Boaro: il tempo di dire addio, poi quella telefonata…

29.10.2023
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Neanche il tempo di appendere la bici al chiodo, di assimilare un totale cambio di vita che Manuele Boaro si è subito rituffato nel mondo del ciclismo. «Il giorno dopo la mia ultima corsa, la Veneto Classic, è squillato il telefono. Dall’altra parte c’era Alberto Volpi che mi ha chiesto se me la sentissi di affiancarlo nella guida del JCL Team Ukyo, il team giapponese del quale è diventato manager. Non ci ho pensato un attimo, gli ho detto subito sì. Mi sono tuffato in una nuova avventura con lo stesso entusiasmo di quando 13 anni fa ho iniziato il mio cammino fra i pro’».

Boaro ha chiuso a 36 anni con convinzione. Non perché il fisico gli dicesse di smettere, anche se le varie stagioni passate in giro per il mondo si facevano sentire. Questo ciclismo però non riusciva più a gestirlo dal di dentro.

«Sapendo che avevo il contratto in scadenza – spiega – ho provato a muovermi. Dopo anni i manager li conosco tutti, li ho contattati personalmente. Ma al di là di un po’ di “vediamo, ti faccio sapere” non avevo avuto nulla. Qualcosa magari sarebbe anche saltato fuori, ma mi sono chiesto se avrebbe avuto un senso. Poi ho saputo che la Veneto Classic passava proprio per il mio paese, davanti casa mia. Allora ho pensato che sarebbe stata la maniera migliore per chiudere».

La grande festa per il suo ritiro all’ultima Veneto Classic, con il fans club schierato al completo
La grande festa per il suo ritiro all’ultima Veneto Classic, con il fans club schierato al completo

L’ultimo dei veri gregari?

Una decisione presa proprio qualche giorno prima, ma il poco tempo è bastato per allestire una grande festa per salutarlo come si conveniva: «Sono venuti in tanti, il fans club si è mobilitato alla grande e quel giorno è stato un turbinio di emozioni. Posso dire di aver chiuso in bellezza, credevo che la mia storia ciclistica si sarebbe chiusa lì. Invece neanche poche ore dopo rieccomi coinvolto, ma in maniera completamente diversa».

L’addio di Boaro è anche l’addio di uno degli ultimi veri gregari. Il suo racconto della ricerca vana di un contratto non fa che confermare la sensazione che questa figura stia ormai sparendo: «In questo ciclismo, fatto di numeri, siamo noi quelli che vengono penalizzati. Le squadre chiedono corridori che portino punti, il principio del “siamo tutti capitani” è ormai imperante. Ma attenzione: chi lavora per la squadra nella prima parte di gara, quando non ci sono le telecamere, quando si gettano le basi della corsa e bisogna proteggere e stare vicino al capitano di turno?

«Il risultato è che le corse professionistiche stanno diventando come quelle dei dilettanti – prosegue Boaro – pronti via ed è subito bagarre. Ma a lungo andare questo modo di correre logora, bisognerà vedere come l’intero ambiente reagirà quando corridori come me o come Puccio non ci saranno più».

L’esempio di Rijs

Boaro è sempre stato molto convinto della sua scelta: «Non ero un campione quando sono passato professionista e ho capito presto che dovevo trovare una mia dimensione. Ho avuto la fortuna di correre insieme a grandi campioni come Contador, Nibali, Sagan e posso dire di aver contribuito ai loro successi. Il che mi ha permesso di vivere una carriera densa di bei momenti e di soddisfazioni, ma anche di contatti umani, il che è fondamentale».

Ripercorriamo allora la sua carriera, fatta di poche squadre perché quando Manuele era nel team, ne diventava una colonna: «Ho iniziato con la Saxo Bank diventata poi Tinkoff, ben 6 anni in quel gruppo. Avevo Bjarne Riis come manager ed è stato preziosissimo, mi ha insegnato tanto su come vivere questo ambiente, tutte nozioni che mi saranno ancora utili ora che passo dall’altra parte… Era davvero un numero 1 nel ciclismo, ma anche fuori sapeva far gruppo. Alla sera ad esempio, se si poteva ci faceva anche andare in discoteca, oggi quando mai? Mi dispiace che non sia più nell’ambiente. Poi le cose con la Tinkoff non sono cambiate: era un gruppo bellissimo, andare in ritiro era un piacere».

Nel 2017 Boaro approda alla Bahrain-Merida, per due anni, ma quella era una squadra ben diversa da quella di oggi: «Stava nascendo allora, dal niente. Mi ritrovai in una squadra tutta da impostare, non fu facile. Di quegli anni ricordo il primo Giro al fianco di Nibali: mamma mia quanta gente, quanto entusiasmo. Peccato che finimmo terzi e uso il plurale volutamente perché con Vincenzo era davvero un lavoro di gruppo e mi dispiacque tanto che non riuscì a cogliere il risultato pieno, la gente l’avrebbe meritato. Con lo Squalo siamo rimasti sempre in contatto, ritrovandoci all’Astana e ancora adesso ci sentiamo spesso».

Sul palco con le piccole Matilde e Sofia. Ora inizia la sua nuova carriera da diesse
Sul palco con le piccole Matilde e Sofia. Ora inizia la sua nuova carriera da diesse

Lopez, talento cristallino

Astana, un’avventura iniziata nel 2019 e portata avanti fino a qualche giorno fa: «E’ una squadra in forte cambiamento. Io arrivai che avevano Fuglsang che era uno dei grandi per le classiche e Lopez per le corse a tappe e a proposito del colombiano devo dire che è un corridore fortissimo. Abbiamo condiviso anche la camera insieme, io ho provato a consigliarlo, a stargli vicino, può ancora fare tanto. Purtroppo ha cambiato numero e ci siamo persi di vista, ma io non posso dirne che bene».

Torniamo però al cambiamento: «L’Astana è un team in cerca d’identità, era nato per i grandi Giri ma ora sta progressivamente diventando una squadra per le corse d’un giorno. Anche per questo non avevo più molto spazio. Io però le sono ancora molto legato».

Boaro ha sempre avuto grande predisposizione per le cronometro, finendo 2° ai tricolori 2012
Boaro ha sempre avuto grande predisposizione per le cronometro, finendo 2° ai tricolori 2012

In Giappone per imparare

Ora comincia una nuova avventura: «E’ la dimensione giusta, una squadra piccola, ma che ha una lunga storia alle spalle. Io devo imparare tutto, farlo in un team continental che ha però prestigio e ambizioni è la cosa giusta. Starò al fianco di Alberto per imparare ma lo farò in prima linea. Avrei potuto farlo anche all’Astana, ma sarei stato il nono diesse, in fondo alla gerarchia, non era giusto per loro e per me».

