Vince Kopecky, ma la Longo rinasce… allo sprint

02.04.2023
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Mentre Lotte Kopecky festeggia una vittoria preparata nei dettagli, in un angolo Elisa Longo Borghini batte i denti per il freddo e si chiede come sia stato possibile arrivare terza, dopo tutto quello che ha passato per il Covid e per giunta in uno sprint di gruppo.

La gara delle donne si è conclusa all’imbrunire, per la scelta un po’ balorda (questa volta) degli organizzatori di farle partire alle 13 e arrivare ben oltre la gara degli uomini, quando il pubblico ha già cominciato a sfollare. Perché?

Kopecky come Pogacar

La belga del Team SD Worx è emersa da due riunioni tattiche nello stesso stile di quella di un’ora celebrata alla vigilia della Strade Bianche. Questa volta ne sono servite due: una ieri sera e una stamattina.

«Non mi aspettavo di vincere così – dice – ma non c’è un modo migliore per farlo. Prima io e seconda Demi Vollering: possiamo parlare di una giornata perfetta. I chilometri finali sono stati i più difficili, pieni di vento contrario. Non ero affatto fiduciosa quando ho attaccato e se devo dirvi come ho fatto a resistere… Non lo so!».

Gli uomini partono da Bruges, le donne da Oudenaarde, peccato per gli orari un po’ balordi
Gli uomini partono da Bruges, le donne da Oudenaarde, peccato per gli orari un po’ balordi

Si sprinta per la Longo

Elisa Longo Borghini al confronto ha meno certezze granitiche, se non quella di avere una tempra veramente tosta. Dopo dieci giorni a trascinarsi dentro casa con ogni possibile dolore fisico, il rientro alla Dwars door Vlaanderen aveva già lasciato intuire qualcosa, ma la prova di oggi è davvero sbalorditiva.

«Non me lo sarei mai aspettata – dice – e quando il gruppo si è spezzato in due, ho detto che avrei aiutato Shirin Van Anrooij (la vincitrice del Trofeo Binda, ndr). Ho fatto un grande sforzo con Lucinda Brand per cercare di riprendere la fuga e quando negli ultimi 10 chilometri mi hanno detto che puntavano su di me per lo sprint, quasi mi cade il mondo addosso. L’ho fatto per ricambiare la fiducia della squadra. Dovevo finire il lavoro nel miglior modo possibile».

Silvia Persico nella morsa della SD Worx ha tenuto testa a Vollering e Kopecky
Silvia Persico nella morsa della SD Worx ha tenuto testa a Vollering e Kopecky

Gli sprint con Mosca

La Longo di prima si sarebbe rassegnata al quarto posto, quella di adesso non si arrende e parla da campionessa, con una consapevolezza forse nuova. A tratti si commuove, come se avesse vinto. E a pensarci, in qualche modo si può davvero parlare di una vittoria.

«Si vede che tutti gli sprint al cartello che faccio con Jacopo – sorride – stanno dando i loro frutti. E’ davvero strano avere compagne di squadra che mi cercano per lo sprint, soprattutto perché abbiamo ragazze più veloci di me. Per questo voglio ringraziare tutti nel team per la fiducia, soprattutto sapendo che vengo da un periodo così strano. Si sono presi cura di me e per questo voglio ringraziare il mio direttore sportivo Ina Teutenberg e tutti quelli che lavorano nell’ombra, come i massaggiatori, i meccanici e anche l’addetto stampa (che è vicino a lei e sorride, ndr).

Mentalità vincente

La reazione più bella, Elisa ce l’ha parlando dell’inseguimento alle due ragazze della SD Worx che erano allo scoperto con Silvia Persico: gran bella prova anche la sua.

«E’ stato durissimo inseguirle – ammette – posso mostrarvi i miei dati per farvi vedere quanto è stato difficile. A un certo punto non devi pensare sempre a queste ragazze come a delle creature imbattibili, altrimenti perdi la gara. Ultimamente ho guardato molte gare in televisione e sembrava che ogni volta che erano loro in prima fila, il gruppo si arrendesse, come se non ci fosse possibilità. Invece noi siamo la Trek-Segafredo e dobbiamo fare la nostra gara. Facciamo la nostra gara, ci atteniamo al piano, proviamo a recuperare i primi e proviamo anche a vincere la gara.

«Detto questo, mi sono sentita davvero male tutto il giorno, non avrei mai pensato di poter fare un podio. Ho dato un altro grande shock al sistema, come è già successo nei giorni scorsi. Ma forse è il modo migliore per giocarsi le gare. La Roubaix? E’ un’altra corsa. Lo so che l’ho vinta, ma si corre sabato e questa volta inizierò a pensarci solo da venerdì…».

Pogacar è di parola: va via da solo e vince il Fiandre

02.04.2023
6 min
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La cosa peggiore è vedere avverarsi l’incubo che ti ha tolto il sonno per giorni. Van der Poel deve aver pensato questo quando per due volte consecutive ha visto Pogacar sferrare l’attacco sul Vecchio Qwaremont. E se nell’E3 Saxo Classic era riuscito a rintuzzarlo, questa volta la distanza si è fatta sentire e mentre lo sloveno prendeva il largo, l’olandese ha resistito alla tentazione di arrendersi, ma ugualmente ha dovuto chinare il capo.

Gli errori dello scorso anno sono dimenticati: doveva arrivare da solo e lo ha fatto
Gli errori dello scorso anno sono dimenticati: doveva arrivare da solo e lo ha fatto

Parola mantenuta

Pogacar ha fatto con grande naturalezza quello che aveva promesso. Il solo modo per vincere il Fiandre era arrivare da solo e così è stato. Il Qwaremont non è il Poggio, ma forse anche il Poggio dopo sei ore di saliscendi e la media pazzesca di oggi farebbe danni maggiori. E così, quando si è ritrovato da solo a spingere sull’undici in quegli interminabili 13 chilometri fino all’arrivo, Tadej ha smesso di pensare e ha finto di essere nella crono finale con cui al Tour del 2020 mise in croce Roglic. E Van der Poel ha subìto lo stesso destino, senza però andare a fondo del tutto.

«Non so se ho scritto la storia – sorride Pogacar con la solita disinvoltura – scrivo solo le mie gare e sono felice e grato di poter competere in tante corse diverse, come il Fiandre, il Tour de France, il Lombardia, la Liegi e anche la Sanremo. Oggi sono anche felice e orgoglioso di tutto il team. C’è stato un grande sforzo da parte di tutti e penso che abbiamo meritato la vittoria».

Qual è stato il segreto per vincere?

La prima cosa che ha fatto la differenza è stato avere le migliori gambe della gara. Sapevo di dover arrivare da solo al traguardo e questo in partenza era estremamente difficile. Ma sono stato fortunato ad avere una buona giornata, che penso mi godrò a lungo.

