Tadej Pogacar

Biomeccanica: Pogacar non è il più aero, ma il più efficiente. Perché?

22.04.2026
4 min
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Tadej Pogacar, sempre lui. Dello sloveno abbiamo raccontato vittorie, bici, alimentazione… stavolta tocchiamo il tema della biomeccanica. E per farlo abbiamo chiamato in causa David Herrero, responsabile di questo settore in casa UAE Emirates.

Ci siamo chiesti se, proprio in ambito biomeccanico, il campione del mondo possa avere ancora dei margini. Tutto nasce da una constatazione visiva, soprattutto quando è al fianco di Van der Poel o Van Aert : tra i due, l’olandese sembra essere più aerodinamico e quindi più efficiente. Ma poi ci ricordiamo anche della sua sella, fortemente puntata in basso. Viene dunque da pensare: quanto potrebbe ancora guadagnare Pogacar?

Ma certe valutazioni non si possono fare dalla tv: bisogna sempre capire cosa c’è dietro determinate scelte. E, per evitare che restino chiacchiere da bar, abbiamo chiesto direttamente al biomeccanico Herrero.

David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
Da quanto tempo lavori con UAE e con Pogacar? Come nascono scelte come le pedivelle da 165 millimetri o il manubrio più stretto?

E’ il mio quinto anno con la UAE Emirates e contribuisco all’ottimizzazione della performance degli atleti. Decisioni come la lunghezza delle pedivelle o la larghezza del manubrio non sono mai casuali: derivano da una combinazione di test aerodinamici (galleria del vento e prove sul campo), vincoli biomeccanici e capacità dell’atleta di produrre potenza in modo sostenibile.

Capacità di produrre potenza…

Nel caso di Tadej, intendo pedivelle più corte, quelle da 165 millimetri, che aiutano a ridurre la chiusura dell’anca nella fase alta della pedalata, consentendo una posizione più efficiente senza compromettere respirazione o produzione di potenza. Il manubrio più stretto segue la stessa logica: ridurre la superficie frontale mantenendo controllo e stabilità. Stiamo inoltre osservando un’adozione sempre più ampia all’interno del team, con molti corridori che si stanno orientando verso pedivelle più corte come parte di questo processo di ottimizzazione.

La posizione attuale di Pogacar è il risultato di un processo nel tempo quindi. Quali strumenti o criteri utilizzate?

Esatto, è il risultato di un processo iterativo sviluppato nel corso di diversi anni. Non esiste un momento preciso in cui la posizione viene definita una volta per tutte. Dati aerodinamici dalla galleria del vento, dai test in pista, da analisi biomeccaniche e metriche di performance vengono combinati lungo tutto il percorso. Utilizziamo strumenti avanzati, tra cui motion capture, vale a dire una mappatura delle pressioni e analisi dei dati in bici. Ma tutto viene infine validato dalla performance: produzione di potenza, efficienza e ripetibilità su sforzi prolungati. Il comfort, in questo contesto, non è soggettivo ma una condizione necessaria per sostenere la prestazione.

Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Dalla televisione Tadej sembra meno aerodinamico spalle più alte, busto più aperto. Perché? Aiuta la respirazione?

Quello che si vede in tv può essere fuorviante. Una posizione che appare meno aerodinamica non è necessariamente più lenta. L’aerodinamica dipende dall’interazione tra atleta e flusso d’aria, non semplicemente da quanto si è bassi sulla bici. Nel caso di Tadej, un busto leggermente più aperto migliora l’efficienza respiratoria e supporta una migliore produzione di potenza, soprattutto in condizioni di gara variabili. L’obiettivo è ottenere la minima resistenza aerodinamica per una determinata potenza espressa, non la posizione più bassa a tutti i costi.

Se fosse più basso e più aerodinamico, guadagnerebbe watt ma perderebbe forza?

Essere più basso non significa essere sempre più veloce. E’ possibile ridurre la resistenza aerodinamica ma perdere più potenza di quella che si guadagna in termini di efficienza aerodinamica. L’obiettivo è ottimizzare il bilanciamento tra CdA (efficienza aerodinamica, ndr) e potenza espressa. In molti casi, forzare una posizione più bassa riduce l’efficienza muscolare e la capacità respiratoria, portando a una perdita netta di performance.

Esiste invece una correlazione tra il busto più alto e la posizione della sella così inclinata con la punta verso il basso?

Sì, tutto è interconnesso. La posizione della sella influenza la rotazione del bacino, che a sua volta incide sull’angolo del busto, sulla chiusura dell’anca e sull’applicazione della forza. Una sella più avanzata può aiutare a mantenere un angolo dell’anca efficiente, consentendo al corridore di rimanere stabile e produrre potenza anche con un busto relativamente aperto.

La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
E invece David, com’è Tadej nel lavoro quotidiano? Mette in discussione le scelte?

Tadej è, per molti aspetti, un artista. Ha una consapevolezza eccezionale del proprio corpo e una sensibilità molto raffinata rispetto ai cambiamenti che vuole esplorare sulla bici. Propone attivamente nuove direzioni. E questa intuizione è estremamente preziosa.

Leader totale insomma…

Il ruolo del processo di performance è fornire dati oggettivi attraverso misurazioni, test aerodinamici, analisi biomeccaniche e metriche di prestazione, per supportare e validare queste decisioni. E’ un approccio collaborativo: lui porta un feedback sensoriale di altissimo livello, che viene poi tradotto in risultati misurabili. C’è fiducia, ma anche una validazione costante attraverso la performance.

AlUla Tour 2026, Jonathan Milan, Matteo Malucelli

Milan, lavori in corso: telaio più piccolo, manubrio più largo

31.01.2026
6 min
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Anche se ieri è partito lungo e si è fatto saltare da quel concentrato di grinta e dinamite di Malucelli (immagine di apertura), è parso a tutti che l’atteggiamento di Milan in volata sia diverso dallo scorso anno. L’inverno non è passato invano e il suo fare scomposto e potente è finito al centro del mirino. Fra chi dice che lo stile non si può incatenare e chi ha sempre sostenuto il contrario, i tecnici della Lidl-Trek si sono messi a studiare la situazione.

Contestualmente, a Milan è stato assegnato un nuovo preparatore: non più Mattias Reck, lo stesso di Pedersen con cui ha lavorato fino allo scorso anno, bensì Matteo Azzolini, che si è formato al Centro Mapei ed è cresciuto poi alla scuola dell’allenatore svedese. E’ proprio lui a guidarci nel nuovo assetto di Milan, precisando che si è trattato di un passaggio interno. Non c’è stato da stravolgere la preparazione precedente, quanto piuttosto cercare di ottimizzare vari aspetti.

Matteo Azzolini, classe 1991, è uno dei preparatori della Lidl-Trek ed ha alle spallela formazione presso Mapei Sport
Matteo Azzolini, classe 1991, è uno dei preparatori della Lidl-Trek ed ha alle spalle la formazione presso Mapei Sport
Matteo Azzolini, classe 1991, è uno dei preparatori della Lidl-Trek ed ha alle spalle la formazione presso Mapei Sport
Matteo Azzolini, classe 1991, è uno dei preparatori della Lidl-Trek ed ha alle spalle la formazione presso Mapei Sport
Era necessario mettere mano alla posizione in sella di Milan, dato che il suo stile in volata è stato il tema fisso dello scorso anno?

E’ stato un processo partito dalle analisi che abbiamo fatto delle passate stagioni. Già nell’inverno, con il nostro biomeccanico Yeyo Corral abbiamo fatto i primi tentativi per vedere se potevamo essere più aerodinamici e più composti, per essere più veloci, ma anche più efficaci nello scaricare tutta la potenza in uno sprint e più in generale nella sua pedalata. E’ stato un bel processo perché dopo l’analisi biomeccanica siamo passati anche ai test su strada. Nello specifico abbiamo utilizzato due piste per auto dove abbiamo raccolto dei dati con gli ingegneri.

Quali piste avete utilizzato?

