Prima vittoria fra gli Open e prima vittoria soprattutto in maglia EF Education EasyPost per Mattia Agostinacchio, il campione del mondo juniores di ciclocross che al suo quarto impegno stagionale ha portato a casa il successo al GP Cicli Bianchi di Salvirola, staccando Federico Ceolin e Gioele Bertolini. Fin qui la notizia, ma è chiaro che tutto quel che riguarda l’iridato ha un sapore particolare, anche grazie all’importante stagione su strada che ha appena vissuto, confermandosi corridore multidisciplinare di primissimo piano.
A Salvirola prima vittoria in maglia EF, dimostrando che la forma sta crescendo rapidamente (foto EF)A Salvirola prima vittoria in maglia EF, dimostrando che la forma sta crescendo rapidamente (foto EF)
La cosa che emerge innanzitutto è che Mattia si sta adattando molto velocemente alla nuova categoria e lo sta facendo per gradi, attraverso le prove italiane prima di testarsi con i campioni d’oltreconfine. Dalla strada al ciclocross il passaggio è stato piuttosto repentino, quasi senza soluzione di continuità: «E’ stata una mia precisa scelta, tirerò avanti almeno fino agli europei e mi fermerò dopo per rifiatare, ma senza perdere di vista gli obiettivi della stagione invernale».
Come ti sei trovato in queste primissime uscite?
Bene, sto già assimilando il cambiamento che poi è abbastanza relativo. Le gare sono effettivamente un po’ più lunghe rispetto a quant’ero abituato, passando da 40 minuti a un’ora, ma qui mi è venuta in soccorso l’attività accumulata su strada attraverso una stagione intensa. Gli avversari non mi sono certo sconosciuti, con Viezzi correvo e ci sfidavamo due anni fa da juniores, c’è Fontana che è appena rientrato ed è veramente forte, ma già mi sento vicino al loro livello.
Agostinacchio con Viezzi: sullo Zoncolan hanno dato vita a un bel confronto, mentre Fontana era lontanoAgostinacchio con Viezzi: sullo Zoncolan hanno dato vita a un bel confronto, mentre Fontana era lontano
Ha fatto però un certo effetto vedere te e Viezzi fianco a fianco sullo Zoncolan con due maglie del WorldTour…
Anche a me è sembrato un po’ strano, soprattutto per il contesto, il ciclocross e non la strada, ma è stata questione di attimi, poi ci si è fatta l’abitudine. Lì la gara è stata molto dura anche perché partivo dal fondo e nella prima parte ho dovuto recuperare. Con Stefano (Viezzi, ndr) abbiamo fatto un ritmo abbastanza alto, ma evidentemente quello di Fontana era un po’ più alto. L’ultimo giro è stato divertente, ci siamo sfidati a viso aperto, sapevamo che Fontana non si prendeva più.
E la tua prima vittoria?
Sono stati due giorni positivi nel loro complesso anche perché i protagonisti erano pressoché gli stessi del Giro delle Regioni. Le gambe erano buone e la caduta causata dallo stallonamento del tubolare non mi ha frenato più di tanto, sono riuscito a rimontare e vincere. Mi sto abituando sempre più, ogni settimana in più è un progresso.
Su Mattia Agostinacchio c’è molta attenzione data dai suoi successi della passata stagioneSu Mattia Agostinacchio c’è molta attenzione data dai suoi successi della passata stagione
Come ti avvicinerai adesso agli europei?
Rimanendo in Italia perché voglio avvicinarmi divertendomi, testandomi ai massimi livelli, per imparare. Il test generale sarà al Mugello. D’altronde non vado alla rassegna continentale con particolari ambizioni, penso che serva tempo per imparare, per fare esperienza, anche perché sarà una corsa abbastanza al buio, non essendoci state grandi occasioni di confronto. Qui nella categoria ci sono quattro anni, di tempo ce n’è.
Pensi che ci sia differenza di esperienza, di abitudine tra i più giovani e quelli che si avvicinano alla categoria elite?
Per quel che ho visto sì, bisogna capire bene quanto sarà, ma questo dipende molto da quel che man mano vedremo sul campo. Per questo la stagione la sto vivendo molto come un apprendistato e credo che vista la mia età sia anche giusto così.
La stagione su strada è culminata con i mondiali, con una top 10 a cronometro e il 33° posto in lineaLa stagione su strada è culminata con i mondiali, con una top 10 a cronometro e il 33° posto in linea
Come hai chiuso la stagione su strada, che bilancio gli dai?
Buono, ma avrei potuto e dovuto far meglio. Nel corso della stagione qualche problema c’è stato, un po’ di sfortuna in appuntamenti ai quali tenevo, ma alla fine posso dare un voto positivo, anche perché ho vestito la maglia della nazionale che è sempre qualcosa d’importante. Infatti il Trophée Centre Morbihan è forse la gara principale di questa stagione, il momento più alto come rendimento.
Matteo Malucelli è stato l’italiano più vincente dell’anno dopo Jonathan Milan. Lo sprinter della XDS-Astana ha portato a casa otto corse contro le dieci di Milan, ma quel che più conta è che ha dimostrato costanza di rendimento: anche quando si è scontrato con i super big non ha mai sfigurato.
I più maliziosi potrebbero dire che le sue vittorie sono arrivate in corse minori in Asia. Vero, ma innanzitutto le gare vinte da Malucelli erano di buon livello e poi bisogna saperle vincere. In tanti dicono “vado a correre in Asia” e poi restano con un pugno di mosche in mano.
L’oggetto dell’articolo però non è questo. Il valore di Malucelli è noto, così come la sua serietà. La curiosità è capire se Malucelli sia pronto per esordire in un Grande Giro. A 32 anni suonati si merita questa occasione, vista la solidità dimostrata? Lo abbiamo chiesto al suo preparatore, Claudio Cucinotta. Una domanda simile l’avevamo già posta all’head coach della XDS-Astana, Maurizio Mazzoleni, ma in quell’occasione era emerso anche un aspetto tecnico-tattico, vale a dire gli uomini da portargli. Con Cucinotta invece si parla strettamente di “motore”.
Claudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori della XDS-AstanaClaudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori della XDS-Astana
Claudio, partiamo da qui: le otto vittorie di Malucelli…
Sicuramente Matteo è quello che si chiama velocista puro. E’ veramente uno dei pochi rimasti, perché è una figura che nel ciclismo moderno si sta un po’ perdendo: ormai serve essere forti anche dal punto di vista aerobico. In passato c’erano velocisti molto rapidi ma carenti da quel lato.
Dire forza aerobica per un velocista intendi essere più bravi in salita?
Esatto. Prima lo sprinter in salita si staccava e faticava, adesso questa figura sta scomparendo perché ormai le gare si corrono sempre “a tutta” dalla partenza all’arrivo. Chi non ha un motore aerobico di un certo livello fatica anche se la corsa non è altimetricamente impegnativa. Per questo motivo Matteo emerge soprattutto nelle corse in Asia, dove il modo di correre è un po’ diverso rispetto all’Europa. Ma attenzione: il valore del campo partenti non è affatto più basso rispetto a una corsa di pari categoria europea per quanto riguarda i velocisti.
E cosa cambia?