Hai fatto quello che avevi annunciato: quanto è stato difficile?

E’ stata una gara davvero dura dall’inizio alla fine. Con la squadra abbiamo giocato molto bene le nostre carte ed è riuscito tutto alla perfezione. Devo dire un enorme grazie a tutti. Sfortunatamente Wellens è caduto e si è rotto la clavicola, ma penso che alla fine sarebbe stato lì anche lui per aiutarmi. Tutti hanno fatto un lavoro perfetto a partire da Trentin e prima anche Bjerg, che mi ha lanciato in modo fantastico quando abbiamo deciso di fare la gara al primo passaggio sul Qwaremont.

Pogacar si è detto sereno perché Trentin nella fuga dava garanzie
Pogacar si è detto sereno perché Trentin nella fuga dava garanzie
Hai vinto il Lombardia e la Liegi, il Fiandre si può considerare una gara speciale?

Lo è sicuramente, probabilmente fra le corse di un giorno è la migliore gara al mondo. L’atmosfera sulle salite è incredibile, il percorso è davvero interessante e tutti i migliori avversari sono qui. E’ davvero una gara incredibile.

Due settimane fa, Van der Poel ti ha staccato sul Poggio, che cosa è cambiato nel frattempo?

Oggi avevo la stessa forma della Sanremo, ma questa è una gara completamente diversa. La Sanremo è perfetta per Mathieu, che è stato assolutamente il più forte. Il Poggio è uno sforzo di 6 minuti e lui ha spiccato il volo, poi in discesa ha messo in campo le sue abilità che sono totalmente diverse dalle mie. Oggi invece la corsa era più adatta a me, perché è più impegnativa e con più dislivello. Van der Poel volava anche oggi, non è che le carte in tavola siano cambiate totalmente, il risultato invece sì (ride, ndr).

Perché non vuoi provare la Roubaix?

Perché è totalmente diversa. L’ho fatta da junior e non riesco a immaginare quanto sia difficile farla da professionista. E’ un dolore, su quei sassi c’è una sofferenza totalmente diversa da questa. Io sono uno scalatore e anche se al Tour ho fatto bene nella tappa del pavé, c’erano soltanto undici settori, senza la Foresta di Arenberg.

Dopo l’arrivo Van der Poel ha detto che i primi della corsa sono tutti speciali, ma tu lo sei stato di più, perché hai vinto come avevi detto di voler fare. E ha detto che sei il solo che possa vincere i cinque Monumenti.

Non so se posso rispondere a questa domanda. Vedremo in futuro. Ripeto che sono davvero felice di poter di correre in tutte queste gare e di competere ai massimi livelli e sono grato al team che mi supporta anche in questo. Sono super felice di poter fare il Fiandre e il Tour nello stesso anno.

Ti sei mai preoccupato per quella fuga così numerosa davanti?

No, perché avevamo dentro Matteo Trentin, in ottima forma come a Sanremo. In quel gruppo c’erano degli ottimi corridori. Non ho molta esperienza di questa corsa, non sapevo se li avremmo ripresi e un certo punto sembrava che avessero buone possibilità. Ma io ero senza stress, grazie a Matteo.

Firma le maglie e poi si avvia verso il pulmino che lo porterà in aeroporto, con quella freschezza che fa sembrare tutto così naturale. Fuori lo aspetta Urska, nella serata di Oudenaarde il rock e la birra hanno volume identico: altissimo. Usciamo dalla conferenza stampa che sono le 19. Non ci resta che scrivere…

L’evoluzione di Laporte, l’occhio dell’ex diesse Damiani

02.04.2023
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Christophe Laporte. E’ lui uno dei personaggi del momento. Il corridore della Jumbo-Visma sta crescendo sempre di più. Ormai è a pieno titolo un big. La consacrazione è avvenuta nel team olandese, ma la base ha radici francesi. La base è firmata Cofidis.

Roberto Damiani Laporte lo ha diretto in passato. E conosce molto bene sia l’atleta che l’uomo. Con il suo aiuto dunque, conosciamo meglio il corridore che è ormai ben più della semplice ombra di Wout Van Aert.

Roberto Damiani (classe 1959) ha diretto Laporte per quattro stagioni (foto Instagram)
Roberto Damiani (classe 1959) ha diretto Laporte per quattro stagioni (foto Instagram)
Roberto, Laporte…

Non mi sorprende affatto – ci precede Damiani – di quel che sta facendo. Ho lavorato con lui quattro anni ed era già in Cofidis da quattro. Certamente le sue prestazioni attuali sono frutto dell’ultimo lavoro fatto, della sua maturità ma tutto questo viene dal lavoro fatto prima in Cofidis.

E che lavoro è stato?

Un lavoro graduale. Quando lui è arrivato in Cofidis veniva dalla mountain bike, fu una scoperta del settore giovanile della nostra squadra. Iniziò come apripista di Bouhanni. Poi nel 2019 gli fu data carta bianca per le volate e vinse nove corse. Okay, si può dire che non erano corse di altissimo livello, e cavolate simili, perché vincere non è mai facile, ma furono pur sempre nove corse. Non una o due.

Quindi non ti stupisce…

Che Laporte vinca delle corse lo trovo normale, che vinca delle corse importanti fa piacere. Ha l’età giusta, la maturazione fisica e mentale. Poi sono più contento se vince un Cofidis! Ma in alternativa fa piacere che vinca lui, che oltre ad essere un bravo atleta è anche una brava persona.

Laporte da apripista a “carnefice” di Bouhanni, fu poi un jolly per Viviani
Christophe Laporte vince la prima tappa all’Etoile de Besseges 2021 davanti a Nacer Bouhanni
Dopo la Gand-Wevelegem un giornalista ha chiesto a Laporte se non avesse perso del tempo in Cofidis. Lui ha risposto di no e che è stata un’esperienza molto importante. Cosa ne pensi?

Ho sentito qualcosa di simile anche da parte di alcuni tecnici. Che dire: è facile prendere un corridore dalla Cofidis e poi mandarlo forte. E’ vero. Ed è vero perché con noi creano un’ottima base. Lavorano bene. Noi rispettiamo, forse a volte anche più del dovuto, i nostri corridori, il loro processo di crescita, abbiamo modi sin troppo gentili e ci schieriamo dalla parte dell’atleta, ma come si dice in medicina “ante non nuocere” e mai esageriamo con i carichi di lavoro. In Jumbo-Visma hanno approfittato di questo lavoro, della maturazione della persona e ora lo mettono in evidenza. Se un giornalista pensa che Laporte da noi abbia perso tempo, pensate il tempo che ha perso quel giornalista a fare il suo mestiere…

Heijboer, capo della performance della Jumbo-Visma, ci ha detto che non solo si ritrovato un super corridore, cosa che in parte lo aveva sorpreso, ma anche un leader. Anche in Cofidis era un leader oppure il “fiore doveva germogliare”?

