Tour 1995, quando la Motorola decise di continuare

24.06.2023
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«Quando ho sentito la notizia e il giorno dopo ho saputo che Mader era morto – mormora Andrea Peron – mi è sembrato di rivedere quel giorno. Vivo in Svizzera, l’ho visto in Svizzera ed ha avuto tanto risalto. C’è stata quasi la stessa dinamica, anche nel succedersi degli eventi dei giorni dopo. E’ stato come aver rivissuto quel Tour del 1995 in maglia Motorola…».

I compagni di Mader al team Bahrain Victorious hanno sfilato con il gruppo, ma il giorno dopo hanno lasciato il Giro di Svizzera
I compagni di Mader hanno sfilato con il gruppo, ma il giorno dopo hanno lasciato il Giro di Svizzera

La scelta di continuare

Oggi a Zurigo si svolgerà un evento commemorativo per Gino Mader, con i genitori al centro e il popolo delle due ruote che confluirà nel velodromo. La nostra memoria invece è andata a giorni che vivemmo in prima persona al Tour del 1995: quelli della caduta di Fabio Casartelli, della lenta sfilata del gruppo sul traguardo di Pau e della vittoria di Armstrong a Limoges con le dita al cielo. Non vogliamo rivangare il dolore, ma a pensarci bene nessuno ha raccontato ciò che avvenne nella Motorola quando si seppe che il loro compagno non ce l’aveva fatta. Come fu che decisero di andare avanti, mentre la Bahrain Victorious ha abbandonato il Giro di Svizzera? Perché decisero di proseguire? Come si vive in una squadra la perdita di un compagno?

«Eravamo all’Hotel Campanile – ricorda Peron – e ci ritrovammo sul prato lì fuori, davanti al laghetto. Jim Ochowitz, che era il team manager della Motorola, era venuto a chiederci cosa volessimo fare. Era la prima volta che succedeva una cosa del genere, fortunatamente non avevamo un precedente. Però conoscevamo tutti Fabio e la motivazione che aveva in quel Tour. Ci confrontammo a lungo e alla fine decidemmo di continuare, proprio per portare lui a Parigi. Perché comunque Fabio, sin da quando era partito dalla Normandia (il Tour del 1995 partì il primo luglio da Saint Brieuc, ndr), diceva sempre che voleva arrivare a Parigi».

Vi eravate preparati insieme, giusto?

Avevamo passato giugno allenandoci a Livigno e continuavamo a parlare di questo Tour e di quanto sarebbe stato bello arrivare a Parigi. E alla fine, decidemmo di continuare proprio per rispetto del nostro amico, altrimenti ci saremmo fermati. Siamo arrivati in fondo e la bici di Fabio ha sempre viaggiato sul tetto dell’ammiraglia fino all’ultimo traguardo. Per noi fu quello il modo migliore per concludere il Tour. Fu una decisione soggettiva del team, evidentemente al Team Bahrain hanno ponderato una scelta diversa, con altre motivazioni che meritano il massimo rispetto.

Credi che se l’incidente di Fabio non fosse avvenuto al Tour, ma in qualsiasi altra corsa, avreste continuato ugualmente?

Probabilmente no.

La sera sul lago ci fu qualcuno che non voleva andare avanti?

Eravamo tutti abbastanza uniti, non ci fu una votazione, fu piuttosto una terapia. Avevamo bisogno di stare tra di noi in modo più intimo. Tutti ci cercavano, tutti ci chiedevano, tutti volevano sapere, tutti volevano esserci vicino, invece quel momento fu solo per noi. Ci siamo confrontati, ci siamo parlati, ma alla fine tutti fummo concordi sul continuare. Fabio aveva un’energia e un entusiasmo contagiosi. Era sempre divertente, sempre motivato, sempre ottimista su tutto. Ce lo trasmetteva e quindi sapevamo che lui sarebbe voluto arrivare a Parigi. 

Hai parlato dell’intervento di Ochowitz, cosa venne a dirvi?

Jim era distrutto, come tutti, ma forse lui si sentiva addosso la responsabilità. Magari non dell’incidente, ma sicuramente del fatto di aver selezionato Fabio per il Tour. Ha sempre avuto un grande cuore e con Fabio aveva legato molto, visto che viveva anche lui a Como. Eravamo tutti più o meno nella stessa zona, eravamo quasi una famiglia.

Quando hai saputo che Fabio era morto?

In maniera chiara, all’arrivo. Però salendo sull’ultima salita ricordo che c’era un’atmosfera strana, quando passavamo noi della Motorola, la gente applaudiva in modo strano. Ricordo Darcy Kiefel, una fotografa americana, che sul Tourmalet mi fece una foto e intanto piangeva. E io pensai: perché sta piangendo? Poi, piano piano, ho realizzato tutto. Le radio non c’erano ancora. Della caduta e che fosse brutta l’avevamo saputo subito. In gruppo c’era ancora tantissima bagarre e mentre da dietro iniziavano a rientrare quelli che erano rimasti coinvolti, andai a chiedere all’ammiraglia se dovessimo aspettare Fabio, ma mi dissero che lo avevano portato in ospedale. Poi parlai con Perini, non ricordo se fosse caduto anche lui o avesse visto, e mi parve sconvolto. Continuammo la tappa, quasi tutti staccati, fino a Cauterets.

Al via della settima tappa del Giro di Svizzera è stata lanciata una colomba bianca, per salutare Gino Mader
Al via della settima tappa del Giro di Svizzera è stata lanciata una colomba bianca, per salutare Gino Mader
Il giorno dopo il gruppo pedalò a passo d’uomo fino a Pau: una processione lentissima, dopo la quale Bjarne Riis disse che avrebbe avuto più senso annullare la tappa, che farsi del male a quel modo…

Fu una giornata molto pesante, in un certo senso capisco Bjarne perché veramente era una tappa lunghissima con un sacco di salite. Fu pesante per tutti, anche perché eravamo svuotati. Già c’era la fatica di due settimane di Tour, ma soprattutto portavamo un macigno dentro e non avevamo l’adrenalina della gara. Se devo dirvi, di quel giorno non mi ricordo niente, se non l’arrivo a Pau e questa sfilata interminabile sui Pirenei a passo d’uomo, con tutto il gruppo che veniva a chiederci. Non mi ricordo che salite abbiamo fatto, dove siamo passati, niente…

Cosa ricordi della vittoria di Armstrong a Limoges?

Lance era motivatissimo per fare qualcosa che ricordasse Fabio. E lui quando era così, tirava fuori un’energia non comune. Fu una vittoria per Fabio, la sera non festeggiammo. Cercammo di mantenere un comportamento di rispetto, ma abbastanza leggero. Ci vuole tanta forza per continuare in quello stato. Quando ti succedono queste cose, trovare l’energia per andare avanti e fare delle tappe del Tour de France è pesantissimo. La tappa di Pau la facemmo a passo d’uomo, però poi la gara continuò, con tutte le difficoltà di un Tour de France.

Andrea Peron, casse 1971, è stato pro’ dal 1993 al 2006 (alla Motorola nel 1995 e 1996). Oggi lavora in Karpos, azienda del gruppo Valcismon
Andrea Peron, casse 1971, è stato pro’ dal 1993 al 2006. Oggi lavora in Karpos, azienda del gruppo Valcismon
Con la stessa testa?

