Un altro belga che vuole farci a fette: si chiama Segaert

05.08.2021
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La recente chiacchierata di bici.PRO con Andrea Bardelli, diesse del Team Franco Ballerini, formazione juniores toscana che espatria volentieri per correre e confrontarsi con gli altri (e per scoprire nuovi talenti), ci ha dato uno spunto per interpellarlo mentre è a Livigno con Martin Svrcek e altri ragazzi. Il tecnico toscano a metà luglio è stato col suo team al Medzinárodné Dni Cyklistiky, in Slovacchia. Si tratta di una gara a tappe di tre giorni vinta dal diciassettenne ceco Milan Kadlec, figlio d’arte ed omonimo dell’ex pro’ cresciuto in Italia tra i dilettanti nell’allora Brunero e poi visto per cinque stagioni tra Mobilvetta, Lampre e Vini Caldirola. Bardelli è reduce anche dalla trasferta in Austria alla Internationale Juniorenrundfahrt, altra corsa di tre tappe. Proprio leggendo la classifica della gara austriaca, abbiamo ritrovato il nome di un ragazzo straniero che in Italia quest’anno ci ha già vinto e che Bardelli conosce bene: Alec Segaert in forza al team Gaverzicht Be Okay.

Segaert ha da poco vinto la Internationale Juniorenrundfahrt in Austria
In Austria Segaert ha da poco vinto la Internationale Juniorenrundfahrt

Corridore internazionale…

Il belga, 18 anni ed ex triathleta, si era già messo in mostra da allievo nel 2019 in Azerbaijan all’Eyof, le Olimpiadi estive giovanili europee che si tengono ogni due anni dal 1991. In quell’occasione chiuse al quarto posto sia a crono che in linea (dove secondo in entrambe le gare finì Dario Igor Belletta). Nel 2020 ha fatto poche gare, ma quest’anno sta raccogliendo buoni risultati.

A metà luglio Segaert ha chiuso al secondo posto nel campionato nazionale a cronometro, dietro a Cian Uijtdebroeks (nuovo fenomeno che ha già firmato un triennale con la Bora Hansgrohe). Dieci giorni più tardi in Austria ha vinto la prima frazione e la classifica generale sul padrone di casa Alexander Hajek, tra l’altro compagno di squadra di Uijtdebroeks, altro nome da tenere sotto osservazione.

Ma dicevamo appunto che il pubblico italiano ne ha sentito parlare lo scorso 30 maggio a Stradella. Sull’ondulato circuito ricavato dal finale della tappa del Giro d’Italia vinta da Bettiol, Segaert ha conquistato per distacco il Trofeo Cinerari-Siori. Quel giorno Bardelli, sebbene fosse in corsa col suo Team Franco Ballerini, aveva dato supporto logistico e tattico al belga.

A maggio Segaert ha vinto a Stradella per distacco con lo stesso finale della tappa del Giro
Quest’anno Segaert ha vinto a Stradella per distacco con lo stesso finale della tappa del Giro
Andrea raccontaci questa domenica di fine maggio…

Insieme ad Alec c’era anche Lorenzo Masciarelli (figlio di Simone e nipote di Palmiro entrambi ex pro’, che corre per la belga Bert Containers Pauwels Sauzen, ndr). Entrambi volevano correre perché in Belgio non avevano organizzato gare a causa del covid e l’attività sarebbe ripresa solo a fine giugno. Così li siamo andati a prendere all’aeroporto, hanno dormito con noi la sera prima e sono rimasti con noi nei giorni successivi. I regolamenti italiani consentono agli atleti tesserati all’estero di poter disputare al massimo tre gare regionali e così abbiamo sfruttato il periodo a cavallo del 2 giugno. A Stradella comunque non è andata male per loro: Alec ha vinto e Lorenzo ha fatto quarto.

Bardelli ha conosciuto Segaert agli europei 2020 di Plouay
Bardelli ha conosciuto Segaert agli europei 2020 di Plouay
Come è nato il contatto con Segaert?

Sono tanti anni che sono con gli junior e sia la mia esperienza che la mia indole relazionale mi hanno portato a conoscere Alec. L’incontro è avvenuto l’anno scorso al campionato europeo di Plouay dove io ero presente con Ponomar. Da allora sono rimasto in contatto con lui attraverso suo fratello Loic, anch’egli ex corridore. Loic è il suo preparatore atletico e gli fa anche un po’ da manager. Fra di noi la stima reciproca è cresciuta. E ho anche un simpatico aneddoto se volete.

Racconta pure…

Ero alla gara in Austria con Martin Svrcek e la sua nazionale. Gli ultimissimi istanti della prima tappa, vinta da Alec in solitaria, li ho fatti vivere in diretta a Loic con una videochiamata whatsapp. Dovevate vedere e sentire la sua gioia. Ero emozionato anch’io e queste sono le belle cose del ciclismo in queste categorie.

Seconda tappa della corsa dedicata in Belgio a Philippe Gilbert: Segaert in fuga
Seconda tappa della corsa dedicata in Belgio a Philippe Gilbert: Segaert in fuga
Che tipo di corridore è?