Una di cui non ricordo il nome è collegata al laboratorio dove c’era lo studio Yeyo Corral. L’altro test invece l’abbiamo fatto nel circuito di Aspar, vicino Valencia, durante il ritiro. Effettuata la parte dell’analisi oggettiva, quindi più numerica, ci siamo basati anche sul feeling di Johnny, che sicuramente è una delle cose più importanti.

Trek Madone SLR, Il telaio di Milan è di taglia L (nel 2025 era su un XL). Oltre alle misure riportate, si segnala il manubrio 41/44
Trek Madone SLR, Il telaio di Milan è di taglia L (nel 2025 era su una XL). Oltre alle misure riportate, si segnala il manubrio 41/44×10
Trek Madone SLR, Il telaio di Milan è di taglia L (nel 2025 era su un XL). Oltre alle misure riportate, si segnala il manubrio 41/44
Trek Madone SLR, Il telaio di Milan è di taglia L (nel 2025 era su una XL). Oltre alle misure riportate, si segnala il manubrio 41/44×10
Quali conclusioni avete tratto?

Abbiamo preso la decisione di passare a un telaio un pochino più piccolo e con un manubrio leggermente più largo (nelle foto dall’AlUla Tour si è notato un manubrio non integrato, in attesa che quello nuovo venga prodotto e consegnato, ndr). Questo gli permette di avere una migliore posizione delle spalle e di rimanere un po’ più basso, riducendo il suo impatto con l’aria e l’oscillazione della bici. A questa fase ha fatto seguito anche la parte dell’allenamento.

Quali sono stati i suoi feedback?

Come ben sapete ad esempio dalle cronometro, puoi fare le analisi che vuoi e individuare la posizione più aerodinamica possibile, poi però sta all’atleta dire se si trova bene. Allenarsi e impegnarsi anche in allenamento perché la posizione sia davvero utile. E dopo le prime corse, si può dire che i primi risultati siano stati soddisfacenti.

Stabililte le nuove misure del telaio, Milan ha lavorato per adattarsi (foto Lidl-Trek)
Stabililte le nuove misure del telaio, Milan ha lavorato per adattarsi (foto Lidl-Trek)
Stabililte le nuove misure del telaio, Milan ha lavorato per adattarsi (foto Lidl-Trek)
Stabililte le nuove misure del telaio, Milan ha lavorato per adattarsi (foto Lidl-Trek)
La biomeccanica ha varie teorie: quando si ha tra le mani un atleta di 1,94 si segue la teoria o si lavora in modo personalizzato?

Quando ho detto che siamo partiti dall’analisi biomeccanica, punto di partenza è stato il concetto di avere la posizione più aerodinamica, ma che puntasse alla riduzione degli infortuni, all’avere un corretto angolo di spinta e la miglior efficienza biomeccanica possibile. Poi è chiaro che il discorso viene anche personalizzato, con piccoli accorgimenti che si possono trovare rispetto all’atleta che hai davanti.

L’adattamento di Johnny a questa nuova posizione è stata faticosa oppure si è subito trovato bene?

Un po’ e un po’. Come dicevo, a seguito della raccolta dei dati più oggettivi – quindi le velocità, le potenze eccetera – una parte che abbiamo tenuto sempre in considerazione è stata anche quella del suo riscontro. La cosa positiva è che entrambe le informazioni, quelle oggettive e anche il suo feeling, andavano nella stessa direzione, quindi anche lui si è trovato meglio con questa impostazione.

Questo ha permesso di fare volate più composte?

Quando fai le esercitazioni di sprint, si prova a rimanere più bassi e più stabili, proprio per automatizzare questo meccanismo. Ci sono dei sistemi che ti dicono la distanza del tuo corpo per esempio dal manubrio. E’ chiaro che sono misure difficili da raccogliere e sistemi difficili da utilizzare con la necessaria precisione nell’allenamento di tutti i giorni. Per cui conta molto anche il fatto che l’atleta sia mentalizzato sullo scaricare più potenza, ma al contempo sull’avere il controllo di quello che succede nella parte superiore del corpo.

Fino a che non diventa qualcosa di spontaneo?

Esatto, il tentativo è quello di automatizzarlo, perché sapete meglio di me che quando arrivi in uno sprint alla fine di una gara molto intensa, agisci quasi per automatismo. Quindi la ripetizione anche mentale dello sforzo, di pensare a questi aspetti, alla fine ti porta ad automatizzarlo e a tradurlo nel modo giusto in gara.

Jonathan Milan ha 25 anni ed è professionista dal 2021. Ha corso alla Bahrain Victorious e ora alla LIdl-Trek
Jonathan Milan ha 25 anni ed è professionista dal 2021. 1,94 per 84 kg, ha corso alla Bahrain Victorious e ora alla Lidl-Trek
Jonathan Milan ha 25 anni ed è professionista dal 2021. Ha corso alla Bahrain Victorious e ora alla LIdl-Trek
Jonathan Milan ha 25 anni ed è professionista dal 2021. 1,94 per 84 kg, ha corso alla Bahrain Victorious e ora alla Lidl-Trek
Spostiamoci per qualche istante sulla preparazione: pensi che essere così alto, pur con tanti watt, sia un handicap o un punto di forza?

Diciamo che sarebbe diverso, ovviamente, se fosse alto 1,70. Tuttavia ritengo che Milan sia un atleta speciale e secondo me ancora da scoprire. E’ difficile dire se possa compensare con la potenza il fatto di essere molto alto e di conseguenza pesante, ma anche in questo caso è difficile fare una previsione, perché lui stesso non conosce ancora i suoi limiti. Per cui ho fiducia che anche sui percorsi mossi, Jonathan si possa difendere molto bene. 

Al punto da potersi giocare ad esempio una Sanremo?

Questa è una bella domanda. Quando abbiamo impostato la stagione, abbiamo considerato che la tipologia di sforzo richiesto della Cipressa sicuramente la ritroveremo anche in altre gare in cui Johnny avrà l’obiettivo di vincere. Quindi è una tipologia di sforzo che abbiamo allenato e continueremo ad allenare nei dettagli. Ma la Sanremo rimane una gara sempre molto aperta, anche se siamo abituati allo scenario di Pogacar che sicuramente proverà ad attaccare, almeno questo è il pensiero comune. Però rimane una gara molto aperta e a me personalmente viene difficile fare una previsione.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara

I plantari custom fanno tanta differenza? Risponde Giuliano Carrara

17.12.2025
5 min
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I plantari customizzati e personalizzati in base alle individualità. Torniamo a scrivere di un argomento che non conosce epoca, tornato alla ribalta per via di una ricerca sempre più strenua delle performance.

I vantaggi, gli eventuali svantaggi e cosa è necessario considerare quando ci si affida a specialisti che operano nell’ambito dei plantari personalizzati. Abbiamo chiesto un approfondimento al dottor Giuliano Carrara, podologo podoiatra, della Podoclinica Carrara di Leffe (Bergamo) che, non di rado, si confronta con le richieste di atleti professionisti di primo piano.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Anche Filippo Ganna si affida al dottor Giuliano Carrara, questa una foto della sua ultima visita
Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Anche Filippo Ganna si affida al dottor Giuliano Carrara, questa una foto della sua ultima visita
Quali sono i motivi principali che spingono un ciclista ad avere i plantari personalizzati?

Sono diversi, ma quelli principali sono 6. Il primo è un dolore persistente, che resta tale anche dopo il cambio delle scarpe e visita bikefitting. Normalmente lo stesso dolore ci concentra sul ginocchio, si manifesta tramite una fascite plantare, metatarsalgia e formicolii.

Gli altri?

In sequenza sono da considerare la perdita di fluidità e di potenza durante la pedalata, differenze esistenti tra i piedi e le gambe, semplice desiderio di migliorare comfort e prestazioni. Con l’utilizzo di un plantare personalizzato si contrasta una eventuale instabilità del piede, talvolta accentuata dai pedali moderni e c’è anche un discorso di prevenzione degli infortuni.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
La valutazione include anche la pedalata statica sulla propria bici
Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
La valutazione include anche la pedalata statica sulla propria bici
Attraverso l’utilizzo di un plantare fatto su misura si può migliorare la performance con una resa atletica migliore?

