Cavendish all’Astana, come lavora verso Giro e Tour?

17.03.2023
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Mark Cavendish è sempre Mark Cavendish. L’ex campione del mondo da quest’anno è approdato all’Astana Qazaqstan e ci è arrivato molto tardi. Mancavano pochi giorni a gennaio e forse anche per questo ancora non lo abbiamo visto super in palla.

Stefano Zanini, uno dei diesse della squadra kazaka, ci aveva detto di aver trovato un corridore volenteroso, ben disposto verso i compagni e soprattutto un vero leader. Ma dal punto di vista atletico e della preparazione come sta Cav? Come ci si dovrà lavorare? Ne abbiamo parlato con Maurizio Mazzoleni, che del team turchese, è invece il preparatore.

Maurizio Mazzoleni coach dell’Astana Qazaqstan, ci ha spiegato come sta lavorando con Cav
Maurizio Mazzoleni coach dell’Astana Qazaqstan, ci ha spiegato come sta lavorando con Cav
Maurizio, come hai trovato Cavendish? Quali sono state le prime impressioni?

Prima di tutto ho trovato un grande uomo, l’atleta già lo si conosceva. E se Mark in carriera ha raggiunto certi risultati è perché ha costruito tanto sotto ogni punto di vista e tutto ciò si percepisce in squadra. Lo emana sul bus quando, per esempio, parla di come ci si avvicina ad una volata. Anche a San Benedetto del Tronto ha dato dei consigli importantissimi al nostro velocista più giovane, Syritsa. Quando parla traspare una cosa, una cosa che dico sempre ai giovani.

Di che si tratta?

Della passione per questo sport. Il ciclismo è uno sport di fatica e senza il filo conduttore della passione nell’arco di tutta una carriera difficilmente si può raggiungere il tipo di risultati che ha raccolto Mark. Quello della passione pertanto è il primo aspetto che mi ha colpito di lui. Poi chiaramente vogliamo ottenere dei risultati sportivi.

E tu preparatore come ti stai organizzando per coglierli?

C’è un percorso che stiamo intraprendendo. Diciamo che siamo partiti con “i lavori in corso”, visto che Mark è entrato nel team a fine dicembre, ma abbiamo ben in mente come fare il nostro avvicinamento al periodo clou, che potrà essere anche il Giro d’Italia e non solo il Tour de France. Tornare a vincere e nelle grandi corse a tappe è il primo obiettivo e poi c’è chiaramente quello particolare del record di tappe al Tour de France.

Cavendish (classe 1985) è arrivato in Astana quest’anno. Punta al record assoluto di vittorie al Tour
Cavendish (classe 1985) è arrivato in Astana quest’anno. Punta al record assoluto di vittorie al Tour
Cavendish è pro’ da oltre 15 anni, ha un bagaglio enorme di esperienza, ma un preparatore che come te si ritrova in questa situazione come fa? Va a riprendere tutta la sua “cartella clinica” del passato, tutto ciò che faceva? Perché immaginiamo che con un atleta di quasi 38 anni non si possa partire ex novo…

Siamo molto attenti nel cercare di capire come questo atleta, già di alto livello, lavorava in passato. L’allenatore deve fare un passo indietro. E’ lui che deve capire come l’atleta ha lavorato e come ha ottenuto quei successi. In tal senso c’è stata molta condivisone di queste informazioni. Abbiamo parlato parecchio. Ma soprattutto abbiamo cercato di condividere il programma d’allenamento con l’atleta stesso. Si valuta tutto e si prosegue su una strada condivisa, andando ad apportare quello che secondo noi può dargli dei benefici a questo punto della sua carriera.

Anche l’allenatore dunque “impara” qualcosa?

Sicuro! L’allenatore dovrebbe sempre avere questa tipologia di approccio con un atleta. C’è sempre da imparare. Bisognerebbe applicare le nuove metodologie con i metodi di lavoro che sono stati affinati nel corso degli ultimi anni.

Andiamo più sul tecnico: state lavorando anche sull’intensità?

In questo momento no, anche perché Mark è in una fase particolare. Siamo nel bel mezzo di molte corse: Oman, UAE, Tirreno Adriatico, Milano-Torino e poi Sanremo, le classiche del Belgio. In tutto ciò le dinamiche di lavoro devono combaciare con le corse e con le fasi di recupero… che tanti sottovalutano, ma sono un pilastro dell’allenamento. 

Cavendish a tutta sui muri di Osimo, uno sforzo che sapeva molto di “fuorigiri programmato”
Cavendish a tutta sui muri di Osimo, uno sforzo che sapeva molto di “fuorigiri programmato”
Nella tappa dei muri, sul penultimo passaggio abbiamo visto Cavendish veramente a tutta: a bocca aperta e in punta di sella. Aveva tenuto molto più di altri velocisti che invece si erano già staccati. Chiaramente era anche un “allenamento”, tanto più che il giorno dopo a San Benedetto c’era un arrivo adatto a lui…

Abbiamo cercato di gestire al meglio la parte di salita. Sono dinamiche che i velocisti più esperti come lui sanno interpretare: a volte per finire la tappa nel tempo massimo, altre per calibrare lo sforzo in vista di obiettivi futuri.

Siamo in piena fase di gare, ma da quando è con te ed è casa, ha cambiato per esempio il numero degli sprint da fare? Magari prima ne faceva 10 a settimana, ora ne fa di più? Di meno?

Non si tratta di numero di volate, ma di intensità di lavori che possono essere variati continuamente in base alla situazione che si vuole andare a ricercare. Non c’è un numero fisso di sprint. Tante volte si pensa a tabelle pre-impostate o pre-organizzate, ma il futuro – e il presente direi – delle tabelle di allenamento del ciclismo moderno sono la modulazione in base alla quotidianità. 

Un ultima domanda sul peso: in apparenza non sembra tiratissimo. E’ così o è una sensazione?

E’ una sensazione. In base ai parametri che abbiamo, Mark è in linea con il suo peso. E poi il peso del velocista non va considerato in base alla percentuale di massa grassa come per lo scalatore, che se non raggiunge quelle determinate percentuali è meno prestativo. Semmai si valuta la sua forza. Ma ripeto, conoscendo lo storico della dell’atleta, non ci sono particolari problemi dal punto di vista del peso.

Le infinite vie della Tirreno. La strategia di Brambilla

16.03.2023
4 min
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In questi giorni abbiamo parlato con atleti e preparatori per capire quanto possa essere necessaria una Tirreno-Adriatico in funzione di altri obiettivi. Ma gli altri obiettivi sono anche altre corse. Gli altri obiettivi non sono solo la Sanremo o la Roubaix. I goal possono essere quelli di accrescere la propria condizione a prescindere o da gare come la Coppi e Bartali. Ed è quello che ci ha raccontato Gianluca Brambilla.

Il corridore veneto è approdato quest’anno alla  Q36.5. Sin qui, complice anche qualche problema di salute, non ha corso moltissimo: la Tirreno è stata la sua terza gara della stagione, la seconda a tappe. E forse ancora di più per Brambilla è stata un momento di preparazione, ammesso sia questo il termine corretto.

Gianluca Brambilla (classe 1987) sull’arrivo di Osimo. Per il vicentino una Tirreno “di costruzione”
Gianluca Brambilla (classe 1987) sull’arrivo di Osimo. Per il vicentino una Tirreno “di costruzione”

Sfortune alle spalle

«Il percorso di questa Tirreno – ci ha detto Brambilla – in generale è stato molto duro. Duro sotto ogni punto di vista: chilometrico, altimetrico, dei trasferimenti. Stressante quasi fosse un Giro d’Italia

«Quindi se ci mettiamo che, a livello personale, non ci sono arrivato in ottime condizioni tutto sommato sono “soddisfatto”».

