Davide Toneatti sarà promosso nella Astana Qazaqstan Team nel WorldTour. La vittoria di aprile e i piazzamenti di tutto l’anno hanno persuaso Vinokourov a dare fiducia al friulano, figlio della multidisciplina, che a 23 anni metterà il naso nel ciclismo dei grandissimi. La notizia è sicuramente positiva perché porta un altro azzurro di talento a giocare la sua carta in una squadra che dal 2025 sarà la più italiana di tutte, con corridori come Ulissi, Bettiol, Conci, Scaroni, Masnada, Fortunato, Malucelli, Ballerini, Velasco, Romele e Kajamini.
Quello che si può notare è che Toneatti taglierà definitivamente i ponti con il ciclocross, come già accaduto nel recente passato (al momento di salire di livello) con De Pretto, Olivo e Masciarelli. Non è detto che questo per lui sia una privazione: magari ne aveva le tasche piene e non vede l’ora di concentrarsi soltanto sulla strada. La stessa cosa tuttavia si è verificata con Silvia Persico e in parte con Federica Venturelli, frenata peraltro anche dal recupero da un infortunio. La multidisciplina è passata di moda? Oppure va bene finché l’atleta è giovane e poi bisogna scegliere? Oppure, ancora, la seconda specialità è una sorta di gabbia da cui il corridore non riesce a liberarsi se non quando diventa grande?
Fra le vittorie nel cross di Toneatti spiccano un tricolore e il mondiale nella staffettaFra le vittorie nel cross di Toneatti spiccano un tricolore e il mondiale nella staffetta
Strada e pista
Ha retto finora l’abbinamento fra strada e pista. Abbiamo letto nell’intervista a Luca Guercilena che, al momento di firmare con la Lidl-Trek, Milan ha inserito la clausola pista, peraltro ben accetta da parte del team. Un discorso simile ha funzionato alla Ineos Grenadiers con Ganna e Viviani, ma è stata evidente la disparità di trattamento fra i due. Il piemontese ha potuto seguire un bel calendario su strada, mentre Elia si è dovuto accontentare di quel che capitava.
E’ stato però chiaro che tutti, dal giorno dopo Olimpiadi e mondiali, sono stati richiamati in servizio. Soprattutto all’indomani di Parigi, questa necessità ha reso difficile la vita agli atleti che avrebbero avuto bisogno di recuperare e invece si sono ritrovati subito in gruppo.
Milan, Consonni e Ganna: tre stradisti… concessi dal WorldTour alla pistaMilan, Consonni e Ganna: tre stradisti… concessi dal WorldTour alla pista
Programmi e sponsor
Ciò che risulta evidente dalle dichiarazioni di Patrick Lefevere e in qualche misura dello stesso Guercilena è che la multidisciplina non abbia interessi commerciali per le squadre che pagano gli atleti. Nel cross se non altro possono correre con la bici e i materiali del team, con l’eccezione dell’abbigliamento che sarà quello della nazionale. Su pista invece, anche la bici è federale e piuttosto che celebrare la vittoria di un competitor, non si celebra il campione. Il prossimo azzurro che dovrà gestire la doppia attività sarà Stefano Viezzi, che da gennaio sarà al devo team della Alpecin-Deceuninck.
Va lassù e ce lo aveva fatto capire sin dalla Coppa del mondo di Benidorm dello scorso gennaio perché affascinato dalle imprese di Mathieu Van der Poel cui in parte somiglia. Forse in Belgio gli lasceranno spazio per il ciclocross: finché si è nei team di sviluppo non ha senso costringerli a scegliere. Poi, se e quando verrà il momento di passare professionista, si vedrà il livello raggiunto e si faranno valutazioni insieme, senza preclusioni a priori.
Cross e strada: multidisciplina che funziona. A gennaio Viezzi ha vinto il mondiale juniores a Tabor. Dal 2025 passa alla AlpecinCross e strada: multidisciplina che funziona. A gennaio Viezzi ha vinto il mondiale juniores a Tabor. Dal 2025 passa alla Alpecin
Il ruolo della Federazione
Come fa un ragazzo a inserire qualsiasi clausola se il suo potere contrattuale è ancora esiguo? Non deve essere lui a farlo, ma probabilmente il suo procuratore o la Federazione per cui è un elemento di grande interesse, soprattutto nella prospettiva dell’ingresso del cross nel programma olimpico. E’ vero che alla fine comanda la volontà dell’atleta, ma se in alcuni casi la rinuncia è un’imposizione, allora forse l’intervento federale potrebbe aiutare parecchio. Qui si parla di medaglie olimpiche, mondiali ed europee, non di sfide regionali.
L’alternativa è che la multidisciplina, in questo caso il cross, in Italia diventi una prerogativa giovanile, che ci vedrà brillare sempre meno nelle categorie elite. Bisognerà solo abituarsi al prurito di veder sparire i talenti su cui si potrebbe costruire tanto e che invece, per scelta o necessità, prenderanno strade diverse.
ZURIGO (Svizzera) – Francesco De Gregori ha disegnato dell’Italia un ritratto più efficace di tanti editoriali, articoli e approfondimenti. Parla di Italia derubata e colpita al cuore. Assassinata dai giornali e dal cemento. L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare. L’Italia metà dovere e metà fortuna. E anche L’Italia con le bandiere e nuda come sempre. L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, ma che resiste. Camminando verso il primo espresso del giorno prima di lasciare la Svizzera, che stamattina si è svegliata nuovamente con le strade bagnate, pensiamo che gli stessi versi potrebbero descrivere anche l’Italia del pedale, quella vista ieri e più in genere nei mondiali di Zurigo.
L’Italia derubata dei suoi talenti nel nome dei soldi. Che paga gli errori del passato e le campagne di informazione che ne fanno tuttora un punto debole. L’Italia che si affida all’estro di pochi, coprendo spesso l’incapacità di progettare il futuro. L’Italia con le bandiere quando conviene e con i social quando la vittoria sfugge. E comunque l’Italia che resiste, perché ogni volta che vediamo una maglia azzurra – popolo di tifosi e forse non di sportivi – siamo incapaci di non tifare.
Il primo strappo del circuito preso d’assalto dai tifosi: il percorso di Zurigo era duro e veloce, obbligatorio stare davantiIl primo strappo del circuito preso d’assalto dai tifosi: il percorso di Zurigo era duro e veloce, obbligatorio stare davanti
Blackout ai meno 65
Il mondiale di ieri ha fotografato un modo di essere e una serie di spiegazioni che non bastano per raccontare come mai i nostri siano spariti dalla corsa negli ultimi 65 chilometri. Forse sono mancate le gambe, come ha detto Bennati. Forse è mancata lucidità, come appare sempre di più ragionandoci sopra. Ma forse è mancata anche la rabbia.
L’obiettivo era correre davanti, restare concentrati per evitare di inseguire. Quando Pogacar ha attaccato, il solo ad accorgersene è stato Bagioli, che è partito seguendo l’istinto, senza rendersi conto di andare incontro a fine sicura. Gliene facciamo una colpa? Andrea arriva da un periodo non facile e avere l’istinto di rispondere a quell’attacco era il segnale di cui forse aveva bisogno. Anche se probabilmente, come tanti gli hanno detto, si è trattato oggettivamente di una mossa suicida.
Non si può puntare più di tanto il dito su Tiberi, portato perché facesse esperienza e non miracoli. Chiaro che le attese fossero elevate almeno quanto il suo distacco al traguardo, ma il primo mondiale e la seconda corsa in linea di stagione sono bocconi da masticare con attenzione. Bennati lo ha portato anche in vista del prossimo mondiale in Rwanda che chiamerà allo scoperto gli uomini dei Giri. Lo stesso Antonio ha ammesso che la Bahrain Victorious vuole fare di lui un uomo da corse a tappe, ma perché escluderlo a priori dalle classiche?
Cattaneo era da solo nella prima fuga importante, su cui si sono riportati Tratnik e PogacarBagioli ha seguito Pogacar: ha seguito l’istinto, è stato un gesto incauto e sicuramente anche una grande lezioneCiccone ha provato un paio di scatti molto forti, che lo hanno svuotatoCattaneo era da solo nella prima fuga importante, su cui si sono riportati Tratnik e PogacarBagioli ha seguito Pogacar: ha seguitlo l’istinto, è stato un gesto incauto e sicuramente anche una grande lezioneCiccone ha provato un paio di scatti molto forti, che lo hanno svuotato
La testa e le gambe
Mathieu Van der Poel ha usato la testa. E al di là dell’aver pensato che Pogacar si stesse suicidando, ha ritenuto più opportuno non seguirlo. Per non finire come lui fuori dai giochi o più in generale per non bruciare le sue chance di centrare una medaglia su un percorso che sembrava escluderlo da ogni gioco. L’olandese è venuto al mondiale con un obiettivo chiaro: conquistare una medaglia. Sapeva che non avrebbe vinto, ma che una medaglia sarebbe stata lo stimolo per prepararsi e stringere i denti. Con quale obiettivo sono venuti gli azzurri a Zurigo?