E’ il classico passista belga, potente, che va molto forte anche a cronometro. Deve ancora definirsi e deve migliorare anche nella guida della bici, perché soffre ancora un po’ in alcune curve, però è un prospetto molto interessante. Non mi stupirei fra qualche anno di vederlo in un ordine d’arrivo tra i pro’ nelle classiche del Nord. Mentre stavo andando a Livigno mi sono fermato a Trento per vedere il percorso degli europei in linea e a crono. Appena visionati, l’ho chiamato e gli ho spiegato che il tracciato si addice alle sue caratteristiche. Se ci arriva in condizione può salire sul podio.

A proposito, nella cronometro del campionato belga è arrivato dietro a Uijtdebroeks di 16”. Lui è veramente il nuovo Evenepoel come dicono?

Non so se lo sia, ma se una WorldTour come la Bora lo ha subito messo sotto contratto per tre anni significa che qualcosa di molto buono c’è. Personalmente lo avevo visto dal vivo l’anno scorso alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Ad un certo punto ha lasciato tutti lì. Si è fatto 50 chilometri di fuga solitaria e ha vinto.

Segaert è il classico passistone potente belga, un uomo da Nord
Il giovane è il classico passistone potente belga, un uomo da Nord
Segaert sarebbe potuto essere un tuo corridore qui in Italia, invece?

Invece nulla, per colpa di vincoli federali che non ci consentono di tesserare più di uno straniero. Quando l’ho conosciuto lui non aveva ancora deciso se venire da noi ed io nel frattempo avevo già contatti con Svrcek. Purtroppo ho dovuto fare una scelta, ma mi è dispiaciuto molto non averlo potuto prendere. Questa regola andrebbe cambiata, anche tra una regione e l’altra, perché se uno junior, prima categoria internazionale, vuole coltivare il sogno di fare il ciclista non può avere queste limitazioni. Ci sono certi controsensi assurdi ma ormai non lo ripeto nemmeno più.

Belgio Tokyo 2021

Belgio: Van Aert leader, ma in serbo c’è la sorpresa

22.07.2021
4 min
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Guardano tutti a lui. Sembra strano visto che sabato a Tokyo sarà al via anche Tadej Pogacar, ossia l’ultima maglia gialla, colui che tutto vince, eppure la maggior parte degli addetti ai lavori (e non) indica in Wout Van Aert il grande favorito nella sfida per l’oro olimpico su strada e forse non potrebbe essere altrimenti mettendo insieme quello che il campione del Belgio ha fatto al Tour, vincendo in salita (la tappa del Mont Ventoux), a cronometro e in volata (queste ultime due in sequenza e a fine Grande Boucle).

Mentre Van Aert compiva le sue mirabilie, Sven Vanthourenhout, il cittì belga promosso alla strada dopo i tanti successi colti nel medesimo ruolo nel ciclocross, era già a Tokyo con Remco Evenepoel e Mauri Vansevenant, arrivati con largo anticipo e ha visionato il percorso con attenzione, studiato nei minimi particolari. Tornando in camera al villaggio olimpico belga con tanti dubbi, neanche troppo nascosti.

Vanthourenhout belgio 2021
Il cittì belga Sven Vanthourenhout, un lungo e glorioso passato nel ciclocross, ora alla strada
Vanthourenhout belgio 2021
Il cittì belga Sven Vanthourenhout, un lungo e glorioso passato nel ciclocross, ora alla strada

Van Aert e il problema del peso

«E’ un percorso estenuante – ha dichiarato ai cronisti di Standaard.be – con salite e discese senza sosta. Non è solo l’ascesa al Mikuni Pass che mi dà da pensare, perché prima ci sarà il Monte Fuji che fiaccherà le gambe a tanti. E’ un tracciato per gente leggera sui passaggi con pendenze dal 15% in su». Considerando che toccheranno punte del 22 per cento e che Van Aert non è proprio un peso piuma, i timori di Vanthourenhout sono giustificati.

E’ anche vero però che il Belgio ha costruito una squadra capace di cambiare faccia alla gara in molte maniere. Certo, Van Aert è la punta, ma con lui c’è l’esperienza di Greg Van Avermaet che è pur sempre il campione uscente, ci sono due corridori come Vansevenant e Tiesj Benoot che aiutano ma sanno anche vincere. E poi c’è un certo Remco Evenepoel…

Evenepoel campionato belga 2021
L’ultima occasione d’incontro fra Van Aert ed Evenepoel è stata al campionato nazionale, vinto dal primo
Evenepoel campionato belga 2021
L’ultima occasione d’incontro fra Van Aert ed Evenepoel è stata al campionato nazionale, vinto dal primo

Belgio già al passo col clima

Il talentino della Deceuninck Quick Step, a detta di chi era con lui negli ultimissimi giorni, è raggiante, con uno stato d’animo che non aveva da tempo. A differenza di molti altri, non solo suoi connazionali ma anche altre formazioni che hanno scelto di spostarsi con poco anticipo (una categoria della quale la nostra nazionale fa parte) Evenepoel è da tempo a Tokyo quindi sarà tra i più acclimatati, come fuso orario e come abitudine alle particolari condizioni atmosferiche. Chissà che Vanthourenhout non scelga di cambiare ruoli a poche ore dal via…

«Il recupero però mi spaventa poco – ha tenuto ad affermare il cittì – in fin dei conti chi era qui prima ha recuperato dopo un paio di giorni, quindi confido che sabato siano tutti al massimo. Io dico che è una gara che si presta a molte interpretazioni, dove può vincere anche un corridore di seconda schiera, per questo devono essere tutti pronti a recitare il ruolo del protagonista. Van Aert? Bisognerà vedere come assorbirà le pendenze del Mikuni Pass».