I percorsi. Sono più piatti e pianeggianti. E siccome sono così, gli atleti più forti in salita o a cronometro, quelli con un motore aerobico importante, spesso non vengono mandati lì. Di conseguenza la corsa si sviluppa in modo da agevolare il velocista puro. E tra i velocisti puri Matteo è sicuramente uno dei più forti. A riprova c’è quanto fatto all’UAE Tour.
Lo sprinter della XDS-Astana all’UAE Tour pronto al testa a testa con Merlier e MilanLo sprinter della XDS-Astana all’UAE Tour pronto al testa a testa con Merlier
A cosa ti riferisci?
Quest’anno è uno dei pochi che può dire di aver battagliato ad armi pari con Merlier e con Milan. In una tappa ha fatto secondo dietro a Merlier e davanti a Milan. La tappa successiva era ancora lì a giocarsela, poi è caduto e si è dovuto ritirare. Ma questo dimostra che anche contro i mostri sacri può giocarsela, quando il percorso è adatto.
Che tipo di velocista è? Tu che conosci i suoi numeri puoi darci un quadro diverso…
E’ un velocista con peculiarità precise: non è il tipo alla Milan che parte ai 200-250 metri e nessuno lo passa. E’ più simile a Robbie McEwen dei miei tempi. Ha un picco di potenza molto elevato.
Senza contare che è anche molto aerodinamico. Matteo ha studiato parecchio la posizione…
Sì, è molto attento e professionale, cura ogni dettaglio. Si impegna tantissimo nell’allenamento e nell’alimentazione. Con la maturità ha preso coscienza del tipo di corridore che è e del suo potenziale. Sa di non essere un fenomeno assoluto e quindi lavora al massimo per restare competitivo. I risultati arrivano anche perché ha dei picchi di potenza notevoli, ma per arrivare alla volata deve limare tutto nei minimi dettagli.
Malucelli e la sua esplosività all’ultimo Tour de LangkawiMalucelli e la sua esplosività all’ultimo Tour de Langkawi
E allora, visto che abbiamo parlato di motore aerobico, Malucelli può fare un Grande Giro?
Può farlo sicuramente. Bisogna però capire l’obiettivo. Se si vuole arrivare fino in fondo è più complicato. Ma se nei primi dieci giorni ci sono cinque volate, una squadra può dire: “Rischiamo, lo portiamo, magari vince una o due tappe e poi torna a casa”. Sarebbe già un bilancio più che positivo.
Tanti sprinter vengono con l’obiettivo dei primi 10-12 giorni…
Esatto. Per un atleta con le sue caratteristiche è difficile finire un Grande Giro, specie oggi con questo modo di correre.
Spiegaci meglio…
Ci sono tappe in cui si va forte dal primo all’ultimo chilometro. I velocisti puri fanno tanta fatica. Basti pensare a Mark Cavendish: anche lui, pur essendo di un’altra caratura, ha faticato negli ultimi anni a finire prima il Giro d’Italia e poi il Tour de France. Certo, ha vinto tappe in entrambi, ma sulle montagne era sempre in bilico col tempo massimo.
Malucelli ha esordito tra i pro’ nel 2017 all’AndroniMalucelli ha esordito tra i pro’ nel 2017 all’Androni
Se ci fossero stati i vecchi margini sarebbe fuori tempo massimo?
Vero. Nel ciclismo pre-Covid non si andava a tutta dalla partenza all’arrivo, quindi anche se il tempo massimo era più stretto, si partiva più piano. Adesso invece già sulla prima salita, magari a 150 chilometri dall’arrivo, c’è bagarre e i velocisti si staccano. E’ questo il problema. Corridori come Jasper Philipsen riescono a superare meglio le salite e per questo restano competitivi fino alla fine dei Grandi Giri.
Per assurdo, potrebbe essere il Tour de France il Grande Giro più adatto a Matteo?
Diciamo che anche il Tour non è più quello di una volta. In passato era considerato più regolare e prevedibile, ma oggi è cambiato: tappe più corte e più esplosive, fatte per aumentare lo spettacolo e tenere alta la velocità dall’inizio alla fine. Quindi non è detto che per un velocista come Matteo sia meno duro rispetto a Giro o Vuelta.
Quanto sarebbe stato importante per lui aver fatto dei Grandi Giri da giovane?
Se riesci a finirne uno in buone condizioni ti dà tantissimo, sia in termini di endurance sia di fondo generale. Probabilmente adesso avrebbe qualcosa in più nella tenuta e nella gestione delle salite in gara. Ma ogni storia è diversa: Matteo ha sempre corso in squadre medio-piccole e questo si riflette anche nel modo in cui affronta le volate.
Secondo Cucinotta in vista del Grande Giro Matteo dovrebbe lavorare molto sulla zona aerobica e in salitaSecondo Cucinotta in vista del Grande Giro Matteo dovrebbe lavorare molto sulla zona aerobica e in salita
Cosa intendi?
A volte fa un po’ fatica a seguire i compagni di squadra, perché è sempre stato abituato ad arrangiarsi, a saltare da una ruota all’altra.
Claudio, prima hai detto che Malucelli può fare un Grande Giro. Se quest’anno decideste di portarlo, dovrà lavorare di più sulla parte aerobica?
Sicuramente dovrà farlo, ma bisogna capire se ne vale la pena. Il discorso è sempre quello della coperta corta: se lavori di più sull’aerobico, migliori in salita ma rischi di perdere spunto in volata. Quest’anno ha vinto otto corse grazie alle sue caratteristiche naturali. Il prossimo magari tiene di più ma ne vince solo due. Ne vale la pena? Secondo me Matteo ha trovato la sua dimensione e nella nostra squadra l’ambiente ideale. Tra l’altro, avendo un main sponsor cinese, per noi le gare asiatiche sono importanti e un corridore come lui ha grande valore.
Quindi Malucelli al Grande Giro ci può andare? Come la chiudiamo, Claudio?
Sì, ci può andare e se lo meriterebbe anche. Ma deve lavorare in un certo modo. E’ da capire se davvero ne valga la pena, per la squadra… e per lui.
Lo schiaffo che l’UCI ha riservato alle formazioni professional italiane è stato forte e ben assestato. I regolamenti cambiano, lo fa anche il ciclismo e bisogna adattarsi, tuttavia le tempistiche dell’Unione Ciclistica Internazionale sono alquanto rivedibili. In meno di una settimana è andato in frantumi buona parte del lavoro fatto durante l’estate da parte delle squadre professional e dei vari progetti legati ai giovani. Il primo a parlarne è stato Roberto Reverberi, che ha ammesso di chiudere quello che era il reparto dedicato agli under 23. Un’altra squadra che ha subito lo scossone del terremoto causato dall’UCI è la MBH Bank-Ballan-Csb.
«Era già nell’aria – racconta Gianluca Valoti, che a breve sarà alle prese con i corsi UCI per il patentino da diesse nei professionisti – si sapeva qualcosa, ma la notizia è arrivata in maniera inaspettata in quanto a tempistiche. E’ uscita una regola a ottobre che ci ha lasciato ben poco da interpretare. Certo che in alcuni casi determinati cambiamenti sarebbe bene comunicarli con un po’ di anticipo».
