Arzuffi cerca su strada lo stesso percorso del cross

04.01.2024
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Il suo processo di trasformazione in stradista ha avuto una netta e decisiva impennata durante il 2023. Nella stagione alle porte, Alice Maria Arzuffi è pronta per fare uno step ulteriore in questa nuova parte di carriera (in apertura foto Arne Mill).

Un dato che aiuta meglio a capire la tendenza intrapresa dalla brianzola di Seregno sono i giorni di gara. Quest’anno sono stati 51 – il massimo per lei – con un podio di tappa al Baloise Ladies Tour e circa una decina di top 10, di cui una ottenuta nella quarta frazione del Tour de France Femmes. D’altronde, prima Baldinger la scorsa primavera e poi Lacquaniti pochi giorni fa ci avevano spiegato quanto credano nelle doti di Arzuffi, specialmente nelle corse a tappe. Così, tra un’uscita in bici e l’altra in Friuli a casa del suo fidanzato Luca Braidot, abbiamo voluto sentire l’ex tricolore di ciclocross per conoscere le sue mire con la Ceratizit-WNT.

Arzuffi al Tour Femmes 2023 ha conquistato un decimo posto di tappa al termine di una lunga fuga
Alice che stagione è stata quella passata?

E’ stato un anno buono. Anzi direi che il 2023 è stato un anno di rodaggio. Il primo in cui ho fatto praticamente solo strada, a parte tre gare di ciclocross lo scorso gennaio corse senza troppe tensioni. Ho capito quanto sia importante fare una sola attività per andare meglio. Attualmente è difficile essere competitive in entrambe le discipline. Quest’anno ho avuto la possibilità di restare ben concentrata sulle corse, sapendo che poi in questo periodo avrei avuto un break per rifiatare e riprendere con più calma.

Non sono mancati nemmeno i risultati.

E’ vero, sono soddisfatta di ciò che ho raccolto. Tuttavia il miglior risultato credo sia stato quello di aver trovato una maggiore consapevolezza. Certo quando arrivi davanti ne acquisisci molta di più, però le prestazioni sono state buone. Poi per me è stato un motivo di orgoglio e stimolo sapere che i miei diesse hanno fiducia in me.

Alla tua prima annata con la Ceratizit hai ritrovato Lacquaniti dopo dieci anni. Ha contribuito a farti ambientare meglio?

Sì, esatto, Fortunato è stato il mio primo diesse quando ero in Faren nel 2013, anche se abbiamo fatto pochissime corse assieme perché all’epoca avevo la maturità. L’ho trovato un po’ cambiato da allora, ma il mio rapporto con lui è molto positivo. Anzi mi piace molto lavorare con lui. In alcune corse in Spagna ha saputo farmi tirare fuori il massimo da me stessa. In generale però mi sono trovata benissimo con tutta la squadra, anche con i materiali. Dopo gli anni di ciclocross avevo bisogno di trovare un ambiente sereno, dove si puntano agli obiettivi con meno pressione, pur mantenendo molto alto il livello.

Che effetto fa quindi ad Alice Maria Arzuffi passare l’inverno senza ciclocross?

Sicuramente è tanto diverso, ma onestamente sto meglio adesso. Ero arrivata ad un punto, specie negli ultimi due anni, che non riuscivo più a sostenere quella vita né fisicamente né psicologicamente. Ho vissuto quattro anni da sola in una casa nelle campagne di Herentals, il paese di Van Aert. Mi passavano a prendere solo per le gare e lassù l’inverno è difficile lontano dalle corse. Tornavo a casa con una frequenza irregolare. Solo 2-3 giorni ogni due o tre settimane. Spesso ero l’unica italiana in corsa. Ho saputo adattarmi, ma iniziava a mancarmi la famiglia.

Nel ciclocross sei stata l’unica italiana a vincere nel Superprestige. Su strada vuoi ripetere lo stesso percorso?

Diciamo che l’intenzione è quella, anche se è passato del tempo e quest’anno compirò trent’anni (il 19 novembre, ndr). Nel ciclocross sono voluta andare in Belgio per crescere ancora e sono riuscita nel mio intento. Fare altrettanto su strada è difficile, ma ci sto lavorando. Vorrei avere più coraggio. Dovrei osare di più rispetto a quello che potevo fare già nel 2023, perché non ero sicura delle mie potenzialità. Vorrei fare un salto in più, visto che oltretutto sia per me che per la Ceratizit sarà il primo anno nel WorldTour.

Avete già stilato il tuo programma gare?

Indicativamente sì. La mia predisposizione fisica è quella per le gare a tappe, nelle quali ho sempre cercato di fare bene. Inizierò a Maiorca, poi Valenciana e classiche del Nord. Gand, Fiandre e Liegi su tutte. A maggio farò le gare in Spagna. Ai Paesi Baschi dovrei fare classifica come prova generale in vista del Giro d’Italia Women. Al Tour Femmes invece dovrei correre in appoggio alle compagne o giocare le mie carte per le tappe. La seconda parte di stagione la vedremo più avanti.

