E’ stata una giornata da ricordare quella recentemente vissuta dal campione del mondo under 23 Filippo Baroncini e da tutto lo staff di Ursus. L’azienda di Rosàha infatti fornitoall’iridato del Team Colpack-Ballan le ruote montate sulle Cinelli del team, per cui il romagnolo ha mantenuto una promessa e ha fatto visita agli stabilimenti che sorgono nella provincia di Vicenza.
La Cinelli Pressure di Baroncini al mondiale di Leuven montata con le ruote Ursus La Cinelli Pressure di Baroncini al mondiale di Leuven montata con le ruote Ursus
Tech & produzione made in Italy
Ad accogliereBaroncini ha pensato direttamente il CEO dell’azienda Mirko Ferronato. A lui il campione di Leuven, accompagnato dal team manager Antonio Bevilacqua, ha consegnato una maglia iridata con dedica e autografo in segno di gratitudine. Un omaggio importante, a testimonianza dell’impegno congiunto del team e dell’azienda nel fornire agli atleti materiali di prim’ordine. Guidati sempre da un unico e chiaro obiettivo: ottenere il massimo in termini di prestazioni in occasione delle competizioni affrontate durante la stagione agonistica.
Nel corso della visita in Ursus, il campione del mondo under 23 è stato accompagnato fra i reparti produttivi dell’azienda. Ferronato e i suoi collaboratori hanno così avuto modo di illustrare le tipologie di materiali, le tecnologie e il processo produttivo delle ruote con le quali il giovanissimo atleta di Massa Lombarda è arrivato a vestire la maglia più ambita! Oltre al mondiale, nel 2021 Baroncini ha conquistato il campionato italiano a cronometro, una tappa all’Etoile d’Or e una al Giro d’Italia Under 23. Corsa vinta dal compagno di squadra Ayuso. E’ inoltre vice campione europeo ed italiano in linea e dalla prossima stagione passerà professionista con il team WorldTour Trek-Segafredo.
Soddisfazione del cliente
«Siamo estremamente orgogliosi – ha dichiarato Mirko Ferronato – di aver contributo ai quaranta successi del Team Colpack-Ballan e in particolare a quelli di Baroncini. Filippo è un ragazzo dalle grandissime doti, al quale auguro di proseguire di slancio verso una luminosa carriera nel professionismo».
Ursus è una azienda italiana specializzata da oltre cinquant’anni in lavorazioni meccaniche di precisione. La sua filosofia è caratterizzata dall’apertura all’innovazione e dalla costante ricerca dell’eccellenza. Dal 1967 si pone come obiettivo primario la soddisfazione totale del cliente (la “customer satisfaction” è davvero un elemento imprescindibile dell’attività Ursus…).
Alle porte del 2000 il business dell’azienda si è esteso al mondo delle biciclette, sia corsa che Mtb, grazie alla produzione di componenti di altissima gamma. Una scelta efficace che nell’ultimo decennio ha permesso ad Ursus di addentrarsi nel mondo del professionismo, facendo leva su un prodotto in continua evoluzione e ad una qualità sempre impeccabile.
Con Josu è un piacere parlare. Il capo degli allenatori della Trek-Segafredo ha la capacità di coinvolgere con i suoi ragionamenti. E se già con lui avevamo parlato della nuova preparazione di Nibali, mai come adesso, con due campioni del mondo italiani che approdano nella squadra americana, i suoi pensieri rivestono per noi una grande importanza. Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, ciascuno con il suo bagaglio e la sua storia, dal 2022 saranno alla corte di Guercilena, per cui capire quale idea si è fatto colui che sovrintenderà alla loro preparazione potrebbe offrire una scheggia di futuro.
«Due ottimi corridori – dice nel suo italiano, probabilmente migliore del nostro spagnolo – di cui ho conoscenza diversa. Baroncini lo seguo da più tempo, Elisa invece l’ho conosciuta dopo il Lombardia in una giornata che abbiamo fatto tutti insieme, ma ho i report di chi l’ha osservata e ho visto i suoi test…».
La Trek ha seguito Balsamo anche a Leuven con il diesse Bronzini, che ha poi lasciato il teamLa Trek ha seguito Balsamo anche a Leuven con il diesse Bronzini, che ha poi lasciato il team
Allora partiamo da lei, campionessa del mondo delle elite: in proporzione la Alaphilippe delle donne…
E’ già al livello top, la conosciamo. Forte in pista e su strada, in un periodo del ciclismo in cui si riesce a brillare di qua e di là. Penso a Ethan Hayter, che tiene in salita, vince le volate di gruppo, poi arriva al mondiale su pista senza prepararlo troppo e vince un oro. Il passaggio per gli atleti dotati è facile. I discorsi di Wiggins sui tanti chili da perdere per me sono una cortina di fumo. Qualsiasi fisico ha un solo modo di dare il massimo. Se ti permette di combinare più specialità, vai bene ovunque. Sennò no.
Non la stai facendo troppo facile?
Non c’è niente di facile. C’è ad esempio un parametro distanza e ritmo. Se esci dal Tour de France e vai subito in pista, non hai un buon adattamento. Se fai pista fino a febbraio, alle prime classiche ti mancherà la distanza. Elisa dovrà fare una bella base, poi decideremo gli obiettivi e in base a quelli affineremo la preparazione.
Alla presentazione del Tour, Balsamo con il collega iridato Alaphilippe e PogacarAlla presentazione del Tour, Balsamo con il collega iridato Alaphilippe e Pogacar
Il suo tecnico Arzeni dice che potrebbe fare bene anche in corse più dure di quelle vinte finora.
Tutti i corridori, crescendo, acquistano più resistenza. Se già adesso in allenamento fa salite di 4-5 chilometri, in corsa potrà fare delle belle performance su scalate di 7-8 chilometri. Un range in cui rientrano tutte le corse delle ragazze, fatte salve alcune giornate di Giro e Tour. Ma al Brabante ha fatto vedere che tiene una giornata con dieci salite ripide e brevi, quindi ha le capacità di endurance per ripetere più volte lo sforzo. E al Womens Tour è arrivata seconda nella penultima tappa e ha vinto l’ultima.
Cosa significa?
Che non è andata in calando, ma ha la maturità fisica per emergere nelle ultime tappe. E poi su Elisa va detto che ha vinto ogni anno, questo è molto importante. Può vincere il Fiandre, perché lassù sembra trovarsi davvero bene. Mentre Freccia e Liegi potrebbero essere la sua sfida per i prossimi anni, per vedere dove può arrivare. Non sarà mai una scalatrice, ma in salita può migliorare. Di una cosa siamo certi…
La vittoria dell’ultima tappa al The Women’s Tour dimostra che Elisa ha il fondo giustoLa vittoria dell’ultima tappa al The Women’s Tour dimostra che Elisa ha il fondo giusto
Quale?
Può diventare un’atleta importante, di riferimento mondiale. Le altre big della squadra la proteggeranno e lei non avrà addosso la pressione delle gare. Parliamo di miglioramenti da fare nel medio periodo. E’ giovane, ma in questo ciclismo che mischia le junior con le elite, i suoi 24 anni sono abbastanza perché si possa emergere al top. Sei matura, anche sei hai tanta strada da fare.
Obiettivo Baroncini
Su Baroncini, Josu ha un’altra consapevolezza. Lo ha conosciuto direttamente da molto prima. Lo ha osservato. Ci ha parlato. Ed è rimasto colpito da diversi fattori del romagnolo iridato.
«A livello strutturale – dice e ride di gusto – Filippo è una bestia. E’ fortissimo. Non è solo un ciclista, è un atleta ed è molto completo. Avevamo già buoni riferimenti quanto ai suoi valori, ma la decisione di prenderlo è venuta da un report di Irizar, che da quando ha smesso è diventato il nostro talent scout. Per cui segue il Giro d’Italia U23, il Tour de l’Avenir, gli europei e i mondiali».