Sì, principalmente grazie ad una maggiore stabilità. I plantari personalizzati rendono i piedi più stabili e rigidi al momento giusto, riducono la dispersione di energia e permettono di trasmettere meglio la forza sul pedale. Se alla base c’è un problema di appoggio, la sua correzione porta a vantaggi non trascurabili. Studi scientifici confermano guadagni tra il 2 e il 5 % di potenza sostenibile, oltre a ridurre la stanchezza.

E’ riuscito a quantificare i miglioramenti di un ciclista che usa i plantari costruiti sulle sue esigenze?

Certamente. Il feedback dei ciclisti è costante e inequivocabile. Dopo aver indossato il plantare definitivo i riscontri più comuni sono: «Il ginocchio non entra più verso l’interno», «Non sento più quella pressione sotto le dita», «Dopo 4-5 ore non ho più dolore», «La pedalata è molto più stabile e potente». Sono le risposte che ricevo, settimana dopo settimana, sconfinano nella soddisfazione e nel benessere, per me è una gratificazione.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Uno dei primi passi è l’analisi statica di “come è fatto” il piede
Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Uno dei primi passi è l’analisi statica di “come è fatto” il piede
Su quali distretti influisce principalmente un plantare ben progettato?

Il miglioramento parte dal mesopiede. Quando il mesopiede è stabile e si blocca correttamente, caviglia, ginocchio, anca e schiena lavorano con meno stress. Se invece “cede”, tutto il corpo compensa e prima o poi arriva il dolore, soprattutto al ginocchio o alla fascia ileotibiale.

C’è differenza tra sostegno dell’arco plantare e stimolazione della zona cuboide?

Sono due correzioni completamente diverse. Il sostegno dell’arco interno serve a chi ha il piede piatto e tende a “crollare” verso l’interno. La stimolazione del cuboide, consiste in un piccolo rialzo laterale di 3/6 millimetri, serve a chi ha il piede cavo o molto rigido.

Come funziona?

Aiuta il mesopiede a diventare rigido esattamente quando si spinge forte, precisamente tra le ore 2 e le 5 del giro di pedivella. Impedisce al carico di spostarsi di lato e riduce dolori laterali e tendiniti peroneali. E’ importante considerare che, l’uso della correzione sbagliata è il motivo principale per cui molti plantari non funzionano in bici.

Il plantare deve solo sostenere o anche permettere la corretta espansione e distensione del piede nella scarpa?

Deve fare entrambe le cose. Sostiene dove serve, ma lascia spazio perché l’avampiede si allarghi leggermente, con un range di 4/7 millimetri, in modo che le dita possano estendersi completamente. Personalmente uso sempre un leggero rialzo in punta, prende il nome di toe spring e, se necessario, si porta a scaricare le teste metatarsali. I plantari troppo pieni o troppo stretti provocano formicolii e “piedi caldi”.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Il piede è pronto per il calco
Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
Il piede è pronto per il calco
Le solette commerciali o termoformate che troviamo oggi in commercio possono sostituire un plantare personalizzato?

No. Sono costruite su forme standard e non tengono conto delle caratteristiche individuali del piede. Nella maggior parte dei casi non risolvono il problema e, se la correzione è sbagliata per quel piede, possono addirittura peggiorarlo.

In che modo?

Aumentano la pressione, spostano il carico o mascherano il problema. Personalmente non le consiglio mai come soluzione terapeutica o prestazionale. Quando c’è dolore, instabilità, asimmetria o ricerca di prestazioni serie, l’unica strada efficace è il plantare su calco individuale dopo una visita biomeccanica podologica completa.

Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
La “costruzione” del plantare prevede anche operazioni manuali di adattamento
Plantari custom, fanno tanta differenza? Risponde il Dottor Carrara
La “costruzione” del plantare prevede anche operazioni manuali di adattamento
Quali materiali utilizza per realizzare i suoi plantari per i ciclisti?

Dopo un’attenta valutazione che comprende visita biomeccanica podologica, videografia posturale, baropodometria statica, dinamica e soprattutto durante la pedalata reale con la bici del cliente, utilizzo solo due tecnologie, sempre su calco individuale del piede. Plantare in EVA medicale ad alta densità fresato CAD-CAM: lo scelgo per il 95 % dei casi. E’ rigido, leggerissimo, ha uno spessore minimo. L’altra soluzione è la stampa 3D in nylon caricato al carbonio. Quest’ultima è riservata a chi sviluppa potenze molto elevate o necessita di correzioni importanti. Il rivestimento superiore è sempre in EVA per evitare micro-movimenti e garantire comfort anche dopo centinaia di chilometri.

Presa manubrio e inclinazione sella: la posizione di Pogacar

07.05.2025
7 min
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Questa prima parte di stagione non solo ci ha mostrato un favoloso Tadej Pogacar. Guardandolo con occhi più tecnici ci sono balzati all’occhio due aspetti riguardanti la sua posizione. E chissà se questi due dettagli sono collegati. Di cosa parliamo? Della presa sul manubrio e dell’inclinazione, molto accentuata, della sua sella.

Abbiamo notato che Pogacar è quasi sempre in presa alta, cioè impugna le leve anche quando sta spingendo forte in pianura, magari da solo in fuga. Una differenza emersa chiaramente alla Roubaix: nei tratti asfaltati Van der Poel era schiacciato sulla curva bassa del manubrio, mentre Tadej manteneva la presa alta. Apparentemente questo dovrebbe danneggiare l’aerodinamica. Apparentemente, però: perché oggi ogni dettaglio è frutto di uno studio accurato.

E poi c’è la sella: inclinata in avanti molto più rispetto all’anno scorso. Di questo abbiamo parlato con Mauro Testa, biomeccanico e responsabile scientifico di Biomoove Lab.

Il dottor Mauro Testa, responsabile scientifico del centro Biomove, è titolare di oltre 300 brevetti
Il dottor Mauro Testa, responsabile scientifico del centro Biomove, è titolare di oltre 300 brevetti
Dottor Testa, ci siamo accorti che Pogacar mantiene quasi sempre la presa alta, anche quando è da solo in fuga. Non si abbassa molto con i gomiti, a differenza per esempio di Van der Poel o Evenepoel. Perché?

Ci sono delle premesse da fare. Quando si scrive sulla posizione di un atleta, specie se così importante, bisogna rispettare chi lo ha messo in sella. Senza conoscere il lavoro dietro, si rischiano critiche inutili. Mi capitò anche con Sagan. Qualcuno disse che la sua posizione era sbagliata, ma io rispettai le sue caratteristiche morfologiche. E guarda caso, da quando lo mettemmo in un certo modo, tornò a vincere.

Qui però non si tratta di critica, ma di analisi. E chi meglio di lei può darci una lettura tecnica?

Capisco, ma quella premessa resta importante. La domanda vera è: cosa è stato fatto e quali misurazioni sono state prese dal biomeccanico prima di impostare quella posizione? Con Sagan, ad esempio, mi accusarono di averlo posizionato come un biker. In realtà lo feci perché nella fascia 8-12 anni, l’età d’oro dello sviluppo motorio, lui si era formato come biker. Era quindi giusto assecondare quello sviluppo. Non contesto mai il lavoro di un collega se non conosco da dove è partito. E comunque Pogacar sta vincendo, quindi è chiaro che il suo biomeccanico ha fatto un lavoro eccellente. Se la posizione non fosse efficiente, non riuscirebbe a ottenere queste prestazioni.

Ma quindi perché può preferire la presa alta?

Ci sono atleti che si trovano più comodi in presa alta. Può darsi che siano leggermente lunghi rispetto al telaio, oppure che la loro conformazione dal bacino in giù sia più favorevole a quella postura. Magari Pogacar ha le gambe lunghe e il busto corto, pertanto tende a essere “corto” nella parte anteriore della bici. Potrebbe sentirsi meglio in quella posizione. Sagan, ad esempio, chiedeva un attacco manubrio molto lungo per le volate, che faceva in presa bassa. Per evitare di sbattere le ginocchia, scelse un attacco più lungo rispetto a quello ideale per le sue misure.