Diciamo che spesso lo è stato. Quello che ho notato io è che è stato molto professionale, super corretto. Era stato preso per tirare, anche quando era meno giovane lo ha fatto mettendosi al servizio di Viviani. Christophe capì bene l’investimento che fu Elia per la Cofidis e non battè ciglio. Neanche durante un Tour de France. Lui, francese, eseguì gli ordini di squadra alla lettera. E anche per questo oggi mi fa piacere vederlo vincere.

Ci sta. Parole non banali…

Semmai fu un leader silenzioso. E comunque chi vince nove corse in un anno un leader lo diventa. Solo che nonostante quei successi si mise sempre a disposizione della squadra.

Per Damiani, Laporte (classe 1992) potrà essere protagonista già alla prossima Roubaix, nonostante i presumibili ordini di scuderia
Per Damiani, Laporte (classe 1992) potrà essere protagonista già alla prossima Roubaix, nonostante i presumibili ordini di scuderia
Guardiamo avanti: ha ancora dei margini secondo te?

Beh, adesso è ad un livello alto… molto alto. In queste gare del Nord può fare molto e può essere protagonista. E io credo che potrà essere in primo piano anche alla Parigi-Roubaix, pur stando in quella squadra con Van Aert. Ricordo che arrivò sesto con noi in una Roubaix.

C’è qualcosa che ti ha colpito di questo atleta? Qualcosa che ricordi in modo particolare?

Come ho accennato: la sua correttezza, specie nei confronti di Viviani. E poi un suo cambiamento.

Quale?

Pochi giorni fa ho letto che gli pesa non poco il fatto di stare via da casa. E in effetti ricordo che dopo il Covid forzammo un po’ la mano per portarlo in altura. Faceva fatica a stare fuori anche un solo giorno in più. Adesso invece lo sento parlare di ritiri, di tre settimane di altura… Questa evoluzione fa parte della maturazione di una persona. Quando dico che a volte imporsi alla lunga paga e che siamo buoni! Capisco bene il sacrificio di stare lontano da casa, di lasciare i figli piccoli, ma i sacrifici danno i loro frutti. Christophe lo ha capito. Fare l’altura non è una moda.

Sette italiani al via, gli altri dove sono? Sentiamo Zanini

02.04.2023
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Affini. Ballerini. Trentin. Pasqualon. Fedeli. Parisini. Puppio. Gli italiani al Fiandre starebbero quasi in una sola ammiraglia. Non si tratta di piangersi addosso, ma di rilevare il dato. Era atteso Bettiol, vincitore nel 2019, ma è tornato a casa con la febbre. E così, tolti i primi tre chiamati a fare i gregari per Van Aert, Alaphilippe e Pogacar, gli altri faranno la loro esperienza (in realtà qualche speranza su Ballerini e Pasqualon liberi da compiti di gregariato ce la teniamo timidamente per noi).

La fantasquadra di Zanini

E’ mai possibile, ci siamo chiesti ieri pomeriggio a margine della riunione dei direttori sportivi, che non ci siano a casa nostra corridori all’altezza di questa corsa? E allora, un po’ giocando e un po’ non potendo che aggrapparci alle ipotesi, abbiamo chiesto una mano a Zanini, diesse dell’Astana Qazaqstan Team, secondo nel 1998 alle spalle del suo compagno di squadra Museeuw che in suo onore ha battezzato il figlio Stefano. Con quali corridori italiani costruiresti una squadra italiana per il Fiandre? Zazà ci ha prima guardati come fossimo matti, poi si è prestato al gioco, partendo da un talento come Moscon che da quando è all’Astana non ha mai avuto i pianeti allineati. Dopo essere guarito dall’infezione batterica, ecco la frattura al Tour Down Under.

«Gianni lo metterei – dice – per quello che ha fatto vedere alla Roubiax di tre anni fa. Parlando di italiani, è ovvio che lo metto. Come pure metterei Affini. Nella mia squadra vorrei che fossero tutti in grado di fare la corsa, poi vediamo quello viene fuori».

Moscon ha lanciato bei lampi di classe alla Roubaix, ma quest’anno niente pavé: Amstel e Ardenne
Moscon ha lanciato bei lampi di classe alla Roubaix, ma quest’anno niente pavé: Amstel e Ardenne
Avresti un capitano?

Ballerini, a lui darei carta bianca. Mi è dispiaciuto tantissimo che sia andato via, anche se è un canturino. Fra Cantù e Varese, lui lo sa benissimo, non corre buon sangue, però io e lui andiamo d’accordo (ride, ndr). Davide è uno su cui si potrebbe fare la corsa. Ha vinto l’Het Nieuwsblad, che qua è un campionato del mondo e ci tengono tantissimo. Perciò, Ballerini leader, e poi nella mia squadra italiana, ci metterei anche un Mozzato. Perché è sempre là davanti, anche se pure lui è abbastanza sfigato perché rompe la bici, oppure cade, però lo prenderei assolutamente.

Ganna lo prenderesti?

Oggetto misterioso, come fai a dire di no? Lo vorrei assolutamente, però lo farei correre di più. Il fatto che non faccia il Fiandre non mi convince tanto. Per come la vedo io, devi correre qua, non fare una sola corsa, soprattutto noi italiani che siamo su queste strade un mese all’anno… Devi venire dalla prima, poi magari ne salti una per recuperare, ti gestisci bene. Però devi correre qua, non c’è storia e non c’è VeloViewer che tenga. Devi memorizzare il campanile, la casa bianca, la curva…. Tutte queste cose qua, devi farti la tua esperienza. VeloViewer ti aiuta in determinate condizioni come il vento, è un aiuto in più. Ma io, da parte mia, non è che gli dico tutto alla radio. Anche perché sennò non sono neanche più concentrati, perché aspettano solo quello che gli dici tu. Così parlo solo per l’indispensabile.

Pasqualon e Milan?

Subito, li prenderei subito. Sono ottimi corridori che in queste corse vengono fuori, perché sono percorsi che gli piacciono e questa è la cosa fondamentale. Il Belgio lo devi amare, sennò non riesci. Se non ti piace, non venire neanche perché è troppo particolare.

Milan non ha finito la Gand per una caduta e rientra alla Roubaix
Milan non ha finito la Gand per una caduta e rientra alla Roubaix
E Covi, che è quasi delle tue parti?

Anche lui ci starebbe benissimo. L’ho visto l’anno scorso, forse alla sua prima esperienza in Belgio, e mi era piaciuto subito. Era andato in fuga, il modo migliore per conoscere le strade, e aveva fatto comunque un buon risultato.