La MBH Bank-Ballan-Csb dal 2026 sarà professional e da mesi lavora alla rosa per l’anno prossimoLa MBH Bank-Ballan-Csb dal 2026 sarà professional e da mesi lavora alla rosa per l’anno prossimo
L’UCI pensa ai corridori?
Le parole di Gianluca Valoti non fanno una piega, la MBH Bank lavora da mesi con l’intento di costruire una squadra che sia in grado di essere competitiva a diversi livelli. Oltre ai nomi di esperienza come quello di Felline e Masnada erano arrivate le notizie di alcuni profili interessanti come quello di Fancellu. Ma la struttura era pronta a partire dalle fondamenta, quindi molti dei ragazzi che in questi anni sono stati protagonisti tra le corse under 23 erano stati promossi al team professional con l’obiettivo di continuare il cammino e raccogliere quanto seminato.
«Saperlo prima ci avrebbe dato il tempo di metterci in regola – continua Valoti – anche perché già è difficile fare ciclismo se non si è nel WorldTour, in questo modo tutto diventa ancora più complicato. Il progetto under 23 lo avremmo portato avanti comunque, anche se la comunicazione di questo nuovo regolamento fosse arrivata con anticipo. Dispiace per i ragazzi, perché in questo modo non possono partecipare a corse di rilievo come Giro Next Gen, Trofeo Piva, Recioto, Belvedere e tutte le classiche italiane under 23».
In questi anni come continental la formazione bergamasca ha corso spesso tra i pro’, qui Nespoli al LaiguegliaIn questi anni come continental la formazione bergamasca ha corso spesso tra i pro’, qui Nespoli al Laigueglia
Un ciclismo sempre più di vertice
La norma della quale stiamo discutendo è quella che dispone il divieto per le squadre professional di partecipare alle corse internazionali U23. Di per sé il ragionamento sarebbe anche corretto, se non fosse per il fatto di aver in qualche modo agevolato il lavoro dei devo team, ovvero le squadre di sviluppo delle formazioni WorldTour. Siamo chiari, tra le prime 30 squadre al mondo secondo il ranking UCI, ci sono 12 professional, di queste la metà ha una formazione development. Ma fino a quando il regolamento prevedeva che agli atleti under 23 dei team professional era permesso partecipare alle corse internazionali di categoria questa decisione rimaneva interna al team.
«In qualche modo l’UCI ha comunque agevolato le formazioni devo – spiega Valoti – perché in questo modo noi team professional non possiamo portare in nostri ragazzi alle corse under 23 in quanto professionisti. Tuttavia i ragazzi delle devo vanno spesso a correre con le formazioni WorldTour, quindi hanno comunque modo di fare esperienze che i ragazzi di una normale continental non possono permettersi.
«Noi stessi avevamo pensato di fare una formazione devo – prosegue – ma voleva dire sacrificare una parte del budget dedicato ai professionisti. Se avessimo saputo prima del nuovo regolamento magari avremmo portato avanti l’idea della squadra under 23, anche perché lo sponsor MBH Bank tiene ai giovani, come testimonia il fatto di avere una squadra juniores».
Dalla prossima stagione i corridori under 23 delle squadre professional non potranno più correre le gare di categoriaDalla prossima stagione i corridori under 23 delle squadre professional non potranno più correre le gare di categoria
Ricalibrare l’attività
Senza la possibilità di partecipare alle principali corse del calendario internazionale under 23 si dovrà trovare il modo di garantire loro un’attività adeguata che permetta di crescere e fare le giuste esperienze.
«Dovremo capire come gestire le corse – conclude Valoti – e questo passerà dai prossimi incontri che faremo. Uno dei primi è avvenuto proprio lo scorso fine settimana, abbiamo già avuto conferma dei primi inviti ufficiali. Non è nemmeno semplice visto che siamo una formazione nuova. Troveremo le corse adatte ai giovani per farli adattare al meglio al ritmo e alle corse dei professionisti».
Le avvisaglie c’erano, ma forse non così evidenti da far pensare alla grande impresa compiuta ieri da Sara Casasola. La friulana (in apertura, foto Cor Vos) iscrive il suo nome nell’albo d’oro della classica di Overijse, tappa del Superprestige. L’azzurra della Crelan-Corendon è la seconda italiana capace di vincere una tappa nella prestigiosa challenge dopo la Arzuffi, ma mai era avvenuto in quello che è considerato uno dei templi del ciclocross mondiale.
Prima vittoria per la Casasola nel Superprestige, con 28″ sulla Brand e 37″ sull’altra olandese Van Alphen (foto Facebook)Prima vittoria per la Casasola nel Superprestige, con 28″ sulla Brand e 37″ sull’altra olandese Van Alphen (foto Facebook)
Un’impresa per il ciclocross italiano
I numeri dicono che l’impresa rappresenta quasi uno spartiacque nella carriera di Casasola, che sul traguardo di Overijse ha preceduto una maestra come Lucinda Brand, al suo 44° podio consecutivo, non senza un pizzico di fortuna vista la caduta dell’olandese. La portata dell’impresa è ancora da assimilare, quando risponde al telefono dal suo appartamento belga appena rientrata dalla gara.
«Era un percorso abbastanza duro – racconta – dove imposti il tuo passo, con una salita piuttosto tecnica, quindi ho cercato di stare davanti. La Brand ha provato più volte a fare forcing, ma sono riuscita a rimanere sempre attaccata e ho provato un paio di volte anch’io a metterle un po’ di pressione. Lei andava forte ed ero un po’ in difficoltà, ma a poco meno di un giro dalla fine, in discesa avevo preso qualche metro. Lei deve avere rischiato un po’ per rientrare, ha centrato in pieno un palo e è caduta. Io ho sentito qualcosa dallo speaker, mi sono voltata e non c’era più, quindi poi ho dovuto fare l’ultimo giro a manetta per non farla rientrare».
Per l’azzurra sono evidenti i benefici tratti dall’intensa stagione su strada, sulla quale punta molto (foto Facebook)Per l’azzurra sono evidenti i benefici tratti dall’intensa stagione su strada, sulla quale punta molto (foto Facebook)
In occasione della prima vittoria al Giro delle Regioni, avevi detto che eri un po’ indietro rispetto alle condizioni che avresti voluto, ma hai recuperato abbastanza velocemente, anche perché a parte questa vittoria, già eri andata molto bene nel circuito anche il weekend scorso…
Sì, l’anno scorso ero arrivata con un buon ritmo gara il primo weekend di ottobre e andavo già su con molta brillantezza. Quest’anno sono partita volontariamente più piano, lavorando sui miei punti deboli. Ho fatto una buona base, ho fatto un bel po’ di forza, palestra, fondo, perché nel passato quel che mi mancava era la potenza pura, il ritmo vero e proprio. Infatti ho iniziato nelle ultime settimane a lavorare un po’ di più sull’intensità. La scorsa settimana ero andata bene, ma erano percorsi veloci, meno adatti a me. Ho sofferto molto, ma lì è tutto un po’ più livellato, quindi se sei più intelligente riesci a venirne a capo.
Perché Overijse è così importante nella stagione del ciclocross, considerata come una classica monumento della strada?