Fummo costretti a reagire, ma almeno per me non c’era più il senso di cercare la vittoria, la prestazione, il risultato. C’era solo arrivare in fondo e portare Fabio a Parigi. La vera lotta fu non farci risucchiare dalle emozioni negative e dalla negatività di quanto era accaduto, altrimenti sarebbe stato impossibile andare avanti.

Tu eri compagno di stanza di Fabio in quel Tour?

Quando quella sera entrai in camera, ricordo benissimo che c’era la sua valigia aperta sul letto, perché l’avevano aperta, penso per cercare i documenti. C’era la valigia aperta, ma Fabio non c’era più. Fu una cosa pesante.

Patron del Tour in quegli anni era Jean Marie Leblanc, che assecondò in toto il volere della Motorola
Patron del Tour in quegli anni era Jean Marie Leblanc, che assecondò in toto il volere della Motorola
In questi giorni si è parlato di sicurezza delle corse.

Non credo che allora, come oggi, ci sia stata la colpa di qualcuno dal punto di vista delle protezioni. Gino Mader e Fabio prima di lui sono mancati facendo quello che amavano. Ogni ciclista si assume una parte di rischio come chi corre in moto, come è successo a Simoncelli e come ad esempio agli sciatori. Mi ricordo la morte di Ulrike Maier nel 1994, che conoscevo. Andò a sbattere su un paletto e morì. Penso agli alpinisti che muoiono in montagna. Quello che invece mi fa più rabbia sono le morti che si possono evitare.

Di cosa parli?

Penso al povero Davide Rebellin, che viene a ucciso perché un camionista gli passa sopra e non si accorge di lui. Oppure tutti i morti che ci sono quasi settimanalmente, tirati sotto da autisti distratti. Questo mi fa più rabbia, perché per loro si potrebbe fare qualcosa. La morte è sempre uguale, ma quelle morti lì non devono più succedere.

Balsamo chiude nel cassetto il suo anno tricolore

24.06.2023
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Come pure Zana fra gli uomini, neppure Elisa Balsamo potrà difendere la maglia tricolore. La caduta alla Ride London Classique l’ha tagliata fuori dai giochi da un mese esatto e se lo scafoide rotto è stato un imprevisto relativamente facile da gestire, la frattura della mandibola impone ancora un recupero impegnativo.

Così per farle compagnia, allo stesso modo in cui l’avevamo cercata al momento di rimettere in palio la maglia iridata conquistata a Leuven, questa volta ci siamo fatti raccontare che cosa ha rappresentato vivere quest’ultimo anno con la bandiera italiana sulle spalle. La statistica parla di cinque vittorie individuali e una cronometro a squadre, più svariati piazzamenti alle spalle della solita Wiebes.

Quando Elisa rientrerà alle gare non avrà più la maglia tricolore e anche la squadra sarà vestita con i nuovi colori della Lidl-Trek, che saranno svelati a Bilbao alla vigilia del Tour de France.

Da domenica mattina, la maglia tricolore sarà nuovamente in palio, ma Balsamo non potrà difenderla
Da domenica mattina, la maglia tricolore sarà nuovamente in palio, ma Balsamo non potrà difenderla
Avevi già messo via la maglia iridata, cosa si prova nel riporre quella tricolore?

Un po’ fa effetto, perché è stata una bellissima maglia da indossare. Ne andavo particolarmente orgogliosa, perché rappresenta proprio il nostro Paese. La mia squadra ha messo il tricolore su tutta la maglia, non su una piccola porzione e questo ha fatto di me la rappresentante dell’Italia. L’ho trovato molto bello.

Zana ha parlato della grande visibilità che viene dalla maglia tricolore.

E’ quello che stavamo dicendo. Col fatto che la mia divisa era completamente tricolore, ero molto riconoscibile. Devo dire che i tifosi amano quasi tutti l’Italia, quindi ho sempre ricevuto tantissimo tifo e ho anche notato che il campione italiano è sempre molto apprezzato.

L’anno scorso fu il primo campionato italiano corso con la maglia della Trek e non più quella delle Fiamme Oro.

Esatto, fu il mio il mio primo anno in Trek-Segafredo. Fu bello vincere perché lo feci indossando la maglia iridata e questo forse mi diede qualcosa di più. Alzare le braccia al cielo con quella maglia non lascia indifferenti.

La maglia tricolore è stato un forte richiamo, anche all’estero
La maglia tricolore è stato un forte richiamo, anche all’estero
Dispiace non poter difendere il tricolore?

Mi dispiace particolarmente, proprio perché saremmo state davvero una bella squadra, con delle compagne molto forti per quel tipo di percorso. Quanto a me, diciamo che si va sempre alle gare per dare il meglio. So però che il percorso di quest’anno sarà particolarmente duro, quindi di sicuro per me non sarebbe stato un obiettivo importante come l’anno scorso. Però il campionato italiano è sempre una gara particolare, quindi magari sarei potuta entrare in una fuga o avrei potuto cercare di avvantaggiarmi un po’ prima delle salite finali, per aiutare le mie compagne. Sarebbe stato bello anche lavorare per tenere questa maglia tricolore in Trek. Mi dispiace non esserci.

Che effetto fa sentir suonare l’Inno di Mameli?

Mi emoziona sempre. Devo dire che tutte le volte che sono sul podio e lo ascolto, mi fa quasi scendere lacrime, perché davvero dopo una vittoria l’emozione si accumula, è tanta. E ascoltare l’inno della propria Nazione è proprio come raggiungere il culmine dell’emozione.

In quale occasione indossare la maglia tricolore è stato speciale?

Ad esempio, correre il Trofeo Binda col tricolore è stato veramente bello. E’ una gara molto importante, una prova WorldTour in Italia, con tanti tifosi. Penso che quello sia stato uno dei momenti più intensi con il tricolore.

L’emozione più grande, dice Balsamo, è stata correre il Trofeo Binda con il tricolore sulle spalle
L’emozione più grande, dice Balsamo, è stata correre il Trofeo Binda con il tricolore sulle spalle
In teoria ti aspetta un’estate piena di grandi impegni: come stai gestendo questo momento sfortunato?

Sicuramente questo infortunio ha reso le cose un po’ più difficili. So che devo soltanto avere pazienza e aspettare che le cose si sistemino. Ho completo supporto da parte della squadra, ho tante persone che mi sono vicine e che mi stanno aiutando. Vorrei davvero ringraziarli tutti. So bene che ci sono degli obiettivi importanti e sto facendo tutto il possibile per tornare ed essere pronta. Però so anche che se questo non basterà, la stagione è lunga e spero che gli anni che mi aspettano in bici siano ancora tanti. Quindi sto davvero cercando di mantenere la calma.

Riesci ad allenarti ugualmente?

In questo momento posso allenarmi soltanto indoor sul ciclomulino e faccio anche tanta palestra. Diciamo che non è facile rimanere chiusa in casa, però è quello che mi tocca adesso. Quindi vado avanti così e sto anche facendo delle passeggiate. Tutto il possibile anche per cercare di svagarmi un po’. Perché allenarsi in casa non è semplice. Spero di rivedervi presto e che vada tutto bene. 

