Pogacar inforca la Tirreno e ora punta la Classicissima

13.03.2022
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Neanche il tempo di metabolizzare il successo sul Carpegna, e se vogliamo di portare a termine la Tirreno-Adriatico, che stamattina prima della partenza della frazione finale di san Benedetto del Tronto si parlava di Tadej Pogacar alla Milano-Sanremo.

Ce la farà? Ma davvero lo sloveno può portarsi a casa la Classicissima? Se queste erano le domande che ci si poneva prima del via, dopo l’arrivo tutto si è amplificato. Infatti a gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso Pogacar: «Alla Sanremo ci punto», ha detto a botta calda nelle interviste alla tv.

Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo (a destra) e Groves (a sinistra). Kristoff era stato a lungo in testa
Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo e Groves. Kristoff era stato a lungo in testa

Bravo Bauhaus

E allora ecco che il successo allo sprint di Phil Bauhaus, tedescone della Bahrain Victorious, passa in secondo piano. Una volata lunghissima la sua. Una lunga, lenta ma inesauribile rimonta su Alexander Kristoff, partito un po’ lungo.

«Purtroppo – dice Valerio Piva diesse della Intermarché Wanty Gobert di Kristoff – ci sono caduti un paio di uomini nel finale e siamo rimasti scoperti. Pasqualon ha dovuto fare il lavoro di due persone e lo ha lasciato un po’ troppo presto e gli sono mancati gli ultimi 20 metri. Ma queste sono le volate».

«Ringrazio la squadra – ha detto il tedesco – e anche Caruso: uno scalatore che mi ha aiutato in volata! Fa piacere. Serviva il timing giusto per partire perché c’era vento in faccia. Ma è andata bene e ho aggiunto un’importante vittoria al mio palmares».

I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas
I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas

Pogacar a Sanremo

Poco prima, mentre passavano i giri e i corridori sfrecciavano sul lungomare di San Benedetto, avevamo parlato di Pogacar a Sanremo anche con Davide Cassani, venuto a godersi lo spettacolo.

«Sapete, non è facile la Sanremo per lui. Serve tanta potenza. E non so se ce la può fare contro corridori potentissimi come Van Aert. Il Poggio è molto veloce», aveva detto l’ex cittì.

Anche Giovanni Ellena, diesse della Drone Hopper-Androni, e in questo caso tecnico super partes, non è rimasto indifferente all’argomento.

«Pogacar alla Sanremo? Bella domanda – fa una una lunga pausa Ellena – se ci riesce abbiamo il nuovo Cannibale, siete d’accordo?

«Per me ci può stare. Guardiamo quel che ha fatto ieri sul Carpegna. In un chilometro ha preso 40” ai primi inseguitori. Significa che se loro in quel tratto duro andavano su a 15 all’ora lui saliva a 21. Questo per dire che ha tanta potenza anche per lo sforzo violento.

«Certo, il Carpegna non è il Poggio e Landa e gli altri scalatori non sono Van Aert. E’ una  situazione diversa. Il Poggio è particolare. Arriva dopo 300 chilometri. Ecco, questo della distanza potrebbe essere un bel punto di domanda. Deve dimostrare se può andare forte anche dopo tantissimi chilometri. Ha dominato tante corse, ma gli resta l’incognita dei 300 chilometri».

«Ci sono squadre strutturate per le classiche – riprende Ellena – improntate appositamente per certe corse. Non dico che la UAE Team Emirates non lo sia, ma non credo che la Sanremo con lui fosse in preventivo. E’ un obiettivo in più e non è programmato da mesi. 

«Alla Sanremo se arrivi ad una curva in sesta posizione, anziché in quinta perdi tutto. Sono piccoli dettagli che richiedono una certa preparazione e una certa esperienza. Se ce la fa, ragazzi, torniamo ad avere un certo Eddy Merckx… ma nato in Slovenia».

Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)
Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)

Un chiletto d’oro

E Tadej cosa dice?

«Tutti mi chiedono della Sanremo – ribatte Pogacar – è una grande corsa ed è un sogno. E’ una gara molto lunga. Abbiamo una grande squadra e faremo il meglio possibile».

I numeri che vengono snocciolati sui social dicono che va più forte dell’anno scorso, più forte della prestazione fatta sul Col de Romme al Tour de France. Tadej glissa un po’ e dice: «La forma è simile a quella dell’anno scorso. I numeri dicono che non sono lontano dal top della condizione. Ma migliorare non è facile, per farlo posso perdere ancora un chilo».

E questa non è una risposta banale. Un chiletto in questo momento potrebbe essere “oro” in quanto a forza. Nel ciclismo dei millesimi e dei dettagli quel chiletto non è solo zavorra, è un anche un briciolo di forza ulteriore. Quella che gli dovrebbe consentire di staccare Wout Van Aert sul Poggio, tra l’altro strepitoso anche oggi alla Parigi-Nizza.

Su un affondo di 25”-40” al massimo, numeri alla mano, il belga è più forte. Ma siccome non siamo in laboratorio, ma su strada, ed entrano in ballo tante altre variabili (vento, alimentazione, stress dell’atleta, posizione con cui viene presa la salita…) la partita è più che aperta. Sin qui Tadej non ha sbagliato un colpo.

Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata
Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata

Assalto dalla Cipressa 

E questo discorso, si porta dietro la questione tattica. Come e dove potrà attaccare Pogacar? Lui ama partire da lontano. Anche in conferenza stampa ha ribadito che gli piace correre in questo modo, ma certo non potrà muoversi da solo sin dalla Cipressa. O almeno è improbabile… anche per lui. Ma come sempre lo sloveno non è scontato.

«Forse posso muovermi dalla Cipressa, prima onestamente è difficile», come a dire: “Certo che mi muovo lassù”. Magari è consapevole che sul Poggio potrebbe essere troppo marcato. Ma questo lo scopriremo solo sabato pomeriggio.

Lui intanto si porta a casa la seconda Tirreno-Adriatico. «Per ora tutto procede bene, spero continui così».

In squadra la fiducia di cui gode è pressoché sconfinata, chiaramente. La caduta di Trentin alla Parigi-Nizza e lo stop di Gaviria potrebbero aver dirottato ulteriormente tutte le attenzioni su di lui. Oggi per esempio Pascal Ackermann, altro velocista della UAE, non ha fatto lo sprint, ma ha tagliato il traguardo vicino allo sloveno. Mentre nella frazione di Terni aveva preso parte alla volata. E’ un piccolo segnale. Haputman, Matxin e gli altri diesse del team di Gianetti hanno sei giorni per allestire “l’operazione Sanremo”.

E tutto sommato se non dovesse riuscire nell’impresa di andarsene sulla Cipressa o di non staccare i super bestioni sul Poggio nessuno gli potrebbe dire niente. L’ultimo che ha vinto la Sanremo e un grande Giro nello stesso anno è stato Bugno, ma parliamo di 32 anni fa.

Masnada e i grandi Giri. Per Ellena è una sfida che si può fare

25.02.2022
5 min
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Cresce l’attesa e se vogliamo la curiosità di vedere Fausto Masnada tentare di far classifica in un grande Giro. L’ultima investitura è arrivata da Alessandro Ballan, il quale la scorsa settimana ha ci ha detto che il corridore della Quick Step-Alphavinyl potrebbe cogliere questa occasione al Giro d’Italia.

