L’Associazione Franco Ballerini, tante idee con i figli coinvolti

Associazione Franco Ballerini, i due figli in prima linea

26.10.2025
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La nascita dell’Associazione Franco Ballerini, ufficializzata nei giorni scorsi ha significati profondi, che vanno anche al di là del semplice ricordo di una figura che sia da corridore che da commissario tecnico azzurro ha lasciato un profondo vuoto nel ciclismo italiano, ancora oggi avvertito con evidenza. Alla base della sua fondazione c’è Stefano Santerini, figura storica del ciclismo toscano, corridore prima e poi massaggiatore da anni facente parte dello staff della nazionale.

Il momento della firma costitutiva dell'Associazione, alla presenza dell'avvocato Sauro Trinci
Il momento della firma costitutiva dell’Associazione, alla presenza di Sauro Trinci, dottore commercialista
Il momento della firma costitutiva dell'Associazione, alla presenza dell'avvocato Sauro Trinci
Il momento della firma costitutiva dell’Associazione, alla presenza di Sauro Trinci, dottore commercialista

Un ricordo mai venuto meno

E’ proprio la militanza in azzurro che ha spinto Santerini a fare qualcosa di specifico: «Nel ritiro azzurro in ogni grande evento c’è sempre una foto di Franco che campeggia, è come se fosse sempre con noi e a novembre, quando c’è il tradizionale incontro di fine stagione fra chi ha preso parte al mondiale, c’è sempre una visita alla sua tomba. Questo mi ha fatto molto pensare. Notavo ad esempio che la famiglia Martini è sempre presente, quella di Ballerini rifugge un po’ da queste celebrazioni, la stessa Sabrina, sua moglie, è distante e la capisco, ma credo sia il momento di un loro maggior coinvolgimento, soprattutto dei figli».

Effettivamente sia Gianmarco che Matteo, i figli, non hanno seguito le orme del padre e non sono mai stati coinvolti da questo mondo. Almeno finora: «Io lavoro come fisioterapista in uno studio vicino Casalguidi, il loro paese. Lì ho conosciuto Matteo, che giocava a calcio e aveva bisogno di una serie di sedute. Parlando gli ho spiegato come la figura del padre sia ancora importante nel nostro mondo, lui mi ha spiegato le ragioni del suo distacco, ma poi confrontandoci abbiamo pensato che si poteva trovare un punto d’incontro».

Da sinistra Matteo e Gianmarco Ballerini, figli dell'indimenticabile Franco
Da sinistra Matteo e Gianmarco Ballerini, figli dell’indimenticabile Franco
Da sinistra Matteo e Gianmarco Ballerini, figli dell'indimenticabile Franco
Da sinistra Matteo e Gianmarco Ballerini, figli dell’indimenticabile Franco

Una base per allestire eventi promozionali

Entrare in questo mondo con il cognome che si porta indosso non è certamente semplice: «Abbiamo pensato insieme all’idea dell’associazione, per fare qualcosa a favore del ciclismo ma senza entrare nel mondo dei professionisti. Prendendo spunto ad esempio da una gara amatoriale che allestisco come organizzatore, una cosa piccola, ma che poteva essere una base per allestire eventi sportivi, culturali e benefici per sostenere il ciclismo giovanile nel territorio nostro, mio e loro, al quale siamo legati. Matteo si è fatto presto coinvolgere e dietro di lui anche Gianmarco».

Sabrina ha preferito restare in disparte: «Ma ci ha ringraziato per l’idea di coinvolgere i figli. Da tempo esiste il Team Franco Ballerini ma la famiglia non aveva voluto essere coinvolta. Qui invece i due ragazzi si sono messi davvero all’opera tanto che ci sentiamo praticamente ogni giorno e sono tantissime le idee e i progetti che vagliamo».

La tomba di Franco Ballerini, ogni anno visitata da tantissimi ciclisti rimasti legati al suo ricordo
La tomba di Franco Ballerini, ogni anno visitata da tantissimi ciclisti rimasti legati al suo ricordo
La tomba di Franco Ballerini, ogni anno visitata da tantissimi ciclisti rimasti legati al suo ricordo
La tomba di Franco Ballerini, ogni anno visitata da tantissimi ciclisti rimasti legati al suo ricordo

Uno shock mai cancellabile

Un primo segnale è dato dall’attenzione che la nuova associazione sta riscuotendo: «Abbiamo visto tanti sponsor, del settore e della zona, che proprio richiamati dal nome di Franco si sono avvicinati, interessati. Anche personaggi famosi, in varia maniera legati a lui ai suoi tempi, si sono detti disposti a intervenire e dare una mano».

Gianmarco, 32 anni, lavora in un’azienda di divani vicino casa, Matteo, 25 anni, invece è impiegato in una concessionaria Renault. Quando Franco scomparve, avevano rispettivamente 17 e 10 anni: «Fu uno shock fortissimo, amplificato dalla loro età. Matteo per anni non voleva neanche sentirne parlare. Il loro distacco derivava da questo e sono contento che ora abbiamo una chat nella quale comunichiamo continuamente. Di quel che Franco ha fatto, ha rappresentato stanno prendendone coscienza ora nel senso più pieno. Hanno conosciuto i vertici federali, anche quelli della Regione Toscana con il presidente Giani in testa, si rendono conto che si possono fare davvero belle cose con il sostegno di tutti».

Gianmarco e Matteo insieme al presidente federale Dagnoni, anche lui interessato all'Associazione
Gianmarco e Matteo insieme al presidente federale Dagnoni, anche lui interessato all’Associazione
Gianmarco e Matteo insieme al presidente federale Dagnoni, anche lui interessato all'Associazione
Gianmarco e Matteo insieme al presidente federale Dagnoni, anche lui interessato all’Associazione

L’idea di una Granfondo e non solo…

Quali sono le prime idee che l’Associazione vuole portare avanti per valorizzare l’eredità sportiva di Ballerini? «Le idee sono davvero tante, ad esempio stiamo pensando a una nuova Granfondo Franco Ballerini. C’è anche la data, 14 giugno 2026 ma forse dovrà essere spostata per le concomitanze. Non sarà una semplice corsa ciclistica, perché allestire tre giorni intensi di iniziative, tra cui, alla serata di venerdì, il raduno di tutti i reduci del mitico mondiale di Zolder, quello vinto da Mario Cipollini con Franco sull’ammiraglia azzurra. Poi pensiamo a una cronoscalata riservata agli juniores a Casalguidi, proprio sulla strada che gli è stata fatale. Alla domenica poi toccherà agli amatori. Ma questa è la base, poi ci sarà tanto da fare per ogni momento di quel lungo weekend».

Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord
Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord
Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord
Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord

Un cammino che è solo all’inizio

Per Santerini, la nascita dell’associazione ha già ottenuto dei risultati importanti: «Abbiamo mesi di lavoro davanti, ma vedere l’impegno che i due ragazzi ci mettono mi conforta. Sono convinto che sapere che sono così coinvolti faccia rumore e questo è un bene per loro come anche per il movimento locale. Noi partiamo piano, con mille idee, ma abbiamo intenzione di fare molto per il ciclismo, nel ricordo del grande Franco».

Festa Alessandro De Marchi, Buja, 25 ottobre 2025, torta con i bambini

Con De Marchi nell’abbraccio di Buja, per il passo dell’addio

26.10.2025
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BUJA – «Adesso vi dirò una cosa che secondo me non vi aspettate – dice De Marchi quando gli viene chiesto quale sia il momento più indimenticabile della sua carriera – perché andremmo tutti alle immagini che abbiamo visto poco fa. In realtà uno dei momenti che ho più nella memoria è il mio compleanno. Io compio gli anni il 19 maggio e maggio significa Giro d’Italia. Per il compleanno del 2018, i miei tifosi della Red Passion (si sono definiti così), mi aspettavano sullo Zoncolan. E durante la tappa del Giro d’Italia, io li ho raggiunti, mi sono fermato, mi sono fatto cantare tanti auguri da tutti loro, ho bevuto un bicchiere di birra e poi sono andato all’arrivo. Quello è uno dei momenti che rimarrà indelebile nella mia memoria».