Longo Borghini, maglia numero 10. Ma la RAI dov’era?

23.06.2023
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SARCHE – Jacopo Mosca l’ha seguita sull’ammiraglia e dice di aver girato il video della discesa di Longo Borghini mentre volava verso la settima maglia tricolore della crono. E aggiunge che sarebbe interessante mostrarlo, al netto di qualche commento un po’ troppo variopinto, perché Elisa ha tirato le curve in modo incredibile. Nelle curve passava a dieci centimetri dal ciglio, con linee pulitissime. Il successo ha cominciato a costruirlo anche lì.

Si è corso in una giornata caldissima. Lungo la strada bambini e pubblico concentrato all’ombra
Si è corso in una giornata caldissima. Lungo la strada bambini e pubblico concentrato all’ombra

Dopo Ganna, la Longo

Secondo giorno di cronometro a Sarche e dopo la vittoria di Ganna tra i professionisti, la seconda conferma è arrivata da Elisa Longo Borghini, che ha replicato la maglia dello scorso anno. E se per lei si è trattato della conferma della buona condizione costruita in altura e poi messa alla prova al Giro di Svizzera, per altre ragazze questa crono è stata importante per altri motivi.

«Non sembrava un percorso da specialisti – dice Elisa – secondo me era più un percorso per atleti in condizione, su cui vince il corridore più in forma e quello che sa guidare meglio la bici. C’era anche un lungo tratto tecnico che ha premiato chi sa andare meglio in bicicletta. A me è piaciuto molto, per la gara e per la sicurezza. Il fondo stradale era perfetto».

Cavalli soddisfatta

Non c’è stata partita. E come ieri Cattaneo era parso entusiasta per aver tenuto testa a Ganna, chiudendo a 24 secondi dal fresco tricolore, anche oggi il secondo posto di Marta Cavalli ha un sapore tutto sommato simile.

«E’ stata una giornata positiva, al di là del risultato – dice Cavalli – perché Elisa è più forte di me a cronometro, quindi non potevo farci niente. L’obiettivo adesso è quello di fare più cronometro possibili, perché al Tour la crono potrà essere decisiva dopo il Tourmalet. Quindi ho corso a Romanengo e ho corso qua cercando veramente di spingere a tutta per simulare il più possibile lo sforzo massimale. Sono contenta. Devo ancora controllare i dati però ho appena finito un blocco di lavoro e non ho ancora recuperato più di tanto, per cui è una performance che mi soddisfa. Sono orgogliosa perché non me l’aspettavo. Un mese fa non credevo fosse possibile, invece mi dà anche un po’ di fiducia e grinta per domenica, su un percorso altrettanto duro. Dopo la vittoria dell’altro giorno in Francia, ora so di essere sulla strada del ritorno».

La RAI dov’era?

La Longo è di buon umore. Ha appena firmato una bottiglia di Trento Doc e ricordato il bello di una manifestazione come questa di Comano Terme che rimanda alle vecchie Settimane Tricolori dove le categorie si intrecciavano e per il ciclismo era una vera festa, ben più allegra dei tanti campionati italiani sparpagliati qua e là.

«Sono in una buona condizione – dice – ma non credo di essere ancora al 100 per cento. Sono contenta di come mi sono sentita dopo il ritiro in altura e poi a partire dal Tour de Suisse fino ad oggi. Vincere la settima maglia tricolore non è scontato, ma quando ti piace correre, quando ti piace fare il tuo lavoro, hai sempre uno stimolo per andare avanti. In più questo era il mio primo campionato italiano con la maglia della Trek-Segafredo e anche questo è stato particolare (fino allo scorso anno correva con la maglia delle Fiamme Oro, ndr). Ed è stato particolare rendersi conto che anche questa volta non abbiamo avuto la copertura televisiva. 

«Mi da molto fastidio, perché comunque ormai quasi tutte le nostre corse sono su Eurosport. Mi dispiace perché siamo sempre alle solite e sono anche stufa di fare dichiarazioni che ormai sono trite e ritrite. Posso solo dire di essere infastidita, perché è una situazione tipicamente italiana. Al contempo voglio essere fiduciosa, perché abbiamo un bel movimento. Stanno crescendo l’interesse e le corse. Quindi non vorrei essere sempre e solo negativa: oggi guardiamo anche il lato buono della medaglia».

Persico favorita

Stando così le cose e scorrendo l’ordine di arrivo di oggi, è facile azzardare che fra le prime della crono potrebbe esserci anche qualche protagonista della prova in linea, Longo Borghini su tutte.

«Domenica sicuramente sarà una tutta un’altra storia rispetto ad oggi – dice Longo Borghini – ci sarà un parco partenti di prima classe e noi come squadra abbiamo delle ragazze forti. E’ un dispiacere non avere Elisa Balsamo, perché comunque sarebbe stata l’incognita che avrebbe dato un pochino più di brio alla corsa. Però cercheremo di fare una bella gara e di dare il massimo. La mia favorita? Silvia Persico».

Fra Giro e Tour

L’ultimo sguardo prima di raggiungere la saletta dell’antidoping, Elisa lo dedica agli obiettivi dell’estate: al Giro e al Tour. Prima del via, parlando con Paolo Slongo, avevamo capito che il piano originario della Trek-Segafredo, prima di aver visto il percorso del Giro, avrebbe voluto Van Anrooij e Realini leader al Giro e Longo Borghini al Tour. Ma il percorso del Giro non ha salite proibitive e per Elisa questo potrebbe essere davvero l’anno buono.

«Ma il mio programma – dice – vede al centro il Tour. Dall’anno scorso si è visto che è la gara più importante nel panorama femminile, anche a livello mediatico e di sponsor. E’ quello che attrae di più e di conseguenza anche la squadra ha delle esigenze. Del Giro non si si è saputo niente fino a pochi giorni fa, non si sa quasi quali saranno le tappe più importanti e di conseguenza si va a puntare su quello che sembra più sicuro».

Mentre Elisa si raccontava nella sala stampa ricavata nel fresco seminterrato della Cantina Toblino, dal podio scendevano le tre ragazze che si sono giocate la maglia tricolore delle under 23. Ha vinto Carlotta Cipressi, su Cristina Tonetti e Federica Piergiovanni. E poprio guardando un balenare di sguardo negli occhi della seconda, il ricordo è andato al padre Gianluca scomparso ai primi di maggio. Probabilmente Tonetti sarebbe stato qui per seguire sua figlia, come faceva ogni volta. Ci piace pensare che questo secondo posto abbia una dedica obbligata.

Jumbo verso la terza rosa? Ecco cosa rispondono

23.06.2023
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Qualche giorno fa a Trieste al termine del Giro NextGen ci è venuta in mente subito una suggestione. Dopo il trionfo di Roglic al Giro d’Italia e quello di Staune-Mittet nella gara riservata agli U23, la Jumbo-Visma potrebbe fare tripletta al prossimo Giro Donne?