Tu hai corso nella Mapei, squadrone di tanti grandi corridori. Come si fa a venir fuori se hai il compito di tirare?

Come si fa? Vai in fuga, speri che vada bene e vinci. Devi fare in modo di farti notare. Queste sono gare particolari e magari, se qualcuno ha sfortuna e tu stai bene, riesci a ritagliarti il tuo spazio a crescere di grado. Però non è neanche bello fare il furbo, dire che non tiri così poi arrivi in fondo e te la giochi. Non appartiene al mio modo di fare, perciò non lo dico neanche. Il consiglio è di fare il tuo lavoro e poi sicuramente arriverà l’occasione.

Da cosa dipende che si fa tanta fatica a venir fuori in corse come questa?

Si dice sempre che manca una squadra WorldTour, ma secondo me i corridori per fare le squadre ce li potremmo anche avere, perché in un team devi avere anche dei corridori a livello internazionale, non solo italiani. Il problema in Italia è che fra un po’ non avremo neanche più i giovani da far crescere. Questo è il grande problema. In provincia di Varese sono veramente pochi e continuano a calare. Da giovanissimi ce ne sono abbastanza, però da esordienti e allievi si perdono. E’ questo il problema, bisogna intervenire lì, non su una squadra WorldTour.

Lo scorso anno sul pavé del Brabante, Covi si è messo alla prova
Lo scorso anno sul pavé del Brabante, Covi si è messo alla prova
E come lo risolvi?

Cercando di portare i ragazzi al ciclismo. Magari non subito sulla strada, perché capisco benissimo che anche per i genitori non sia una cosa facile, però ci sono la mountain bike e la BMX. Si può cominciare da quelle e poi andare anche sulla strada. Abbiamo campioni della strada che hanno fatto mountain bike, secondo me si può cominciare anche così.

Quando correvi con Reverberi, venivi mai a correre qui?

Nell’ultimo anno che ho fatto con loro, era il 1994, siamo venuti su. Oggi temo che le nostre professional facciano fatica a partecipare, anche se io anticiperei tutto. Ci verrei anche con gli juniores. Sai mai che cominciando presto le cose non migliorino?

L’ultima “Ronde” di Peter Sagan, un uomo in pace

02.04.2023
9 min
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Peter è sereno, si potrebbe dire che sia felice. Di lui abbiamo parlato con Elisabetta Borgia per capire cosa possa animare un atleta che ha già deciso di smettere. Lo incontriamo a Kortrijk nel pomeriggio di vigilia del Fiandre (ieri) per capire che cosa nel ciclismo gli faccia ancora battere il cuore. Lo slovacco è uno di quelli condannati a vincere, ma è pur vero che da un paio di stagioni si è allontanato dalle posizioni che contano. Le ragioni sono da capire. Si parla degli effetti deleteri del Covid, come pure del volo di 8 metri al Tour del 2018, dell’eccessiva disponibilità con gli sponsor fino ai rilevanti cambiamenti nella vita privata.

Resta il fatto che se ti chiami Peter Sagan e hai vinto tre mondiali, il Fiandre, la Roubaix, tre Gand, 12 tappe al Tour e sette maglie verdi, piazzandoti per 500 volte nei primi 10, hai diritto di esistere solo se continui a vincere. Altrimenti ti dicono che fai meglio a smettere e lo dicono con sprezzo.

Abbiamo incontrato Peter nel pomeriggio di ieri, alla vigilia del suo ultimo Fiandre
Abbiamo incontrato Peter nel pomeriggio di ieri, alla vigilia del suo ultimo Fiandre

Tredici anni di carriera

Fuori piove, per la corsa dicono che ci sarà il sole. Lo abbiamo visto crescere e quando gli mostriamo la prima foto del 2010, anche lui è costretto ad ammettere che questi 13 anni hanno scavato sul volto e nell’anima. Poi iniziamo a parlare.

«La prima volta che ho fatto il Fiandre – ricorda – mi sono ritirato, la seconda si è rotto il telaio. Volevo fare bene, ma ho dovuto aspettare tanto per la macchina. Nel 2016 l’ho vinto e secondo me facevo bene anche l’anno dopo, ma mi hanno fatto cadere sul Qwaremont. Il Fiandre è Monumento, come Sanremo e Roubaix. Sono le corse più grandi, con più storia, quelli dove tutti vogliono fare bene».

E’ il 2010, un giovanissimo Sagan sbarca al Tour Down Under: debutta così tra i pro’
E’ il 2010, un giovanissimo Sagan sbarca al Tour Down Under: debutta così tra i pro’
Sono anche le corse che preferisci?

No, le corse che piacciono a me sono più piccole. San Juan. Tour Down Under. Tour of California. Belle gare, divertenti, con buon tempo. Nei monumenti non c’è tanto da divertirsi. Va bene, anche il Tour de France è una grande gara, però con una pressione enorme. C’è grande aspettativa da parte di tutte le squadre e alla fine per il corridore diventa una gara brutta, perché dominata dallo stress.

Quindi il percorso e la storia c’entrano poco?

Non sono questi fattori a farti dire se una gara è bella o brutta, ma lo stress. Tutte le gare importanti hanno smesso di essere belle per i corridori proprio per questo. E’ chiaro che tutti si impegnano e uno alla fine vince, ma non è facile convivere con certe tensioni. Per me con gli anni è diventato più facile.

Dopo il ritiro del 2011, Sagan torna al Fiandre nel 2012 e arriva quinto
Dopo il ritiro del 2011, Sagan torna al Fiandre nel 2012 e arriva quinto
In che senso?

Ormai ho l’esperienza per dire che il fatto di stressarsi più o meno non cambia il risultato. Il Fiandre di domani (oggi, ndr) sarà una gara come tutte le altre. E’ importante e l’ho già fatto tante volte, spero davvero che non piova.

Come ci sei arrivato?

Con la tosse (ride e poi tossisce, ndr). Voglio fare bene, ma non voglio stressarmi per qualcosa che non posso cambiare. E’ il mio ultimo anno e voglio godermelo piuttosto che viverlo male. Vediamo cosa sarò in grado di fare. Tutti sappiamo che è difficile limare e gestire i problemi che ci saranno, perché in una corsa di 260 chilometri può succedere di tutto e ci sarà da lottare. Mi aspetto una guerra, come la Roubaix.

Il rapporto con Cancellara inizialmente è teso e di sfida: lo svizzero nel 2013 ribadisce chi comanda
Il rapporto con Cancellara inizialmente è teso e di sfida: lo svizzero nel 2013 ribadisce chi comanda
Parlano tutti di Van der Poel, Van Aert e Pogacar, ti dispiace che non si faccia più il tuo nome?

No, vabbè… Adesso è il loro momento, si godano pure la pressione. Io l’ho già gestita abbastanza.