E’ la festa di addio di Alessandro De Marchi e non poteva che svolgersi nella Buja che gli ha dato i natali e il soprannome. Il Rosso non ha mai pensato di andarsene all’estero, anche se avrebbe potuto. Ha costruito la sua casa non lontano dal paese, perché fra lui e le sue montagne c’è un legame che solo qui, vedendolo fra la sua gente, si riesce a capire a fondo. E’ cominciato tutto nel primo pomeriggio con la gimkana per i bambini, voluta per ricreare la magia che tanti anni fa lo rese corridore.

Poi il gruppone si è spostato in questo spazio delle feste sul Mone di Buja, nello scorrere delle immagini e dei ricordi. Quando smette uno che ha solcato il professionismo per 15 stagioni, il lascito delle emozioni e delle lezioni è per forza enorme. Il senso che non andrà tutto sprecato trova conferma nell’annuncio che il prossimo anno De Marchi salirà sull’ammiraglia della Jayco-AlUla e il suo lavoro accanto ai giovani proseguirà, sia pure con un registro diverso.

L’aria frizzante dell’autunno

L’aria fuori inizia a farsi freschina, l’autunno ha portato colori e temperature adeguate. I bimbi continuano a giocare con le bici, ma uno dopo l’altro vengono fatti rientrare dai genitori, perché lunedì c’è da andare a scuola e non è davvero il caso di prendersi un malanno. Alessandro si trattiene fuori, osserva e intanto racconta. La sensazione che ancora non si renda conto è forte e la riconosce lui per primo.

«E’ arrivato il momento di dire basta – sussurra – è arrivato con il sorriso e la serenità giusta. Non è stato un fulmine a ciel sereno, l’ho comunicato prima e per me è stato importante. Forse non è stata una scelta che tutti hanno compreso, però io avevo il bisogno di essere chiaro prima con me stesso e poi con chi mi seguiva. Quindi è stato giusto dirlo, per non tornare indietro. E’ stato un lento processo che è arrivato al momento culmine nell’inverno scorso. Poi piano piano l’ho condiviso con i più vicini, poi con la squadra e con il resto del mondo delle due ruote».

Le montagne del Friuli

Sua moglie Anna sembra una trottola, presa tra i figli Andrea e Giovanni, le cose da fare per la festa e i tanti saluti. Per fortuna ci sono i nonni e gli amici che la sollevano da una parte delle incombenze. Ma del resto basta guardarsi intorno per capire che i bambini sono sicuri, guardati da tutti, come in una grande famiglia di paese.

«L’idea di fare qualcosa per i bambini – prosegue Alessandro – è venuta un po’ più tardi durante l’estate, quando si pensava a come festeggiare. E alla fine ricordando come ho iniziato io, ci siamo chiesti perché non ricreare una situazione simile e chiudere in qualche modo il cerchio. Non so se i miei figli diventeranno corridori, ma sono contento che amino la bicicletta. L’importante è che trovino il modo per esprimersi, qualunque esso sia, anche suonando uno strumento. Anche io ero un bambino, il percorso è stato lungo e a un certo punto mi ha spinto a partire.

«Sapete che da queste montagne mi sono sempre staccato, ma in un certo senso mai completamente. Adesso le guardo con un occhio diverso e continueranno a essere il luogo di cui non riesco e non voglio fare a meno. Voglio continuare a starci, anche se la mia vita continuerà nel mondo del ciclismo, sia pure dall’altra parte della barricata. Il primo effetto dell’aver smesso? Poter bere qualche birra di più ed essere meno severo con me stesso…».

Anche il sindaco Pezzetta ha presenziato alla gara dei bambini e al resto della serata
Anche il sindaco Pezzetta ha presenziato alla gara dei bambini e al resto della serata
Anche il sindaco Pezzetta ha presenziato alla gara dei bambini e al resto della serata
Anche il sindaco Pezzetta ha presenziato alla gara dei bambini e al resto della serata

L’onore delle ruote

Il momento del saluto alla Veneto Classic lo ha commosso. L’onore delle ruote. Le bici tutte in piedi e lui, come altri prima, a passarci in mezzo lungo il corridoio che di lì a poche ore lo avrebbe portato fuori dal gruppo. 

«E’ stato bello – dice – perché ormai è diventata una sorta di tradizione ed era una cosa cui guardavo con voglia. Esci dal tuo mondo di corridore e intanto speri di aver lasciato qualcosa. Il desiderio di seguire i propri istinti, continuare a fare le cose che ti piacciono. Ovviamente in questo lavoro si è portati sempre a rispondere a delle esigenze diverse, della squadra, del mondo che hai intorno. Invece forse, per continuare a gioire ed essere contenti di questo tipo di lavoro, devi riuscire a rimanere fedele allo slancio grazie al quale hai scelto la bicicletta. Non sarà facile, sappiamo bene come va il ciclismo, ma mi piacerebbe essere riuscito a far capire questo messaggio a quelli che mi sono stati più vicini».

Le interviste impegnate

E qui il discorso si fa più intimo, in una sorta di confessione che ci viene di fargli soprattutto osservando gli ultimi eventi mondiali e spesso il silenzio del gruppo e delle sue voci più autorevoli. Mentre la Vuelta veniva strattonata e fermata dalle proteste pro Palestina, quasi nessuno di quelli che c’erano dentro ha detto una sola parola sull’argomento, quasi fossero abitanti di mondi diversi. Invece dopo il Tour, De Marchi aveva ammesso in un’intervista con The Observer che avrebbe avuto difficoltà oggi a correre con la maglia della Israel Premier Tech indossata per due stagioni. E’ inevitabile così ora chiedergli se tanto esporsi e la nostra richiesta di farlo gli sia pesato e se tante interviste “impegnate” gli abbiano impedito di ricercare la leggerezza in quello che faceva.

«Forse a volte – ammette – avrei potuto essere più leggero, una cosa di cui abbiamo parlato spesso tra noi, soprattutto con mia moglie Anna e con i più vicini. Però alla fine uno trova il modo di esprimersi con un certo stile e in realtà chi mi conosce bene, sa che anche io ho i momenti in cui ricerco la leggerezza».

Foto di famiglia per Alessandro De Marchi, sua moglie Anna, Andrea il più grande e Giovani
Foto di famiglia per Alessandro De Marchi, sua moglie Anna, Andrea il più grande e il piccolo Giovanni
Foto di famiglia per Alessandro De Marchi, sua moglie Anna, Andrea il più grande e Giovani
Foto di famiglia per Alessandro De Marchi, sua moglie Anna, Andrea il più grande e il piccolo Giovanni

Il senso della comunità

Non ci aspettavamo una risposta diversa e forse è questo il motivo per cui il Rosso di Buja è diventato una sorta di bandiera per la gente che si riconosce nel suo essere trasparente, a costo di sembrare spigoloso. E oggi che sono tutti qui per lui, il senso di appartenenza si percepisce davvero molto saldo.

«Speravo e sapevo che Buja avrebbe risposto così – dice – è la natura di questa zona e di questa gente. Quando viene chiamata è pronta a farsi comunità, a essere disponibile, ad aiutare, a partecipare. Per questo abbiamo unito alla festa la voglia di stare vicino al gruppo di Diamo un Taglio alla Sete, un gruppo di volontari che mi segue da un sacco di anni e che io seguo facendo delle cose insieme. Lavorano tantissimo, ci si può fidare. Sono stati i primi che ho contattato e i primi a rispondere in modo positivo. Sappiamo che quello che raccoglieremo questa sera va in una buona direzione, per scavare pozzi dove l’acqua manca e questo rende tutto più bello, no?».

Lo richiamano da dentro. Il ricavato del contributo di ingresso e della vendita del vino avranno una nobile destinazione. Perciò è tempo di riempire i calici che gentilmente ci hanno appeso attorno al collo, come si usa in Friuli, e iniziare la seconda parte della festa. Quando alla fine della serata il taglio della torta sancirà la fine della carriera di Alessandro De Marchi anche noi avremo la sensazione per una sera di aver fatto parte di una grandissima famiglia.