«E’ tutto l’inverno che inseguo la condizione, però grazie anche a questa Tirreno adesso spero che le sfortune siano finite. Prima ho avuto l’appendicite, poi l’influenza intestinale la sera prima del debutto stagionale. Al rientro, debilitato, abbiamo preso la neve al Gran Cammino, poi ancora una scivolata in corsa e per finire una banale caduta prima della della crono di Camaiore. Sono caduto dalle scale del bus. Il che può far ridere ma ho picchiato la schiena…

«Per questo ora spero di vedere la luce in vista dei prossimi appuntamenti e dei prossimi obiettivi. E questi sono la Sanremo, okay, ma anche la Coppi e Bartali, dove voglio tornare davanti. Voglio fare bene».

La neve al Gran Camino non ha agevolato il rientro alle corse di Brambilla
La neve al Gran Camino non ha agevolato il rientro alle corse di Brambilla

Primo picco

E qui si apre il capitolo preparazione. Con la nuova squadra, per Brambilla sono cambiate molte cose, tra cui i calendari. Tempo fa Gianluca ci disse che il vero goal dell’anno sarebbe stato il Giro di Svizzera. Qualcosa d’insolito, ma al tempo stesso stimolante.

«Se quello della Coppi e Bartali potrebbe essere il primo picco di condizione della stagione? Oggi è difficile prepararsi in corsa, però penso anche che quando si hanno basi solide come le avevo io, si possa fare una buona dose di lavoro. Come ho fatto io alla Tirreno per fare bene alla Sanremo e alla Coppi e Bartali».

Gianluca è tra gli italiani più più apprezzati dal pubblico
Gianluca è tra gli italiani più più apprezzati dal pubblico

Verso lo Svizzera

Ma la primavera di Brambilla non si fermerà certo a Carpi, ultima tappa della gara dedicata ai due immensi campioni. Sulla via di Gianluca c’è anche il Tour of the Alps.

«Da lì scatterà veramente la rincorsa al Giro di Svizzera – va avanti il vicentino –  il primo grande obiettivo della squadra. Dopo quella corsa infatti andrò in altura».

Brambilla è sempre stato un attaccante con la “A” maiuscola. Un lottatore. E’ un corridore della vecchia guardia che meglio di altri è riuscito ad adeguarsi al ciclismo moderno, pertanto è ben conscio dell’importanza dei dettagli. Se vorrà essere al top per Tour de Suisse, appunto, tutto dovrà filare al meglio. E per far sì che tutto vada per il meglio ecco come ha già iniziato a comportarsi alla Tirreno.

«Durante la Tirreno ho cercato di essere attento ad ogni cosa. L’altro giorno a Sassotetto, per esempio, visto l’andazzo, non sono sceso in ammiraglia, ma in bici. Alla fine era il modo più veloce per filare via veloce verso la doccia. Mi sono coperto tutto, il più possibile e sono sceso a valle. E lo stesso con l’alimentazione. Ho cercato di mantenere il serbatoio sempre ben pieno. Rispetto al passato si mangia molto di più, anche perché il dispendio calorico in corsa è altissimo visti i ritmi. E poi a mio parere l’eventuale dieta meglio farla a casa che in corsa».

Primo grande Giro: cosa cambia nel motore?

16.03.2023
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Le parole di Andrea Fusaz su Milan, scritte ieri a proposito della partecipazione di Jonathan presto o tardi a un grande Giro, hanno acceso la luce su un tema molto interessante. Che cosa cambia nel motore di un atleta dopo la corsa di tre settimane? A leggere le tante interviste, si tratta di uno snodo cruciale della carriera, quello che fa diventare grandi (in apertura, il primo Giro di Vincenzo Nibali, nel 2007, a 22 anni). Però che cosa succede effettivamente nell’organismo del corridore? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Morelli, Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport, che nella sua carriera ha seguito e segue ancora svariati professionisti alle prese con simili passaggi.

Andrea Morelli è il Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport
Andrea Morelli è il Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport
Quali sono i condizionamenti che si attuano nel corpo dell’atleta?

Prima di tutto hai un aumento impressionante del carico di lavoro, perché una corsa a tappe breve, piuttosto che dei blocchi di lavoro in allenamento non permettono di produrre un carico di lavoro tanto elevato. Quindi una sequenza di giorni così lunga come quella che si ha in una corsa di tre settimane, non riesci a simularla. Quando magari fai 2-3 settimane di altura, comunque devi gestire il carico e lo scarico. Attui una programmazione che arriva a fare un certo numero di ore alla settimana, ma non ai livelli di un grande Giro.

Dove avvengono i cambiamenti più significativi?

In una corsa a tappe, lo stimolo che hai a livello centrale, quindi a livello del sistema cardiocircolatorio e respiratorio, è molto alto. Soprattutto le intensità che sviluppi in gara non sono mai quelle che riesci a fare in allenamento, anche se sei molto motivato. Quindi la sequenza elevata di giorni, mettendo insieme anche i livelli di intensità che produci, danno uno stimolo molto grosso dal punto di vista centrale.

Basso ha debuttato al Giro nel 1999 a 21 anni: è stato fermato dopo 7 tappe. Qui è con Boifava, suo team manager alla Riso Scotti
Basso ha debuttato al Giro nel 1999 a 21 anni: è stato fermato dopo 7 tappe. Qui è con Boifava, suo team manager alla Riso Scotti
Di cosa parliamo?

Di massimo consumo di ossigeno, che è legato sia a delle caratteristiche di scambio dell’ossigeno a livello muscolare, sia dal punto di vista della gittata cardiaca. Quindi gli adattamenti che tu puoi portare a livello del cuore sono molto elevati. Poi c’è la parte muscolare. Il fatto di produrre dei livelli di potenza e quindi di forza a livello periferico produce degli adattamenti anche sul piano nervoso e cellulare, per quanto concerne il muscolo. Quindi il discorso si può inquadrare in diversi aspetti.

Ti seguiamo, fai strada…

Dal punto di vista fisiologico c’è quello che abbiamo appena detto. Dal punto di vista antropometrico ci sono degli adattamenti legati al fatto che la corsa produce un dimagrimento di un certo tipo, quindi lavori anche sul discorso massa magra e massa grassa. Un dispendio energetico così elevato porta il corpo a lavorare in riserva. Quindi svuoti le riserve energetiche, poi le riempi. Infine c’è un discorso legato anche all’aspetto mentale, alla fatica mentale.

Filippo Ganna, Giro d'Italia 2020, Valdobbiadene
Ganna ha corso il primo Giro nel 2020 a 23 anni: ha vinto le 3 crono e l’arrivo di Camigliatello senza grossi cali
Filippo Ganna, Giro d'Italia 2020, Valdobbiadene
Ganna ha corso il primo Giro nel 2020 a 23 anni: ha vinto le 3 crono e l’arrivo di Camigliatello senza grossi cali
Legato alla sopportazione della fatica?

In quelle tre settimane, produci una fatica acuta. C’è anche quando fai un allenamento duro, una tappa dura o una gara dura. Però in un Giro questo carico si ripete e quindi ti abitui a stressare il corpo in modo continuativo. E quindi anche dal punto di vista motivazionale, al termine di una corsa a tappe, puoi dire: «Cavoli, sono riuscito a finire tre settimane di gara». Che magari prima, soprattutto se sei giovane, ti ponevi una serie di dubbi sulla tua capacità di farlo. Riuscire a reggere quel carico di lavoro ti fa sentire di essere migliorato. E’ una consapevolezza importante.