Van Aert Tokyo 2021
Appena chiuso il Tour, Van Aert è partito la sera stessa da Parigi per Tokyo, con Benoot e Van Avermaet
Van Aert Tokyo 2021
Appena chiuso il Tour, Van Aert è partito la sera stessa da Parigi per Tokyo, con Benoot e Van Avermaet

Van Aert fa pretattica?

E lui, il vincitore degli Champs Elysees? Arrivato a Tokyo dopo essersi imbarcato la sera stessa dell’arrivo a Parigi, ai taccuini presenti all’aeroporto ha dichiarato candidamente: «Per il momento non è rimasto molto nelle gambe, ma c’è tempo per recuperare». Intanto Vanthourenhout (che d’altronde lo conosce bene essendo stato il mentore dei suoi trionfi iridati sui prati) ha subito portato i ragazzi del Belgio a fare una prima sgambata di 70 km a 30 di media. La caccia all’oro è appena cominciata…

Risponde Boplan, ecco come sono nate le super barriere

29.04.2021
6 min
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Le avevamo viste alla Scheldeprijs e ve le avevamo raccontate con un articolo e un video: mai più cadute come quelle di Fabio Jakobsen al Tour de Pologne. Ma dato che di queste transenne si è parlato, qualcuno ha ripreso il tema e altri come l’Accpi hanno raccontato di altri progetti tesi a superare le barriere metalliche, ci è venuta la curiosità di chiedere a Boplan come e perché abbiano avuto l’idea di investire nel ciclismo. E quello che ci hanno raccontato, soprattutto sul fronte commerciale, è stato molto interessante.

Il nostro interlocutore è Bram Robichez, Marketing ed E-commerce manager della sede Boplan di Morseele, paese vicino Courtrai nel cuore delle classiche delle Fiandre.

Il totem “introduce” le transenne, che possono anche essere unite a quelle in metallo
Il totem “introduce” le transenne, che possono anche essere unite a quelle in metallo
Ci piacerebbe sapere come mai vi sia venuto in mente di studiare dei dispositivi di sicurezza per il ciclismo.

Boplan è dal 1999 un’azienda di riferimento quando si tratta di soluzioni per la sicurezza industriale. In questi oltre 20 anni abbiamo acquisito una competenza unica in questo settore. Ci sono tre cause per le quali abbiamo deciso di mettere la nostra competenza al servizio del mondo del ciclismo e dello sport, semplicemente perché pensiamo di poter fare la differenza.

Quali sono?

La prima causa è la passione per il ciclismo del nostro Amministratore Delegato Xavier Ramon e di molti dei nostri dipendenti. Poi c’è il fatto che il Belgio è uno dei principali Paesi con un enorme interesse pubblico per la bicicletta. Infine purtroppo si verificano ancora incidenti terribili nel ciclismo, che possono essere evitati utilizzando i prodotti e la tecnologia giusti. 

Vi siete mossi su richiesta di qualche organizzatore amico?

Abbiamo sviluppato e introdotto il nostro primo prodotto, il Boplan Race Bumper, nel 2019. Il suo lancio è stato fatto in collaborazione con gli organizzatori della E3 BinckBank Classic (ora E3 SaxoBank Classic, ndr) che sono stati i primi ad applicarlo nella loro gara. Ma l’iniziativa è stata nostra.

In che modo avete determinato l’altezza e l’inclinazione delle transenne?

In realtà si tratta di una caratteristica di sicurezza. Ci siamo assicurati che la barriera fosse più alta del punto di articolazione di una persona adulta, del suo bacino. Così le persone non sarebbero state in grado di chinarsi sulle transenne e raggiungere l’area in cui passano i corridori. La pendenza di 70° è identica alle barriere metalliche inclinate attualmente in uso nelle zone di arrivo. Quindi se necessario i due tipi di barriera possono essere collegati. L’inclinazione, in combinazione con l’altezza di 140 cm, fa sì che il pubblico non sia in grado di entrare in contatto con i corridori.

Transenne Boplan 2021
Bram Robichez, Marketing ed E-commerce manager nella sede Boplan di Morseele
Bram Robichez, Marketing ed E-commerce manager nella sede Boplan
In che modo avete scelto il materiale?

Abbiamo attinto agli oltre 20 anni di esperienza nelle soluzioni con l’impiego di polimeri. I nostri prodotti per la sicurezza industriale possono sopportare impatti enormi da parte di carrelli elevatori che pesano diverse tonnellate. Abbiamo sviluppato un’intera gamma di soluzioni di protezione dalle collisioni, ciascuna con le sue proprietà specifiche e i suoi valori di resistenza agli urti. Da questa competenza ed esperienza abbiamo sviluppato una versione speciale del polimero specifica per la protezione durante le gare ciclistiche e gli eventi sportivi.

Avete fatto dei crash test?