Le Tour Femmes

Dopo gli uomini, fari sul Tour Femmes con Giada Borgato

26.10.2025
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Dopo aver puntato i fari sul Tour de France uomini con Stefano Garzelli, facciamo la stessa cosa con il Tour de France Femmes insieme a Giada Borgato. Due ex corridori, due attuali commentatori Rai, due super competenti. La Grand Boucle in rosa si compone di nove tappe e 1.175 chilometri e, rispetto a quella maschile, sembra ancora più dura.

Tre tappe piatte, ma una è lunghissima. Tre movimentate, una crono, l’arrivo sul Mont Ventoux e la frazione finale con il Col d’Eze, che di fatto diventa mezza montagna. Un percorso complesso, che analizziamo con Borgato.

Giada Borgato, ex pro’ oggi commentatrice tecnica per la Rai (foto Instagram)
Giada Borgato, ex pro’ oggi commentatrice tecnica per la Rai (foto Instagram)
Giada, Tour de France Femmes: che impressione ti fa?

E’ bello mosso. Abbiamo un arrivo in salita secco al Mont Ventoux e quello è l’unico arrivo in quota, per le scalatrici, dove si deciderà quasi del tutto la classifica. Per il resto è molto mosso. Ci sono tante tappe da fughe, da fughe di qualità, c’è la crono ed è abbastanza lunga. E poi per le velociste hai poche occasioni, perché le prime due tappe non sono facilissime. La prima, per esempio, ha un arrivo su uno strappetto, quindi anche lì non sarà semplice.

Abbiamo notato che la crono è praticamente identica a quella maschile. Sia nel chilometraggio che nel profilo…

La crono è bella, anche dura, perché c’è quella salitina con una punta massima al 7,3 per cento, quindi importante. E’ comunque una crono lunga e se ne vedono poche così durante l’anno nel ciclismo femminile. Nel 2023 c’era quella di Pau, di 22,6 chilometri, poi nel 2024 quella di Rotterdam, ma era breve, meno di 7 chilometri. Vinse Demi Vollering, che quel giorno andò in maglia gialla. L’anno prima aveva vinto Marlen Reusser, ma su una distanza ben più lunga.

E Kopecky guadagnò terreno…

Quest’anno la crono sarà importante per la generale. Poi sarà positiva per certi tipi di atlete e negativa per altre, come Kasia Niewiadoma, che non va fortissimo nelle cronometro e potrebbe perdere qualcosa. Peggio ancora per le scalatrici come Gigante, Fischer-Black e Gaia Realini: potrebbero lasciare secondi preziosi.

Il percorso dell’edizione 2026. Partenza da Losanna (Svizzera) e arrivo a Nizza dopo 1.175 km
Il percorso dell’edizione 2026. Partenza da Losanna (Svizzera) e arrivo a Nizza dopo 1.175 km
Quella e il Ventoux saranno decisive per la generale dunque?

Saranno importanti. Diciamo che crono e Mont Ventoux delineeranno l’80-90 per cento della classifica. Il resto lo farà il Col d’Eze nella tappa di Nizza, che arriva a fine Tour quando la stanchezza si fa sentire. E’ una tappa breve, circa 100 chilometri, un continuo su-giù sull’Eze che può diventare più duro del Ventoux stesso.

La sensazione, Giada, è che sia un Tour in cui la squadra conta tantissimo. Sei d’accordo?

Conta molto perché ci sono tante tappe da fuga. Per esempio, la terza tappa da Ginevra ha una salita di 11 chilometri all’inizio: lì può partire una fuga. Non vedo rischi per la generale, ma potrebbe essere una tappa per le fuggitive. La quinta frazione, quella successiva alla crono, conta otto Gpm, con una salita lunga all’inizio e poi tante brevi.

Quindi vedi che è rischioso: se parte qualcuno di classifica, si spacca tutto…

Sì. Arrivi dal giorno del cronometro e chi ha perso tanto potrebbe tentare qualcosa. Se parte una di classifica, devi avere una squadra forte per chiudere o per controllare. Dopo la crono, quella tappa può diventare pericolosa: qualcuna potrebbe buttarsi dentro in fuga per recuperare o cambiare le carte.

In teoria questo Tour Femmes suggerisce squadre specifiche. Cioè non puoi fare team misti con velocista e donna di classifica. E’ così?

Dipende. Prendiamo la SD Worx: ha Wiebes e Van der Breggen, cosa fa, non porta Wiebes? Idem la FDJ-Suez, con Vollering e Wollaston. Magari la sprinter si arrangia, ma le sue volate le farà. Le squadre ci tengono a vincere tappe e al Tour portano sempre le migliori.

E se scappa qualcuna in avvio, chi controlla?

La maglia verde ha la sua importanza, ma serve una velocista di alto livello o una donna da classifica. Se portano una sprinter è perché hanno quasi la certezza di poter vincere o fare podio, altrimenti scelgono le sei migliori per la generale.

Le donne scalarono il Gigante di Provenza nel 2022 quando vinse Marta Cavalli, e nel 2023 nella Mont Ventoux Dénivelé Challenge (foto Maheux)
Le donne scalarono il Gigante di Provenza nel 2022 quando vinse Marta Cavalli, e nel 2023 nella Mont Ventoux Dénivelé Challenge (foto Maheux)
Visti i suoi miglioramenti in salita, la crono lunga e la partenza dalla Svizzera: questo Tour Femmes può sorridere a Marlen Reusser?

Proprio ieri facevo un censimento delle ragazze che vanno forte in salita e a cronometro. E pensavo a lei. Quando fecero la crono di Pau di 22,6 chilometri, vinse proprio Reusser. Quindi punterà molto sulla crono e poi dovrà salvarsi sul Mont Ventoux. Quello è il suo unico ostacolo. Ma è grosso, grosso, grosso.

Però quest’anno è andata forte in salita…

Sicuramente Reusser metterà il Tour Femmes tra gli obiettivi del 2026. Ma il Mont Ventoux non è una salitina qualsiasi. E’ lunghissimo, con pendenze sempre alte e il problema dell’altitudine: a un certo punto non ci sono alberi, l’aria è rarefatta e diventa difficile respirare. Lì non so come potrà comportarsi rispetto alle altre. Il Ventoux è una salita diversa da tutte.

Potrebbe esserci una sorpresa?

Le solite Vollering, Niewiadoma… ma su un percorso così è difficile dire una favorita secca. Penso a Fischer-Black, Gigante o Ferrand-Prévot che potrebbero staccare Van der Breggen, Reusser, Vollering e Elisa Longo Borghini sul Ventoux. Ma nella crono il gioco si ribalta.

Marlene Reusser nel 2023 quando vinse la lunga crono del Tour
Marlene Reusser nel 2023 quando vinse la lunga crono del Tour
E’ un bell’incastro. Questo dovrebbe garantire spettacolo…

Sì. Anche la salitina nella crono potrebbe sembrare favorevole alle scalatrici, ma è una salita da fare di potenza. Per me sarà un Tour che rimarrà aperto fino alla tappa di Nizza.

Per questo abbiamo detto che conta molto la squadra: la quinta tappa dopo la crono è un trappolone annunciato…

E’ vero. Tanti GPM, salite e discese, e nove giorni di corsa al massimo. Ricordate che un anno fa, parlando sempre del Tour, dicemmo: «Occhio alle prime tappe per le cadute». Ebbene, ce ne sono state tantissime nei primi tre giorni. Ci sono tanti fattori da considerare, anche i chilometraggi.

In che senso?

Al Tour Femmes sono sempre lunghi. L’ottava tappa, sì, è pianeggiante, ma misura 175 chilometri: credo sia la terza più lunga della storia del ciclismo femminile. E arriva dopo la montagna del Ventoux e prima del Col d’Eze. Ripeto, per me questo può essere il Tour Femmes.

Rulli Elite 2025

Quali rulli per l’autunno-inverno 2025? Ne parliamo con Elite

25.10.2025
5 min
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Con l’autunno è iniziata la stagione più complicata per chi va in bicicletta. I capi d’abbigliamento moderni permettono di pedalare in relativa tranquillità anche con le basse temperature, è vero. Ma quando il meteo è davvero avverso, e le giornate sono davvero corte, per molti praticanti è il momento di tirare fuori (o comprare) i rulli.