Si parla dei disagi creati dal lockdown nei corridori di trent’anni: pensi di averlo pagato anche tu?

Di sicuro non è stato piacevole, ma non lo è stato per nessuno. E’ stato un momento difficile, nel quale è avvenuto un passaggio nel ciclismo che a me non è piaciuto. Non voglio mettermi a fare paragoni adesso che ho 33 anni, perché quando sono arrivato io, altri avranno pensato le stesse cose. Io non sentivo un cambiamento, mentre loro magari lo hanno sofferto. Però è sicuro, dopo 13 anni da professionista, vedo delle differenze.

Qual è la differenza più grande che vedi?

Non voglio fare il professore, però di sicuro la tecnologia nelle corse ha cambiato tanto. Fino a poco tempo fa, facevamo le riunioni prima della gara con una mappa e con un pennarello si segnavano i 4-5 punti da ricordare. La grande differenza l’ha fatta VeloViewer. Adesso ogni direttore sportivo può usare lo zoom e vedere dove sono i corridori, capire il vento e i punti pericolosi o stretti.

Quindi?

Quindi se fino a 8-9 anni fa ci dicevano che stava per iniziare la salita oppure che dopo 5 chilometri avremmo trovato una curva pericolosa in cui stare davanti, adesso parlano ogni 100 metri. Puoi anche non dargli peso, ma ci sono i più giovani che non capiscono niente, non conoscono le strade e sono alle prime gare in Belgio, che hanno grinta e lottano tutto il giorno per la posizione. Anche se poi restano senza gambe. Prima non c’era questo stress.

Una volta si ragionava sul togliere le radio…

Oggi la radio è solo lo strumento per utilizzare tutta la tecnologia che hanno in macchina e fare pressione sui corridori. Parlano tanto, ma dicono cose che a volte non servono e fanno solo casino. La strada resta sempre larga tre metri e non c’è posto per 200 corridori tutti davanti. Prima tirava una squadra, due al massimo e gli altri avevano rispetto e si mettevano dietro. Adesso vedi 8-9 squadre in testa e stare in gruppo diventa uno stress. Sarebbe bello che ogni corridore studiasse il percorso senza affidarsi solo alle radioline.

Ti condiziona in corsa?

Se qualcuno ti dice sempre che devi stare avanti, come fai a stare concentrato? A volte sto prendendo la posizione e mi sto concentrando, quando cominciano a parlarti in radio. Alla fine non ascolto neanche, ma intanto la concentrazione è stata interrotta. Non voglio venire qua a giudicare, voglio godermi l’ultimo anno e amen. Tocca ai giovani semmai lamentarsi.

Il fatto di non volerti stressare non ti limita?

Prima non ero così tranquillo. Ho raccontato a un fisioterapista che ogni tanto faccio yoga. Lui mi ha chiesto che cosa significhi e io gli ho spiegato che lo yoga serve per trovare la pace dentro di sé. E lui mi ha detto che per un atleta non va bene, perché l’atleta deve combattere e, se non trova la rabbia, non riesce a farlo. Adesso non sto facendo yoga (ride, ndr), però guardo la situazione da un angolo diverso. Perché devo rischiare di morire? Alla fine correre in bici è pericoloso, ma io ho anche altri obiettivi nella vita.

Avresti voluto chiudere anche prima?

Ho avuto il pensiero. La mia carriera non è stata sempre ogni anno rose e fiori, sono passato anche per momenti difficili, infortuni o momenti che non andavo più. Cercavo di capire dove sbagliassi, ma nel 2014 volevo già ritirarmi. Dopo ho risolto un po’ di problemi e da quel momento c’è stato il cambio della mia carriera. I miei migliori anni ancora sono arrivati allora. Ma non credo che possano arrivarne altri se continuo fino a 36-37 anni.

Perché?

E’ molto difficile stare in questo mondo, perché più sei vecchio e più cose devi fare. Trovare la condizione è sempre più difficile. E se arriva un giovanotto che segue il suo allenatore alla lettera, cui non pesa fare la dieta e andare in palestra di mattina e in bici pomeriggio, avrà un vantaggio. Non voglio dire che a me pesa, perché è il mio lavoro, ma io ho un figlio e preferisco passare del tempo con lui che essere tutto il giorno a tutta.

Nel 2019, primo anno dal 2016, Peter corre senza iride e chiude 11°. Il Covid è alle porte
Nel 2019, primo anno dal 2016, Peter corre senza iride e chiude 11°. Il Covid è alle porte
Alla fine si sta semplicemente chiudendo la parentesi di Sagan corridore…

Vero, ma solo perché voglio che si chiuda. E’ difficile restare in gruppo senza un motivo. Potrei andare ad aiutare un giovane con la mia esperienza, rimanere nel ciclismo solo per stare in gruppo, ma non è nel mio carattere. Ho sempre voluto essere leader e vincere le gare, non rimango in bici solo per stare in gruppo e finire le gare. E’ meglio continuare con un’altra strada e che ti dà la motivazione, no?

Elisabetta Borgia dice che senza un obiettivo non si riesce a tirar fuori molto.

Il mio obiettivo è fare bene e poi qualcosa arriva. Non verrei alle classiche se non avessi fatto allenamenti e sacrifici. Poi c’è il Tour e lì devi arrivare preparato. Subito dopo ci sono i mondiali, che possono essere la mia ultima occasione. E subito dopo ci sono i mondiali di mountain bike, che diventano la mia priorità per qualificarmi per le Olimpiadi.

L’addetto stampa Gabriele Uboldi è parte fissa del Team Peter, come il massaggiatore Marosz, il diesse Valach e il procuratore Lombardi
L’addetto stampa Gabriele Uboldi è parte fissa del Team Peter, come il massaggiatore Marosz, il diesse Valach e il procuratore Lombardi
Poi sarà tempo di vacanze?

Vediamo. Sono via da casa dall’inizio dell’anno. Abbiamo fatto l’Argentina, ma sono tornato dopo un mese e mezzo perché sono andato in ritiro con la squadra in Colombia. Al rientro subito Het Nieuwsblad e poi Strade Bianche, Tirreno e Sanremo. Poi di nuovo in Belgio, tornando a casa per un paio di giorni. Sacrifici se ne fanno ancora e io sto vivendo così da 14 anni. Non ho una mia vita privata, così per continuare mi serve un obiettivo che è la qualificazione olimpica.