Chiudendo c’è qualche rammarico? «Se mi guardo indietro no, sono contento di come sono andate le cose. Forse l’unica che mi manca è una maglia tricolore nella cronometro, perché quando ho iniziato da pro’ andavo piuttosto bene, ma nel 2012 persi con Malori per soli 7”. Vestire il tricolore sarebbe stato bellissimo. Ma va bene così: molti mi dicono che nessuno farà più quello che ho fatto e forse, visto il ciclismo di oggi, sarà proprio così».

Francesca Polti, la sua azienda e i valori del ciclismo

13.08.2023
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Dall’altra parte di Linkedin, una decina di giorni dopo aver scritto il post alla vigilia del Giro d’Italia, Francesca Polti si trovò davanti al messaggio firmato da Basso. Come sia nato l’accordo fra l’azienda lombarda e la squadra di Ivan e Alberto Contador lo abbiamo raccontato la scorsa settimana parlando con il varesino. Ci incuriosiva però il punto di vista Polti, tornata al ciclismo 23 anni dopo il ritiro dalle scene. Intercettiamo perciò Francesca Polti, Presidente e Amministratrice Delegata presso Polti Group, con una chiamata da Glasgow. Il timbro di voce è schietto, il modo di affrontare gli argomenti diretto e con un fondo di passione che traspare nella scelta delle parole.

Qualche mese fa avevamo parlato con Emauele Galbusera, sponda Lampre, che con Polti divise la maglia del 1993 con cui Fondriest vinse la Sanremo e la Freccia Vallone. Raccontò il bello della lunga sponsorizzazione, ma spiegò che a suo avviso il ciclismo per un’azienda come la sua non sia più il veicolo promozionale più adatto. Parlare con Francesca Polti, ne eravamo certi e ne abbiamo avuto conferma, ci ha offerto un’altra prospettiva.

Buongiorno Francesca, facciamo un passo indietro. Si può pensare che in questi anni altri team manager siano venuti a cercarvi?

In realtà no. Abbiamo sponsorizzato singoli eventi oppure realtà molto locali. Va detto che l’azienda ha affrontato un periodo di crisi importante ed è cambiata molto da com’era prima. Per cui sponsorizzare un team non era neppure nelle nostre intenzioni.

Torniamo allora a Linkedin: lei scrive il post e Basso risponde…

In realtà non mi pare che abbia risposto subito. Quel post non avrei neanche dovuto farlo: ho un piano editoriale, ma non mi piaceva quello che mi avevano proposto. Così ho scritto io il testo. Ivan ha risposto dopo una decina di giorni. La mia assistente me lo ha segnalato, ma non ero neppure certa che fosse lui davvero. Invece mi hanno consigliato di rispondere e l’ho fatto.

Che cosa aveva scritto Ivan?

Non chiedeva sponsorizzazione. In questo messaggio scritto molto bene, raccontava il suo progetto, traspariva la sua passione nel parlare delle prospettive di futuro. Così ci siamo scambiati i numeri ed è finita che ci siamo visti con i nostri team ristretti a fine giugno. Fra le decisioni più importanti, è stata quella presa nel minor tempo.

L’azienda Polti fu fondata da Franco Polti nel 1978 a Olgiate Comasco (foto La Provincia)
L’azienda Polti fu fondata da Franco Polti nel 1978 a Olgiate Comasco (foto La Provincia)
Che cosa significa per Polti tornare in gruppo?

Nel momento in cui ci siamo scelti – mi piace parlarne così – abbiamo lavorato per adattare la nostra strategia a questa scelta, a livello di cambio di comunicazione istituzionale. Non stavamo cercando niente del genere, ma abbiamo capito subito che gli obettivi si sovrappongono perfettamente, per i Paesi dove la squadra andrà a correre e per la nazionalità dei corridori. Abbiamo assunto di recente un Direttore Commerciale Mondo, per agire nei Paesi dove il ciclismo e anche il marchio Polti sono ben conosciuti. Pertanto, ho messo tutto sul tavolo.

Tutto?

Ho spiegato le nostre possibilità e Ivan in risposta ci ha spiegato il mondo del ciclismo per come è cambiato negli ultimi anni, indicandoci anche le opportunità di crescita. Abbiamo visto una possibilità per entrambe le nostre squadre, perché mi piace considerare squadra anche la nostra azienda. Abbiamo visto una sovrapposizione di vedute in termini dei valori espressi dagli atleti. Nessuno si aspetta di vincere il Giro d’Italia il primo anno, tranne forse mio papà (ride, ndr). Ma nulla vieta che si possano vincere tappe e lavorare nel modo giusto per offrire un’immagine all’altezza.

Cosa ricorda degli anni del Team Polti?

Mio padre in quel periodo sponsorizzava la Benetton in Formula Uno, il Cantù nel basket e poi c’era il Team Polti. Si andava a vederli in elicottero. Sposando questo progetto ho risentito le emozioni di allora. Non ricordo episodi, solo emozioni. Di quando la gente fermava mio padre e lo incitava. Il ricordo della fatica dei corridori e la grande emozione di salire sul palco di una premiazione, come nella foto di quel post. Eravamo circondati dall’affetto dei tifosi.

Secondo Galbusera, il ciclismo potrebbe non essere più il veicolo giusto.

Secondo me invece funziona ancora e lo dimostrano gli investimenti che vengono fatti fuori dall’Italia. Noi dalla nostra parte abbiamo anche la storia. Dal 21 luglio quando è stato fatto l’annuncio, abbiamo avuto una grande visibilità mediatica. Non solo sui giornali di sport, molto anche sui social. Arrivano complimenti, suggerimenti, messaggi di bentornato, qualcuno ha già chiesto la maglia. Abbiamo il booster di poter sfruttare il nostro passato. Come dice Ivan, andiamo a prendere quelli che erano bambini e venivano alle corse con i nonni e ora sono i genitori e portano i figli a vedere il Giro d’Italia.

In cosa una squadra può essere funzionale alla vostra immagine?

Con i mezzi di oggi si può fare tanto. Quello che successe nel ciclismo quando anche noi uscimmo ha fatto sì che pochi poi ci abbiano creduto. Non ho cercato questa occasione, è venuta, ho studiato e ho la presunzione di dire che spero sia solo l’inizio di un bel ritorno. Il ciclismo è uno sport democratico che avvicina la gente. Quando si deve raccontare un prodotto, in comunicazione si parla di tutto meno che del prodotto stesso, perché si dà per scontato che funzioni e sia fatto bene. Oggi si punta sul far vivere un’esperienza e il ciclismo in questo può aiutare, perché racconta esperienze notevoli.

Con l’arrivo del nuovo sponsor, il progetto di Basso e Contador acquisisce più credibilità e nuovo vigore
Con l’arrivo di Polti, il progetto di Basso e Contador acquisisce più credibilità e nuovo vigore
In che nodo vi muoverete?