Bennati ha parlato della volontà di fare una corsa dignitosaper rispetto dei tifosi e dell’Italia. E allora viene da chiedersi se non sarebbe stato più saggio lasciar andare il re del mondo, concedendo ad altri l’onore di inseguirlo e cercando di rimanere nel gruppetto che si è giocato le medaglie alle sue spalle. Ma questo lo fai se davvero stai davanti, concentrato e pronto a entrare nelle azioni. Se sei capace di prendere decisioni, senza che qualcuno te le suggerisca. Perché in una corsa senza radio, non si può aspettare un giro per arrivare al box e avere indicazioni. Per certi versi è davvero sembrato di vedere la corsa degli juniores agli europei di Hasselt, al termine della quale il cittì Salvoldi esplosecondannando il loro modo di correre attendista tutto italiano.
Il gruppo alle spalle di Pogacar: il nostro obiettivo poteva essere farne parte?Il gruppo alle spalle di Pogacar: il nostro obiettivo poteva essere farne parte?
La lezione di Aleotti
Verrebbe da dire, cercando un facile alibi, che i nostri sono talmente poco abituati a correre da leader, che nella prima occasione in cui possono, non sanno come fare. Potrebbe essere una tesi sostenibile, seppure la storia racconti di corridori che nelle rare occasioni di libertà hanno lasciato il segno. Che non significa per forza vincere, ma correre in modo aggressivo, rimarcando la propria presenza.
Ci viene da fare l’esempio dell’unico corridore rimasto fuori dalla selezione azzurra. Non significa necessariamente che avrebbe fatto meglio, il finale non sarebbe cambiato, ma forse ci avrebbe provato. Stiamo parlando di Giovanni Aleotti. La Red Bull-Bora lo ha preso per farne un leader, ma in attesa che diventi grande, lo ha messo accanto ai capitani. Il suo Giro accanto a Martinez e la Vuelta accanto a Roglic sono stati da incorniciare. Eppure in una delle poche corse in cui ha avuto libertà, il Giro di Slovenia, l’emiliano ha vinto. Se vuoi spazio, devi prenderlo quando te lo danno. Altrimenti se lo prende un altro.
Cornegliani, Vitelaru, Mazzone: una foto che sintetizza bene le 14 medaglie di paraciclismo ed handbike a ZurigoCornegliani, Vitelaru, Mazzone: una foto che sintetizza bene le 14 medaglie di paraciclismo ed handbike a Zurigo
Un travaso di grinta
Ieri questo non è successo. Sono stati apprezzabili (sia pure tardivi) i tentativi di Ciccone, che forse avrebbe avuto le gambe per restare in quel famoso gruppo alle spalle dell’imprendibile sloveno. Sul percorso così veloce e duro, in cui nessuno è mai riuscito a guadagnare più di pochi spiccioli, i 45 secondi del suo vantaggio erano pesanti come minuti a palate.
Ce ne andiamo da Zurigo con gli occhi pieni di Pogacar e con l’angoscia per la morte di Muriel Furrer. Con le medaglie della crono. L’oro strepitoso di Lorenzo Finn e il bronzo indomito di Elisa Longo Borghini. Con i passaggi a vuoto degli U23 che ricordano quelli dei pro’. E con le belle vittorie e le medaglie del paraciclismo. E forse verrebbe da suggerire alla Federazione di organizzare un ritiro che metta insieme ciclisti, paraciclisti ed handbiker. Forse confrontarsi, ascoltare e capire potrebbe favorire il travaso della grinta che ieri in alcuni potrebbe essere mancata. Perché ne siamo certi: la nostra Italia vale più di così.
ZURIGO (Svizzera) – Difficile trovare qualcosa da dire su un mondiale in cui le maglie azzurre sono rimaste puntini inquadrati da lontano e sempre nelle retrovie. Tre volte qualcuno si è affacciato alla finestra. Cattaneo, entrando in una bella fuga. Bagioli, rispondendo a Pogacar e sacrificando in quel gesto ogni chance residua. Ciccone, con due tentativi di allungo. Poi, quando mancavano corca 65 chilometri all’arrivo, dei nostri si sono perse le notizie. Bennati parla ai piedi del pullman Vittoria che accoglie gli azzurri al traguardo. E’ appena salito e ne è sceso dopo pochi minuti, non è riuscito certo ad approfondire con tutti il perché di questa prestazione. Per cui parla con il freno tirato, anche se c’è persino poco da dire.
«In macchina non abbiamo quasi visto niente – dice Bennati – faccio fatica a dare una valutazione su alcune situazioni di gara. Però credo che in certi momenti sia solamente una questione di gambe. Se nel gruppo alle spalle di Pogacar poteva esserci uno dei nostri? Magari qualcuno sì, ma c’è poco da girarci intorno, nel senso che quando non hai le gambe puoi fare solo quello che siamo riusciti a fare oggi».
Cattaneo si è infilato in una bella fuga, anche se i primi a muoversi dovevano essere Zana e RotaCattaneo si è infilato in una bella fuga, anche se i primi a muoversi dovevano essere Zana e Rota
Tu ti aspettavi qualcosa di più?
Ovviamente sì. Non si partiva con l’intenzione di spaccare il mondo, questo penso che sia sacrosanto. Però mi aspettavo di fare una gara sicuramente più dignitosa. Non per me, ma per i tifosi, per l’Italia. Noi qui siamo l’Italia! Poi ovviamente qualcuno ha fatto bene. Cattaneo. Lo stesso Bagioli ha fatto un’azione un po’ scellerata. Ha fatto un grande fuorigiri. A quel punto poteva sperare di arrivare il più lontano possibile, ma io non ho parlato con nessuno. Parlo prima con voi che con i corridori, non sarebbe giusto esprimere altre valutazioni.
C’era una consegna di seguire Pogacar a uomo? Toccava a Bagioli seguirlo?
Anche qui le parole le porta via il vento. Nel senso che quando si muove Pogacar, al mondo non c’è nessuno che riesce a stargli dietro. Lo hanno dimostrato quelli che ci hanno provato per pochi chilometri o per pochi metri. Non c’è nessuno al mondo che può stare con Pogacar, quindi ai miei corridori non ho consigliato di andargli dietro. L’obiettivo era quello di fare una gara dignitosa e se c’erano le possibilità di anticipare. Cattaneo si è infilato in una buona azione. Sulla carta, i primi due che dovevano muoversi erano Zana e Rota. Zana purtroppo ha avuto un problema meccanico. Abbiamo cambiato la ruota e ha dovuto inseguire per mezzo giro e ovviamente non poteva essere in quell’azione. Sto parlando per quel poco che sono riuscito a vedere, però ovviamente in termini di prestazione c’è poco da dire.
Bennati con Frigo, ragionando con la riserva azzurra dopo la corsaBennati con Frigo, ragionando con la riserva azzurra dopo la corsa
Infatti quello che ha colpito è stato non vedere più l’Italia negli ultimi 65 chilometri del mondiale.
Ovviamente sapevamo che Pogacar, Evenepoel e Van Der Poel sono di un altro livello. Evidentemente però dobbiamo anche ragionare sul fatto che ci sono anche altri corridori a un livello superiore al nostro. Sto dicendo delle cose a caldo, l’obiettivo era sicuramente di fare una gara molto più dignitosa di quella che è stata fatta. Le giornate no possono capitare. Ovviamente sarò il primo a farmi l’esame di coscienza.
Parli delle tue convocazioni?
In realtà ancora oggi continuo a non vedere una squadra B rispetto a quella che ho selezionato. Non vedo qualcuno lasciato a casa che potesse essere là davanti a giocarsi questo mondiale. Ad oggi questa è la mia opinione. Nei mondiali precedenti, siamo stati di più in corsa. Siamo stati protagonisti, infatti uno degli obiettivi che ci siamo prefissati era che lo fossimo nuovamente, indipendentemente dal risultato.
Quelle di Ciccone sono state le ultime fiammate azzurre nel mondiale di ZurigoQuelle di Ciccone sono state le ultime fiammate azzurre nel mondiale di Zurigo
L’anno prossimo si vota. Altri tecnici hanno fatto capire con i loro discorsi che la chiusura del triennio è comunque un passaggio importante, come immagini il tuo futuro?
Ho voluto arrivare a questo mondiale facendo il mio lavoro al 110 per cento, con la massima dedizione, come ho fatto dal primo giorno. Da domani si tirerà una linea e poi avrò tempo sicuramente per parlare anche con la Federazione. Non ho ancora parlato del futuro e ragionerò anche su quello che saranno i miei pensieri. Se ci saranno le condizioni, che non sono le condizioni economiche ma le condizioni di progetto, allora si potrebbe anche ragionare di andare avanti.