Per la verità questo interrogativo inizialmente ha rischiato di non essere preso nemmeno in considerazione, ma la recente conferma ufficiale di PMG Sport/Starlight (società organizzatrice) sul regolare svolgimento della corsa a tappe femminile ci ha fatto dirottare la nostra curiosità verso i tecnici del team olandese.

Secondo Carmen Small la sua Jumbo-Visma non è interessata a fare classifica al Giro Donne
Secondo Carmen Small la sua Jumbo-Visma non è interessata a fare classifica al Giro Donne

Certo, la Jumbo-Visma Women non è la formazione principalmente accreditata per la vittoria finale, ma quando schieri al via “sua maestà” Marianne Vos (tre successi al Giro Donne e trentadue di tappa) tutto è possibile, anche se lei non è più la cannibale delle classifiche generali come un tempo. E così abbiamo coinvolto la diesse statunitense Carmen Small per scoprire come correrà la sua Jumbo-Visma alla corsa rosa (in programma dal 30 giugno al 9 luglio).

Com’è stato il vostro approccio alla corsa considerando che si sapeva poco del percorso?

Abbiamo costruito la nostra squadra con diversi obiettivi in mente. Principalmente per le atlete, con il loro sviluppo nell’avvicinamento alla gara, e poi non solo a seconda di come sarebbero andate le varie tappe. Abbiamo però tenuto conto anche degli altri appuntamenti importanti stagionali come il Tour Femmes e i campionati del mondo. Naturalmente conoscere le tappe in anticipo è sempre utile, ma non avrebbe cambiato la composizione della nostra squadra.

Per quello che avete visto e sentito, vi piace il percorso?

Per la nostra formazione è un buon mix di tappe di diverso tipo. Speriamo che la corsa sia sempre emozionante e che anche le altre squadre possano correre duramente o cogliere le giuste occasioni per animare la gara. Non tutti i giorni saranno validi per la generale quindi credo si potranno vedere tante fughe e anche volate di gruppo.

Cosa ne pensi del giorno di riposo (e trasferimento) a due tappe dalla fine?

Onestamente devo dire che è bello tornare in Sardegna anche quest’anno. Nel 2022 le tappe sono state davvero difficili per il caldo ed il vento. Le strade non sono mai pianeggianti, quindi sarà interessante vedere la stanchezza accumulata prima delle ultime due tappe e cosa succederà. Credo che inciderà tanto, anzi sarà necessario il recupero dopo un giorno di viaggio.

Chi saranno secondo te le protagoniste della corsa?

Difficile rispondere in maniera secca o precisa. Credo che le squadre stiano correndo in modo un po’ diverso in quest’ultima parte della stagione. I direttori sportivi e i corridori stanno cambiando le loro strategie per capire come vincere. E’ emozionante perché ogni squadra si presenta alle gare con un roster forte e sembra che la maggior parte di loro cerchi di utilizzare i propri corridori in modo diverso da quello tipico. Si vede maggior aggressività, si prendono rischi e non aspettano solo di vedere come vanno le cose. Al momento, a parte il Team DSM, non ho visto altre formazioni, quindi è difficile dire qualcosa sulle squadre.

Due tappe per Vos alla Vuelta. Anche al Giro Donne dovrebbe puntare solo ai successi parziali
Due tappe per Vos alla Vuelta. Anche al Giro Donne dovrebbe puntare solo ai successi parziali
Della vostra formazione c’è un’atleta che potrebbe essere la sorpresa?

Al Giro Donne vogliamo portare delle ragazze che sappiano correre in modo aggressivo, senza subire, sfruttando magari tutte quelle situazioni favorevoli che possono crearsi. Direi che tutte le nostre atlete possono essere una sorpresa se giochiamo bene le nostre carte.

Qualcuno dice che, a parte la quinta tappa con la salita al Pian del Lupo seppur lontana dal traguardo, il tracciato potrebbe essere adatto a Marianne Vos. E’ con lei che la Jumbo-Visma punta a vincere il Giro Donne replicando ai vostri colleghi maschi?

Devo essere sincera e vi dico che non siamo particolarmente interessati alla classifica generale. Quella la cureremo al Tour Femmes con Riejanne Markus che si sta già concentrando su quell’obiettivo. Tuttavia il Giro Donne è una grande corsa e non si può tralasciare nulla perché tutto può cambiare in un solo giorno.

Skjelmose è pronto a prendersi tutto. Parola di Andersen

23.06.2023
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Di Mattias Skjelmose si parla da tempo come uno degli elementi di spicco del nuovo ciclismo, uno di quei corridori capaci di entusiasmare. Al Giro della Svizzera è stato capace di dare scacco matto a gente come Evenepoel e Ayuso, ossia corridori della sua generazione, ma già capaci di prendere parte a classiche e grandi Giri vestendo il ruolo del favorito. Sarà questo il futuro del danese della Trek Segafredo?

Chi lo conosce bene è Kim Andersen, diesse di lungo corso con un lungo passato da pro’ negli anni Ottanta e Novanta. Kim lo seguiva già dalle categorie inferiori, ha fortemente insistito per portarlo alla Trek e i risultati gli stanno dando ragione.

«Ho sentito parlare di lui da chi segue il mondo delle corse juniores – racconta il dirigente danese – e mi sono fidato, ho iniziato a seguirlo e ho visto che ha grandi qualità, tali da convincermi a portarlo nel team e per certi versi a bruciare le tappe».

A destra Kim Andersen, ex pro’ di 65 anni nello staff della Trek sin dal 2012
A destra Kim Andersen, ex pro’ di 65 anni nello staff della Trek sin dal 2012
Quali sono i suoi punti di forza e i suoi punti deboli?

Innanzitutto è molto dedito al suo lavoro e fa di tutto per questo. E ovviamente fisicamente ha anche de buoni valori. Può fare bene sia a cronometro che in salita, ma soprattutto moltiplica tutto ciò perché ha la testa del corridore e questo pesa molto.

Che cosa è stato determinante per la sua vittoria in Svizzera?

Penso che il primo passo sia stato in salita perché vista la gente che c’era, le differenze erano minime tra i più forti. Nelle tre tappe di montagna, è arrivato primo, terzo e secondo, con una continuità e una costanza che a questi livelli fanno la differenza, poi nella cronometro finale ha avuto una grande prestazione meritandosi la vittoria finale.

Skjelmose è migliorato molto a cronometro. Ieri è giunto secondo ai campionati nazionali
Skjelmose è migliorato molto a cronometro. Ieri è giunto secondo ai campionati nazionali
Lo vedi più come corridore per corse a tappe o per le classiche?

Quest’anno abbiamo scoperto che in realtà è fortissimo anche nelle corse d’un giorno perché è bravissimo sia nel gestirsi, sia nella guida della bici, ma io non sono rimasto sorpreso, si era visto anche negli anni scorsi che aveva tutte le qualità per essere un corridore completo, me ne sono subito accorto e per questo l’ho voluto con noi, ora poi è cresciuto ulteriormente anche nelle cronometro e questo lo fa crescere ancora in autostima.

La sua più grande delusione è stata probabilmente il Giro d’Italia dello scorso anno: che cosa gli mancò allora?