Io ho una visione aziendalistica e so bene che questo progetto ha bisogno di un’attivazione sul piano della comunicazione affinché alla lunga generi fatturato. Penso di riuscire a dare supporto al team anche in termini di idee. Ci può essere uno scambio, che sarà la nostra forza. Ivan lo trovo molto preparato, si percepisce che abbia studiato e non sia un ex atleta che si improvvisa nel nuovo ruolo.

Su cosa si basa per ora questa collaborazione?

Ci sono ascolto, fiducia e rispetto e non è così scontato metterli insieme in tre settimane. Un ascolto attento, senza la presunzione di dire all’altro come vanno le cose. Ci siamo incontrati con le nostre squadre. Ho coinvolto tutte le mie persone chiave e lo stesso hanno fatto loro. Abbiamo condiviso il nuovo modo di lavorare. E come punto di partenza, devo dire che non è affatto male.

Alla Granfondo Andrey Amador insieme a Ivan Basso

26.02.2023
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Nel fine settimana del 12 febbraio, dall’altra parte del mondo, in Costa Rica, è andata in scena la Granfondo Andrey Amador. Un evento che prende il nome dal suo fondatore: il corridore dell’Education Easy Post. Tra i tanti partecipanti erano presenti anche volti noti del ciclismo passato e presente, come Ivan Basso (insieme ad Amador in apertura, foto Pamela Jimenez). 

L’ambiente

Attraverso gli occhi del vincitore di due Giri d’Italia rivediamo questa Granfondo, un po’ per fare un “paragone” con le nostre e dall’altro per vedere il movimento amatoriale di un Paese diverso dall’Italia

«Mi piace ogni anno – racconta Basso – fare delle Granfondo in Italia e all’estero dove c’è un un significato di amicizia e territoriale. L’evento di Andrey Amador ha tutto questo: è incredibile e ben organizzato. E’ molto simile alle nostre manifestazioni, ed è stata una vera festa del ciclismo, con 6.000 partecipanti. La Granfondo è nata da pochi anni ed ha avuto una crescita esponenziale, gli eventi durano per cinque giorni e c’è di tutto. Ci sono state delle visite sul territorio: dalla città di San José, passando anche per l’area dove vivono i coccodrilli, fino alla scoperta di luoghi nuovi. Dal venerdì prima della Granfondo iniziano tantissimi eventi correlati. Si inizia il mattino alle 9,30 con musica e risveglio muscolare, nel pomeriggio c’è stata la firma degli autografi. Il sabato dal pomeriggio fino a sera si è tenuto l’evento di chiusura prima della pedalata di domenica con deejay e tante attività diverse».

La pedalata

Dalle foto si vede come la pedalata fosse il contorno ad una cinque giorni di festa continua. Tanti giochi per bambini e famiglie, interventi di autorità locali e molto altro.

«E’ strutturata – ci dice – come una delle migliori Granfondo europee, la sicurezza sulle strade è invidiabile. Noi dal giorno prima abbiamo potuto fare la ricognizione del percorso scortati da alcune moto. Il servizio di assistenza era praticamente continuo, con cinque punti ristoro ed altrettanti box di assistenza sul percorso. Le strade, poi sono davvero molto belle: larghe e perfettamente asfaltate. Era la prima volta che mi trovavo a pedalare in Costa Rica, in passato ho partecipato a Granfondo in Colombia e Panama. Il percorso non era molto impegnativo dal punto di vista altimetrico, però aveva dei panorami e degli scorci mai visti.

«Alla fine – riprende – è stato organizzato anche una specie di Expo post gara, con prodotti e stand per sponsorizzare il territorio. Sulle strade era presente un tifo paragonabile ad una tappa di un Grande Giro, noi ex corridori europei siamo stati accolti come delle super star. Per la gente era la prima volta nella quale potevano stare a stretto contatto con noi. Ho pedalato e parlato con tantissime persone che mi chiedevano continuamente cose sul ciclismo in Europa. Per loro l’Italia rappresenta un Paradiso a due ruote».

Un sogno

In Sud America il ciclismo è uno sport di grande rilievo, la gente si appassiona e sogna di correre in Europa, nei grandi team WorldTour. Non è un caso che sulle strade del Giro o del Tour de France il tifo sudamericano sia uno dei più caldi ed accoglienti.

«Alla Granfondo  – spiega Ivan Basso – erano presenti un po’ di ex corridori: Nibali, Contador, Rodriguez ed io. E’ davvero un sogno per i ragazzi, che hanno avuto modo di vedere corridori che hanno vinto grandi corse. Non si tratta solo di un modo per raccogliere fondi, ma anche per avvicinare la gente ancora di più al mondo del ciclismo. Siamo già d’accordo con Andrey (Amador, ndr) che l’anno prossimo proviamo a portare la maglia rosa ed il trofeo del Giro. Alla fine vedere ex ciclisti come noi che ridiamo e scherziamo con tutti fa capire cosa può lasciare questo sport: la condivisione della fatica ma anche una grande amicizia.

«Il sabato prima della manifestazione abbiamo fatto una conferenza stampa aperta a tutti dove ognuno di noi ha raccontato cosa ha significato il ciclismo per la propria vita. Siamo stati sommersi dalle classiche domande, ma parlare con la gente è parte di questo sport ed è sempre bello. Ci hanno chiesto cosa si prova ad entrare nell’Arena di Verona con la maglia rosa o qual è stato il momento più importante della nostra carriera. Oppure quale salita fosse più dura: il Mortirolo o lo Zoncolan? Il messaggio che Amador ha voluto lasciare con questa Granfondo è chiaro: fare qualcosa per il suo territorio e permettere a tutti di sognare un po’».

Biciclette Aurum, la base di un progetto più ampio

11.01.2023
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Il marchio Aurum non rappresenta esclusivamente le biciclette dei ragazzi del Team Eolo-Kometa, ma è prima di tutto un insieme di idee che hanno preso forma. In giro le vediamo poco, per ora, ma alle spalle c’è un progetto di sviluppo del brand da non sottovalutare.

Un passo alla volta, perché nulla deve essere lasciato al caso. Aurum è il marchio di Alberto Contador e Ivan Basso, perciò abbiamo fatto qualche domanda proprio al campione varesino.

Il quartier generale dell’azienda a Pinto, in Spagna (foto Aurum)
Il quartier generale dell’azienda a Pinto, in Spagna (foto Aurum)
Dove e come nascono le biciclette Aurum?

Le biciclette Aurum nascono principalmente dalle idee di Alberto (Contador, ndr). Lui non è stato solo un grande campione, ma è tutt’ora uno che ricerca il massimo e la perfezione tecnica, preciso e meticoloso. Per gli ingegneri che devono sviluppare una bicicletta è una sorta di bestia nera. Io ci ho messo del mio, considerando che le richieste e le necessità dei due profili sono molto, molto differenti.

Qual è stato il risultato?