Come giudichi il percorso del Giro?

Sarà una gara in cui si dovrà centellinare le energie. Già la crono di Brescia non è così semplice come sembra. Bisognerà perdere pochi secondi sia lì che in tutte le tappe prima delle ultime tre. Personalmente il tracciato mi piace, si addice alle mie caratteristiche e alla mia buona capacità di recupero. In compenso non sono per niente veloce e mi sto allenando per colmare questa mia lacuna.

Obiettivo Giro Women. Arzuffi punta a fare classifica sfruttando le sue doti in salita e di recupero (foto Arne Mill)
Obiettivo Giro Women. Arzuffi punta a fare classifica sfruttando le sue doti in salita e di recupero (foto Arne Mill)
Nel ciclocross hai vestito l’azzurro tante volte. Ci fai un pensierino anche su strada?

Certo, perché no?! E’ sempre un onore indossare quella maglia. Nel cross ho il rammarico di non aver mai corso il mondiale al top della forma, su strada mi basterebbe guadagnarmi una convocazione. In realtà però penso che se metterò assieme prestazioni o risultati, la chiamata in nazionale potrebbe essere una conseguenza. Intanto un mio primo obiettivo sarà la Strade Bianche. Vorrei migliorare il piazzamento del 2023 (19° posto, ndr) e restare più a lungo e fino in fondo nel gruppo di testa.

Lacquaniti e le idee molto chiare per la sua Ceratizit

27.12.2023
5 min
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Dopo le parole di qualche giorno fa di Arianna Fidanza, torniamo in casa Ceratizit-WNT, il team tedesco divenuto WorldTour. Come capita spesso, anche in questa squadra c’è molta Italia. E c’è non solo nelle atlete ma anche nei piani alti. Uno dei direttori sportivi, ma con diverse mansioni manageriali, è Fortunato Lacquaniti.

Il tecnico italiano era in Spagna, a Calpe, per seguire da vicino le sue ragazze, anche se ammette che tra riunioni e la spola con l’Italia per impegni istituzionali, le ha seguite piuttosto poco. Almeno per quel concerne gli allenamenti su strada.

Fortunato Lacquaniti (classe 1963) è uno dei diesse della Ceratizit-WNT. E’ in ammiraglia dal 2005: debutto alla Top Girls Fassa Bortolo
Lacquaniti (classe 1963) è uno dei diesse della Ceratizit-WNT. Salì in ammiraglia dal 2005 con la Top Girls Fassa Bortolo
Fortunato, che squadra pensi di avere tra le mani?

Lo scorso anno abbiamo iniziato un percorso che ci ha visto lavorare bene. Tutti noi abbiamo delle ambizioni importanti. Ormai questa squadra è al decimo anno di attività e, come sapete, siamo riusciti ad ottenere la licenza WorldTour. Siamo stati decimi nel ranking UCI 2023. Questa per noi è la base, adesso dobbiamo restare su questi livelli.

E a certi livelli serve sia lavorare con le giovani, che nel ciclomercato: lo vediamo anche tra gli uomini…

Noi siamo partiti con un’idea precisa: far crescere la struttura. E lo abbiamo fatto anche inserendo delle figure competenti nei vari ambiti, come per esempio un coordinatore per la logistica, un nutrizionista, dei nuovi fisioterapisti. Insomma volevamo implementare la struttura nel suo insieme e non solo puntare sulle atlete. Visto che siamo chiamati a fare un salto sia di categoria che di qualità, era necessario questo visto il livello del ciclismo femminile. Senza contare che il calendario è fitto. Dovevamo, e dobbiamo, creare una base solida. Sportivamente ripartiamo dalle 11 vittorie e i 18 secondi posti di questa stagione. Eravamo partiti sedicesimi nel ranking e siamo arrivati ben più in alto. Questo ci dà fiducia. E ci ha portato delle giovani interessanti.

Quindi si punta sui margini interni?

Sì, poi è normale che c’è anche un discorso di campagna acquisti. Ma questa è legata anche a scadenze di contratto, budget. Ma in tal senso sarà importante far bene quest’anno in ottica 2025.

A Mouscron Arianna Fidanza lancia la volata alla sorella Martina che vince (foto Fellusch)
A Mouscron Arianna Fidanza lancia la volata alla sorella Martina che vince (foto Fellusch)
In squadra ci sono tre italiane: le due sorelle Fidanza, Martina e Arianna, e Alice Maria Arzuffi. Cosa ti aspetti da loro?

Tutte e tre hanno fatto un’ottima annata. Le Fidanza hanno vinto e Arzuffi è andata forte, forse mai così forte su strada. Alice ha colto un decimo posto in una tappa al Tour e anche al Ceratizit Festival in Olanda è andata bene. Io credo che tutte e tre possano dare molto, specie se supportate bene dal team. Per Martina soprattutto sarà un anno particolare, visto che ci sono le Olimpiadi. Dovrà dividersi tra strada e pista e di conseguenza nei giorni di Calpe abbiamo stilato un programma condiviso con la Federazione. Noi ci teniamo.