E l’ipotesi dell’ex iridato è più che plausibile. Se si sfoglia la rosa della squadra di Patrick Lefevere alla fine il vero uomo di classifica non c’è. La squadra è imbottita di cacciatori di tappe e velocisti. Chi potrebbe puntare ad un grande Giro sono Evenepoel, ma con dei grandi punti interrogativi visto che non ne ha ancora completato uno, e Mattia Cattaneo, il quale sembrerebbe dirottato sul Tour.

Di Fausto abbiamo chiesto a chi lo ha avuto tra le mani. A chi lo ha visto arrivare ”bambino” e andare da corridore vero: Giovanni Ellena, direttore sportivo della Drone Hopper – Androni Giocattoli, all’epoca la squadra di Masnada.

Giovanni Ellena (a sinistra) con Alessandro Spezialetti, entrambi diesse della Drone Hopper – Androni Giocattoli (foto Facebook – F. Mazzullo)
Giovanni Ellena (a sinistra) con Alessandro Spezialetti, entrambi diesse della Drone Hopper – Androni Giocattoli (foto Facebook – F. Mazzullo)
Allora Giovanni, davvero Masnada può fare classifica?

Se mi aveste posto questa domanda qualche anno fa avrei detto di no. Fausto non avrebbe avuto questa prospettiva. Adesso invece visti i suoi miglioramenti, dovuti per il 99% alla sua testardaggine da bergamasco puro, dico di sì.

Da bergamasco puro!

E menomale che sia così cocciuto direi! Fausto è migliorato in salita e a crono e può riuscirci. Poi ragazzi, un grande Giro è lungo: sono 21 giorni di corsa, più quelli tra vigilia, riposi e ci può stare che salti di testa. E per questo sono pochi coloro che possono fare classifica nei grandi Giri.

E secondo te Masnada può saltare di testa?

Come ho detto è tosto. Il fatto che sia migliorato parecchio, oggi lo rende più consapevole e sicuro di se stesso. Ed è più facile gestirsi. Le crisi possono esserci ma se so quanto valgo non salto per aria. Poi è difficile dirlo. Io ho conosciuto Fausto quando era all’inizio della sua carriera da pro’ e aveva un’altra mentalità. Neanche lui sapeva davvero fin dove poteva arrivare – Ellena fa una pausa – ma in tutto questo discorso mi viene in mente una cosa.

Cosa?

Vi rendete conto che adesso siamo qui a parlare di Masnada a far classifica in un grande Giro e questo ragazzo ha rischiato di non passare? E’ stato ad un passo dallo smettere. Che rischi si corrono in Italia? Quanti ce ne sono stati di ragazzi persi così? Nell’inverno 2017 Antonio Bevilacqua (all’epoca team manager di Masnada alla Colpack, ndr) mi chiamava un giorno sì e un giorno no e mi diceva: prendilo, prendilo. Questo è buono. Sì, è un po’ “vecchio” e le grandi squadre non lo considerano, ma vedrai che farà bene.

Per fortuna gli avete dato retta… Prima hai detto che Masnada è migliorato e che il Fausto dell’epoca non lo avresti visto in ottica classifica: ma quanto e come è migliorato? 

Quanto e come non lo so. Adesso non ho più i suoi dati sottomano. Potrei “rubacchiarne” qualcuno da Strava ma non sarebbero comunque precisi. Posso però dire cha la sua massa muscolare è diversa. Basta vedere le foto. Probabilmente ha lo stesso peso, ma ha perso massa grassa a vantaggio di quella magra. E anche per questo va più forte in salita…

Anche?

Essendo più consapevole è migliorato anche di testa e in salita più che altrove spesso è la capacità di tenere duro a fare la differenza. E’ una questione mentale. Tu sei al limite, ma anche quello accanto a te lo è. E tante volte basta davvero un nulla perché uno dei due ceda. E più vado avanti e più sono convinto delle potenzialità della mente. Quando correvo credevo che la testa incidesse per il 20 per cento e che per l’80% contassero le gambe. Quando sono salito in ammiraglia sono passato a 50-50. Adesso dico che la testa incide per l’80% e le gambe per il 20%.

Un cambiamento netto che sottolinei con una certa sicurezza. Come mai?

Guardate, ho visto in prima persona alcuni corridori, che non posso dirvi chiaramente, con dei valori più alti di quelli di Bernal, ma quasi non si sa chi siano. Corridori quasi sconosciuti. Questa presa di coscienza porta al Masnada della situazione.

Nel prossimo Giro in cui non sembra esserci un super dominatore designato, una top cinque a Verona è fattibile per Masnada?

Secondo me sì. Poi bisogna vedere anche il supporto che gli darà la squadra, ma se vogliono loro in Quick Step-Alphavinyl sono bene organizzati e sanno gestire lo stress. Fosse ancora da noi per certi aspetti, lo ammetto, sarebbe un po’ “solo”.

Hai guardato il percorso? C’è qualche tappa che potrebbe essere particolarmente adatta a Fausto?

Per scaramanzia, in attesa che comunichino le wild card per il Giro, non ho approfondito la mia analisi. Conosco un po’ meglio la tappa che arriva a Cogne perché parte da casa mia. E la salita finale è pedalabile. Su una pendenza simile Fausto può fare bene.

Masnada non è da pendenze stile Zoncolan per capirci?

No, non sono quelle le sue salite, quelle dove può fare la differenza, ma solo per ovvie questioni fisiche come accennavo prima.

Anche nel 2022 Salice a fianco del team Drone Hopper

05.01.2022
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Nei giorni scorsi il team Drone-Hopper-Androni Giocattoli ha ufficializzato sui propri canali social che anche per la stagione 2022 sarà Salice Occhiali a fornire alla squadra caschi e occhiali. L’azienda guidata da Anna Salice metterà a disposizione del team prodotti top di gamma come il casco Vento e gli occhiali 022 e 023.

Gli occhiali forniti al team Drone Hopper si abbinano perfettamente con il casco Salice Vento. Qui Simone Ravanelli
Gli occhiali forniti al team Drone Hopper e il casco Salice Vento

Insieme da sei anni

La partnership tra Salice Occhiali e la squadra diretta da Savio e Bellini, con Giovanni Ellena in ammiraglia, dura da ben cinque anni. Nel 2022 saranno pertanto sei gli anni di una collaborazione che si è dimostrata ricca di soddisfazioni per entrambe le parti. Per farci raccontare qualcosa in più su questa felice esperienza ci siamo rivolti a Paolo Tiraboschi, che ancora oggi, seppure in pensione, riveste il ruolo di ambassador Salice con gli atleti e i team sponsorizzati.

«Nella mia lunga esperienza lavorativa – spiega – ho avuto la fortuna di costruire una bella amicizia con Gianni Savio e Giovanni Ellena anche quando lavoravo per altri marchi e non avevamo rapporti diretti di lavoro. Nel 2015, ci siamo incontrati a Eurobike. Erano alla ricerca di un partner tecnico affidabile per la nuova stagione. Ne ho subito parlato con Anna Salice e da lì è iniziata la nostra collaborazione».