Tutti i nostri prodotti per la sicurezza industriale sono ampiamente testati. Abbiamo utilizzato i risultati di questi test per lo sviluppo delle nostre soluzioni di sicurezza per le gare ciclistiche. Abbiamo anche utilizzato simulazioni di crash e altri test sono programmati nel prossimo futuro. Le barriere sono destinate ad assorbire l’energia dall’impatto. Ovviamente parliamo di impatto di biciclette e non di automobili.

Che tipo di servizio offrite agli organizzatori che decidono di scegliere le vostre transenne?

Al momento offriamo soltanto i nostri prodotti, in una formula di collaborazione che secondo noi è vincente. Ciò significa che gli organizzatori della gara possono disporre dei nostri prodotti gratuitamente, in cambio di visibilità mediatica e di marketing a nostro favore. Un po’ come se fossimo uno degli sponsor principali della gara. Usiamo la manifestazione come piattaforma per creare consapevolezza del marchio e visibilità sui media per Boplan, offrendo in cambio più sicurezza.

Il solo dubbio, avendole viste, è che il binario in cui scorrono i pannelli pubblicitari possa essere tagliente.

No, le guide sono in gomma flessibile e non sono per niente taglienti.

Quanto costano le vostre transenne?

Ebbene, sono costose da produrre e abbiamo investito parecchi euro nel loro sviluppo. Ma come detto, non le vendiamo come tali, quindi purtroppo non posso darvi un prezzo.

Vuole dire che qualunque organizzatore ve le chieda potrà averle in uso gratuito?

Finora è stato così, ma ora stiamo lavorando sulla migliore strategia per richieste di questo tipo. Le gestiremo singolarmente, caso per caso.

Dopo tanta visibilità, avete ricevuto richieste da parte di altri organizzatori?

Sì, abbiamo ricevuto moltissime richieste. Da Giappone, Canada, Australia, Stati Uniti, Italia, Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Norvegia, Francia. Abbiamo anche contatti con quasi tutti gli organizzatori di gare in Belgio, dalla piccola gara locale, a classiche di fama internazionale come il Giro delle Fiandre, Gent-Wevelgem, E3 e simili.

Chi vi ha contattato dall’Italia?

Ci sono state molte richieste di informazioni, ma dato che non ci sono stati accordi ufficiali, preferiremmo mantenere questa informazione confidenziale. Ma per ora non ci sono grandi nomi, come ad esempio il Giro.

Cos’è davvero il ciclismo in Belgio? Venite con noi…

05.04.2021
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Per capire cos’è veramente il Belgio del ciclismo bisogna venire quassù. Ma non solo alla Gand, al Fiandre, ad Harelbeke o alla Liegi. Lì è facile…

La Ronde de Mouscron: circuito il giorno dopo la Ronde. Per chi non lo sapesse la Ronde e basta in Belgio è il Fiandre. Una gara femminile, quasi al confine con la Francia. Durante la Campagna del Nord si corre (quasi) sempre.

Anche la Tv

Mouscron, classico paesino belga: la piazza al centro, la chiesa, il campanile che troneggia sui tetti grigi e le case in mattoncini rossi ormai imbruniti dal tempo, intorno prati, dolci colline e capannoni industriali. Fossimo in un altro giorno sarebbe pieno di gente, ma la pandemia non permette tutto ciò. In più mettiamoci anche che la temperatura è appena sopra lo zero, che soffia un vento a dir poco fastidioso e che di tanto in tanto cade la neve. Serve altro?

«Peccato che ci sia il covid – dice l’organizzatore ed ex corridore, Jean-Luc Vandenbroucke – altrimenti sarebbe stata una grande festa. Però – e torna a sorride dietro agli occhiali da vista che si appannano con la mascherina – abbiamo avuto la diretta tv. E’ la prima volta e questo è un grande onore. Sono felice che siamo riusciti a farla».

E appena smette di parlare con noi, si dirige da un gruppo di poliziotti che chiacchierano al centro della piazza e li ringrazia per il supporto offerto.

L’apporto della comunità

La polizia municipale e quella stradale hanno presidiato i bivi di questo anello da 12,5 chilometri da ripetere dieci volte. Ogni cosa ha funzionato alla grande. Tutti hanno dato il loro apporto, anche coloro che con le auto erano fermi nei vari posti di blocco. Nessun muso lungo in Belgio, almeno per queste cose. Infilavano la giacca, alcuni neanche quella, e scendevano a vedersi la corsa.

Le forze dell’ordine avevano il giubbino arancio, i volontari quello giallo fluo. Tra i questi ci sono giovani e anziani. La differenza è che i primi hanno lo smartphone in mano e i secondi la bandierina sempre alzata… anche quando non passa la corsa! Però c’erano.

La carovana delle squadre era dislocata nei parcheggi (piccoli) del paese. Nessuna grande struttura e sì che al via c’erano anche team WorldTour, ma non mancava nulla. 

Il Belgio e la birra

Il pubblico non c’era. Sembra assurdo, ma quando ci sono gli eventi non ci sono assembramenti. Sembra quasi contro natura, perché in qualche modo l’evento è per sua stessa natura un richiamo. E invece regole e controlli se legati ad un qualcosa di concreto funzionano. Senza eventi i belgi, un po’ come noi, ci sono sembrati abbastanza “sciolti”, diciamo così.