La differenza più marcata è stata nei confronti di VdP spesso in fuga insieme: uno in presa bassa, l’altro in presa alta. Vedendo la foto l’olandese sempre più aero
Quindi una posizione dettata da un bilanciamento tra spinta, comodità e aerodinamica?

Esatto. Magari Pogacar ha un attacco leggermente lungo e sceglie la presa alta per compensare. E comunque la comodità, specie in gare lunghe, è parte della prestazione.

E la sella così inclinata in avanti? Potrebbe esserci un legame tra le due cose?

Sì, l’inclinazione può portare l’atleta a scivolare in avanti, e cercare appoggio sulle leve per sostenersi meglio. Una sella molto inclinata aumenta la curva della lordosi e porta il bacino in posteroversione. Questo può essere legato a rigidità articolari o muscolari. Bisogna tenere conto che nessuno è perfettamente simmetrico: una parte del corpo può essere più rigida. L’atleta cerca quindi una posizione che sia un compromesso specifico e personale.

Quindi l’approccio è sempre individuale?

Assolutamente sì. Due persone alte 175 centimetri possono avere caratteristiche diverse: uno può avere il tronco più lungo, l’altro le gambe. Le tibie e i femori possono variare. Per questo è importante che il biomeccanico lavori sulle misure antropometriche reali. Così l’atleta si trova in una posizione che gli consente di risparmiare energia.

Nell’analisi frontale l’impatto con l’aria di VdP appare maggiore per via della sua stazza, anche se è più piegato con i gomiti
La comodità quindi è un parametro primario nella prestazione?

Sicuramente. In uno sport di endurance la prima cosa da evitare sono i dolori dovuti a una posizione non confortevole. Bisogna rispettare le leve muscolari e articolari di ogni individuo. E serve conoscere le aspettative dell’atleta, anche dal punto di vista cognitivo e psicologico. Ecco perché la posizione deve farla il biomeccanico, non il semplice bikefitter: servono competenze fisiologiche molto approfondite.

Veniamo alla sella 3D che sta usando Pogacar. Rispetto all’anno scorso ha più grip. Questo può aver influito sull’inclinazione?

Capita spesso che gli atleti chiedano piccoli aggiustamenti in base a fastidi momentanei: una vescica, una ferita, un’irritazione. Molti parlano di prostata, ma è un falso mito. La zona sensibile è il perineo, che quando viene compresso causa problemi, anche nervosi. Il senso di impedimento che si avverte scendendo dalla bici non dipende dalla prostata, che è più in alto, ma proprio dal perineo.

Quindi Pogacar potrebbe avere un fastidio perineale?

Potrebbe. E potrebbe preferire quella posizione perché si sente più scaricato. Personalmente gliela sconsiglierei, ma sono certo che ne abbia parlato con il suo biomeccanico.

Perché la sconsiglierebbe?

Perché quella posizione lo porta a scivolare in avanti con il bacino e ad aumentare la lordosi. Questo incrementa la compressione a livello delle vertebre lombari: L3, L4, L5 e S1. Sono le prime a ricevere vibrazioni, e a lungo andare possono creare problemi.

Come si risolve un fastidio perineale?

Molto spesso basta cambiare fondello. Un fondello di qualità, magari in SEBS (stirene-etilene-butadiene), aiuta moltissimo. Io avrei cercato un compromesso tra il disturbo e il desiderio dell’atleta.

Ma l’inclinazione della sella migliora la circolazione sanguigna?

No, il sangue torna al cuore per gradiente di pressione, non per la posizione della sella. Quando sei in piedi, la pressione al piede è di circa 30 mmHg, 0 al cuore e -10 al cervello. Il sangue va da dove la pressione è maggiore a dove è minore. Nel ciclismo, sport antigravitario, non c’è una pressione sufficiente per favorire il ritorno venoso. Serve una buona contrazione muscolare che “spreme” la vena e aiuta il ritorno del sangue. Ecco perché non è utile scivolare indietro col bacino e bisogna avere libero il triangolo pelvico.

Triangolo pelvico e di Scarpa: cosa sono?

Il triangolo di Scarpa è l’area tra l’inguine e la coscia, dove c’è la piega anteriore della gamba. Si chiama così dal professor Scarpa che lo individuò nel ‘700. E’ importante perché, insieme ai diaframmi respiratorio e pelvico, crea pressioni negative e positive che facilitano il ritorno venoso. Il sangue che torna al cuore è venoso, viene poi ossigenato e rimesso in circolo per produrre ATP, l’energia del movimento. In bici da crono questo triangolo è chiuso, ma lì la durata è limitata. In una gara lunga e dura come la Roubaix, per esempio, invece è fondamentale preservarlo.

E’ un’analisi molto profonda. Quanto conta osservarla su strada?

E’ fondamentale. Serve guardare l’atleta in azione, su strada. Non basta un’analisi su rullo o in laboratorio. Con appositi sensori misuro l’emoglobina e l’ossigenazione nei vari distretti corporei durante lo sforzo. Questo consente di sapere con precisione dove e come circola l’ossigeno.

Il triangolo di Scarpa (o femorale) indicato da Testa. Pogacar lo chiude meno anche (ma non solo) per via dell’utilizzo di pedivelle più corte rispetto a molti altri
Il triangolo di Scarpa (o femorale) indicato da Testa. Pogacar lo chiude meno anche (ma non solo) per via dell’utilizzo di pedivelle più corte rispetto a molti altri

In conclusione

E’ evidente che la posizione di Pogacar è frutto di un lavoro accurato, costruito sulle sue caratteristiche morfologiche e sulle sue esigenze prestative. I due dettagli che abbiamo messo in evidenza, la presa alta sulle leve e la forte inclinazione della sella, potrebbero essere collegati tra loro, come ipotizzato.

Ma vanno interpretati alla luce di ciò che ci ha spiegato il dottor Mauro Testa: ogni atleta è un mondo a sé e la posizione in bici deve tener conto non solo dell’aerodinamica, ma anche della comodità, dell’efficienza muscolare e del ritorno venoso. In questo senso, la postura di Pogacar rappresenta forse un compromesso tra tutti questi fattori, e finché continuerà a vincere, sarà difficile dargli torto.

Bragato: posizioni avanzate, le spie di un ciclismo che cambia

07.02.2025
6 min
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Il lavoro in palestra che determina le nuove posizioni in sella. Le affermazioni di Alessandro Mariano hanno dato parecchio da discutere, perché tutte le volte che si parla di biomeccanica l’interesse è tanto e gli esperti ancor di più. Quel che traspare è che anche su questo fronte il ciclismo stia vivendo una notevole evoluzione e le concezioni, che fino a 5-6 anni fa erano il cardine del ragionamento, siano ormai superate.

Il Team Performance della Federciclismo di tutto questo si nutre. Lo osserva, lo studia, formula ipotesi e le riscontra, infine elabora dei modelli prestazionali da proporre agli atleti nel giro della nazionale. Per questo quando abbiamo proposto a Diego Bragato, che lo guida, di fare un pezzetto di strada con noi, la sua apertura è risultata decisiva. Lo abbiamo strappato per qualche minuto alla preparazione degli europei su pista, alla cui volta la spedizione azzurra partirà domenica.

Diego Bragato e il responsabile del Team Performance della Federazione ciclistica
Diego Bragato e il responsabile del Team Performance della Federazione ciclistica
Davvero le posizioni in sella cambiano come conseguenza delle diverse preparazioni?

Sì, è vero, anche se secondo me è il discorso è più ampio. Dal punto di vista della biomeccanica, ci sta che risulti questa evidenza, anche se ai quadricipiti di cui parla Mariano aggiungerei anche il gluteo e il bicipite femorale, che viene potenziato in maniera diversa. Però secondo me il discorso da fare è più ampio, non è legato solo al singolo distretto muscolare, ma piuttosto a una filosofia che finalmente sta passando anche nel ciclismo, per cui non sono più soltanto corridori, ma finalmente atleti.