Penso che puntando alla maglia di miglior giovane abbia fissato un obiettivo troppo alto per quel momento. Qualcosa nell’allenamento non aveva funzionato e i risultati sono stati di conseguenza. Ora ha trovato un suo equilibrio, anche con l’alimentazione, l’allenamento, la gestione dell’altura. Ha fatto tesoro di quella grande delusione. Non dimentichiamo che veniva da due anni difficili con attività ridotta a causa del Covid. Molti dicono che ha pur sempre la stessa età di Evenepoel, ma ognuno matura con i suoi tempi, quelli di Mattias sono solo un po’ più lenti, ma si vede che sta arrivando…

Il danese con Evenepoel. Alla fine Mattias ha vinto lo Svizzera con 9″ su Ayuso e 45″ sull’iridato
Il danese con Evenepoel. Alla fine Mattias ha vinto lo Svizzera con 9″ su Ayuso e 45″ sull’iridato
Come persona che tipo è?

E’ un ragazzo molto simpatico, il tipico ragazzo di città, con tutti gli interessi della sua età, ma ripeto ha una grande concentrazione per quello che fa e per certi versi ciò mi stupisce. E’ una persona con cui è molto piacevole lavorare perché è con i piedi per terra, sa cosa vuole ed è davvero dedito a fare di tutto per raggiungerlo.

In Svizzera ha battuto campioni come Evenepoel e Ayuso: secondo te è ormai ai livelli dei più forti?

Lo dice il ranking, se sei il numero dieci nella classifica mondiale significa che non ci sei arrivato in una sola gara, è quello il tuo status attuale, in questo caso i numeri non mentono. Non penso che Remco fosse comunque al top, ma anche quando non sta bene vuole sempre vincere e non c’è riuscito. Ha vinto Mattias, quindi ovviamente significa che la crescita lo sta portando a quei livelli, dove non deve temere nessuno. Ora lo cercano tutti, ma verranno anche giorni in cui avrà brutte giornate e dovrà essere bravo a superarle.

Il danese della Trek ha vinto la terza tappa finendo sul podio nelle due successive
Il danese della Trek ha vinto la terza tappa finendo sul podio nelle due successive
Al Tour de France che cosa ti aspetti da lui?

Bella domanda. Penso che in realtà possa fare abbastanza bene, ma non rimarrò deluso se un giorno dovesse perdere l’aggancio in classifica. Penso che sappiamo tutti che il Tour è qualcosa di speciale, di molto difficile. E’ tutto. E’ la gara con più stress, ma penso che possa gestirla e la stiamo affrontando con gli occhi aperti e l’obiettivo che deve essere innanzitutto quello di imparare. Lo prendiamo giorno per giorno. Non si era allenato per essere vincitore del Giro di Svizzera, probabilmente è al top della forma. Abbiamo studiato bene il percorso, lo conosciamo, ma c’è ancora molta strada per arrivarci. Quindi vedremo, ma in realtà penso che possa fare abbastanza bene.

Mattias ha ancora 22 anni: secondo te al mondiale sarebbe più utile correre fra gli Elite o fra gli Under 23?

Non correrà mai fra gli under 23, è un capitolo che abbiamo chiuso da molto tempo. Ormai deve guardare al vertice assoluto, senza discussioni.

Olivo, la testa dura e il tricolore crono U23

23.06.2023
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SARCHE – Prima di incontrare Bryan Olivo, giusto ieri dopo la sua vittoria nella cronometro tricolore degli U23, è capitato di stringere la mano a Roberto Bressan. Il team manager del Cycling Team Friuli se ne andava in giro con un sorriso grande così, dato che su Olivo si è già speso più di una volta in prima persona. I tecnici del suo team stanno lavorando da due anni per trasformarlo da crossista promettente in pistard e stradista da leccarsi i baffi. Questa crono, vinta con 1’12” sul secondo e 1’16” sul terzo è stata la conferma che la direzione è giusta.

Olivo e la sua Merida hanno percorso i 25,7 chilometri in 32’20”, a 43,630 di media
Olivo e la sua Merida hanno percorso i 25,7 chilometri in 32’20”, a 43,630 di media

Per il team e la famiglia

Olivo se ne stava rintanato nel box riservato ai primi della classifica, senza la più classica “hot seat”, ma con una serie di divanetti e panche all’ombra, che sotto quel sole così cattivo era un’oasi felice.

«Mi aspettavo di andare bene – diceva – ma non di dare così tanto distacco al secondo. Sui rulli durante il riscaldamento ho visto dei numeri che mi hanno stupito. Sapevo di andar forte, perché questo italiano lo preparo dall’anno scorso. Arrivai terzo e mi dissi che sarei tornato per vincere. Ce l’ho messa tutta e non nego che da lunedì ero molto agitato: non perché sentissi la pressione della gara, ma per tutta la fiducia che mi arrivava dalla squadra, per come mi hanno preparato. Non volevo deludere loro, me stesso e neppure i miei genitori che mi stanno sempre accanto».

Secondo al traguardo, Nicolas Milesi ha colto così il miglior piazzamento del 2023 (foto Tornanti_cc)
Secondo al traguardo, Nicolas Milesi ha colto così il miglior piazzamento del 2023 (foto Tornanti_cc)

Lavori in corso

Il passaggio su strada non è stato privo di punzecchiature. La fuga di un altro fra i migliori talenti dal ciclocross non l’avevamo vista di buon occhio, al punto che mosso da un impeto polemico, la scorsa estate Bressan disse che l’inverno successivo avrebbe rimandato Olivo nel cross. Questo non è successo (non avevamo dubbi), in compenso è proseguita la crescita omogenea di Bryan su quasi tutti i terreni.

«Vincere il campionato italiano – proseguiva Olivo – mi dà emozioni indescrivibili. La stagione era partita bene, poi è diventata un po’ opaca. Ho avuto un problema intestinale, che mi ha fatto perdere 3 chili in tutto il mese di maggio. A giugno non andavo avanti, invece alla fine mi sono ripreso e meglio di così non poteva andare. Detto questo, non so ancora dire che tipo di corridore potrei essere. Credo che adesso si possa dire che vado forte a crono. In pianura vado bene, in salita mi difendo. Si potrebbe dire che sono un “all rounder”, ma non mi definisco così, vediamo col tempo. C’è ancora tanta strada da fare».

Dopo l’arrivo, Belletta era stremato per il caldo: il suo ritardo finale è stato di 1’16”: non male per essere al primo anno (foto Tornanti_cc)
Dopo l’arrivo, Belletta era stremato per il caldo: il suo ritardo finale è stato di 1’16”: non male per essere al primo anno (foto Tornanti_cc)

Non mollare mai

E così adesso, sentendolo parlare, ti chiedi se sulle sue tracce ci sia già qualche squadra di quelle che va a pesca di talenti giovanissimi. Va detto che il Cycling Team Friuli, in quanto vivaio della Bahrain Victorious, è un ottimo posto in cui continuare a fare le proprie esperienze, ma come ragionerebbe un ragazzo di vent’anni davanti all’eventuale offerta di un team WorldTour?