Tuttavia a fine gara, ai piedi di Chiara Consonni che sorrideva sul podio, qualche decina di tifosi si è radunata. Ma almeno stavano dietro alle transenne e non erano a contatto con le atlete. Altri si sono affacciati dai balconi. E’ impossibile tenere lontano un belga dal ciclismo.

In questa bella ed insolita esperienza da Campagna del Nord solo una cosa ha stonato un po’. Le birrerie sulla piazza erano due, ma purtroppo erano entrambe chiuse. Quella con la scritta Leffe sul tetto ci avrebbe accolto con enorme piacere. E così siamo rimasti a bordo strada e a bocca asciutta, ad aspettare ogni volta il passaggio delle ragazze.

Vi ricordate quando Paolini vinse l’Het Nieuwsblad?

24.02.2021
4 min
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Solo quattro italiani in 76 anni di storia dell’Omloop Het Nieuwsblad hanno alzato le braccia sul traguardo: Ballerini nel 1995, Bartoli nel 2001, Pozzato nel 2007 e Paolini nel 2013. E’ evidente che non si tratti di una corsa banale, dato che fra gli altri vincitori ci sono tutti i mostri delle sfide del Nord. Il percorso della prossima edizione, che si correrà sabato prossimo, è impossibile da vedere sul sito della corsa perché per impedire ai tifosi di seguirla non viene pubblicato, ma ricalca quello di un piccolo Fiandre. Lo scorso anno si corse per 200 chilometri da Gand a Ninove e vinse Jesper Stuyven. Ma come andò nel 2013 quando Paolini fu l’ultimo italiano a vincere?

Si corse da Gand a Gand, distanza di 198,6 chilometri e muri come Leberg, Berendries, Tenbosse, Kruisberg, Taaienberg, Eikenberg e Molenberg. Il “Gerva” regolò in volata Vandenbergh. A 1’13” Vandousselaere anticipò Geraint Thomas, Van Avermaet, Bandiera e Chavanel.

Al Giro 2020 come uomo Assos, Paolini parla con Sobrero
Al Giro come uomo Assos, Paolini parla con Sobrero

Paolini sta diventando matto nel suo ufficio alla Assos, mentre l’azienda si sta dando un gran da fare per supportare il Team Qhubeka-Assos. Probabilmente parlare un po’ di quella corsa di 8 anni fa (fuori dall’orario di lavoro) è il modo di tirare un po’ il fiato.

Che corsa era?

L’ho schivata per una vita, secondo la mentalità di Pozzato che non si buttava nelle volate per non rischiare di farsi male. Io pensavo che andando lassù prima della Tirreno e della Sanremo, avrei rischiato troppo e non ci andavo. Poi però arrivavo all’Inferno in aprile senza aver saggiato prima il terreno e mi mancava qualcosa. Così mi sono mentalizzato e ho scoperto una corsa affascinante come le altre. Come il Fiandre, una classica vera e propria.

Perché il cambio di mentalità?

Ho capito nel 2007 che potevo fare bene su quei percorsi. Prima, correndo con Paolo (Bettini, ndr), per me il Nord erano le Ardenne. Quando poi sono andato alla Liquigas, ho cominciato a cambiare gusti.

Het Nieuwsblad 2013, forcing nel finale: la selezione è fatta, se la giocano in due
Het Nieuwsblad 2013, la selezione è fatta: se la giocano in due
Cosa ricordi della vittoria del 2013?

Faceva un freddo cane, non so se addirittura peggio della Gand che ho vinto. Ricordo che la temperatura massimo fu di un grado sotto zero. Fu una giornata passata a gestire le forze. Mi sorprese vincere, anche se avevo fatto un buon inverno. Credo che la differenza la fece Tchmil

Cosa c’entra Tchmil?

Ero al terzo anno con la Katusha e con uno così come manager, sapevi esattamente chi avevi di fronte. Mi è piaciuto molto lavorare con lui, mi ha fatto capire tante cose. Soprattutto l’approccio con le corse. Con lui non si andava mai alla partenza solo per partecipare. Ha sempre avuto la mentalità vincente e quel risultato fu anche il modo per ripagare la fiducia e per capire che quelle erano davvero le mie corse.

Da cosa lo capisci?

Me ne rendo conto adesso. Se penso di aver vinto l’Het Nieuwsblad, poi la Gand, una tappa a De Panne e di aver fatto terzo al Fiandre, basta fare un semplice resoconto per capirlo. Non era facile da vincere, perché viene presto nella stagione. Devi arrivare in condizione e impari a conoscere quei percorsi. 

Sul podio, Paolini con Vandenbergh e Vandousselaere
Sul podio, Paolini con Vandenbergh
Quale consiglio daresti a un italiano che parte per correrla, ad esempio a Ballerini?

Hai fatto il nome perfetto, stravedo per Ballerini, che per fermarlo devono sparargli nelle gambe ed è nella squadra giusta. Cosa posso dirgli? Il ciclismo è cambiato tanto, ma gli direi di non pensare come facevo io che viene troppo presto nel calendario, quindi che è meglio non andarci. E’ una corsa con la stessa dignità del Fiandre, non è una scelta di ripiego. E’ una vera classica.

Come potrà essere senza pubblico?