Nell’insieme abbiamo dato forma a tante idee, ad una passione e il risultato è un mix dall’elevato tasso tecnico. Come Aurum abbiamo un ufficio a Taiwan, dove è situata anche la produzione.

Invece il design dove trova ispirazione?

Partendo dal presupposto che le Aurum non sono degli open-mold, ma sono delle produzioni esclusive, disegnate e ingegnerizzate da noi, la volontà è stata quella di creare una bicicletta con delle forme pulite, quasi essenziali. Non c’è stato un altro modello di bici al quale ci siamo ispirati, ma di sicuro abbiamo cercato in tutti i modi di conciliare l’eleganza con l’efficienza.

Quanto tempo è stato necessario prima di arrivare alla bici che oggi vediamo in dotazione ai ragazzi del Team Eolo-Kometa?

Due anni. I primi due telai erano di colore nero, nelle taglie 54 e 56, con i freni a disco. Le biciclette erano rispettivamente quella di Alberto e la mia, da qui abbiamo iniziato una serie di prove.

Il passo successivo?

Subito dopo, comunque prima di procedere con la produzione vera e propria, sono arrivati 40 frame-kit per 40 corridori/tester, di tutte le categorie, dagli juniores fino ad arrivare ai pro‘. Taglie differenti e caratteristiche differenti, dai velocisti fino ad arrivare agli scalatori più leggeri. Tutte queste prove hanno completato l’iter dei test a banco.

Dopo questa moltitudine di test, avete richiesto dei cambiamenti del progetto?

I due modelli simbolo di Aurum, la Magma e la Essenzia sono rimaste sostanzialmente quelle, giusto qualche piccola variazione dei dettagli. Quando abbiamo cominciato a produrre eravamo certi che il prodotto fosse al top.

La visibilità che il brand ha avuto grazie al team non è poca, eppure le bici si trovano poco, per lo meno qui in Europa. Quale può essere il motivo?

Abbiamo puntato fin da subito sulla vendita e sulla veicolazione online, considerando anche una certa maturità delle vendite attraverso la rete e grazie a Contador siamo partiti dalla Spagna. Ma la politica di fare un passo alla volta è qualcosa che ci appartiene. Ecco perché il progetto Aurum deve crescere gradualmente.

Avete individuato i prossimi step?

Ci siamo posti degli obiettivi, questo è chiaro, ma è pur vero che la nostra capacità produttiva attuale non ci permetterebbe di affrontare grosse richieste. Questo fattore procede di pari passo con una qualità che non vuole essere sacrificata.

Quindi?

Vogliamo essere credibili e far aumentare la credibilità di Aurum senza fretta. Un percorso di crescita graduale, proprio come fa un corridore prima di diventare un campione.

C’è un progetto futuro di marketing e di crescita?

Assolutamente. Ma fin da ora per le biciclette Aurum ogni gara, manifestazione ed evento sono un’esposizione del marchio. Ogni corridore è una sorta di ambassador.

Contador scherza con Basso a Mallorca in occasione della 312 (foto Maurizio Borserini)
Contador scherza con Basso a Mallorca in occasione della 312 (foto Maurizio Borserini)
Di quali eventi parliamo?

Ad esempio la Mallorca312 e la Granfondo Alberto Contador. Il supporto agli eventi deve fornire anche un’immagine piena e di qualità, non deve essere una semplice bandierina puntata a caso.

E invece per quanto concerne una nuova piattaforma e un nuovo modello?

Ci sarà un’importante novità in tempi brevi e anche in questo caso non sarà una bicicletta banale.

Novità Eolo-Kometa: Sidi torna con Basso e Contador

05.01.2023
4 min
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Il team Eolo-Kometa-Visit Malta nel 2023 calzerà Sidi. L’annuncio è stato dato appena qualche giorno fa, segnando un vero e proprio glorioso ritorno al passato considerando crescita e sviluppo del brand. Quella tra Sidi e la squadra di Alberto Contador e Ivan Basso è la definizione di una partnership che sancisce la volontà di unire la tradizione con l’innovazione verso grandi obiettivi. Già testimone di grandi successi assieme ad Alberto Contador e Ivan Basso, ora fondatori e dirigenti della squadra, Sidi si prepara dunque a supportare il team con prodotti in grado di rappresentare un perfetto “trait d’union” tra gli atleti e la bicicletta.

Sidi sarà accanto alla Eolo Kometa per questa stagione (foto Maurizio Borserini)
Sidi sarà accanto alla Eolo Kometa per questa stagione (foto Maurizio Borserini)

Un ritorno alle origini

«A titolo personale – ha affermato Alberto Contador – avere Sidi con noi in squadra è motivo di eccitazione e di orgoglio. Sidi è il brand di scarpe con cui fin da giovanissimo ho ottenuto i miei primi successi. Con loro ho vinto i Grandi Giri, mi hanno seguito in ogni appuntamento importante e hanno saputo sempre meravigliosamente adattarsi ad ogni mia più specifica esigenza. In un certo senso, questa realtà ha fatto parte della mia vita, condividendo i momenti più belli che ho vissuto in bicicletta… Le loro scarpe garantiscono elevate performance grazie all’altissimo grado di personalizzazione: lavorare di nuovo assieme ha per me un grande significato».

«Con Sidi ai piedi – ha ribattuto successivamente Ivan Basso – ho vinto i miei due Giri d’Italia, ed avere oggi un brand così importante e prestigioso in squadra rappresenta per noi un bellissimo ritorno ad un’azienda che ci ha accompagnato nel raggiungimento dei nostri traguardi sportivi più importanti. Sono contentissimo, e sono sicuro che questa sarà una partnership di grande successo».

Denis Favretto, Team & Athletes Sidi Sport
Denis Favretto, Team & Athletes Sidi Sport

Sviluppo e performance

Nel corso del “fitting day”, organizzato in occasione dell’ultimo “training camp” del 2022, i corridori della Eolo-Kometa-Visit Malta hanno avuto modo di provare le calzature e scegliere il modello più adatto in riferimento alle proprie specifiche esigenze. Un attività, quest’ultima, assolutamente fondamentale per Sidi, per conoscere nel dettaglio le necessità dei propri atleti

«Ho già avuto modo di correre con Sidi per due stagioni – ha commentato Lorenzo Fortunato, corridore della Eolo-Kometa-Visit Malta e splendido vincitore della tappa con arrivo sul Monte Zoncolan durante Giro d’Italia 2021 – le conosco benissimo, e posso dire che sono delle scarpe con le quali ho sempre avuto ottime sensazioni. Un motivo in più per non vedere l’ora di iniziare la prossima stagione».