Torniamo al motore, adesso…

C’è il discorso del recupero. Tenendo presente la supercompensazione, per cui quando applichi un carico, poi lo recuperi e ti porti a un livello successivo, se assimili un carico di lavoro così importante, sei già un passo avanti. Il problema grosso rispetto alla periodizzazione corretta di un programma di allenamento, è che in corsa non puoi gestire facilmente questo aspetto. Anzi normalmente sei sopraffatto dal lavoro che fanno anche gli altri, quindi sei obbligato a subirlo e poi il tuo corpo dovrà cercare di recuperarlo. Sicuramente c’è una serie di aspetti che portano dei miglioramenti. Poi può anche darsi che uno al primo giro a tappe non riesca ad assimilarlo e vada incontro a degli effetti negativi. Bisogna valutare entrambi gli aspetti.

Edoardo Zambanini ha debuttato nel 2022 alla Vuelta a 21 anni: avremo quest’anno i primi riscontri?
Edoardo Zambanini ha debuttato nel 2022 alla Vuelta a 21 anni: avremo quest’anno i primi riscontri?
E’ davvero impossibile gestire la fatica nell’arco di un grande Giro e magari mollare in cerca di recupero?

E’ naturale che se noi ragioniamo in nell’economia della corsa, ci sono delle fasi in cui ti trovi puoi gestire un pochino lo stress, nel senso che se stai nella pancia del gruppo e non devi mantenere le posizioni, puoi stare un po’ più coperto.

E’ un risparmio quantificabile?

Ci sono degli indici misurabili con certi strumenti per vedere in modo abbastanza preciso quanto tempo in corsa hai passato alle varie intensità. Puoi valutare se nella tale tappa sei riuscito a stare senza pedalare, tra virgolette, per quanti minuti. Quindi più sei bravo a sfruttare il lavoro degli altri, restando coperto, più risparmi energie. La stessa cosa vale nell’economia della tappa. Se devo arrivare ai piedi della salita nelle migliori condizioni e senza spendere energie, più riesco a stare coperto e meglio è. Sfruttare il lavoro della squadra, è importante anche per quello. Uno da solo può essere fortissimo, però in certe situazioni è la squadra che lo aiuta.

Ayuso ha debuttato lo scorso anno alla Vuelta a 19 anni, arrivando terzo. Ora è fermo per una tendinite
Ayuso ha debuttato lo scorso anno alla Vuelta a 19 anni, arrivando terzo. Ora è fermo per una tendinite
Quindi c’è la possibilità di gestire il lavoro?

Sicuramente puoi cercare di gestirlo, ma ti trovi a subire un carico che comunque è elevato. Un ritiro di tre settimane lo gestiresti in modo diverso. Il giorno che non stai bene, magari un po’ molli. In corsa non puoi fare questi calcoli. Devi essere in grado di portare a termine la tappa entro un tempo massimo e quindi devi gestire anche le giornate critiche. In una corsa incidono anche le forature. Non tanto per il tempo che perdi, ma per le energie che spendi per rientrare.

Esiste un’eta minima per debuttare in un Giro?

Tema attuale, dato che le cose stanno cambiando. Ci sono stati dei passi avanti per tantissimi aspetti: dal punto di vista della nutrizione, dal punto di vista del recupero, dal punto di vista della gestione della corsa, però dobbiamo sempre pensare che il fisico ha bisogno di tot anni per raggiungere e stabilizzare la sua condizione. Secondo me il fatto di anticipare troppo può portare a effetti negativi. Fisicamente, ma soprattutto perché si creano anche situazioni psicologiche abbastanza critiche nella gestione dello stress.

Germani e Gregoire, entrambi neopro’ alla Groupama-FDJ: si sta ragionando su un debutto alla Vuelta
Germani e Gregoire, entrambi neopro’ alla Groupama-FDJ: si sta ragionando su un debutto alla Vuelta
Legato a quali aspetti in particolare?

Devi diventare maniacale soprattutto sul fronte dell’alimentazione. Nella corsa di un giorno puoi non essere al top per quanto riguarda la gestione del peso. Nelle corse a tappe, dove ci sono dei volumi di salita così elevati, sicuramente il fatto di essere perfetti dal punto di vista del peso può fare la differenza. Reggerlo mentalmente non è scontato.

Il primo grande Giro fa crescere, ma fino a quante volte si ripete l’effetto?

Non puoi continuare a crescere nel tempo, casomai inizia una serie di cambiamenti. Ci sono dei limiti fisiologici che non si riesce a oltrepassare e negli anni i miglioramenti diventano sempre più difficili, fino a raggiungere uno stato di maturazione. Sarebbe troppo facile e bello che ad ogni Giro si migliorasse a tempo indeterminato, no?

Skerl: con Boscolo e Fusaz scopriamo il nuovo talento del CTF

16.03.2023
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Daniel Skerl in pochi giorni sale a quota tre successi stagionali, il 2023 del ragazzone di Opicina è iniziato con il botto. Il velocista multietnico conferma di essere uno dei profili più interessanti del CTF Friuli. La parabola di Skerl con la squadra friulana parte da molto lontano, con Renzo Boscolo scopriamo tutte le qualità e la storia del velocista diciannovenne

Skerl, a sinistra, ha mosso i primi passi in bici su una mountain bike
Skerl, a sinistra, ha mosso i primi passi in bici su una mountain bike

Neroarancio fin da piccolo

Lo stesso Skerl ci aveva raccontato come fosse entrato nell’orbita del CTF fin da piccolo. Uno dei pochi corridori ad aver fatto tutta la trafila con la squadra di casa. 

«Vero – conferma Boscolo – ha iniziato con noi da esordiente, però correva in mountain bike. Poi solamente da allievo di primo anno abbiamo deciso di fargli provare il ciclismo su strada. Per essere il suo primo anno ha iniziato bene, arrivando a vincere due o tre gare, ma è l’anno successivo che si è davvero consacrato, per quanto sia possibile farlo al secondo anno allievi. Ha vinto ben sette corse, con alcuni arrivi in salita abbastanza impegnativi.

«Da junior è andato al Pordenone, noi del CTF non copriamo la categoria, in quegli anni ha fatto fatica. Una spiegazione che mi sono dato è che ha subito il passaggio di categoria e il fatto di correre in una squadra nuova. Lui appartiene all’ultima generazione che ha corso con il blocco dei rapporti, cosa che potrebbe aver limitato tutta la sua forza. Skerl è un ragazzo molto sensibile ed estremamente intelligente, così anche dopo una parentesi non felice tra gli juniores abbiamo deciso di fargli proseguire il cammino con noi. Anche perché i test continuavano a far vedere grandi cose».

In ordine da sinistra: Daniel Skerl, Manlio Moro e Alberto Bruttomesso prima della Coppa San Geo
In ordine da sinistra: Daniel Skerl, Manlio Moro e Alberto Bruttomesso prima della Coppa San Geo

Primo anno under 23

La scorsa stagione è stata per Skerl la prima da under 23, un salto che ha sentito meno, forse per la serenità che gli dà correre con la maglia del CTF, una seconda pelle per lui. 

«Com’è giusto che sia – riprende Boscolo – il primo anno da under 23, Skerl lo ha corso con l’obiettivo di fare esperienza. Lui sulla carta è un velocista puro, aver corso in appoggio ai compagni più grandi tirando loro le volate gli ha insegnato molto. Devi vedere le dinamiche di corsa in prima persona, così poi quando sarai tu ad essere il capitano saprai esattamente cosa chiedere. Dico che è un velocista puro sulla carta, perché in corsa ha dimostrato di essere polivalente.