Che cosa cambia?

Si lavora su tutti quei concetti che magari nel ciclismo sono poco conosciuti, ma negli sport di squadra invece sì. Si ragiona ad esempio di strutturare il fisico perché sia pronto a sostenere situazioni o posizioni, nel nostro caso estreme, che una persona normale soffrirebbe. Pensiamo ai contrasti nel rugby, nel calcio, nel basket… Sono scontri duri, ma un atleta che fa quegli sport li può sostenere, perché è strutturato per cadere, per rialzarsi, per saltare e prendere dei colpi mentre salta. Li può sostenere perché ha il fisico pronto per farlo. Anche nel ciclismo abbiamo finalmente atleti in grado di fronteggiare situazioni estreme.

Ad esempio?

Ad esempio, le posizioni di cui si parla. Fatta la dovuta prevenzione, possono tenere a lungo assetti in sella in cui una persona normale si farebbe male. Infatti secondo me il problema principale non è tanto la posizione che ha Pogacar (foto di apertura, ndr), ma quelli che cercano di imitarlo senza avere alle spalle il percorso fisico e biomeccanico che ha fatto lui. Il fatto che pedalino così avanzati è una conseguenza del fatto che adesso gli atleti del ciclismo sono in grado di fare ciò che un tempo era impossibile.

Una posizione così avanzata è possibile grazie alla migliore preparazione degli atleti. Qui, Uijtdebroeks
Una posizione così avanzata è possibile grazie alla migliore preparazione degli atleti. Qui, Uijtdebroeks
Hai parlato di prevenzione.

Nel ciclismo di vertice, le squadre hanno tutto attorno all’atleta degli staff che lavorano in prevenzione, con alert relativi a sovraccarichi e quant’altro. Perciò riescono a intervenire prima di un infortunio. Di conseguenza gli atleti sono seguiti anche per poter mantenere queste posizioni efficaci ma estreme per tutto il tempo necessario.

Quando è avvenuta questa svolta?

Il ciclismo è cambiato e con esso è cambiato anche il modo di correre, di interpretare le gare. Da quando la forza è entrata in maniera predominante nella preparazione di un ciclista, ovviamente è cambiata anche la fisicità. E’ cambiato il potenziale, legato alla forza che un atleta può esprimere. Quindi di conseguenza ci siamo spostati di più sopra i pedali e di fatto tutto in avanti. Sicuramente questo determina una diversa distribuzione del peso sulle bici. In più sono cambiati molto anche i materiali quindi la combinazione di questi fattori ha reso più difficile guidare questi mezzi. Ma c’è un altro fattore legato all’esperienza da fare prima di usarli.

Cosa vuoi dire?

Secondo me dovremmo creare un percorso che porti i ragazzi ad imparare un po’ alla volta a guidare le bici da gara, come si fa in Formula Uno passando prima per i kart. Ad oggi abbiamo ragazzi che troppo spesso si trovano su bici da Formula Uno senza aver fatto la garetta con bici più normali in cui si impara a controllare e guidare. E’ necessario proporre invece un percorso in cui insegnare ai ragazzi come si guida una bici che non ha quella rigidità, che non ha quel tipo di frenata, che non ha quel tipo di comfort. Non comfort come posizione, ma come strumenti a disposizione. Imparare anche a gestire le frenate, le cose fatte come si facevano una volta. Se invece parti subito dalle bici e le posizioni estreme, è un attimo cadere e farsi davvero male.

Le posizioni avanzate da seduti assottigliano la differenza rispetto alle azioni en danseuse. Lui è Mikel Landa
Le posizioni avanzate da seduti assottigliano la differenza rispetto alle azioni en danseuse. Lui è Mikel Landa
Torniamo alla nuova fisicità degli atleti: questo essere così avanzati riduce la differenza fra pedalare da seduti e farlo in piedi?

La differenza si è assottigliata, certo. Adesso di fatto da seduti sono quasi sopra i pedali, mentre prima raggiungevano quella posizione alzandosi e venendo avanti col corpo. La differenza resta, perché quando sei in piedi, viene meno l’appoggio sulla sella, ma è vero che è inferiore.

E c’è uno studio del lavoro in palestra per rendere più efficace anche la pedalata in piedi oppure i muscoli coinvolti sono gli stessi e si può aggiungere poco?

In realtà c’è un grosso studio legato al controllo e alla stabilità del movimento. Soprattutto quando ci si alza in piedi e appunto viene meno il punto d’appoggio più importante che è la sella, il controllo del bacino deve essere fatto dai muscoli stabilizzatori e su quello in palestra si lavora molto. Per la nostra filosofia di lavoro, conoscere la tecnica di sollevamento del peso e il controllo del movimento vengono prima della velocità e del carico.

Affinché il gesto tecnico rimanga efficiente?

Perché dobbiamo saper controllare i movimenti, altrimenti le spinte non vanno dove devono, ma vanno a muovere il bacino e la schiena. Quando ti alzi sui pedali devi gestire anche la forza di gravità, per cui immaginiamo un ragazzo che si alza in piedi e spinge sui pedali senza aver lavorato su addominali, dorsali, lombari per bloccare il bacino. Lo vedremmo ondeggiare, con il bacino che si sposta a destra o sinistra. Questo vuol dire non essere bravi, si disperde potenza e si sovraccaricano dei compartimenti che soffrono.

In palestra lavorando sulla forza e sul controllo del gesto: aspetto determinante per essere più efficienti
In palestra lavorando sulla forza e sul controllo del gesto: aspetto determinante per essere più efficienti
Tirando le somme, cambia la fisicità, cambia la posizione, cambia il gesto, non cambia la bicicletta. Secondo te, tenendo conto di tutto questo, si andrà verso un cambiamento delle geometrie dei telai?

Secondo me siamo in un momento storico in cui la tecnologia ci permetterà di fare degli altri passi avanti, ma non so in quale direzione. Questo non è l’ambito che sto seguendo di più, però posso dire che qualche anno fa in pista a Montichiari abbiamo fatto dei test e la relativa raccolta dati facendo inossare ai ragazzi un abbigliamento che permetteva di leggere l’elettromiografia di superficie (la rappresentazione grafica dell’attività elettrica muscolare, ndr) durante il gesto sportivo. Leggevamo come si comportassero i muscoli durante certi movimenti e cambiando la posizione in bici. Quando si attivassero e quando si disattivassero. Secondo me, continuando con questi strumenti e questa tecnologia, potremmo raggiungere il miglior connubio tra rendimento e comodità, personalizzando le scelte tecniche per ciascun atleta.

Il biomeccanico esterno ai team: a tu per tu con Angelo Furlan

24.11.2024
5 min
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Ieri abbiamo parlato della visita biomeccanica di Francesco Busatto presso il centro di Angelo Furlan (Angelo Furlan 360 a Crezzo, Vicenza). Si parlava davvero di millimetri, di dettagli… ma sono quelli, oggi più che mai, che fanno la differenza nel ciclismo professionistico.

Il fatto, però, che un atleta WorldTour ricorra ad un biomeccanico esterno ci ha fatto riflettere. E’ curioso capire come una figura esterna possa interagire con team sempre più strutturati. Furlan ha parlato esplicitamente di una triangolazione. Di questo, ma anche di biomeccanica più in generale, abbiamo parlato direttamente con l’ex sprinter di Alessio, Credit Agricole e Lampre.

Furlan al lavora con Busatto, i due si conoscono da anni. Avere i feedback dell’atleta è centrale per Angelo
Furlan al lavora con Busatto, i due si conoscono da anni. Avere i feedback dell’atleta è centrale per Angelo
Angelo, hai corso per molti anni e da tempo lavori come biomeccanico anche con atleti di alto livello come Francesco Busatto. Quando un professionista ti porta le misure della squadra come ti poni con quei dati?