Fornitura completa

Per la nuova stagione gli atleti della Drone Hopper-Androni Giocattoli riceveranno a testa rispettivamente due caschi e 3 paia di occhiali. Per quel che riguarda il casco, uno sarà dedicato agli allenamenti a casa e uno alle gare. A questi due si aggiungerà un modello specifico per le cronometro. Ad atleti e staff sarà inoltre fornito un occhiale per il tempo libero. Si tratta del modello 3047, estremamente comodo e fashion. Durante la stagione sarà lo stesso Tiraboschi a curare di persona il riassortimento della fornitura tecnica in dotazione alla squadra.

Il feedback dell’atleta

Lavorare a stretto contatto con atleti professionisti è un’esperienza estremamente utile anche per i fornitori tecnici che possono ricevere dagli stessi atleti feedback utili per migliorare i propri prodotti. A raccontarci qualcosa in merito per quel che riguarda la Drone Hopper-Androni Giocattoli è lo stesso Paolo Tiraboschi.

«In tutti questi anni – spiega – ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni atleti davvero preparati, attenti a quali prodotti fossero chiamati ad indossare in gara. Per citarne alcuni, mi vengono in mente Francesco Gavazzi, Marco Frapporti e Simon Pellaud. Fra gli ultimi meritano sicuramente una citazione i colombiani Jhonatan Restrepo e Daniel Munoz, disponibili e molto preparati. Da loro ho ricevuto indicazioni sulla vestibilità degli occhiali e sull’importanza di avere lenti perfette per ogni condizione meteo o di visibilità».

Chiudiamo la nostra chiaccherata con Paolo Tiraboschi chiedendogli come mai ancora oggi, seppure in pensione, continui a lavorare con Salice Occhiali.

«Con Anna Salice – sorride – ho costruito un bellissimo rapporto. Lavorare ancora per Salice, anzi per la signora Anna, è un modo per ringraziarla e restituirle tutto ciò che mi ha dato in tutti questi anni».

Salice

Due ore su Zoom con Androni ed EthicSport. Di cosa si parla?

31.12.2021
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Le 18,30 di ieri sera, quasi cinquanta persone su Zoom fra medici, direttori, staff e atleti dell’Androni (in procinto di diventare Drone Hopper-Androni). Il motivo è il primo incontro con Massimiliano di Montigny, responsabile marketing di EthicSport che dal 2022 fornirà integratori e supporti alimentari alla squadra di Savio. Gianni non c’è, manda a dire di scusarlo.

Fra i cambiamenti per la nuova stagione, questo è uno dei più significativi. I corridori hanno le loro abitudini, i massaggiatori sono abituati a preparare le borracce in un certo modo: il passaggio sarà indolore o comporterà qualche problema? Se ne era parlato in ammiraglia con Ellena nei giorni del raduno di Benidorm.

«Amiamo questo tipo di incontri – comincia Massimiliano – per migliorare la conoscenza del prodotto e creare una collaborazione con la struttura tecnica della squadra. Ci piacerebbe ricevere i vostri feedback dopo che avrete conosciuto i prodotti, per sapere se ci siano accorgimenti da adottare. Nel periodo in cui abbiamo lavorato con la Nippo, abbiamo riscontrato tanti errori e tante abitudini inculcate col tempo. Quello che vorrei dirvi è di sperimentare anche le novità, perché non sempre quel che è stato valido fino a ieri lo sarà domani».

La frase risulterà oltremodo profetica, sarà presto evidente che il professionismo ha esigenze da approfondire e che non è semplice convincere corridori, preparatori e medici a sperimentare soluzioni diverse. La spiegazione comincia.

Benidorm, Marengo, qui con Spezialetti, è parso tra i più curiosi sul recupero post gara
Benidorm, Marengo, qui con Spezialetti, è parso tra i più curiosi sul recupero post gara

Schermo condiviso

Il racconto inizia con la condivisione dello schermo. Si parla dell’idratazione pre, durante e dopo lo sforzo. Viene spiegato un idrosalino energetico di nome PowerFlux che contiene prodotti vasodilatatori: assunto prima della gara, ad esempio una crono, ha un impatto incisivo.

Il pdf riassume i prodotti in base alla fase di assunzione, Massimiliano si sofferma sul SuperDextrin, sul quale invoca i primi feedback. E’ un prodotto brevettato e contiene ciclodestrine a catena ramificata, con un meccanismo di rilascio energetico progressivo.

«Non ripristina i minerali – sottolinea – è solo energetico. In allenamento si potrebbe sperimentare di fare una borraccia da litro con SuperHydro e SuperDextrin. Una volta mescolata, si divide in due borracce più piccole e si ha una bevanda isotonica, che fornisce sali e ciclodestrine».

Chi vuole la caffeina

I corridori ascoltano e il discorso passa alle barrette, che devono essere masticabili, resistere alle temperature e non avere retrogusto fastidioso. «Quello viene dalla chimica – dice Massimiliano – le nostre magari durano di meno, però non contengono conservanti, sono prodotti più puliti».

Si parla di energetici con o senza caffeina. Il dettaglio viene sottolineato per tutti i prodotti a seguire. «Il caffè – dice – non piace a tutti, mentre altri devono stare attenti a non abusarne. EnergiaRapida Professional è un prodotto in tre gusti che ne contiene un quantitativo significativo. E poi c’è EnergiaRapida + un prodotto con impatto veloce. Utile quando senti che stai perdendo lucidità».

Righi va al sodo

Prodotti e proprietà. Il discorso va avanti, pensiamo che al di là delle parole saranno l’uso e il riscontro degli atleti a dare la prima svolta. E infatti Daniele Righi interrompe con una domanda.

«Possiamo organizzare con i dottori e con il nostro preparatore Borja – chiede – un vademecum che può servire a noi in ammiraglia nelle varie situazioni? In modo che abbiamo borracce già pronte».

«Con i dottori – spiega Massimiliano – c’è da fare delle scelte per individuare i prodotti più utili in base alle esigenze dei singoli atleti, non credo che tutti abbiano le stesse esigenze…».

Zuccheri subito pronti

Chiamato in causa, il dottor Andrea Giorgi prende la parola. «Abbiamo visto tanti prodotti – dice – in assoluto ci serve qualcosa per massimizzare l’uso degli zuccheri. Se si crea una situazione come quella di Van der Poel alla Tirreno, difficilmente si riesce ad aprire le barrette, per cui può servire un prodotto che basti da sé. Capisco la richiesta di Righi, perché il corridore in certi momenti non è lucido. Ci sono in giro prodotti con grande quantità di carboidrati e anche isotonici».

Gli altri prodotti

Di Montigny ascolta e chiede che gli si facciano i nomi. «Se riuscite a darmi i nomi e la composizione – rilancia – possiamo parlare con la produzione e intervenire. Proviamo a cambiare punto di vista. Descrivetemi le vostre esigenze, definiamo il tipo di gare e di situazioni e noi cercheremo di offrire le varie opzioni. Si riesce a fare a stretto giro di posta. Per noi è un valore aggiunto importante. E alle prime gare verifichiamo tutto».