«Nel 2022 al Giro di Slovacchia, ha ottenuto due top 10, si tratta di una corsa 2.1. Non di certo una banalità per un ragazzo appena maggiorenne, bisogna dare un peso specifico ai risultati. Le tre vittorie ottenute quest’anno fanno morale, ma per dimostrarsi forte Skerl deve vincere in corse di ben altro livello. Per questo i due piazzamenti al Giro di Slovacchia o quelli al Szeklerland Tour fanno più eco».

Davanti all’hotel di Noto durante il ritiro della nazionale in compagnia sempre di Moro, a sinistra, e Olivo a destra
Davanti all’hotel di Noto durante il ritiro della nazionale in compagnia sempre di Moro, a sinistra, e Olivo a destra

Multidisciplina

Daniel Skerl, come raccontato da Renzo Boscolo, ha iniziato con la mtb, poi è passato alla strada. E’ cosa recente, però, la sua partecipazione al ritiro della nazionale di pista a Noto, quest’inverno.

«Lui – spiega il diesse – ha iniziato a fare pista giovanissimo, ma non gli piaceva. Una volta arrivato da noi lo abbiamo convinto a riprovare ed è stato segnalato a Villa, insieme ad un altro nostro atleta: Olivo. Entrambi hanno partecipato al ritiro di Noto e possono essere due ragazzi di grande futuro in quella specialità. Lo stesso Skerl ha provato a fare anche qualche gara di ciclocross, ha una grande capacità di guida del mezzo e questo fa un’enorme differenza».

«Skerl – aggiunge Fusaz, suo preparatore al CTF – è un velocista puro. Forse gli manca quel picco di potenza massima, ma su sprint da un minuto o due ha una potenza impressionante. Fa una certa fatica ad esprimere al meglio la propria esplosività a breve termine, ma quando deve ripartire da fermo è una forza della natura. Nello sprint va più “duro” degli altri riuscendo ad esprimere una grande velocità con frequenze minori: lui fa a 110 rpm quello che gli altri fanno a 120».

Pista e mtb

A Noto Skerl ha lavorato con i ragazzi della pista, l’ovale per lui è una discreta novità, anche se già con il CTF ha fatto esperienza in qualche gara, come la Sei giorni di Pordenone.

«L’abbiamo segnalato a Bragato – dice Fusaz – e guardando ai suoi valori posso affermare che potrebbe dire la sua nel quartetto, magari come primo uomo. La sua specialità sono le discipline di media durata, ma che richiedono una grande potenza. Ha provato a misurarsi con il chilometro, ma non è esattamente la sua prova, visto che gli manca lo spunto massimo di potenza. Lavoro con lui da quando ha 15 anni, lo allenavo in palestra insieme ai suoi coetanei. Skerl era in grado, con una gamba, di fare esercizi che gli altri non riuscivano a fare con due.

«Con atleti del genere la genetica gioca sicuramente un ruolo importante. Anche l’aver corso in mtb gli ha dato una mano, grazie a questo Daniel è abituato a fare esercizi di durata minore ad un’alta intensità. Nel suo percorso da atleta dovremo essere bravi a trovare il giusto equilibrio tra endurance e sprint, un obiettivo delicato, ma che se ben curato può aiutare a creare un grande corridore».

Sanremo ’99, partono Pantani e Bartoli: Cipressa in fiamme

16.03.2023
6 min
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Suo padre Graziano lo chiamò Michele in onore di Dancelli, che in quel 1970 vinse la Sanremo. Eppure, nonostante tanta benedizione, per Bartoli la Classicissima non è mai stata un gran campo di gioco, come furono il Fiandre, la Freccia Vallone, la Liegi oppure il Lombardia. Quelli fra il 1993 (quando passò professionista) e il 2004 (in cui smise) erano anni di velocisti capaci di deglutire facilmente la Cipressa e il Poggio. Per questo scendevano in Riviera circondati da squadroni, che si alleavano fra loro per rintuzzare ogni attacco. Non come oggi, che non ci sono più velocisti così resistenti da autorizzare una squadra a fare blocco compatto. Oggi ci si preoccupa di Pogacar che potrebbe staccare tutti nel finale e di altri attaccanti, cui non si opporrebbero certo le squadre dei velocisti, quanto piuttosto quelle dei rivali diretti.

«Probabilmente – ragiona Bartoli – è una questione di mancanza di velocisti con determinate caratteristiche. Oppure le squadre non si fidano più a puntare tutto su uno e non lavorano per tenere chiusa la corsa. Probabilmente oggi i velocisti tengono un pochino meno in salita. Ma soprattutto si trovano davanti parecchie squadre più determinate a fare la corsa dura. Prima era difficile trovare alleati, a miei tempi c’era il Panta, però poi il 95 per cento del gruppo voleva arrivare in volata. E a quel punto era difficile per una squadra da sola fare la gara selettiva».

La legge di Zabel non perdona: nel 2000 batte Baldato in maglia Fassa Bortolo
La legge di Zabel non perdona: nel 2000 batte Baldato in maglia Fassa Bortolo
Oggi è il contrario.

A parecchie squadre fa comodo la gara dura per togliere di mezzo i velocisti. Alla Uae non vedono l’ora. Van der Poel uguale. Insomma, ci sono squadre che hanno interesse che la Sanremo venga dura. Di conseguenza è più facile fare selezione.

Una Sanremo sarebbe stata bene nel tuo palmares?

Appena passato, vidi questa corsa e pensai che fosse una di quelle adatte a me, poi però basta. Non sono mai andato forte, tranne quella volta che attaccai sul Poggio, mi agganciò Konychev in discesa e poi ci ripresero tutti sull’Aurelia, ma non sono mai andato particolarmente bene o vicino a vincerla (i suoi risultati migliori vennero nel 1995 e nel 1997 con due quinti posti, rispettivamente alle spalle di Jalabert e Zabel, ndr).

E’ vero che uno dei motivi era l’allergia alla polvere delle foglie degli ulivi?

Purtroppo sì. Che poi è il motivo per cui ho fatto solo due volte il Giro d’Italia. Perché io morivo. Le cure che si potevano fare sono ancora le stesse, magari ti salvavano, ma quando eri proprio immerso nella vegetazione, eri fritto. Ed è chiaro che sulle colline della Sanremo gli olivi regnano come in alcune tappe al Giro d’Italia. Magari per due settimane stavo bene, poi c’era quella in cui si attraversavano posti per me… proibiti e basta.

Sanremo del 2001, vincerà Zabel su Cipollini, vani i tentativi di Bartoli e Bettini di attaccare
Sanremo del 2001, vincerà Zabel su Cipollini, vani i tentativi di Bartoli e Bettini di attaccare
Quindi alla fine non averla vinta non si può definire un grosso rimpianto?

Mi è dispiaciuto, perché la Sanremo per noi italiani è una delle gare più belle da vincere. Però poi pian piano ho perso la determinazione a farla. Provi un anno, provi due, provi tre, vedi che non riesci mai ad andare bene e alla fine un po’ molli. Non è che molli la corsa, ma ci vai con una tensione diversa, non come al Fiandre, alla Liegi e alle altre.

Però qualche piazzamento è venuto, no?

Ho sempre continuato a provarci. E chiaro che essendo anche abbastanza veloce, non mi tiravo indietro. In quegli anni lì c’era la Telekom ed era un casino metterli nel sacco, a meno che non avessi una condizione super. Ma io, lo ripeto, non l’ho mai avuta alla Sanremo. Anche nella settimana prima, durante la Tirreno andavo bene, ma un po’ a sprazzi.