Si dice che da grandi conviene correre di più, piuttosto che fare tanti ritiri…

Dieci anni fa dicevano che quando sei più vecchio, è meglio allenarsi di più e correre di meno, quindi chi ha ragione? Prima si diceva che l’età migliore arrivava fra 27 e 32 anni, poi arrivano Pogacar e Bernal e vincono la corsa più importante del mondo a 21 anni. Nel nuoto hanno vietato i costumi che galleggiano e scivolano meglio, ma continuano a battere tutti i record. Presto o tardi arriverà chi batterà i tempi di Usain Bolt. Nel ciclismo lo stesso. E’ cambiata la generazione. Prima vincevano il Tour de France a 29-30 anni, adesso a 30 sei vecchio. Da dove nasce questa differenza? Io non lo so.

Van der Poel-Van Aert, esplode la guerra dei nervi

01.04.2023
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Pogacar ha detto la sua, ma resta il fatto che per il Giro delle Fiandre di domani lo sloveno sia l’outsider di lusso che da queste parti, come pure alla Sanremo, ha acceso già la miccia e poi ha dovuto piegarsi alla reazione di altri più furbi o semplicemente più esperti. E anche se questa volta Tadej sembra armato al punto giusto, gli altri due – Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert – non hanno intenzione di venir meno alle attese, sia pure con psicologie diverse e diversi punti di partenza.

Alla E3 Saxo Classic, Van der Poel ha fatto la corsa, Van Aert ha inseguito
Alla E3 Saxo Classic, Van der Poel ha fatto la corsa, Van Aert ha inseguito

Van der Poel, la cicala

Van der Poel ha cucita addosso la fiducia di uno che il Fiandre lo ha già vinto per due volte. Una contro Van Aert nel 2020 e una contro Pogacar nel 2022 (anche se al secondo posto lo scorso anno si piazzò Van Baarle). Conquistando il terzo, raggiungerebbe Boonen e Cancellara. Con la Sanremo ha dimostrato di saper vincere anche non essendo al top, ma sui Muri questo difficilmente accadrà. L’olandese ha raccontato di aver lavorato sodo in Spagna negli ultimi giorni.

«Conosco bene il percorso del Fiandre – ha detto venerdì – e la settimana scorsa con la E3 Saxo Classic l’ho in parte ripassato. Poi ho preferito volare verso la costa spagnola per finalizzare la mia preparazione con ottime condizioni meteorologiche. Mi sono anche accorto che correndo tutte le corse fino al Fiandre, arrivavo in calando alla Roubaix: una cosa che quest’anno vorrei evitare.

«L’anno scorso a causa dei problemi alla schiena, ho trovato una grande condizione per il giorno della gara, ma è durata davvero poco. Questa volta sto bene. Per cui nel giorno della Gand ho fatto l’ultimo allenamento davvero impegnativo, poi ho pensato a recuperare e mantenere la freschezza».

Van der Poel sa che nell’ultimo scontro, in salita è stato forte come Pogacar, mentre Van Aert ha ceduto
Van der Poel sa che nell’ultimo scontro, in salita è stato forte come Pogacar, mentre Van Aert ha ceduto

«Ad Harelbeke penso di essere andato fortissimo – prosegue – e avrei preferito vincere. Wout è stato solo un po’ più forte in volata, ma in salita mi sono sentito decisamente tra i migliori ed è quello che conta, anche se non puoi paragonare la E3 con il Fiandre, che è comunque molto più lunga. Allo stesso modo non voglio pensare che sarà solo una battaglia a tre. La gara è imprevedibile, qualcuno potrebbe anticipare e magari potrebbe esserci qualcuno che si è nascosto preparando soltanto il Fiandre.

«In ogni caso, parlando dei due, Tadej proverà ad arrivare da solo, mentre Wout diventerà pericoloso in caso di sprint. Nelle ultime tre edizioni siamo arrivati al traguardo in compagnia, per cui arrivare da soli sarebbe qualcosa di particolare, ma non è scontato. Il tratto dal Paterberg all’arrivo non è paragonabile al finale della Milano-Sanremo. Mi basterebbe riuscire a lottare per la terza vittoria».

La vittoria su VdP alla E3 Saxo Classic potrebbe aver segnato una svolta psicologica per Van Aert
La vittoria su VdP alla E3 Saxo Classic potrebbe aver segnato una svolta psicologica per Van Aert

Van Aert, la formica

Vincendo e gridando forte sul traguardo di Harelbeke che lui non deve niente a nessuno, Wout Van Aert arriva al Fiandre con uno stato d’animo da decifrare. La vittoria della E3 Saxo Classic dà morale, ma resta in testa il fatto che all’ultimo passaggio sul Qwaremont si è staccato e solo lui e la sua caparbietà potevano a quel punto tenere duro, rientrare e vincere. La rivalità con Van der Poel pesa e anche il giudizio della stampa belga e di campioni come Merckx e Boonen è insolitamente freddo nei confronti di un simile campione.

«Non ho la stessa cultura delle gare fiamminghe dei corridori di un tempo – ammette Van Aert – quando ero bambino non andavo sul ciglio della strada a vedere il Fiandre. Non ho mai avuto un idolo in particolare, mi piaceva Boonen, ma soprattutto mi piaceva seguire la sua rivalità con Fabian Cancellara. Però so anche io che non aver ancora vinto un Fiandre è un deficit enorme. Sono un fiammingo, un giorno dovrò avere la Ronde nel mio palmares. Finché non lo avrò vinto, rimarrà l’obiettivo principale della mia carriera. Senza questa vittoria, non mi sentirò mai veramente un vero corridore da classiche.

«Non guardo mai i commenti che mi riguardano – spiega Wout che è seguito stabilmente da un mental coach – i miei genitori a volte me li portano, ma evito di stare dietro a queste cose. Però non crediate che io sia distaccato, anch’io sono stressato prima delle gare. Cerco solo di non darlo mai a vedere perché sarebbe già un segno di debolezza rispetto ai miei avversari.

Staccato sull’Oude Kwaremont, Van Aert ha avuto il carattere di tenere duro, rientrare e vincere la volata
Staccato sull’Oude Kwaremont, Van Aert ha avuto il carattere di tenere duro, rientrare e vincere la volata

«La rivalità con Mathieu – chiude Van Aert – è un fatto importante della mia carriera, ma a volte penso che sia il modo per entrambi di andare oltre i nostri limiti. La sconfitta al Fiandre del 2020 non mi toglie certo il sonno, ma ovviamente è ancora presente nella mia memoria. Fra le sconfitte, è la più difficile da dimenticare. Il modo per andare avanti è ovviamente vincere il Fiandre. Farlo battendo Mathieu sarebbe ancora meglio».

Paladin è pronta. Per il Fiandre le sensazioni sono buone

01.04.2023
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Giovedì il volo per il Belgio, ieri la ricognizione, domani la gara. Soraya Paladin arriva al suo undicesimo Giro delle Fiandre sorretta da una buona condizione psico-fisica e con una formazione ben attrezzata che potrebbe essere l’ago della bilancia nell’economia della corsa.