Il preparatore Borja, con Benedetti ed Eduard Grosu
Il preparatore Borja, con Benedetti ed Eduard Grosu

Carboidrati esagerati

Stuzzicato dall’Abruzzo da cui risponde, Stefano Di Zio comincia a parlare di prodotti e intanto mangia pizza e beve prosecco. «Un prodotto che si usa tanto – dice – ha una quantità di carboidrati esagerata. Si può avere qualcosa del genere da EthicSport?».

Massimiliano risponde e non si secca, anzi forse se lo aspetta che gli propongano confronti con altre aziende. «Sto guardando ora – dice – ma approfondiamo per vedere se in realtà quel che proponiamo noi non sia meglio. SuperDextrin è di un altro livello e magari quello che si usa tanto in giro è frutto del marketing. Le farmacie e i negozi sono pieni di prodotti. Se prendo qualcosa che poi dà problemi di digeribilità, i vantaggi vanno a farsi benedire. Bisognerà partire dalla palatabilità…».

Antidoping in agguato

C’è sempre l’antidoping in agguato e così il dottor Giorgi chiede se EthicSport sia collegata a Informed Sport, una piattaforma Android e iOS, che permette agli atleti di verificare se il prodotto acquistato sia in regola. «C’è sempre la paura di inciampare in qualche ingrediente irregolare – dice – e con questo loro possono inserire i dati e avere una risposta attendibile».

Massimiliano prende nota e promette che riferirà per capire la fattibilità della richiesta. Dice di aver lavorato con Informed Sport quando hanno sponsorizzato i mondiali di Mtb all’Elba e chiederà di inviare gli stessi documenti per verificare la possibilità di farlo.

Solo sali, si può?

Ancora Giorgi fa notare che i corridori sono curiosi di sapere il rapporto tra fruttosio e isomaltulosio e che con il caldo sarebbe utile sviluppare dei prodotti a base di mentolo, come altre aziende stanno già facendo. Poi la parola passa al dottor Maurizio Vicini, il medico più esperto del team che finalmente ha risolto i problemi di collegamento.

«Abbiamo esaminato i prodotti che ci avete mandato – dice – e abbiamo qualche dubbio su un aspetto. Durante la corsa, i massaggiatori preparano le borracce. Abbiamo visto il SuperHydro che contiene elettroliti e anche carboidrati. Se volessimo solo un prodotto a base di sali, è possibile? Serve per sapere che ci sono borracce univoche, di sali e di maltodestrine».

La domanda provoca un istante di silenzio. «Così su due piedi, la risposta è no, non ci era mai stato chiesto», replica Di Montigny.

«In Sudamerica – entra anche Giorgi – i corridori vogliono solo sali. E’ più semplice avere un prodotto che contiene solo sali, avendo già fatto a parte il calcolo degli zuccheri. E’ più facile da gestire».

Fase di stallo, la situazione è chiara. «Ora non è possibile – dice Massimiliano – ma secondo me, quando ci avrete comunicato tutte le vostre esigenze e avrete sperimentato i nostri prodotti, supereremo questa fase».

Cosa mettere nelle borracce? Qui Ravanelli con le maltodestrine
Cosa mettere nelle borracce? Qui Ravanelli con le maltodestrine

Abitudini e marketing

Ellena, abituato a guidare la squadra e anche i discorsi, getta il salvagente. «La borraccia per il sudamericano è di sali – dice – probabilmente a causa del marketing di Gatorade che anni fa sbarcò laggiù e creò l’abitudine. Dobbiamo lavorare sulla nostra cultura interna. Come per certi gel, di cui non farebbero a meno. Gli ho fatto vedere che sono a base d’acqua, ma sono le mie parole contro il marketing delle grandi aziende».

Proteine e recupero

Si va avanti con Marengo a chiedere in che modo si gestisca il recupero. Il pasto subito dopo. Le proteine. E i ramificati che secondo Ethic Sport è meglio assumere prima di andare a letto, perché la ricostruzione inizi nelle ore del vero recupero corporeo.

«Il recupero è vario e soggettivo – spiega il dottore – il vostro prodotto è un ottimo prodotto, ma va associato al fattore temporale. Bisogna convincere i ragazzi a iniziare il recupero subito dopo la corsa».

Grosu ambasciatore

Il resto sono domande di ordine pratico. Dal prezzo d’acquisto dei prodotti per l’uso personale, fino a Grosu che chiede se ci sia modo di farli arrivare in Romania. Il discorso interessa, al punto da ipotizzare che il velocista possa diventare una sorta di testimonial per il suo Paese. La chiosa finale spetta nuovamente a Ellena.

«Ho partecipato a tanti meeting di questo tipo – dice – e so che le aziende del settore sono molto rigide. E’ la prima volta che vedo questa disponibilità a modificare i prodotti in base alle nostre esigenze. E’ un grande inizio. Vi manderemo subito le nostre richieste. Per il momento ci salutiamo. E buon anno a tutti!».

Simone Ravanelli e diventare pro’ nell’era del covid

22.12.2021
5 min
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Diventare professionisti è sempre un grande salto nel buio, ci si ritrova catapultati in un mondo nuovo. Modo di correre differente, compagni forti e gli avversari lo sono anche di più. Cambia il metodo di approccio alle gare ed agli allenamenti, aumentano le pressioni e le aspettative. Se a tutto questo si aggiunge una pandemia, ecco che il cammino si complica ancora di più.

E’ quello che è successo a Simone Ravanelli, corridore dell’Androni Sidermec che abbiamo incontrato a Benidorm, in ritiro la scorsa settimana. Parlando con Ellena è venuto fuori come stia crescendo bene e di come la squadra riponga molta fiducia sulle sue qualità per la prossima stagione.

Simone Ravanelli è di Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo, una delle province più colpite dalla pandemia
Simone Ravanelli è di Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo

Un ostacolo inaspettato

«All’inizio del 2020 ero partito bene – dice Ravanelli – con delle buone prestazioni alla Vuelta a San Juan, al Laigueglia e al Tour of Rwanda (dove aveva concluso quarto in classifica generale, ndr). Poi c’è stato lo stop improvviso per il Covid e la stagione è stata completamente da ricostruire. Facevo delle sessioni di allenamento sui rulli, ma non sapevamo neanche se e quando saremmo tornati a correre. Io sono di Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo, nel pieno della pandemia».

Quanto hai risentito mentalmente di quella situazione?

Abitando nella provincia italiana più colpita, direi che è stato davvero complicato. Nonostante nessuno dei miei parenti o conoscenti sia stato direttamente colpito dal virus, era difficile mantenere la concentrazione sulla bici. Il rimbombare delle sirene delle ambulanze era costante e ci accompagnava per tutto il giorno.

Hai detto che facevi sessioni di allenamento sui rulli, in che modo ti allenavi?

Non sapendo se e quando saremmo tornati a correre non ho fatto grandi lavori o allenamenti. Vedevo, tramite i vari social, che altri corridori facevano anche sessioni da 4 ore, ma non ne trovavo il senso. Pedalavo per un’ora al mattino ed una al pomeriggio, ma ho anche approfittato per staccare un po’.

Simone Ravanelli
Simone Ravanelli alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali del 2020, dove si è messo in luce con dei buoni piazzamenti
Simone Ravanelli
Simone Ravanelli alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali del 2020
Una volta risaliti in sella?