Prima del via della cronometro dei mondiali, Baroncini parlava di bici con De Kort e Irizar della TrekPrima del via della cronometro dei mondiali, Baroncini parlava di bici con De Kort e Irizar della Trek
Che report ha fatto?
Era al Giro U23 per seguire i nostri, quindi ad esempio Hellenmose che abbiamo preso dal Mendrisio. Solo che nel suo report a Guercilena e a me, a un certo punto è saltato fuori il nome di questo Baroncini, che aveva vinto la crono, ma capace di tirare ogni giorno per Ayuso. Non so se senza di lui, avrebbe vinto la maglia rosa tanto facilmente. Da quel feedback abbiamo cominciato a raccogliere informazioni. Abbiamo visto test. Abbiamo scoperto che il centro Mapei lo aveva già conosciuto. Abbiamo iniziato a parlarci e a giugno abbiamo finalizzato il discorso.
Amore a prima vista, insomma?
Il bello di “Baro” è che è forte da tutte le parti, pur dovendosi ancora sviluppare. Non lo prendi perché ha vinto il mondiale U23, insomma, in lui vediamo molto di più. Non per niente lo abbiamo fatto firmare prima. Lo avete guardato negli occhi?
Al mondiale ha corso pensando solo a questa azione. Lo aveva detto agli uomini Trek e ha vinto…Al mondiale ha corso pensando solo a questa azione. Lo aveva detto agli uomini Trek e ha vinto…
Vuole vincere!
Ha un carattere competitivo. Gli piace la gara e non si fa schiacciare dalla pressione. Due giorni prima del mondiale, il giovedì sera siano andati a salutarlo. Ci ha detto che il percorso gli piaceva e che per vincere bisognava aspettare l’ultimo giro. Ci ha detto coma avrebbe corso e lo ha detto anche a Nizzolo, che era lì con noi. In corsa ci sono state due situazioni in cui poteva buttarsi dentro, perché sembravano importanti. Invece è rimasto freddo. Ha aspettato l’ultimo giro, ha attuato il suo piano e ha vinto il mondiale. Questi sono dettagli da cui vedi il carattere. E dentro ha tanto che ancora non si è visto.
Uno così va buttato subito dentro?
Faremo i programmi a novembre. Con i giovani comunque abbiamo sempre seguito un inserimento progressivo, con un’alta percentuale di gare non WorldTour oppure gare non troppo difficili. Come Uae Tour o Tour de Pologne in cui i big non ci sono. Con i giovani facciamo una periodizzazione a blocchi.
Che cosa significa?
I leader per il Giro o per il Tour hanno il loro calendario, fatto di poche corse tutte mirate al raggiungimento della condizione. Con i giovani non puoi farlo, perché mentalmente sono strutturati diversamente. Devono correre. Staccare. Recuperare. Correre e via così. Con Tiberi nel 2021 abbiamo fatto sei cicli brevi. L’importante è che imparino ad andare forte da febbraio a ottobre. Anche se Filippo ha un potenziale enorme, non cambieremo questo modo di fare.
Alla Coppa Sabatini, quarto dopo aver provato a vincere contro Colbrelli, Valgren e MosconAlla Coppa Sabatini, quarto dopo aver provato a vincere contro Colbrelli, Valgren e Moscon
Un po’ di Belgio?
Quello non mancherà, per lui vedo un approccio graduale con più gare di un giorno che a tappe. Le corse lassù vanno sempre sulle stesse strade, che lui dovrà conoscere a memoria prima di puntare alle grandi classiche. Ma se dovesse andare molto bene, già al primo anno potrebbe mettere il naso alla Gand, che delle tante è la meno dura.
Ci sarà un giorno in cui potrà fare la corsa?
Mi ha impressionato a Peccioli, dove ha fatto quarto perché ha cercato di vincere. Se voleva vincere, ha sbagliato tattica e gliel’ho detto. Ha attaccato da lontano. Ha chiuso un buco che non toccava a lui. Era in mezzo a corridori WorldTour di prima fascia, ma ha corso per vincere. Se fosse stato più prudente avrebbe potuto fare centro o arrivare secondo. Sono certo che nella gara giusta, proverà a fare qualcosa di bello. Quando hai quella testa, la paura non esiste.
Prima di partire per la Vuelta e il mondiale, Elisa Longo Borghini ha ricevuto l'abbraccio della sua gente. La sua avventura è partita da queste montagne
La storia di Filippo Baroncini, anche se è da poco iniziata, ha già bei capitoli alle sue spalle. Il racconto dei suoi inizi per certi versi può essere sorprendente, un po’ fuori dagli schemi ma lascia anche abbastanza presagire quello che potrà essere il suo futuro, sempre che nel mondo dei professionisti gli vengano date le giuste chance e il romagnolo sappia coglierle, ma quest’incertezza è la stessa essenza non solo del ciclismo, ma di tutto lo sport.
L’avventura di Filippo inizia a Massa Lombarda, piccolo centro della provincia di Ravenna. Inizia con… un pullmino, quello della Ciclistica Massese che si ferma continuamente davanti a casa sua. Inizialmente Filippo non ci fa tanto caso: quel pullmino riaccompagna Giuseppe Graziani, suo vicino e amico di giochi. Poi pian piano è sempre più incuriosito. Un giorno Gian Franco Brusa, che allena i giovanissimi della società, nota quel ragazzino e gli chiede se vuol provare. «Perché no?».
Filippo al tempo si dedica al calcio, non sembra avere questa grande passione per le due ruote, ma la prima cosa che Gian Franco nota è che non ha il minimo bisogno di aiuto, come spesso succede per i ragazzini che non hanno avuto ancora grandi esperienze sui pedali. Lo porta su un pistino vicino casa, a forma ovale: Filippo gira, gira, gira e non si ferma mai, ma soprattutto non si stanca mai…
Il team Esordienti del 2014, Baroncini è il secondo in piedi da sinistra. Siamo agli inizi…Il team Esordienti del 2014, Baroncini è il secondo in piedi da sinistra. Siamo agli inizi…
Gli inizi… senza una vittoria
A 10 anni inizia così la storia di Filippo Baroncini alla Ciclistica Massese, che durerà 7 anni: «Il bello è che gli inizi non furono così idilliaci – racconta Brusa – spesso si sentono storie di campioni che appena saliti in bici hanno vinto subito. Per lui non è stato così: in 3 anni ha vinto solo una gara. Ricordo ancora la sua prima: doveva partecipare a una corsa proprio a Massa Lombarda, ma il momento del via si avvicinava e di lui non c’era traccia. Provai a chiamarlo al telefono e in tutta tranquillità mi rispose che non veniva, perché la bici non era a posto e non si sentiva allenato abbastanza… Già allora era così, attentissimo, serio, quasi pignolo».
Agli inizi Baroncini deve ancora conciliare il calcio con il ciclismo, ma la bilancia prima pendente a favore del pallone presto cambia i suoi equilibri: «Si vedeva subito che aveva grandi qualità, solo che era troppo generoso. C’era un suo amico moldavo con il quale condivideva tutto, in gara andavano sempre all’attacco, facevano il ritmo e puntualmente alla fine gli altri li saltavano».
Il campione inizia a emergere: qui vince a Lesignana il 26 maggio 2013
Un’altra volata vincente, il 29 giugno 2014 a San Marino
Uno sprint dominato, quasi in solitudine: Savignano 25 aprile 2015
Tra Esordienti e Allievi arrivano vittorie in serie, eccone tre…
Il campione inizia a emergere: qui vince a Lesignana il 26 maggio 2013
Un’altra volata vincente, il 29 giugno 2014 a San Marino
Uno sprint dominato, quasi in solitudine: Savignano 25 aprile 2015
Tra Esordienti e Allievi arrivano vittorie in serie, eccone tre…
Spietato in gara, amico fuori
La svolta arriva proprio con quella prima, unica vittoria: «E’ come se quel giorno fosse scattato qualcosa in lui, probabilmente ha capito quel che poteva fare. Gli piovvero addosso gli stimoli giusti per continuare e fare il salto fra gli esordienti». Infatti da allora la scelta era improcrastinabile: basta calcio, Filippo Baroncini sarebbe diventato un ciclista.