È una questione di equilibrio. Essere stati ciclisti professionisti mi aiuta a immedesimarmi nell’atleta e a capire il contesto in cui opera. Spesso i team hanno equilibri interni delicati, e quando un ciclista si rivolgeva a un tecnico esterno, specialmente in passato, era guardato con sospetto se non otteneva subito risultati. La prima cosa che faccio è accertarmi che il team sia d’accordo con la collaborazione esterna. Poi analizzo il lavoro fatto dal biomeccanico della squadra, senza criticarlo, ma cercando di comprendere il perché di determinate scelte. Ogni tecnico ha il proprio approccio, quindi il mio obiettivo è mediare, rispettare il lavoro altrui e proporre modifiche in modo graduale, triangolando le esigenze del ciclista con i dati a disposizione.

Ti capita mai di entrare in contatto diretto con il team o con i loro tecnici?

Più spesso mi interfaccio con i meccanici per verificare dettagli tecnici, come le misure prese o eventuali regolazioni, perché tante volte una misura varia in base al modo in cui è presa. Con le squadre straniere, c’è generalmente un approccio più aperto: hanno un biomeccanico di riferimento, ma lasciano libertà al corridore di consultare tecnici di fiducia.

Non solo team italiani. Abbiamo visto con i nostri occhi un atleta di un grande team WorldTour nascosto tra i van della carovana pubblicitaria a “smanettare” con la brugola…

Tuttavia, ci sono realtà che impongono il proprio esperto, e questo può creare situazioni particolari. Le squadre vogliono avere tutto sotto controllo. Ma poi il più delle volte va a finire che l’atleta si sistemi come vuole.

Posizionare le tacchette al millimetro è uno dei passaggi più delicati
Posizionare le tacchette al millimetro è uno dei passaggi più delicati
Quanto contano ancora le sensazioni dell’atleta nel tuo lavoro?

Tantissimo. Le sensazioni sono un elemento centrale, soprattutto per un professionista. Il nostro compito è combinare queste con gli studi accademici e la nostra esperienza. Seguire solo i dati, ignorando ciò che l’atleta percepisce, spesso porta a più problemi che soluzioni. Un esempio è quello di Francesco: ci sono stati commenti sulla sua posizione in bici per quel video, come il ginocchio in extrarotazione o il movimento del bacino. Sì, accademicamente ci sarebbero margini di correzione, ma intervenire in modo eccessivo potrebbe causare più danni che benefici. È una questione di equilibrio tra biomeccanica e funzionalità specifica del corridore.

Ricordiamo il caso forse più famoso, almeno in tempi recenti, quello di Peter Sagan…

Esatto, Sagan è un esempio perfetto. Con Peter ci ho anche corso ed era uno dei più “storti” in bici, con movimenti anomali del bacino e delle anche, ma questo non gli ha impedito di essere un campione. Quando hanno provato a raddrizzarlo, ha perso efficienza e non rendeva più. Lo stesso vale per altri atleti. Recentemente ho avuto tra le mani la bici di Pogacar. Chiaramente ho preso le misure, l’ho studiata… per curiosità se non altro. Tadej ha misure che ai miei tempi si sarebbero usate su pista, lui invece ci vince in salita! Questo dimostra che ogni atleta è unico, e il lavoro del biomeccanico è anche capire quando fermarsi e rispettare queste caratteristiche.

Anche per Furlan, Sagan è uno dei casi più emblematici in cui sensazioni e soggettività battono le imposizioni accademiche circa il posizionamento in sella
Anche per Furlan, Sagan è uno dei casi più emblematici in cui sensazioni e soggettività battono le imposizioni accademiche circa il posizionamento in sella
Tornando al video che tanto ha fatto discutere su Instagram, perché ritieni importante fare un test sotto sforzo per valutare la posizione?

Perché la posizione da fermo spesso non rivela i problemi che emergono quando l’atleta è sotto sforzo. Durante questi test analizziamo altezza e arretramento della sella, la distribuzione della spinta e l’omogeneità nei 360° della pedalata. Sotto sforzo il muscolo si accorcia e se un atleta tende ad andare troppo in punta di sella, possiamo adattare la posizione per assecondare questo comportamento senza penalizzare l’efficienza.

Quanto tempo serve per arrivare a una posizione ottimale?

Il primo bike fitting con Francesco durò circa due ore e mezza. Gli aggiustamenti successivi richiedono solitamente un’ora, ma dipende da cosa c’è da fare. Per piccoli interventi, come regolare i pedali o verificare una nuova scarpa, bastano anche 30 minuti. È un processo continuo, specialmente per un professionista che evolve nel tempo.

Spesso il biomeccanico esterno si confronta con i meccanici dei team: sapere come la misura viene presa è fondamentale
Spesso il biomeccanico esterno si confronta con i meccanici dei team: sapere come la misura viene presa è fondamentale
Quando un atleta cambia pedali, come nel caso di Francesco, su cosa si lavora? Non basta riportare le quote esatte?

Si parte misurando tutto con precisione, dalla scarpa agli spessori delle tacchette, usando strumenti come il calibro per verificare gli offset dichiarati dai produttori. Se l’atleta utilizza la stessa scarpa, il lavoro è più semplice. Poi si confrontano i dati precedenti con quelli nuovi per vedere se il cambio influenza angoli e dinamiche di pedalata. Anche piccole variazioni possono influire sull’efficienza, quindi è importante procedere con attenzione e, appunto, massima precisione.

Chiaro, quei microdettagli di cui dicevamo all’inizio…

Sicuramente il dialogo con l’atleta. Non è solo questione di numeri o tecnologie, ma anche di fiducia reciproca. Ogni ciclista è un mondo a sé, e trovare la posizione ideale richiede una comprensione profonda delle sue esigenze, sensazioni e caratteristiche fisiche. Il fatto di essere stato un corridore a mio avviso aiuta molto in tutto ciò. Quando da me viene un pro’ siamo alla pari, lo ascolto, è un dialogo “da tecnico a tecnico”. Quando viene un amatore è perché lui vuole essere sistemato e apprendere, altrimenti esce di testa e continua a cambiare posizione.

Fattore Q e perni dei pedali, come cambia la pedalata?

31.08.2024
4 min
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Il fattore Q dei pedali è legato principalmente alla lunghezza dei perni. I pedali Shimano (Dura Ace) sono stati i primi ad offrire la lunghezza dell’asse in due versioni, quella standard e quella più lunga di 4 millimetri. Ora anche Time amplia la disponibilità per la versione Xpro, grazie a ben tre lunghezze del perno, 51, 53 e 57 millimetri.

Cosa significa avere una piattaforma di appoggio più vicina oppure più lontana dalla pedivella? Come si sceglie la lunghezza più consona alle nostre esigenze? Cosa comporta in termini di performance tecnica? Entriamo nell’argomento anche grazie al contributo di Alessandro Colò, ex corridore e ora biomeccanico specializzato al centro Bodyframe di La Spezia.

Alessandro Colò di Bodyframe
Alessandro Colò di Bodyframe
Cos’è il fattore Q del pedale e del suo perno?

In sostanza è il parametro che allontana, oppure avvicina il piede/la scarpa alla pedivella. A mio parere è necessaria una premessa. Le variazioni legate al fattore Q dei pedali sono un valore che non fa una grande differenza in termini di performance generale, non tanto quanto un’altezza sella, solo per fare un esempio.

Altezza sella e larghezza di quest’ultima, ruoli primari rispetto al fattore Q dei pedali (foto Bodyframe)
Altezza sella e larghezza di quest’ultima, ruoli primari rispetto al fattore Q dei pedali (foto Bodyframe)
C’è uno standard?

Parlando di pedali da strada, possiamo considerare 53 millimetri una sorta di standard per tutti i produttori.

Stringere o allargare il fattore Q cosa comporta?

Non bisognerebbe mai farlo da un giorno all’altro, perché è necessario un periodo di adattamento. Ogni piccolo cambiamento sulla bicicletta deve prevedere un periodo di assestamento per il corpo. Il rischio di farsi male è reale, soprattutto per quanto concerne le articolazioni, soprattutto quella rotulea del ginocchio.

I pedali Shimano Dura Ace i primi ad offrire una doppia opzione
I pedali Shimano Dura Ace i primi ad offrire una doppia opzione
Una larghezza maggiorata a chi è dedicata?