Come va il mercato di questo strumento, croce e delizia dei ciclisti? Come è cambiato da prima a dopo il boom del periodo del Covid? Quali sono i modelli più richiesti? Per parlarne abbiamo contattato Marta Segato, dell’ufficio marketing di Elite, una delle aziende leader al mondo nel settore.

L’inverno è per definizione la stagione dei rulli, anche gli agonisti li utilizzano anche durante l’anno
L’inverno è per definizione la stagione dei rulli, anche gli agonisti li utilizzano anche durante l’anno
Marta, la stagione dei rulli è già iniziata?

Diciamo che è ancora agli inizi, anche se il rullo ormai non è più solo uno strumento da usare in inverno. Però il clima comunque influisce molto, perché finché è bel tempo la gente preferisce uscire. Anche col freddo ormai molti pedalano all’aperto, cambia tutto invece con la pioggia. Oppure per chi abita in città, in zone dove è difficile trovare in pochi chilometri dei percorsi su cui allenarsi. Comunque diciamo che tra novembre e inizio dicembre abbiamo il picco di vendite, perché per Natale tutti gli interessati li vogliono avere. E solitamente poi li usano fino a febbraio-marzo, a seconda della zona ovviamente.

Quali sono i rulli più richiesti?

Sicuramente quelli smart e a trasmissione diretta, cioè quelli che si usano senza la ruota posteriore. Sono più pratici, più stabili, più precisi, non c’è il problema dell’usura dello pneumatico. Da quando lavoro in Elite, cioè da 25 anni, il mondo dei rulli è cambiato moltissimo, e questa della trasmissione diretta è stata la prima pietra miliare. La seconda è stata l’interattività, che rende l’esperienza molto più godibile.

Rulli Elite 2025
Il nuovo modello Rivo è venduto anche con il “Cog”, una particolare cassetta da 8 a 12 velocità pensata per essere utilizzata con Zwift
Rulli Elite 2025
Il nuovo modello Rivo è venduto anche con il “Cog”, una particolare cassetta da 8 a 12 velocità pensata per essere utilizzata con Zwift
Quindi i rulli non smart sono in via di estinzione?

Quel mercato è praticamente sparito. Noi in gamma abbiamo ancora qualcosa, ma molto poco. Tutto quello che non è smart non si vende più. Il modello roller, quello aperto su cui stare in equilibrio, resiste ancora ma è appannaggio degli agonisti che lo usano per riscaldarsi prima delle gare.  

Andiamo più nello specifico. Avete nuovi modelli per questa stagione?

Abbiamo presentato un nuovo rullo alla fiera di Eurobike a giugno, il modello Rivo. Quindi inizieremo a vendere in questo periodo. E’ un rullo smart, naturalmente, che si aggiunge ai nostri modelli Justo 2 e Avanti, ma più semplice. Lo vendiamo in due possibilità. La versione base oppure con un setup “Zwift ready”, cioè con l’allestimento chiamato “Cog and Clic”. Si tratta di una cassetta universale da 8-12 a velocità che sostituisce quella tradizionale e rende tutto più semplice, soprattutto nel caso si usi il rullo con diverse bici

Elite è al fianco di diverse squadre WorldTour, tra cui la UAE e la Groupama-FDJ
Elite è al fianco di diverse squadre WorldTour, tra cui la UAE e la Groupama-FDJ
Possiamo dire che Rivo è quello che con il miglior rapporto qualità-prezzo?

Rivo ha certamente un prezzo interessante, vorremmo che diventasse una porta d’accesso, più snella nel prezzo e nelle caratteristiche rispetto a Justo 2 e Avanti. E’ comunque un prodotto di qualità, con un simulatore di pendenza che arriva al 18% e molto preciso, ma meno estremo dei modelli top di gamma.

Per top di gamma intendi Justo 2, corretto? Cosa cambia rispetto a Rivo?

Sì Justo 2 è il nostro prodotto di punta. Viene usato dai professionisti, come per esempio dalla UAE di Pogacar, una collaborazione che per noi è molto importante. Ed è anche il rullo scelto per i campionati mondiali UCI di esport che si terranno il 15 novembre ad Abu Dhabi. In quell’occasione tutti i finalisti pedaleranno su quel modello. Il prezzo è sui 1000 euro, cioè circa il doppio di Rivo, arriva a simulare una pendenza del 24% e ha il misuratore di potenza integrato, con un grado di errore di meno del 1%. 

Il modello Justo 2 è il top di gamma dell’azienda veneta
Il modello Justo 2 è il top di gamma dell’azienda veneta
Facciamo qualche passo indietro. Come è andato il mercato dopo il grande picco del periodo del Covid? 

Quel periodo era una bolla, e sapevamo che non potesse durare. Le persone erano disposte a pagare qualsiasi cifra per un rullo. Siamo stati lungimiranti e siamo riusciti a gestire bene il contraccolpo, inevitabile, che c’è stato nel 2022, riuscendo a sostenere comunque il marketing. Diciamo che quei due anni “magici” per noi hanno compensato quelli più difficili venuti dopo. I segni di un miglioramento si sono visti l’anno scorso e quest’anno

Rispetto al pre-Covid ora le vendite sono comunque aumentate? 

Sì, c’è stato un incremento, perché quel periodo ha avvicinato molte persone che poi ne hanno fatto uno strumento di allenamento. Anche persone che magari prima non ci avevano mai pensato. Il Covid ha spinto molto in questo senso.

Rulli Elite 2025
Il mercato dei rulli si sta aprendo anche alle donne, grazie al ciclismo femminile sempre più in crescita
Rulli Elite 2025
Il mercato dei rulli si sta aprendo anche alle donne, grazie al ciclismo femminile sempre più in crescita
Ad usare i rulli sono solo gli agonisti o c’è un mercato anche tra altri tipi di persone?

Sicuramente lo zoccolo duro rimane quello degli stradisti classici, che usano i rulli per allenarsi d’inverno ma non solo. Per il mondo della mtb invece è ancora difficile, loro escono sempre e comunque, mentre col gravel già qualcosa in più. Ma la forbice si sta accorciando. Adesso ci sono anche molte più donne e utenti un po’ più giovani. Una volta il target era sui 35-40 anni, ora si sta abbassando perché è diventato sempre più divertente. E la comunicazione delle piattaforme come Zwift, che per esempio è sponsor del Tour femminile, in questo ha certamente aiutato

Gianmarco Garofoli, watt, Specialize, spinta, piede, pedale

Watt. Come usa realmente il potenziometro lo scalatore?

25.10.2025
4 min
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Chiudiamo questa triade dell’utilizzo del potenziometro con il terzo profilo, lo scalatore. Il grimpeur chiamato in causa è Gianmarco Garofoli. Qui cambia ancora l’approccio e cambia sia per la caratteristica, ma forse anche per l’età, nettamente più bassa rispetto ai primi due. Il corridore della Soudal‑Quick Step ci dà degli spunti davvero interessanti.

Questo è il ciclismo dei numeri, come visto, e con Garofoli questo aspetto viene esaltato. Interessante sia l’approccio verso il fine stagione che con i numeri veri e propri e ancora l’utilizzo del potenziometro quando la strada sale.

Lo scalatore marchigiano si appoggia molto all’utilizzo del potenziometro
Lo scalatore marchigiano si appoggia molto all’utilizzo del potenziometro
Gianmarco, si parla sempre dell’uso del potenziometro e dei watt, ma poi realmente un professionista come lo usa?

Ormai da molti anni è diventata una parte integrante della bicicletta. Un professionista lo usa sempre, dall’allenamento alla gara, in qualsiasi momento. Soprattutto sull’allenamento è fondamentale.

Più della gara secondo te?

Secondo me sì, molto più della gara. Lì vince il primo. In allenamento l’obiettivo è allenarsi bene, non è semplicemente andare a tutta. Serve qualcosa che ti permette di migliorare. Certi giorni è importante anche riuscire ad andare a quel ritmo che appunto ti allena ma non ti finisce.

Come per Maestri tu devi sia tirare per un capitano, sia attaccare: che differenze ci sono in tal senso?

Quando devi tirare per un capitano hai già tipo un ritmo prestabilito, concordato prima del via o qualche momento prima in cui devi entrare in azione. Poi dipende anche in che momento della corsa devi tirare. Perché magari se devi controllare una fuga, ovviamente guardi il potenziometro per controllare i tuoi valori, ma ti gestisci parecchio anche in base a come la fuga va.