Nei 4 anni successivi, sotto la guida di Andrea Randi, Baroncini ha continuato a correre e soprattutto a imparare: «Sin dal primo giorno l’ha presa molto seriamente – riprende Brusa – E’ un ragazzo estremamente serio, non tanto giocherellone, che ama il ciclismo a 360°. Tanti ad esempio finita la gara lasciano la bici e se ne vanno: lui se la curava, la puliva personalmente, si vedeva che dentro c’era un feeling particolare, soprattutto una gran voglia di vincere. A quei tempi, ad esempio, c’era un altro ragazzo che spesso lo batteva: in gara era una lotta spietata, fuori andavano ad allenarsi insieme. Filippo è fatto così».
Nel 2015 arrivano anche i primi titoli: il 14 giugno vittoria nel Campionato Provinciale ravennateNel 2015 arrivano anche i primi titoli: il 14 giugno vittoria nel Campionato Provinciale ravennate
L’importanza della famiglia
Quello stesso ragazzo, poche settimane fa ha conquistato il titolo mondiale Under 23. Tanti hanno gioito per lui, ma per Gian Franco Brusa quelle immagini della TV sono state un’emozione immensa: «Quello scatto è stata una cosa da… professionisti. Quando l’ho visto volete sapere la prima cosa che ho pensato? Finalmente ha imparato a scegliere il momento giusto… Infatti ero sicuro che arrivava».
La forza di Baroncini è anche nella sua famiglia: «Non gli ha mai fatto alcuna pressione, né soprattutto l’ha fatta verso alcuno di noi. Tanti genitori hanno una presenza ossessiva, magari inconsapevole, loro invece ci hanno sempre lasciato fare il nostro lavoro in assoluta libertà. Ma lo stesso va detto a proposito dei suoi direttori sportivi e tecnici. Diciamo che in questo Filippo ha potuto fare la giusta gavetta, crescendo con le tappe necessarie».
Il momento più bello: a Leuven veste la maglia iridata Under 23, davanti a Ghirmay (ERI) e Kooj (NED)Il momento più bello: a Leuven veste la maglia iridata Under 23, davanti a Ghirmay (ERI) e Kooj (NED)
Il prossimo anno… ricomincia la storia
Sette anni in tutto è durata la permanenza di Filippo Baroncini nel sodalizio massese: «Non smetteremo mai di ringraziarlo abbastanza – interviene la presidente Loretta Cortecchia – e di lodarlo per i suoi risultati e la dedizione che ci ha messo dentro, perché è un esempio per i bambini di oggi e magari campioni di domani. Tante sirene si sono avvicinate nel corso di quegli anni, ma Filippo non le ha mai ascoltate, credeva in noi come noi in lui ed è rimasto nelle fila di casa».
Il prossimo anno, da campione del mondo, Baroncini entrerà a far parte della Trek Segafredo e quindi del mondo professionistico. Gian Franco Brusa è sicuro che ha le qualità per rimanerci: «E’ un mondo difficile, lo sanno tutti, ma so che Filippo ha la testa e il motore per poterci stare. Poi sarà il tempo a dire che cosa potrà fare, però… Vi racconto un aneddoto: un giorno portai i ragazzini a vedere l’arrivo del Giro d’Italia a Ravenna. A fine tappa andarono a incontrare i ciclisti e Filippo a tutti chiedeva la borraccia, voleva collezionarle per rivenderle. Io gli dissi che un giorno sarebbe stato lui a dare le borracce ai ragazzi che gliele avrebbero chieste perché sarebbe stato lui il campione. Il tempo mi sta dando ragione…».
Le professional vanno a caccia di talenti sempre più giovani e Graziano Beltrami, finanziatore dell'omonima continental, suona l'allarme: così chiudiamo!
Hanno pedalato fianco a fianco per tutto il finale, almeno per 15 chilometri (in apertura nella foto di Martino Areniello). Poi si sono seduti allo Spuntino di Montegallo e hanno continuato a tavola fino al pomeriggio inoltrato, mentre fuori il ristoro andava avanti in una giornata d’autunno al profumo di lenticchia, di farro e d’inverno. Aru e Baroncini: un ex corridore e uno che si sta appena affacciando sulla scena. Due che tecnicamente non si somigliano neanche volendo e che invece si sono scoperti lungo i chilometri di #NoiConVoi2021, pedalata di solidarietà sui Monti Sibillini, nata nel 2016 dopo il primo terremoto e aggrappata con le unghie al suo grande obiettivo.
Anche quest’anno, per NoiConVoi le borracce Andriolo, realizzate a tempo di recordAnche quest’anno, per NoiConVoi le borracce Andriolo, realizzate a tempo di record
Dieci anni giusti
Il primo è nato il 30 luglio del 1990. Il secondo il 26 agosto di dieci anni dopo. Il primo ha vinto bene da U23, spingendo parecchio in salita e con le diete, poi si è portato a casa la Vuelta, due podi al Giro, la maglia tricolore e un assaggio della gialla. Il secondo ha appena conquistato l’iride degli U23 e debutterà nel 2022 con la Trek-Segafredo. Giusto dieci anni dopo il battesimo del sardo, che passò con l’Astana nel 2012. Numeri che tornano e pensieri che si accavallano.
Baroncini con Gaetano Gazzoli, organizzatore del Gp CapodarcoBaroncini con Gaetano Gazzoli, organizzatore del Gp Capodarco
Aru da Lugano
Il corridore che smette te lo immagini finito. Scavato, demotivato e scarico. Aru è arrivato sorridendo di buon mattino, con un paio di chili in più rispetto alla Vuelta, ma in gran forma. Ha viaggiato da Lugano con Maurizio Anzalone, compagno fra i dilettanti, amico e lo scorso anno sua spalla nell’avventura del cross. Potrebbe correre anche subito, ma forse il sollievo nel suo sguardo deriva proprio dall’aver preso la decisione di smettere. Diventerà testimonial di brand del ciclismo, alcuni che già lo hanno sostenuto, e poi non nasconde che gli piacerebbe fare qualcosa per il ciclismo in Sardegna.
«Baroncini – dice – mi è parso veramente bravo. Non lo lo conoscevo e veramente mi ha fatto un’ottima impressione. Mi ha fatto piacere scambiarci due parole. Un bravo ragazzo si vede subito. E lui sembra una persona intelligente, umile, per niente montato, anche dopo una vittoria così importante come il mondiale. Benvenga, sicuramente questi sono buoni presupposti per un gran futuro».
Salita finale. Da sinistra Areniello (autore di alcune foto), Rino Gasparrini, Gilberto Simoni e Anastasia Carbonari
Aru e Baroncini e a lato Castelli (assessore regionale) e Caterina Giurato, amica trentina dell’evento (foto Areniello)
Salita finale. Da sinistra Areniello (autore di alcune foto), Rino Gasparrini, Gilberto Simoni e Anastasia Carbonari
Aru e Baroncini e a lato Castelli (assessore regionale) e Caterina Giurato, amica trentina dell’evento (foto Areniello)
Tratti in comune
Anche Fabio ai suoi 21 anni era così. Semplice, piedi per terra. Ambizioso come si può essere dopo aver assaporato la grande vittoria, ma abbastanza intelligente da stare al suo posto.
«Mi ha chiesto un po’ di tutto – racconta – abbiamo parlato un po’ della della mia carriera, un po’ di vacanze visto che il periodo si avvicina. Mi ha chiesto qualche consiglio per quanto riguarda l’avvicinamento ai professionisti. E un po’ davvero mi ci rivedo. Ha un bell’entusiasmo, ma anche la sua semplicità mi ha fatto molto piacere. In un periodo in cui, non è per criticare, le nuove leve hanno meno i piedi per terra e si vedono alcuni ragazzi un po’ esaltati. E questo non mi piaceva molto…».