In linea generale a chi presenta delle gambe molto arcuate e un angolo di lavoro dei piedi con le punte abbondantemente verso l’esterno. A chi ha una distanza intertrocanterica superiore ai 36 centimetri. Sono casi rari, ma esistono. Mentre i perni con lunghezza ridottissima si rivolgono a chi ha un bacino molto, molto stretto, con la distanza ridotta delle teste dei femori. E’ fondamentale partire da una corretta misurazione, evitando il rischio di commettere errori.

Molte delle valutazioni passano dal ginocchio (foto Bodyframe)
Molte delle valutazioni passano dal ginocchio (foto Bodyframe)
Meccanicamente parlando, un fattore Q del pedale può essere vantaggioso?

Meccanicamente sì, magari per prestazioni lampo o per chi riesce ad erogare tanti watt in poco tempo. La valutazione corretta deve considerare le soggettività della persona, prima di tutto il resto.

Scelta errata, c’è modo di rimediare?

In parte sì e la soluzione più semplice è quella di inserire una o più rondelle, quando il perno è corto e la necessità è quella di allargare, rispettando la filettatura della pedivella tra la battuta del pedale e la pedivella stessa.

Asse tra piede e ginocchio, fattore importantissimo, ma deve tenere conto delle soggettività
Asse tra piede e ginocchio, fattore importantissimo, ma deve tenere conto delle soggettività
Nel gesto della pedalata c’è un aspetto da considerare più importante di altri?

Una regola importante, ma non perentoria è il rispetto dell’asse tra ginocchio e piede. Però, anche in questo caso è fondamentale prendere in esame anche i trascorsi del soggetto ciclista. Chi ha subito degli interventi chirurgici agli arti inferiori può avere bisogno di assumere una posizione non perfettamente in asse, ma adeguata alle sue necessità. Gli incidenti influiscono non poco sul nostro corpo. E poi è da prendere in esame il movimento della caviglia, che non deve mai essere troppo chiuso o eccessivamente aperto.

Da considerare in cima alla lista anche il movimento della caviglia
Da considerare in cima alla lista anche il movimento della caviglia

In conclusione

La possibilità di scegliere la larghezza del perno del pedale (parallela alla tipologia di tacchetta) è un ulteriore passo in avanti nella ricerca della resa più performante. La larghezza del perno del pedale ed il fattore Q di questo non è mai stato un argomento primario, balzato all’attezione di molti grazie ai nuovi pedali Time. Non è il fattore Q delle pedivelle, perché sono due cose diverse. Quest’ultimo è rappresentato dalla distanza tra le sezioni esterne delle due pedivelle. La scelta di un pedale con la giusta lunghezza del perno non dovrebbe essere fatta a caso, ma assecondata da una corretta e approfondita valutazione di un biomeccanico esperto, capace di leggere ed interpretare anche le caratteristiche soggettive dell’atleta.

Nasce GICO Lab, biomeccanica e preparazione al top

18.04.2024
4 min
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NIBIONNO – Lo scorso 6 aprile è stato inaugurato ufficialmente GICO Lab, un nuovo centro polifunzionale dedicato alla biomeccanica e alla preparazione legata al ciclismo. Il centro si trova a Nibionno, nel cuore della Brianza, e a crearlo è stato Giacomo Conti che, nonostante la giovane età, porta in dote un bagaglio di esperienza di tutto rispetto, maturato prima sui campi di gara, poi sui banchi dell’università ed infine in un importante negozio specializzato ciclo dove, come si suol dire, ha avuto modo di “farsi le ossa”.

Per saperne qualcosa di più sulla nuova struttura e sui servizi offerti, abbiamo deciso di far visita a GICO Lab pochi giorni dopo la sua inaugurazione per incontrare lo stesso Giacomo Conti (foto di apertura).

Giacomo Conti ha un passato da corridore prima di laurearsi in Scienze Motorie
Giacomo Conti ha un passato da corridore prima di laurearsi in Scienze Motorie
Partiamo da quella che potrebbe essere, e forse lo è davvero, una domanda banale, ma utile per presentarsi. Chi è Giacomo Conti?

Ho 25 anni. Per 13 anni ho praticato ciclismo, prima in mountain bike e poi su strada. Ho corso fino al 2019 fra gli under 23 nel Velo Club Mendrisio, che è stata la mia ultima squadra. L’ultimo anno in cui stavo gareggiando ho deciso di mettermi a studiare e nel 2021 ho conseguito la laurea triennale in Scienze Motorie. Nello stesso periodo ho ottenuto l’abilitazione a direttore sportivo di terzo livello.

Dalla laurea nel 2021 all’inaugurazione dei giorni scorsi quale è stato il percorso professionale che ha intrapreso?

Dopo aver conseguito la laurea, ho avuto l’opportunità di fare il tirocinio post universitario con il dottor Luca Pollastri, che fa parte dello staff medico della Jayco AlUla. Un’esperienza formativa che mi ha permesso di accrescere notevolmente le mie conoscenze in merito ai traumi subiti da atleti professionisti e alle patologie di cui possono soffrire. Contemporaneamente ho lavorato prima presso Guerciotti. Un esperienza che mi è servita molto a livello di conoscenza della bici come mezzo meccanico. Successivamente per due anni presso un importante negozio ciclo della Brianza occupandomi di biomeccanica. In quel periodo ho effettuato oltre mille posizionamenti. Mi piace dire che quei due anni mi sono serviti per “imparare a fare un lavoro”. L’apertura di GICO Lab è in un certo senso la naturale chiusura di questo lungo percorso di formazione. 

Nel suo laboratorio vengono fatte analisi biomeccaniche
Nel suo laboratorio vengono fatte analisi biomeccaniche
Per quale motivo aprire un centro autonomo e non inglobato in un negozio di biciclette?

La scelta di aprire un centro di biomeccanica e preparazione staccato da un negozio di bici è una cosa fortemente voluta. Ho sempre pensato che fosse il modo migliore per valorizzare il servizio offerto, evitando così che fosse visto come qualcosa di accessorio alla vendita di una bicicletta.

Quali sono i servizi offerti da GICO Lab e a chi si rivolge il centro?

Siamo un centro di biomeccanica e preparazione atletica. Ci rivolgiamo a chiunque ami andare in bicicletta, dall’agonista che vuole ottimizzare la sua performance, all’amatore che vuole risolvere ma anche prevenire possibili disturbi che si possono presentare andando in bicicletta. Per tutti loro abbiamo previsto dei pacchetti differenziati per biomeccanica e preparazione.

Il centro prevede altri servizi oltre alla biomeccanica e alla preparazione atletica?

Assolutamente sì. Il mio obiettivo è quello di creare un centro in grado di offrire servizi a 360 gradi. Ogni utente del nostro centro ha le sue esigenze e i suoi obiettivi che lo differenziano dagli altri. Diventa quindi importante avvalersi di figure professionali specifiche. Fin da subito abbiamo attivato delle collaborazioni a partire dallo stesso dottor Pollastri, passando poi per Rossella Ratto, ex professionista, e oggi bravissima biologa nutrizionista. Collaborano con noi, un osteopata, un urologo e, visto che sono sempre più le donne che vanno in bici, anche un ginecologo. Per quel che riguarda la nutrizionista e l’osteopata è possibile fissare un appuntamento direttamente presso il nostro centro mentre per quel che riguarda il medico sportivo, l’urologo e il ginecologo presso i rispettivi studi.

Ma non solo, l’obiettivo di Conti e di farne anche un laboratorio di preparazione per atleti pro’ e non
Ma non solo, l’obiettivo di Conti e di farne anche un laboratorio di preparazione per atleti pro’ e non
C’è un motivazione specifica alla base di tutte queste collaborazioni?

Come dicevo prima. Il mio obiettivo è che GICO Lab sia un centro in grado di offrire tutti i servizi necessari a stare bene in sella, ma anche una volta scesi dalla bicicletta. Il cliente non deve venire qui da noi con il semplice obiettivo di sistemare la bicicletta e basta. Deve venire qui per ottimizzare la sua posizione in sella per poter così ottenere una migliore performance e più in generale un maggiore benessere. Come ripeto spesso: “La biomeccanica non è solo un servizio per la bicicletta, ma per la persona che la utilizza”.