Gianmarco Garofoli, watt,
In un’azione corale di squadra lo scalatore guarda più il rapporto potenza/peso che non i watt assoluti
In un’azione corale di squadra lo scalatore guarda più il rapporto potenza/peso che non i watt assoluti
Cioè?

Più la fuga va forte e più tu devi andare forte. Più la fuga va piano e più devi calare. Mentre se l’obiettivo è mettere in difficoltà gli altri corridori facendo un ritmo molto forte, sai che magari devi fare la salita a 6 watt/chilo per un determinato tempo.

Quindi osservi il rapporto potenza/peso e non i watt assoluti?

Esatto, il rapporto wattaggio/peso secondo me è molto importante, soprattutto quando sei in gara e stai facendo un’azione corale di squadra. Ti devi confrontare e allineare ai tuoi compagni perché magari chi deve tirare con te pesa 10 chili di più. E il modo migliore per trovare un dato che vada bene per tutti è il rapporto potenza/peso. Ai Paesi Baschi ad esempio in salita dovevo lavorare con Maximilian Schachmann che pesa circa 10 chili più di me e lui mi dava il rapporto potenza/peso da rispettare.

Ti capita mai in allenamento ma anche in gara se ti stacchi, di perdere concentrazione e andare più piano di quanto pensi? Di guardare i watt e di essere basso?

Normalmente, quando uno si stacca, perlomeno io, non guarda più i wattaggi. Cerco di salvare più energie possibili e di non andare fuori tempo massimo. Quindi il potenziometro lo guardi magari per non andare troppo forte. Mentre se ti stacchi e stai ancora lottando per un piazzamento, è sempre importante mantenere la concentrazione alta. In questo caso il potenziometro è un’arma a doppio taglio.

«Non allenarsi a tutta ma allenarsi bene. In questo il potenziometro ti fa stare sempre sul pezzo», parole di Gianmarco Garofoli
«Non allenarsi a tutta ma allenarsi bene. In questo il potenziometro ti fa stare sempre sul pezzo», parole di Gianmarco Garofoli
Perché? Spiegaci meglio…

Perché magari sei in fuga da solo, inizi la salita, sei super motivato e l’attacchi troppo forte. Sai che quella scalata durerà 30’ e tu l’approcci con i tuoi wattaggi sui 5’. No, no, altroché: il potenziometro è importante anche ai fini della concentrazione, ti fa correre con la testa, ti fa stare sempre sul pezzo. Anche se scatta qualcuno capisci subito se puoi seguirlo o se invece è meglio rispondere in altro modo.

E tu Gianmarco hai notato delle differenze tra questa fase della stagione, ossia la fine, e l’inizio?

Dal mio punto di vista, io sono un po’ un atleta di fondo, che poi ancora devo scoprirmi nel lungo termine, quindi a fine stagione andavo quasi più forte che all’inizio. L’unica differenza tra l’inizio e la fine della stagione secondo me è dal punto di vista mentale: se sei un po’ più scarico, sei un po’ meno motivato o se invece sei ancora carico. Oggi secondo me un atleta è difficile che veramente sia finito, sia completamente stanco. Puoi essere completamente stanco ma più di testa, secondo me, che di gambe.

Nicolas Milesi, Arkea B&B Hotels devo team (foto Alexis Dancerelle/DirectVelo)

Milesi dopo due anni in Francia, un’altra grande chance all’estero

25.10.2025
4 min
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La seconda stagione di Nicolas Milesi con il devo team dell’Arkea B&B Hotels si è conclusa leggermente in anticipo rispetto al previsto (in apertura foto Alexis Dancerelle/DirectVelo). Infatti il bergamasco dopo il campionato europeo a cronometro, non è più tornato in corsa. Fondamentalmente il calendario prevedeva altre due gare nelle quali il team francese ha preferito dare spazio agli atleti di casa. Non correndo da inizio settembre, quando al Giro del Friuli ha trovato la prima vittoria tra gli under 23, Nicolas Milesi ha deciso di sfogare la sua voglia di pedalare con un maxi giro di 300 chilometri sulle strade di casa. Al suo fianco c’era Alessandro Romele, che lo ha seguito in macchina visto che è alle prese con il recupero da un infortunio alla mano. 

«Avevo voglia di pedalare – ci dice Nicolas Milesi mentre è a casa alle prese con il riposo di fine stagione – per divertirmi e per passare del tempo con Romele. Alla fine stavo bene, nelle ultime gare fatte su strada andavo forte. Sono felice di come sono cresciuto ancora, in estate ho fatto un bel passo in avanti tra le corse in Francia e il Giro del Friuli».

Nicolas Milesi ha fatto la sua ultima corsa in maglia Arkea il Giro del Friuli
Nicolas Milesi ha fatto la sua ultima corsa in maglia Arkea il Giro del Friuli

Le ore contate

Il team Arkea a fine stagione ha chiuso, l’anno prossimo la squadra francese non sarà più in gruppo. Una situazione che si sapeva da qualche mese e per la quale i corridori hanno avuto il via libera di cercare nuove sistemazioni e accordi. Correre con i giorni contati non è semplice, ogni gara conta e il rischio è non raccogliere quanto seminato. 

«Se avessi fatto un’annata del genere in un altro devo team – prosegue ad analizzare Nicolas Milesi – probabilmente non avrei avuto problemi nel passare alla formazione superiore. In particolare se consideriamo che da luglio in poi ho sempre corso con la formazione WorldTour, fatta eccezione per il Giro del Friuli. Alla fine ho trovato una sistemazione per il prossimo anno, quindi sono felice di questo».

Nicolas Milesi, Arkea B&B Hotels devo team
Nicolas Milesi ha corso per due stagioni nel devo team della formazione francese
Nicolas Milesi, Arkea B&B Hotels devo team
Nicolas Milesi ha corso per due stagioni nel devo team della formazione francese
Dove correrai?

Sarò parte della Ineos. E’ un progetto nuovo che parte quest’anno, credo sia un ambiente ancora migliore per le mie caratteristiche e che mi permetterà di fare un altro passo in avanti. Il 2025 è stato un anno buono, ad eccezione della caduta alla Roubaix dove ho rotto la clavicola. Però questi due anni in Arkea mi hanno aiutato a capire che corridore sono.

Ce lo dici?

Penso di essere un buon profilo per le corse del Nord, la Roubaix e le gare in Belgio mi piacciono molto. So di essere un passista e un cronoman di alto livello. Questo mi permette di potermi giocare le mie chance nelle corse a tappe dove c’è una prova contro il tempo. Le ultime due stagioni mi sono servite per specializzarmi, in futuro vorrei migliorare per essere più performante anche su percorsi più impegnativi. 

Lorenzo Milesi, Italia, nazionale, cronometro europeo U23
Alla cronometro dell’europeo under 23 ha chiuso la prova al sesto posto a 29″ da Jonathan Vervenne
Lorenzo Milesi, Italia, nazionale, cronometro europeo U23
Alla cronometro dell’europeo under 23 ha chiuso la prova al sesto posto a 29″ da Jonathan Vervenne
Com’è arrivata l’offerta dalla Ineos?

Tramite il mio procuratore Acquadro. Dopo i buoni risultati al Tour Poitou si era avvicinata la Groupama, mentre i giorni successivi erano arrivate anche altre offerte. Nello stesso periodo si era interessata anche la Ineos, ho sentito Dario Cioni e l’offerta si è concretizzata a ottobre. Lui è il responsabile del team e della cronometro. 

Da cronoman che effetto fa pensare di entrare nel team Ineos con Ganna e Cioni

E’ incredibile. Non ci sono solamente loro perché anche Joshua Tarling è un cronoman davvero forte. Ho una voglia incredibile di iniziare ed entrare in questo nuovo ambiente. Posso dire che indosserò la divisa che ho sempre sognato e ammirato, vista anche la mia propensione per le prove contro il tempo. 