E’ una gara storica, è stata anche Coppa del mondo in passato. Prevede un percorso impegnativo, quindi appunto penso che per vincere uno debba avere buone gambe, buona tecnica. E’ un tracciato molto completo e piace a molti, tutti si presentano qui al massimo e puntano alla vittoria, quindi credo che sia anche questo il motivo per cui sia così rinomata.
La friulana era già stata seconda nella tappa di Ruddenvoorde, dietro la Norbert RiberolleLa friulana era già stata seconda nella tappa di Ruddenvoorde, dietro la Norbert Riberolle
Questo era il secondo weekend che ti confrontavi a livello internazionale. Cominci adesso anche ad avere un quadro della situazione anche di come sono le tue avversarie, a che livello sono e come sono in relazione a te?
Al momento la più ostica è sicuramente la Brand – sentenzia la Casasola – sulla Van Empel c’è un gran punto di domanda perché ha vinto sì due corse, ma qui dicono che era un po’ indietro come preparazione, io però penso che all’europeo arriverà in condizione. La Alvarado è ancora ferma e riprenderà a correre verso fine novembre. Quindi la Brand è il vero riferimento. Tira sempre fuori qualcosa di più.
Rispetto agli anni scorsi parti per certi versi avvantaggiata dal fatto che hai avuto una stagione su strada corposa e impegnativa…
Sì, io penso che abbia dato una grossa mano e questo lo vedremo meglio più avanti, perché appunto la strada di solito ti dà un buon fondo e lo vedi correndo di più. A dicembre e gennaio si vedrà, però penso che abbia dato una buona mano. A livello di ritmo di base sono migliorata molto e quindi credo che fare una buona stagione su strada aiuti sempre.
La gara maschile ha visto primeggiare il belga Michael Vanthourenhout, con 7″ sull’olandese Ronhaar (foto Facebook)La gara maschile ha visto primeggiare il belga Michael Vanthourenhout, con 7″ sull’olandese Ronhaar (foto Facebook)
Come l’hanno presa nel team questa tua vittoria?
Erano molto contenti. Poi arriviamo da due gare di Superprestige vinte, quindi il morale è decisamente alle stelle. Ora vediamo la prossima gara, il Koppenberg sabato prossimo: è una bella corsa, è sempre molto selettiva, si parte proprio sulla salita del Giro delle Fiandre, poi scendi sul prato e risali dal famoso muro, quindi è una corsa bella, impegnativa.
Magari ci prendi le misure per tornarci la prossima primavera…
Sarebbe bello, anche se su strada sono più una da corse a tappe che da classiche, però mai dire mai, sarebbe bello appunto fare il Fiandre una volta…
Se ci fosse stata ancora la Liquigas, lo avrebbero portato certamente al Giro e probabilmente alla Vuelta, dovendo preparare i mondiali della pista. Così Elia Viviani non sarebbe stato costretto a penare per trovare un contratto a febbraio per dimostrare di essere ancora un fior di campione. A quelli che dicono che una WorldTour italiana non farebbe la differenza, rispondiamo che in effetti sarebbe meglio averne due. E poi rilanciamo con l’esempio dell’atleta di Verona, che ieri a Santiago del Cile ha chiuso la carriera vincendo il campionato del mondo dell’eliminazione (in apertura l’abbraccio con il presidente federale Dagnoni).
Per inseguire i suoi obiettivi su pista, Viviani ha prima scelto la Ineos che però l’ha messo ai margini della sua attività su strada. Poi, quando la squadra britannica ha deciso di averne avuto abbastanza, ha dovuto convincere la Lotto che ne valesse la pena e immancabilmente ha avuto ragione. Magari, se ci fosse stata ancora la Liquigas e il suo percorso fosse stato meno sofferto, Elia avrebbe trovato la voglia di fare un anno in più.
Così, annotando la legittima soddisfazione degli ambienti federali che la pista l’hanno voluta da quando nel 2011 proposero a Marco Villa di farne un vanto nazionale e nel momento in cui Viviani si accinge a entrare nei quadri azzurri, lanciamo un guanto di sfida al presidente della Lega Roberto Pella.
Viviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Nel 2012 preparò le Olimpiadi di Londra correndo per il team di Amadio e Dal LagoViviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Nel 2012 preparò le Olimpiadi di Londra correndo per il team di Amadio e Dal Lago
Riaprire le porte
La Coppa Italia delle Regioni si accinge a celebrare le premiazioni del primo anno di vita. Sono nate corse, alcune sono state salvate dal rischio di chiudere, altre verranno. Offrire la possibilità alle nostre tre professional di correre in Italia e fare punti, aprire le porte alle continental serve solo marginalmente, se i loro budget restano così risicati. Forse è arrivato il momento di alzare l’asticella e usare gli agganci che soltanto Pella in teoria può vantare.
Ci eravamo tutti convinti che Davide Cassani fosse il solo ad avere i contatti per far nascere una grande squadra, ma il tentativo si è fermato ancor prima di nascere. Si è sempre detto che per smuovere l’interesse di certi sponsor, grandissime aziende in alcuni casi controllate dallo Stato, serva l’intervento della politica: vogliamo vedere se è vero?
E’ questa la sfida che proponiamo al presidente Pella: proviamo a riportare il grande ciclismo in Italia. Non organizzando corse, che promuovono l’attività, ma non servono ad elevarne il contenuto tecnico. Bensì creando le basi perché nasca nuovamente una squadra capace di prendere il meglio del ciclismo italiano e valorizzarlo. Magari anche creando le condizioni perché i ciclisti italiani tornino in Italia e non affollino le salite di Monaco, Lugano, Andorra e San Marino.
Roberto Pella, parlamentare di Forza Italia, è presidente della Lega Ciclismo ProfessionisticoRoberto Pella, parlamentare di Forza Italia, è presidente della Lega Ciclismo Professionistico
La tutela dei talenti
I migliori trenta under 23 azzurri militano in devo team stranieri. Alcuni riescono a passare nel WorldTour, altri devono reinventarsi una vita o tentare l’impossibile per cercare un contratto. Viene da fare l’esempio di due atleti della Bahrain Development, che tre anni fa venivano indicati come elementi di sicuro avvenire: Marco Andreaus e Bryan Olivo. Entrambi diventano elite, entrambi hanno avuto problemi fisici che gli hanno impedito di fare una bella stagione ed entrambi sono senza squadra per il prossimo anno. Se ci fosse stata una WorldTour italiana, possiamo pensare che li avrebbero aspettati, anziché metterli alla porta per liberare spazio per altri due ragazzini.
Avere un onorevole alla guida della Lega del Ciclismo Professionistico deve essere un’opportunità da sfruttare. Da parte sua, il presidente Pella si trova davanti alla possibilità di fare davvero la differenza. La capacità di reperire risorse per rilanciare il calendario nazionale le ha dimostrate, ma il ciclismo italiano ha bisogno di altro. La Federazione ha le sue gatte da pelare, ma i talenti in un modo o nell’altro vengono fuori. Vederli disperdersi nel mondo senza la certezza che siano seguiti come meritano sta diventando insopportabile. Serve una WorldTour italiana, meglio due.