Sempre per l’allergia?

Partivo. Facevo inizi di stagione molto buoni, in cui vincevo anche spesso. Poi arrivavo alla Tirreno e soffrivo sempre. E quella cosa me la portavo fino al Belgio, dove finiva tutto. Per questo non vedevo l’ora di partire per il Nord, perché lassù l’allergia era zero. Ma è chiaro che certi problemi mi toglievano anche un po’ di convinzione. Se se sai che corri con l’handicap, non ci metti mai la cattiveria al 100 per cento.

Sanremo 1999: terminata la discesa della Cipressa, sull’Aurelia l’azione di Bartoli e Pantani si appesantisce
Sanremo 1999: terminata la discesa della Cipressa, sull’Aurelia l’azione di Bartoli e Pantani si appesantisce
La Sanremo più bella da ricordare è quella dell’attacco sulla Cipressa col Panta (foto di apertura)…

Era il 1999 e sia Marco sia io si puntava a vincere la Sanremo. Eravamo gli unici che volevano la corsa dura. Io sapevo che il Panta sarebbe partito sulla Cipressa e infatti partì. Mi aspettavo anche un po’ di movimento da parte di altri. Pensai: «Cavoli, va via il Panta, qualcuno si muoverà». Invece alla fine non si mosse nessuno. Così andai io e lo agganciai. Facemmo una bella salita, ma poi arrivati alla pianura in fondo alla discesa si formò quel gruppetto in cui non collaborava praticamente nessuno. Perciò ci si rialzò e finì lì. 

Pur correndo con la Mapei, i tuoi rapporti con Marco erano buoni?

Eravamo rivali, ma nel senso buono, sportivo. Fra noi non c’è mai stata una scorrettezza, si andava d’accordo. Anche quando andammo a Sydney, alle Olimpiadi, passammo delle giornate molto belle.

Faceste la Cipressa quasi tutta sui pedali…

Sulla Cipressa difficilmente toglievi il 53. Magari ora è diverso, perché anche le tecniche di allenamento sono cambiate e vai più agile. Non è che vanno più piano, anzi magari vanno più forte perché battono in continuazione tutti i record. Hanno anche materiali più veloci. Però prima il sistema di pedalare era diverso. Si andava più duri. Utilizzavi quasi sempre 53.

La tirata di Van Aert nella tappa di Osimo della Tirreno ha messo gli avversari sul chi vive
La tirata di Van Aert nella tappa di Osimo della Tirreno ha messo gli avversari sul chi vive
Chi vince sabato?

Se dovessi fare un nome, direi Van Aert. La tirata che ha fatto nella tappa di Osimo della Tirreno vuol dire che ha gamba e anche tanta. Poi è chiaro, magari non è al 100 per cento della sua condizione, però va già molto molto forte. Secondo me è difficile toglierlo dal pronostico.

Non è al top secondo te?

Va sicuramente più piano di quando due anni fa arrivò secondo alla Tirreno. Per me ha tentato comunque di partire forte, perché i numeri che ha fatto, non li fai senza essere ben allenato. Magari a volte capita che la condizione ti arrivi una settimana dopo, però secondo me ha preparato il periodo. Invece Van der Poel…

Lo vedi indietro?

Sono rimasto deluso, perché proprio lo vedo spento. Mi sembra che subisca quello che è, come se le idee di partenza fossero state diverse. Ci sta che voglia essere fortissimo ad aprile, però vedendo come si muove, che all’inizio cerca anche di tener duro e poi salta, secondo me nella sua testa c’era anche qualche cos’altro.

Van der Poel sta vivendo un periodo sotto tono: condizione ancora in arrivo o si è nascosto?
Van der Poel sta vivendo un periodo sotto tono: condizione ancora in arrivo o si è nascosto?
Che cosa hai capito guardandolo?

Secondo me lui ambiva anche a qualcosa di più, perché non è che mollava subito. Lo vedevo anche nella tappa di Osimo. Si staccava, poi rientrava. Se uno fa così, probabilmente va alla ricerca di qualcosa che ancora non ha. Quando ricerchi quello che ti manca, vuol dire che comunque il periodo l’hai preparato, perché sennò ti metti lì tranquillo e ti alleni. Invece vedevo che tentava di tener duro. Alla fine ci sta anche lui sul Poggio sabato…

Caruso capitano al Giro? Sì, no, forse…

16.03.2023
5 min
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Quattordicesimo alla Tirreno-Adriatico, correndo in appoggio a Mikel Landa, secondo italiano nella generale, ancora una volta Damiano Caruso non ha lesinato la sua generosità. Ma il siciliano è stato protagonista dell’azione forse più bella di tutta la recente corsa dei Due Mari.

Caruso, infatti, prese gambe e coraggio, ha sfidato faccia a faccia le rampe di Sassotetto col vento contro. Le foglie scendevano verso valle e lui, potente ed elegante, saliva verso monte. Se non fosse stato per Ciccone e Mas, soprattutto, Damiano avrebbe alzato le braccia al cielo.

Caruso (classe 1987) nella mix zone: il siciliano è alla 15ª stagione da pro’
Caruso (classe 1987) nella mix zone: il siciliano è alla 15ª stagione da pro’

La gamba c’è

«Le sensazioni sono buone – ci ha detto il corridore della Bahrain Victorious in un’intervista durante la Tirreno – il livello è molto alto e oltre a me ci sono tanti altri corridori che hanno buone sensazioni. O migliori delle mie! Però non mi lamento, sto bene. L’importante in questa fase della stagione è avere un buon feeling generale quando sei sulla bici e riuscire a recuperare bene».

Prima di Sassotetto, Caruso ci aveva detto che avrebbero corso in funzione di Landa, come del resto avevano fatto anche verso Tortoreto. Quel giorno Caruso aveva perso 5”, ma il motivo era presto detto.

«Quel giorno Mikel è rimasto attardato dalla caduta di Pidcock e Van Aert. Quindi io, che ero nelle prime posizioni, mi sono lasciato sfilare per riportarlo sotto. Durante la salita ho rimontato, ma ho pagato lo sforzo nell’ultimo chilometro».

Alla Tirreno Damiano ha corso per Landa. Per il Giro ha fatto anche il nome di Buitrago (alla sua ruota) tra i possibili leader della Bahrain
Alla Tirreno, Damiano ha corso per Landa. Per il Giro ha fatto anche il nome di Buitrago (alla sua ruota) tra i possibili leader della Bahrain

Capitano? No, grazie

Rimontare in quei frangenti vuol dire molto. La gente si stacca, non recupera. Se recuperi è perché hai davvero un gran gamba. Una gamba che speriamo Caruso possa sfoggiare al meglio al Giro d’Italia. Damiano è stato secondo nel 2021, non ha partecipato a quello dell’anno scorso e nel prossimo Giro Landa non ci sarà. Potrà essere lui il capitano.

«Mah, capitano – spiega Caruso – ormai alla mia età fare il capitano non è facile. E poi è un ruolo che non mi ha mai stuzzicato più di tanto. Mi sono ritrovato leader in alcune gare per circostanze di situazioni particolari. Più che altro quello che penso e che sarà importante è riuscire a prepararlo bene questo Giro. Arrivarci con un’ottima condizione…

«In Bahrain abbiamo diverse carte da giocare. Anche Gino Mader sta andando molto forte. Santiago Buitrago non va male. E poi sì: ci sono anch’io. Ma vedremo strada facendo: in base a come si metterà la gara si prenderanno le decisioni opportune al momento. Ma ad oggi non mi sento di dire: “Andrò da capitano al Giro”. Anche perché non so ancora se mi cimenterò nella classifica.