Nicolas Milesi, Arkea B&B Hotels devo team (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Nicolas Milesi ha corso la sua terza Roubaix U23, dimostrando di essere un corridore da pavé (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Nicolas Milesi, Arkea B&B Hotels devo team (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Nicolas Milesi ha corso la sua terza Roubaix U23, dimostrando di essere un corridore da pavé (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Hai incrociato Ganna agli europei?

Sì, abbiamo parlato un po’ ma non gli ho detto che avrei fatto parte del team. Ho trovato però una bravissima persona, disponibile e gentile. Quando ho messo la storia su Instagram del mio allenamento di 300 chilometri mi ha scritto ridendo: «Perché?». La risposta non c’era, avevo voglia e basta.

Il poker della Cretti, su pista per riscattare la strada

Il poker della Cretti, su pista per riscattare la strada

25.10.2025
6 min
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Il bilancio della nazionale italiana paralimpica ai mondiali su pista di Rio de Janeiro è di gran lunga il migliore mai conseguito dal nostro movimento. Con 4 medaglie d’oro, una d’argento e 2 di bronzo l’Italia si è assestata al terzo posto nel medagliere, quando fino a pochissime stagioni fa eravamo completamente assenti dai vertici. Se i piazzamenti sono tutti ad opera dei tandem, il poker dorato è tutto di Claudia Cretti, che in terra brasiliana si è presa una grande rivincita non solo sulle recenti esperienze, ma sulla vita.

E’ l’approdo di un lungo percorso, che in quella maledetta giornata del Giro Rosa 2017 non s’interruppe con il terribile incidente e i giorni di coma in ospedale, con la lunga rieducazione, ma anzi fu proprio allora che iniziò la sua rinascita, facendone uno dei grandi personaggi del ciclismo paralimpico. Non è stato facile, ci sono stati anche momenti bui e delusioni come il 4° posto nell’inseguimento a Parigi 2024 e la rabbia per l’andamento degli ultimi mondiali su strada, ma tutto è servito per arrivare all’apoteosi.

Claudia Cretti è nata a Lovere (BG) il 24 maggio 1996. Oro europeo junior nel 2013, ha iniziato nel paraciclismo nel 2019
Claudia Cretti è nata a Lovere (BG) il 24 maggio 1996. Oro europeo junior nel 2013, ha iniziato nel paraciclismo nel 2019
Claudia Cretti è nata a Lovere (BG) il 24 maggio 1996. Oro europeo junior nel 2013, ha iniziato nel paraciclismo nel 2019
Claudia Cretti è nata a Lovere (BG) il 24 maggio 1996. Oro europeo junior nel 2013, ha iniziato nel paraciclismo nel 2019

Tornata a casa dalla lunga trasferta brasiliana, Claudia si è ritrovata quasi travolta da un’ondata di popolarità perché pian piano anche lo sport paralimpico guadagna la ribalta, non solo nei giorni a cinque cerchi. Un trionfo che non si aspettava: «Volevo tornare a casa con qualcosa di concreto, puntavo tutto sullo scratch, ma ad esempio il chilometro da fermo era la prima volta che lo facevo. Invece mi riusciva tutto al meglio».

La gara del chilometro è stata quindi la più difficile?

Quella più inaspettata. A Parigi avevo fatto i 500 metri, ma partendo sono un po’ lenta, invece dopo spingo forte come anche nell’inseguimento. Rivedendo la mia gara, a metà sarei stata seconda o terza, invece gli ultimi 500 metri sono stata la più forte. Ottenendo per due volte il record del mondo.

La volata vincente dell'azzurra nella sfida dell'eliminazione. La Cretti non aveva mai vinto un oro (foto UCI)
La volata vincente dell’azzurra nella sfida dell’eliminazione. La Cretti non aveva mai vinto un oro (foto UCI)
La volata vincente dell'azzurra nella sfida dell'eliminazione. La Cretti non aveva mai vinto un oro (foto UCI)
La volata vincente dell’azzurra nella sfida dell’eliminazione. La Cretti non aveva mai vinto un oro (foto UCI)
Dove allora hai sofferto di più?

La velocità ero abituata a farla quando competevo nell’omnium. Nello sprint è stata più dura la semifinale, con la russa che ha fatto lo scatto proprio appena partite e l’ho raggiunta e battuta in volata, lei e la canadese. Nella finale contro la Murray ero un po’ preoccupata perché anche lei è veloce, ma l’ho gestita molto bene, standole a ruota fino all’ultimo giro. Lì è stato fondamentale l’apporto di Fabio Masotti

Perché?

Mi ha detto quando dovevo partire e far la volata. Infatti sono riuscita a scattare nel lato opposto dell’arrivo e superarla nel migliore dei modi. Quindi anche quella è stata una sorpresa, ma soprattutto per il nome e il prestigio della battuta. Tornando alla prima domanda, la gara più difficile per me è stata l’ultima, lo scratch con la polacca che è partita quando mancavano 6 o 7 giri alla fine. E io ero nel gruppo, ci guardavamo e tra l’altro pensavo che qualche mia avversaria partisse perché erano due argentine, australiane, due della Nuova Zelanda. Pensavo che si sarebbero messe d’accordo per andare, una va a prendere la fuga e l’altra fa la volata.

Il podio dell'eliminazione, con la Cretti fra la neozelandese Murray e la polacca Harkowska (foto UCI)
Il podio dell’eliminazione, con la Cretti fra la neozelandese Murray e la polacca Harkowska (foto UCI)
Il podio dell'eliminazione, con la Cretti fra la neozelandese Murray e la polacca Harkowska (foto UCI)
Il podio dell’eliminazione, con la Cretti fra la neozelandese Murray e la polacca Harkowska (foto UCI)
Come ne sei uscita fuori?

Non nascondo che mi stavo innervosendo e temevo di perdere tutto. Addesi e Masotti però mi dicevano di aspettare e partire secco a 5 giri dalla fine. Ero un po’ indecisa, ma poi ho detto «sì, vado a prenderla, anche se ce le avrò tutte a ruota». Quando sono partita mi sono ritrovata presto sola, ai -3 ho detto che era il momento di prenderla con un grande sforzo. Sentivo la fatica salire lungo il corpo ma mi dicevo di non mollare. Quando è suonata la campana dell’ultimo giro mi sono mentalizzata: «Claudia, hai vinto il chilometro, qual è la differenza? Ce la fai a andare a tutta?». Così ho pedalato, pedalato, pedalato. L’ultimo giro è stato il più difficile perché era un po’ volata, un po’ inseguimento, ma alla fine l’ho presa.

La cosa più bella di questa trasferta?

Potreste pensare che sono le vittorie, ma per me c’è qualcosa che vale di più: tutte le avversarie, a ogni gara diversa, sono venute lì ad abbracciarmi e stringere la mano e dire che ero la più forte e me la meritavo.

La bergamasca con Bernard e Totò, argento nell'inseguimento, dietro lo staff azzurro (foto Federciclismo)
La bergamasca con Bernard e Totò, argento nell’inseguimento, dietro lo staff azzurro (foto Federciclismo)
La bergamasca con Bernard e Totò, argento nell'inseguimento, dietro lo staff azzurro (foto Federciclismo)
La bergamasca con Bernard e Totò, argento nell’inseguimento, dietro lo staff azzurro (foto Federciclismo)
Anche la Murray che per quattro volte ha dovuto mandar giù il boccone amaro?

Sì, anche lei dopo la finale della velocità era tutta sudata e distrutta. E’ venuta da me e ci siamo abbracciate e mi ha fatto i complimenti. L’anno scorso succedeva il contrario, Murray prima o seconda e io seconda o terza dietro di lei.

Questo salto di qualità a che cosa si deve?

Devo dire grazie a Pierpaolo Addesi che sin da tre anni fa mi diceva «Claudia, se mi segui, tu da oggi in poi puoi vincere tutte le gare a cui parteciperai». Io nel 2023 ero un po’ indecisa su queste cose, all’estero vanno più forte di me e a raggiungere il loro livello e a vincere mi sembrava quasi impossibile, però seguendo i suoi allenamenti, i suoi consigli e dando il massimo in ogni tipo di preparazione, sia in pista che strada quest’anno, i risultati sono arrivati.