La “Ronde” forse non è la gara preferita dalla 29enne di Cimadolmo, ma il bell’inizio dell’annata giustifica eventuali ambizioni personali e di squadra. Già, perché la sua Canyon-Sram parte con il ruolo di possibile sorpresa, ammesso che così si possa definire. All’orizzonte però ci sono altri appuntamenti che strizzano l’occhio alla trevigiana Paladin. Sentiamola.

Soraya Paladin si appresta a disputare il suo undicesimo Giro delle Fiandre. Miglior risultato il 12° posto nel 2019
Soraya Paladin si appresta a disputare il suo undicesimo Giro delle Fiandre. Miglior risultato il 12° posto nel 2019
Soraya, ultimi dettagli e poi sarà tempo di Giro delle Fiandre. Sei pronta?

Sì, certo. Abbiamo avuto tutte un buon avvicinamento. Per me è uno dei migliori inizi di stagione degli ultimi anni. Sono ottimista e le sensazioni sono soddisfacenti. A fine febbraio avevamo fatto una prima ricognizione del percorso dopo la Omloop Het Nieuwsblad. Gli ultimi cento chilometri fatti in maniera tranquilla proprio perché avevamo corso il giorno prima. Abbiamo testato alcuni materiali per il pavé e per capire se apportare modifiche. E poi abbiamo discusso della possibile tattica con Backstedt, il nostro nuovo diesse.

Uno che se ne intende di pietre del Nord…

Magnus è arrivato questo inverno ed è davvero molto bravo. E’ uno che in radio si fa sentire e ti tiene sempre in ritmo. Si vede che è stato un corridore. Anzi, si vede che è uno ha vinto quel tipo di gare. Ci ha dato un sacco di consigli. Ci ha detto dove correre, come prendere il pavè. Inoltre ha creato un bel clima in squadra. Non che non ci fosse prima, però adesso che io sono alla seconda stagione in Canyon-Sram noto che forse c’è un po’ più chiarezza.

Che squadra schiererete al via?

Partiamo con una formazione forte e molto equilibrata. L’intenzione è quella di arrivare alle fasi decisive con i numeri giusti. Kasia, Elise (rispettivamente Niewiadoma e Chabbey, ndr) ed io partiremo alla pari, con gli stessi gradi per fare la corsa. Andiamo tutte d’accordo. Ma abbiamo anche tre ragazze interessanti che sono particolarmente veloci, qualora dovessimo arrivare ad un sprint più o meno ristretto. Sono Bossuyt, Skalniak-Sojka e Van der Duin. Quest’ultima è stata un bell’acquisto, ci mancava una velocista come lei. In ogni caso penso che tutte noi possiamo fare bene. Cercheremo di fare gara dura. Poi vedremo come andrà e si lavorerà per quella che starà meglio domani.

Avresti voluto fare qualche gara in più prima del Fiandre?

No, a dire il vero. Personalmente non sono una che deve correre molto per trovare o mantenere la condizione. Quello è un lavoro che riesco a sviluppare bene anche a casa. Ho fatto due blocchi quasi identici. Ho corso la Strade Bianche e due settimane di allenamento. Poi Cittiglio e altre due settimane di allenamento. Per il Fiandre si parte tutte da zero. E poi è stato meglio vedere le ultime corse dal divano (sorride, ndr) perché adesso quando cadi ti fai male veramente. Meglio non avere preso rischi per non compromettere le Ardenne.

Sono quelle corse i tuoi veri obiettivi?

Sì, ma prima ci sarebbe anche la Roubaix. Ora sono riserva, ma la squadra vorrebbe farmela correre. E’ una gara che mi affascina tantissimo e che al tempo stesso mi fa un po’ paura perché lì le cadute si fanno sentire. Vedremo. Invece le classiche delle cotes sono più adatte a me. Nel trittico Amstel, Freccia e Liegi vorrei raccogliere dei risultati, specie nell’ultima che è quella a cui tengo di più. Ogni anno si alza sempre di più il livello e posso dire che i piazzamenti diventano quasi un contorno perché ormai, paradossalmente, contano più le sensazione e le prestazioni.

Cosa prevede poi il programma di Soraya Paladin?

Dovrei fare un altro periodo senza corse. Non dovrei correre la Vuelta, ma a metà maggio dovrei rientrare all’Itzulia Women (il Giro dei Paesi Baschi, ndr) e disputare la Vuelta a Burgos qualche giorno dopo. Poi decideremo cosa inserire nel mio calendario. Ad esempio, se verrà organizzato dovrei correre il Giro Donne, ma quella parte di programma la vedremo più avanti.

A Cittiglio Paladin (qui a ruota di Cavalli) ha disputato una buona prova ottenendo un bel quinto posto
A Cittiglio Paladin (qui a ruota di Cavalli) ha disputato una buona prova ottenendo un bel quinto posto
Al Trofeo Binda hai dimostrato di andare forte davanti al cittì Sangalli, proprio come l’anno scorso. Sappiamo che ti tiene sempre in considerazione. Ti ha detto qualcosa in particolare?

Il percorso di Cittiglio mi piace e sono contenta della mia prova, ma era difficile battere un’atleta come Balsamo in volata e sul quel tipo di arrivo. Ho parlato con Paolo e conosce i miei programmi. So che lui è sempre presente, sia alle gare sia telefonicamente. Non ci siamo detti nulla di particolare. Se io andrò forte tutto l’anno, soprattutto nelle gare prima degli appuntamenti con la nazionale, potrò pensare ad una convocazione per mondiale o europeo. Sono percorsi che mi si addicono e secondo me saranno salteranno fuori corse dure. Cercherò di farmi trovare in forma e guadagnarmi una chiamata.

Le scelte di Sagan per l’ultima sfida sui Muri

01.04.2023
4 min
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L’hotel della TotalEnergies si trova dieci minuti fuori dal paese di Kortrijk, lontano dalla folla e dallo stress del Giro delle Fiandre. Dalla strada si vede un mulino antico, costruito con mattoni bianchi, le sue pale di legno sono attente guardiane dell’ingresso. E’ venerdì pomeriggio, Peter Sagan è atterrato poche ore prima a Lille ed è appena arrivato in hotel, il tempo di qualche massaggio e poi la cena con i compagni di squadra.