C’è stata tanta incertezza fino all’ultimo. A inizio maggio abbiamo ripreso gli allenamenti e ad agosto le corse. Ho disputato tante gare, quelle in Italia le ho fatte tutte, alla fine correvo ogni due giorni.

Essendo il tuo primo anno da pro’ quali sono state le tue difficoltà maggiori?

Sono state principalmente due. La prima che anche nelle gare minori avevamo una startlist di primo livello e questo ha contribuito ad alzare il livello delle corse. Basta guardare i partenti della Coppi e Bartali nel 2019 e nel 2020 e capisci subito… L’anno prima avevamo due o tre squadre WorldTour, quello dopo dieci.

Questo che conseguenze ha avuto?

Le medie orarie si sono impennate e di conseguenza anche il nervosismo in gruppo. Gare di minor rilievo si sono riempite di campioni ed è diventato più difficile mettersi in mostra. Questo è valso anche per il 2021.

La seconda difficoltà che dicevi?

Il calendario compresso. Ripartire e prendere il ritmo delle gare è stato complicato per tutti, pensate ad un neoprofessionista. Il Giro d’Italia è stato l’emblema di quel che sto dicendo. Non avevo mai fatto una corsa a tappe di tre settimane e farlo senza aver messo una base di preparazione adeguata non mi ha permesso di esprimermi al meglio.

Ai campionati italiani a cronometro del 2020 Simone Ravanelli ha conquistato l’ottava posizione
Ai campionati italiani a cronometro del 2020 ha conquistato l’ottava posizione
Il 2021 può essere considerato il tuo primo vero anno da pro’?

In un certo senso sì. Anche se abbiamo avuto dei problemi di organizzazione della stagione legati al fatto di essere stati inizialmente esclusi dal Giro d’Italia. Abbiamo iniziato a correre tardi, a marzo e la prima parte di stagione è andata un po’ così e così, senza trovare il colpo di pedale giusto.

La seconda parte?

Decisamente meglio! E voglio, anzi vogliamo, ripartire da lì. Mi sono messo in mostra in Francia al Tour Poitou, dove ho ottenuto un secondo posto nell’ultima tappa. Anche il Giro di Sicilia è andato molto bene, anche lì ho raccolto un secondo posto nella tappa conclusiva e la decima posizione nella classifica generale.

Sei passato professionista a 24 anni, una rarità ora come ora…

Ho fatto il mio percorso, senza fretta. Negli under 23 hai la possibilità di sbagliare, sono concessi degli errori, nei professionisti no. Se non fai bene per una o due stagioni rischi di finire la carriera alla mia età se non prima.

Simone Ravanelli in maglia Biesse Carrera sul podio del Giro dell’Appennino 2019 accanto a Masnada e Cattaneo, al tempo in Androni
Simone Ravanelli in maglia Biesse Carrera sul podio del Giro dell’Appennino 2019
E per la nuova stagione che programmi hai?

Domani (oggi per chi legge, ndr) torniamo a casa dal ritiro, continueremo a lavorare individualmente fino al 16 gennaio quando qualcuno di noi partirà per le prime corse. Mi fermerò solamente a Natale, Santo Stefano lo passo sui pedali…

Il tuo esordio quando sarà?

Il 26 gennaio e Maiorca. Ci saranno 5 gare tra il 26 e il 30, non prenderò parte a tutte, probabilmente a due o tre. Forse andremo giù qualche giorno prima per sfruttare il caldo e fare qualche allenamento tutti insieme.

Un desiderio per il prossimo anno?

Voglio continuare come ho concluso il 2021. Mi piacerebbe avere la certezza di correre il Giro d’Italia così da prepararlo bene insieme alla squadra (ma questo lo si scoprirà a gennaio quando verranno svelate le wild card, ndr).

Ellena ci spiazza: si allenano troppo perché hanno paura

26.11.2021
5 min
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Come mai i corridori di una volta si doveva rincorrerli perché si allenassero, mentre quelli di oggi – grandi e piccini – bisognerebbe frenarli per quanto si impegnano? Era la domanda venuta fuori parlando con Enrico Gasparotto e la prima risposta, bisogna ammetterlo, era stata che evidentemente oggi in gruppo si trasuda professionalità. L’uso dell’imperfetto deriva dal fatto che dell’argomento abbiamo parlato con Giovanni Ellena, direttore sportivo dell’Androni Giocattoli. E il suo punto di vista ha ribaltato tutto.

«Gasparotto parla certamente di corridori superiori – dice – quelli delle piccole squadre sono comunque da seguire. Di sicuro hanno tanta voglia di fare. Umba abbiamo dovuto tenerlo a freno dopo la frattura del braccio, perché sarebbe ripartito subito. Ai ragazzi, soprattutto i più giovani, manca conoscenza di se stessi. Quando correvo io, fino al 1992, facevi errori per sgangheratezza. Oggi li fanno perché hanno paura di restare a piedi. Rischiamo di bruciare tanta gente. Se si riuscisse ad avere questa presa di coscienza magari, si potrebbe provare a cambiare le cose».

Nel 2017 Ellena (qui con Spezialetti, Savio e Torres) ha lavorato fianco a fianco con Egan Bernal
Nel 2017 Ellena (qui con Spezialetti, Savio e Torres) ha lavorato fianco a fianco con Egan Bernal

Professionisti non di fatto

Un macigno avrebbe fatto meno rumore. E mentre lentamente cerchiamo di entrare in questa dimensione del ragionamento, Ellena riparte.

«Quelli che arrivano dalle squadre WorldTour – dice – fanno le cose per bene e in ogni caso hanno chi li segue passo dopo passo. Per cui se anche non imparano, le fanno lo stesso. Nelle altre squadre, i corridori con più testa hanno sempre fatto da soli le loro cose. Anche Scarponi, nel periodo che era con noi, se non c’era il ritiro di squadra, si prenotava il suo Teide, l’Etna oppure Sierra Nevada e si pagava l’alloggio. Il problema è con i più giovani. Passano, diventano professionisti ma non lo sono. Il direttore sportivo può stargli dietro, ma rischia di passare per il padre rompiscatole. Gli dici di non avere fretta, ma ti ascoltano?

«E io allora gli porto l’esempio di Masnada, passato che era vecchio. Quanti corridori abbiamo perso per non averli aspettati? Non è un dato quantificabile, ma quanti passano e poi si perdono? Questo è diventato un mondo spietato, non c’è più spazio per sbagliare».

Colleoni e Conca, al centro, si erano accordati con la Androni, poi sono passati alla Bike Exchange e alla Lotto
Colleoni e Conca (alle spalle di Plebani) si erano accordati con la Androni, poi sono passati nel WorldTour

Se va male, smetti

Le dinamiche sono ben note e il discorso torna su temi già toccati, cui nessuno sembra voler mettere mano. I procuratori continuano a pescare in acque sempre meno profonde, i team manager ingaggiano dei bambini, i bambini credono alle lusinghe e se poi non va bene… avanti con altri.

