L’amarezza di Hermans: il Covid non passa più

03.03.2023
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Nella carriera di Ben Hermans c’è un prima e un dopo. 36 anni, colonna dell’Israel Premier Tech dal 2018, vive dall’inizio dello scorso anno un autentico dramma, legato al covid. Parlare oggi di questa malattia riporta a tempi recenti, a un ciclismo assurdo, quello del 2020 vissuto praticamente in tre mesi, con tutte le gare ammassate su se stesse e vissute con la paura di avvicinarsi agli altri, di contrarre il maledetto virus.

In quei mesi, il belga se l’era cavata più che bene. Top 10 al Giro di Lombardia, un onorevole Tour de France lavorando per i compagni, l’anno dopo era andata ancora meglio, con vittorie al Giro dell’Appennino e al Giro di Norvegia e ben 19 Top 10 in 66 giorni di gara. Niente male per un ultratrentenne, ma poi tutto è cambiato.

Hermans, nato ad Hasselt l’8 giugno 1986, è professionista dal 2007, per lui 20 vittorie
Hermans, nato ad Hasselt l’8 giugno 1986, è professionista dal 2007, per lui 20 vittorie

Quella maledetta Valenciana…

Hermans era partito, a inizio 2022, per la Spagna correndo la Volta a la Comunitat Valenciana. Un’edizione con tanti problemi di gestione quando ancora la malattia viveva i suoi ultimi acuti. Molti vennero infettati, fra loro anche il belga. Ricovero in ospedale, cure, una ripresa lentissima e mai completata. Dopo 3 mesi, Hermans era ancora al palo: «Non è che senta ancora i sintomi veri della malattia – raccontava a Cyclinguptodate – ma sono alle prese con una stanchezza che sta diventando cronica e in queste condizioni allenarsi è molto difficile».

Sarebbe tornato in carovana solo a fine luglio, assommando appena 8 giorni di corsa senza alcuno squillo, anzi già il portarle a termine rappresentava un traguardo. Ripresa troppo veloce? A ben guardare e anche ascoltando la sua testimonianza, non si direbbe. A dir la verità però Hermans si era ripresentato in gara già alla Coppi & Bartali in marzo, una sola tappa e poi il ritiro.

Il covid ha colpito il corridore a inizio 2022. Sintomi lievi, ma pesanti strascichi presenti ancora oggi
Il covid ha colpito il corridore a inizio 2022. Sintomi lievi, ma pesanti strascichi presenti ancora oggi

Il problema della ripresa

D’altronde le esperienze accumulate portano ormai ad affermare come il Covid lasci in molti strascichi pesanti e molto dipende anche da come non solo viene affrontato nel pieno dell’infezione, ma anche dopo. Il dottor Roberto Corsetti sottolineava ad esempio, a proposito della tenuta a riposo di Sagan dopo che aveva contratto il covid, come «dopo l’evento infettivo, non è detto che tutto vada bene solo perché l’atleta non ha più la febbre. Il Covid ha portato la consapevolezza che dobbiamo stare attenti. Ci sta trasmettendo in forma ampliata delle conoscenze che avevamo già».

Corsetti raccontava il caso di una bambina impegnata nella ginnastica ritmica, che dopo aver contratto la malattia aveva un ecocardiogramma pulito, ma sotto sforzo aveva tante aritmie, causate chiaramente dal covid. Il problema della ripresa e dei postumi è da tempo argomento di discussione nell’ambiente scientifico e medico, ogni caso è a sé stante e ci si basa sulle esperienze.

Lo scorso anno il belga aveva corso in marzo alla Coppi & Bartali. Un rientro troppo anticipato
Lo scorso anno il belga aveva corso in marzo alla Coppi & Bartali. Un rientro troppo anticipato

Non funziona più niente…

Quelle di Hermans sono largamente esemplificative, ma bisogna anche andare oltre l’aspetto scientifico e guardare a quello umano, perché il belga si trova a un bivio della sua carriera. Quest’anno, in gara in un paio di corse d’un giorno e poi all’Uae Tour, non ha mai trovato il giusto colpo di pedale, ma il problema va ben oltre: «Non funziona più niente – ha confidato alle telecamere di Sporza – quel che una volta mi riusciva semplice, ora è un calvario. La salita di Jebel Jais ad esempio mi era sempre piaciuta, mi aveva visto protagonista, quest’anno non finiva mai e andavo sempre più indietro.

«Non riesco più a recuperare dagli sforzi – è stata la sua candida spiegazione – ho difficoltà a fare qualsiasi cosa. Ogni volta mi dico che migliorerà, sposto un po’ più avanti i miei obiettivi che poi non sono legati alle classifiche, ma semplicemente a sentirmi bene, a tornare quello di prima. Ma non accade mai. Mi sono ritrovato ad accontentarmi per il semplice fatto di aver concluso le prime tappe dell’Uae Tour senza soffrire troppo, diciamo che lo considero un primo passo».

Quest’anno Hermans ha fatto il suo esordio alla Marsellaise, finendo 78°
Quest’anno Hermans ha fatto il suo esordio alla Marsellaise, finendo 78°

Niente grandi giri

La squadra per ora non gli ha affidato mansioni, né un calendario di gare da seguire. Si va avanti a vista, con l’unica sicurezza di non affrontare alcun grande giro: «E come potrei? Che garanzie potrei dare? Spero di essere disponibile per qualche corsa di più giorni in primavera, di sicuro però non voglio chiudere la mia carriera così, non credo di meritarmelo».

EDITORIALE / L’Italia s’è desta, finalmente…

13.02.2023
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L’Italia s’è desta. Bettiol, Milan, Velasco, Ciccone, Consonni e Moschetti (foto di apertura) hanno riannodato subito il filo con la vittoria. Parliamo di strada pro’, ma anche la pista e le donne hanno fatto la loro parte. E ad eccezione di Milan, gli altri uscivano da periodi in chiaroscuro, fra pandemia, malanni e infortuni.

L’osservazione potrebbe non avere letture parallele, oppure significa che tutto sta tornando come prima, sia pure con più qualità. Gli squilibri degli anni Covid si stanno riducendo. Prima o poi ci renderemo conto del modo in cui il virus ha influito sullo svolgimento delle corse, al pari di quello che ha fatto con le nostre vite.