Non riesco a immaginarlo. A parte la concentrazione di correre e guidare su quelle strade, il pubblico lo senti. Mi dispiace per i ragazzi che dovranno gareggiare così, non sarà la stessa corsa.

Sai che per non far andare la gente non pubblicano la planimetria sul sito?

E credi che basti per fermarli? Quelli lassù sanno già tutto, lo sapete bene che cosa significa l’inizio delle classiche. Diciamo che starà alla discrezione di ognuno, ma a casa i belgi non li tieni…

Mathieu Van der Poel, Namur 2019

Namur, percorso storico per il primo duello

19.12.2020
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Non ci ha messo poi molto Namur per entrare nella storia del ciclocross. Nel piccolo borgo belga vanno molto fieri della propria creatura, il Cyclo-cross de la Cittadelle, nato nel 2009. La gara nacque dietro la spinta delle autorità cittadine, che volevano creare un evento internazionale in grado di far risaltare tutta la regione vallone in qualcosa che normalmente era più appannaggio dei fiamminghi.

Domani su quei sentieri spesso infangati si consumerà il primo duello tra Van der Poel (nella foto di apertura, la vittoria a Namur 2019) e Van Aert, con Pidcock e Iserbyt pronti ad approfittarne.

Wout Van Aert, Namur 2018
Wout Van Aert in azione a Namur nel 2018
Wout Van Aert, in azione a Namur 2018

La storia dimezzata

Le basi poste furono solide, affidandosi alla competenza del pluricampione del mondo Roland Liboton per disegnare il tracciato e aderendo subito a un circuito importante, il Trophee Gazet van Antwerpen. Importante sì, ma le ambizioni erano ben altre. Dal 2011 infatti la gara fa stabilmente parte della Coppa del mondo e ne è diventata una colonna portante. Un evento atteso tutto l’anno, si può quindi ben immaginare la sofferenza degli organizzatori e della città intera quando si è presa la decisione di ridurre le gare di domenica prossima solo a quelle elite, a causa della pandemia.

Thomas Pidcock, Namur 2018, U23
Thomas Pidcock ha vinto a Namur 2018 fra gli U23 e domenica scorsa nel Superprestige
Thomas Pidcock, Namur 2018, U23
Thomas Pidcock ha vinto a Namur nel 2018, da U23

Smacco Van der Poel

Il re di Namur è, manco a dirlo, Mathieu Van Der Poel. Il campione olandese ha trionfato su quel percorso che ben conosce per 4 volte fra il 2015 e il 2019. L’unica sconfitta è arrivata nel 2017, ma è stata una sconfitta dolorosa. In quella stagione infatti VdP stava dominando, andando a caccia di quel Grande Slam (vittoria ai Mondiali e nelle tre grandi challenge) confermatosi un obiettivo troppo grande anche per lui.

In gara però la sua tattica garibaldina sin dall’inizio non ottenne il risultato che sperava. Il suo grande nemico Van Aert, allora in maglia iridata, gli rimase attaccato per poi andare via di forza, con l’olandese superato anche dall’altro belga Toon Aerts. VdP si è rifatto l’anno successivo, Van Aert per ben tre volte gli è finito alle spalle a Namur, ma probabilmente non ci pensa neanche più. A VdP, invece, quel ricordo non piace

Eva Lechner, Namur 2018
Eva Lechner, sopra nel 2018, sul podio dal 2015 L 2017
Eva Lechner, Namur 2018
Per Eva Lechner, podio dal 2015 al 2017

Italiani da podio

Agli italiani Namur non ha mai sorriso appieno, ma qualche piazzamento di spicco è arrivato. Jakob Dorigoni, che non ha mai fatto mistero del fatto che il percorso di Namur è fra i suoi preferiti, ha chiuso secondo nel 2018 e terzo lo scorso anno, sempre fra gli under 23.

Secondo anche Gioele Bertolini nella stessa categoria nel 2015. I due sono stati battuti da due signori ciclocrossisti, il britannico Pidcock nel caso di Dorigoni e l’attuale campione europeo Iserbyt per il Bullo.

Nulla però a che vedere con Eva Lechner, per tre volte sul podio fra il 2015 e il 2017: la curiosità è che in nessuna di quelle occasioni a vincere è stata un’olandese, ma d’altronde la dittatura arancione è iniziata solo due anni fa, con il podio monocolore e la vittoria che in entrambe le occasioni ha arriso a Lucinda Brand, pronta a fare tris.

Valerio Piva

Piva alla Wanty, un ritorno alle origini

10.11.2020
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Valerio Piva si è ritrovato senza lavoro per due volte nello stesso anno e la cosa non gli è piaciuta. La prima a marzo, quando la CCC-Sprandi ha licenziato tutto lo staff, compresi i direttori sportivi, trovando un accordo con i corridori. La seconda alla fine dell’estate, quando Jim Ochowitz ha ammesso di non avere altri sponsor e la squadra ha chiuso i battenti. I corridori migliori si sono sistemati, Baldato ha firmato con la Uae-Emirates, Pinotti si è accasato alla Mitchelton e il mantovano che vive in Belgio è rimasto a pensarci. Poi si ha firmato con la Circus-Wanty Gobert, la squadra di Andrea Pasqualon, che da Ochowitz ha comprato la licenza WorldTour.