In cosa devono migliorare queste tre ragazze?

Martina ha una grande classe e non dimentichiamo che è ancora giovane (classe 1999, ndr). Lo scorso anno ha ottenuto delle vittorie, ma anche degli ottimi secondi posti, in quanto raggiunti su palcoscenici importanti e contro atlete di primo piano come Consonni e Wiebes. Per me deve programmare bene la sua doppia attività. Se ci riuscirà, sono convinto che arriveranno grandi cose perché ha margini enormi.

Passiamo ad Arianna…

Anche Arianna lo scorso anno è maturata ancora. Ha vinto ad inizio stagione, poi è stata di grande supporto per la squadra. Sta diventando un po’ meno velocista e un po’ più per gare “up and down”, quindi un pelo più dure. Pertanto ha la motivazione e la possibilità di fare bene anche in quel tipo di corse. Penso alla Gand-Wevelgem per esempio. Ma certo deve stare bene. E poi la vedo mentalizzata, in quanto ha dimostrato di poterlo fare. Ed è stata brava anche a tirare le volate alla sorella.

Arzuffi (classe 1994) sempre più stradista e meno crossista. Lo scorso anno ha messo nel sacco 51 giorni di gara, come mai aveva fatto in carriera
Arzuffi (classe 1994) sempre più stradista e meno crossista. Lo scorso anno ha messo nel sacco 51 giorni di gara, come mai in carriera
E per quanto riguarda Arzuffi?

A lei forse mancava un po’ di fiducia. Veniva dal cross e non aveva mai fatto una stagione o delle gare in cui doveva essere leader. Le è successo per esempio in Itzulia e in Navarra ed è entrata anche nella top 10 quando aveva delle responsabilità, mostrando un certo carisma. Io credo che per Alice si tratti dunque più un miglioramento psicologico che tecnico. Ne stiamo parlando sin dall’anno scorso. E’ una professionista al 100 per cento.

E le altre?

Un grossissimo step lo ha fatto la francese Cedrine Kerbaol. Ha vinto tre corse e la maglia bianca al Tour. E per noi avere in squadra una francese che conquista quella maglia è stato molto, ma proprio molto, importante. L’ha indossata sin dal primo giorno. L’abbiamo difesa coi denti, con un grande aiuto del team anche sul Tourmalet. Non chiedetemi i margini di questa atleta perché per lei davvero non saprei quantificarli, vista anche la sua giovane età.

Kerbaol, giovane francese, in maglia bianca al Tour Femmes. Va forte anche a crono, specialità di cui campionessa nazionale
Kerbaol, giovane francese, in maglia bianca al Tour Femmes. Va forte anche a crono, specialità di cui campionessa nazionale
Di certo non pochi, visto che parliamo di una classe 2001…

Esatto. Belle cose le potrà fare anche Kathrin Schweinberger. Anche lei ha vinto nella passata stagione. E’ una passista veloce. Mi aspetto parecchio anche da Sandra Alonso. Per lei ci sono in corso diversi cambiamenti, anche tecnici, legati alla preparazione. Queste sono le atlete più pronte. Le altre ragazze sono più giovani e hanno bisogno di tempo.

Fortunato, tu hai diretto campionesse di primissimo piano, vedi Guderzo o Bastianelli. Negli ultimi 3-4 anni è cambiato il tuo lavoro di diesse?

Io ho fatto anche il team manager, ma il ciclismo moderno ha bisogno di figure importanti. Ci servono ruoli definiti, ognuno specializzato nel proprio settore. E infatti, come dicevo prima, abbiamo inserito il nutrizionista, il responsabile della logistica… L’esperienza, come magari potrei averla io un po’ su tutto, non basta più. Il ciclismo moderno richiede lo specialista per fare al meglio quella determinata cosa. E’ una necessità ormai.

Ciclismo femminile e maschile: differenze sempre minori

03.08.2022
5 min
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Che il ciclismo femminile stia somigliando sempre più a quello maschile è ormai evidente. Sia nei montepremi, sia nelle strutture dei team ma anche nelle tattiche e, con le dovute proporzioni, nelle distanze. E quindi vedere gare femminili ben oltre le quattro ore è sempre più frequente.

I 176 chilometri della quinta frazione del Tour de France Femmes hanno destato certamente scalpore e rappresentano il record stagionale ma non sono una novità assoluta per quel che riguarda i lunghi percorsi di tappe o classiche. Tanti anni fa c’erano gare negli Stati Uniti, come il Tour de Toona (in Pennsylvania), che avevano chilometraggi importanti.