Il romagnolo Baroncini nel ristorante Lo Spuntino, realizzato grazie al supporto di realtà dell’Emilia Romagna
I ristoratori de Lo Spuntino e di Babbalò, grazie ai quali i ciclisti hanno mangiato dopo l’arrivo
Il romagnolo Baroncini nel ristorante Lo Spuntino, realizzato grazie al supporto dell’Emilia Romagna
I ristoratori de Lo Spuntino e di Babbalò, grazie ai quali i ciclisti hanno mangiato dopo l’arrivo
Baroncini, padre e figlio
Baroncini è arrivato con suo padre Carlo da Massa Lombarda, entrambi altissimi. #NoiConVoi aveva avuto al via la maglia di campione d’Europa di Marta Bastianelli, mai però quella iridata nella quale il romagnolo sembra ancora più statuario. La strada è lunga, i presupposti perché possa percorrerla bene ci sono tutti.
Al via, il campione del mondo ha realizzato la sua storia su Instagram e posato per tante foto. Ha fatto due chiacchiere con Gilberto Simoni, che lo ha visto correre a San Daniele del Friuli e insieme hanno commentato il lungo inseguimento. Poi, dopo aver affrontato con… dignità gli ultimi tre chilometri di salita piuttosto impegnativa, il romagnolo ha posato per qualche foto all’interno delle strutture donate dopo il terremoto da associazioni emiliane e romagnole, accolto per questo come un eroe.
«Con Fabio – dice – abbiamo parlato un po’ di tutto. Mi ha dato un po’ di dritte anche per come arrivare ai primi ritiri. Gli ho chiesto se ci sia tanta fretta, oppure si possa fare con calma. Mi ha detto che comunque è meglio arrivarci un pelo pronti. Poi abbiamo parlato del più e del meno, anche della vita fuori corsa. Di come gestire le interviste, perché comunque lui ha tanta esperienza su quelle. Non lo conoscevo, mi ha fatto piacere».
Presenti a Montegallo, Luca Panichi, Marina Romoli, Baroncini, Coppolillo, Casagranda, Aru e Simoni
Aru e Baronicini, ultima foto ricordo prima di tornare verso casa
Presenti a Montegallo, Luca Panichi, Marina Romoli, Baroncini, Coppolillo, Casagranda, Aru e Simoni
Aru e Baronicini, ultima foto ricordo prima di tornare verso casa
Aru, ricordo di Scarponi
Prima di andare, Aru e Baro si sono guardati intorno per l’ultima volta e poi sono partiti verso casa.
«Sinceramente – dice Aru – un giorno è troppo poco per vedere tutto, ma sicuramente il motivo di questa manifestazione è molto importante. Per troppi anni ho rimandato l’appuntamento. Della prima edizione ricordo che mi parlò Scarponi, l’ho detto a qualcuno poco fa in gruppo. Nel 2017 eravamo ancora in squadra insieme e mi raccontò di quando venne nel 2016 per la prima edizione…»
Michele avrebbe partecipato anche nel 2017, la storia è nota. Ma la sua vita si fermò ben prima. Troppo presto. Per questo la manifestazione porterà per sempre il suo nome.
«Mio padre era contadino. E quando correva Gimondi – raconta Colleoni – lasciava le vacche a urlare e ancora da mungere nella stalla per andare a sentire la radio. Il ciclismo è lo sport più bello, più controllato e meno pagato. La maglia iridata di Baroncini è l’ultima ciliegina, cos’altro posso chiedere? Finora avevamo quella di Ganna nell’inseguimento. Quando in Belgio, Baroncini ha attaccato ero a casa mia con la pelle d’oca. Uscivo in giardino per la tensione e urlavo. La gente avrà pensato che fossi diventato matto…».
La sede Colpack si trova a Mornico al Serio, nell’ufficio in fondo al corridoio Beppe Colleoni racconta il ciclismo della sua squadra e dei suoi ragazzi. Dalle foto e dai quadri alle pareti, si capisce che il Team Colpack-Ballan sia più di un semplice passatempo. Antonio Bevilacqua, seduto accanto funge da memoria storica. Il presidente è in gran forma, la sensazione è che parlare di ciclismo per qualche minuto lo distragga dalle incombenze di lavoro. Il dannato Covid è ancora in giro, se non altro per le sue conseguenze. Un fornitore di materia prima non consegna come dovrebbe e questo per la produzione è un bel problema. Baroncini seduto davanti, annuisce e sorride, mentre firma cartoline con la sua foto da iridato.
Sabato il team, tirato da Baroncini, ha vinto il tricolore cronosquadre (foto sito Colpack-Ballan)Sabato il team, tirto da Baroncini, ha vinto il tricolore cronosquadre (foto sito Colpack-Ballan)
Presidente, ormai avete alle spalle una storia lunghissima…
Ricordo quando mio figlio Michele si mise in bici a 6 anni, poi venne la volta di Cristiano. Sono stati entrambi professionisti e Michele continua a fare avanti e indietro dal lavoro con la sua nuova fuoriserie. Gliel’ha regalata sua moglie, ci ha speso 12 mila euro. Come squadra abbiamo cominciato nel 1994 con gli juniores. Poi arrivò Bevilacqua, che voleva coinvolgermi con la Bergamasca. Ma io gli dissi: «O si fa una squadra nostra, oppure niente». Poi c’è stata la parentesi fra i professionisti, ma dal 2011 siano tornati il Team Colpack.
Ogni anno con lo stesso gusto di fare le cose?
Se posso dirlo, le cose sono cambiate, non c’è più il clima di prima. Con i ragazzi non riesco a comunicare come una volta. Un po’ per colpa della pandemia e un po’ per altri motivi. Con Villella ci sentivamo di continuo, Baroncini quasi non lo conosco. Ormai te li lasciano così poco, che non fai in tempo a conoscerli.
Si divertiva di più qualche anno fa, insomma?
Nel 2016 eravamo a San Vendemiano con Consonni e Ganna. Dissi loro che avevo il portafogli pieno e che un premio in caso di vittoria ci sarebbe stato bene. Ganna si voltò verso Consonni. Rimasero a parlare qualche minuto nel camper. Scesero. Corsero. E fecero primo e secondo. Loro sono stati gli ultimi con cui si è creato un bel rapporto, perché sono rimasti il tempo giusto.
Baroncini firma le cartoline con la sua foto in maglia iridataBaroncini firma le cartoline con la sua foto in maglia iridata
Quant’è il tempo giusto?
Mi basterebbe farli firmare per due anni. Una maglia iridata come la sua (dice guardando Baroncini, ndr) dovresti poterla onorare. Mi verrebbe quasi da dire ai procuratori di venire loro a farsi la squadra. I ragazzi non si fermano neanche per un anno. Se adesso Baroncini potesse fare sei mesi ancora da under 23 con la maglia, sarebbe per noi il modo di venire ripagati dell’investimento su di lui. D’accordo che certi patti si fanno prima, come per Tiberi, Piccolo e Ayuso. Ma volete dirmi che hanno avuto questi grandi vantaggi ad andare di là così giovani?
Che effetto fa però vederli andar forte da professionisti?
Rinforza la nostra immagine. Masnada ha fatto con noi due anni da junior, quattro da U23 e uno da elite. Sette anni. Lo chiamavo “cavallo pazzo” perché aveva da dire con tutti. Ma non è sempre scontato che si vinca. Mi ricordo una Parma-La Spezia. Partimmo con 13 corridori e nemmeno uno nei primi all’arrivo. Ero nero (si mette a ridere, ndr). Gli dissi di lasciare borse e tute, che li avrei mandati a casa in mutande. In certi momenti però abbiamo avuto corridori che potevano fare e disfare a loro piacimento. Avrei potuto guidarli anche io dall’ammiraglia…
Perché ha impiegato così tanto per fare la continental?