«E’ vero che il ciclismo italiano è in crisi, oppure lo stiamo danneggiando noi? Avevamo preso Colleoni e Conca per fargli fare un processo di crescita graduale – prosegue il piemontese – ma non abbiamo fatto neppure in tempo a vederli, perché sono arrivate due squadre WorldTour e se li sono portati via.

«Dal Covid in avanti, il livello delle corse si è alzato. Col fatto che non si può tanto viaggiare, le squadre sono tutte concentrate in Europa e se sei un ragazzino mezzo e mezzo, perché semplicemente devi ancora crescere, anticipi la preparazione perché pensi che ti serva per non restare indietro. Per quello sono lì ad allenarsi come matti. Perché se ti va male, hai finito».

Umba è passato professionista a 18 anni: va tenuto a freno perché non è ancora in grado di gestirsi
Umba è passato professionista a 18 anni: quasi scontato che non sappia gestirsi

Il diritto al lavoro

Viene da pensare che nelle squadre WorldTour ci sono gruppi di lavoro dedicati ai corridori più giovani, ma è anche vero che non sempre le ciambelle riescono col buco. Oldani è stato per due anni alla Lotto Soudal e adesso è atterrato alla Alpecin-Fenix, bella squadra, ma avrebbe meritato di continuare fino a capire meglio di sé. Piccolo si è affacciato all’Astana, ma non è riuscito nemmeno a metterci il piede perché non era pronto. Dell’infornata UAE composta da Ganna, Consonni, Ravasi e Troia è rimasto solo quest’ultimo, gli altri erano stati già archiviati.

«Servirebbe come il pane – prosegue Ellena – avere più squadre di alto livello in Italia e a quel punto ci sarebbe l’interesse a prendere i migliori talenti italiani. Certo, se lo scopo del gioco è portarli dove guadagneranno di più malgrado i regolamenti, allora non se ne esce. Il diritto al lavoro è superiore al resto, quindi si trovano soluzioni alternative. Non siamo spacciati, non vorrei passare per un menagramo, ma a certe cose si dovrebbe pensare. Vedo questi ragazzini, che sono professionisti senza esserlo, che commettono errori in cui nel 1992 da dilettante non sarei mai incappato, perché un compagno più grande, vedendomi, mi avrebbe dato una legnata. Si potrebbe scrivere un’enciclopedia su questi temi…».

Antonio Tiberi, Trofeo San Vendemiano 2020
A Tiberi avrebbe poi fatto tanto male un anno in più fra gli under 23 con la Colpack?
Antonio Tiberi, Trofeo San Vendemiano 2020
A Tiberi avrebbe poi fatto tanto male un anno in più fra gli under 23 con la Colpack?

Il diritto al futuro

Non siamo spacciati, ne conveniamo, ma qualcosa si potrebbe immaginare di fare. I procuratori continuano con il loro lavoro e i team manager sembrano a tratti sprovvisti di lucidità. Le norme si scavalcano nel nome del diritto al lavoro. Eppure una domanda sarebbe interessante porla a questi ragazzi e alle loro famiglie, laddove fossero ancora minorenni: il diritto al lavoro vince anche sul diritto ad avere un futuro?

Rivera, due contratti alle spalle e la Gazprom all’orizzonte

13.09.2021
5 min
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Kevin Rivera, classe 1998, 165 centimetri e 55 chili di talento puro, ma anche un bel punto interrogativo. In quattro anni di professionismo ha rescisso due contratti. Prima con l’Androni Giocattoli e qualche mese fa con la Bardiani Csf Faizanè. Adesso questo promettente scalatore è in attesa che arrivi gennaio, per poter vestire i colori della Gazprom-RusVelo.

Questa storia desta curiosità e così abbiamo sentito proprio le due figure che più gli sono state vicino, Giovanni Ellena, diesse dell’Androni, e Paolo Alberati, il suo manager.

Quando è arrivato all’Androni (2017) Rivera non aveva compiuto neanche 19 anni
Quando è arrivato all’Androni (2017) Rivera non aveva compiuto neanche 19 anni

Tanto motore, poca tecnica

«Kevin spiega – Ellena – è un ragazzo che dal punto di vista fisico ha doti eccezionali, ma deve ancora trovare il suo equilibrio psicologico. Almeno era così fino a quando era con noi. Nei suoi primi quattro anni da professionista ha sofferto un po’. Io lo conoscevo bene perché negli anni che è stato con noi ha vissuto vicino a casa mia. 

«Un altro problema, di natura più tecnica, è che non ha grandi capacità di guida. Lui viene dalla Mtb, ma forse prima di passare pro’ avrebbe dovuto stare un po’ di più tra gli under 23. In gruppo spende veramente tanto. Una volta feci una prova. Eravamo all’Adriatica-Ionica Race e presi i sui dati in un tratto pianeggiante senza troppe curve. C’era giusto un passaggio in un paese, ma non era  tecnico. Feci un paragone di quel segmento tra lui e Sosa, anche lui non un super limatore, e la differenza era abissale. Kevin aveva speso tanto di più, c’erano tantissime variazioni di ritmo. Se riuscisse a risolvere questo problema, probabilmente sarebbe un fenomeno.

«Però se non ci è riuscito dopo 4-5 anni ho qualche dubbio. Ohi, poi magari la Gazprom ce la fa e andremo tutti a scuola da loro!».

Per Rivera qualche difficoltà di troppo in gruppo
Per Rivera qualche difficoltà di troppo in gruppo

Lavoro da “limatore”

L’Androni ed Ellena ci avevano lavorato su un bel po’. Lo stesso Ellena ricorda quando, almeno per pochi chilometri, provava a stringerlo lui stesso quando uscivano insieme in bici. Cercava di “allenarlo” in qualche modo, come a simulare le dinamiche del gruppo. E lo stesso facevano i ragazzi nelle uscite di squadra.

«Anche per questo motivo – riprende il tecnico piemontese – lo abbiamo portato spesso in Francia a fare le corse di categoria 2.2, che in pratica sono quasi delle under 23: proprio per cercare di farlo migliorare. Quando fece nono alla Milano-Torino (2019, ndr) per tutto il giorno gli mettemmo al fianco due corridori, Ballerini e Cattaneo. Ma non sempre puoi mettere due corridori fissi su un uomo, tanto più due calibri del genere e su un corridore che poi non ti dà tutte queste certezze. Non siamo una WorldTour.

«Che poi lui non è che non ascoltasse, va detto, anzi… Ma un conto sono le parole e un conto è riportarle in bici».

Eccolo alla Coppi e Bartali di quest’anno (a ruota di Mareczko)
Eccolo alla Coppi e Bartali di quest’anno (a ruota di Mareczko)

E Alberati cosa dice?

Il manager umbro è sempre molto attento a suoi ragazzi. Li aiuta moltissimo, anche sul profilo tecnico, vista la sua esperienza da corridore e da preparatore.

«L’ultimo anno – spiega Alberati – è stato un po’ complicato per Rivera. Ha iniziato la stagione alla Vuelta al Tachira. Laggiù già aveva vinto proprio con l’Androni e così l’organizzazione lo voleva. Anche se non era in forma, in quanto a novembre si era operato al naso, ci è andato. L’ha presa come la classica gara per prepararsi. Il problema è che ci sono stati dei casi di Covid e lui è stato uno di questi. E’ rientrato in Europa e alla Coppi e Bartali non è andato bene.