L'Italia ha vinto anche 2 argenti e un bronzo. Qui Bissolati e Agostini, argento nel mixed team dello sprint con Ceci e Meroni (foto Federciclismo)
L’Italia ha vinto anche 2 argenti e un bronzo. Qui Bissolati e Agostini, argento nel mixed team dello sprint con Ceci e Meroni (foto Federciclismo)
L'Italia ha vinto anche 2 argenti e un bronzo. Qui Bissolati e Agostini, argento nel mixed team dello sprint con Ceci e Meroni (foto Federciclismo)
L’Italia ha vinto anche 2 argenti e un bronzo. Qui Bissolati e Agostini, argento nel mixed team dello sprint con Ceci e Meroni (foto Federciclismo)
Proprio Pierpaolo diceva al tempo dei mondiali su strada che non era stato tanto semplice per te quel periodo…

Eh, mi sono molto arrabbiata a Ronse, è andato tutto storto. La crono l’ho fatta così per riscaldamento, puntavo tutto sulla strada perché mi sentivo la più veloce, mi dicevo che non mi avrebbero staccato di un centimetro… Alla partenza non mi saliva il rapporto più duro, quindi sono andata lì alla partenza con tutti i meccanici che cercavano di modificare il rapporto e il cambio. Alla fine mi hanno dovuto adattare la bici di Giancarlo Masini e già ero nervosissima. Al secondo giro ho alzato la mano per chiedere assistenza della Shimano di scorta, ma eravamo un gruppetto ristretto e la macchina era lontana, quindi sono dovuta scendere dalla bici, aspettare la Shimano, abbassarmi la sella e poi in un gruppetto ho tirato un po’ per recuperare, col risultato che dopo tre giri ho spinto troppo e mi si è spaccata la catena. Ero fuori di me, poi mi sono detta: «Mi rifarò a Rio perché sono forte, sono preparata bene». Sono riuscita a dimostrare chi ero. La voglia di riscatto che avevo, tutta questa rabbia che avevo accumulato dentro sono state la mia benzina…

E’ chiaro che manca ancora tanto tempo, ma con un biglietto da visita del genere adesso non si può non pensare a Los Angeles…

Infatti parlando con Addesi e Masotti già ci siamo detti che questo è un punto di partenza. Ora bisogna mantenere questa andatura e migliorare in tante cose, perché l’appuntamento vero è quello.

Circuit Franco-Belge 2025, Filippo Conca

Quanto vale il nuovo Conca? I buoni propositi del tricolore

25.10.2025
6 min
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TORINO – Un lampo tricolore e la voglia di non sbagliare più. Nel ciclismo moderno, le seconde occasioni capitano sempre più di rado e lo sa bene Filippo Conca che, per ritagliarsi un nuovo posto nel WorldTour, ha dovuto andare a prendersi la maglia di campione italiano in estate. Il titolo nazionale conquistato con lo Swatt Club tra lo stupore di molti, le prime pedalate con la nuova maglia verde bianco e rossa e la grande voglia di dimostrare il suo valore dopo le parentesi non felici con Lotto e Q36.5.

Non tutto ha subito funzionato come voleva in queste prime uscite con la Jayco-AlUla, ma il ventisettenne lombardo sa di avere una grande chance di riscatto. Dal canto suo, la formazione australiana punta molto sul ragazzo che gli permette di avere ancora in casa la casacca di campione italiano che la scorsa stagione aveva portato con orgoglio Filippo Zana, trasferitosi ora alla Soudal-Quick Step.

Tour de Slovaquie 2025, Filippo Conca, Team Jayco-AlUla
Al Giro di Slovacchia, Conca (al rientro dopo il Covid) ha lavorato per la vittoria di Double
Tour de Slovaquie 2025, Filippo Conca, Team Jayco-AlUla
Al Giro di Slovacchia, Conca (al rientro dopo il Covid) ha lavorato per la vittoria di Double
Filippo, come riassumeresti questa pazza stagione?

E’ stato un anno davvero particolare, con tanti bassi e pochi alti. Non è filato tutto liscio come sembra, perché ho avuto molti stop per infortunio, di cui il primo già a febbraio per il ginocchio. Poi, un mese prima degli italiani, sono caduto durante il ritiro a Livigno perché ho centrato una marmotta in discesa. Ho perso una settimana di allenamenti e il percorso non è stato facile, però a Gorizia ho raddrizzato tutto quello che c’era da raddrizzare.

Com’è il ritorno nei professionisti?

Speravo in un finale di stagione più tranquillo, ma purtroppo dopo le prime due gare con la nuova squadra, ho preso il Covid a Plouay. Non mancava molto alla fine della stagione e bisognava scegliere se staccare un attimo o provarci lo stesso. Abbiamo anticipato un po’ i tempi e sono andato al Giro di Slovacchia. Lì ho fatto molta fatica, ma sono stato contento di essere stato utile alla squadra, tirando ogni giorno. Alla fine poi, abbiamo anche vinto la generale con Paul Double. Penso di aver dimostrato di poter fare quel tipo di lavoro. 

Ti è spiaciuto non correre il Lombardia?

E’ stata dura, ma è stato meglio così. Post Covid non ero ancora al meglio, soprattutto dal punto di vista del respiro, per cui abbiamo deciso di non forzare troppo. Mi sarebbe piaciuto essere al via della corsa di casa con la maglia di campione italiano, ma oggettivamente non ero competitivo.

Visite mediche Jayco AlUla, Irriba di Torino, FIlippo Conca (foto Matteo Secci)
Abbiamo incontrato Conca a Torino, in occasione delle visite della Jayco AlUla (foto Matteo Secci)
Visite mediche Jayco AlUla, Irriba di Torino, FIlippo Conca (foto Matteo Secci)
Abbiamo incontrato Conca a Torino, in occasione delle visite della Jayco AlUla (foto Matteo Secci)
Forse è proprio questa la prima lezione di questa tua nuova occasione, ovvero di non bruciare le tappe. Ti senti un Filippo più maturo di quello che approdò alla Lotto?

Senza dubbio. Allo stesso tempo ho la consapevolezza di essere un buon corridore, ma normale. Se sto bene e non ho problemi di salute, posso dare una grande mano alla squadra e lavorare per un capitano. Allo stesso tempo, quello che ho già visto qui alla Jayco-AlUla è che il lavoro da gregario viene valorizzato e, anche per il futuro, è un aspetto che motiva molto. In tante gare sicuramente, dovrò mettermi in testa a tirare, ma il bello è che avrò anche il mio spazio. Già in questo finale di stagione, se fossi stato in forma, avrei sicuramente avuto la possibilità di fare la mia corsa in qualche occasione.

Ci racconti il tuo percorso di purgatorio nello Swatt Club che ripercorre un po’ quello del tuo nuovo compagno Hellemose?

Io e Asbjorn ci conosciamo da cinque o sei anni, ovvero già da quando correvamo come under 23 e poi perché non viviamo distanti uno dall’altro. Alla fine, io avevo due scelte: o smettere o andare allo Swatt. Mi ero offerto a tantissime formazioni continental, ma nessuna si era interessata a prendermi. Visto che la squadra per la strada era già fatta, mi sono concentrato sul gravel e ho fatto le gare più importanti. E’ un ambiente che mi è piaciuto tanto, ma il mio sogno era di tornare sull’asfalto, fare il Giro d’Italia e, magari, vincere una tappa. Quello è stato il pallino che mi ha fatto capire che a 26 anni non potevo mollare.

Che cosa passava nella tua testa?

Sapevo di non essere un fenomeno, ma al tempo stesso di avere ancora margini di miglioramento. In questo mondo del ciclismo posso starci tranquillamente e avevo la certezza di poter andar più forte di almeno metà gruppo. Non era semplice ribaltare questa situazione, ma già dal novembre 2024 pensavo al campionato italiano come unica opportunità di mettermi in mostra e tornare nei professionisti. La famiglia e i pochi amici che ho sono stati di grande aiuto nei mesi di preparazione. Sono in un certo senso grato di aver vissuto una situazione così, perché mi ha fatto capire chi sono le persone che meritano il mio tempo e quali no.

Terzo posto a The Traka: rimasto senza squadra su strada, nel 2024 Conca si è dedicato al gravel (foto Swatt Club)
Terzo posto a The Traka: rimasto senza squadra su strada, nel 2024 Conca si è dedicato al gravel (foto Swatt Club)
Che meccanismo è scattato per raggiungere l’obiettivo tricolore?