Non è stato un anno facile per Bennati, a prescindere dalle responsabilità dei singoli. Poco prima di iniziare ad allestire la mini-squadra dei tre che avrebbero corso alle Olimpiadi di Parigi, ha scoperto che non avrebbe potuto convocare Milan né Ganna. Poi gli è stato detto che uno dei tre posti sarebbe stato assegnato a Viviani. Ha fatto buon viso e la sua lealtà alla causa della pista ha fatto sì che Elia potesse vincere la sua medaglia. Avrebbe voluto Ganna agli europei per tirare una grande volata a Milan, forse lo avrebbe voluto anche Jonathan. Ma Pippo ha saltato l’impegno dovendo recuperare per il mondiale e c’è riuscito mirabilmente con due settimane di lavoro. Mentre ad Hasselt, nello sprint che in teoria era solo da vincere, la squadra ha gestito il finale in modo diverso rispetto a quanto si era concordato. Cosa avessero deciso per Zurigo resta nel chiuso del pullman, forse però qualcosa non è andata come avrebbe dovuto. Il resto sarà un raccontare la vittoria di Pogacar, che coprirà tutto e arriverà davvero a breve. Passerà alla storia come il mondiale dei suoi 100 chilometri di fuga e non come quello di Ciccone, primo azzurro al traguardo in 25ª posizione a 6’36” dal vincitore.
Contatto con Damilano, diesse piemontese. Propone di organizzare gare quando non ce ne sono. E la Federazione ha sbagliato con la riforma delle regionali
OPFIKON (Svizzera) – Ulissi e Lorenzo Finn si sono incrociati nella sera della vittoria del genovese nel mondiale juniores (in apertura immagine da video Lello Ferrara/FCI). Era dal 2007, appunto dalla seconda vittoria iridata di Diego che l’Italia non conquistava quella maglia ed è parso a chi c’era una singolare coincidenza.
«Le cose non avvengono per caso – sorride il livornese – penso di avergli portato anche bene a Lorenzo, visto che sono arrivato la sera stessa. Lo sapevo di essere l’ultimo ad aver vinto il mondiale juniores. L’altro giorno con i ragazzi ci siamo collegati per vedere la gara e mi sono reso conto di quanto tempo sia passato. Se riguardo quelle foto, eravamo proprio dei bimbetti. Acerbi sotto tanti aspetti e consapevoli che dovevamo affrontare ancora tanta gavetta prima di affacciarci al professionismo ed essere competitivi. Adesso gli juniores più validi vengono presi e messi nelle squadre satellite. E già a 19 anni corrono già tra i professionisti. Lo vedo bene alla UAE. Maturano molto più velocemente, anche fisicamente, e sono subito pronti a vincere».
Ulissi corse il primo mondiale nel 2012 a Valkenburg. Eccolo sul Cauberg a ruota di ContadorUlissi corse il primo mondiale nel 2012 a Valkenburg. Eccolo sul Cauberg a ruota di Contador
Fa quasi strano sentire parlare così questo ragazzo di 35 anni, conosciuto quando era anche lui uno junior. Nelle sue gambe ci sono 15 anni di professionismo, nel suo sguardo tante storie ancora da raccontare. Bennati lo ha portato al mondiale confidando nella sua esperienza, vedendo in lui un leader e un ispiratore per la banda dei ragazzi di cui è composta la nostra nazionale qui ai mondiali di Zurigo 2024.
E’ arrivato il mondiale. Cosa ti è parso del circuito dopo averlo assaggiato?
E’ un circuito parecchio esigente, mi sembra. Soprattutto la prima parte, subito dopo l’arrivo, con lo strappo e poi subito la seconda salita. Sono almeno 12-13 minuti di sforzo pieno e poi dopo ci sono altri strappi dopo le discese, che sicuramente allungheranno il gruppo e metteranno sicuramente in difficoltà.
Bennati dice di aver trovato un Ulissi molto più solido di altre volte in passato, in cui al mondiale eri fra i primi a doversi muovere.
E’ normale che dopo dieci, quindici anni si maturi e si abbia più esperienza. Soprattutto a 35 anni, in una squadra così giovane, sicuramente posso cercare di aiutarli e di dare qualche consiglio utile. Fisicamente mi sento ancora bene, quindi penso di poter essere di grande supporto per la nazionale.
Fra i debuttanti della nazionale di Bennati al mondiale, anche un Mattia Cattaneo in grande forma e compagno di Ulissi alla LampreAnche Zana correrà per la prima volta il mondiale, dopo essere stato riserva nel 2022Fra i debuttanti al mondiale, anche un Mattia Cattaneo in grande forma e compagno di Ulissi alla LampreAnche Zana correrà per la prima volta il mondiale, dopo essere stato riserva nel 2022
Quale può essere il tuo ruolo in una corsa così?
Sicuramente avremo due o tre corridori che attenderanno di più il finale. E poi corridori come me e altri magari con cui dovremo cercare di anticipare per entrare in qualche azione importante.
Conosci bene Pogacar, lo hai aiutato anche a vincere belle corse, la domanda che tutti si fanno è se si possa batterlo.
Ho sentito i vari ragionamenti sulle tattiche e sul provare ad anticiparlo.Ma Tadej quando sta bene è imprevedibile, magari è lui che anticipa tutti. Se capisce che ci sono troppe nazionali che lo possono attaccare, potrebbe partire anche da molto lontano. E’ il corridore più forte al mondo, su un percorso che penso gli piaccia in particolar modo. Però noi sicuramente dobbiamo fare la nostra gara, non guarderemo tanto quello che fa lui e vediamo tutti insieme di riuscire a fare bene.
Da corridore a corridore, c’è qualche spia del fatto che lui possa essere in difficoltà oppure è il classico avversario illeggibile?
E’ illeggibile. Penso che cercherà di controllare la prima parte di gara con gli uomini che ha. Non dimentichiamo che ha due compagni di squadra come Tratnik e Novak che sicuramente nelle fasi più calde saranno lì e potranno aiutarlo. Poi quando lui trova l’occasione per attaccare, che manchi tanto o poco, di certo non aspetterà troppo.
Sanremo 2022, Ulissi e Pogacar alla sua ruota: Diego ha lavorato spesso per lanciare lo slovenoSanremo 2022, Ulissi e Pogacar alla sua ruota: Diego ha lavorato spesso per lanciare lo sloveno
Ti sei mai immaginato a braccia alzate sull’arrivo di questo mondiale?
No. Alla fine ho 35 anni, bisogna essere obiettivi nelle cose. Sto bene, cerco di fare un grande mondiale da protagonista, però sono consapevole che ci sono corridori che ora come ora hanno tante marce in più. L’hanno dimostrato tutto l’anno. Come ho già detto tante volte, sono soddisfatto della carriera che ho fatto. Di campioni ce ne sono realmente pochi, si contano su una mano, però penso di aver fatto ottime cose e sono soddisfatto di ognuna.
Stai già pensando al prossimo anno con l’Astana?
Sto pensando al mondiale, sono concentratissimo. Quindi penserò a finire la stagione con la maglia della UAE Emirates. E poi, solo alla fine, inizierò a pensare alla nuova vita che mi attende.
E’ stata una Paralimpiade atipica per Fabrizio Di Somma. Dopo i trascorsi da protagonista con due medaglie (1 argento e 2 bronzi) a Sydney 2000 come guida di Silvana Valente, due titoli iridati e svariati podi di Coppa del mondo, seguiti da dodici anni da tecnico (dal 2010 al 2021) del paraciclismo azzurro, questa volta ha seguito la rassegna di Parigi 2024 da spettatore.
Non gli manca però la voglia di dire la sua su quello che ha visto da osservatore esterno dopo che ha dovuto lasciare l’incarico al termine dell’avventura di Tokyo. Pare che alla base ci sia stata anche una lettera scritta dagli atleti alla Federazione, che ha poi contribuito al cambio al timone della nazionale paralimpica italiana, affidata a Pierpaolo Addesi e Silvano Perusini.
Di Somma ha vissuto per 12 anni la nazionale paralimpica accanti a Valentini. Qui con Alex Zanardi (foto FCI)Di Somma ha vissuto per 12 anni la nazionale paralimpica accanti a Valentini. Qui con Alex Zanardi (foto FCI)
Fabrizio, come hai seguito ai Giochi?
In parte alla tv. Non sono riuscito a seguire proprio tutte le gare, ma ho studiato a fondo i risultati finali, conoscendo tutti gli interpreti. Però diverse cose non mi sono piaciute, come ad esempio la scelta di far arrivare le gare olimpiche nel cuore di Parigi e quelle paralimpiche nei sobborghi, con pochissimo pubblico.
Altre cose che hanno colpito il tecnico Di Somma?