Ricordiamo che GICO Lab si trova a Nibionno, in provincia di Lecco, in via Parini 7. Il centro è aperto il lunedì dalle 14:00 alle 18:30. Il martedì, il giovedì e il sabato dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 18,30. Il mercoledì e il venerdì dalle 14 alle 20.

Riceve solo su appuntamento che si può prenotare direttamente sul sito www.gicolab.it scegliendo giorno, orario e i servizi di cui si ha bisogno.

GICO Lab

Il sistema Retul dei pro’: lo abbiamo provato anche noi

26.02.2024
7 min
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Il sistema Retul è alla base del posizionamento in bici adottato dai team, dai tecnici e dai corridori che usano le bici Specialized. Siamo stati a Milano, nelle sede di Specialized Italia per toccare con mano.

Grazie a Silvio Coatto, docente della Specialized University, siamo entrati nel cuore del sistema, con qualche curiosità e sovrapposizione di fitting tra professionisti ed amatori.

Silvio Coatto ci illustra il sistema Retul
Silvio Coatto ci illustra il sistema Retul
Definiamo il sistema Retul in poche parole!

Retul è un software+hardware di acquisizione dati del movimento 3D in bicicletta. E’ un tracciamento ottico basato su 8 marker e si basa sulla luce ad infrarossi emessa dai diodi, che sono gli emettitori di luce. I 4 filtri di vetro sulla parte anteriore della telecamera, chiamati Tracker, triangolano la posizione dei LED tridimensionalmente. Riassumendo, Retul è un sistema tecnologico che traccia e registra il movimento di un ciclista sulla bici. Questo software ci permette di valutare in diretta i cambiamenti e ci aiuta a migliorare performance e comfort in sella.

L’abbiamo definito un sistema “dinamico ed interattivo”
L’abbiamo definito un sistema “dinamico ed interattivo”
Quanto tempo è necessario per un posizionamento Retul?

Normalmente si parla di un paio d’ore, poi si consiglia sempre di fare un check di almeno mezz’ora dopo qualche uscita.

Si parla anche di plantari. Quanto influiscono nell’efficienza del gesto?

Molto, anche se è difficile fornire una percentuale riferita ad un giro in bici o ad un allenamento. Possiamo ragionare sul numero di pedalate moltiplicate per il tempo di un’uscita. Ad esempio, ad una media di 80 rpm e 3 ore di in bici, siamo a 14.400 spinte sui pedali. I piedi rischiano di essere molto stressati, per via anche di suole super rigide che hanno oggi le scarpe.

Quindi?

Quindi riuscire a distribuire il carico sul 100% della superficie del piede stesso aiuta a limitare al minimo questo stress, diminuendo la stanchezza e lasciando un po’ di energia da spendere in altre situazioni.

Ogni quanto si dovrebbe fare una valutazione biomeccanica complessiva?

Se non ci sono infortuni o problematiche recenti, la cosa migliore sarebbe farlo una volta all’anno.

Con il passare degli anni, cambia la nostra posizione sulla bicicletta?

Direi di sì, non viene stravolta chiaramente, ma la vita di tutti i giorni e la possibilità di potersi allenare di più o di meno possono portare a delle variazioni. Ad esempio, chi ha la possibilità di fare stretching in modo adeguato riesce ad allungarsi in modo maggiore. Chi ha sempre pedalato col tempo potrebbe procedere verso una posizione più comoda, mentre chi è meno esperto potrebbe andare verso una posizione più aggressiva perché migliora le sue doti di guida e magari ha ancora delle ottime doti muscolari/flessibilità.

In base alle tua esperienza e all’infinità di dati che hai a disposizione, quali sono le problematiche più comuni in fatto di posizionamento sulla bici?

Dando per scontato la taglia corretta della bicicletta, la sella è la base di tutto il lavoro che facciamo. Alcuni ciclisti la scelgono per estetica o non capiscono quanto incida sul loro modo di pedalare, andando ad influire negativamente sui movimenti. Altro problema, sempre legato all’estetica, è il fatto di non voler alzare il manubrio. In molti hanno la convinzione che il manubrio completamente ribassato sia sinonimo di aerodinamica ed efficienza

Invece?

Talvolta si estremizza e si ottiene il risultato opposto. Diverse persone pedalano in posizioni troppo vicine al loro limite di mobilità sul bacino, mettendo in crisi ginocchia, schiena, spalle e collo. Uno dei problemi più grandi da affrontare è l’emulazione al pari dell’estetica. Dal lato pratico e funzionale è meglio pensare ad essere ben posizionati in sella, il che significa anche meno problemi fisici.

L’analisi di un lato del corpo e poi del successivo
L’analisi di un lato del corpo e poi del successivo
Durante una valutazione Retul, c’è un passaggio tanto fondamentale, quanto più complicato rispetto agli altri?

Il sistema Retul rileva costantemente 38 dati, distanze e angoli. Tutti vanno sempre interpretati. Ci sono chiaramente dei range e si cerca di rimanere all’interno di essi. Direi che il passaggio fondamentale per il fitter è collegare la valutazione fisica fatta in precedenza con i valori visualizzati a video. E’ fondamentale capire “la causa” di un determinato valore in modo da trovare la soluzione.

Ci fai qualche esempio?

Un ginocchio può muoversi troppo lateralmente per colpa di una sella sbagliata, sella troppo alta, collasso piede e dell’avampiede, una differenza di lunghezza delle gambe, oppure delle tacchette posizionate male. Se non abbiamo fatto una buona valutazione fisica andiamo avanti a tentativi e rischiamo di amplificare il problema o di crearne uno nuovo. Il feedback del ciclista è molto importante ma, durante il fit, è abbastanza raro che sia preciso e sicuro, sempre meglio aspettare quello delle successive uscite su strada.

L’esperienza del fitter va di pari passo alla tecnologia fornita dal Retul
L’esperienza del fitter va di pari passo alla tecnologia fornita dal Retul
Nel post valutazione è necessario prendersi del tempo per capire la nuova posizione in bici ed eventualmente metabolizzarla?

Sì, soprattutto se i cambiamenti sono importanti ed eventualmente si può ragionare su due step. E’ fondamentale uscire limitando i carichi e dando al proprio corpo il tempo di adattarsi alla nuova posizione a al nuovo materiale. C’è anche chi parte a 1000 senza problemi e chi ha bisogno di un mese per adeguarsi.

Quindi Retul è un sistema che lascia spazio alla valutazione e all’esperienza del bike fitter?

Certo, moltissimo spazio al fitter. Retul è un attrezzo, tecnologico e molto preciso, ma sempre un attrezzo e non può valutare la condizione fisica del rider. La valutazione fisica è importante, ma il fitter deve anche ragionare su cosa andrà a fare il ciclista con quella bici e cosa fa nella vita di tutti i giorni, informazioni che può elaborare solo una persona.

Remco Evenepoel è uno degli atleti di punta di casa Specialized
Remco Evenepoel è uno degli atleti di punta di casa Specialized
Un argomento sempre attuale, posizione in bici di un pro’ vs amatore, cosa cambia?

Cambia solo ed esclusivamente la posizione del manubrio, lato sella direi niente. Anche se la tendenza è cambiata negli ultimi anni, vedi le posizioni crono molto più alte, i pro’ sono sempre più distesi e lunghi, più bassi, pur utilizzando anche degli spessori sopra la serie sterzo. Lasciando stare che sono più giovani e più performanti fisicamente, metterei in primo piano solo la qualità della loro vita. Hanno dei preparatori, disponibilità di materiali e conta anche la dieta che seguono. Mediamente beneficiano di una quantità maggiore di ore di sonno, fanno costantemente stretching e massaggi. Direi che sono aspetti che gli permettono di essere più aggressivi nella posizione in bici rispetto all’amatore medio che lavora 8 ore al giorno.