Testa bassa e menare. Anche le fughe più numerose sono state riacciuffate grazie ai giochi di squadra
Testa bassa e menare. Anche le fughe più numerose sono state riacciuffate grazie ai giochi di squadra

Oltre le deroghe

Negli anni ci sono stati tanti esempi di gare-fiume come la prima tappa in linea del Giro Rosa del 2007 di 168 chilometri. Oppure la crescita esponenziale del Giro delle Fiandre: dai 94 chilometri, vale a dire 2 ore e mezza di sforzo, della prima edizione nel 2004 ai 159 di quest’anno, 4 ore e un quarto di fatica.

O ancora, nel 2020 al Giro Rosa la Assisi-Tivoli misurò 182 chilometri: 170 di gara e 12 di trasferimento per quasi 3.500 metri di dislivello. Non una passeggiata insomma, che sollevò più di una discussione in merito al ciclismo femminile.

A termini di regolamento l’UCI ha fissato un limite di 160 chilometri per le gare WorldTour, fatta salva qualche deroga. Su questo argomento abbiamo voluto fare un giro di pareri per capire se questa tendenza potrà allargarsi sempre di più e di conseguenza come possono cambiare le preparazioni e gli svolgimenti delle corse femminili.

Tattiche sempre più ordinate nel ciclismo femminile, complice un livellamento verso l’alto delle atlete
Tattiche sempre più ordinate nel ciclismo femminile, complice un livellamento verso l’alto delle atlete

Non troppi chilometri

«Personalmente spero che non si vada oltre – ci spiega Davide Arzeni della Valcar Travel&Serviceanche perché il risultato non cambierebbe. Sono un po’ contro a queste distanze perché diventano uno spauracchio per le atlete e poi si rischierebbe di avere una gara noiosa. Poi le ragazze si distraggono e arrivano le cadute. Se ci va di mezzo lo spettacolo non va più bene per il nostro movimento.

«Bisogna tenere conto delle ore e del dislivello, come è successo in Francia per le tappe di montagna. Però anche in quel caso con un po’ di buon senso. Aggiungere salite su salite o rendere le gare eccessivamente dure per me non ha molto senso. Ripeto, il risultato finale non cambierebbe».

«Tuttavia capisco le esigenze degli organizzatori – prosegue il “Capo” – che vogliono accontentare le sedi di partenza e arrivo. Ci sono interessi economici che comportano queste decisioni. Ma anche in questo c’è da tenere conto dei vari trasferimenti.

«Per arrivare alla partenza della quinta tappa del Tour Femmes avevamo fatto già un’ora e mezza di trasferimento. Pensate infine alle ultime ragazze che arrivano al traguardo. In quella tappa lunga o nella settima con arrivo a Le Markstein, le atlete che sono arrivate in fondo hanno pedalato per quasi cinque ore, alcune arrivando fuori tempo massimo. Le mie ragazze ad esempio, tranne qualche raro caso, non hanno mai fatto sopra le cinque ore di allenamento e credo che facciano così tante altre».

Ad Arzeni fa eco il suo collega Fortunato Lacquaniti.

«Non bisogna esagerare, i chilometraggi devono crescere in modo graduale – analizza il diesse della UAE Team ADQ – ma fino ad un certo punto. L’UCI cerca di spingere molto su alcuni aspetti per fare crescere il ciclismo femminile però non si devono forzare i tempi. Il livello si è alzato ma non tutte le ragazze hanno la giusta competitività per gareggiare nel WorldTour.

«La media deve essere attorno ai 130-140 chilometri, ce n’è già abbastanza. Pensate alla tappa di Cesena al Giro Donne che ne era solo 120 e ha creato distacchi incredibili. Detto questo, non so se sia un bene o un male voler alzare le distanze nel femminile. C’è un calendario sempre più intenso e ravvicinato. Diventa difficile gestirlo con team da quattordici atlete e staff limitati, seppur si stia crescendo anche in quel senso».

Tattiche che cambiano

«C’è stata una evoluzione anche a livello tattico – riprende Arzeni – dove le fughe possono ricoprire un ruolo importante, come capita nel ciclismo maschile. Anche se poi ci sono casi particolari. Ad esempio nella sesta tappa del Tour Femmes erano fuori una quindicina di atlete di quindici formazioni diverse. Probabilmente nel ciclismo maschile quella fuga sarebbe arrivata, da noi invece no. Sono state riprese nonostante i team più importanti avessero una loro ragazza. Noi della Valcar non eravamo presenti in quella fuga e abbiamo aiutato a chiudere, però non nascondo che sia stata una tappa strana».

Il livellamento verso l’alto ha portato tante squadre ad avere più soluzioni per ogni tappa.

«Una volta c’era la Boels-Dolmans (l’attuale SD Worx, ndr) che la faceva da padrona in tutte le corse – conclude Lacquaniti – mentre adesso ci sono più team che possono fare la corsa. Quando si arriva in volata ora si possono contare almeno otto treni che tirano per ricucire sulla fuga per le proprie velociste».

«Sia al Giro che al Tour abbiamo visto le battistrada avere discreti vantaggi ma tenute sotto controllo dal gruppo. Che quando poi decide di chiudere lo fa. Oppure penso anche che adesso si trovano squadre che finiscono le stagioni con almeno quindici vittorie. Penso che sia un bene questa uniformità di livello».