Prima vittoria 2023 per l’Italia: Bettiol vince il prologo del Tour Down Under. Il suo obiettivo è la Roubaix
Prima vittoria 2023 per l’Italia: Bettiol vince il prologo del Tour Down Under. Il suo obiettivo è la Roubaix

La nuova normalità

Ad esempio Pogacar ha deciso o qualcuno l’ha deciso per lui che non correrà il UAE Tour. Avendolo vinto negli ultimi due anni, sarebbe stato costretto a ripetersi. Ma se, come ha detto Brambilla, non combini nulla senza essere al 110 per cento, la condizione richiesta allo sloveno a febbraio sarebbe stata troppo alta. Soprattutto dovendo puntare a classiche e Tour de France.

Evenepoel è partito dall’Argentina, ma anziché giocare come nel 2020, ha preso il suo vento in faccia e pagato il conto all’inverno da campione del mondo e all’obiettivo Giro.

Vingegaard inizierà alla fine di febbraio. Ayuso anche più avanti e come lui Roglic.

Nessuno gioca più con l’alto rendimento, ad eccezione di Van der Poel e Van Aert, la cui classe però poggia sulla preparazione del cross.

La più grande lezione imparata da Pogacar al Tour dello scorso anno è che vincere è diventato impegnativo anche per lui. Lo scorso luglio Tadej ha pensato per qualche tappa di poter giocare come nel 2021, scattando e sprintando su ogni strada di Francia. Al dunque però è stato impallinato da Vingegaard, arrivato al top con precisione da cecchino.

Tour de France 2022: Pogacar detta legge fino alla 11ª tappa, poi subisce la lezione di Vingegaard
Tour de France 2022: Pogacar detta legge fino alla 11ª tappa, poi subisce la lezione di Vingegaard

Il rispetto e i professori

Tornerà tutto normale anche in Italia, certo con più qualità. Essersi fermati nei mesi del lockdown ha permesso di riscrivere le abitudini: la routine di sempre difficilmente avrebbe reso possibile cambiamenti così rapidi nell’ambito dell’alimentazione. Però è un fatto che anche in quei primi mesi del 2020 qualcuno avesse ravvisato un cambio di passo.

La metamorfosi delle categorie giovanili sta riscrivendo la storia del grande gruppo. Gli under 23 e soprattutto gli juniores lavorano con il misuratore di potenza, vanno in altura e hanno il nutrizionista. Hanno a riferimento le prestazioni dei campioni, che Strava e Velon diffondono a più non posso. E’ evidente che al passaggio tra i grandi potrà esserci attenzione per le distanze superiori, ma la capacità prestazionale è già di tutto rilievo.

Rileggendo le frasi dei corridori più esperti, è frequente trovare parole sullo scarso rispetto che vige in gruppo nei confronti degli atleti più esperti. Sembra brutto, ma di base è quello che succede in ogni contesto. Il compito di dare un ordine a tutta questa esuberanza spetta ai direttori sportivi, a quelli di personalità quantomeno. Come sta ai professori delle superiori pretendere il rispetto degli alunni, che si alzeranno in piedi al loro ingresso in classe.

Ciccone ha iniziato l’anno vincendo una tappa alla Valenciana
Ciccone ha iniziato l’anno vincendo una tappa alla Valenciana

L’Italia che riparte

A noi stanno a cuore gli italiani. Per questo siamo qui a sperare che la normalità della preparazioni in salute riesca finalmente a valorizzare corridori che avevano sempre brillato e che a causa del Covid hanno perso due anni. Si riparte da zero anche in Italia, come fossimo a gennaio 2020.

Non abbiamo l’erede di Nibali, ma nemmeno vogliamo fasciarci il capo. Come ha fatto notare Prudhomme, cosa dovrebbero dire i francesi che non vincono un Tour dal 1985, il Giro dal 1989 e la Vuelta dal 1995? Sia fra gli uomini sia fra le donne abbiamo veramente tanti atleti di talento pronti a riprendere da dove hanno dovuto interrompere. La parte più difficile per loro è stata resistere alle critiche cattive di chi commenta sui social sfogando le sue frustrazioni. Chi allena oggi Ciccone racconta di una capacità di recupero fuori dal comune, di una clamorosa potenza aerobica e di grande capacità lattacida. Non bastano questi dati per descrivere un uomo, ma pensando al fatto che Giulio negli ultimi anni ha preso il Covid a ripetizione, vogliamo vedere cosa potrà fare infilando un percorso finalmente netto?

Ci mancherà ancora Colbrelli, ma non ci stupiremmo di trovare sulle stesse strade qualcuno in grado di non farlo rimpiangere troppo a lungo. Bettiol, ad esempio. E chissà se tra i danni del Covid alla fine non si dovrà inserire anche il doloroso ritiro di Sonny.

L’infezione è guarita, Moscon può rialzare la testa

20.12.2022
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Dice Martinelli che la Bernocchi è stata la prima corsa del 2022 in cui ti sei sentito Gianni Moscon. Il trentino alza lo sguardo e dentro ci vedi il barlume di un sorriso. Uno così fai fatica a vederlo prostrato, piuttosto si indurisce. Lo abbiamo vissuto abbastanza per ricordarne le reazioni in altri momenti. Eppure il Moscon dell’ultima stagione era arreso, sulla bici e anche fuori, alle prese con un malanno per cui non si trovava la cura. Dall’inizio dell’anno, un crollo dietro l’altro. Fermo dal Fiandre al Giro di Svizzera. Ritirato dal Tour a Losanna e proprio quel giorno venne la decisione di fermarlo due mesi per andare finalmente al fondo del problema.

«La Bernocchi era il 3 ottobre – annuisce – è stata forse la prima gara dove ho avuto sensazioni normali. Ho ripreso a pedalare a inizio settembre e sono arrivato alle prime corse con quindici giorni di allenamento da zero. Perché dopo il Tour avevo iniziato anche a fare qualcosa, ma i medici mi hanno imposto di fermarmi assolutamente».