Una parte dello sviluppo dei prodotti Sidi passa attraverso la collaborazione con i professionisti
Una parte dello sviluppo dei prodotti Sidi passa attraverso la collaborazione con i professionisti

«In quanto realtà proiettata costantemente al futuro – ha dichiarato Davide Rossetti, nuovo CEO di Sidi Sport – siamo davvero entusiasti di aver chiuso questa importante collaborazione con la Eolo-Kometa-Visit Malta. La rapida crescita di questo team è sinonimo di impegno, totale dedizione e attenzione ai minimi dettagli. Inutile negare l’emozione di collaborare con Alberto Contador e Ivan Basso, ora alla guida di una squadra alla quale trasmetteranno inevitabilmente il loro talento. Impossibile dimenticare gli innumerevoli successi raggiunti da entrambi e la passione con la quale hanno condotto la loro carriera ciclistica. Un biglietto da visita di tutto rispetto. Condividiamo il loro percorso e crediamo nel confronto, certi che i continui scambi di opinioni e di esperienze, con atleti e staff, permetteranno all’azienda di accrescere ulteriormente il proprio già ricco bagaglio di conoscenza da tradurre in prodotti sempre più performanti e disponibili sia ai professionisti quanto all’immensa community di amatori». 

Sidi

Albanese è pronto per tornare nella fossa dei leoni

26.12.2022
7 min
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Una vittoria al Tour du Limousin, tre podi in Slovacchia, poi la stagione di Vincenzo Albanese si è conclusa sulla giostra del Covid, che gli ha impedito di chiudere come aveva immaginato. Chissà se all’inizio del 2022 nei suoi piani ci fosse un anno travolgente, per spiccare il volo. Forse no, dato che la Eolo-Kometa lo ha rilanciato quando pochi erano disposti a scommettere, forse sì. In ogni caso, l’Albanese che abbiamo incontrato nell’hotel di Oliva in cui si è riunita la squadra di Basso e Contador, ha voglia di rifarsi e insieme poca voglia di sbilanciarsi.

Il corridore è ritrovato, si capisce dai tanti dettagli e dai piazzamenti importanti, ma questo era il giorno del discorso in cui Contador ha spronato i suoi corridori perché corrano sempre per vincere. E forse essere messo davanti a certi imperativi può mettere in difficoltà chi fa i conti con la propria normalità.

«Eppure –spiega Albanese – spero che l’anno prossimo ne vincerò abbastanza. Nel 2022 ho 6-7 fra secondi e terzi posti, non mi ricordo neanche. Due volte ho trovato Yates e una salita nel finale. Lui staccava tutti e poi magari arrivava un gruppetto di 10 e io vincevo la volata. Quando è così, non c’è tanto da fare. Un’altra volta ho trovato Van der Poel e Girmay, che sono superiori. Alla Challenge de Mallorca, è andato via McNulty da solo ed è stata forse una cosa tattica. Sono sincero, ho trovato corridori più forti, quindi per vincere bisogna sperare che non ci siano e di non sbagliare nulla».

A Peccioli, nella Coppa Sabatini, per Albanese è arrivato un bel 6° posto alla vigilia della CRO Race
A Peccioli, nella Coppa Sabatini, per Albanese è arrivato un bel 6° posto alla vigilia della CRO Race

Batoste e tranquillità

Alla base resta la consapevolezza che il team si aspetta da lui le cose migliori. E se tenere lontana la pressione può esser il modo per non farsene schiacciare, la consapevolezza resta lì.

«Voglio partire subito bene – racconta – col piede giusto. Perché quando si parte bene, le cose vengono più facili anche durante l’anno. Quindi sicuramente la prima parte sarà fondamentale e poi il Giro d’Italia, ovviamente. Sono cambiato parecchio dagli inizi. Passare presto in questa categoria ha dei lati buoni e dei lati meno buoni. Fra le cose positive c’è che comunque mi ha fatto anche prendere delle batoste che mi stanno servendo adesso, mettendomi in un’ottica diversa. Sto affrontando un bell’inverno, non sono mai stato così. Faccio le cose con tranquillità, perché c’è una stagione davanti e ne ho appena finita una abbastanza impegnativa. Quindi voglio lavorare per bene, senza però farmi prendere dalla foga e dalla voglia di fare risultato».

Una ripresa tranquilla

L’aspetto è già tirato, in allenamento lo hanno visto brillante e attento nelle altre fasi di preparazione: dalla palestra (foto Borserini in apertura) alla tavola.

«La ripresa è stata un po’ strana – spiega – perché ho finito anche in modo strano. Stavo bene. Il giorno dopo che sono tornato dal Croazia ho preso il Covid, quindi sinceramente non me l’aspettavo. Dovevo fare il Lombardia e le gare in Italia, ma a quel punto, visto che mancavano poche gare alla fine della stagione, con la squadra ho preso la decisione di chiuderla lì. Sono stato tanto tempo a casa e tanto tempo a riposo. Mi sono goduto la famiglia e poi ho ripreso piano piano.

«In tutto sono stato per 17 giorni senza bici. La prima settimana di ripresa è andata via molto tranquilla, andando a camminare un giorno sì e un giorno no. Le solite cose. Bici, mountain bike, ma proprio tranquillo. Finché dalla metà di novembre ho iniziato a fare cose un po’ più serie per arrivare qua. Abbiamo fatto un bel blocco di lavoro e dopo le feste natalizie ci rivedremo a gennaio per mettere a puntino gli ultimi dettagli e poi iniziare a correre».

Albanese è arrivato al primo ritiro con la Eolo-Kometa con circa 3 settimane di allenamento (foto Maurizio Borserini)
Albanese è arrivato al primo ritiro con la Eolo-Kometa con circa 3 settimane di allenamento (foto Maurizio Borserini)

Fra sogni e realtà

Un sorriso scanzonato. La consapevolezza che il ciclismo non ha più distrazioni in cui il gruppo lascia fare e la necessità di essere sempre al massimo, sperando nell’occasione giusta.

«Sinceramente è bello lavorare per obiettivi – dice – ma di solito mi faccio trovare sempre in condizione. Ovviamente punto a vincere, però ormai è diventato sempre più difficile. Per cui tutti i risultati che vengono sono una cosa buona. Lo so che magari come ragionamenti uno dovrebbe essere più cattivo, più deciso e più motivato. Però comunque sono uno che si accontenta perché nel ciclismo moderno non è facile dire: vado e vinco. O almeno pochi si possono permettere di farlo.

«Io voglio andare e voglio vincere, però… se faccio secondo e terzo dietro a calibri così, mi dico bravo lo stesso. Quindi adesso sono qua, sono contento, sono in una bella squadra, un bell’ambiente. Una squadra molto giovane, molto affamata. Abbiamo dei ragazzi parecchio interessanti e sono stati bravi a trattenerli, visto che oggi appena c’è uno che va forte, se lo vogliono tutti accaparrare. Quindi io penso che faremo una bella stagione».

Azzurro dolce e amaro

Per ultima, resta una mano tesa alla nazionale, dopo che l’esclusione dai mondiali Albanese l’ha vissuta quasi come un fatto personale, su cui ancora va rimuginando.