Bertogliati, l’occhio di Gianetti nel UAE Team Adq

06.02.2022
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Al momento di rilevare la Ale-BTC-Ljubljana, Mauro Gianetti ha lasciato tutto com’era, ma nel ruolo di team manager, che fino a quel momento era stato di Alessia Piccolo, ha messo Rubens Bertogliati. Lo svizzero, che ha smesso di correre nel 2012, faceva già parte dello staff del UAE Team Emirates come allenatore. Eppure, quando gli è stato proposto il nuovo incarico, ha accettato di slancio con la curiosità che ha sempre accompagnato la sua carriera.

«L’ho saputo a fine settembre – dice – quando Mauro me lo ha chiesto. Avevo ancora da fare il Giro di Sicilia e intanto ci pensavo. Poi quando a fine ottobre c’è stato il meeting di squadra ad Abu Dhabi, abbiamo preso la decisione. Ho detto di sì, perché in ogni caso è un’esperienza in più. Posso portare nel ciclismo femminile il bagaglio dei pro’ e quella che ho maturato nell’ambiente giovanile della Federazione svizzera. E poi non è niente di nuovo. Quando si va fuori con la nazionale, ci sono gli uomini e ci sono anche le donne…».

Bertogliati era nello staff del team emiratino come allenatore (foto UAE Team Emirates)
Bertogliati era nello staff del team emiratino come allenatore (foto UAE Team Emirates)
E come va?

Devo dire tutto bene. Quando si forma una squadra, anche se parte da una base che già c’era, ci sono cose da fare. Le maglie che devono arrivare, le bici, i mezzi… Può cambiare la categoria, ma le cose da fare sono sempre le stesse. Da parte mia, devo abituarmi alla nuova realtà. Sono qui nel ritiro, in questi giorni le abbiamo seguite. E anche se il passo dei professionisti è un altro, a vederle in salita a me è parso che vadano forte.

Il tuo sarà anche un ruolo tecnico?

Non farò l’allenatore, se è questa la domanda, né il diesse. Invece con gli uomini continuerò a lavorare come allenatore, ma farò poche trasferte e solo se la squadra avrà bisogno di una mano.

Posa di gruppo sulla spiaggia di Altea per team (foto Heres-Adq)
Posa di gruppo sulla spiaggia di Altea per team (foto Heres-Adq)
Che cosa ha portato Bertogliati nel team?

Lo schema di lavoro del professionismo. La Alè-BTC-Ljubljana era basata su una casa madre che era anche sponsor, con la presidente che voleva la squadra. Alle spalle della nostra squadra invece c’è un Paese che ci ha dato delle linee guida importanti e degli sponsor molto grandi. Non abbiamo fatto altro che portare la nostra filosofia.

Questo è avvenuto prendendo per buono tutto quello che c’era oppure cambiando qualcosa?

C’è stata prima la fase dell’osservazione e ora quella dell’imposizione del metodo di lavoro, che però in parte già c’era. Il passo successivo è crescere. Se serve un coach per le ragazze, stanziamo il budget e lo prendiamo. E’ comunque un primo anno, anche se il gruppo è ben consolidato.

Marta Bastianelli sarà la leader per le corse veloci (foto Heres-Adq)
Marta Bastianelli sarà la leader per le corse veloci (foto Heres-Adq)
Quanto servirà per andare a regime?

Faremo il fine tuning, come si dice, durante l’anno e dai prossimi si comincerà a crescere. Mi trovo bene. Le persone con cui lavoro sono motivate e lo staff selezionato da Fortunato Lacquaniti è ben assortito. Lavorano e ci supportano bene, sono persone di qualità.

Seguirai le gare?

Cercherò di esserci alle più importanti, ma lascerò ai tecnici la scelta delle atlete, perché le conoscono meglio di me. E’ bene che in questa fase io resti un passo indietro, perché non conosco le avversarie. Per ora mi accontento di conoscere le mie.

Melissa Moncada è la Presidente del team (foto Heres-Adq)
Melissa Moncada è la Presidente del team (foto Heres-Adq)
Che rapporto hai con le atlete?

Le trattiamo come professioniste, anche se in Italia questa figura non è contemplata, per cui tante ragazze sono inserite nei gruppi sportivi militari. Sono professioniste al top e con quei gruppi sportivi si riesce a lavorare, ma occorrerà mettere dei paletti per risolvere la cosa nell’interesse delle ragazze. Spero che dal 2023-2024 l’UCI risolva questa anomalia, il professionismo dovrà essere uguale per tutti. Io ad esempio ho scelto di lasciare Swiss Cycle, tenendo un impegno con la federazione regionale. Non si possono tenere i piedi in tante scarpe.

Gianetti è presente nella gestione oppure fa tutto Bertogliati?