In Belgio sono giorni di tempo secco, anche se qualche brinata inizia a farsi vedere nelle albe più rigide. Il Paese è in lockdown. Sono aperti i negozi essenziali, chiusi bar e ristoranti. Serrate le palestre, si può fare sport all’aria aperta e si lavora da casa. E proprio a Riemst troviamo Valerio.

Simone Petilli, Giro dell'Appennino, 2020
Fra gli italiani del team, anche Simone Petilli qui al Giro dell’Appennino 2020
Simone Petilli, Giro dell'Appennino, 2020
Fra gli italiani, c’è anche Petilli
Partiamo da marzo…

Una doccia fredda. Siamo stati tutti licenziati, ma quel risparmio ci ha permesso di ripartire ad agosto e finire la stagione. Con i corridori hanno firmato un impegno sino a fine anno. A chi aveva contratti più lunghi sono stati… cancellati. Lo sponsor ha annunciato che si ritirava e Jim, che pure aveva dei contatti, è rimasto bloccato in America. Quando era arrivato, era ormai tardi.

Quanto c’era di Piva nella CCC?

Sono stati bravi ad accettare quel che dopo tanti anni di Bmc abbiamo portato nel gruppo polacco. La squadra funzionava. Avevamo Van Avermaet e Trentin per le classiche, stavamo lavorando sui giovani, con Zimmermann e Aleotti. Quando Masnada è andato via, sapevamo di essere alla fine. Fausto ci avrebbe fatto comodo per il Giro, ma come facevi a dirgli di non andare? E’ la sua vita…

Un po’ di speranza restava.

Quella di tenere un gruppo giovani, sapendo che i buoni erano tutti andati, e ripartire da un budget minore. Ma non è stato possibile.

Come è andata dopo?

Sono rimasto deluso, anche se capisco la situazione. Il diesse è legato al manager e difficilmente si fanno cambiamenti. Sono grande, avevo il contratto fino al 2021 e poi avrei valutato di cambiare ruolo. Ma così di colpo, per una scelta non mia, non ero pronto a smettere. Onestamente, pensavo a qualche opportunità in più.

Come è venuta fuori la Wanty?

Ero sicuro che Ochowiz parlasse con la Alpecin e loro mi avevano cercato, se fossero entrati nel WorldTour. In realtà avendo chiuso in testa il ranking professional, possono correre dove vogliono e hanno, Van der Poel, il corridore che tutti vogliono. Sono nella situazione ideale. Infatti Jim parlava con Wanty ed è stato lui a dirmi che avevano bisogno di me. Per cui… eccomi qua!

Come la vede Piva?

Hanno passione, ambizione e sponsor che li sostengono. Bisogna lavorare tanto, perché non hanno un parco corridori per fare grandi risultati WorldTour. Abbiamo fatto un paio di riunioni, si parte per farsi vedere e crescere.

Hilaire Van der Schueren
Hilaire Van der Schueren è il padre carismatico della Circus-Wanty Gobert
Hilaire Van der Schueren
Hilaire Van der Schueren, padre del team
Chi comanda?

Hilarie Van der Schueren, che ha 72 anni ed è la figura carismatica. Ha costruito la squadra dalle ceneri della Vacansoleil e tutti lo seguono. E’ stato bravo a coinvolgere tanti sponsor più piccoli come in una grande famiglia. Bisogna essere bravi a gestirli, ma è come tornare alle origini. Sono pochi ormai i fortunati con la multinazionale alle spalle.

Cosa si fa per prima?

Serve organizzazione, non si può improvvisare. L’Uci chiede una struttura e questo è il passo più difficile. Sono il solo tecnico con esperienza WorldTour. Volevano Pinotti, ma aveva già scelto un’altra strada. Come allenatore è arrivato Aike Visbeek, che era con Dumoulin quando vinse il Giro e nel 2020 era alla Seg Academy.

Quali saranno i corridori da seguire?

Pasqualon, che lavora con Hilarie. Rota e Petilli, che seguirò io. Vliegen è lì da due anni e ha un bel potenziale: uscì con Teuns dalla squadra U23 di Bmc. Bakelants ci metterà l’esperienza e sono arrivati Zimmermann, Koch e Hirt dalla CCC. C’è Evans, scalatore australiano da cui si aspettano tanto e i Van Poppel per le volate. E poi Eiking, che è un bel talento norvegese. Sono stati presi corridori che promettevano e altri che devono rilanciarsi, sarà un bello stimolo metterli insieme.

La sede è vicino casa Piva?

Mica tanto, era più comoda quella di Bmc. La sede è a Tournai, sono 200 chilometri. Ma non sono i chilometri certo a farmi paura.