Ho visto che sono usciti molti commenti riguardo alle classificazioni. Fermo restando che nel paraciclismo non verrà raggiunta mai la perfezione, bisogna rendersi conto che non si può più aumentare il numero delle gare perché diminuirebbe l’interesse del pubblico. Ma non è solo questo…
A cosa ti riferisci?
Con l’aumento del numero degli atleti rispetto alle edizioni passate, c’è stata una rivoluzione soprattutto dal basso. Rispetto a Coppe del mondo e mondiali però si è scelto di privilegiare le Nazioni piccole, dando slot a Paesi in via di sviluppo. Così sono state eliminate le possibilità di inserimento per tutti i cosiddetti outsider delle grandi Nazioni, ovvero gli atleti che durante la stagione oscillavano tra il 5° e l’8° posto nelle gare internazionali. In questo modo, le Nazioni forti hanno portato soltanto atleti da podio, lasciando a casa coloro che potevano almeno insidiare le posizioni da medaglie. Mancando gli atleti di mezzo, molte gare avevano un andamento prevedibile e risultavano meno appetibili di quelle di Coppa del mondo. Secondo me, c’è stato meno spettacolo rispetto a Rio 2016 e Tokyo 2020 e l’Ipc dovrebbe fare qualcosa per invertire la rotta.
Mirko Testa è stato campione del mondo 2023 nella categoria H3, a Parigi ha conquistato il bronzo (foto FCI)Mirko Testa è stato campione del mondo 2023 nella categoria H3, a Parigi ha conquistato il bronzo (foto FCI)
Sulla nazionale azzurra, che ha eguagliato il bottino su strada di Tokyo e aggiunto un bronzo in pista, cosa ti senti di aggiungere?
Quello che mi è saltato agli occhi della spedizione italiana è che le medaglie sono state prese tutte da atleti che facevano già parte della nazionale con lo staff precedente o comunque erano nell’orbita. Già dal primo raduno post Covid, ad esempio, avevamo messo gli occhi su Mirko Testa, che si era messo in luce nelle gare del Giro d’Italia in handbike, ma non aveva fatto in tempo ad entrare per Tokyo. Come Martini Pini, che addirittura fece il mondiale pre-paralimpico del 2021.
Però la coppia Bernard-Plebani è stata un’intuizione del nuovo staff…
Lorenzo l’abbiamo contattato noi per primi, il 21 settembre 2021, chiedete anche a lui per conferma. Aveva fatto una prova sui rulli e poi un’uscita con Riccardo Panizza, al quale aveva assistito anche Fabio Triboli. In pratica, avevamo scovato pure lui, mentre ovviamente non potevamo pensare a Plebani perché fino al 2021 faceva ancora attività tra i normodotati. Quindi fino al 2022 non avrebbe potuto avvicinarsi al settore paralimpico.
Insomma, contesti la paternità delle medaglie?
Rispetto alle dichiarazioni rilasciate al vostro sito e ad altri media, voglio sottolineare che non si tratta di nessuna medaglia proveniente da nuovi interpreti. Tutti gli atleti erano già monitorati, appunto con l’unica eccezione di Bernard, che però appena due settimane dopo i Giochi di Tokyo, stavamo già cominciando a seguire. Mi sarei aspettato dalla nuova gestione un ringraziamento a chi aveva gettato le basi negli anni precedenti.
Bernard (a sinistra) guidato da Plebani ha colto il bronzo nell’inseguimento: Di Somma ricorda di averlo testato per primo nel ciclismo (foto FCI)Bernard (a sinistra) guidato da Plebani ha colto il bronzo nell’inseguimento: Di Somma ricorda di averlo testato per primo nel ciclismo (foto FCI)
Di che cosa ti occupi ora?
Sto traghettando una piccola squadra under 23 abruzzese, la Asd Avezzano. Abbiamo un accordo fino a fine stagione, faccio un po’ di attività con loro come direttore sportivo e sono felice di essere tornato in ammiraglia
Ti manca il settore paralimpico?
Molto, ho fatto 5 Paralimpiadi e vorrei farne ancora in futuro. Ma tante cose dette negli ultimi mesi mi hanno dato fastidio, soprattutto certe dichiarazioni. Non mi aspettavo che si tirasse in ballo persino la vittoria del team relay a Tokyo.
Che cosa ti ha infastidito?
Sentir dire che in Giappone è stato un oro fortuito, riferendosi penso alla caduta del francese. Forse bisognerebbe ricordare che dall’argento di Londra 2012 a Brands Hatch, l’Italia ha perso pochissime gare di team relay tra tutte le competizioni mondiali e di Coppa del mondo. Al contrario abbiamo vinto i Giochi sia a Rio 2016 sia a Tokyo 2020. Invece, di fatto, dopo il Giappone, il trend è decisamente cambiato e a Parigi l’Italia ha vinto l’argento in una gara con appena 5 squadre, di cui due erano Brasile e Thailandia, che hanno sempre viaggiato a diversi minuti da noi. Mi aggancio a questo per segnalare che per portare Mestroni, impiegato in questa prova, hanno lasciato a casa Andrea Tarlao. Quest’ultimo avrebbe potuto gareggiare nell’inseguimento su pista e nella cronometro, dove la concorrenza era sì molto forte, ma poi andare a caccia di una medaglia nella prova in linea su strada, in cui è già stato campione del mondo. In virtù di questa situazione, sarebbe stato giusto prediligere un’altra nostra icona del movimento che stava per dare l’addio.
Porcellato, classe 1970, fra sci e ciclismo ha conquistato 2 ori, 3 argenti e 6 bronzi paralimpici. Per Di Somma, meritava Parigi (foto Coni)Porcellato, classe 1970, fra sci e ciclismo ha conquistato 2 ori, 3 argenti e 6 bronzi paralimpici. Per Di Somma, meritava Parigi (foto Coni)
Ti riferisci a Francesca Porcellato?
Proprio lei. In una gara dove il secondo posto, o comunque il podio erano quasi assicurati, lasciarla fuori dal team relay e negarle l’ultima medaglia di una carriera stellare dopo quella sfumata a livello individuale in una situazione molto svantaggiosa (classi accorpate tra H1 e H4; ndr) non è stato un bel gesto. Francesca meritava quella possibilità. Aggiungo ancora una cosa: non è giusto che una Federazione scelga dei tecnici che devono ancora accumulare esperienza paralimpica e lo debbano fare sulle spalle dei corridori della nazionale. Ho sentito parlare di problemi coi criteri di selezione che menzionava Perusini, ma quelli sono sempre stabiliti dall’Ipc all’inizio del quadriennio e mai cambiati. Nel nostro gruppo di lavoro con a capo Valentini, io e agli altri collaboratori ci occupavamo di questo nello specifico. E sapevamo già all’inizio del quadriennio, purtroppo, chi non avrebbe potuto fare i Giochi, pure vincendo medaglie ai mondiali.
La pista paralimpica azzurra è appena nata e già lancia bei segnali. I tandem puntano in alto. Si lavora su tecnica e affinità, con ampi margini di crescita
A gennaio, Elena Bissolati ha lasciato il gruppo di Quaranta e ha accettato l'invito di Perusini. Obiettivo Paralimpiadi, con una gran voglia di divertirsi
Sembra passato un secolo, ma le Olimpiadi si sono chiuse appena da una settimana. Ci saranno ancora storie e approfondimenti, questo però è il momento di fare il punto con Roberto Amadio, team manager della nazionale. I Giochi di Tokyo dell’Italia andarono in archivio con l’oro del quartetto e i bronzi di Viviani nell’omnium ed Elisa Longo Borghini nella gara su strada. Tre anni dopo, Parigi ha portato l’oro di Consonni-Guazzini nella madison, l’argento di Ganna nella crono e quello di Consonni-Viviani nella madison e il bronzo del quartetto. Non ai livelli di Atlanta, ma un bel passo avanti: un allargamento delle medaglie, la presenza del settore velocità e qualche passo indietro su cui ragionare.
La prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella cronoLa prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella crono
Amadio, quanto è stato difficile organizzare e mettere insieme tutto quello che serve per un’Olimpiade?
La differenza rispetto a un mondiale, anche se già Glasgow era stato un bel test, è che hai tutte le specialità concentrate nelle stesse due settimane. Quindi devi conciliare le richieste dei vari settori e dei tecnici. Però con l’aiuto del CONI, che ci è stato molto vicino, è andato tutto bene.
Bene in tutti i settori?
Ho visto miglioramenti. Poco fa parlavo con Ghirotto del quarto posto di Braidot nella mountain bike, che ci sta un po’ stretto a causa della foratura nel momento cruciale dell’attacco di Pidcock. Quella poteva essere una medaglia. Nella BMX Race siamo arrivati in semifinale con il nono posto, che conferma che la scelta di Bertagnoli sia stata giusta, come pure l’avvicinamento e il modo in cui abbiamo lavorato. Nella crono, Ganna è sicuramente uno dei migliori atleti al mondo, però non è mai facile fare il giusto avvicinamento, programmarla e arrivare giusti. Poi la pista ci ha dato tante soddisfazioni e devo dire che abbiamo ottenuto dei risultati importanti. In altre specialità forse si poteva fare qualcosa in più, però considerando tutto, direi che è andata molto bene.