A chi dice di no suggeriamo di andarsi a guardare l’elenco dei partenti del Tour di 20 anni fa, quando c’erano al via quattro squadre italiane dell’allora ProTour che schierarono 18 italiani, che assieme ai 9 che correvano nelle altre squadre, portarono il contingente dei nostri in Francia a quota 27. Lo scorso luglio erano appena 11.
Dmt lancia una calzatura già avvistata al Giro ai piedi di Elia Viviani, che ne è stato tester e testimonial. Si chiama KR0, record di leggerezza e comfort
KORBACH (Germania ) – E’ a Korbach, una cittadina dell’Assia occidentale, che batte il cuore produttivo di Continental, colosso fondato nel 1871 e oggi tra i leader mondiali nel settore pneumatici. Questo stabilimento dà lavoro a oltre 3.500 persone. E’ qui che vengono sviluppate e prodotte alcune delle coperture più avanzate del mondo, dalle gomme per auto a quelle che equipaggiano le bici dei professionisti del WorldTour. Ne citiamo due a caso: Tadej Pogacar ed Elisa Longo Borghini.
Abbiamo avuto il piacere di visitare lo stabilimento di Korbach e seguire il processo produttivo passo, passo. E’ stato un viaggio affascinante attraverso sicurezza, precisione, innovazione e soprattutto performance. Questi sono i quattro pilastri di un marchio che fa della qualità una questione di cultura industriale. In un territorio dove quasi ogni famiglia ha un legame diretto o indiretto con Continental. La fabbrica non è solo un luogo di produzione, ma il motore sociale ed economico di un’intera comunità.
Una veduta dall’alto di Korbach e dello stabilimento ContinentalSi entra….La ciminiera è un simbolo della cittadina ormaiUna veduta dall’alto di Korbach e dello stabilimento ContinentalSi entra….La ciminiera è un simbolo della cittadina ormai
L’ingresso nello stabilimento
E’ qui che inizia la nostra visita, tra edifici antichi in mattoni e acciaio a quelli più moderni che segnano il perimetro dello stabilimento. Prima di entrare, ogni visitatore deve superare una serie di controlli: badge personalizzato, abbigliamento specifico, scarpe antinfortunistica e un briefing dedicato alla sicurezza e al rispetto del segreto industriale. Si sigillano gli smartphone, almeno in alcune aree.
La produzione degli pneumatici Continental è infatti un processo coperto da brevetti e formule proprietarie, frutto di anni di ricerca e sviluppo.
Nel primo reparto si incontrano le materie prime, la base di tutto. Quindi: gomma naturale, sintetica, nerofumo, silice, zolfo e una lunga lista di additivi che determinano le proprietà finali del prodotto. I grandi silos e i miscelatori industriali ricordano quasi una cucina su scala gigante, dove ogni ingrediente viene dosato al millesimo. Gli ingegneri spiegano come ogni tipo di gomma sia pensato per rispondere a condizioni specifiche: scorrevolezza, grip, durata o resistenza alle forature. Inizia così il lungo viaggio che porta un materiale informe a trasformarsi in una gomma perfetta.
Arrivano le materie prime: questa è gomma naturaleMescolata la gomma naturale con altre sostanze ecco la “gomma madre”, da cui nascono tutti i tipi di pneumatici Dopo un lungo processo si arriva a questo punto. La gomma è quasi finita (qui la messa in posa dei cerchietti, che però non vanno nei modelli pieghevoli), ma non è ancora un tutt’unoArrivano le materie prime: questa è gomma naturaleMescolata la gomma naturale con altre sostanze ecco la “gomma madre”, da cui nascono tutti i tipi di pneumatici Dopo un lungo processo si arriva a questo punto. La gomma è quasi finita (qui la messa in posa dei cerchietti, che però non vanno nei modelli pieghevoli), ma non è ancora un tutt’uno
Dalla gomma madre alle mescole speciali
E’ qui che la tecnologia di Continental si mostra in tutta la sua complessità. La cosiddetta “gomma madre”, quasi come fosse un gigantesco nastro isolante molto spesso un centimetro o anche più, viene caricata in enormi impastatrici, dove temperatura e pressione vengono controllate in tempo reale. Nascono così le mescole, veri e propri cuori tecnologici ma anche di materia degli pneumatici. La loro composizione varia a seconda dell’utilizzo: una copertura da cronometro non avrà mai la stessa struttura di una da ciclocross o di una da endurance, per dire.
Durante il processo vengono aggiunti tessuti sintetici o in cotone, che fungono da carcassa, conferendo più o meno rigidità o leggerezza, tenuta alle forature o scorrevolezza… Ogni strato viene laminato con precisione millimetrica.
I tecnici ci spiegano come i materiali siano frutto di partnership con aziende d’eccellenza per il loro reperimento. Ma soprattutto ci mostrano come ogni fase sia verificata. Su questi grandi nastri di gomma ogni tanto ci sono dei fori. Ci spiegano che sono dei “carotaggi” per il controllo qualità, per evitare ogni minimo difetto.
In questo ambiente controllato, il profumo della gomma si mescola al rumore continuo dei macchinari, che lavorano 24 ore su 24 in un ritmo costante e perfettamente sincronizzato. L’obiettivo è chiaro: trasformare la materia in performance, centimetro dopo centimetro.
Infatti è solo a questo punto, con la vulcanizzazione, che lo pneumatico diventa davvero quel che poi vediamoQuesto processo dura in tutto un paio di minuti, ma la fase intensa circa 30″. Quel che ne esce è la gomma finale. In questo caso un tubeless da stradaLe varie coperture vengono poi messe a raffreddare. Ancora un controllo qualità e poi saranno impacchettate e spediteInfatti è solo a questo punto, con la vulcanizzazione, che lo pneumatico diventa davvero quel che poi vediamoQuesto processo dura in tutto un paio di minuti, ma la fase intensa circa 30″. Quel che ne esce è la gomma finale. In questo caso un tubeless da stradaLe varie coperture vengono poi messe a raffreddare. Ancora un controllo qualità e poi saranno impacchettate e spedite
Il momento chiave: la vulcanizzazione
Dopo l’impasto e la laminazione, la gomma passa alla fase di un primo taglio. Ogni sezione è tagliata in base al modello di pneumatico e al diametro della ruota. In alcuni casi viene inserito il cerchietto, quell’anello metallico che permette al copertone di aderire perfettamente al cerchio. Mentre nei modelli pieghevoli si procede senza, per alleggerire il peso o adattarsi a specifiche tubeless.
Il passaggio decisivo è la vulcanizzazione, il momento in cui la gomma “nasce” davvero. A temperature che superano i 170 gradi e sotto pressione controllata (si parla di 50 bar), la mescola viene trasformata in una struttura solida ed elastica, pronta per affrontare l’asfalto. Qui vengono impressi i disegni del battistrada e il marchio Continental. Appena usciti dal macchinario le gomme vengono stese e messe a raffreddare. Da buoni italiani ci è venuta in mente l’immagine di un pastificio che produce spaghetti!
Qui invece le leccornie si chiamano GP 5000, Aero 111, Magnotal, Terra Adventure… Ogni modello ha il suo stampo dedicato: sia per il disegno del battistrada che della sua sezione. Una volta raffreddato, ogni pneumatico viene testato su macchine che simulano migliaia di chilometri di rotolamento. Solo i prodotti che superano tutti i controlli passano alla fase finale di confezionamento.