«Perciò abbiamo fatto degli esami via, via più approfonditi. Va detto che l’anno prima Rivera aveva avuto il citomegalovirus. Nel frattempo il Comitato olimpico del Costa Rica voleva vederci ancora più chiaro. Kevin inizialmente era il prescelto per le Olimpiadi di Tokyo, per questo motivo il suo comitato olimpico aveva richiesto degli esami ulteriori. Ma alla fine proprio in virtù dei suoi problemi è stato portato Amador. Alcuni valori infatti non erano perfetti. Per lo staff sanitario della Bardiani invece tutto era nella norma.

«Così dal Costa Rica volevano che rientrasse e la Bardiani non era dello stesso avviso. A quel punto non si è trovata una soluzione e lo scorso maggio, dopo aver trovato un accordo, le due parti hanno rescisso il contratto».

Rivera proviene dalla bellissima zona di Cartago, centro della dorsale montuosa che separa Atlantico e Pacifico. Ora è lì… (foto Instagram)
Rivera proviene dalla bellissima zona di Cartago, centro della dorsale montuosa che separa Atlantico e Pacifico. Ora è lì… (foto Instagram)

Kevin, ragazzo in crescita

E un corridore con questo potenziale, una volta che la Gazprom ha saputo che era libero se lo è assicurato. Perché comunque i numeri li ha, eccome.

«Parliamo di un ragazzo che è nato a 2.600 metri di quota tra i Vulcani del Costa Rica – spiega Alberati – Che ha un Vo2Max elevatissimo: 96, con punte di 98. Quando va male si ferma a 93.

«Com è dal punto di vista caratteriale? Non viene da una situazione familiare facilissima e proprio per questo vanno apprezzati i suoi miglioramenti. Da che non sapeva compilare il modulo Adams al parlare inglese ha fatto un bel salto. Aiuta moltissimo la sua famiglia, è socievole, educato.

«E’ salito in bici facendo Mtb. Arrivò terzo ai giochi Panamericani, vinti da Bernal. E’ lì che lo notammo. Ha anche fatto bene da quelle parti, ma lì le prove su strada contano 70 partenti… E’ passato da juniores a pro’. Pertanto su strada ha corso poco e per questo ha qualche limite tecnico. So che l’Androni ci ha lavorato su e magari avrà fatto un piccolo step, come ha fatto con l’inglese».

«Nonostante abbia corso poco e nonostante le sue difficoltà, Kevin ha però vinto anche al Tour de Langkawi. Non è una corsa di prima fascia, ma lì c’era anche la Gazprom stessa… che lo ha notato e se lo è preso».

Dopo Umba, ecco Cepeda: Ellena a te la parola

14.08.2021
5 min
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«Beh, se i colombiani sono tranquilli, gli ecuadoriani sono tranquillissimi!». Giovanni Ellena va subito al punto quando gli chiediamo di Jefferson Alexander Cepeda, altra scoperta sudamericana di Gianni Savio. Lo scalatore dell’Androni Giocattoli ha vinto una tappa e classifica generale del Tour de Savoie-Mont Blanc. E anche ad inizio stagione si era fatto vedere…

Giovanni Ellena (classe 1966) è uno dei diesse dell’Androni Giocattoli
Giovanni Ellena (classe 1966) è uno dei diesse dell’Androni Giocattoli

Cepeda, un gran motore

«Cosa volete sapere? – chiede Ellena – Cepeda ha un potenziale molto buono per la salita… Deve tirare fuori ancora molto. E proprio perché è così tranquillo spesso a volte in corsa è un po’ distratto e manca di cattiveria agonistica.

«Per esempio in Sardegna, anche se stavolta non per colpa sua ma perché lo avevano preso, è caduto. Ha corso con un ginocchio aperto e questo gli ha compromesso in parte il Tour d’Alsace. Anche al Savoie non era in formissima prima del via, a dire il vero, però è andato fortissimo. Per dire che ha un grande potenziale se riesce a vincere quando non è al top. Tra quelli che ci sono passati tra le mani se Bernal vale 10 e Sosa 8, io lo accosto al livello di Sosa. Ha caratteristiche molto simili, ma è un po’ meno esplosivo».

Cepeda in ritiro a Gressoney
Cepeda in ritiro a Gressoney

Distratto, ma tosto

L’esplosività è sempre più necessaria in questo ciclismo attuale. E di certo in qualche modo ci si deve lavorare, specie se sei alle prime armi come Cepeda (classe 1998).

«Come ci si lavora: lo fai correre… Inutile che gli spieghi ogni cosa, alla fine serve concretezza. Una sera eravamo in ritiro a Gressoney: io, lui e Umba. Gli ho detto che non avrei preso il vino, che le calorie del vino me le sarei prese con il dolce. Quando ho detto così è rimasto. Cose che per noi sono scontate per loro non lo sono. E alla fine emerge una discussione tecnica ed interessante più in questo modo che dicendogli cosa devono mangiare o meno.

«Per aspetti più tecnici invece il problema dei sudamericani è che in salita vanno sempre fortissimo. Per loro la pianura è l’avvicinamento alla salita. Invece non è così e devono imparare a gestirsi. Nella tappa di Brindisi, quella dei ventagli al Giro dello scorso anno, era spaventato al via. Ma alla sera era vincitore, in quanto ne era uscito bene. E certe cose le impari in corsa. In allenamento non è la stessa cosa: non vai a quei ritmi, non c’è quella cattiveria in gruppo».

Re del Galibier

Con il diesse piemontese si passa poi a parlare del recente trionfo al Tour de Savoie. Anche Umba aveva vinto. A lui è andata la seconda tappa, ma stavolta il capitano era Cepeda.

«Anche se non era così convinto di fare bene – confida Ellena – Anche se c’era Giampaolo Cheula in Francia, io gli ho detto: la tappa del Galibier può essere la tua. Si va ben oltre i 2.000 metri, puoi fare la differenza. E’ partito ed è andata bene. Ero convinto che con la testa fosse già in vacanza perché poi il 9 agosto, cioè il giorno dopo l’ultima tappa, tornava per un mese a casa in Ecuador. Invece…».

Quando poi chiediamo a Giovanni su come abbia gestito la pressione per mantenere la maglia, Ellena apre dei “cassetti” fantastici che rendono bene l’idea di chi sia il corridore sudamericano, sia in senso stretto che in senso lato.

«La pressione l’ha gestita bene, ma devo dire che sono stati bravi tutti i ragazzi. Si è creato un bel gruppo con questi giovani. Bais, Ravanelli, Umba… hanno corso bene. Li vedi che ridono e scherzano, ma quando c’è da fare i seri sono i primi. Si danno da fare, corrono uniti. Si aiutano. Di certo nel nostro bus l’atmosfera che c’è adesso è ben diversa da quella di due anni fa.

«Però se parliamo di pressione un po’ mi viene da ridere. Loro neanche sanno cosa sia la pressione. Cheula mi ha detto: secondo me neanche si è reso conto di aver preso la maglia! Loro hanno una vita parallela. I sudamericani basta che quando rientrano in camera trovano della musica, sudamericana chiaramente, e un po’ da mangiare. Staccano del tutto. Non sono come noi europei che ci ripensiamo su. A parte Bernal che è il più anglosassone tra i colombiani, anche se lui, adesso che ha preso fiducia, la vive molto più easy. E forse questo atteggiamento è la loro forza».