Non mi interessava, non potevamo fare le corse regionali. Avevamo solo under 23 e tanti di primo anno, le corse più piccole erano e sono una necessità. Certo, la continental è bella per l’esperienza di correre fra i pro’.
Una delle immagini più belle dei mondiali: Colnaghi si complimenta con Baroncini
Dopo la vittoria al Liberazione, i fiori di Gazzoli alla sua Camilla
Alessandro Verre vince il Trofeo Città di Meldola, il suo primo trionfo stagionale
Una delle immagini più belle dei mondiali: Colnaghi si complimenta con Baroncini
Dopo la vittoria al Liberazione, i fiori di Gazzoli alla sua Camilla
Alessandro Verre vince il Trofeo Città di Meldola, il suo primo trionfo stagionale
Esiste un ritorno quantificabile per il vostro investimento?
Zero, niente di niente. Qualche cliente segue il ciclismo e il giorno dopo commentiamo semmai la vittoria, ma nulla di più. Coinvolgo i miei partner, le altre aziende. Gli chiedo di usare parte del budget per aiutarci con la squadra. Ma io per primo lo faccio per la passione.
Invece cosa ricorda degli anni nel professionismo?
Non grandi cose, a dire il vero. Mi ricordo che ero a Sanremo il giorno del blitz (i Carabinieri del Nas fecero al Giro del 2001 un blitz antidoping spettacolare, ma senza grossi riscontri, ndr) con gente che si calava dalle finestre e quell’episodio un po’ mi ha fermato. Non era il mio ambiente. Ma bene i controlli. Quest’anno ad Ayuso ne hanno fatto un quantitativo esagerato, ma almeno ora è tutto credibile.
Resta in contatto con i suoi ex atleti?
Sempre, quando si può. Orrico si ferma spesso a salutare, lo stesso Masnada. Quando gli ho chiesto come si trovi alla Deceuninck-Quick Step ha detto che sta come alla Colpack. Anche Ganna passa a salutare qualche volta.
Visita nella linea di produzione, di uno dei capannoni Colpack
L’azienda è nata nel 1981 e ora ha più di 200 dipendenti
Ogni sacchetto ha il suo polimero di origine, ogni colore il suo utilizzo
Colleoni lavorava nel campo già dal 1971, dal 1991 si è messo in proprio
Il mercato di Colleoni è prevalentemente estero, tra Francia e Regno Unito, Germania e Ungheria
Continui controlli verificano che l’ambiente di lavoro sia salubre
Visita nella linea di produzione, di uno dei capannoni Colpack
L’azienda è nata nel 1981 e ora ha più di 200 dipendenti
Ogni sacchetto ha il suo polimero di origine, ogni colore il suo utilizzo
Colleoni lavorava nel campo già dal 1971, dal 1991 si è messo in proprio
Il mercato di Colleoni è prevalentemente estero, tra Francia e Regno Unito, Germania e Ungheria
Continui controlli verificano che l’ambiente di lavoro sia salubre
E di Bevilacqua cosa dice?
E’ la mia spesa più grande (ride forte, ndr), è l’aspirapolvere del mio portafogli, ma andiamo d’accordo. Spendiamo parecchio, ma è tutto sotto controllo. Passione sì, ma con i piedi per terra.
Quest’anno la Colpack, che produce sacchetti per la raccolta differenziata che vende quasi esclusivamente all’estero, celebra i 30 anni di attività. La festa, che avrebbe dovuto farsi a gennaio ed è stata rinviata causa Covid, si svolgerà ai primi di dicembre. Colleoni partì nel 1991 con un socio, tre linee e quattro operai. Oggi ha 180 dipendenti nella sede bergamasca e altri 40 in quella di Cremona, diretta da suo figlio Cristiano. Eppure nonostante numeri così importanti, nelle stanze e nei corridori del grande capannone si vedono solo foto di ciclismo. E il passaggio di Baroncini, annunciata a gran voce nei lunghi corridori dallo stesso vulcanico Colleoni, ha la stessa enfasi della visita di un Capo di Stato. Se questa non è passione…
Le professional vanno a caccia di talenti sempre più giovani e Graziano Beltrami, finanziatore dell'omonima continental, suona l'allarme: così chiudiamo!
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Tanti allenamenti “ad obiettivo”, finalizzati cioè al tipo di gara che lo attende, ma anche molta semplicità nella gestione delle sue giornate. Il campione del mondo under 23, Filippo Baroncini, ci racconta la sua “settimana tipo”, le sue abitudini e i suoi ritmi.
E a proposito di settimane, ne è passata poco più di una da quel fantastico giorno di Leuven, ma lui ammette che è rimasto lo stesso. «Siete voi giornalisti che mi chiamate sempre!». Scopriamo come si gestisce il corridore della Colpack-Ballan.
Filippo Baroncini si è laureato campione del mondo U23 poco più di una settimana fa in BelgioFilippo Baroncini si è laureato campione del mondo U23 poco più di una settimana fa in Belgio
Filippo, partiamo dalla sveglia: apri gli occhi da solo o con la sveglia?
Dipende quello che devo fare ma solitamente metto la sveglia tra le 7:45 e le 8 del mattino.
Poi colazione…
Esatto, la faccio subito perché mi sveglio che ho sempre fame. Due bicchieri di acqua per iniziare. Un po’ perché ne sento il bisogno e un po’ perché inizio a mettere giù liquidi che mi serviranno poi in sella. Mangio uno yogurt greco 0% di grassi, che addolcisco all’occasione con del miele o con un po’ di sciroppo di agave, poi ci metto cereali e frutta secca. Se devo fare allenamenti più intensi, aggiungo qualche zucchero tipo fette biscottate e marmellata. Se invece devo fare un lungo niente zuccheri, ma più proteine: un’omelette o un tost bello carico! E poi un caffè per finire.
Anche quando sei alle gare mangi così?
Evito lo yogurt, troppi latticini: mangio più pasta. Stamattina prima della Coppa Bernocchi per esempio ho fatto colazione con riso e omelette al prosciutto. In generale prima delle gare evito lo zucchero. Voglio mantenere stabile la glicemia.
Dopo quanto esci in bici?
Dopo un’oretta abbondante, anche un’ora e mezza.
Uno yogurt greco senza grassi non manca quasi mai nella colazione di BaronciniUno yogurt greco senza grassi non manca quasi mai nella colazione di Baroncini
Cosa mangi in allenamento?
Barrette, panini e anche dei gel. Cerco di replicare quel che mangio in corsa, ma non con la stessa frequenza, cioè ogni 20′, ma più a lungo.
Venti minuti è davvero spesso…
Sì, più che altro per non restare a secco nel finale. Un qualcosa che mi ha suggerito Iader Fabbri, colui che mi segue per quel che riguarda l’alimentazione.
Pranzo: arrivi, doccia e…
Mangio in base anche all’allenamento. Se torno alle 15 dopo un lungo magari mi faccio un piatto unico con pasta e tonno in abbondanza. Se però è un periodo nel quale devo perdere peso, salto il pranzo e mi faccio uno shaker proteico e anticipo la cena alle 19. Altrimenti mangio verso le 13:30. Cerco sempre di inserire la pasta. Poi un qualcosa di proteico, come pesce o carne, e delle verdure.
Le verdure le preferisci cotte o crude?
Cotte. Soprattutto fagiolini e carote. Le condisco con un po’ di olio e a volte ci aggiungo anche un po’ di Parmigiano.
Dopo pranzo cosa fai?
Mi riposo un po’, una mezz’oretta almeno, magari mi metto un po’ gambe all’aria e faccio dello stretching. Nel pomeriggio poi ci sta una passeggiata con la mia ragazza Alessia e il mio cane. Cose molte easy…
E siamo arrivati a cena…
Cerco di mangiare più proteico, con pochi carboidrati. Patate e qualche fetta di pane sono i miei carboidrati.