La Strade Bianche poteva essere un bel passaggio per Moscon, ma si è ritirato: tanta fatica, poca resa
La Strade Bianche poteva essere un bel passaggio per Moscon, ma si è ritirato: tanta fatica, poca resa

Piegato in due

Un mese e mezzo senza bici. E quando ha ripreso, finalmente ha sentito che il fisico rispondeva. Fatica e recupero: quello che per tutti è normale, per lui era diventato un incubo e per la squadra un bel rompicapo.

«Prima non riuscivo neanche andare a tutta – dice Moscon, giocando con le parole – perché ero sempre a tutta. Intendo che ci mettevo anche l’anima, ma il fisico non rendeva. Non arrivavo ad esprimere il massimo, quindi non riuscivo ad allenarmi perché ero sempre più stanco. Ho avuto un’infezione batterica nel sangue da curare inizialmente col riposo. Ero a casa, ma è stato un incubo, perché non se ne veniva a capo. Avevo un mal di schiena tremendo, proprio nella zona lombare. Ero piegato in due perché quando non stai bene, sforzi la schiena e la prima cosa che parte è il nervo sciatico. Avevo appuntamenti e visite quasi tutti i giorni, da Padova fino a Monaco. Finché a forza di girare, ho trovato una direzione». 

Parigi-Roubaix 2021, Gianni Moscon in versione guerriero: solo due cadute gli impedirono di vincere
Parigi-Roubaix 2021, Gianni Moscon in versione guerriero: solo due cadute gli impedirono di vincere

Antibiotici e via

Individuato il problema, s’è trovata la cura ed è stato possibile tracciare un cammino di rientro. Solo che la causa di quella debolezza è saltata fuori dopo quasi tre settimane.

«Trovata l’infezione – prosegue Moscon – è stato definito il protocollo terapeutico. Così finalmente ho avuto una strada da seguire e ho cominciato. Antibiotici e via. Ho trovato la mia routine, ero sempre operativo a casa. Ne ho approfittato per sistemare tutte le cose che poi, riprendendo ad allenarmi, non avrei potuto seguire. Avevo già previsto che avendo perso tutto quel tempo d’estate, il mio fine stagione non sarebbe stato tanto lungo. In questo ciclismo non ti puoi permettere di staccare un attimo, figurarsi un mese e mezzo d’estate. Al Langkawi sono andato perché era utile alla causa, quindi l’ho affrontato col morale giusto ed è servito».

Moscon correrà per la maggior parte della stagione con la Wilier Filante
Moscon correrà per la maggior parte della stagione con la Wilier Filante

Il sangue pulito

Il via libera è arrivato alla fine di settembre con le ultime analisi del sangue, vissute con una certa apprensione.

«Finalmente il sangue era pulito – sorride Moscon – non c’erano più parassiti. C’era ancora qualcosina, ma potevo nuovamente allenarmi in maniera blanda e seguendo le sensazioni. Ho capito che era inutile seguire una tabella, se non sai neanche come stai. E allenandomi così, sono arrivato alle corse anche discretamente. Il Covid aveva causato un’immunodepressione e si sono sviluppati dei batteri. I medici mi hanno detto che il virus e il vaccino possono avere effetti diversi. Magari non ti fanno niente oppure puoi avere un’immunodepressione. Magari nella vita di tutti i giorni, se devi andare in ufficio, accusi un po’ di stanchezza e ci passi sopra. Pensate invece a farci un Tour de France! Un altro effetto del Covid invece sono le malattie autoimmuni, ma con una di quelle sarebbero stati dolori…».

In allenamento con Basso, compagno di lavoro dal 2018 quando arrivò al Team Sky. Dietro, Garofoli (foto Sprint Cycling/Astana)
In allenamento con Basso, compagno di lavoro dal 2018 quando arrivò al Team Sky (foto Sprint Cycling/Astana)

Il tempo perduto

Così ora si va alla ricerca del Gianni perduto, di quel corridore vincente al Tour fo the Alps, poi lanciato verso la vittoria della Roubaix 2021 (ma fermato da due cadute: arrivò quarto), infine sparito dai radar.

«Il miglior Gianni che ho visto negli ultimi tempi – dice – è stato quello della prima parte del 2021, fino al Giro. Determinato e vincente. Mi sentivo bene, ero solido e con una gran condizione. Anche l’anno scorso ero sulla buona strada, a dicembre qui in ritiro stavo bene. Poi ho preso il Covid a gennaio ed è cominciato tutto. Faticavo a rispondere perché non sapevo cosa dire e perché c’era delusione per me stesso e anche per l’Astana che mi aveva dato fiducia. Non è stato facile, però so che posso solo migliorare. Ho questo in testa. Se il fisico mi asseconda, prima o poi la condizione si trova. E quando hai la condizione, si creano le opportunità».

Froome, il futuro è un grosso interrogativo

09.12.2022
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Un video sul proprio canale YouTube al momento di riprendere la preparazione e così Chris Froome ha spiegato i suoi obiettivi per il 2023.

«Combattere la generazione più giovane – recita il britannico, che in apertura è ritratto nella fuga dell’Alpe d’Huez all’ultimo Tour – sta diventando sempre più difficile. Ho ancora molta motivazione e sento di poter ancora ottenere qualcosa. Potrebbe non bastare per arrivare al livello di Pogacar o Vingegaard, perché il ciclismo è cambiato e anche il modo di correre. Tuttavia, vedo anche come stanno i più grandi, come Geraint Thomas sia comunque arrivato terzo al Tour. E come Alejandro Valverde e Vincenzo Nibali siano stati ancora in grado di vincere delle gare».

Calendario incerto

Il guaio del fare programmi alla vigilia del 2023 è che la Israel-Premier Tech non sa ancora dove correrà. E se lo sa, fa finta di non averlo capito. In quell’insolita geografia dei team dopo le prime promozioni e retrocessioni, il quadro deve ancora comporsi. L’UCI di fatto non ha ancora ratificato un bel niente. Per cui si dà per scontato che la Alpecin-Decuninck e la Arkea-Samsic siano salite nel WorldTour, mentre la Lotto-Dstny e la Israel dovranno correre tra le professional. La prima avrà tutti gli inviti, compresi i grandi Giri. La seconda parteciperà di diritto alle gare WorldTour in linea. E per il resto dovrà sperare negli inviti. Così, come nei giorni scorsi Fuglsang ci aveva raccontato la sua voglia di Giro, Froome butta lo sguardo sul Tour.