Sostenibilità e rispetto dei lavoratori: anche così Continental è leader… Non solo per la bontà dei suoi prodottiAnche in fabbrica aleggia il mito di Pogacar…Ed ecco il campione dle mondo con le sue Continental: lui predilige coperture da 28 mmSostenibilità e rispetto dei lavoratori: anche così Continental è leader… Non solo per la bontà dei suoi prodottiAnche in fabbrica aleggia il mito di Pogacar…Ed ecco il campione dle mondo con le sue Continental: lui predilige coperture da 28 mm
Dal laboratorio al WorldTour
E’ nel reparto finale che le gomme diventano “ufficiali”, pronte per essere montate sulle bici dei team. I tecnici ci mostrano le versioni personalizzate destinate alle squadre partner di Continental: dalla UAE Team Emirates alla XDS-Astana, dalla Bahrain-Victorious alla Ineos Grenadiers… Serve 31 team UCI fra uomini e donne di tutte le categorie. Le gomme vengono inviate direttamente ai service course o ai meccanici delle squadre, dove vengono montate e testate. Possiamo per esempio dirvi che abbiamo potuto vedere dei prototipi che entreranno in commercio nel corso del prossimo anno.
Pogacar è molto attento allo sviluppo generale di quel che riguarda la tecnica e la tecnologia che lo circonda e non è da meno con le gomme.
Lasciateci infine concludere con un richiamo all’ambiente. Gli pneumatici, è risaputo, sono tra i maggiori inquinanti. Tuttavia Continental si sta impegnando come forse nessun altro nel settore per ridurre al massimo il suo impatto. Proprio lo stabilimento di Korbach è un esempio di industria sostenibile. Oltre il 90 per cento dei rifiuti viene riciclato e gran parte dell’energia proviene da fonti rinnovabili. Il fine è produrre gomme meno inquinanti possibili, siano essere per le bici, per i camion, le vetture o i mezzi da lavoro. Visitare Korbach significa capire che dietro ogni gomma c’è una cultura, fatta di precisione tedesca e passione per la strada.
Le continental straniere cercano i corridori in Italia. Ottima scelta per entrambe le parti. Ma perché il gap in termini di attività? Forse per troppe tasse
Non succedeva da Parigi 2022, quando il quartetto delle ragazze rifilò 2”112 alla Gran Bretagna e conquistò uno storico oro mondiale. Uscivano dalla delusione del quarto posto alle Olimpiadi di Tokyo e quel risultato confermò la sensazione di Villa che il gruppo avesse l’oro nel destino. Venerdì scorso a Santiago del Cile le azzurre l’hanno fatto ancora e ancora una volta dopo il quarto posto di Parigi. La sola differenza era l’assenza di Elisa Balsamo, sostituita dalla debuttante Federica Venturelli. Facile immaginare che il loro traguardo ora siano le Olimpiadi di Los Angeles, messe nel mirino in una sorta di patto d’onore fra guerriere.
«La pista ha veramente il mio cuore – ha detto Vittoria Guazzini – poi so che la strada ha il suo fascino e spero un giorno di togliermi le soddisfazioni anche lì. Infatti devo ringraziare la squadra perché non ha mai detto di no alla pista, sanno che mi fa bene anche mentalmente».
«Secondo me è il bello di questa nazionale – le ha fatto eco Martina Alzini – e ciò che ci fa crescere sempre di più è che tutte siamo utili, ma nessuno è indispensabile. Magari per alcuni suona un po’ triste, ma in verità ha tanto significato. Vuol dire che ognuno di noi al massimo della forma è veramente un componente importante di questo gruppo».
Il debutto di Venturelli è stato baciato dalla vittoria: l’emozione è palpabileMartina Alzini ha fatto della pista la sua religione: ogni vittoria, come quella del 2022, porta a vere esplosioni di gioiaIl debutto di Venturelli è stato baciato dalla vittoria: l’emozione è palpabileMartina Alzini ha fatto della pista la sua religione: ogni vittoria, come quella del 2022, porta a vere esplosioni di gioia
Il debutto di Venturelli
Prima di Parigi, Venturelli si era già allenata con il quartetto: una sorta di sparring partner mandata fra le grandi per conoscerle e apprenderne i segreti. Vista la sua crescita, Bragato e Villa si erano messi in mente di inserirla fra le quattro per gli europei di Zolder a febbraio, ma la ripresa dall’ennesimo infortunio era stata più lunga del previsto. Al punto che quest’anno Federica ha ripreso a correre a fine maggio, e l’esperimento era stato rimandato. Che cosa ha rappresentato per lei vincere questo mondiale al primo assaggio con le grandi, in un finale di stagione impegnativo che l’aveva già vista primeggiare fra le under 23 anche a cronometro?
«E’ stato un finale di stagione bello intenso – sorride – anche da prima dei mondiali di Kigali, perché ho fatto l’Avenir a fine agosto, poi ho fatto l’Ardeche, quindi il mondiale strada, gli europei strada e adesso questi su pista. In pratica non sono a casa da metà agosto e pensare che un tempo ora avrei cominciato col ciclocross. Ora si stacca (ieri sera Federica ha chiuso al settimo posto la corsa a punti, ndr).
«Sabato non ero contenta di come ho corso l’inseguimento. Non tanto per il risultato, perché sapevo che avevo davanti tre giganti della disciplina e andavano il doppio di me. La delusione è stata personale, non tanto per il risultato, quanto perché ho gestito davvero male la qualifica e ho fatto un tempo non molto soddisfacente per me. Un secondo peggio del tempo che avevo fatto in qualifica all’Europeo U23 di Anadia, dove andavo la metà di adesso. In finale avrei voluto fare un tempo migliore, per cui mi è dispiaciuto essere ripresa così presto e non aver finito la prova».
Vittoria Guazzini, ancora in piedi, è la quarta a entrare in azione: una trascinatrice come Ganna fra gli uominiVittoria Guazzini, ancora in piedi, è la quarta a entrare in azione: una trascinatrice come Ganna fra gli uomini
Era un po’ che giravi attorno al quartetto, che effetto fa vincere l’oro al debutto?
Dal punto di vista personale è stata una sorpresa, perché ovviamente non mi immaginavo di vincere un oro già alla prima partecipazione. Potevo sperare in una medaglia, ma sapevo anche di avere intorno a me un gruppo fantastico. Ragazze che vanno tutte fortissimo e quindi avevo la fiducia che mi avrebbero trascinato verso un buon risultato.
Ecco, parliamo proprio di questo gruppo fantastico. Che cosa ci puoi dire per descrivere le tue compagne di mondiale? Iniziamo da Vittoria Guazzini, ad esempio…
Sicuramente lei nel quartetto, visto il ruolo che ha come quarta, è la leader che ci trascina tutte all’arrivo, anche quando siamo tutte senza forza.
Diciamo Guazzini e subito pensiamo a Chiara Consonni, visto che sono campionesse olimpiche della madison e a Santiago hanno preso il bronzo.
Chiara ha corso un turno di qualificazione, di lei possiamo dire che è la più pazzerella, però aiuta sempre a tenere il morale alto in tutte le situazioni.