Quante fette? E soprattutto le tagli prima o sul momento?
Un paio, ma se magari il giorno dopo devo fare un lungo ne mangio anche qualcuna in più. Non sono un fissato comunque. Se ce la piadina, per dire, mangio anche quella. Comunque me le taglio sul momento.
Il dolcetto dopocena?
Eh dipende – sorride Baroncini – in questo periodo di fine stagione me lo mangio e anche volentieri. In altri momenti in cui si avvicina un obiettivo, come poteva essere l’Avenir o il mondiale, cerco di mangiarlo non più di due volte a settimana.
E di cosa sei goloso?
Cioccolata! Mi piacciono quei tortini… O anche la classica crostata. Alla Nutella preferisco delle creme che hanno più proteine e meno zuccheri.
Filippo utilizza la bici da crono nei giorni di scarico della settimana o quando punta ad un preciso obiettivo contro il tempoFilippo utilizza la bici da crono nei giorni di scarico della settimana o quando punta ad un preciso obiettivo contro il tempo
E il post-cena?
Mi rilasso un po’ sul divano, leggo… Leggo bici.PRO!
Fai bene! Filippo passiamo alla parte relativa agli allenamenti. E poniamo una settimana “standard” in cui si corre la domenica…
Lunedì…
Se ho corso la domenica il lunedì faccio riposo. Riposo totale, non la tocco…
Martedì?
Tre o quattro ore con dei lavori di forza (Sfr) e anche di soglia. Stando a Massa Lombarda ho un po’ di pianura, ideale per scaldarmi e fare dei medi per arrivare alle salite, le alture di Imola: il Prugno e la Margherita soprattutto.
Quando dici lavori di soglia cosa intendi?
I 40”-20” o i 30”-30” o ancora un minuto forte, tre al medio e poi di nuovo uno forte e così fino in cima alla salita.
Il mercoledì?
Un lungo senza lavori, semmai qualcosa sulla forza, ma più tranquillo con le frequenze cardiache. Per esempio 3′ col rapportone seduto e 3′ in piedi, poi 4′ seduto e 4′ piedi, 5′ seduto e 5′ in piedi.
Il lungo di Baroncini prevede la sosta Coca-Cola?
La prevede più che volentieri, specie se sono in compagnia. Spesso in settimana mi alleno con i ragazzi della #InEmilia-Romagna e con Tarozzi soprattutto.
Giovedì?
Riposo completo o una sgambata di un’ora e mezza, due al massimo. Ma vado davvero piano. Ecco questo allenamento può capitare che lo faccia a digiuno.
In allenamento il giorno prima della gara Filippo “deve” spingere parecchio (foto Instagram)In allenamento il giorno prima della gara Filippo “deve” spingere parecchio (foto Instagram)
Il venerdì?
Di solito sono tre ore con dietro moto. Me lo fa il mio ex allenatore alla Massese, Andrea Randi, anche se non capita spesso perché è impegnato, oppure il babbo della mia ragazza, Gianfranco. Di solito faccio un’ora tranquillo, un’ora a tutta dietro moto e un’ora tranquillo. Se non c’è chi mi fa dietro moto faccio delle sessioni di medio-alto.
E il sabato?
Ecco io sono di quelli sfortunati che a ridosso della gara devono lavorare. Sono seguito da tre anni da Piepoli e ci siamo accorti che per me è meglio così, altrimenti il giorno dopo parto ingolfato. Quindi un po’ di fuorigiri, scatti e ci sta anche che faccia una salita di 8′-10′ a tutta. Vado a sensazione, non guardo il potenziometro e spingo fin quando mi sento bene.
Però non fai mai le salite più lunghe, tipo quelle con i famosi 20′?
E’ più raro. Quelle le faccio se magari sono in un periodo di preparazione e non nel mezzo della stagione. E’ un qualcosa che serve anche per testare la condizione.
E la bici da crono?
Nelle fasi di preparazione ad una cronometro la uso molto e trascuro la bici da strada. Per esempio su cinque uscite, tre sono con la bici da crono. Di solito sono allenamenti non lunghissimi ma intensi, altrimenti la uso nei giorni di scarico o il venerdì.
Appoggiata ai piedi del palco iridato, c’era la bici che aveva appena vinto il mondiale. Quella con il numero 1 di Filippo Baroncini. La sua Cinelli Pressure dominava la scena e anche noi ne siamo stati ammaliati.
A raccontarci qualcosa di più sulla belva del campione del mondo U23 è Stefano Casiraghi, meccanico della Colpack-Ballan. Stefano lavora da due anni nella squadra di Beppe Colleoni e ha imparato a conoscere bene i suoi ragazzi. E’ giovane, ma al tempo stesso esperto. Specialmente per quel che riguarda il settore di gomme e ruote, visto il suo passato in Vittoria.
La Cinelli Pressure di Baroncini sotto al podio di LeuvenLa Cinelli Pressure di Baroncini sotto al podio di Leuven
Zero fissazioni
Con lui iniziamo a parlare però prima di Baroncini, delle sue “fissazioni” (che a quanto pare non ha) e del modo di porsi nei confronti della tecnica.
«Filippo – spiega Casiraghi – è un corridore molto tranquillo. All’inizio dell’anno ci siamo parlati poco, ma più che altro perché sono io che sono un chiacchierone! Poi invece si è sciolto e devo dire che ci si lavora molto bene. Ha un modo di porsi molto gentile, chiede le cose col massimo rispetto. L’altro giorno mi ha scritto: il numero della bici del mondiale è tuo! Un gesto che mi ha fatto molto piacere.
«Filippo è interessato alla tecnica. Non ha fissazioni particolari. Non è di quelli che sta lì due ore a chiederti dell’angolo di una leva, ma magari è più concentrato su tattiche, ristori, percorsi… “Baro” vuol sapere perché usa quella determinata, cosa si ritrova sotto la bici… e per me che sono anche appassionato di tecnica è divertente. Per esempio quando ad inizio anno sono arrivati i tubeless Pirelli è stato tra i pochi interessati che ha cercato di capire realmente cosa stesse usando, come funzionava il tubeless, quali fossero i benefici e quali gli svantaggi».
Stefano Casiraghi al lavoro sulle bici della Colpack
Il numero 1, quello che Filippo regalerà al suo meccanico
Stefano Casiraghi al lavoro sulle bici della Colpack
Il numero 1, quello che Filippo regalerà al suo meccanico
La scelta della Pressure
Ma veniamo alla bici. Baroncini utilizza una Cinelli Pressure, tuttavia ci è arrivato dopo aver provato anche l’altra bici in dotazione alla Colpack, la Superstar con freni caliper.
«E’ stata una scelta fatta in parte per esigenze di materiali – dice il meccanico – che in quel momento non avevamo, e in parte perché con la Superstar avevamo più margine d’intervento sul manubrio: potevamo alzarlo un po’ dopo che Filippo si era rotto la spalla. Ma la cosa bella di questo doppio utilizzo è che Filippo ha potuto testare a lungo e le due bici e alla fine ha fatto la sua scelta. Un giorno mi ha detto: okay, lavoriamo con quella a disco. Per dire che è stata una scelta ben ponderata».
Il telaio quindi è il Cinelli Pressure, taglia M che corrisponde a una 55 più o meno. Si tratta di un monoscocca in carbonio ad alto modulo T800. E’ una bici aero, quindi con forme dei tubi allungate e passaggio dei cavi totalmente interno. E per questo si avvale del manubrio Vision 5D Acr (che prevede anche una serie sterzo specifica) che nasconde ogni filo.
Guarnitura Fsa PowerBox, con corona piena da 53 dentiGuarnitura Fsa PowerBox, con corona piena da 53 denti
Componenti misti
Veniamo poi ai componenti. La Colpack è fornita da Shimano. I ragazzi hanno i gruppi completi Ultegra Di2.