«Con Bennati sinceramente non ho più parlato – dice – perché comunque non c’è niente da dire. Alla fine ha fatto le sue scelte, a me va bene così. Per il futuro, per il mondiale di agosto, io darò il massimo come ho fatto anche quest’anno e l’anno scorso. Mi impegnerò in tutte le gare, non so neanche com’è il percorso, però mi farò trovare pronto. Magari è un obiettivo che ho. L’ho fatto in tutte le categorie, ci tengo anche a farlo nel professionismo».

Per il corridore che si è finalmente ritrovato, si apre un anno molto importante. Il ritornello che lo ha accompagnato per anni dice che nelle categorie giovanili era abituato a vincere senza doversi troppo allenare: l’impegno di adesso fa pensare che quella svolta c’è stata. All’elenco dei giovani italiani da seguire, sebbene ne abbia già 26, sentiamo di voler inserire anche lui.

La legge di Contador: «Si corre sempre per vincere»

18.12.2022
4 min
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«Non contemplavo altra cosa che non fosse andare alle corse per vincere. Se nel mio discorso ai corridori sostenessi un’altra cosa – dice secco Contador con lo sguardo dritto – starei mentendo. Devono avere questa convinzione. Ce ne sono alcuni che non hanno le capacità di vincere, ma altri che invece possono. E se non pensano che possono farlo, è praticamente impossibile che ci riescano. In questo senso, credo sia importante che colgano questo messaggio, soprattutto i corridori che passano adesso al professionismo».

Nonostante sia uno dei tre soci della Eolo-Kometa, acchiappare Alberto Contador nelle occasioni ufficiali è come stargli dietro in salita quando si metteva a scattare. Ti distrai un attimo e sparisce. E così anche questa volta. Appuntamento dopo cena, ma lui arriva e ti saluta, dicendo che è stanco e anche tu non hai una gran faccia.

«Ci vediamo domattina?».

«Domattina non ci siamo, anzi andiamo via stasera».

E allora il pistolero (in apertura nella foto di Maurizio Borserini) ricorda le interviste dei tempi andati e si lascia convincere. In effetti non ha una grande cera e siamo certi di non essere messi tanto meglio. Sono circa le 22, promettiamo di fare presto. La Francia ha buttato il Marocco fuori dai mondiali di calcio. Nell’hotel di Oliva, c’è anche lo Spezia Calcio. Quello nell’angolo sembra il figlio di Maldini, gli altri non sappiamo chi siano. Ma Contador l’abbiamo riconosciuto bene.

La Eolo-Kometa sta ultimando il suo training camp a Oliva, sud di Valencia (foto Maurizio Borserini)
La Eolo-Kometa sta ultimando il suo training camp a Oliva, sud di Valencia (foto Maurizio Borserini)
Sembri stremato: com’è avere una squadra?

Una medaglia con due facce. La faccia positiva è che sei nel mondo che ti piace e stai restituendo al ciclismo il tanto che il ciclismo ti ha dato. La parte negativa è che ci sono molti mal di testa.

Non più mal di gambe, insomma…

Avere una squadra significa avere un numero impressionante di personale. Perché non sono solo i professionisti, ma anche gli under 23 e gli juniores. Stiamo vedendo che da juniores passano professionisti e quelli che passano si giocano le corse al primo anno. Le tre categorie sono importanti. Tanto personale e lo sforzo economico che richiede. Non è facile trovare sponsor per sostenere il progetto. Le cose si stanno muovendo, ma alla fine è soprattutto mal di testa. Andare in bicicletta era più facile.

Dopo una vita occupandosi di suo fratello, “Fran” Contador amministra il team (foto Maurizio Borserini)
Dopo una vita occupandosi di suo fratello, “Fran” Contador amministra il team (foto Maurizio Borserini)
Hai un modello da seguire? Qualche giorno fa, Kreuziger parlò di Riis…

Bjarne è molto bravo, però per le squadre non credo più al modello unico di una sola persona. Credo che difficilmente uno solo possa gestire tutto. Una squadra comprende tantissimi aspetti diversi, quindi devi appoggiarti su elementi di cui ti fidi. Trovare le persone di cui fidarti, che siano in grado di svolgere il lavoro nelle migliori condizioni, non è facile. Nel nostro caso la gestione passa per le mani di Ivan Basso, di mio fratello Fran e le mie. E questo ci permette di dividere i ruoli e le responsabilità e non tralasciarne nessuna.

Invece il lavoro per Eurosport cosa rappresenta?

E’ qualcosa che mi incanta, mi piace molto. Sono nella gara oltre che con la squadra, in mezzo a quelli che sono stati i miei compagni, nelle corse che hanno dato tanto alla mia vita. Oggi ci sono corridori giovani che mi hanno visto correre e per me è bello. Eurosport mi aiuta molto a mitigare questa mancanza di competizione che ancora ho. Le corse mi mancano.

Aprica, Giro d’Italia 2022: Contador intervista Pello Bilbao sul traguardo
Aprica, Giro d’Italia 2022: Contador intervista Pello Bilbao sul traguardo
Quest’anno si è fermato anche Valverde, ti pare che il ciclismo spagnolo abbia trovato nuove forze?

Credo che dobbiamo essere molto contenti. Abbiamo un buon presente e anche il futuro. Enric Mas è un corridore molto regolare. Per vincere il Tour non lo so, perché ci sono corridori più favoriti di lui, però è un gran corridore. La Vuelta invece credo che sia nelle sue gambe. E’ già stato secondo in 2-3 occasioni, quella maglia è alla sua portata. Quanto ad Ayuso e Rodriguez, non sappiamo dove sia il loro limite. Due corridori che sono stati impressionanti alla Vuelta. Ayuso ha fatto terzo e poteva aver vinto l’ultima tappa se avesse avuto una migliore punta di velocità. Mentre Carlos Rodriguez è stato penalizzato dalla caduta, ma credo che con questi due nomi il ciclismo spagnolo abbia preso ossigeno.

Quel giorno sul pavé che cambiò la storia del Tour

27.06.2022
8 min
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Oggi come ieri, in un rincorrersi di storie uniche e imprese di campioni. Il Tour ritroverà il pavé mercoledì prossimo, 6 luglio, come quel giorno al Tour de France del 2014. Ben strana invenzione che minò alle fondamenta il pragmatismo scientifico e inattaccabile del Team Sky. Soprattutto perché si mise a piovere. La pioggia fece e farebbe ancora la differenza. Quando l’anno successivo si arriverà a Cambrai, sul pavé asciutto il britannico Froome sarà inattaccabile.

Ma il 9 luglio del 2014 piove, ha piovuto per tutta la notte. E’ la quinta tappa, 160 chilometri scarsi, ma i tratti di pavé fanno paura. Nelle squadre, gli unici a sembrare tranquilli sono gli uomini del Nord. Tutti gli altri, scalatori leggeri e fragili, hanno i nervi a fior di pelle. Froome in particolare ostenta una finta sicurezza.