«Non so cosa farò il prossimo anno – ha detto subito – dipende se mi sentirò pronto per passare oppure no, sennò aspetterò ancora un anno. Ho ancora tanti obiettivi quest’anno. Sabato c’è il campionato italiano su strada, dove credo che correrò per i miei compagni. Loro hanno fatto il Giro d’Italia e di sicuro su strada saranno leggermente più pronti di me. Però se ci sarà l’occasione, proverò a fare il mio. E poi vorrei anche fare bene al mondiale.

«Sono tutti obiettivi che vengono gradualmente e grazie alla forza mentale. La differenza in questa crono l’ho fatta perché non ho mollato di un millimetro, anche se le gambe mi dicevano di calare. Io non l’ho fatto e questa è una cosa che non mi succede spesso. Una cosa che da oggi in avanti dovrà sempre esserci. Per me questo significa crescere».

Due settimane per i saluti, ma Bastianelli graffia ancora

23.06.2023
6 min
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COMANO TERME – Fra due settimane, finito il Giro d’Italia, chiuderà l’ultima pagina sulla carriera e quel punto per Marta Bastianelli inizierà una nuova vita. L’aspetto più strano di tutta questa storia è che c’è più emozione in chi gliene parla che in lei. Segno che la decisione l’ha già maturata da un pezzo e grazie a questo è riuscita a distribuire le emozioni nel lungo periodo che si è concessa prima di uscire di scena. Domenica correrà il campionato italiano strada: ultima gara con la maglia delle Fiamme Azzurre.

In azione nella crono del Giro di Svizzera: nel tricolore di oggi vestirà la maglia delle Fiamme Azzurre
In azione nella crono del Giro di Svizzera: nel tricolore di oggi vestirà la maglia delle Fiamme Azzurre
Possibile che non ci pensi mai?

Al Giro di Svizzera mi sono ritrovata con alcune ragazze della mia squadra e mi sono resa conto che era l’ultima volta che correvo con loro. Erano tutte emozionate, io invece cerco di non viverla così. Sono felice che sia l’ultimo anno e che smetterò dopo il Giro Italia. Ovviamente può essere anche una cosa brutta, perché pensi che certe ragazze, soprattutto le straniere, non le rivedrai più. Con le italiane invece capiterà l’occasione.

Zero emozione?

So che il Giro sarà l’ultima gara ed effettivamente inizio a realizzarlo. Le cose vanno così, si avvicina l’ultima gara. Sono stati giorni vissuti con molta tranquillità. Ho sempre fatto il mio percorso, pensando a quello che mi attende domani. Un giorno per volta. E devo dire che sono sempre più convinta della mia scelta.

Come saranno i primi giorni da ex?

Tutti mi chiedono cosa farò il giorno dopo. La mia vacanza sarà stare a casa a vivermi la famiglia, le cose lasciate indietro. Abbiamo il mare vicino, non devo fare chissà quanti chilometri. Secondo me, non tutte in questo ambiente comprendono la normalità della vita. Io l’ho assaporata quando ho avuto la bambina. Ho già avuto un assaggio di cosa mi aspetta di bello e anche di complicato, perché la vita non è solo rose e fiori.

Bastianelli ha condotto quasi tutta la carriera nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre (foto Instagram)
Bastianelli ha condotto quasi tutta la carriera nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre (foto Instagram)
Nessuna inquietudine?

Questa carriera è durata vent’anni, sono molto serena. L’ho vissuta con tranquillità sin dall’inizio, ho sempre cercato di essere professionale, quindi di conseguenza non mi pesa e non ci perdo il sonno. Sono pronta per fare questo passo.

Arzeni ha parlato di te come di una campionessa, per l’esempio che dai con il tuo modo di vivere ed essere atleta.

Ho sempre detto che il riconoscimento più grande che mi si possa fare è quello della persona, perché è ciò che rimane nella vita e nel futuro. Di campioni ce ne sono stati tanti e forse quelli che non sono ricordati non erano delle persone all’altezza. Quindi sono felice delle parole di Capo. Quello che ho vinto rimarrà negli albi d’oro, però Marta non è solo le sue vittorie.

Com’è stato ritrovarsi in questa WorldTour che cresce a vista d’occhio?

Questa squadra per me è una famiglia, perché ci siamo spostati dal contesto di Alé Cycling al UAE Team Adq di adesso. Abbiamo conosciuto persone nuove, che hanno voglia di crescere e portare avanti un discorso importante con le donne. Mi sono trovata molto bene e mi auguro che crescano ancora.

Durante le tappe del Centro Italia, Bastianelli ha seguito il Giro con il Processo alla Tappa (foto Instagram)
Durante le tappe del Centro Italia, Bastianelli ha seguito il Giro con il Processo alla Tappa (foto Instagram)
La vecchia Alé Cycling era meno gigantesca…

Questo è un discorso che ho fatto anche con alcuni miei colleghi in Svizzera, ma non voglio essere fraintesa, per cui mettiamolo giù bene. Io sono contenta del cambiamento perché doveva avvenire. Solo che il cambiamento è avvenuto in modo molto veloce. Io sono passata professionista che avevo 19 anni e fino ai 36 abbiamo fatto passi molto lenti. Negli ultimi tre o quattro anni invece, il cambiamento è scoppiato tutto insieme. Anche noi veterane abbiamo faticato a stargli dietro e non so se il tanto benessere sia la cosa migliore per le più giovani.

Come dire che è sbagliato avere tutto e subito?

Forse dovrebbe esserci anche per loro l’occasione di conquistarselo. Abbiamo voluto e ottenuto tutto questo, però mi sembra che ad oggi tante ragazze prendano un bello stipendio e si siano sedute. Noi invece lottavamo per arrivare e mi auguro che abbiano la stessa fame. Se il benessere porta via la consapevolezza di dover fare sacrifici, allora il giochino non funziona più

Non succede con tutte?

A volte mi guardo intorno e vedo ragazze che trovano la pappa già pronta e si siedono. Non è così che deve funzionare. Le società investono soldi, se dovessero capire che ce ne approfittiamo, potrebbero benissimo chiudere i battenti e si tornerebbe subito indietro.

L’ultima vittoria di Marta Bastianelli risale alla prima tappa dell Ceratizit Festival Easy Jacobs del 29 aprile
L’ultima vittoria di Marta Bastianelli risale alla prima tappa dell Ceratizit Festival Easy Jacobs del 29 aprile
Il tuo ruolo e quello delle più esperte potrebbe essere proprio quello di parlare con le ragazze?

Sì, ma io sono arrivata in fondo, fra un anno o due se ne fermeranno altre anche all’estero, ragazze che vengono dalla mia stessa generazione. Siamo arrivate in alto, ma venivamo dal nulla. Ora abbiamo il pullman, ma io ricordo quando facevamo il Giro d’Italia dentro ai furgoni. Adesso è bellissimo e giusto che ci sia il pullman, ma il messaggio che vorrei far passare è che dobbiamo essere all’altezza di quello che abbiamo ottenuto.

Aggiungiamo che tante ragazze sono state prese nel WorldTour perché le squadre erano sotto organico.