«Ma un po’ per motivi logistici – riprende Casiraghi – e un po’ perché Baroncini, va forte si è ritrovato un gruppo misto. Il suo cambio posteriore è un Dura Ace.
«Le pedivelle sono le Fsa PowerBox, quelle con il potenziometro integrato. Anche questa è stata una scelta sua. Nonostante questa guarnitura pesi 100 grammi in più (per il potenziometro) non vi ha voluto rinunciare. La lunghezza? E’ 172,5 millimetri cosa che non deve stupire anche se è così alto perché le 175 millimetri stanno quasi scomparendo. Altra sua scelta è stata la corona a “stella piena” sempre di Fsa. Questa è più rigida e più aero e per uno che scarica a terra anche 1.500 watt credo sia un’ottima soluzione!».
«Per quel che riguarda i rapporti, Filippo usa il 53-39, sempre. Solo per la tappa di Sestola al Giro U23 ha utilizzato un 52-36, giusto per salvare la gamba. Mentre dietro ad inizio stagione era partito con l’11-30, ma poi spesso gli ho montato l’11-32. Ci si si trova bene. Abbiamo scelto il 32 per due motivi: uno, perché spesso nelle gare under 23 non si conosce davvero bene il percorso e quel che s’incontrerà. Due, perché il 32 è quell’ancora di salvezza che se serve c’è. Inoltre questa scala gli consente di sfruttare ancora meglio rapporti come il 53×21-23 e può andare più agile».
Per serrare meglio la sella è stata utilizzata anche un po’ di carta vetrataPer serrare meglio la sella è stata utilizzata anche un po’ di carta vetrata
Sella Prologo
Un’altra cosa alla quale Baroncini e Casiraghi dedicano attenzione è la sella. Baro utilizza una Scratch M5 Pas.
«Si tratta di una sella corta – riprende Casiraghi – con il grande buco nel mezzo. Ha uno scafo full carbon. Ha scelto una sella corta perché ci si trova bene e non per stare ancora più in avanti. E poi avendo un bel dislivello sella-manubrio riesce a stare un po’ più comodo e ad avere meno pressioni quando è in presa bassa sulla piega. Anche per questo la tiene in bolla, ma con quel mezzo grado di tolleranza verso il basso sulla punta.
«La sua posizione è abbastanza centrata. L’arretramento (differenza tra punta sella e movimento centrale, ndr) è di 9,7 centimetri».
Il set delle ruote: cerchi Miura 47 Disc e gomme Pirelli Zero TLRIl set delle ruote: cerchi Miura 47 Disc e gomme Pirelli Zero TLR
Ruote e gomme
Infine arriviamo alla parte bassa della bici. A dominare la scena sono le ruote Ursus e le gomme Pirelli.
«Le ruote – continua Casiraghi – sono le Ursus Miura 47 disc, in pratica ha sempre usato queste. Si tratta di una ruota aero dal peso di 1.670 grammi la coppia.
«Le gomme invece sono le Pirelli Zero tubeless da 26 millimetri. Filippo è molto aperto alle innovazioni. Ha scelto questo set dopo averlo provato. Ci si è trovato bene e anche se pesa qualche grammo in più, anche nelle tappe più dure opta per il tubeless appunto. La pressione che utilizza di solito è di 6,5 bar sia all’anteriore che al posteriore, perché in teoria il peso dovrebbe essere ripartito equamente su entrambe le ruote. Scende un pochino se piove.
«Il peso complessivo della sua bici? Siamo sui 7,9 chili».
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Semplicemente magistrali. Perfetti. Gli azzurri di Marino Amadori hanno corso il mondiale U23 senza errori. Non solo per la vittoria di Baroncini. Sono stati sempre attenti. Sempre nelle prime posizioni. Davanti nei momenti cruciali. Hanno corso… bene. Hanno rispettato le consegne del cittì e i fondamentali di questo sport. Compattezza, umiltà, cattiveria agonistica, lucidità, forza, acume tattico.
Ci sono due fotogrammi simbolo, a nostro avviso.
Il primo. A 20 chilometri spaccati dal termine, quando davanti c’era ancora Luca Colnaghi, gli azzurri si spostano su un lato della strada e confabulano qualcosa. In quel momento la corsa non è nel vivo: di più! C’è tensione, adrenalina, tanto più che si pedala nel circuito cittadino.
Il secondo. All’imbocco dello strappo in cui è scattato “Baro”, ben quattro azzurri piombano davanti per prenderlo in testa. Il gruppo era allungato. Era il momento X. E loro c’erano. A quel punto la sensazione che stesse per accadere qualcosa di grande era forte. Ci sono venute in mente le parole di Filippo della vigilia («Lo strappo ai -6 può essere decisivo») e il finale della Coppa Sabatini in cui ha mostrato una super condizione. Sarebbe partito: sicuro.
Marino Amadori con Filippo Zana. Dopo alcune fasi in cui è rimasto composto, finalmente anche il cittì si è lasciato andare ai sorrisiMarino Amadori con Filippo Zana. Dopo alcune fasi in cui è rimasto composto, finalmente anche lui si è lasciato andare
Capitan Zana
A richiamare tutti sull’attenti è stato Filippo Zana, che dal cittì ha ricevuto le chiavi della squadra. Negli ultimi tre chilometri ha chiuso persino sulle mosche.
«Diciamo di sì dai – ammette col sorriso il corridore della Bardiani Csf Faizanè – la cosa più importante è aver portato a casa la vittoria. A volte mi sono un po’ arrabbiato. Però penso sia servito a spronare i ragazzi e a riportare l’attenzione giusta. Perché? Perché certe volte eravamo un po’ in ritardo su alcune azioni. Si poteva fare meno fatica.
«Se poi si hanno le gambe e tutti hanno le gambe è più facile. Abbiamo corso da squadra e sono davvero contento: per la maglia, per noi, per Amadori, per “Baro” che è davvero un bravo ragazzo».
Una delle immagini più belle di ieri. Le bici scorrono dopo l’arrivo e Colnaghi si complimenta con Baroncini
Luca Coati, anche lui ha svolto ottimo lavoro per la squadra. E sì che stava benissimo…
Una delle immagini più belle di ieri. Le bici scorrono dopo l’arrivo e Colnaghi si complimenta con Baroncini
Luca Coati, anche lui ha svolto ottimo lavoro per la squadra. E sì che stava benissimo…
Parola Colnaghi e Coati
Una grossa fetta di questo successo spetta poi a Luca Colnaghi. Luca è entrato in un attacco che per lunghi tratti poteva anche essere buono.
«A me piace aspettare le volate – dice Luca Colnaghi – ma mi sono ritrovato in questo gruppetto. Quando sto bene seguo l’istinto e l’istinto mi ha detto di provarci. E’ stato il punto chiave della corsa credo, perché così ho potuto dare il mio contributo e la squadra si è potuta risparmiare un po’».
Qualche istante dopo ecco che in zona mista sfila dietro di lui l’altro Luca, Coati. Lui è il più pacato e forse tra i più freschi in volto degli azzurri.
«Siamo partiti con un solo obiettivo – dice il corridore della Qhubeka Continental – vincere. E ce l’abbiamo fatta. All’inizio pensavo venisse fuori una corsa un po’ più dura nel giro grande. Ma non è stato così, poi Colnaghi è entrato nella fuga e ci ha permesso di stare sulle ruote. Il resto… lo ha fatto Filippo!».
Michele Gazzoli, soddisfatto, parla con i preparatori del Centro Mapei, Matteo Azzolini (a sinistra) e Andrea Morelli (al centro)Michele Gazzoli, soddisfatto, parla con i preparatori del Centro Mapei, Matteo Azzolini e Andrea Morelli
Gazzoli l’altra cartuccia
Dopo essere scesi dal palco, in quanto anche vincitori della Coppa delle Nazioni, man mano gli azzurri arrivano ai nostri microfoni. Ormai la folla si è dileguata e il cielo inizia ad farsi scuro su Leuven. Non per noi italiani, non per gli azzurri.