Braidot ha colto il quarto posto nell’XC maschile, autore di un grande recupero dopo la foraturaPietro Bertagnoli ha conquistato la semifinale nella BMX Race, cogliendo il 9° posto finaleBraidot ha colto il quarto posto nell’XC, autore di un grande recupero dopo la foraturaPietro Bertagnoli ha conquistato la semifinale nella BMX Race, cogliendo il 9° posto finale
Durante gli ultimi due anni si è visto che tutti i settori hanno collaborato con il team performance di Diego Bragato.
Stavo arrivando proprio lì. E’ un tipo di lavoro che abbiamo esteso a tutti e ha permesso di seguire una certa programmazione, un certo tipo di allenamenti e di preparazione atletica, non solo limitati alla bici. Come si è visto dai risultati, anche le altre nazionali hanno lavorato così. Per arrivare a questi risultati, a certi tempi, non puoi tralasciare assolutamente niente. Devi crescere sui materiali, sulla preparazione, sull’alimentazione e anche sull’aspetto psicologico. Insomma abbiamo curato ogni dettaglio. In più c’è stato scambio di programmi e idee, che secondo me è positivo per la crescita dei vari settori.
Marco Villa ha espresso il desiderio di una squadra italiana in cui i ragazzi italiani possano essere valorizzati nel modo giusto. E’ un auspicio oppure un progetto?
Diciamo che sta diventando una necessità. Strada e pista possono andare a braccetto e lo abbiamo dimostrato. Anzi, il lavoro su pista va a beneficio della strada e viceversa. Purtroppo in Italia, ma anche nelle squadre, si dà priorità alla strada e anche gli atleti a questo punto vedono solo quel tipo di sbocco. Invece secondo me se ci fosse una squadra italiana di un certo livello, non sarebbe utile solo a Villa, ma a tutto il movimento. Dobbiamo ricreare una mentalità vincente nei nostri atleti. Il fatto che i migliori siano sparsi nelle varie squadre WorldTour e purtroppo siano quasi sempre sacrificati a favore di altri capitani fa perdere quell’attitudine. E di riflesso nelle competizioni internazionali, ci troviamo spesso in difficoltà.
Villa, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italianoVilla, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italiano
E’ necessario e sta diventando un progetto, oppure è necessario ma rimarrà un auspicio?
E’ necessario e ce lo diciamo da anni, ma i progetti non sono facili, perché comunque ci vogliono molti soldi. Serve anche un percorso per arrivare a una squadra WorldTour. Anche se avessi i soldi subito, la licenza non arriverebbe automaticamente. Forse c’è bisogno anche di un intervento politico e non solo per il ciclismo. Tutti gli sport professionistici in Italia sono in difficoltà a livello di sponsorizzazioni. Quindi sarebbe opportuno avere una squadra di matrice nazionale che dia la possibilità di supportare i nostri ragazzi affinché facciano l’attività che meritano. Vediamo se potrà nascere qualcosa.
Gli australiani hanno polverizzato il record del quartetto, noi siamo peggiorati rispetto a Tokyo.
Villa ha parlato con i tecnici australiani. Per fare 3’40” devi allenarti assieme a lungo e fare un certo percorso. Loro sono stati insieme per dieci settimane, quindi più di due mesi a preparare solo la pista. Il nostro quartetto maschile è riuscito a farlo per una quindicina di giorni e il problema viene fuori anche con le donne. Anzi, forse è stato più complicato che con gli uomini. Anche quel quarto posto ci sta stretto. Al di là dell’incidente che ha avuto la Balsamo, che è stata bravissima a recuperare ed essere presente, quello è un quartetto che poteva puntare tranquillamente al podio.
Il quartetto donne è giovane, si è fermato al quarto posto, ma può andare a Los Angeles con ambizioni ben superioriPerché il quartetto uomini è andato meno che a Tokyo? Per Amadio per il meno tempo avuto a disposizioneIl quartetto donne è giovane, si è fermato al quarto posto, ma può andare a Los Angeles con ambizioni ben superioriPerché il quartetto uomini è andato meno che a Tokyo? Per Amadio per il meno tempo avuto a disposizione
Si va avanti ancora con il gruppo della Valcar. Tolte Paternoster e Fidanza, le altre ragazze di Parigi venivano tutte dalla stessa squadra che permetteva loro di lavorare in sintonia fra strada e pista.
Ed è l’esempio perfetto di cosa significherebbe avere una squadra italiana costruita in questo modo. Fino a quando erano tutte in una squadra che collaborava con la Federazione, c’era un percorso condiviso. Lavoravano su pista e ugualmente su strada vincevano corse a livello internazionale. Poi con l’esplosione del WorldTour femminile, perché davvero è stata un’esplosione, le cose sono cambiate di colpo. Dobbiamo arrivare ad avere un team, sia uomini sia donne, che possa raggruppare tutte le nostre migliori. Come accade in diverse strutture WorldTour europee.
Perché secondo te, nonostante le bici nuove, i body nuovi e tutto quello che s’è fatto, il nostro quartetto è andato più piano che a Tokyo?
Perché non hanno lavorato come prima di Tokyo, non ne hanno avuto la possibilità. Il 3’43” che hanno fatto è un tempo di tutto rispetto, alla pari dell’Inghilterra. Pensavamo che il 3’42” dell’Australia fosse il loro massimo, invece hanno stampato un 3’40” e, se lo rifacevano, magari miglioravano ancora. Vuol dire che hanno veramente preparato questo quartetto in maniera perfetta. Per fare quei tempi, devi spingere un dente in più e quindi devi lavorare di più in palestra. Noi non l’abbiamo potuto fare, perché abbiamo tre atleti di squadre WorldTour che giustamente devono fare l’attività su strada, perché sono stipendiati dai loro team.
Aver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madisonAver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madison
Restando sulle ragazze, l’anno scorso dopo Glasgow fu necessario fermarsi e fare il punto, richiamandole a una maggior presenza. Come ti sembra che sia andata?
E’ un gruppo giovane che può benissimo arrivare a Los Angeles, con l’ambizione di essere protagonista. Lo ha dimostrato anche il quartetto americano, con Dygert e Faulkner che hanno fatto la prova su strada e subito dopo sono andate a prendersi l’oro su pista. Però anche loro hanno lavorato più di un mese e mezzo dedicandosi più alla pista che alla strada e qui torniamo al discorso di prima. L’attività su strada è sempre più intensa, il calendario femminile ormai è pari a quello maschile, ma ci sono meno atlete. C’è da parlare con le squadre di appartenenza, con i manager, con le ragazze stesse. Se hanno la volontà di arrivare a Los Angeles, bisognerà programmare un po’ meglio e avere una disponibilità maggiore per fare un quartetto da podio, perché ci sono andate vicinissime. Hanno lavorato tutti assieme veramente per pochissimi giorni. Per contro, aver fatto il Giro d’Italia ha funzionato bene per le prove di fondo come la madison, in cui le azzurre hanno dimostrato di essere superiori a tutte.
Che cosa ha rappresentato per te vedere Viviani vincere quest’ultima medaglia olimpica?
E’ un risultato importante, perché a causa del numero limitato di atleti, abbiamo dovuto fare delle scelte forti. Con un atleta in meno a disposizione, significava che i quattro del quartetto avrebbero dovuto fare tutte le prove di endurance, quindi anche l’omnium e la madison. Avrebbe significato lasciare fuori un corridore come Viviani, che nelle ultime due Olimpiadi aveva già dato un oro e un bronzo nell’omnium. Conoscendo la sua professionalità e grazie anche a Bennati che ha capito la nostra richiesta, l’operazione ci ha dato ragione. Che Elia avesse la gamba si era visto anche nell’omnium e nella madison ha tirato fuori veramente il massimo. Anche Consonni è stato bravissimo, perché ripartire dopo la caduta e tenere quei ritmi non era facile. Consideriamo che l’americana è stata corsa oltre i 60 di media per 50 chilometri!
Viviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di garaViviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di gara
Peccato per la caduta…
A quelle velocità, Elia ha fatto quattro giri da solo a tutta. Subito dopo, a cinque giri dalla fine, ha fatto un grande recupero, rimettendosi in gioco per la volata finale. Però bisogna anche dire che Leitao e Oliveira sono andati fortissimo, hanno fatto un finale veramente incredibile. Forse nel caos della caduta, abbiamo perso di vista la situazione dei punti. Non si è capito che i portoghesi stessero recuperando in modo importante e perdere a quel punto il filo della corsa è stato fatale. Però i nostri sono stati bravissimi. Elia ha corso in maniera impeccabile, una madison da maestro. Meritava un gran finale come quello.