Molto presente, per fortuna. All’inizio mi ha trasmesso il metodo di lavoro ed è venuto anche lui in ritiro per un paio di giorni. Sa che la squadra esiste, ma appena il team degli uomini entrerà nel vivo, anche lui avrà il suo bel da fare.

Dai una mano ai coach della squadra?

Li seguo e li ascolto volentieri per creare buone sinergie.

Lei è Safia Al Sayegh, campionessa degli Emirati (foto Heres-Adq)
Lei è Safia Al Sayegh, campionessa degli Emirati (foto Heres-Adq)
Chi si occupa di cercare nuove ragazze da inserire?

Fortunato ed io, devo dire che la mia presenza alle gare sarà legata proprio a un lavoro di scouting, nonostante i procuratori si stiano inserendo nel movimento. Potrebbe venir fuori una sorpresa. Il ciclismo femminile è legato a meno schemi. Mavi Garcia viene dal triathlon, ad esempio. Ho portato dentro Linda Zanetti, una ragazza svizzera che viene dalla mountain bike e che vuole concentrarsi sulla strada. E poi c’è la campionessa degli Emirati, Safia Al Sayegh, che ha dimostrato di avere dei bei numeri, ma deve crescere. E’ nata nel 2001, è importante per lei e per le ragazze del suo Paese.

C’è rivalità con gli uomini? Vi toccherà vincere il Tour?

Me lo chiedono in tanti (ride, ndr). Dobbiamo puntare a un ottimo risultato e abbiamo ottime atlete. Tadej (Pogacar, ndr) deve essere fonte di ispirazione, ma non di stress. Dobbiamo fare la nostra strada, ma sapendo che si tratta di un altro livello. Di sicuro la concorrenza interna stimola, ma il percorso del Tour non è troppo selettivo. I francesi sono stati cauti per la prima volta, ma credo che la Super Planche des Belles Filles farà selezione. Avremo il nostro percorso di avvicinamento. Di sicuro l’idea di correre il Tour Femmes è anche per noi un bello stimolo…

Donne in rotta su Roubaix fra adrenalina e domande

30.09.2021
6 min
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Le donne a Roubaix. Pochi se lo aspettavano, tante lo sognavano e ora, alla vigilia della prima volta (sabato 2 ottobre) un po’ di domande iniziano a saltar fuori. La carovana ovviamente è già in viaggio e così abbiamo raccolto tre voci con sottofondo d’autostrada. Fortunato Lacquaniti, tecnico della Alé-BTC Ljubljana, unica squadra WorldTour italiana. Walter Zini, tecnico della più piccola BePink. Ivan Panseri, meccanico della Valcar che schiererà Elisa Balsamo in maglia iridata. Tre diversi punti di vista, dalle sole tre squadre italiane presenti, davanti a un monumento del ciclismo che per tanti di noi è pane quotidiano, ma per le ragazze è soprattutto un gigantesco punto di domanda lastricato di pietre.

Alè-BTC punta in alto

Lacquaniti è in viaggio proprio oggi, a capo di una stagione impegnativa e ancora lungi dall’essere alla conclusione. Il calendario cresce, ma gli organici sono ancora esigui e arrivare in fondo non sarà semplice.

«Credo di aver portato ragazze adatte – dice – per una prova che sarà massacrante, ma serve per crescere. Andiamo con la giusta mentalità. Già oggi faranno una piccola ricognizione, così daremo forma al grande entusiasmo con cui è stata accolta questa prima edizione. Correremo con la testa libera, perché per la squadra il 2021 è stato un anno positivo, anche oltre le aspettative. Non abbiamo alle spalle un team maschile, per noi è più impegnativo».

Racconta ancora che durante l’inverno, approfittando delle corse del Nord erano già andati a studiare parti di percorso, ma che certo in gara sarà diverso.

«Però andiamo per fare risultato – conferma – Marta (Bastianelli, ndr) è in ottima condizione e come lei la Reusser. Poi c’è Tatiana (Guderzo, ndr) che in certe sfide si esalta. Vogliamo dimostrare che le ottime cose fatte alla Vuelta, all’europeo e al mondiale non sono venute per caso. Poi è chiaro che servirà anche un pizzico di fortuna, perché lassù una foratura può cambiare tutto. Per questo avremo bici con tubolari o tubeless con dentro il lattice, a seconda delle preferenze. Cerchi più bassi. A dire il vero avevo proposto di usare il cerchio in alluminio, ma useremo il carbonio. E se devo dire, mi preoccupa un po’ come staranno il giorno dopo. Perché poi dal 4 si corre in Gran Bretagna e speriamo stiano tutte bene. Ne cambiamo due, Guderzo torna a casa per fare la Tre Valli Varesine».