Ecco un altro passaggio da rivedere. Non puoi passare dal niente al tutto senza aver dimostrato di avere i mezzi e la voglia per arrivarci. Invece ci sono ragazzine che in questi giorni stanno facendo la maturità, che guadagnano già dei soldi veri. Quello forse è un piccolo passaggio da rivedere, che non dipende da noi, ma da chi gestisce tutto…

Molto dipende dalle persone, no? Una come Gasparrini non sembra montata, anzi sembra molto tosta…

Lei ha la testa sulle spalle, si è guadagnata quello che prende e non è una che si accontenta. Lei vuole di più, il corridore è fatto così. A differenza di tanti che si mettono a giocare coi social, Gaspa” si rimbocca le maniche e non perde un colpo (le due sono insieme nella foto di apertura, ndr). La vita è così.

Sua figlia Clarissa ha 9 anni e ogni volta che si può, la segue alle corse
Sua figlia Clarissa ha 9 anni e ogni volta che si può, la segue alle corse
Il campionato italiano di domenica è troppo duro per te…

E’ proprio duro. Vogliamo fare bene, perché corriamo una sola volta all’anno con le Fiamme Azzurre che ci sostengono tutto l’anno da una vita, specialmente nel mio caso, quindi partiremo per fare un’ottima gara. E se noi ragazze veloci abbiamo poche possibilità, aiuteremo Elena Cecchini che potrebbe entrare in una bella fuga. In ogni caso cercheremo di onorare la maglia, domenica correrò il mio ultimo campionato italiano su strada. E se ci penso, devo ammetterlo, adesso mi sembra un po’ strano…

Valerio Conti: la caduta, le stampelle, la ripresa e le SFR

22.06.2023
5 min
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Ci aravamo lasciati con Valerio Conti in stampelle al Giro d’Italia. Il corridore della Corratec-Selle Italia aveva preferito restare con i compagni, anziché tornare a casa. In qualche modo era giusto aiutarli anche se in modo particolare e soprattutto era giusto continuare a respirare l’aria del Giro, delle corse… anche per mantenere vive certe emozioni e la concentrazione (in apertura foto @liisasphotoss).

Conti si era fratturato il bacino nel corso della terza frazione. Aveva portato a termine la successiva, ma poi il dolore era troppo grande. Da lì gli esami, la frattura, il ritiro. Sembrava che Conti dovesse ritornare in gara già al Giro di Slovenia, ma poi le cose non sono andate così. Questa domenica però lo rivedremo col numero sulla schiena al campionato italiano in Trentino.

Il laziale al Giro, nonostante la frattura al bacino
Il laziale al Giro, nonostante la frattura al bacino
Valerio, partiamo dalla situazione sanitaria, diciamo così: cosa era successo e come sono andate le cose.

Ho riportato la frattura del bacino, precisamente della branca ileo-pubica. Mi sono dovuto fermare un mese alla fine. E infatti mi avevate visto con le stampelle al Giro. Ho capito quasi subito che non sarei ripartito al Giro di Slovenia (14-18 giugno, ndr), perché avevo perso molto e poi sono emerse delle complicazioni. Senza contare che mi avrebbero tirato troppo il collo e molto probabilmente neanche lo avrei finito.

Che tipo di problemi?

Alla fine dalla caduta alla ripresa sono stato fermo per un mese. Ho ripreso la prima settimana di giugno. Avevo una gamba nettamente più forte dell’altra, così in bici sono usciti subito dei dolori. Tra questi il più importante è stato quello al nervo sciatico che si è infiammato. Io in carriera non mi ero mai fratturato nulla e adesso capisco chi ha fratture importanti. Non è come quando ti rompi una clavicola. Il problema alla fine non è tanto l’allenamento, quanto quello che ne consegue: muscoli, tendini, postura… non hai più l’efficienza di pedalata.

Efficienza di pedalata: che sensazioni avvertivi?

In questi casi si crea una differenza tra gamba destra e sinistra, per me ancora di più in quanto avevo camminato a lungo con le stampelle, pertanto non ero in equilibrio. Questo deficit era importante. Sentivo che non spingevo e che non ero in equilibrio appunto.

Conti (classe 1993) era al suo ottavo Giro d’Italia. Qui la presentazione nella notte di Pescara
Conti (classe 1993) era al suo ottavo Giro d’Italia. Qui la presentazione nella notte di Pescara
E come ti sei mosso?

La prima settimana di giugno quando ho ripreso, sono subito emersi i dolori. Così la squadra mi ha consigliato prima un osteopata, Pagni, in Toscana. E poi un fiosioterapista, Palmisano a Roma. Ho fatto anche tre sedute a settimana. Il problema maggiore qual è stato? Che con la frattura appena saldata non potevi manipolare il bacino, ma dovevi fare altri tipi di trattamento, manipolazioni più muscolari o tendinee… Contestualmente facevo degli esercizi posturali, sempre sotto la supervisione del fiosioterapista.

Come sono andate le cose?

Ho fatto tutto con gradualità e infatti le cose sono migliorate subito. Alla fine credo che passino due mesi e mezzo dal momento della caduta alla ripresa di una condizione accettabile, forse anche tre. Io ho fatto le cose nei tempi giusti. Non ho forzato troppo i tempi. Frassi, il mio diesse, mi raccontava di quel che ha passato Pinot dopo la stessa frattura. Per sbrigarsi ha perso un anno, con continui problemi a seguire.

Sei stato chiaro. Valerio, passiamo ad altro. Ci dicevi che al Giro stavi bene…

Sì, stavo veramente bene. Ci sono arrivato come volevo: con le gambe, col peso, con la testa. Era dal 2019 che non andavo così. Poi magari non sarebbe bastato lo stesso perché si va più forte, però io in cuor mio credo che una tappa l’avrei portata a casa.

Quest’anno Conti ha ritrovato gambe buone. Eccolo all’attacco in una gara prima del Giro
Quest’anno Conti ha ritrovato gambe buone. Eccolo all’attacco in una gara prima del Giro. Dopo l’italiano correrà il Sibiu Tour
Perché dici così?

Non lo so, ma sono quelle cose che ti senti. Poi spesso la corsa la so leggere e so prendere le fughe. Le ho prese quando avevo “mezza gamba”, con una buona condizione avrei potuto fare bene.

Rivedendo il Giro c’è una tappa più di altre che ti sarebbe stata congeniale?

Quella in cui il mio compagno Vacek ha fatto secondo, quella di Campo Imperatore.

E ora come stai?

Eh, come sto? Sto che mi dispiace… Adesso che ho ripreso e penso a come andavo e come stavo, vedo che devo fare tanto, tanto lavoro. Mesi di sacrifici buttati all’aria in un attimo. So quel che c’è dietro per ritornare lassù. Ma non mollo. La testa, la voglia e la concentrazione ci sono ancora. Ho capito che bisogna soffrire quando è il momento e di vivere il presente.

Qual è il piano? Farai dell’altura?

No, niente altura. Nelle mie condizioni meglio correre e trovare il ritmo gara. Anche perché non devo preparare un grande Giro. Io devo puntare alle corse di un giorno o a delle tappe, quindi nel mio caso è meglio gareggiare. Almeno questo è il mio pensiero. Fosse stata primavera prima del Giro avrei risposto diversamente, ma adesso credo vada bene così.