«E’ fastidioso – dice – cerco di prepararmi nel miglior modo possibile, sperando nello scenario migliore e cioè che siamo invitati alle gare più grandi. Se ciò non accadrà, troveremo un piano B. In ogni caso inizierò con il Tour Down Under a gennaio e poi vorrei concentrarmi sul Tour de France».

Thomas e Froome a lungo compagni sin dagli anni al Team Sky
Thomas e Froome a lungo compagni sin dagli anni al Team Sky

Il Covid e il cuore

La Grande Boucle come filo conduttore o un’ossessione, Froome non si rassegna e rincorre l’ombra di quel corridore filiforme che, prima dell’infortunio, piegò i rivali dal 2013 al 2017, con la sola interruzione di Nibali nel 2014.

«Invece l’anno scorso – spiega – ho preso il Covid e semplicemente non sono stato in grado di rimettermi in forma. Non mi sono mai sentito come se avessi energie da spendere. Sono andato alla Vuelta per ricostruire la forma, ma in realtà non è migliorata. Il Covid ha un forte impatto sul cuore. Non è paragonabile all’influenza, come molti pensano, soprattutto per i ciclisti professionisti. Di quelli con cui ho parlato in gruppo, molti soffrono ancora per i postumi del virus. I corridori si sentono stanchi, non raggiungono gli stessi livelli di forza, hanno frequenze cardiache diverse. E’ importante che la squadra ci abbia sottoposto a tutti i controlli medici necessari, solo per assicurarci che tutto sia a posto».

Mononucleosi, Covid, soprasella: il calvario di Masnada

27.11.2022
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Tra essere amatori e professionisti c’è un abisso. Ma alcune dinamiche che si verificano nella vita professionale di un pro’ possono aiutare anche i pedalatori della domenica. Soprattutto quando di mezzo c’è la salute. L’esperienza che ha vissuto Fausto Masnada nella stagione appena conclusa, cui aveva accennato l’altra sera durante la festa del suo Fans Club a Laxolo, è un caso pilota che offre spunti per evitare spiacevoli guai.

Il suo 2022 è stato tempestato di problemi di salute: la mononucleosi, il Covid e un’infiammazione al soprasella molto fastidiosa che non gli ha dato pace, dalla preparazione invernale fino all’ultima corsa di settembre. Per le prime due, mononucleosi e Covid, c’è poco da fare: malanni che capitano a tutti e i cui consigli lasciamo a medici ed esperti. Per l’infiammazione al soprasella invece la questione si fa più tecnica e “ciclistica”.

Già dalla primavera, finita la mononucleosi, Masnada si è trovato alle prese con l’infiammazione
Già dalla primavera, finita la mononucleosi, Masnada si è trovato alle prese con l’infiammazione

Il riposo trascurato

Masnada ha provato talmente tanto dolore, correndo sempre con un paio di marce in meno, che ha dedicato una buona fetta della pausa tra la vecchia stagione e la preparazione della nuova a capire l’origine del problema.

«Quando arrivi a fine anno – spiega – tiri una riga dei risultati. Le cose che sono andate bene e, soprattutto, quelle che sono andate male, per non ripetere eventuali errori commessi. Ebbene, l’infiammazione di cui sono stato vittima è iniziata poco dopo la mononucleosi. Fermarsi nuovamente significava chiedere alla squadra altre tre settimane di attesa e non volevo farlo. Il parere degli esperti era uno solo: riposo. Ma non me la sono sentita di ascoltarli e ho proseguito».

Durante il Giro, Masnada è ripartito da Livigno, ma la situazione non era davvero risolta (foto Instagram)
Durante il Giro, Masnada è ripartito da Livigno, ma la situazione non era davvero risolta (foto Instagram)

Prima bisogna guarire

Così facendo, il corridore della Quick-Step Alpha Vinyl Team si è messo a disposizione, ma non riuscendo mai ad essere al top della sua condizione, dovendo saltare – ad esempio – il Giro d’Italia e il Giro di Lombardia che nel 2021 lo aveva visto giungere sul traguardo di Bergamo secondo, alle spalle di Pogacar. Primo insegnamento: prima di ripartire, guarire al meglio.

«Ho continuato ad assumere antibiotici, antinfiammatori, antidolorifici – spiega – ma il dolore era davvero limitante. Alla Vuelta, dopo 10 minuti di corsa, sentivo un male atroce. Del resto la sella è una delle poche parti del corpo su cui poggia continuamente una parte delicata del nostro corpo».

Proseguire in queste condizioni ha sicuramente temprato nello spirito e nella grinta Masnada che è riuscito ad arrivare a Madrid, scortando la maglia rossa di Remco Evenepoel, solo grazie alla sua tenacia e al tifo dei suoi compagni: «Volevano tutti che arrivassi alla fine e ce l’ho fatta, è stata una dura prova, ma arrivare in fondo era il mio unico obiettivo».

Masnada ha concluso la Vuelta aiutando Evenepoel a vincerla, nonostante la grande sofferenza
Masnada ha concluso la Vuelta aiutando Evenepoel a vincerla, nonostante la grande sofferenza

Sei settimane di stop

Finita la stagione, si volta pagina e si correggono gli errori. «A proposito del recupero – spiega il 29enne bergamasco – ho deciso di rimanere lontano dalla bicicletta per 6 settimane dopo l’ultima corsa di settembre. Solitamente ne faccio solo quattro, ma quest’anno sentivo davvero il bisogno di guarire al meglio. Ho continuato con gli antibiotici, ma mi sono concesso una lunga vacanza prima di tornare a pedalare. Ora va decisamente meglio, sto seguendo i miei programmi e il dolore è solo un ricordo».