«Vi dico la verità: mi piacerebbe ritornare a vincere una bella tappa, magari di montagna e rivivere le belle emozioni che ho vissuto nel 2021».

Una vittoria di tappa al Giro per rivivere le emozioni del 2021 sull’Alpe Motta: anche questo è un obiettivo per Caruso
Una vittoria di tappa al Giro per rivivere le emozioni del 2021 sull’Alpe Motta: anche questo è un obiettivo per Caruso

Ritmi vertiginosi

Anche per Caruso come per molti suoi colleghi, l’avvicinamento al Giro passa per poche corse (a tappe) e tanto allenamento a casa. Sin qui Damiano ha preso il via a tre corse a tappe e ne farà una quarta, il Romandia, a ridosso del Giro. Stop.

«Ormai è così – prosegue il ragusano – il livello è alto e non puoi andare alle corse per fare la preparazione e di conseguenza è cambiato anche il modo di allenarsi: si fa molta più intensità. Siamo costretti a farla, perché ormai una gara dove si va piano non esiste più. E in questo quadro correre troppo non fa neanche bene. Devi trovare il giusto bilanciamento tra gare, riposo e allenamento in l’altura.

«Dopo la Sanremo, andrò sul Teide. Lassù farò un blocco di due settimane,  poi un ultimo passaggio al Romandia. Tra l’altro è la prima e ultima altura di quest’anno, perché a differenza degli anni passati non ho fatto il training camp in quota di febbraio. Abbiamo visto che tutto sommato andava bene così».

Alla Tirreno abbiamo assistito a gare meno spettacolari rispetto a qualche anno fa. Pensiamo alle azioni di Van Aert, di Pogacar o di Van der Poel. Eppure il coro unanime è che sia sia andati fortissimo.

In occasione della prima e terza vittoria di Roglic è sembrato quasi che la volata sia stata fatta “piano”, corta. Che stentasse a partire. 

«Posso garantire che siamo andati fortissimo. Nel giorno di Tortoreto per esempio quando ha attaccato Alaphilippe, in salita, non ho avuto il coraggio di guardare i dati sul computerino: né watt, né velocità, né sensazioni… anche perché tanto non avrebbe avuto senso. Tutte le salite della Tirreno le abbiamo affrontate davvero forte».

Caruso verso Sassotetto. Un’azione di forza e coraggio, sfumata a poche centinaia di metri dal traguardo appenninico
Caruso verso Sassotetto. Un’azione di forza e coraggio, sfumata a poche centinaia di metri dal traguardo appenninico

Prove generali a Sassotetto

Sassotetto è stata la salita più lunga che Caruso, ma anche molti altri corridori, affronteranno prima del Giro d’Italia. Visto che si è parlato di preparazioni ci è sembrato curioso capire se una scalata simile dà feedback utili anche per il resto degli allenamenti.

«Ai fini del lavoro non è poi così importante – conclude Caruso – i nostri parametri li conosciamo già e anche bene. Semmai è più importante per il confronto con i diretti avversari, per capire un po’ come si muovono e come stanno. Ma anche quello è relativo.

«Poi nel mio caso so già che farò un blocco in altura che mi servirà anche per abituare il fisico alle salite lunghe. Sassottetto pertanto è stato un test sì, ma non definitivo».

Soudal e ciclismo: le ragioni della scelta

15.03.2023
7 min
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La prima fu Mapei, che mise il suo nome su quelle maglie a cubetti e, facendo la storia del ciclismo, si fece conoscere nel mondo. Adesso c’è Soudal. L’azienda belga, prima al mondo nella produzione di siliconi e sigillanti, ha lasciato la Lotto per diventare primo nome in casa di Lefevere e ha trovato nel ciclismo una grande comunione di intenti e valori. Durante la presentazione della Soudal-Quick Step a Popsaland, il fondatore Vic Swerts parlò di passione, squadra, condivisione e famiglia. Lo fece con un tale trasporto da far scattare la curiosità: che cosa c’è di così magnetico nel ciclismo?

La Fattoria Pieve a Salti è diventata la base dei team Soudal durante la Strade Bianche
La Fattoria Pieve a Salti è diventata la base dei team Soudal durante la Strade Bianche

Con Soudal in Toscana

Non potendo arrivare nell’immediato a Victor Theresia Gerardus Gustavius baron Swerts (questo il nome completo dell’ottantaduenne di Turnhout), abbiamo approfittato della Strade Bianche per incontrare Mario Sorini, toscano, Direttore Generale di Soudal Sud Europa.

Nel ciclismo arrivò lui per primo, quando decise di sponsorizzare la squadra di mountain bike di Stefano Gonzi. Per questo nei giorni della classica toscana, la Fattoria Pieve a Salti (che della stessa squadra è pure sponsor) si è trasformata nel quartier generale Soudal, accogliendo anche il team WorldTour con Alaphilippe e compagni.

«In passato – ammette sorridendo Sorini, con la sua cadenza toscana – non ero un grande fan di questo sport. Il ciclismo è capitato perché un giorno con un amico decisi di prendere una mountain bike per fare qualche giretto il sabato e la domenica e in quell’occasione mi fu chiesto di sostenere una squadra di mountain bike. Quella di Stefano Gonzi, appunto. Decisi di provare e da lì nacque la passione».

Mario Sorini è Direttore Generale di Soudal Italia e responsabile per il Sud Europa. E in azienda da 20 anni
Mario Sorini è Direttore Generale di Soudal Italia e responsabile per il Sud Europa. E in azienda da 20 anni
E’ vero che Soudal Italia è arrivata nel ciclismo in Italia prima che in Belgio?

In Belgio, Soudal è un’azienda famosa. Ma è vero che a un certo punto il mio capo vide quello che stavamo facendo in Italia e decise di investire sulla Lotto-Soudal. Anche loro sono sempre venuti qui a Pieve a Salti, anche se negli ultimi due o tre anni non è andata benissimo. Comunque l’impegno nel professionismo è iniziato così.

Quali sono i punti in comune fra questo sport e un’azienda così grande?

Penso che il ciclismo accomuni le persone. Aprendo la filiale italiana, anche noi abbiamo lavorato nella stessa direzione. Quando sono arrivato vent’anni fa, Soudal era un marchio completamente sconosciuto e lavorando insieme, abbiamo aiutato professionisti che non si conoscevano a risolvere i loro problemi. Abbiamo creato un vero spirito di squadra.

La Soudal-Lee Cougan è una squadra di riferimento nel mondo delle Marathon (foto Facebook)
La Soudal-Lee Cougan è una squadra di riferimento nel mondo delle Marathon (foto Facebook)
Basta questo per scegliere di investire nel ciclismo?

Nel ciclismo non c’è troppa faziosità. L’atleta che vince è un capitale di tutti, non c’è l’agonismo spinto del calcio. Il pubblico tifa per tutti gli atleti. Nel ciclismo si apprezza il lavoro in team, cioè tutta la squadra lavora insieme.

In azienda vivete secondo gli stessi valori?

Direi proprio di sì. Abbiamo impostato questo metodo, affinché tutti possano vivere l’azienda come una famiglia. Credo che anche in Italia siamo riusciti a trasmettere questo spirito. Abbiamo cominciato da zero, creando la squadra in azienda e fuori, facendo gruppo anche con i nostri clienti. E così facendo, siamo riusciti a far conoscere il marchio.