Nibali ha conquistato la maglia gialla vincendo la seconda tappa a Sheffield
Nibali ha conquistato la maglia gialla vincendo la seconda tappa a Sheffield

Nibali, prove generali

Nibali ha coperto la maglia tricolore con la gialla sin dal secondo giorno. Lo Squalo conosce i segreti del fuoristrada. Sa come si muove la bici quando un sasso fa scappare la ruota, ma non ha mai corso sul pavé. Per questo in primavera ha anticipato la partenza per il Nord. E il giovedì prima dell’Amstel, si è fermato a provare materiali e traiettorie assieme a Peter Van Petegem, che la Roubaix l’ha conquistata nel 2003.

«A guidare la bici me la cavo – ha detto Vincenzo subito dopo – e avrò una squadra molto forte. Fuglsang ha un passato importante nella mountain bike, guida molto bene e ha un’azione fluida. Poi ci sono Grivko e Westra. Sono convinto che anche Contador andrà bene, forse chi potrebbe soffrire di più è Froome, anche se Wiggins ha dimostrato alla Roubaix di essere abbastanza capace su questo tipo di percorsi. La scelta di Sky e di Bradley di fare la Roubaix ha un senso, soprattutto se Wiggins farà il Tour. I tratti di pavé per me non sono una novità assoluta, li conoscevo già, anche se non li ho mai affrontati in corsa. Ero venuto nel 2010 in perlustrazione con la Liquigas e ora quell’esperienza mi tornerà utile. Insomma un’idea ce l’ho già, ma se malauguratamente dovesse piovere, servirà un cingolato…».

Quarta tappa a Lille, Froome è caduto e ha un polso dolorante. L’indomani si andrà sul pavé
Quarta tappa a Lille, Froome è caduto e ha un polso dolorante. L’indomani si andrà sul pavé

Froome è già caduto

Wiggins non farà il Tour, quello vinto nel 2012 resterà la sua ultima apparizione. Ma nella Roubaix si è piazzato al 9° posto, a 20 secondi da Terpstra che l’ha vinta. Froome non l’avrà accanto e viste le frizioni fra i due, non c’era da aspettarsi cose troppo diverse. In più, il vincitore uscente ha il polso dolente a causa della caduta del giorno prima nella tappa di Lille. Ma Chris accetta la sfida e 10 minuti prima della chiusura del foglio firma, lascia il suo nome in mezzo agli altri.

«Le sue condizioni – ha detto il medico di gara – sono buone, ma ha dolore. Impossibile dire ora se e come ne sarà influenzato nei prossimi giorni. Non ci sono fratture, ma abrasioni al ginocchio sinistro e all’anca sinistra e una contusione al polso sinistro. Alla mano destra, una piccola piaga».

Su Nibali vigila ogni giorno un grande Scarponi, ma nella tappa del pavé l’uomo è Fuglsang
Su Nibali vigila ogni giorno un grande Scarponi, ma nella tappa del pavé l’uomo è Fuglsang

Percorso modificato

Piove anche al raduno di partenza e gli organizzatori si rendono conto che sono più i rischi dei vantaggi. Anche Cancellara è perplesso, figurarsi gli uomini di classifica e i loro manager. Perciò venti minuti prima del via, viene comunicata l’esclusione dalla corsa dei due tratti più pericolosi. Il comunicato ufficiale cancella il settore numero 7 di Mons en Pevele (1.000 metri) e il numero 5 di Orchies (1.400 metri). I chilometri sul pavé scendono a 13.

Il tempo di dichiarare che stringerà i denti e da Radio Tour arriva la notizia della caduta di Froome in un tratto di asfalto. Un passaggio accanto all’auto del medico e poi Chris riparte scortato da Eisel. 

Astana e Tinkoff guidano il gruppo. Nibali mostra sicurezza. Con Westra nella fuga, il siciliano non ha particolari incombenze se non quella di restare al sicuro nella maglia gialla che fende l’acqua. Il primo tratto di pavé è ormai in vista.

Contador aveva svolto il sopralluogo sul pavé nei giorni della Roubaix, scortato dal diesse De Jongh
Contador aveva svolto il sopralluogo sul pavé nei giorni della Roubaix, scortato dal diesse De Jongh

Contador ha paura

Sono passate due ore e Froome cade ancora. Le strade bagnate non sono mai state terreno di caccia per gli uomini di Sky. Anche Wiggins l’anno prima ha buttato a mare il Giro nella tappa di Pescara, a vantaggio di Nibali che nel bagnato invece è maestro.

Questa volta a Froome è fatale una curva a destra. Le inquadrature lo mostrano mentre stringe il polso con due dita della mano sinistra. Prova a impugnare il manubrio, ma non ce la fa. Gli passano la bici, neanche la guarda. Mentre il gruppo di testa inizia a sporcarsi nel primo tratto di pavé, Chris Froome alza bandiera bianca.

Adesso anche Contador ha paura. Bennati l’ha preso per mano dal primo settore, ma senza che davanti l’Astana abbia fatto chissà cosa, il suo ritardo è di 9 secondi. Nibali intuisce l’occasione e si mette a parlare con il fango e con le pietre, mentre dietro lo spagnolo annaspa e lentamente affonda.

Durante tutta la tappa, Nibali riesce a schivare pericoli e cadute
Durante tutta la tappa, Nibali riesce a schivare pericoli e cadute

Si decide il Tour

Mancano 45 chilometri al traguardo e attorno alla maglia gialla si è formato un gruppetto di corridori decisi a giocarsi la tappa. Contador ha 45 secondi di ritardo, Bennati al suo fianco ha capito invece che sarà dura, ma continua ad animarlo e a tirare.

Con Nibali ci sono Sagan, Cancellara e Mollema, dei fuggitivi ancora in testa non parla nessuno. E’ chiaro che dietro si stia facendo la storia. Le scivolate e le cadute si succedono, ma Vincenzo le schiva. Arriva anche a fermarsi per non finirci dentro, ma riparte subito di slancio. Al suo fianco c’è Fuglsang, Westra lo aspetta, mentre Contador è scivolato a un minuto di ritardo.

Le parole di Ballerini

Lo spagnolo ha compagni in gamba, ma il freddo e la paura lo stanno bloccando. Anni prima, Franco Ballerini disse che il pavé è come una salita: se vai in crisi, sprofondi. Contador non è mai sprofondato in salita, ma su questo terreno che non è il suo, assaggia la disfatta. Franco è scomparso da quattro anni, i suoi consigli per Nibali sarebbero stati tanti e preziosi. La sera prima però l’ha chiamato Pozzato, degno erede del Ballero, e le sue parole su come impugnare il manubrio e la posizione sul pavé si riveleranno decisive.