Dovrebbe fermarsi tutto, in realtà non si ferma niente. Mentre a Parigi si svolgono le Olimpiadi, il resto dello sport continua con le sue date. La Formula Uno ha girato a Spa, il tennis ha giocato a Kitzbuhel e lo stesso ciclismo ha corso fra il Czech Tour e il Portogallo. Una volta per le Olimpiadi si prevedeva la tregua bellica, ma se adesso non si ferma neppure lo sport, come si fa a riconoscere loro la nobiltà che ne ha sempre fatto una storia a parte?
Lo sport sta cambiando irrimediabilmente pelle e finalità. Gli atleti nel mezzo sono la sua parte migliore eppure a volte sembrano il pretesto per costruire spettacoli ed eventi nel nome del guadagno. Frequentando i ciclisti, sappiamo quando il sogno olimpico sia presente nei loro discorsi. La loro rincorsa meriterebbe che tutti gli altri si fermassero per guardare. Invece nelle stesse ore in cui Evenepoel, Ganna e Van Aert si contendevano le medaglie della crono, al Czech Tour si svolgeva la tappa vinta da Gloag su Hirschi e Ulissi. Come si può pretendere la massima attenzione sull’evento che si svolge ogni quattro anni (in apertura foto Paris 2024), se non lo si tutela almeno sul piano dei calendari? In proporzione c’è più riguardo per il Tour de France.
La sfilata degli atleti sulla Senna ha allontanato i campioni dal pubblico (foto Paris 2024)Le coreografie slegate dal momento sportivo: a nostro avviso un punto debole di Parigi (foto Paris 2024)La sfilata degli atleti sulla Senna ha allontanato i campioni dal pubblico (foto Paris 2024)Le coreografie slegate dal momento sportivo: a nostro avviso un punto debole di Parigi (foto Paris 2024)
La cerimonia di apertura
La conferma di quanto stiamo dicendo si è avuta con la cerimonia inaugurale. Faccio una premessa: non sono a Parigi, quindi non sono in grado di valutare l’impatto che l’evento abbia avuto sul pubblico. Tuttavia la sensazione più netta che ne abbiamo tratto è che nel nome delle coreografie e dei messaggi che si sono voluti dare si siano fatti sparire gli atleti. Le Olimpiadi sono diventate la cassa di risonanza per temi sacrosanti, ma che nulla hanno a che vedere con l’inaugurazione del massimo evento sportivo. Forse qualcuno avrebbe potuto spiegarlo a Thomas Jolly, direttore artistico dell’evento.
La cerimonia inaugurale nello stadio è fatta di inquadrature su volti giovani ed emozionati, foto di gruppo, selfie e stupore. Chi ha potuto guardare in faccia i marinaretti a bordo dei battelli nella Senna? E poi c’è lo show, che non deve mancare, ma ha come tema le Olimpiadi. La prima volta, vidi la cerimonia inaugurale di Atlanta, l’Olimpiade del centenario. Le coreografie illustrarono quel numero 100 facendolo diventare il simbolo di una storia infinita, mentre gli atleti nel prato furono protagonisti di un momento da brividi. Stessi brividi e anche superiori, quando Muhammad Ali ricevette la fiaccola per accendere il braciere olimpico. Ero seduto accanto a Rino Tommasi, cronista del grande pugilato (e anche del tennis), che si mise a piangere. Il passaggio di testimone di Parigi è stato lento, sfoggio di grandi nomi, da Zidane in poi, senza la capacità di essere essenziali e colpire nel segno.
L’apertura di Atlanta 1996 mise insieme sport, arte ed emozioniL’apertura di Atlanta 1996 mise insieme sport, arte ed emozioni
L’attacco a Olimpia
Dovrebbe fermarsi tutto, in realtà non si ferma niente. Probabilmente sarebbe irragionevole chiedere il cessate il fuoco per guerre che prendono di mira bambini e ospedali: se non hai cuore per evitare certi accanimenti, perché dovresti fermarti per un evento sportivo?
Ci sono gli israeliani e non ci sono i russi, quantomeno non con la loro bandiera. Ci sono quelli contro Macron. C’è la grande voglia di celebrare una grandezza che zoppica anche a causa dei sabotaggi. E anche in questo caso le Olimpiadi rischiano di trasformarsi nel pretesto per rivendicazioni che nulla c’entrano con lo sport. Lo sono sempre state, in realtà, però mai come questa volta si ha la sensazione che la grande struttura a cinque cerchi sia sottoposta all’erosione da parte di forze che inesorabilmente la stanno sgretolando.
E se le scelte artistiche dell’apertura possono essere una scivolata, sul piano sportivo si è intervenuti in modo inquietante per contenere il numero degli atleti. Sono state escluse specialità di grande tradizione per inserire attività fisiche che poco hanno da spartire con lo sport. Si è deciso di far correre solo 89 ciclisti professionisti sulla distanza di 272 chilometri: dov’è il rispetto per i valori tecnici dello sport? Sarà certamente una corsa bellissima, questi ragazzi non si tirano indietro, ma potrebbe anche essere la corsa di 5-6 attaccanti nel vuoto cosmico alle loro spalle. Senza la possibilità di inseguimento. Senza i numeri per organizzare tattiche. Il CIO ha chiesto, l’UCI ha recepito perché forse il suo presidente ha mire olimpiche e ha preferito farsela andare bene.
Ganna con Malagò e il Presidente Mattarella, rimasto sotto la pioggia per tutto il tempoGanna con Malagò e il Presidente Mattarella, rimasto sotto la pioggia per tutto il tempo
In casa nostra
Per fortuna sono iniziate le gare e magari a tutto questo si potrà non pensare. Saranno due settimane bellissime. Saremo tifosi azzurri in discipline di cui poi smetteremo persino di sentir parlare. Sono le Olimpiadi, viaggio splendido fra storie struggenti. Ganna ha cominciato col piede giusto, siamo certi che altre soddisfazioni verranno. E poi anche per il ciclismo italiano sarà il tempo per guardarsi in faccia e dirsi se tutto va davvero bene.
La gestione federale ha puntato forte sulla preparazione olimpica, ma la sensazione è che le spese siano stato molto ingenti mentre le ricadute sul territorio non all’altezza. E se anche i risultati olimpici verranno usati per lanciare una nuova campagna elettorale, non dimentichiamo che la situazione qui da noi è davvero difficile. E non sarà il bagliore dell’oro a risolvere i problemi.
Dopo averla... preparata nei giorni scorsi, rileggiamo con Malori la crono di Tokyo per capire che cosa insegna. Da Roglic a Ganna, passando per Van Aert
ROMA – La sede è quella giusta. Nella Sala Giunta del Coni si ritrovano tutti i tecnici delle nostre nazionali, con il presidente Dagnoni e quelli del Coni e del Comitato paralimpico: Malagò e Pancalli. Il Tour de France è nel pieno, Ganna sta correndo il Tour of Austria, le Olimpiadi di Parigi appaiono come un traguardo vicino eppure nei discorsi e nei calcoli dei tecnici sembrano ancora lontanissime. Malagò fa il punto scherzosamente delle medaglie, con il ciclismo e l’atletica che se la giocano al filo di lana e la scherma che è irraggiungibile.
E’ anche l’occasione per grandi annunci, come quello dell’accordo di sei anni con Infront che si occuperà di collocare il brand FCI nel posto che merita sul fronte del reperimento delle risorse e dell’organizzazione di eventi. In attesa di avere altri dettagli – dato che l’annuncio colpisce, le intenzioni sono chiare, restano da capire bene il come e gli importi (il comunicato uscito a seguire resta nel vago) – si tratta di un potenziale passo in avanti che punta a raggiungere gli standard di altre federazioni.
Ecco il momento della firma del contratto tra FCI e Infront, rappresentato da Alessandro GiacominiEcco il momento della firma del contratto tra FCI e Infront, rappresentato da Alessandro Giacomini
Crono: Longo, Ganna e Bettiol
Ma questo è il giorno delle nazionali e di un primo sguardo su Parigi. E così, seguendo l’ordine del calendario delle gare, i tecnici ci guidano nelle loro scelte. Il primo è Marco Velo, il cittì delle crono.