Quest’anno Masnada si è concesso uno stacco di 6 settimane: qui in Giordania con la compagna Federica (foto Instagram)
Quest’anno Masnada si è concesso uno stacco di 6 settimane: qui in Giordania con la compagna Federica (foto Instagram)

Una nuova sella

Riposo, certo, ma anche qualche fondamentale accorgimento per quanto riguarda l’assetto in bicicletta. Obbligatorio, per Masnada, rivolgersi al suo mentore: il bergamasco Aldo Vedovati.

«Insieme a lui – spiega Masnada – abbiamo corretto la posizione in sella per ridurre al minimo lo sfregamento del soprasella. Questo anche perché io sono molto delicato in quella zona, avendo subito un’operazione nel 2020. Ho cambiato il modello di sella, ho aggiustato il suo arretramento e corretto anche l’altezza del manubrio. Sto bene, mi sento stabile e riesco a dare il massimo».

L’infiammazione di Masnada potrebbe essere derivata da un’igiene non perfetta del fondello, lavato negli hotel
L’infiammazione di Masnada potrebbe essere derivata da un’igiene non perfetta del fondello, lavato negli hotel

L’igiene del fondello

Messi a posto riposo, recupero e assetto, c’è un altro aspetto però che andrà curato al termine di ogni uscita: l’igiene. Una delle cause dell’infiammazione che ha rilevato Masnada sta nella pulizia del fondello. 

«Il problema – spiega – è sorto in un periodo in cui ero sempre lontano da casa, alloggiavamo in albergo, lavavano lì i nostri indumenti, ma non si sa mai come li trattino. Curare la pulizia invece è determinante per prevenire problemi come il mio. Quest’anno dunque presterò particolare attenzione alla pulizia di maglietta, pantaloncini, calzini disinfettando sempre tutto ogni volta che li utilizzo».

Piccoli segreti da World Tour, che possono cambiare la vita a tutti.

A 37 anni Froome è ancora lì. Con il sogno di sempre…

13.11.2022
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Chris Froome ha valicato la soglia dei 37 anni. Nel 2022 ha corso per 62 giorni e solo in uno di questi è sembrato essere, seppur lontanamente, quel corridore capace di entrare nella ristretta cerchia dei vincitori di tutti i grandi giri, portandone a casa ben 7 (4 Tour, 2 Vuelta, un Giro). Un campione la cui parabola ascendente si è bloccata quel maledetto 12 giugno 2019, con quella caduta al Giro del Delfinato proprio prima della cronometro, quando il suo fisico andò letteralmente in pezzi come un bicchiere di cristallo.

Riprendersi, anche solo per camminare e poi salire su una bici, fu uno sforzo sovrumano, ma ora Froome è lì, che anno dopo anno pedala in mezzo al gruppo, spesso anche in fondo. Tanti nel profondo pensano: «Ma chi glielo fa fare? Tanto ormai…». E’ proprio quell’ormai che dà al britannico la forza di insistere, che gli dice di non arrendersi perché la sua bella storia non può finire così.

Ai suoi interlocutori Froome è apparso più ottimista sul suo futuro, per nulla demoralizzato
Ai suoi interlocutori Froome è apparso più ottimista sul suo futuro, per nulla demoralizzato

Quel giorno all’Alpe d’Huez

Dicevamo di un giorno del 2022, un giorno speciale. Il giorno dell’Alpe d’Huez al Tour de France. Chi c’era dice che vedendolo passare sembrava che le lancette del tempo fossero tornate bruscamente indietro, a quando Froome dava spettacolo davanti a tutti. «Quello è stato il miglior giorno da tre anni a questa parte – afferma il britannico – perché mi sono sentito rinato, ero di nuovo io».

Quel giorno Froome raggiunse la fuga principale sulle rampe del Galibier, prese di petto la Croix de Fer e diede battaglia sull’Alpe d’Huez finendo dietro solo al vincitore Pidcock e a Meintjes. Era tornato il Froome dei bei tempi, per un attimo fuggente.

Ripensandoci, Froome, intervistato da Cyclingnews, tiene i piedi saldi per terra nel giudizio della stagione che non può certo dipendere da una sola giornata: «E’ stato un anno iniziato male e finito peggio. Un altro anno scivolato via, ma che mi ha lasciato un barlume di speranza e a quello mi aggrappo con tutte le forze. Avevo iniziato il Tour come preparazione per la Vuelta, il mio vero obiettivo dopo aver avuto tanti problemi fisici a inizio stagione. Ho iniziato a sentirmi di nuovo io, come non mi accadeva da tantissimo tempo. Poi, improvviso, ecco che arriva il Covid. Io sono asmatico e quella maledetta malattia mi ha lasciato strascichi che mi sono portato dietro per tutto il resto della stagione.

E’ la scalata dell’Alpe d’Huez e Froome sembra tornato a brillare
E’ la scalata dell’Alpe d’Huez e Froome sembra tornato a brillare

Tutto rovinato dal Covid

«L’Alpe d’Huez è stata un momento per me importante. Ho lottato, come non potevo fare da tempo. Le gambe rispondevano. Andavo meglio di quanto pensassi, considerando che per me era una preparazione per un altro grande giro».

Quel ritiro ha interrotto il sogno e Froome ne è cosciente: «Ho ricominciato ad arrivare in fondo al gruppo. La Vuelta stava andando al contrario di come speravo, ma proprio pensando all’Alpe d’Huez dicevo ogni giorno che dovevo arrivare al traguardo, accumulare chilometri e fatica perché mi sarebbero venuti utili in seguito. Guardavo già al 2023 e lo faccio ora consapevole che ci sono dei lati di quest’annata sfortunata che mi fanno ben sperare.

Il britannico ha chiuso la Vuelta al 114° posto, ma ha voluto concluderla pensando al 2023
Il britannico ha chiuso la Vuelta al 114° posto, ma ha voluto concluderla pensando al 2023

Mente già puntata al 2023

«Intanto è stato il primo anno dal 2019 nel quale non ho sentito alcun effetto della caduta di Roanne. Poi il fatto che prima del Covid avevo raggiunto una condizione che non toccavo da tre anni a questa parte. Io vorrei ripartire da lì, ma c’è tanto da fare».