Le banchine sono allagate, le buche piene d’acqua. Nibali infatti affronta il quarto settore muovendosi come un cacciatore di Roubaix, scortato da Westra e Fuglsang. Quando mancano 15 chilometri al traguardo, Boom sferra l’attacco. L’olandese viene dal ciclocross e corre con la Belkin. Chissà se è già stabilito dal prossimo anno correrà anche lui in maglia Astana.

Nonostante l’aiuto di Bennati, Contador arriva al traguardo a 2’54” da Boom
Nonostante l’aiuto di Bennati, Contador arriva al traguardo a 2’54” da Boom

Magnifico Fuglsang

A sei chilometri all’arrivo, la storia è scritta. Froome è lontano, Contador è sempre più in difficoltà. Alle spalle di Boom, Nibali e Fuglsang scavano il solco cercando di essere prudenti. Sul traguardo, il danese è secondo, Nibali terzo, quarto arriva Sagan, quinto Cancellara. Contador viene applaudito e incoraggiato dopo 2’54”. Si parlerà molto del suo ritiro nel giorno della Planche des Belles Filles (10ª tappa), ma lo spagnolo è sceso dal treno del Tour nel giorno del pavé.

«Oggi è stata una giornata tremenda – dice Nibali nella conferenza stampa – almeno tre volte ho rischiato di andare per terra, ma con un po’ di abilità e di fortuna sono rimasto in piedi. Aver corso in mountain bike da ragazzo ha fatto la differenza. Certi automatismi non si perdono. Fuglsang è stato stupendo. Mi dispiace per Froome, purtroppo però il Tour e il ciclismo sono fatti anche delle cadute e io per una caduta l’anno scorso ho gettato via il mondiale di Firenze. Adesso ho un buon vantaggio in classifica generale, ma la strada è ancora lunga e difficile. I chilometri per Parigi sono tanti e ora il primo avversario da controllare è sicuramente Alberto Contador».

Sul podio di Parigi, il 27 luglio del 2014, Nibali festeggia il suo Tour de France
Sul podio di Parigi, il 27 luglio del 2014, Nibali festeggia il suo Tour de France

Nuovamente il 6 luglio

Sarà il quinto giorno di gara anche il prossimo 6 luglio, quando la Grande Boucle proporrà al gruppo la tappa da Lille ad Arenberg. Frazione di 157 chilometri con 11 settori di pavé. Froome ci sarà ancora e questa volta Fuglsang correrà al suo fianco. Nibali forse la seguirà in televisione, Contador probabilmente sarà sul posto con Eurosport. Sarà un giorno da seguire e raccontare. La grande avventura del Tour sta per cominciare.

Nuovo Contador: testa su Eurosport, il cuore sulla strada

25.05.2022
4 min
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Guardando Alberto Contador all’opera sul traguardo di Aprica, è chiaro che lo spagnolo sia un signor professionista anche con il microfono in mano. Super concentrato. Preciso come quando si allenava. Meticoloso nel dare spiegazioni e interpretazioni. Quando poi ci parli, capisci che questo mondo ce l’ha ancora addosso e la voglia di correre non l’ha mai lasciato. E allora, vedendo nel frattempo passare Valverde al termine della tappa chiusa al quinto posto, capisci che questi giganti hanno davvero uno spirito speciale e solo il cedimento fisico mette fine a carriere che meriterebbero d’essere eterne. La gente lo sa, al punto che lo acclama con lo stesso slancio che riserva ai corridori in gara.

«E’ bello stare qui – dice Alberto – alla fine serve per calmare un po’ il mio desiderio di gareggiare. Sei in contatto con la gara, una sensazione in cui sono immerso quotidianamente anche con la squadra, la Eolo-Kometa. E’ gradevole, mi piace. Posso stare un po’ nell’atmosfera da diversi punti di vista».

Lopez si è fermato accanto a lui dopo l’arrivo: Juanpe ha corso nella Fundacion Contador, Alberto gli ha dato consigli
Lopez si è fermato accanto a lui dopo l’arrivo: Juanpe ha corso nella Fundacion Contador
Com’è questo ruolo in Eurosport?

E’ un piacere che mi abbiano chiesto di esserci per un altro anno. Mi permette di continuare a godermi questo sport. Inoltre vedere l’impegno che mettono anche acquisendo i diritti delle gare maschili e femminili, mi fa pensare che per il ciclismo ci siano bei tempi in arrivo.

In che modo si vivono giornate come questa?

In un modo speciale, perché alla fine in questi posti ho vissuto alcuni dei giorni più importanti della mia vita, che mi hanno segnato. Però dall’altro lato cerco di scollegarmi. Cerco di dirmi: “Alberto, quel momento è passato, ora stai facendo altre cose”. E’ il modo per calmare un po’ il desiderio di competizione.

E’ difficile?

A volte sì, specialmente in alcune tappe come questa.

Al Giro 2015, Contador bucò prima del Mortirolo. Landa e Aru lo attaccarono: la sua rimonta fu pazzesca
Al Giro 2015, Contador bucò prima del Mortirolo. Landa e Aru lo attaccarono: la sua rimonta fu pazzesca
Hai già parlato due volte di desiderio di competizione.

Ho sempre detto che non si può passare dal fare 200 chilometri al giorno a una vita sedentaria. Per cui mi sono preso l’impegno di uscire 3-4 volte a settimana in bicicletta. Ma non avevo valutato l’aspetto psicologico. Staccare mentalmente è stata la parte più dura.

Cosa ti pare di questo Giro?

Mi piace, un Giro molto godibile per gli spettatori, ma la mia sensazione è che i corridori siano molto stanchi. Credo che le alte temperature di questo Giro d’Italia abbiano fatto sì che abbiano speso più del solito. E giorni come questo sono una barbarie (il modo spagnolo di far risaltare la durezza di un percorso, con accezione eroica, ndr), con 5.000 metri di dislivello. Sono andati molto forte e domani (oggi per chi legge, ndr) li aspetta una nuova tappa complicata. Credo sia un bel Giro.

Nessuno si aspettava tanto caldo.

La cosa più speciale del Giro è che è una corsa vissuta più quotidianamente del Tour o della Vuelta. Il corridore sa di doversi adattare il più possibile alle condizioni meteorologiche, diventa praticamente una sorta di sopravvivenza. Ma nessuno pensava di trovare due settimane così calde.

Fatte le interviste ai corridori, Contador ha realizzato due commenti flash sulla tappa e la previsione per l’indomani
Dopo le interviste ai corridori, Contador ha realizzato due commenti flash e la previsione per l’indomani
Carapaz ha già vinto?

Non ancora. Hindley, Landa e Almeida sono tra i principali candidati. Credo che Richard abbia la situazione abbastanza sotto controllo. Però sia la Bora, che il Bahrain e Almeida non glielo renderanno facile.

Credi che la crono di Verona sarà decisiva?

Penso di no.