L’attacco manubrio di Sagan è estremamente pronunciato, alla ricerca della massima posizione aerodinamica
L’attacco manubrio di Sagan è estremamente pronunciato, alla ricerca della massima posizione aerodinamica

L’ultimo Fiandre

Per il campione slovacco si tratta dell’ultimo giro sui muri delle Fiandre, che ha domato nel 2016 davanti a Cancellara e Vanmarcke. Come affronterà questa sua ultima danza sui muri? Quali saranno le scelte tecniche fatte dal tre volte campione del mondo? Saliamo sul camion dei meccanici e Jan Valach, diesse di riferimento di Peter, ci illustra le scelte tecniche sulla Specialized Tarmac dello slovacco, molto simile a quella già utilizzata alla Gand-Wevelgem (foto in apertura)

«Sagan – ci racconta – ha un fisico particolare, con un busto molto lungo e le gambe, invece, più corte. Infatti se guardate la sua bici ha una distanza sella manubrio sproporzionata rispetto a quella tra sella e movimento centrale. Anche l’attacco manubrio è pronunciato, per andare alla ricerca della massima aerodinamicità».

La scelta dei rapporti

Avevamo già parlato delle nuove scelte legate alla corona anteriore, il numero di denti aumenta, quasi in proporzione alle medie di gara sempre maggiori. Anche in una corsa dura come il Fiandre la tendenza è la stessa. 

«Davanti – riprende Valach – monterà il 54-39, nella prima parte completamente pianeggiante le velocità saranno già alte. Per quanto riguarda la moltiplica più piccola si è deciso di montare il 39 perché gli sforzi che bisogna fare sui muri sono brevi ed intensi. Scegliere il 36 sarebbe stato controproducente. Il pacco pignone del Dura Ace a undici velocità va dall’11 al 30, per un discorso di sviluppo metrico penso proprio che la più corta delle combinazioni usate sarà 39×27. Arrivare ad usare il 30 vorrebbe dire salire troppo agile, non riuscendo ad imprimere così la giusta forza sui pedali».

Ruote e tubeless

Uno dei dettagli che si notano anche ad occhio nudo sulla bici di Sagan è la scelta delle ruote: particolare. 

«Per la ruota anteriore – racconta il diesse – la scelta è andata verso un profilo da 50 millimetri, con una conformazione del profilo più piatta. Una caratteristica studiata per avere un miglior flusso d’aria ed una maggior efficienza aerodinamica. Al posteriore, invece, il profilo è da 55 millimetri ed il cerchio ha una forma più tonda. Questo perché la forza della pedalata viene scaricata tutta lì, serve quindi tanta rigidità per non perdere nemmeno un watt.

«La scelta dei copertoni – conclude – è andata verso dei tubeless con sezione da 28 millimetri. Per la pressione dovremo vedere a seconda del meteo, ma con gara asciutta dovremmo rimanere intorno ai 5,0 bar».

Il Belgio, cuore pulsante della bici in tutte le sue forme

01.04.2023
6 min
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Se in Belgio la bicicletta è una religione, è pur vero che dietro la parte più passionale di questo sport si cela un’industria che offre lavoro, opportunità e sviluppa tecnologia.

La stragrande maggioranza dei progetti prendono forma nella Bike Valley di Paal, dove ha sede la Belgian Cycling Factory e dove un pool di aziende di provenienze differenti investono e creano.

Le aziende della Bike Valley, che tocca anche il mondo hi-tech
Le aziende della Bike Valley, che tocca anche il mondo hi-tech

Ridley punta dell’iceberg

Belgian Cycling Factory, ovvero il gruppo belga che parla la lingua della bicicletta e trova nella bici il suo core business. Il marchio più conosciuto, all’interno di questa grande famiglia è rappresentato da Ridley, ma ci sono anche brand come Eddy Merckx e 4ZA, Corsa e RES, quest’ultimo dedicato alla mobilità e-bike e urbana. Ma ci sono anche BCF, azienda di abbigliamento tecnico e non in ultimo il Wind Tunnel Bike Valley (foto Wim Mostmans in apertura), ovvero l’unica galleria del vento “low speed” sviluppata in maniera specifica per la bicicletta.

Jochim Aerts è il CEO e proprietario di Belgian Cycling Factory
Jochim Aerts è il CEO e proprietario di Belgian Cycling Factory

La più grande azienda familiare del mondo della bici

Belgian Cycling Factory prende vita nel 1997 e nell’era post Covid trova uno dei momenti di maggiore espansione. Da 100 dipendenti, passa a circa 130 (ma è tutt’ora in crescita) alla fine del 2022 e mantiene il quartier generale proprio in Belgio a Paal.

I frame kit vengono prodotti in Asia, ma c’è un ritorno alla produzione europea, grazie all’apertura (non di proprietà) di una fabbrica in Portogallo. L’ingegnerizzazione e la verniciatura però sono fatte totalmente in Belgio, con un dislocamento in Moldavia per la verniciatura. La parola ad Jochim Aerts, che ne è il CEO e il proprietario.

Jochim Aerts, CEO e fondatore

«Nell’era post Covid – racconta ancora Jochim Aerts – la Bike Valley e con lei la Belgian Cycling Factory sono state sottoposte ad una grande fase di innovazione. Dalle strutture, fino ad arrivare ai concept tecnologici che riguardano tutta la produzione, fino ad arrivare alle nostre ambizioni. Ci siamo ampliati e oggi, grazie ai due moderni building e una superficie produttiva di 17.000 metri quadri, siamo strutturati in modo adeguato.

«Quello che vogliamo fare è proporci come una vera e propria alternativa ai brand americani di riferimento e anche il ritorno di una produzione europea conferma questo intento. E poi siamo un gruppo che viene gestito in toto da una famiglia. Non è facile, ma questo fattore diventa un vantaggio nel momento in cui è necessario prendere delle decisioni ed è fondamentale farlo in tempi molto stretti.

«Prima dell’epoca Covid uscivano dalla fabbrica tra le 20.000 e 25.000 biciclette all’anno. In questo momento siamo intorno alle 30.000, ma l’obiettivo è di arrivare a 60.000. Qui in Belgio ad oggi siamo in grado di montare da zero 50 biciclette ogni ora. Non è un traguardo impossibile – continua Aerts – e fa parte di un processo di rinnovamento che coinvolge tutta la Belgian Cycling Factory. Abbiamo le capacità di farlo e di crescere ancora».

Daan Teugels, responsabile della galleria del vento e del progetto aerodinamica
Daan Teugels, responsabile della galleria del vento e del progetto aerodinamica

La prima galleria del vento per la bici

«Il know-how sul quale possiamo contare oggi – prosegue Jochim Aerts – non è comune. Lo dimostra la capacità di vendita e di personalizzazione, grazie ad un verniciatura interna all’azienda, un reparto che è in grado di affrontare anche un processo di customizzazione sempre più richiesto dalla clientela. Lo dimostra la galleria del vento che abbiamo creato, il primo completamente focalizzato sulla bicicletta e utilizzato anche da brand esterni alla Belgian Cycling Factory e che arrivano da oltreoceano. Pensando alle aziende che qui cercano delle risposte a me piace sempre dire: quello che tu puoi fare a casa tua, noi qui lo possiamo fare meglio».