Froome ha già ripreso la preparazione e guarda al 2023 con ottimismo, «a condizione però che tutta la prima parte sia un periodo ininterrotto di allenamenti e gare senza acciacchi, malattie, infortuni. Poi voglio inseguire obiettivi mirati, non grandi, legati a vittorie parziali in corse a tappe, lottare per qualche classifica, ripartire insomma da target che possono essere alla portata».

L’ultimo grande giro vinto da Froome: la corsa rosa del 2018. E’ anche l’ultima grande vittoria
L’ultimo grande giro vinto da Froome: la corsa rosa del 2018. E’ anche l’ultima grande vittoria

Entrare nel “club dei 4”

Considerando il suo passato, perché allora tirare diritto per obiettivi che nulla darebbero di più alla sua fantastica carriera? Intanto perché ogni risultato, ancor più una vittoria avrebbero il dolce sapore del riscatto contro il destino. Poi perché nel suo cuore alberga sempre il sogno di entrare a far parte del “Club dei 4”, coloro che hanno vinto per 5 volte il Tour de France (Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain). Lui lo ha fatto quattro volte, l’ultima nel 2017. Ora è un altro ciclismo, quello dei ragazzi terribili, ma Froome è ancora convinto di potercela fare.

«Molti al posto mio avrebbero mollato, ne avrebbero avuto abbastanza, soddisfatti già per il fatto di essere tornati alla normalità. Ma io no, sono convinto di poterlo fare. Amo troppo questo mestiere, amo il viaggio che porta a una vittoria, fatto di allenamenti, l’attesa, la corsa, la sua evoluzione, quella gioia di un istante quando sai di aver vinto. Il cercare di ottenere sempre il meglio da me stesso. Mi sento come un neoprofessionista, ma con l’esperienza di 13 anni di carriera. Riparto da qui…».

Pinarello: fatturato 2021/2022 vola a 84 milioni (+24%)

21.10.2022
3 min
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Pinarello ha reso noti da un paio di giorni i risultati economici relativi all’esercizio chiuso al 30 giugno 2022, registrando un risultato finanziario complessivamente in forte crescita. La realtà trevigiana, nonostante la complessa situazione in cui si trova l’industria mondiale di settore, ha difatti ottenuto risultati molto, molto positivi. Il fatturato dell’esercizio 2021/2022 si è attestato a 84 milioni di euro, in crescita del 24% rispetto all’anno precedente, mentre il margine operativo lordo è cresciuto del 30%, più che proporzionalmente rispetto all’anno precedente.

Antonio Dus, amministratore delegato e socio di Pinarello
Antonio Dus, amministratore delegato e socio di Pinarello

Investimento continuo

«Stiamo decisamente accelerando sul piano industriale che l’azienda ha varato a fine 2020 – ha dichiarato con soddisfazione Antonio Dus, che di Pinarello è amministratore delegato e socio – muovendoci bene in un contesto di mercato molto dinamico. Sempre più persone si avvicinano alla bicicletta e sempre più numerosi sono gli appassionati che vogliono acquistare un modello top di gamma, e questo aspetto contribuisce ad agevolare una nostra crescita sempre più veloce. Il trend positivo relativo alla vendita di biciclette era già chiaramente visibile prima della pandemia, in coerenza con la marcata tendenza a fare più sport ed attività all’aria aperta. Nel primo periodo di Covid tutti avevano temuto un rallentamento legato alla maggiore propensione al risparmio del consumatore. Invece, al contrario, si è manifestata una maggiore richiesta che ha spinto anche gli appassionati esistenti verso biciclette di alta gamma come le nostre».

Pinarello è alla ricerca di nuove risorse, come ad esempio operatori alla fase di verniciatura
Pinarello è alla ricerca di nuove risorse, come ad esempio operatori alla fase di verniciatura

«A fronte di questa crescita – riprende Dus – l’azienda ha investito più di 3 milioni di euro nel personale, nell’organizzazione della Ricerca & Sviluppo e nella produzione. E’ stato riconosciuto un premio annuale per i risultati raggiunti sotto forma di un programma di welfare. E’ stato avviato un piano di trasformazione della fabbrica di Villorba in lean manufacturing, digitalizzazione e industry 4.0. Sono state avviate ricerche per l’inserimento di ben 14 persone…

«I risultati conseguiti sono per gran parte attribuibili al saper-fare, alle competenze, all’esperienza e alla dedizione delle maestranze della fabbrica di Villorba. Abbiamo appena potenziato gli impianti e siamo adesso alla ricerca di tecnici e operatori per rafforzare il nostro già efficiente team. Stiamo avviando una sorta di scuola interna per poter così sviluppare competenze estremamente specializzate e di conseguenza ben retribuite». 

Bolide F HR 3D, la bici con la quale Ganna ha stabilito il record dell’Ora
Bolide F HR 3D, la bici con la quale Ganna ha stabilito il record dell’Ora

Prospettive di crescita

In azienda si stima che le prospettive di crescita del fatturato per il prossimo esercizio fiscale possano essere comprese tra il 25 ed il 30%: una crescita che si immagina comunque limitata dalla attuale situazione globale della filiera produttiva dell’industria della bicicletta. Non a caso, gli ordini raccolti per la prossima stagione sono molto più elevati rispetto alle stime di crescita attualmente previste: davvero un ottimo segnale. Risultati che si stanno concretizzando a fronte di un aumento del mercato della bicicletta, nello stesso periodo, stimabile attorno al 7%.

Pinarello

Tra Covid e delusioni, la Arzuffi rimette tutto in gioco

11.10.2022
4 min
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Che fine ha fatto Alice Arzuffi? Della lombarda della Valcar Travel & Service si erano un po’ perse le tracce, la sua ultima gara internazionale è stata il 27 agosto in Francia, poi più nulla. Intanto si è cominciato a parlare delle sue prospettive nel ciclocross, ben diverse da quel che eravamo abituati a supporre: anche lei salterà almeno tutta la prima parte della stagione e forse non solo…

Ce n’era abbastanza per soddisfare le mille curiosità parlando direttamente con lei per capire che cosa attendersi: «Perché ho finito prima? Colpa del Covid, avevo in programma di gareggiare anche a settembre ma il virus mi ha messo KO e quindi abbiamo deciso d’accordo con la squadra di staccare prima. Attualmente sono ferma e lo sarò per tutto il mese, poi si valuterà il da farsi».