Bastianelli, qui al Simac Ladies Tour, ha vinto un Fiandre: al Nord va bene
Bastianelli, qui al Simac Ladies Tour, ha vinto un Fiandre: al Nord va bene

BePink, piedi per terra

Walter Zini e la BePink, anche se per la Francia è già partita sua moglie Sigrid Corneo, tengono più i piedi per terra e si godono la vittoria europea di Silvia Zanardi. L’invito per la Roubaix però è arrivato il giorno prima che la piacentina vincesse gli europei, forse dopo la buona Vuelta e forse per qualche rinuncia. Per Zini non è un problema, esserci è utile per l’esperienza, per i buoni rapporti e per l’immagine del team.

«Andremo su in modo tranquillo – dice – non Silvia che correrà l’Emilia. Per puntare a fare bene, si doveva probabilmente anticipare la partenza di un giorno e andare con uno staff più numeroso, per avere uomini nei punti chiave del percorso. Devo dire che le ragazze la stanno vivendo abbastanza bene, senza pressione, con l’idea di fare il meglio. Ci sarà di certo una selezione naturale amplificata dal pavé. Andremo con tubeless da 28 con il lattice dentro. Alla Strade Bianche non abbiamo mai forato, ma per lassù serve forse un’altra competenza. E’ una novità positiva, molto specifica.

Due sole italiane nella BePink alla Roubaix: Crestanello e Alessio (nella foto)
Due sole italiane nella BePink alla Roubaix: Crestanello e Alessio (nella foto)

«Se devo trovare il pelo nell’uovo, che poi tanto sottile non è, questo moltiplicarsi di corse e squadre è troppo perché il movimento possa sopportarlo. Si rischia di mandare nel WorldTour delle ragazzine ancora acerbe e di bloccare il ricambio. Già pare si siano resi conto di non poter pagare una 19enne come un’atleta professionista già fatta. Non vorrei che vivessimo in meno tempo le problematiche che sono già belle grosse fra gli uomini. Comunque, evviva la novità Roubaix.

Valcar, officina piena

Infine Panseri stamattina si sta dedicando a montare il nuovo telaio realizzato da Cannondale per Elisa Balsamo. Il meccanico della Valcar era anche ai mondiali. Ha fatto giusto in tempo a riportare in Italia i furgoni della Federazione, passare da casa, caricare quelli della Valcar e ripartire per la Francia.

«Diciamo che i telai sono gli stessi con cui hanno corso le classiche del Nord – spiega – con ruote Metron 40 a medio profilo e tubolari Veloflex da 28 già provati lo scorso inverno. Per la pressione delle gomme vedremo, ma si starà fra 5,5 e 6 atmosfere. Le ragazze sono arrivate oggi e sono uscite subito per il primo allenamento. Per il resto, abbiamo previsto sia la possibilità di mettere il doppio nastro manubrio o anche degli inserti in gel. Sul fronte dei rapporti, via il 36 e avanti corone anteriori da 42 o 45. Si tratta di un debutto anche per me e ho un po’ d’ansia per le bici, che vadano come si deve. Ho portato dietro il mondo: qualsiasi cosa serva, ce l’abbiamo…».

Lacquaniti, pugno di ferro e passione totale

20.01.2021
5 min
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«Bastone o carota? Nel mondo delle donne la carota funziona poco!». Quando parla si capisce subito che Fortunato Lacquaniti è piuttosto deciso. Il manager ci apre le porte della Alè BTC Ljublijana, l’unica squadra italiana WorldTour e come gestisce le sue dodici professioniste. Ma per capire quanto Lacquaniti sia centrale in questo progetto, partiamo dalla sua storia.

Fortunato Lacquaniti, prima ds e ora manager della Alè
Fortunato Lacquaniti, prima ds e ora manager della Alè
Fortunato, quando hai iniziato la sua carriera nel ciclismo femminile?

Nel 1992 con le junior della Top Girl Fassa Bortolo. Tre anni dopo vincemmo il primo mondiale juniores femminile con Linda Visentin a San Marino. Da lì è stato un crescendo. Subito dopo vennero gli anni della H2 con molte atlete straniere, soprattutto lituane: Pucinskaitė, Zabirova, Zililiute... in anni in cui praticamente dominava tutto la Sanson con la Luperini. Anche con quel gruppo vincemmo tre mondiali. Successivamente nel 2006 lavorai proprio con la Luperini e nel 2008 vinsi il Giro con lei.

Quando sei arrivato all’Alè?

Nel 2015. Mi chiamarono. Era una realtà piccola, ma aveva già una buona visibilità. Io venivo da team più complessi. Però era un bel progetto. C’erano da costruire le fondamenta a partire dallo staff (importantissimo) e dagli sponsor. Ecco, avere sponsor che sono anche proprietari del team è un bel vantaggio. Sta di fatto che all’inizio eravamo un massaggiatore, un meccanico e un direttore sportivo. Adesso ci sono 24 persone fisse. Ottenemmo le prime vittorie importanti con la Cucinotta e dal 2017 arrivarono le prime straniere, superando un retaggio tutto italiano. Già solo la lingua era un problema. Ma questa è stata una sfida tutta mia, nella quale sono stato supportato dalla nostra manager Alessia Piccolo. Siamo così diventati un riferimento. Siamo tra le prime cinque squadre al mondo. In pochissimi ci credevano.