Nella foto del podio, voi sorridete, invece Martina Alzini ha quasi un ruggito sul volto…
Per me Martina è forse il principale riferimento, quella da cui mi sono sentita accolta meglio. Umanamente, come consigli, mi ha sempre aiutato e quindi mi sento particolarmente vicina a lei. Mi fa un po’ da mamma e mi aiuta in tutti i momenti difficili.
Federica Venturelli si era già allenata col quartetto, ma il debutto con l’oro mondiale era al di sopra delle sue atteseFederica Venturelli si era già allenata col quartetto, ma il debutto con l’oro mondiale era al di sopra delle sue attese
E poi c’è l’altra Martina, la Fidanza…
E’ difficile trovare sempre aggettivi diversi per tutte, però anche Martina è super determinata, super disponibile per tutto. Mi trovo bene con tutte queste ragazze del quartetto.
Loro di te hanno detto di aver apprezzato la serenità che hai saputo trasmettere.
Sono contenta di aver dato questa impressione. Tante volte sono in ansia, però sorprendentemente per questo quartetto ero più tranquilla. Probabilmente perché sapevo di poter contare sulle altre ragazze, per cui sapevo di dover solo fare il mio e che potevo stare tranquilla al loro fianco.
E’ stato difficile entrare nei meccanismi di un quartetto già collaudato?
Sicuramente ci vuole tempo, però in questi due anni il tempo l’ho avuto. E quindi sono felice finalmente di essere riuscita a fare una gara insieme a loro e di essere stata accolta bene.
Si può fare una classifica fra le tente medaglie di questa stagione?
Sicuramente la prima maglia iridata del quartetto fra le elite è quella più emozionante, sicuramente molto speciale. Le altre medaglie sono molto belle, però comunque quelle delle crono individuali erano sempre a livello under 23. Mentre quella del Team Relay era comunque un europeo e non un mondiale. E soprattutto non era un oro, quindi sicuramente l’oro del quartetto è stata la medaglia più preziosa e il modo per chiudere bene la stagione.
Marco Villa, tornato in pista dopo mondiali ed europei su strada, conferma il tocco vincenteMarco Villa, tornato in pista dopo mondiali ed europei su strada, conferma il tocco vincente
La chiusura per Villa
La chiusura spetta a Marco Villa, tornato in pista dopo il debutto su strada, mentre Diego Bragato è rimasto a casa per accogliere sua figlia Azzurra nata proprio in questi giorni.
«Vincere il quartetto, specialità olimpica – dice – con un gruppo giovane e l’inserimento di Venturelli è un bel segnale per i prossimi tre anni, in vista della qualifica olimpica e poi delle Olimpiadi. Non dimentichiamo anche le ragazze che non sono venute qua, perché quest’anno hanno dedicato l’annata alla strada, come Balsamo e Paternoster. Abbiamo anche delle junior che hanno fatto risultati e cercheremo di inserirle. Nelle gare di gruppo dobbiamo migliorare, ma il potenziale c’è. Venturelli in primis ha dimostrato di avere qualità, dobbiamo migliorare un po’ la gestione dello sforzo, ma ci arriveremo.
«Nella madison ormai abbiamo una buona scuola, un buon livello. Stiamo confermando il titolo olimpico. In alcune prove si poteva correre meglio, ma non tutte sono giudicabili per una serie di motivi. Sono contento di questo mondiale, che resterà indimenticabile per l’addio di Elia (Viviani, ndr). E stato emozionante e ha confermato quale professionista sia, quale cecchino di risultati, come il suo palmares dimostra».
Ulissi ha corso gli europei: Villa glielo aveva chiesto dopo il Giro. Il toscano è stato nelle nazionali di 4 cittì. Gli abbiamo chiesto di raccontarli
Santiago del Cile è diventato provincia d’Italia. Prima con l’oro del quartetto femminile e poi con l’esultanza di quelle stesse ragazze alla balaustra per celebrare il terzo oro nell’eliminazione di Elia Viviani all‘ultima corsa. Le braccia incrociate per significare che il dado è tratto mentre girava in pista hanno dato l’esatta dimensione di una vittoria che ricorda quella di Cancellara nella crono di Rio 2016. Elia Viviani voleva chiudere con una medaglia in pista e porterà a casa un’altra maglia iridata, il modo più bello per dire basta e andarsene senza rimpiangere di non averci provato per l’ultima volta.
«L’anno scorso – racconta – quando ancora cercavo squadra a febbraio, era questo che intendevo. Volevo dimostrare di essere ancora al livello di poter vincere su strada e l’ho fatto. Essere in un Grande Giro e comportarmi bene, come ho fatto alla Vuelta. Chiudere la mia carriera con un mondiale, con una maglia iridata addosso, è qualcosa di fantastico. Mi ritiro dal top, è quello che volevo e che speravo. Quindi sì, possiamo davvero dire che questo è il finale perfetto».
Il gesto delle braccia incrociate è la conferma che il viaggio si ferma qui, ma con l’oro al colloIl gesto delle braccia incrociate è la conferma che il viaggio si ferma qui, ma con l’oro al collo
Nervoso prima del via
Ha corso da campione, ammettendo di aver conosciuto prima del via un insolito nervosismo. Poi in gara tutto ha funzionato come doveva e lo sprint finale non ha avuto storia, al punto da potersi rialzare ben prima della riga, indicando l’avvicinamento alla vittoria. Con Elia è esplosa la gioia di tutto il parterre azzurro. Anzi, è parsa superiore la voglia di celebrare dei suoi compagni, vestiti con la maglia intitolata The Last Dance del Profeta. Dio solo sa però quante emozioni aveva dentro Viviani durante quei giri da campione del mondo.
«Continuo a ripetere che il mio più grande orgoglio – dice – è proprio aver creato questo movimento insieme a Marco Villa e a tutti quelli che hanno lavorato per portare tutte queste medaglie e campioni al ciclismo su pista. Mi sento di dirgli di credere nei sogni, di puntare in alto perché lavorando duro ci si arriva, proprio come ho fatto io. Crederci e sognare in grande perché solo così si raggiungono i grandi risultati. Abbiamo visto che dopo di me sono arrivate tante medaglie dalle ragazze. L’oro olimpico della madison, il quartetto che è stato l’apoteosi degli ultimi anni. E altri ragazzi continuano ad arrivare.
«Salvoldi ha curato bene il movimento giovanile, le ragazze di Villa e Bragato sono giovani e portano ancora tanti risultati. Abbiamo un bel futuro davanti e soprattutto ora abbiamo una struttura, abbiamo una Federazione che ci crede e che lavora per questo. Sicuramente c’è sempre del lavoro da fare nelle categorie giovanili e cercheremo di farlo».
In quel plurale c’è forse un assaggio del suo futuro, che non aveva escluso nell’incontro con i media prima di partire per il Cile. Per ora il suo orizzonte è la cena con tutta la nazionale e poi le meritate vacanze con Elena Cecchini, volata in Cile per sostenerlo nell’ultima battaglia. Da stasera sarà soltanto lei il corridore di casa, ma è dolce per Elia Viviani ritirarsi portando nel cuore l’ultimo oro e la sensazione di essersene andato da vincitore.