Una stagione difficile per la Arzuffi su strada, con 49 giorni di gara senza risultati
Una stagione difficile per la Arzuffi su strada, con 49 giorni di gara senza risultati
Come mai una pausa così lunga?

Nei giorni del Covid ho riflettuto, è come se il mio fisico mi stesse mandando dei messaggi: per anni sono andata avanti senza soste fra l’inverno nel ciclocross e le stagioni su strada, ora che sono negli anni principali della carriera (la Arzuffi ha 27 anni, ndr) devo cominciare a selezionare e intanto devo recuperare. E’ come se fossi andata in overtraining. Una volta che avrò ripreso gli allenamenti capirò che cosa fare.

Ti rivedremo nel ciclocross?

Per quest’anno non so ancora bene che cosa fare, come detto valuterò in corso d’opera. Potrei preparare la parte finale della stagione, quella più importante con le tappe finali di Coppa e i Tricolori oppure pensare direttamente alla stagione su strada, devo pensarci bene e valutare le situazioni createsi nel frattempo. Anche perché il prossimo anno cambierò squadra, entrando a far parte di un team del WorldTour, ma non posso ancora ufficializzare il nome.

A Boom, nel Superprestioge 2019-20, la sua ultima vittoria internazionale (foto cxmagazine.com)
A Boom, nel Superprestioge 2019-20, la sua ultima vittoria internazionale (foto cxmagazine.com)
La sensazione è che l’ultima stagione sui prati ti abbia lasciato qualche strascico psicologico…

Effettivamente sono rimasta delusa da alcuni episodi. Penso di aver dato molto a questo ambiente negli anni, anche con vittorie prestigiose, ho fatto grandi investimenti sulla mia carriera aprendo la strada verso l’ingresso in grandi team multinazionali, ma ho avuto la sensazione che tutto sia stato presto dimenticato. Poi per carità, ognuno fa le proprie scelte, ma alcune non mi sono piaciute e mi hanno un po’ tolto la voglia.

Con le compagne di team e di nazionale sei in buoni rapporti?

Sicuramente, ci sentiamo spessissimo, Silvia (la Persico, ndr) è stata un riferimento per tutte sia d’inverno che su strada. I suoi risultati se li merita tutti perché so bene quanti sacrifici ha fatto, quanto sia stata lunga e lenta la scalata verso i vertici, ma tra studio e problemi fisici la sua esplosione non arrivava mai. Ora ha fatto vedere di che cosa è capace.

Nel cross la lombarda ha vinto 5 titoli nazionali (di cui 4 fra le U23) e 3 medaglie europee
Nel cross la lombarda ha vinto 5 titoli nazionali (di cui 4 fra le U23) e 3 medaglie europee
Ti hanno sorpreso i suoi risultati su strada?

Io ho sempre pensato che fosse un po’ più stradista che crossista, ma solo trovando la sua dimensione avrebbe potuto ingranare le marce e acquisire la consapevolezza necessaria per i grandi risultati.

E la tua di stagione su strada com’è stata?

Di segnali positivi ne ho avuti pochi, forse proprio per quel discorso di eccesso di allenamento e gare fatto in precedenza. Ho fatto tanta fatica, mi sono allenata con puntiglio, ma ho raccolto poco e mi spiace perché non ho potuto compensare come avrei voluto gli sforzi della squadra, che mi è sempre rimasta accanto non facendomi mancare nulla.

La Arzuffi si è spesso spesa per le compagne: qui con la Baril (CAN), prima al GP Ciudad de Eibar
La Arzuffi si è spesso spesa per le compagne: qui con la Baril (CAN), prima al GP Ciudad de Eibar
Le tue gioie le hai vissute per interposta persona, attraverso i grandi risultati del tuo fidanzato Luca Braidot vincitore in Coppa del mondo Mtb e bronzo mondiale…

Anche il pensiero suo, di come è arrivato a questa bellissima annata, è stato oggetto di riflessione. So bene quanti sacrifici abbia affrontato, quanti anni ha passato arrivando sempre alle soglie di quel salto di qualità che non arrivava mai. Lui ha cambiato molte cose nella sua preparazione, si è rivolto a un mental coach e i risultati si sono visti.

Con lui hai parlato delle tue scelte?

Sì, ci confrontiamo spesso, mi stimola molto ad andare oltre la delusione di non aver portato a casa quanto volevo. Mi spinge a prendere le cose con più leggerezza senza guardare sempre i numeri. Forse faremo quest’inverno qualche gara insieme, ma senza l’assillo del risultato, pensando ai nostri obiettivi estivi. Poi comunque, settimana dopo settimana, deciderò il da farsi.

Punti, Covid, Tramadol e… confini: il ciclismo di Lappartient

25.09.2022
6 min
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Mentre le ragazze della gara elite erano pronte per partire da Helensburgh, a circa 30 chilometri da Wollongong, il presidente dell’UCI Lappartient ha tenuto la rituale conferenza stampa di ogni mondiale. Avrebbe potuto farlo appena due ore dopo e in sala stampa ci sarebbero stati tutti, ma in questa edizione del mondiale sembra che gli orari siano un problema solo per chi lavora.

Seduto al tavolo dei campioni, Lappartient si è sottoposto a una serie di domande, spesso slegate fra loro, alle quali ha risposto a mano libera, omettendo di soffermarsi su quelle che avrebbero potuto creare imbarazzo. In politica si fa così.

Quintana è stato cancellato dalla classifica del Tour dopo il ritrovamento di Tramadol. Ha fatto ricorso al Tas
Quintana è stato cancellato dalla classifica del Tour dopo il ritrovamento di Tramadol. Ha fatto ricorso al Tas
Cosa pensa del ricorso di Quintana contro la squalifica per uso del Tramadol?