Conti e Formolo, rivali ma soprattutto amici sin dai tempi degli U23. Eccoli insieme sulle strade veronesi
Conti e Formolo, rivali ma soprattutto amici sin dai tempi degli U23. Eccoli insieme sulle strade veronesi
Le corse non mancano da qui a fine stagione…

Si può ancora fare bene. In più, anche ripensando al discorso dell’altura, non è che le condizioni crescono all’infinito, ad un certo punto della stagione si livellano un po’ e magari è anche più facile riuscire a vincere una corsa.

Condizione, allenamenti… cosa hai fatto di preciso?

Nella prima settimana avevo l’obbligo di pedalare senza forzare troppo finché non sopraggiungeva il dolore. Se questo arrivava dopo due ore, a due ore mi fermavo. Poi ho iniziato con la forza in bici: le SFR. E queste hanno avuto una doppia valenza per me. Oltre alla forza infatti, pedalando a bassa cadenza con lunghe contrazioni, i muscoli lavorano più in equilibrio. Si distingue meglio la fase dello spingere e del tirare. E infatti le sto facendo ancora molto. Poi man mano ho allungato le uscite e inserito un po’ d’intensità. In questi giorni per esempio sto uscendo con Formolo… che mi tira il collo!

Giaimi-Toniolli: juniores tostissimi, più forti del tempo

22.06.2023
5 min
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SARCHE – Gli juniores sono tutti in attesa dietro il palco. Le loro crono sono state le prime del giorno e in attesa del podio, si passano minuti chiacchierando e approfondendo. Fra le donne ha vinto Alice Toniolli, la ex pattinatrice, scoperta lo scorso anno ai mondiali in Australia. Fra gli uomini, vittoria di Luca Giaimi (in apertura, foto Tornanti_cc), che dalla pista sta passando alla strada con ottimi esiti. Ciascuno ha la sua storia da raccontare.

Due ragazze della Breganze Millenium sul podio: prima Toniolli, terza Bulegato, con loro La Bella (foto Tornanti_cc)
Due ragazze della Bregamze Millenium sul podio: prima Toniolli, terza Bulegato (foto Tornanti_cc)

Pattini e curve

Alice Toniolli, si diceva, viene dal pattinaggio. Vi avevamo mostrato le sue foto e raccontato che la vera difficoltà nell’andare in bici erano le curve. Marco Velo, che l’aveva seguita nel giorno di Wollongong aveva parlato di traiettorie quadrate e così lei aveva salutato dicendo che avrebbe passato l’inverno a lavorare sulla tecnica di guida.

«Sono migliorata nella parte tecnica – annuisce convinta – l’avevo già visto a Romanengo, col secondo posto dietro Federica Venturelli. Questa maglia tricolore vale tanto, perché non si vince solo con la potenza, ma anche con la tecnica. A me in Australia mancava questo e ne sono stata penalizzata (arrivò 15ª a 2’22” da Zoe Backstedt, ndr), altrimenti avrei potuto fare molto meglio. Però ero al primo anno e vedo che ora sono tutta un’altra Alice. Ho avuto più tempo per allenarmi, per fare esperienza e per capire meglio l’ingranaggio del ciclismo».

Oggi Velo l’ha seguita, incuriosito dalle sue continue rassicurazioni e ha confermato di aver trovato un’altra atleta: ancora con margini di miglioramento, ma ben diversa dalla Toniolli impaurita dei mondiali.

Le due ragazze sul podio e Gazzola al 24° posto: per Casarotto (secondo da sinistra) un ottima trasferta
Le due ragazze sul podio e Gazzola al 24° posto: per Casarotto (secondo da sinistra) un ottima trasferta

I piedi per terra

Il suo direttore sportivo alla Breganze Millenium è Davide Casarotto, vecchia conoscenza fra i pro’ e ora grande tecnico nelle donne junior. Proprio lui ci ha raccontato dei tanti chilometri dietro moto sulle ciclabili e nei tratti di strade liberi, curvando e poi curvando ancora.

«Ho lavorato molto con Alessandro Coden – spiega Toniolli – ma anche il mio allenatore ci ha messo tanto del suo. Devo ringraziarli entrambi, perché in questo ultimo periodo ho lavorato sodo degli esercizi molto tecnici e anche di frequenza. Quello che a me mancava e mi ha penalizzato in tutto, agli europei e anche in Australia. Vincere qui è la conferma della mia potenzialità e della mia personalità. Apprendo dagli errori e voglio migliorare. Sono molto testarda, mi pongo tanti obiettivi piccoli ma devo raggiungerli. Devo crescere, per questo non voglio sapere se ci siano state offerte per il prossimo anno. Non so nulla: non voglio avere pressioni, altrimenti faccio dei voli pindarici e poi ci rimango male».

Sul podio con lei sono salite Eleonora La Bella e la compagna Alice Bulegato: su entrambe le sue ragazze, Casarotto è pronto a scommettere.

Giami viene da Alassio e corre al Team Giorgi, la vittoria del tricolore per lui è la quinta di stagione
Giami viene da Alassio e corre al Team Giorgi, la vittoria del tricolore per lui è la quinta di stagione

Fresco di crono

Poco più in là, seduto su gradini del podio, Luca Giaimi parla con Donati e Alari che presto gli faranno compagnia sul podio. Il ragazzo, quantunque giovane, ha una storia sulle spalle, fatta di inseguimenti individuali e pista piuttosto che di strada.

«Il percorso non era facile – racconta il neo tricolore degli juniores – era da interpretare e da gestire, ma adatto a più corridori. Non era per cronoman puri, ma per corridori capaci di gestirsi, dato che c’erano tante curve, poi dei su e giù. La salita era abbastanza dura e quindi contava anche un po’ il peso. Invece l’ultima parte era più adatta a gente come me, più pesante, che riusciva a spingere grossi rapporti e a fare velocità. E’ stata proprio una bella crono.

«Questo italiano è molto importante, dato che l’anno scorso le crono non le facevo neppure. Questa è stata la terza o quarta che abbia fatto in questa stagione e arrivare a vincere il campionato italiano è stato un buon segnale soprattutto per la squadra in cui spero di andare l’anno prossimo. E dato che puntano moltissimo sulle crono e io vengo dall’inseguimento individuale, credo possa essere un buon segnale».

Il cuore batte Ineos

La squadra dei suoi sogni è la Ineos Grenadiers, ne ha la bici e la guarda con orgoglio. Quando ne abbiamo parlato con Dario Cioni, a margine della conferenza stampa di Ganna, il toscano ha lasciato capire che il ragazzo piace, ma che il cammino è ancora lungo.

«Non c’è ancora niente – conferma Giami – quindi vedremo. Devo dire anche che dietro questo desiderio di migliorarmi a cronometro c’è l’interessamento del cittì Salvoldi, per provare a ottenere grossi risultati negli impegni futuri che saranno gli europei e i mondiali. C’è ancora tanto da fare. Corro da quando sono G3, però ho fatto tutte le categorie giovanili solo in mountain bike. Su strada ci sono passato da esordiente, poi ho fatto gli allievi su strada e l’anno scorso ho iniziato anche a far pista. Nel ciclismo la testa conta tanto, nella crono ancora di più. Puoi essere forte quanto vuoi, ma se non ti conosci e non ti sai gestire, non riesci a emergere. E oggi è una bella iniezione di fiducia».