Andrea Pasqualon, figlia Joel, Tanja

Pasqualon, questa è vera felicità

04.11.2020
4 min
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Andrea Pasqualon è felice. Sta trascorrendo qualche giorno in montagna con la famiglia, nel paradiso autunnale della Val Casies. Camminando. Mangiando. Staccando dallo stress e dalla bici. Un resort con la Spa annessa, recuperando le energie che serviranno per il nuovo anno. In più un paio di giorni fa, Andrea ha firmato il rinnovo del contratto con la Circus-Wanty Gobert e questo ha significato per lui entrare nel WorldTour. Finalmente. La squadra belga infatti ha comprato la licenza dalla CCC e dal prossimo anno correrà nella massima divisione del ciclismo mondiale. Quando un sogno si avvera, ti senti addosso come un correre di elettricità. Ed è quello che traspare parlando con il trentino, che oltre alla simpatia trasmette anche la sensazione di essere davvero una brava persona. Per questo si comincia scherzando…

Andrea Pasqualon, Gand-Wevelgem 2020
Andrea Pasqualon alla Gand-Wevelgem 2020, chiusa al 20° posto
Andrea Pasqualon, Gand-Wevelgem 2020
Andrea Pasqualon alla Gand-Wevelgem 2020
Certo, fare le vacanze dopo solo due mesi di corse…

Dici bene, ma in due mesi abbiamo fatto la metà delle corse di un anno. Tutto concentrato. Il lockdown sui rulli. Poi la testa di non mollare, perché si sarebbe ripartiti a mille. Praticamente abbiamo fatto due inverni. Quello che ci ha portato al debutto e poi quello del lockdown. Metà anno ad allenarci, senza mai staccare. E adesso pare che ci risiamo…

Purtroppo.

Qui in Alto Adige gli alberghi stanno per chiudere, quando dovrebbe iniziare la stagione invernale. Da me in Val di Fiemme, di solito compensano le spese per l’acqua dei cannoni sparaneve con i soldi dei primi stagionali. Ma nessuno ancora li ha comprati, chi se la sente di farlo se poi chiudono tutto?

E quindi alla fine arrivi nel WorldTour, sei felice?

Ci ho messo 10 anni. Le vittorie più belle sono quelle più sofferte. Ti insegnano a crederci, a fare sacrifici, a non mollare mai. Ero passato professionista con l’obiettivo del WorldTour. Invece dalla Bardiani sono passato a una continental, l’Area Zero. Da avere un lavoro pagato a non guadagnare più. Un colpo difficile da assorbire. Da pensare anche di smettere.

E’ stata dura?

Il momento più difficile della mia carriera, ma è valsa la pena di tenere duro. Anzi, spero che la mia storia possa essere di ispirazione a molti giovani che si trovano nella stessa situazione, si abbattono e mollano. Guardate che le cose si possono far cambiare…

Andrea Pasqualon, figlia Joel
Con la figlia Joel sul lago di Braies, nelle vacanze prima di ricominciare
Andrea Pasqualon, figlia Joel
Con la figlia Joel sul lago di Braies
Come si fa?

Bisogna saper guardare avanti e ringraziare chi ti aiuta. Queste piccole squadre che mi hanno consentito di andare avanti. La mia è la stessa storia di Jacopo Mosca, entrambi all’Area Zero. E’ giusto che queste squadre continuino e diano il loro contributo. Anche se non ho ricevuto tanto, mi hanno comunque permesso di andare avanti.

Come cambia la Circus-Wanty Gobert con il WorldTour?

Rimane la stessa e non mi stupisce. Stanno cercando corridori di livello superiore, mi pare abbiano preso Taaramae e altri della CCC. L’obiettivo è continuare a crescere, abituati come sono sempre stati ad aumentare anno dopo anno. Sono stati intelligenti, non hanno mai fatto il passo troppo lungo.

Arriverà una nuova bici?

Certo, ma sarà sempre una Cube. Perché ci hanno creduto e sostenuto fin dall’inizio e meritano di essere ricompensati. Abbiamo avviato insieme un percorso di innovazione tecnologica con i nostri feedback. I nostri sponsor sono diversi.

Diversi da quali?

Da quelli che giocano soltanto con l’ottica dei soldi, ma ragionano in base a un progetto. Sono come una famiglia, ma è una cosa tipica del Belgio. Ed è bello vedere questo affiatamento. Si ritrovano per cene ed eventi, si aiutano. In Italia non è così.

Andrea Pasqualon, figlia Joel, Tanja
Con la figlia Joel e Tanja sulle Dolomiti
Andrea Pasqualon, figlia Joel, Tanja
Con la figlia Joel e Tanja sulle Dolomiti
Hai corso il Tour, hai fatto le classiche: cosa può dare il WorldTour a Pasqualon?

Il Giro d’Italia (sorride dal cuore, ndr). Sono professionista dal 2011 e l’ho sempre visto in tivù o a bordo strada. Perché se ero a casa, le tappe vicino casa andavo a vederle. Ma correrlo immagino che sia un’altra cosa, come il Tour per i francesi. E francamente non vedo l’ora.

Riassumiamo: vivi in Val di Fiemme, hai la residenza ad Andorra e poi?

E poi ho un appartamento anche a Girona, per i periodi freddi. Amo la montagna, d’inverno quando posso vado anche a sciare, ma andare in bici con due metri di neve è impossibile. E si sa che la stagione si costruisce d’inverno. Per cui entro un paio di settimane cercherò di capire i vari decreti fra Italia e Andorra e poi deciderò.

La famiglia ti segue?

No, la famiglia resta in Italia. Sappiamo che è dura stare tanto tempo separati, ma è anche bellissimo godersi queste settimane solo noi, insieme. Sfruttiamo al meglio il tempo insieme. E quest’anno è anche più bello. Sono felice, si può dire. Sono proprio felice.