Noi rimaniamo convinti della nostra linea, ma è corretto che si sia appellato. Abbiamo trovato il Tramadol in due diverse tappe e dato che il prodotto degrada molto rapidamente, abbiamo pensato che lo abbia usato più volte. Non si prevede una squalifica dell’atleta, almeno per ora. Ma viene tolto dalla classifica della corsa in cui si verifica la positività. Di certo non si tratta di una sostanza che l’organismo produce da solo. Speriamo che il TAS riconosca la nostra posizione.

Oggi si sono svolte due corse in una: quella delle under 23 e quella delle elite. Quando verranno divise?

Mi sembra già una decisione importante aver creato il titolo per le più giovani. L’idea di far disputare una corsa a sé c’è e verrà messa in pratica nel 2025. Prima non è stato possibile. Prima perché non tutte le nazioni hanno ragazze giovani a sufficienza e poi perché non tutte le città, ad esempio Zurigo 2024, sono disponibili a chiudere il centro per una gara di più.

A Wollongong hanno debuttato le gare per U23 donne (Guazzini ha vinto la crono) dal 2025, dice Lappartient, ci saranno gare autonome
A Wollongong hanno debuttato le gare per U23 donne. Guazzini ha vinto la crono
Che cosa le sembra di questo mondiale così lontano dalla culla del ciclismo?

L’Europa è probabilmente il cuore del nostro sport, ma voglio spingere per una visione più internazionale. Per cui andremo in Africa, poi in Canada ed entro il 2030 in Asia. Qui ci stiamo trovando molto bene. L’organizzazione è piccola, ma il mio telefono non squilla tutti i giorni per segnalare dei problemi e questo significa che ognuno sa cosa fare. I negozi e i ristoranti sono tutti griffati con il logo della corsa, gli atleti sono contenti e di riflesso siamo contenti anche noi.

Come si spiega che qui, nella corsa dell’UCI, non ci sono protocolli Covid e si vive a contatto con gli atleti, mentre in Europa ci sono corse che tengono ancora tutto chiuso?

C’è un dibattito in corso fra i nostri medici e quelli delle squadre. Nonostante sia cambiato l’atteggiamento nei confronti del virus, per cui la positività non porta direttamente alla messa fuori corsa, sono loro i primi a volere un certo rigore. Non è un caso che la maggior parte dei corridori mandati a casa di recente sia risultata positiva a controlli interni.

Ieri il Guardian ha scritto un articolo su un giornalista di Cyclingtips – Iain Treloar – cui è stato rifiutato l’accredito per i mondiali. Lui sostiene che sia avvenuto per le sue critiche all’UCI.

Noi non limitiamo la libertà di stampa, qui ogni testata è gradita (Iain Treloar aveva scritto una serie di pezzi sulle presunte influenze di Igor Makarov nelle politiche dell’Uci e sulla vicinanza della stessa al vecchio presidente del Turkmenistan, accusato per violazione dei diritti umani, ndr). Il regolamento UCI per gli accrediti stampa ne prevede 3 per ogni media e Cyclingtips ha avuto 3 accrediti. Non vedo problemi.

Il sistema dei punti non piace, cambierete qualcosa?

Ci sono discussioni. Non so se esista il sistema perfetto, ma cercheremo di trovare un equilibrio migliore. Ha ragione Hinault: «Per fare punti bisogna vincere le corse». Faremo degli aggiustamenti, se necessario, ma non ci saranno stravolgimenti. E comunque saranno variazioni da introdurre entro il prossimo inverno. Poi inizierà un altro triennio e non si possono cambiare le regole durante il gioco.

Dopo la conferenza, Lappartient si è fermato a parlare con le tivù
Dopo la conferenza, Lappartient si è fermato a parlare con le tivù
Sorpreso delle critiche da parte delle squadre?

Sorpreso che si siano accorte di non essere d’accordo soltanto nel terzo dei tre anni, visto che il sistema è in vigore dal 2020. L’obiettivo è che ogni anno ci siano retrocessioni e promozioni. Gli organizzatori volevano che avvenisse tutto automaticamente, i gruppi sportivi no. Ma una cosa la dico: non si retrocede per un anno nero. Per questo si fa la somma dei tre precedenti. E se sei stato ultimo per tre anni, allora forse c’è un problema. Non vogliamo che il ciclismo sia chiuso come la NBA, lo sport vive di vittorie e sconfitte e noi dobbiamo accettarne le regole.

Non sarebbe il caso di considerare che fra 2020 e 2021 il Covid ha condizionato l’attività?

Se prendiamo il numero delle corse, vediamo che se ne è svolto il 90 per cento. Quindi il Covid ha sicuramente dato fastidio, ma non ha falsato la possibilità di fare punti. Se avessimo spostato di un anno l’entrata in vigore della regola, cosa avremmo potuto dire ad esempio alla Alpecin-Deceuninck che in questi anni si è guadagnata il WorldTour? Poteva fare ricorso e avrebbe vinto.

Questa foto è l’emblema di come la stessa squadra (Movistar Team) sprinti con tre uomini per accumulare punti
Questa foto è l’emblema di come la stessa squadra (Movistar Team) sprinti con tre uomini per accumulare punti
Trova normale che una squadra preferisca mettere tre corridori nei primi 10 piuttosto che provare a vincere?

Ripeto le parole di Hinault, dovrebbero provare a vincere. Non si fanno i punti negli ultimi mesi di tre anni, anche se le distanze sono davvero minime.

Non trova che ci sia squilibrio fra le gare?

Potrebbe sembrare. Ma credo sia giusto che chi non partecipa al Tour de France e vince una corsa di classe 1 abbia un punteggio importante. Perché magari correrà la successiva dopo una settimana, mentre chi è al Tour può fare punti per tre settimane consecutive.

Quando l’addetto stampa Christophe Marchadier ha dichiarato chiuse le domande, Lappartient ha ringraziato, si è alzato e ha risposto alle domande di alcune televisioni, fra cui la RAI con Stefano Rizzato. Poi si è infilato nel sottopasso dello stadio che accoglie il Centro Stampa, tornando alle relazioni e agli incontri di cui è indubbiamente pieno un campionato del mondo.