Al Tour of The Alps, 4° posto e maglia bianca per l’ecuadoriano
Al Tour of The Alps, 4° posto e maglia bianca per l’ecuadoriano

Dolore questo sconosciuto

Cepeda, scalatore da 163 centimetri per 55 chili, ma due polmoni e un coraggio grossi così.

«Sta sempre un po’ sulle sue, ma non è timido è riservato. Come detto vive nel suo mondo. Quando eravamo ai 2.400 e rotti metri in ritiro a Gressoney, non voleva quasi più scendere. Lui vive a 2.600 metri di quota. Mi sento a casa, mi diceva. Nel frattempo io facevo i miei conti su quando scendere per andare appunto al Savoie. Beh, mi avrà detto 7-8 volte: ma perché non scendiamo il giorno prima della corsa?

«E poi ha una resistenza al dolore incredibile (caratteristica mica male per un ciclista, ndr). E adesso vi dico perché quando cade non si lamenta mai. Prima del Tour of the Alps, aveva un dolore al dente del giudizio. Allora lo porto da un mio parente che fa il dentista e mi dice che gli serve l’antibiotico altrimenti gli fa male. Jefferson non lo vuole. Il dente va tolto. Lo tolgono, appunto senza la base dell’antibiotico, e con giusto un minimo di anestesia. Al che il dentista è rimasto scioccato. Per tutta risposta, quattro giorni dopo Cepeda ha fatto quarto al Tour of the Alps».

E venne finalmente la prima tappa di Nizzolo

21.05.2021
4 min
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Mentre Nizzolo veniva scortato verso il palco, nel marasma dopo l’arrivo i suoi compagni del Team Qhubeka-Assos si abbracciavano con uno slancio raro a vedersi. La squadra aveva già vinto due giorni fa la tappa di Montalcino con Schmid e la volata con il milanese ha prolungato il momento pazzesco per un team rinato dal poco, che nei giorni scorsi aveva perso con Pozzovivo l’uomo per la classifica. Mentre raccontava il finale ai colleghi belgi, Campenaerts è parso commuoversi. Quando lo raccontiamo a Giacomo, anche lui ha il groppo in gola.

La pelle d’oca

«Mi viene la pelle d’oca – dice – adesso che hai menzionato questa cosa. Ho sentito attorno una fiducia estrema e questa cosa mi ha dato tantissima motivazione nei giorni scorsi. Probabilmente abbiamo sbagliato qualcosa, ma sentivo grandissima fiducia da parte loro. Tutti erano concentrati nei minimi dettagli, per portarmi al meglio negli ultimi metri. E devo dire che li ringrazio tantissimo perché oltre all’aspetto fisico, anche dal punto di vista mentale mi hanno dato tantissima fiducia. E spero si possano godere questa vittoria».

Victor Campenaerts dopo l’arrivo era davvero contentissimo
Victor Campenaerts dopo l’arrivo era davvero contentissimo

Lampi negli occhi

Il racconto ha perso forse lo slancio della grande emozione e Nizzolo sembra molto controllato nei suoi slanci. Nei giorni scorsi avevamo raccontato del suo casco e della sua bicicletta, ma questa volta è diverso. Però nel lampeggiare degli occhi sopra il bordo della mascherina, si capisce che la vittoria ha messo a posto tutti i tasselli. Arrivare secondo magari non peserà tanto, ma di certo un po’ fastidio lo dà.

E’ una lettura giusta?

La vittoria mette in ordine tutti i pezzi, dà un senso al cammino fatto finora. Averla vinta chiude il cerchio di tutto quello che c’è stato prima. 

Sull’arrivo con il fiato corto e l’emozione: prima vittoria al Giro
Sull’arrivo con il fiato corto e l’emozione: prima vittoria al Giro
Già una volta prima di oggi avevi esultato, invece la vittoria ti fu portata via…

Se parlate di Torino nel 2016, la sentivo mia, ma la valutazione dei giudici è stata diversa (Giacomo tagliò per primo il traguardo, ma venne declassato per aver chiuso Modolo alle transenne, ndr). Ci sono state parecchie occasioni in cui ho sentito di poter vincere eppure ho sbagliato qualcosa nel finale. Però sapevo di avere il potenziale di poter vincere una tappa al Giro. Oggi non ero particolarmente teso, mi sono concentrato sulla mia volata. Poteva essere oggi, come un altro giorno

L’allungo di Affini ti ha offerto un riferimento?

Il mio obiettivo di oggi era riuscire a esprimere il mio potenziale senza rimanere chiuso. In realtà questo finale era quello che meno mi piaceva, per la strada larga e dritta, mentre io preferisco gli arrivi tecnici. Ho preso come riferimento prima Gaviria e poi Affini, che mi ha dato un punto di riferimento e che ha fatto una sparata davvero notevole. Il mio obiettivo era non rimanere chiuso. Ho preso probabilmente un po’ troppa aria, ma è andata bene così.

I compagni lo hanno abbracciato e hanno festeggiato con rara commozione
I compagni lo hanno abbracciato e hanno festeggiato con rara commozione
C’erano tutti i tiuoi tifosi, ma questa volta non c’era tuo padre…

E’ vero, il mio fan club è un insieme di amici e parenti che mi seguono ogni volta che possono. Oggi mancava mio papà Franco perché ha subìto un’operazione pochi giorni fa, niente di grave, ma è ancora in ospedale. Una menzione speciale va a lui, spero di avergli dato un motivo per sorridere.

E alla fine è arrivata anche la tappa al Giro.

Perché non avessi mai vinto è una bella domanda, alla quale non saprei dare una risposta. In volata non è mai semplice trovare la quadra. Il mio motto è fare il meglio, se taglio il traguardo sapendo di aver fatto il massimo, allora non ho rimpianti. Oggi per vincere ho rischiato di perdere, perché mi sono esposto al vento molto presto e mi è andata bene.

I tifosi erano con lui, mancava solo suo padre Franco
I tifosi erano con lui, mancava solo suo padre Franco
Si può dire che ora il grande obiettivo di stagione, soprattutto dopo il secondo posto alla Gand, sia il mondiale nelle Fiandre?

Ho assolutamente la motivazione di farmi trovare nelle migliori condizioni possibili nel periodo del mondiale. Farò un programma di avvicinamento adatto a questo. Ho visionato il percorso, mi piace molto, però devo farmi trovare al top della condizione per farmi trovare competitivo ai mondiali.

Cassani, che continua a sfilare accanto a loro da giorni e per tutto il giorno, avrà certamente annotato il suo nome. Fece di Giacomo il leader per i mondiali del 2016 a Doha, quando era ancora un ragazzo di 27 anni, pieno di promesse, ma molto meno solido di adesso. Un posticino per lui nel personale elenco degli azzurri, probabilmente a prescindere da questa vittoria, crediamo fosse già stato previsto. Diciamo che ora probabilmente potrebbe essere un posto più comodo.