono di più. Lo vedi. E’ un guadagno reale. Un’altro aspetto tecnico delle volate su cui ragionare, e su cui dico “ni”, è il cambio con le rotelle grandi. E’ vero che la catena scorre meglio, ma secondo me è meno rapido nella cambiata, meno rigido. Mentre è un buon marginal gain per le crono.

L’impresa (impossibile?) di dirottare Pidcock sul Tour

12.02.2023
6 min
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Bernal non si sa quando e se tornerà ai livelli migliori. Osservandolo da vicino alla Vuelta a San Juan, la sensazione che il colombiano abbia ancora tanta strada da fare è stata piuttosto netta. Tuttavia, considerando il punto di partenza e il fatto che abbia davvero rischiato di non poter più nemmeno camminare, è superfluo dire che gli vada lasciato il tempo necessario per riallacciare tutti i fili. Nel frattempo però, cosa fa il team Ineos Grenadiers? Nel gruppo si dice che forse solo Pidcock, 23 anni, potrebbe essere all’altezza di un’investitura.

Lo squadrone dei 7 Tour, 3 Giri e una Vuelta negli ultimi 10 anni per la prima volta l’anno scorso è andato in bianco e l’assalto deciso al contratto di Evenepoel fa capire che perdere altro tempo non è una delle opzioni più gradite. Ma Lefevere sa scrivere i contratti cui tiene maggiormente, così Remco non si è mosso e forse non aveva neppure l’intenzione di farlo.

Sfogliando l’organico della squadra e i programmi stilati per il Giro ed il Tour, vedremo Geraint Thomas e probabilmente Arensman, al Giro mentre Bernal, Martinez e Pidock andranno al Tour. Della Vuelta parleranno poi.

Alla Vuelta a San Juan, Bernal ha iniziato a muovere i primi passi nella stagione
Alla Vuelta a San Juan, Bernal ha iniziato a muovere i primi passi nella stagione

Pidcock e le distrazioni

Con Dario Cioni abbiamo provato a sbirciare nelle carte della squadra britannica, per capire quali considerazioni si facciano dietro le porte chiuse sui corridori che potenzialmente potrebbero diventare grandi nelle corse di tre settimane. Il punto di inizio è Pidock, per la sensazione che ci rimase addosso vedendogli dominare il Giro d’Italia U23 nel 2020.

«Tom – dice Cioni – è uno che se ci mette la testa, potrebbe far delle belle cose. E’ uno su cui si sta lavorando, ma è vero che dal suo punto di vista lui rimane quello un po’ eclettico che vuole far tutto. Stiamo studiando sul discorso dei Giri, quindi la vostra impressione è corretta.

«E’ uno che riesce a mentalizzarsi bene sul singolo appuntamento e comunque non rinuncia alle sue mille cose. Nel senso che continuerà a fare le varie altre cose, perché comunque questo fa parte del suo essere. Come scuola, siamo sempre stati favorevoli a non snaturare completamente le attitudini dei corridori, soprattutto se arrivano a un certo livello. Per cui il pistard continua a fare pista e nel caso di Tom ci sarà ancora la mountain bike. Senza scordarsi che da questo punto di vista, Ineos ha raddoppiato prendendo Pauline Ferrand Prevot. Comunque Grenadier è un prodotto offroad, quindi non è seguire un suo capriccio, perché alla fine lui è il campione olimpico».

I mondiali d’agosto

Il calendario di Pidcock diventa quindi centrale, alla luce delle necessità di chi corre preparando il Tour de France. In questo la coincidenza fortunata del mondiale in Scozia subito dopo il Tour sarebbe per Tom il lancio ideale.

«Il mondiale infatti – spiega Cioni – è il minore dei problemi, perché facendoli dopo il Tour, avrà piena libertà. In ogni caso, Pidcock avrà un calendario molto flessibile. L’anno scorso era partito con l’idea di fare il Giro, poi era finito al Tour. Quest’anno magari, mettendo più di enfasi sul discorso Tour, si può parlare di investimento sul futuro. Da quello che abbiamo visto nel 2022 pensiamo che possa avere buone possibilità anche nelle corse a tappe. Quindi se l’anno scorso era stato un primo approccio al Tour, quest’anno sarà più strutturato, ma accanto ci saranno comunque Bernal e Martinez».

Le dinamiche di squadra

Il problema di Pidcock è la sua ritrosia apparente di farsi ingabbiare nelle logiche di una sola specialità. Vince nel cross, pur avendo ammesso di non avere il livello di Van der Poel e Van Aert. Vince nella mountain bike, al suo attivo due mondiali e le ultime Olimpiadi. Sta imparando a vincere le classiche, con una Freccia del Brabante e il secondo posto all’Amstel. E l’anno scorso, al debutto nel Tour, ha vinto sull’Alpe d’Huez.

«Alla fine anche lui – dice Cioni con il necessario realismo – dovrà inserirsi nelle dinamiche della squadra. Lui va forte in salita, ma la crono sarà un elemento su cui lavorare. L’anno scorso è stata un po’ sottovalutata per i mille impegni. Però adesso, nell’ambito della sua crescita verso il Tour, è chiaro che acquisisca importanza. Alla fine però sono progetti lunghi, bisogna avere pazienza. Non puoi fare tutto in un colpo. Diciamo che la crono fa parte probabilmente del cammino per step che abbiamo impostato».

Thomas e Hayter

Accanto a Pidcock, la Ineos Grenadiers ha altri nomi su cui lavorare. Uno, Geraint Thomas, è quello più concreto, che per il 2023 – stimato come l’anno del ritiro – ha scelto il Giro d’Italia. Gli altri tre sono Leo Hayter, Geoghegan Hart e Arensman, di cui si parlava giusto ieri con Tosatto.

«Il piccolo Hayter – spiega Cioni – è uno su cui si può ragionare in chiave grandi Giri, ma diamogli tempo perché è appena arrivato, quindi non starei ora a mettergli pressione. Suo fratello invece è talentuoso, ma lo vedo più sul fronte delle classiche. E poi c’è Arensman, che è stato preso anche per questo. Al Giro abbiamo una garanzia come Geraint Thomas, che però in teoria è all’ultimo anno e anche questo devi tenerlo in considerazione. Il Giro è stato una sua scelta e noi tendenzialmente appoggiamo le scelte dei corridori, specialmente a quel livello. Poi gli altri magari proviamo a incastrarli nei vari progetti».