Ci ho sempre creduto, sin dall’inverno. Due anni fa sono arrivato ottavo, facendo gli ultimi 20-25 chilometri di corsa tra i migliori che avevano fatto la differenza e il gruppo che inseguiva, composto da corridori come Ciccone e Ganna, quindi non proprio gli ultimi arrivati. Sono riuscito a stare nel mezzo, non riprendendo i primi per un nulla, per cui ho speso più di tutti, ma mi sono reso conto di avere gambe buone anche in un contesto così prestigioso. All’Italiano di quest’anno sono stato anche un po’ fortunato. Diversi corridori non c’erano perché avevano appena avuto il Covid o altri arrivavano stanchi dal Giro. Nelle settimane precedenti all’appuntamento, notavo queste cose, e acquistavo sempre più fiducia nelle mie possibilità.

Cosa ti ha convinto della proposta Jayco-AlUla?

Dopo il titolo italiano, il mio procuratore ha ricevuto alcune offerte interessanti, ma la prima scelta era la Jayco, perché conoscevo diverse persone tra staff e corridori. Tutti me ne hanno parlato bene, anche sulla prospettiva di lavorare in tranquillità, che era proprio quello che cercavo in questa nuova opportunità. Gli ultimi due anni su strada li ho vissuti abbastanza male, per cui avevo bisogno di un contesto come quello attuale. E’ un ambiente professionale, ma che ti mette a tuo agio per performare al 100 per cento.

Che cosa dice la tua vocina interiore per non ripetere gli errori che ti avevano portato quasi al ritiro?

Più che di errori, parlerei di occasioni mancate, perché ho avuto poche chances di fare la mia corsa negli ultimi anni. Però ci sta, se sei un gregario e i tuoi capitani vincono, il lavoro viene valorizzato. Viceversa, se la squadra raccoglie poco, magari non vieni apprezzato. Al netto della mia condizione, riuscire ad aiutare Double a trionfare in Slovacchia è stato un bel segnale.

Tre Valli Varesine 2025, Filippo Conca
Il tricolore di Conca in azione alla Tre Valli Varesine, ma la condizione non era all’altezza del Lombardia
Tre Valli Varesine 2025, Filippo Conca
Il tricolore di Conca in azione alla Tre Valli Varesine, ma la condizione non era all’altezza del Lombardia
Nel 2025 ti sei laureato campione italiano, nel 2026 a che cosa punti?

Ho bisogno di staccare per recuperare al meglio dagli acciacchi in vista della nuova stagione. L’inverno sarà fondamentale e, forse, oltre ai ritiri con la squadra, andrò al caldo per allenarmi con più costanza possibile. Con la squadra abbiamo cominciato a parlare e mi piacerebbe dare il mio contributo da subito, sia come gregario sia se capiterà qualche occasione magari già nelle gare spagnole di inizio stagione. A marzo e aprile soffro un po’ per le allergie di solito, ma l’augurio è di arrivare a maggio con una super condizione. Il Giro d’Italia è l’obiettivo per cui lavorerò duro.

Mirco Maestri

Watt. Come usa realmente il potenziometro un passista?

24.10.2025
4 min
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Continuiamo il nostro viaggio sul reale utilizzo del potenziometro e quindi del monitoraggio dei watt da parte dei corridori. Stavolta andiamo da Mirco Maestri il passista. Passista che ha un doppio ruolo, quello di attaccante e quello di gregario. Nel caso dell’atleta della Polti-VisitMalta se vogliamo c’è anche il ruolo di cronoman.

Anche Maestri poi ci parla del suo rapporto col computerino a fine stagione, confermando che la cosa è del tutto soggettiva (in apertura foto Borserini).

Mirco Maestri, watt
Maestri, attaccante e gregario: per lui varia molto il riferimento ai watt
Maestri, attaccante e gregario: per lui varia molto il riferimento ai watt
Mirco, tu hai un doppio ruolo: cambiando il lavoro, come cosa osservi sul computerino… in merito ai watt chiaramente?

Sono due strade molto distinte: quando attacco come il Giro d’Italia o in una tappa i watt possono essere un punto di riferimento per me. In base a quello che sto spendendo, sapendo a monte i miei numeri, riesco a rendermi conto quanto la fuga è dispendiosa per me, per arrivare con la benzina nel finale.

Questione di gestione…

Mi aiuta nella gestione, anche se poi è naturalmente cercare di limare il più possibile. Perché alla fine quando si è in fuga siamo magari in 5, 6, 10 atleti e comunque non puoi stare lì a calcolare più di tanto. Questo tipo di gestione è più facile, secondo me, per uno scalatore quando si trova da solo in salita. Ripeto, io lo uso giusto per controllarmi e capire quanto sto spendendo.

E quando lavori magari per un capitano? Tipo lanciare le volate a Lonardi?

In quel caso i numeri non li guardi. Anche perché noi non abbiamo un vero e proprio “treno”. Al massimo siamo io e Pietrobon, quindi dobbiamo concentrarci nel finale e lì pensi a spingere e alle posizioni. Poi magari quei dati li rivedi col coach a fine tappa.

Maestri al Giro: ancora una volta secondo posto, qui a Cesano Maderno. Prima rabbia, poi scoramento
Maestri al Giro: ancora una volta secondo posto, qui a Cesano Maderno. Prima rabbia, poi scoramento
Ti capita in allenamento o in gara di essere “distratto”? Sei convinto di stare su un certo wattaggio e poi magari vedi che sei sotto?

Succede quando sei morto! Parti e sei convinto di spingere in un modo, guardi il computerino e magari sei 50 watt sotto. E lì bisogna stringere i denti per cercare di portare a casa il lavoro il meglio possibile. Quando non si sta bene, non si può forzare: non diventa neanche più allenante. Se stai male o comunque sei stanco, il lavoro non è lo stesso. I giorni che si stanno bene si riescono a spingere 10 watt in più e i giorni che si sta male si spinge qualcosa meno.

Prima hai detto una cosa interessante: valuti lo sforzo anche in base a quello che puoi risparmiare per il finale. Però se noti che sei un po’ alto coi watt ma al tempo stesso le sensazioni sono buone, cosa fai?

Cerco di gestirla, nel senso che cerco di spingere il meno possibile, consumare meno magari con un cambio anche un secondo, due più veloce. Cerco di stare più basso come posizione in modo da essere un po’ più aerodinamico per limare sempre quei 5-10 watt. Watt che magari dopo 4 ore e mezza di gara nel finale si sentono e sono un bel gruzzolo risparmiato.

In questo cosa aggiungi magari anche un gel o una barretta in più del previsto?

Sì, sì… Più si è alti e più si consuma. Pertanto si cerca anche di compensare con l’alimentazione: più vai forte e naturalmente più mangi. E? chiaro che non puoi superare un certo limite anche perché dopo vai incontro ad altri problemi, quelli intestinali. Però è chiaro che se fai una tappa piatta di 160 chilometri in cui tutti aspettano la volata e si va via in gruppo a 42 all’ora e si spingono 180 watt non mangi come quando sei in fuga spingendo a 320 o 360 watt.

Chiaramente durante una crono i wattaggi diventano fondamentali nella gestione delle energie
Chiaramente durante una crono i wattaggi diventano fondamentali nella gestione delle energie
Mirco, hai invece notato differenze tra i tuoi wattaggi e anche nel tuo approccio mentale al computerino tra fine stagione e inizio?

Direi di no, però va detto che quest’anno ho avuto la prostatite a fine agosto, quindi sono stato fermo una settimana e dopo un’altra settimana di ripresa, quindi in totale ho perso 10-12 giorni. Questa sosta ha fatto sì che comunque spingessi anche nel finale. Anzi, nella tappa finale al Giro d’Olanda è ho fatto i miei watt normalizzati più alti in assoluto dell’anno.

Basta poco per recuperare insomma?

Ho notato che tanti corridori hanno fatto i loro record sull’ora, sull’ora e mezza. Credo che senza quello stop per la prostatite non avrei raggiunto quei valori. L’anno scorso ho finito la stagione che ero vuotissimo.