Marta Bastianelli in azione sulle pietre del Nord
Marta Bastianelli in azione sulle pietre del Nord
Sembra che dal 2023 le squadre WorldTour non possano più tesserare atlete dei gruppi militari. Cosa cambierà per voi?

Non lo so onestamente. Già nel 2019 l’Uci impose questa regola, ma di fatto noi fummo i primi a tesserare atlete appartenenti a questi gruppi. Abbiamo sfruttato delle regole non chiare, l’Uci non poteva “superare” le leggi degli Stati che non riconoscevano il professionismo femminile. Alla fine anche l’Uci dovette ricredersi. E questa situazione non riguarda solo l’Italia, ma anche Francia Germania… Se dovesse passare la legge sul professionismo per le donne vedremo. Noi guardiamo sempre in là, ma da qui al 2023 tutto è in evoluzione.

Adesso siete in ritiro…

Siamo ad Altea, in Spagna e ci resteremo fino al 28 gennaio. E’ il nostro secondo ritiro e ci servirà per rifinire la preparazione in vista della prima gara del 7 febbraio sempre qui in Spagna. E’ bello perché tutto il mondo ciclistico è qui. Ci sono squadre nel nostro hotel e in quello di fronte. Sembra di essere ad un grande Giro.

Come state lavorando?

Nel primo ritiro abbiamo fatto soprattutto planning: calendari, visite mediche… Qui invece ci stiamo concentrando soprattutto sui test massimali. C’è anche qualche impegno (virtuale) con gli sponsor. E’ importante che le ragazze trovino coesione tra di loro, ne abbiamo quattro nuove su dodici.

Anna Trevisi, durante il test del Vo2Max in ritiro
Anna Trevisi, durante il test del Vo2Max in ritiro
Siete l’unico team italiano nel WT, avete questa percezione quando siete alle gare?

Si percepisce dalle strutture. Abbiamo un certo numero di mezzi, di personale e il livello delle cicliste mediamente è più alto. Ma ci sono anche squadre non WT che hanno ottime atlete. Una squadra WorldTour ha mediamente il triplo del budget di una Continental. La nostra fortuna è che già prima di diventare WT avevamo una buona struttura ed è stato un salto abbastanza normale.

Qual è il Dna del Lacquaniti ds e manager?

Dare il 101%, sempre. Se poi arriva la vittoria tanto meglio. E se non arriva si analizza perché. Provarci sempre. Mi piace fare la corsa e non subirla. Ed è così che l’anno scorso abbiamo ottenuto molte vittorie. Io sono un perfezionista. Ho il piano A, il piano B e volendo anche quello C. Pretendo molto, non le vittorie, quelle non le ho mai chieste alle mie atlete. Ma sono convinto che se lavori bene e dai il massimo le vittorie arrivino. Io comunque adesso ho un ruolo più manageriale, ci sono altri due ds, ma tutti condividiamo gli obiettivi e abbiamo lo stesso modo di vedere le cose.

Hai parlato di “fare la corsa”, hai due atlete che sono ideali per questo: Marta Bastianelli e Tatiana Guderzo…

Sono due atlete fondamentali. Marta è una leader, nella testa soprattutto. Quando attacca il numero vuol vincere. Ha un carattere estroverso e deciso. Tatiana l’ho voluta io. Ci siamo sempre sfiorati ma mai presi. Okay, ha un’età avanzata ma ci serviva una ragazza così, posto che ha ancora i numeri per fare grandi cose. Lei è un collante e sa svolgere questo ruolo.

Tatiana Guderzo
Tatiana Guderzo (36 anni) alla seconda stagione nella Alè
Tatiana Guderzo
Tatiana Guderzo (36 anni) alla seconda stagione nella Alè
E le altre?

Mavi Garcia, l’anno scorso è andata fortissimo. Veniva da un super team, la Movistar, nel quale non aveva mai vinto, con noi ci è riuscita. In salita è tra le top tre al mondo. Eugena Bujak è cresciuta molto e può essere un alter ego di Marta. E poi c’è Marlen Reusser, la svizzera. Questa ragazza va in bici da solo quattro anni ed è stata seconda nel mondiale a crono. Se dico che con lei pensiamo al podio olimpico non esagero. E poi ci sono tante altre giovani. Che possono crescere. Due anni fa Marta era da sola. Doveva arrangiarsi, adesso c’è chi le può dare supporto e magari lei stessa può correre con più tranquillità.

Quindi, Lacquaniti è da bastone o da carota?

Come detto la carota funziona poco. Per me deve esserci rispetto reciproco ma sono pagato per prendere decisioni. Non dico che debba essere autoritario, ma autorevole. Mi dicono che sono troppo duro, ma io devo fare le scelte e magari non sempre sono simpatico. Io non chiedo mai alle mie atlete se sono allenate o no. Sono professioniste e dò per scontato che lo facciano. Tanto poi a controllare i dati ci pensa il coach.