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Exploit Piganzoli, una sorpresa per se stesso e per la Eolo

21.06.2021
4 min
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Neanche Davide Piganzoli si aspettava di andare tanto forte al Giro d’Italia U23, soprattutto perché è un primo anno. Ma a quanto pare questa “regola anagrafica” vale sempre meno. Il lombardo di Morbegno è arrivato decimo a 8’40” da quel fenomeno che risponde al nome di Juan Ayuso.

Il ragazzo della Eolo-Kometa U23 va in bici in pratica da una vita. Ha iniziato a correre quando aveva otto anni…

Lo speaker Ivan Cecchini intervista “l’enfant du pays”, Piganzoli, al via da Sondrio
Lo speaker Ivan Cecchini intervista “l’enfant du pays”, Piganzoli, al via da Sondrio
E cosa ricordi, Davide, di quella corsa?

Che ero partito davanti nei primi giri. Ero sempre a tutta, ma poi nel finale sono arrivato “morto” con la lingua di fuori in fondo al gruppo. Ho imparato subito a correre però!

Giro U23, partiamo da quel giorno a Campo Moro che forse ha segnato la tua svolta…

E’ stata una bella giornata. C’era tanto tifo sulle strade e la sentivo molto quella tappa. Si correva in Valtellina e dalle nostre parti non sempre ci sono gare di questo livello. La sera prima eravamo a Sondrio ma ho chiesto io ad amici e parenti di non venire. Volevo stare tranquillo perché ero teso. Il giorno dopo invece sono venuti i miei genitori al via e li ho rivisti con gli amici anche nell’ultimo tratto duro della salita.

Conoscere le strade: anticipare le cambiate, gli strappi, sapere dove ci sono le curve… E’ importante oppure si mena a testa bassa?

E’ importante sapere la lunghezza e la durezza di strappi e salite, riesci a risparmiare energie per il finale. E poi riesci anche a gestirti meglio.

Dopo l’arrivo a Campo Moro ci avevi detto che nonostante fosse la salita di casa non l’avevi mai scalata per intero e quando l’avevi provata ne avevi fatto solo metà: perché?

Sapevo che era lunga e dura e mi sono detto: il resto lo vedo in gara, così non mi lascio condizionare. E poi comunque la conoscevo. L’avevo fatta diverse volte quando da bambino andavamo lassù con la famiglia a fare delle gite.

Sei un primo anno: dove correvi fino all’anno scorso? E soprattutto ti aspettavi un passaggio di categoria più difficile?

Ero nella Trevigliese e sì, sinceramente mi aspettavo un approccio più difficile. Qui si corre con gente che ha anche 4-5 anni più di te, tanto più in un Giro U23 di alto livello come quello di quest’anno. Dei primi dieci solo io non ho un contratto da professionista ed anche per questo è stata una vera emozione. Non me lo aspettavo.

Tanto tifo per il “Piga” salendo verso Campo Moro
Tanto tifo per il “Piga” salendo verso Campo Moro

E nel team cosa ti hanno detto?

Antonio Campos, il preparatore, sapeva che stavo bene, che ero in condizione. I numeri erano buoni, ma non si aspettava che andassi così al primo anno. Anche perché di giorno in giorno stavo meglio. Sentivo la stanchezza ma riuscivo a spingere, mentre vedevo altri, che avevano più difficoltà, che erano in calando. Io invece andavo forte.

Un bel segnale in ottica corsa a tappe…

Eh sì, e infatti ci spero per il futuro.

Questo decimo posto cambia i tuoi orizzonti?

Un po’ sì. Intanto fino a martedì prossimo avrò la scuola, la maturità (una scuola di elettronica a Sondrio, ndr) poi si vedrà. Presto poi parlerò con Ivan Basso.

Hai toccato il tasto dei pro’: che rapporti ci sono tra il team U23 e quello professional nella Eolo-Kometa?

Dovevamo fare i ritiri invernali con i pro, ma causa Covid non è stato possibile. Però proprio Ivan ci ha sempre tenuti aggiornati su tutto, anche al Giro ci chiamava spesso. Ci ha fatto capire che siamo ad un livello professionistico e che potrà arrivare il nostro momento. Lui è contento di noi.

Piganzoli, classe 2002, ama correre davanti (foto Isola Press)
Piganzoli, classe 2002, ama correre davanti (foto Isola Press)
Vivi in Valtellina, esci mai con i fratelli Bagioli?

Poche volte, anche perché io andavo ancora a scuola e mi allenavo di pomeriggio. Comunque capita di uscire insieme. Siamo un bel gruppetto: ci sono anche Petilli, Conca e Gavazzi, un vero maestro. E’ da anni in questo mondo.

Cosa ti ha colpito di questo Giro? Modi di correre, corridori…

Mi hanno colpito tutti i ragazzi di classifica. Verre è andato molto forte. Ma forse la cosa che mi è rimasta in mente di più è stata la Dsm che si è fermata quando è caduto Ayuso. Questo ci dice della mentalità di quel team. Mancavano 60-70 chilometri all’arrivo. Oltre a loro c’erano anche altre 5-6 squadre motivate a spingere e a quel punto Ayuso non sarebbe più rientrato, avrebbe perso il Giro. La Dsm è stata una “signora”.

La svolta è stata verso Campo Moro, come detto, ma come hai corso?

In realtà ho sempre cercato di stare davanti. Non nei primissimi, ma nelle prime 20-30 posizioni perché lì mi sento più sicuro in caso di cadute. Poi dopo Campo Moro anche, ma perché avevo voglia di fare bene. E i miei compagni mi hanno aiutato. Senza nulla togliere a loro: se qualcuno voleva o doveva andare in fuga andava, ma gli altri mi aiutavano a prendere le salite davanti.

Cosa significa per te gareggiare?

Eh – ci pensa un po’ Piganzoli – è un modo per far capire al mondo quanto valgo.