La grande festa del gruppo azzurro, tutto stretto attorno al suo profetaElena Cecchini ed Elia Viviani: con il ritiro di Elia resta lei il solo corridore di casaDa Villa al presidente Dagnoni, tutti stretti attorno a VivianiPer il gruppo di Amadio, un altro risultato di grandissimo prestigioElena Cecchini ed Elia Viviani: con il ritiro di Elia resta lei il solo corridore di casa
Le somme di Salvoldi
Il conteggio finale di Dino Salvoldi, partito per il Cile senza farsi grandi illusioni, è molto più roseo ora che i mondiali si sono conclusi.
«Il bilancio di questi mondiali – ragiona Dino Salvoldi, cittì degli uomini – si conclude come meglio non si poteva. Con una vittoria emozionante di Elia, una vittoria di gran classe. E come ultima gara, nella madison con due ragazzi del 2005 in un gruppo di mostri della specialità, avevamo l’obiettivo di portarla a termine e migliorare la tecnica. Ci siamo riusciti, anche se abbiamo visto come e dove dobbiamo lavorare, dove sono i margini di miglioramento. Però sono soddisfatto, bravi anche a Stella e a Sierra.
«Per quello che riguarda i giorni precedenti, il discorso sarebbe fin troppo lungo. Sinteticamente posso dire che torniamo con un po’ di rammarico nell’inseguimento a squadre e in quello individuale. Siamo arrivati molto molto vicini alla medaglia di bronzo, pur con la consapevolezza prima di partire di avere un gap che sul campo si è dimostrato meno ampio di quello che pensavamo e quindi possiamo essere ottimisti. Abbiamo corso con ragazzi molto giovani come Grimod e Sierra. Bisogna avere il coraggio di schierarli e di prepararli con la giusta umiltà e serenità. Però se non gli creiamo l’opportunità di una prima volta e la rimandiamo nel tempo, ci troviamo con atleti maturi senza l’esperienza internazionale e quindi il gap rimarrà tale».
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TORINO – La maglia rossocrociata oramai Mauro Schmid ce l’ha tatuata sulla pelle. Non fosse bastato il titolo in linea del 2024, il venticinquenne di Bulach ha compiuto un’impresa che, dal 1993 a oggi, era riuscita soltanto a Stefan Kung nel 2020, ovvero imporsi nello stesso anno in entrambe le prove: strada e crono. Persino una leggenda come Fabian Cancellara aveva mancato l’accoppiata, pur imponendosi più volte in anni diversi nelle due fatiche (10 sigilli contro il tempo, 2 in linea).
La seconda stagione in casa Jayco-AlUla è stata positiva per Mauro, anche se c’è tanta voglia di lasciare il segno anche fuori dai confini nazionali per ricambiare la fiducia che il general manager Brent Copeland e tutto lo staff ripongono in lui. Nel frattempo, sul finale di stagione, è salito per la terza volta sul podio iridato della staffetta mista, mettendosi al collo un bronzo in Rwanda dopo gli ori centrati nel 2022 e nel 2023.
Abbiamo incontrato Schmid a Torino, durante le visite della Jayco-AlUla al Centro Irriba (foto Matteo Secci)Abbiamo incontrato Schmid a Torino, durante le visite della Jayco-AlUla al Centro Irriba (foto Matteo Secci)
Che cosa ha voluto raddoppiare il titolo nazionale su strada e fare doppietta con quello a cronometro quest’anno?
Beh, devo dire che è bello essere facilmente riconoscibile alle corse. Già vincere la maglia una volta è speciale, ma ripetersi l’anno successivo è qualcosa di fantastico e non vedo l’ora di indossarla ancora, almeno per la prima parte del 2026. La cronometro è stata una mezza sorpresa anche per me, ma ero ben preparato e sono arrivato a quel giorno nelle migliori condizioni. Tra l’altro, essere campione nazionale nelle prove contro il tempo, ha un certo prestigio nel nostro Paese: basti pensare a quello che hanno fatto Küng e Cancellara negli ultimi 25 anni. Lo standard è sempre alto ed è bello avere questo onore.
A questo proposito, come alfiere della Svizzera, che cosa ci dici del vostro movimento sia a livello individuale, sia coi risultati di Tudor e Q36.5?
Abbiamo sempre avuto ottimi talenti, anche negli anni più recenti, anche se ne è parlato bene. E’ ovvio che dopo uno come Cancellara, non sia facile prendere il testimone. Per qualche anno il livello, soprattutto su strada, non è stato eccelso e le vittorie di corridori svizzeri nelle prove in linea sono state meno delle attese.
Comunque, vi siete goduti Nino Schurter…
Tanti ragazzi della mia generazione, infatti, hanno virato più sulla mountain bike e la strada ha perso un po’ di popolarità. Ora stanno emergendo però giovani interessanti e, il fatto di avere due squadre svizzere così strutturate tra i pro’ gli dà la possibilità di maturare senza fretta e con più tranquillità. In particolare, per quei ragazzi che vanno ancora a scuola e riescono ad avere una vita più normale.
Nella tappa di Tolosa al Tour, il secondo posto dietro Abrahamsen brucia parecchioNella tappa di Tolosa al Tour, il secondo posto dietro Abrahamsen brucia parecchio
Che atmosfera hai respirato ai Mondiali in Rwanda?
Qualcosa già si sta muovendo. C’è ancora bisogno di un po’ di tempo, anche se la generazione attuale è già abbastanza buona, ma tra qualche annetto vedremo i risultati. Sono convinto che, anche grazie ai progetti a lungo termine dei due team svizzeri, tutto il nostro movimento ne beneficerà.
Hai cominciato a pensare alla prossima stagione?
L’idea, al momento, è di cominciare con il Tour Down Under: una corsa molto importante per la nostra squadra che è australiana, ma lo è anche per me. Oramai è un po’ come il primo giorno di scuola e vuoi subito partire forte. Poi, spero di dire la mia nelle classiche, grazie anche all’esperienza acquisita quest’anno. Il calendario potrebbe essere simile a quello del 2024, a parte qualche piccolo cambiamento a febbraio e marzo. Per i Grandi Giri mi vedo più al Tour, anche se mi piacerebbe venire al Giro. L’unica cosa è che è difficile far bene le Ardenne e poi essere pronto per tre settimane intense a maggio.
Crono iridata di Kigali, Schmid non va oltre un 29° posto, ma ha conquistato il bronzo nel Team RelayCrono iridata di Kigali, Schmid non va oltre un 29° posto, ma ha conquistato il bronzo nel Team Relay
C’è una corsa che ti stuzzica più di altre?
Difficile da dire, ma pensandoci direi che mi piacerebbe vincere una tappa al Tour de France.
Beh, quest’anno ci siete riusciti con Ben O’Connor. Com’è stato?
Molto bello. In realtà, il mio aiuto è stato marginale, a parte qualche chilometro all’inizio, perché poi ha fatto tutto da solo. E’ stato di grande motivazione, così come lo è pensare a quando ho sfiorato la vittoria di tappa al Tour de Suisse (ripreso a 1,6 km dal traguardo della sesta tappa dopo la fuga col connazionale Kung e l’australiano Sweeny, ndr). Sicuramente ci riproverò, ma prima mi concedo qualche giorno sulle spiagge di Bali per ricaricare le batterie.