«I tre nomi che ho scelto – dice – sono Longo Borghini per le donne, Bettiol e Ganna per gli uomini. Gli atleti hanno avuto avvicinamenti diversi, ma siamo consapevoli che andremo a Parigi al 100 per cento. Vado con aspettative alte, insomma. I ragazzi stanno bene. Ho avuto parecchie difficoltà nello scegliere le squadre femminili. Nell’ultima prova, il campionato italiano di Grosseto, avevo chiesto alle due atlete in lizza che non arrivassero a 4-5 secondi. Ma siccome le donne mi mettono sempre in difficoltà, hanno pensato di arrivare a 90 centesimi (in realtà il verdetto della strada è stato riscritto dalla Giuria a favore di Vittoria Guazzini, ndr). Alla fine però ho scelto Longo Borghini, tenendo conto anche degli impegni in pista di Guazzini»:
Ai tricolori crono delle donne, Guazzini batte Longo Borghini. A Parigi andrà la piemonteseAi tricolori crono delle donne, Guazzini batte Longo Borghini. A Parigi andrà la piemontese
Celestino e la MTB
Mirko Celestino è il cittì della mountain bike, ma nessuno dimentica i suoi trascorsi da stradista. Il ligure si è calato ottimamente nella parte e spiega con piglio.
«Sono molto soddisfatto dei risultati dei nostri ragazzi – dice – ci presentiamo a Parigi con la quota massima, con due uomini e due donne. Questo per me è un orgoglio. I ragazzi si stanno preparando veramente bene, in questo weekend correranno in Coppa del mondo. Siamo in rifinitura, si stano comportando molto bene. Le donne convocate sono Chiara Teocchi e Martina Berta e correranno il 28 luglio. Il giorno seguente toccherà a Luca Braidot e Simone Avondetto. Alcuni giorni prima della nostra partenza, a Pergine Valsugana si svolgeranno i campionati italiani».
Roberto Amadio, il cittì della BMX Tommaso Lupi e Mirko Celestino per la MTBRoberto Amadio, il cittì della BMX Tommaso Lupi e Mirko Celestino per la MTB
Bertagnoli per la BMX
La BMX è rientrata in extremis grazie a una carta olimpica arrivata quasi per il rotto della cuffia. Si vede che il cittì Tommaso Lupi non ci sta a parlare solo di fortuna, per cui le sue parole sono legate alla prestazione e alla qualità dell’atleta convocato.
«Confermo un avvicinamento molto intenso – spiega – dopo due anni duri, cercando di portare a casa più punti possibili. Abbiamo avuto qualche infortunio che non ci ha aiutato, ma siamo riusciti a confermare la wild card per un uomo, che correrà il 2-3 agosto. Ho scelto Pietro Bertagnoli, classe 1999, che ha fatto una grande finale a Verona. E’ giovane, ma ha già grande esperienza. L’ho scelto per le doti che ha dimostrato in pista e anche in chiave futura. Ha dimostrato grande tenacia, ha avuto qualche infortunio di troppo, ma l’ho visto sereno».
Alberto Bettiol sarà il faro della squadra, in cui sarà affiancato da Luca Mozzato ed Elia VivianiAlberto Bettiol sarà il faro della squadra, in cui sarà affiancato da Luca Mozzato ed Elia Viviani
Bettiol, Mozzato e Viviani
Bennati è emozionato e si capisce. Per arrivare fin qui ha dovuto sfogliare la margherita e Dio solo sa quanto sia stato complicato scegliere due nomi, dato che il terzo è stato assegnato d’ufficio dalla Federazione a Viviani.
«E’ una grande emozione – conferma – perché è la mia prima Olimpiade e la tensione va crescendo. Spero di poterla finalizzare con buon risultato. I tre atleti saranno Alberto Bettiol, Luca Mozzato ed Elia Viviani. Bettiol si è laureato da poco campione italiano, mi è piaciuto soprattutto il suo atteggiamento anche nelle gare minori. Gli avevo chiesto continuità e sta dimostrando di essere uno dei nostri corridori più rappresentativi. Sarà il faro della squadra, anche se avremo solo tre atleti. Mozzato, anche lui al Tour come Alberto, si è guadagnato la convocazione a suon di risultati, facendo secondo al Fiandre dietro Van der Poel. Su quel percorso, con Bettiol, può giocarsi una medaglia.
«Viviani invece è stato una scelta condivisa con tutta la Federazione. Il suo ruolo sarà fondamentale all’interno della prova in linea, soprattutto nella prima parte di gara per cercare di tenere gli altri fuori dai pericoli e gestire i primi 200 chilometri di una gara lunga 280. Ha tutte le caratteristiche per svolgere questo ruolo da regista in corsa. Faremo un mini raduno in Val di Fassa dal 27 al 2 agosto prima della partenza».
I presidenti del CONI e del Comitato paralimpico: Giovanni Malagò e Luca PancalliI presidenti del CONI e del Comitato paralimpico: Giovanni Malagò e Luca Pancalli
Donne al top
Sangalli è quello più esperto e se per Bennati si tratta di un debutto, il tecnico delle donne si avvia alla quarta Olimpiade.
«Ma entrando qui dentro – dice Sangalli – il cuore batte sempre più forte. Per la gara in linea ci saranno Balsamo, Cecchini, Longo Borghini e Persico. E’ una squadra forte, di riferimento a livello mondiale, infatti andiamo con il massimo delle quote. E’ una squadra preparata per qualsiasi situazione di gara. Se sarà dura, avremo Longo Borghini e Persico. Per un’eventuale volata abbiamo Elisa Balsamo, che rientra da un incidente che ha coinvolto un’altra P.O. come Sofia Bertizzolo, ed è una delle due donne più veloci al mondo.
«Elisa ha recuperato, avrà giornate altalenanti ma dopo il Giro arriverà in piena forma per affrontare la strada e la pista. Elena Cecchini sarà la regista in corsa, ruolo che svolge abitualmente nella sua squadra, che è la più forte del mondo. Vado a Parigi con ambizioni alte. Abbiamo appena concluso un raduno in quota a Passo San Pellegrino, poi correranno il Giro d’Italia e ci troveremo ancora in Val di Fassa».
Elisa Balsamo è rientrata dall’infortunio al campionato italiano. Ora è attesa dal Giro d’ItaliaElisa Balsamo è rientrata dall’infortunio al campionato italiano. Ora è attesa dal Giro d’Italia
Torna la velocità
La pista viene per ultima, ma forse è il settore da cui a Parigi ci attendiamo qualche oro, il salto doppio e la piroetta. Abbiamo tutto quello che serve per lasciare il segno. Marco Villa si vede che è uomo di campo e preferirebbe essere a Montichari con i suoi, ma adesso tocca a lui.
«Inizierei con le specialità veloci – dice – che sono la novità, grazie a Miriam Vece che in questi anni è riuscita con tenacia ad arrivare alla qualifica di Parigi. Abbiamo avuto una doppia carta olimpica, Miriam ha qualificato un’altra ragazza. La abbiamo data a una giovane, a Sara Fiorin, che ha partecipato alle qualifiche.
Nella velocità femminile, Miriam Vece ha ottenuto due pass olimpici per la velocità femminile. Con lei Sara FiorinNella velocità femminile, Miriam Vece ha ottenuto due pass olimpici per la velocità femminile. Con lei Sara Fiorin
I due quartetti
Il momento più atteso, quello dei quartetti e del settore endurance più in generale, dato che a Parigi ci saranno cinque atleti e dovranno fare tutto. La surreale programmazione del CIO ha reso le scelte e la programmazione ben più che scomoda.
«Nel settore endurance femminile – prosegue Villa – abbiamo 5 posti, grazie anche alla carta P. Verranno a Parigi Alzini, Consonni, Paternoster, Fidanza e Guazzini. A loro, come per Viviani fra gli uomini, si aggiungerà dalla strada Elisa Balsamo, grazie alla convocazione di Sangalli.
«Nel maschile il quartetto olimpico: Milan, Consonni, Lamon e Ganna, cui si aggiunge Manlio Moro che in questi giorni sta andando molto forte. Elia Viviani ci sarà grazie alla convocazione su strada e alla collaborazione della FCI, per aver considerato quello che è Elia per il settore della pista. Un vero trascinatore».
Foto ricordo per i tecnici azzurri al CONI: Addesi Villa, Sangalli, Dagnoni, Bennati, Velo, Lupi e CelestinoFoto ricordo per i tecnici azzurri al CONI: Addesi Villa, Sangalli, Bennati, Velo, Lupi e Celestino
Un programma a incastro
Proprio la pista forse sconta in questo momento la sovrapposizione dei calendari. Villa parla e non vedeva l’ora di farlo e nella sua esposizione capisci anche che razza di puzzle gigante sia far coincidere la presenza degli atleti in pista e nei ritiri.
«Con il settore maschile – prosegue Villa – abbiamo individuato delle date per la presenza in pista. Ganna è impegnato prima con la crono. Adesso sta correndo il Giro d’Austria, mentre il quartetto si sta allenando a Montichiari. Il 9-10 ci troveremo tutti. Poi Ganna farà altura fino al 17 luglio. Dal 18 al 20 luglio ci troveremo tutti, poi Filippo partirà per la crono. Fatta quella, tornerà a Montichiari, dove dal 28 al primo agosto mattina potremo allenarci bene. Ci alleniamo fino all’ultimo in Italia, visto che il programma olimpico concede un’ora e mezza al giorno in pista e mi sembra poco. Siamo un gruppo forte, non posso nasconderlo, ma abbiamo bisogno dei sincronismi necessari. Arriviamo da favoriti, non dimentichiamo però che a Tokyo abbiamo vinto per pochissimo.