Jakobsen campione d’Europa, Merlier del Belgio, Evenepoel del mondo e Cavagna di Francia
Jakobsen campione d’Europa, Merlier del Belgio, Evenepoel del mondo e Cavagna di Francia
Il ciclismo come motivo di aggregazione?

Da quest’anno abbiamo individuato quattro manifestazioni che i nostri distributori potranno sfruttare per aggregare i loro clienti. Questo ci servirà a far conoscere di più Soudal, ma soprattutto a creare attorno a noi un gruppo compatto. Se vogliamo della professionalità e attori che lavorino nel mondo dell’edilizia e della riqualificazione energetica, c’è la necessità di stare più insieme per crescere professionalmente. E il ciclismo si presta particolarmente.

Di quali manifestazioni parliamo?

Di quelle che raggruppiamo sotto la definizione Soudal Experience. Per cui dopo la Strade Bianche ci saranno la Legend Cup di Capoliveri, la Nove Colli e la Nova Eroica a Buonconvento per la quale un nostro cliente importante ha già comprato tutti i pacchetti a noi riservati per organizzare un evento con la sua clientela. I nostri clienti potranno divertirsi per una giornata con le loro famiglie e con i loro amici e magari ritagliarsi anche un momento in cui si vorranno approfondire alcune tematiche.

Fra le quattro manifestazioni di Soudal Experience c’è la Nova Eroica di Buonconvento (foto Facebook)
Fra le quattro manifestazioni di Soudal Experience c’è la Nova Eroica di Buonconvento (foto Facebook)
E’ davvero pensabile che un’azienda così grande possa vivere come una sola squadra?

C’è stata una svolta. Abbiamo lavorato una vita per conto terzi, ma negli ultimi 18 anni si è deciso di puntare sul nostro marchio e l’azienda è stata stravolta. Sono state fatte tantissime acquisizioni e sono venuti gli investimenti. Alla base c’è un forte spirito di gruppo, di team e di famiglia. E’ quello che si respira in Belgio, per la precisa volontà del nostro titolare di lavorare e considerare tutte le persone come una grande famiglia di più di 3.000 persone.

Numeri decisamente importanti…

Siamo quasi in 80 Paesi con filiali dirette, poi produciamo in India, in Cina, in Corea, in Turchia e adesso in Francia. In ciascuna di queste sedi c’è lo spirito che Swerts trasmette in prima persona. La nostra azienda ascolta molto le persone, prende il meglio da tutti i componenti della squadra.

Soudal è il primo gruppo al mondo per siliconi e sigillanti. Da poco ha lanciato prodotti per la cura della bici
Soudal è il primo gruppo al mondo per siliconi e sigillanti. Da poco ha lanciato prodotti per la cura della bici
In che modo lo spirito belga si trasferisce ad esempio in Italia?

Vogliamo che i nostri distributori abbiano a loro volta lo stesso atteggiamento verso i loro clienti. Per questo Soudal sta costruendo una serie di scuole di formazione e di qualifica sul territorio italiano, per far sì che gli operatori si possano qualificare e diventare più esperti. L’obiettivo è quello di innalzare il livello qualitativo dei professionisti.

Che tipo di vetrina vi offre il ciclismo?

Il ritorno economico è difficile da misurare. Certamente per un’azienda che era sconosciuta, ciclismo significa innanzitutto visibilità. Non è stato facile farci conoscere. Con Lotto, si era stabilito che fuori dal Belgio saremmo stati Soudal-Lotto, ma il messaggio non è mai passato. Adesso non potevamo pensare di cancellare il nome Quick Step, ma almeno il nostro è davanti. Certamente in un momento di notorietà come questo che stiamo vivendo, la nostra società sta crescendo ancora a doppie cifre. Quindi riteniamo di aver indovinato la ricetta giusta e di essere riusciti a trasferire questo spirito di squadra. 

Nella sera dopo la Strade Bianche, cena di festa: Sorini e Lefevere, all’inizio della collaborazione
Nella sera dopo la Strade Bianche, cena di festa: Sorini e Lefevere, all’inizio della collaborazione
La visione di Vic Swerts insomma è di grande modernità…

Ritengo che lui sia più moderno di alcuni suoi manager. A volte gli vediamo fare delle acquisizioni che sul momento ci possono trovare anche critici. Acquisiamo 3-4 aziende ogni anno e a volte capita di chiedersi il perché di certe scelte. Poi ci rendiamo conto che il capo ha visto più lontano di noi e che certe scelte fatte qualche tempo prima sono la base per acquisizioni successive che necessitavano tecnologie che a quel punto ci ritroviamo già in casa.

Oggi Sorini è tifoso di ciclismo?

Il ciclismo è cambiato. Il Giro d’Italia e altri tipi di manifestazioni sono molto più legati al territorio e questo non è da sottovalutare. Quando si vedono tutte le riprese dei paesaggi, mi rendo conto che il ciclismo sia un grande link con il territorio, quindi anche con il valore delle nostre regioni, con il cibo italiano, la cultura e il nostro modo di vivere. Ho colleghi belgi che stanno acquistando molte proprietà in Italia. Noi italiani effettivamente non abbiamo una grande industria, devo dire quindi che è intelligente sfruttare l’industria del turismo.

Alla Milano-Torino, prima vittoria Tudor: Cozzi racconta

15.03.2023
4 min
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La prima della Tudor nella classica più antica del mondo. Nessun olandese aveva mai messo il proprio nome nell’albo d’oro della Milano-Torino fino ad Arvid De Kleijn, che al sesto sigillo in carriera, il più importante, ha fatto sorridere la professional guidata da Fabian Cancellara.

Il ventottenne di Herveld è sfrecciato sul traguardo di Orbassano nella corsa di 192 chilometri scattata da Rho e durata meno di 4 ore (3h59’02), alla media monstre di 48,2 km/h (record di sempre, perché mai era stato superato il limite dei 48), sfruttando la scia del connazionale della Dsm, Casper Van Uden (poi terzo), e poi si è lanciato come un missile fino all’arrivo, senza lasciare scampo nemmeno all’esperto Fernando Gaviria (secondo).

Per il corridore olandese di 28 anni, alto 1,71 per 68 chili, si tratta della sesta vittoria
Per il corridore olandese di 28 anni, alto 1,71 per 68 chili, si tratta della sesta vittoria

Bus accanto

Casualmente, i bus della Tudor e della Movistar erano vicini nel lungo serpentone a poche centinaia di metri dall’arrivo e così il velocista colombiano, mentre intervistavamo Claudio Cozzi, si è subito avvicinato al ds della Tudor per fargli i complimenti e commentare lo sprint.

«Di solito parto lungo e mi fregano – dice – stavolta ho aspettato e mi han battuto lo stesso».

De Kleijn ha deviato leggermente nel finale, chiudendo Gaviria, ma si è trattato di una deviazione minima
De Kleijn ha deviato leggermente nel finale, chiudendo Gaviria, ma si è trattato di una deviazione minima

Studiato nei dettagli

Cozzi ha sorriso e si è goduto il momento storico, raccontando proprio come è stato preparato a tavolino il finale della Milano-Torino.

«Nel meeting di ieri sera avevamo guardato gli ultimi undici chilometri – racconta – con attenzione particolare agli ultimi 6 e mezzo, che erano molto complicati per via delle rotonde. Ognuno aveva il suo compito da fare e in pratica dovevamo entrare con due corridori davanti a lui ed è andata più o meno così. Poi, bisognava prendere a tutta l’ultima curva e cercare di portarlo più vicino possibile all’arrivo e lui doveva soltanto fare il suo sprint».