«Oggi abbiamo dimostrato chi è la nazionale italiana U23 – dice Michele Gazzoli – E’ tutto l’anno che corriamo da padroni e infatti abbiamo vinto la Coppa della Nazioni e questo è frutto di un grande lavoro di squadra. Abbiamo dato un grande spettacolo. Cosa ci ha detto Marino prima del via? Di essere una squadra. Sapevamo cosa dovevamo fare: vincere! C’era solo una soluzione. Sapevamo quali erano i punti importanti. Sapevamo come muoverci e con chi muoverci. E sapevamo che Baro sarebbe partito lì. Io mi dovevo tenere pronto eventualmente per la volata finale.
«Ho mancato il podio per 50 metri. Sono partito un po’ troppo presto, ma va bene così. L’importante è aver preso la maglia».
Marco Frigo in azione. Lui divideva la stanza con Baroncini e da un mese in pratica “vivevano” insiemeMarco Frigo in azione. Lui divideva la stanza con Baroncini e da un mese in pratica “vivevano” insieme
Frigo: amico prezioso
Infine, lo abbiamo tenuto per ultimo, anche se è stato tra i primi con cui abbiamo parlato, c’è Marco Frigo. Marco è stato colui che ha fatto le veci del cittì quest’inverno quando è venuto a provare il percorso su richiesta di Amadori. E’ stato compagno di stanza di Baroncini e vero uomo squadra in corsa: attento, generoso… Spesso Marco resta nell’ombra, ma ieri soprattutto è stato un grandissimo.
«Su un percorso così l’esperienza alla Seg (squadra olandese in cui milita, ndr) si è fatta sentire – racconta Marco – e l’ho messa a disposizione dei miei compagni. Perché su un tracciato del genere è importante non solo risparmiare energie fisiche, ma anche mentali. Già nel trasferimento e nella prima parte di gara ci sono state tante cadute. Per questo stare davanti è stato fondamentale. E si è visto. Baroncini nel finale è stato palesemente il più fresco ed è riuscito a concretizzare. E un ulteriore riprova è il risultato in volata degli altri (senza sprinter, ndr): segno che abbiamo corso bene».
«Vero io sono in camera con lui – riprende Frigo – Ma non solo qui. E’ dall’Avenir praticamente che siamo insieme. Che dire: è un ragazzo davvero bravo. Se la merita. In camera era un paio di giorni che parlava di questa azione. Mi diceva sempre: quello è il punto giusto. Poi stamattina (ieri per chi legge, ndr) abbiamo guardato la gara degli juniores insieme e lì è dove ha attaccato il norvegese. Quindi è come se avesse avuto la prova che quel che diceva fosse giusto. Era la mossa da fare. In questi giorni abbiamo anche riguardato le corse che passavano da queste parti per vedere come prendevano i muri.
«Come l’ho tenuto tranquillo? Filippo è tranquillo di suo! Una cosa che mi piace di lui è che crede tanto in sé stesso. Era convinto che se avesse attaccato lì sarebbe andato all’arrivo. E ha avuto ragione».
«Sono emozionatissimo. E’ un sogno che si avvera. Un sogno che avevo da quando ero bambino», anche in conferenza stampa la tranquillità di Filippo Baroncini non viene meno, neanche mentre indossa la sua fresca e scintillante maglia iridata. E’ caduto, si è rialzato come se niente fosse. E ha ripreso per la sua strada, che nella sua mente era ben chiara.
Si vedeva che stava bene. La sua Cinelli scorreva via facile, facile. E quando nella svolta a destra che introduceva nel penultimo strappo le quattro maglie azzurre erano in testa, abbiamo capito che a 100 metri dalla fine del tratto duro avrebbe dato la zampata violenta, di cui ci avevaparlato anche Amadori.
Finalmente la gioia vera. Dopo il 2° posto di Trento stavolta è oro. Baroncini succede a Battistella l’ultimo iridato U23 (nel 2019)Finalmente la gioia vera. Dopo il 2° posto di Trento stavolta è oro. Dopo Battistella (2019), ecco Baroncini
Tutto secondo i piani
La zampata l’ha data. Si è voltato e ha visto aprirsi il buco. Merito del tanto lavoro e della tremenda rifinitura della Coppa Sabatini, dove è stato quarto a ruota di gente da WorldTour.
Ieri lo avevamo visto arrivare lungo ad una curva, quella che introduceva nello strappetto finale a 1.700 metri dall’arrivo. Nel pomeriggio ci avevamo anche parlato. E ci aveva confermato, come ha fatto oggi in conferenza stampa, che stava provando l’azione decisiva. Vincere come aveva visualizzato e come ci si aspettava non è da tutti. E’ da campioni veri. Da uomini freddi... ma non nel cuore.
«Devo ringraziare la squadra che mi ha permesso di non prendere troppa aria e di stare coperto – dice il neoiridato – l’attacco di Luca Colnaghi ci ha fatto risparmiare energie preziose per il finale. Sì, è vero. Ieri stavo provando l’attacco di oggi. Era così che volevo fare. Era importante fare le curve forte».
E poi a dire il vero un po’ voleva anche evitare di arrivare allo sprint, memore di quanto successo a Trento pochi giorni prima.
Dopo circa 60 chilometri, Filippo è anche finito a terra. Per fortuna senza conseguenze
Ai -6,4 chilometri ecco lo scatto di Baroncini. Al termine del penultimo strappo è rimasto solo…
Dopo circa 60 chilometri, Filippo è anche finito a terra. Per fortuna senza conseguenze
Ai -6,4 chilometri ecco lo scatto di Baroncini. Al termine del penultimo strappo è rimasto solo…
Filippo, re di tranquillità
Tranquillità: è questa la parola chiave di questo ragazzo? A quanto pare sì. Suo papà Carlo riesce ad abbracciarlo poco dopo essere sceso dal podio. Con lui c’è anche il… suocero Gianfranco, che si commuove. La sua Alessia invece non si è sobbarcata i 1.200 chilometri dall’Emilia Romagna a Leuven.
«E’ vero – ammettono i due – è molto tranquillo. Riesce a trasmettere serenità anche a casa». Talmente tranquillo che per qualche istante, dopo esserci goduti la sua azione da manuale, abbiamo temuto che mandasse tutto all’aria perché negli ultimi 100 metri ha praticamente smesso di pedalare. Il teleobiettivo inganna è vero, ma un sospiro lo abbiamo lanciato… e non solo noi.
«No no… – ride Baroncini – me lo sono goduto quel finale. Ho visto che ero solo. A quel punto ero tranquillo e l’ho lasciata scorrere».
L’abbraccio con il papà della compagna e dietro il papà…
Marco Selleri (a sinistra) con Gianluca Valoti: la gioia esplode
L’abbraccio con il papà della compagna e dietro il papà…
Marco Selleri (a sinistra) con Gianluca Valoti: la gioia esplode
Amadori premonitore
Ma intanto è bella l’atmosfera che si respira a Leuven. Una vera gioia. Un’altra medaglia, un altro oro. Dall’Italia sono arrivati tifosi e diesse. C’è persino il direttore del Giro U23, Marco Selleri, il quale dice che se la sentiva.
Ma il più commosso è Gianluca Valoti. Il suo diesse alla Colpack Ballan se lo abbraccia, abbraccia anche a noi. Ha la voce tremolante. Così come Rossella Di Leo, la team manager.
Amadori è chiamato a gran voce dai suoi ragazzi sul podio. Perché tra le altre cose gli azzurri hanno vinto anche la Coppa della Nazioni. E’ un vero trionfo. Ogni curva disegnata al millimetro, ogni unghia mangiata. Anche Marino sapeva bene chi aveva sotto mano. «Baro è in grado di fare un attacco violento finale», ci aveva detto il cittì. E così è stato. E adesso la festa può iniziare…