«Per quanto riguarda le donne – chiude Villa – abbiamo dovuto individuare delle date. Ci sarà il Giro, cui parteciperanno in cinque. Abbiamo lavorato molto prima, la settimana prossima non ci sarà possibilità di specializzare il quartetto. Ci troveremo il 16 luglio e avremo più tempo rispetto al quartetto maschile per preparare. Il solo punto di domanda è come Elisa Balsamo uscirà dal Giro d’Italia».
Alla conferenza di Roma è presente anche Paolo Addesi, tecnico della nazionale strada paralimpici. Assente invece Silvano Perusini per la pista. A loro dedicheremo un approfondimento a parte, il semplice elenco di nomi non sarebbe sufficiente.
Dove è finito Mozzato? E' diventata la curiosità di tutti e così siamo andati a cercarlo. Lavora per Demare e per Parigi. Ed è convinto di arrivarci bene
A un certo punto bisogna dire le cose come stanno. E a chi butta fango senza approfondirle, si potrebbe dire che la situazione del ciclismo italiano di base dipende da una multiforme serie di fattori. La gestione federale che ad ora non sta spingendo sull’attività giovanile vera e propria, ma non solo quella. Con il Giro Next Gen appena partito, abbiamo sentito dire che le continental italiane e le vecchie squadre elite/U23 sono piccole realtà asfittiche senza prospettive e questo non ci sembra del tutto giusto.
C’è chi sta in piedi per miracolo, vero, ma anche chi ci riesce in cambio di sacrifici notevoli in un ambiente che da tempo gli ha voltato le spalle. Fanno quello che possono, cercando in molti casi di migliorarsi. Sono espressione di un ciclismo che ha bisogno di rifondarsi e vivono grazie a un volontariato che non sa più quale direzione prendere. Anche perché a livello nazionale nessuno ha ancora avuto la voglia, la lungimiranza e probabilmente la competenza per organizzare loro un calendario all’altezza. Sono quel che abbiamo: siamo certi che tutti lavorino per valorizzarlo?
Jakob Soderqvist ha vinto la crono inaugurale di Aosta: la prima maglia rosa parla svedese (foto Giro Next Gen)Jakob Soderqvist ha vinto la crono inaugurale di Aosta: la prima maglia rosa parla svedese (foto Giro Next Gen)
La WorldTour italiana
Andiamo anche oltre: se non ci fossero schiere di agenti che prendono giovani atleti e li portano all’estero, forse la situazione sarebbe un po’ meno difficile. Nelle squadre italiane correrebbero i migliori italiani e al Giro Next Gen magari farebbero risultato e belle figure. A quel punto, ispirati dai risultati e non dalle promesse, i manager stranieri avrebbero un valido motivo per contattarli.
Volete che non si trovassero poche squadre italiane disposte a far correre Savino, Toneatti, Sambinello, Milan, Belletta e Delle Vedove? Probabilmente li avrebbero messi al centro delle operazioni e qualcosa avrebbero potuto fare, anziché restarsene a casa in attesa del loro turno. Quando si dice che al nostro ciclismo manca la WorldTour italiana, prima di fare spallucce, si tenga conto anche di questo fattore.
Il quarto Consiglio Federale del 2024 ha approvato il bilancio consuntivo 2023, con due voti contrari e un astenuto (foto FCI)Il quarto Consiglio Federale del 2024 ha approvato il bilancio consuntivo 2023, con due voti contrari e un astenuto (foto FCI)
La Ciclismo Cup
Chi all’interno della Federazione si occupa di promuovere il ciclismo in Italia? Come vanno i tesseramenti di allievi e allieve? Dove è finita la Coppa Italia o Ciclismo Cup che dir si voglia? Perché non c’è più la formula che in Francia tiene in piedi l’attività delle squadre cosiddette minori, proponendo loro un calendario ben distribuito per tutto l’arco della stagione?
Le corse muoiono, le società chiudono, i corridori migrano. E la cosa più sensata che si trova da fare è puntare il dito verso le squadre che non fanno un’attività adeguata? Quanto investe la Federazione per riqualificare la loro attività? Qualcuno ha pensato di ridisegnare il modello del ciclismo in questo Paese, studiando, creando sinergie e magari prendendo spunto da altre federazioni (come quella del tennis) che dopo anni di sacrifici e investimenti mirati, sta ora raccogliendo frutti inimmaginabilli?
La Coupe de France è il fiore all’occhiello della Federazione francese e spinge l’attività sul territorio nazionaleLa Coupe de France è il fiore all’occhiello della Federazione francese e spinge l’attività sul territorio nazionale
I soldi dalla base
Leggendo il bilancio FCI appena approvato, si evince che sono stati spesi più di 6 milioni di euro per attività sportiva, riconducibile quasi esclusivamente al funzionamento delle nazionali. Fra le entrate, invece spiccano il contributo di Sport e Salute (intorno ai 10 milioni) e le tasse a carico dei tesserati (poco più di 18 milioni), mentre le entrate per sponsorizzazioni e pubblicità ammontano a poco più di 2 milioni di euro.
E’ un sistema in perdita che si tiene in piedi grazie ai contributi del suo popolo. Sta ai revisori dei conti dire se si debba considerarlo in equilibrio precario o rassicurante, anche se la storia federale non ha mai visto un bilancio rimandato al mittente. Ci si copre e ci si nasconde dietro tolleranze tranquillizzanti. Per cui se anche il risultato economico continua a essere poco esaltante, il fondo di dotazione minimo definito dal CONI è talmente basso da far sembrare ogni disavanzo non troppo grave. Come spiegheranno alla base, che versa così tanti soldi per tesseramento e affiliazioni (da cui vanno scalati i costi assicurativi), che le cose là sotto non vanno poi così bene?
I conti del Giro donne
Di fatto i conti della Federazione hanno subito un duro colpo anche per il pagamento della produzione televisiva del Giro donne (poco più di 700 mila euro), senza la quale sarebbe venuta meno l’inclusione nel WorldTour con il probabile passo indietro di RCS. Per forza alla presentazione del Giro Next Gen l’amministratore Paolo Bellino, con una gaffe un po’ sfrontata, ha ringraziato il presidente Dagnoni per avergli permesso di unificare l’organizzazione dei Giri d’Italia. Gli sono stati serviti su un bel piatto d’argento, senza alcun vincolo tecnico o legato alla promozione del movimento.
Alla presentazione del Giro Next Gen, da sinistra, Vegni, il ministro Abodi, Dagnoni e Paolo BellinoAlla presentazione del Giro Next Gen, da sinistra, Vegni, il ministro Abodi, Dagnoni e Paolo Bellino
Quale prospettiva?
Il trend dei conti federali è in calo. Ricostruendolo dai dati messi insieme di anno in anno, si è passati dall’attivo di 2.650.000 del 2020 (quando l’assenza di attività causa Covid permise di risparmiare parecchio) al passivo di 1.317.000 del 2023.
In tutto questo e consapevoli che non sia per niente facile mandare avanti una simile struttura, quanta fetta del budget spetta ad esempio all’organizzazione di cronometro nelle categorie giovanili, per il supporto dei Comitati regionali, per la creazione di un calendario che sia un senso alla nostra attività di base?
Si parla di 800 mila euro destinati ai Comitati e di 170 mila per l’organizzazione delle prove del Trofeo delle Regioni su Pista 2024. Hanno annunciato quasi 11.000.000 di euro in entrata “per i prossimi sei anni, a partire dal 2024, come minimo garantito per la gestione dei diritti di immagine della FCI, legati in particolare alla visibilità della maglia azzurra”. Aspettiamo la conferenza stampa e i relativi dettagli.
Quello che c’è di certo è che abbiamo una WorldTour, che è l’Italia della pista. Ad essa si destinano le risorse migliori, perché probabilmentelo scintillare di una medaglia d’oro coprirebbe quello che non si vuole mostrare. La sensazione è che si stia sfruttando ancora l’onda lunga del lavoro di Cassani. A lungo andare, questo è il modo giusto perché quelle medaglie continuino ad arrivare con regolarità o non piuttosto una gestione carpe diem, che non si cura troppo del futuro?
Cordiano Dagnoni nuovo presidente della Fci. Vince al ballottaggio contro Martinello. Decisivi i voti della Lombardia e quelli di Isetti nel ballottaggio
IL PORTALE DEDICATO AL CICLISMO PROFESSIONISTICO SI ESTENDE A TUTTI GLI APPASSIONATI DELLE DUE RUOTE:
VENITE SU BICI.STYLE
bici.STYLE è la risorsa per essere sempre aggiornati su percorsi, notizie, tecnica, hotellerie, industria e salute