Preziosissimo il lavoro dell’ultimo uomo Maikel Zijlaard che, nell’insidioso finale, l’ha messo nelle condizioni migliori per regalarsi un mercoledì da leoni.

Claudio Cozzi arriva al Tudor Pro Cycling Team dalla Israel-Premier Tech
Claudio Cozzi arriva al Tudor Pro Cycling Team dalla Israel-Premier Tech

L’entusiasmo di Cancellara

Così è stato e il semi-sconosciuto velocista oranje, avvicinatosi al ciclismo a 16 anni, è stato scaltro abbastanza per chiudere gli spazi allo scafato Gaviria senza però commettere scorrettezze. E pensare che Arvid nasce scalatore, poi ha messo su chili ed è diventato sprinter.

«E’ un sogno che diventa realtà – aggiunge Cozzi – va ringraziato tutto lo staff. Fabian mi ha chiamato subito dopo l’arrivo, già alla deviazione delle macchine. Ci aveva già chiamato anche stamattina, nel trasferimento e mi ha detto: “Oggi voglio vedere un bel team, che lavoriamo bene e dobbiamo ottenere il massimo risultato possibile”. Ce l’abbiamo fatta. In questa squadra non ci sono ragazzi di primo pelo, ma hanno grande entusiasmo. Questa è la seconda vittoria che ricorderò più di tutte, dopo quella di un gregario come Belkov al Giro d’Italia 2013 nella tappa di Firenze».

Fra astuzia e malizia

Festa in famiglia per De Kleijn: al traguardo ad applaudirlo c’erano anche mamma e papà, con quest’ultimo che teneva con orgoglio il trofeo.

«Ho sfruttato il lavoro di un grande treno – racconta – ci siamo ritrovati in testa dopo ultima curva, ho sentito che le gambe erano buone, sapevo di avere una grande opportunità che ho saputo sfruttare. Questa è una vittoria molto importante per noi, arrivata dopo un ottimo lavoro di squadra. E’ bello avere Fabian Cancellara con noi, è stato uno dei migliori corridori della storia, le sue vittorie mi hanno ispirato».

Poi, sul concitato sprint, aggiunge con un po’ di malizia: «Fernando aveva lo spazio necessario per superarmi, se avesse avuto le gambe per farlo. Non ho fatto niente di irregolare».

Non farà la Milano-Sanremo, a cui la Tudor prenderà parte, perché correrà in Francia, ma Arvid sogna già per l’anno venturo un’altra corsa Rcs Sport. «In futuro mi piacerebbe fare il Giro d’Italia». Chissà che non ci riesca in questa sua seconda giovinezza che è fiorita oggi.

Milan, il motore e il grande Giro. Sentiamo coach Fusaz

15.03.2023
4 min
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Parliamo spesso di Jonathan Milan, del suo grande motore, del suo talento. Il corridore della  Bahrain Victorious è uno dei giovani italiani più promettenti. Per questo, ma soprattutto per le sue attitudini, spesso lo si paragona a Filippo Ganna.

Entrambi sono alti, entrambi sono passisti sopraffini, entrambi sono campionissimi della pista… Ma in quanto a tenuta forse – pensiamo alle crono per esempio – Pippo ha ancora qualcosa di più. Il che è anche legittimo, visto che Jonathan è più giovane di Pippo.

Milan
Fusaz e Milan ai tempi del Cycling Team Friuli
Milan
Fusaz e Milan ai tempi del Cycling Team Friuli

Parola a Fusaz

A detta di alcuni tecnici, la differenza tra i due è il grande Giro, che Ganna ha già fatto (in realtà ne ha inanellati tre) e Milan ancora no. Questo tema lo abbiamo sottoposto al coach di Milan stesso, Andrea Fusaz: «Parliamo di due atleti simili, ma anche un po’ diversi. Jonathan comunque è passato molto giovane e se ancora non ha fatto il grande Giro è perché ha bisogno di un rodaggio».

Se guardiamo indietro, anche Pippo qualche anno fa non era il tipo che conosciamo adesso. Hanno due età diverse e ognuno ha i suoi tempi di crescita, i suoi tempi di evoluzione fisica e anche mentale, direi. Se Jonathan non ha ancora fatto un grande Giro è perché vogliamo trovare la strada più in equilibrio con le sue esigenze a livello fisico».

Il friulano Jonathan Milan (classe 2000) è alla sua terza stagione tra i pro’
Il friulano Jonathan Milan (classe 2000) è alla sua terza stagione tra i pro’

Jonathan al Giro?

Sia Ganna che Milan sono passati quando avevano 21 anni e in effetti, come dice Fusaz, i tempi di crescita vanno rispettati. Sembra una vita che Milan è un pro’, ma è solo all’inizio della sua terza stagione nel WT. E anche Ganna alla fine ha preso parte al suo primo grande Giro nel 2020, nel famoso Giro d’Italia di ottobre, quando era al quarto anno da pro’.

E poi bisogna considerare anche un altro aspetto: quello dei calendari. Milan e Ganna hanno di mezzo anche la pista e trovare spazio per tutto non è facile. Anche perché, come accennato, hanno caratteristiche simili, ma non uguali. Consideriamo che Milan ha già come obiettivo le classiche del Nord e ce le ha con determinate aspettative, cosa che per Ganna non si è verificata.

Stando alle statistiche, Milan potrebbe debuttare in un grande Giro proprio quest’anno: Fusaz non smentisce, né ammette. Magari questo è l’anno buono per esordire nelle tre settimane, anche perché tutto sommato i mondiali (sia pista che strada) ci sono ad agosto e la Vuelta in quel caso potrebbe essere il banco di prova ideale.

«Sicuramente – prosegue il tecnico del Cycling Team Friuli, che è anche preparatore della Bahrain Victorious – se Jonathan non farà il grande Giro quest’anno lo farà il prossimo. Ripeto, bisogna vedere come evolve, come sta e come procede la sua preparazione sul momento. Bisogna valutare non dico ogni settimana, ma almeno di mese in mese, ricordiamoci che parliamo di un ragazzo che ha 22 anni.

«Direi che il Tour è da escludere, poi vedremo. Magari gli altri due possono essere nelle corde di Jonathan».

Paragoni da equilibrare

Fusaz ha detto che se non è quest’anno, sarà il prossimo. Ma il prossimo è l’anno olimpico e magari inserire il grande Giro prima delle Olimpiadi potrebbe incidere parecchio, magari è una mossa azzardata.

«Ci sono un sacco di variabili effettivamente – spiega il coach – ma dipende da quale grande Giro scegli, come lo alleni, come lo gestisci nell’insieme della preparazione. Chiaro che per qualsiasi atleta è un’esperienza da provare e anche Jonathan vorrà farla. Provare a cimentarsi in una gara di tre settimane è un punto di partenza. Ma magari dopo che ha fatto due Giri, dice che non gli piacciono!».

Il riferimento di Ganna ci accompagna in questa disamina. E Fusaz giustamente fa notare che nella sua evoluzione, Milan si è incontrato anche con un anno di pandemia di mezzo. Un anno quasi perso del tutto e che incide non poco sulla formazione di un atleta giovane. A 19-20 anni si è in piena evoluzione. E comunque se il friulano dovesse farne uno quest’anno, esordirebbe nelle tre settimane con un anno di anticipo rispetto a Ganna.

«Secondo me – conclude Fusaz – ogni volta che facciamo una comparazione tra i due, ci si dovrebbe riferire al Ganna di quattro anni fa, ricordando che Jonathan si è trovato una pandemia nel momento del passaggio e un’età più giovane».