Comano Terme, regno di Longo Borghini. Il bis è servito

25.06.2023
7 min
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COMANO TERME – «Quando ho visto l’ultimo chilometro, ho detto: “Adesso le secco!”. Penso sempre che se non sei convinto di vincere una corsa – dice tutto d’un fiato Elisa Longo Borghini – è meglio che non parti. E soprattutto se non sei convinto all’ultimo chilometro, è meglio che neanche fai la volata».

Tre, il numero perfetto

Le sei del pomeriggio, tre giorni dopo la vittoria nella prova a cronometro. Il campionato italiano delle donne si è concluso da mezz’ora e adesso Elisa trova il tempo per fermarsi e raccontare. Per la piemontese è il poker delle doppiette crono più strada. La corsa è stata da mal di testa, con una serie di scatti a vuoto senza lucidità apparente, che invece stavano attuando il sottile piano delle tre ragazze della Trek-Segafredo.

Yaya Sanguineti si è presa il gruppo sulle spalle e ha messo nel mirino la fuga del mattino. Gaia Realini si è sfinita di attacchi, giocando la sua carta, ma anche preparando il terreno per la Longo. E poi Elisa, in questa nuova dimensione da killer, è andata verso la volata con una lucidità impressionante.

«Ieri ho riguardato la volata di Velasco – racconta la piemontese – e mi sono detta che per vincere una volata con la Persico avrei dovuto fare qualcosa di simile. L’ho guardata più volte. L’ho analizzata. E ho provato a rifarla uguale. Non mi è venuta benissimo, perché lui ha vinto nettamente, mentre io sono arrivata letteralmente testa a testa con Silvia, ma è andata bene così».

L’aiuto di Jacopo

Il dopo corsa è stato un susseguirsi di emozioni. Mentre Elisa si stava cambiando, è arrivato di corsa Jacopo Mosca. Sudato perso, ha confermato che la compagna aveva già battezzato il finale in volata, mentre lui era convinto che avrebbe attaccato in discesa. 

«Prima nelle volate – racconta Elisa – partivo sconfitta e invece adesso a livello tecnico sono migliorata tanto. Devo molto a Jacopo perché mi ha fatta giocare in allenamento. Sembra sciocco, ma le volate ai cartelli dei paesi, le stesse che di solito fanno gli esordienti, aiutano molto. Conta molto la tecnica e come prendi la volata, in quale posizione sei. Lui ha fatto tanto e lo ringrazio anche per questo». 

Sul palco, attorniata dai genitori, dal fratello Paolo e i suoi figli, Elisa ha ringraziato per la famiglia, per i nipoti che l’hanno tenuta allegra durante la complicata primavera. E ha ringraziato per la sua stessa vita, con un sorriso che era un inno alla gioia. Commovente, lo ammettiamo.

Jacopo Mosca è diventato un grande motivatore per Elisa Longo Borghini, oltre che maestro di volate
Jacopo Mosca è diventato un grande motivatore per Elisa Longo Borghini, oltre che maestro di volate
Però Silvia Persico sulla carta era più veloce…

E’ una ragazza molto forte da non sottovalutare mai. Ha sette vite come i gatti e devo sempre anticiparla. L’ho già visto al Fiandre (Elisa è arrivata terza e Persico quarta, ndr) e mi è andata bene anche stavolta. Ogni tanto mi va bene.

Gaia Realini ha fatto un lavoro pazzesco.

Oggi avevo una squadra numericamente piccola, ma con un grande cuore. Ilaria e Gaia mi hanno supportata benissimo. Volevamo fare forte il penultimo giro, per attaccare. Sono andata via in un primo momento con Cavalli e poi ho detto a Gaia di giocarsi le sue carte. L’ho vista molto forte e per come sta andando in questa stagione, si meritava anche la maglia tricolore.

Di solito quando una squadra ha due leader c’è sempre il rischio di gelosie: cosa c’è alla base della vostra intesa?

Alla base di tutto c’è sincerità. Entrambe sappiamo quali sono le nostre caratteristiche. Io so che Gaia è un’ottima scalatrice e lei sa che può contare su di me per tutto il resto (sorride, ndr). Le opportunità per Gaia saranno tante e spero di essere un’ottima spalla per lei anche in futuro. E lei sa benissimo che quando io punto a qualcosa, lei è pronta per aiutarmi. E’ un bel rapporto, costruito durante questa stagione, nei vari ritiri che abbiamo fatto, anche in altura. Gaia sa che può contare su di me e io so che posso contare su di lei.

Gaia è andata via da sola, ma Persico l’ha messa nel mirino.

Nel momento in cui l’abbiamo ripresa, io ho provato a stancare un po’ Silvia e a sfruttare il lavoro di Marta Cavalli. E poi ho detto nuovamente a Gaia di tirare dritto. Non so perché, ma ogni tanto ti senti di vincere. E io oggi me lo sentivo che avrei vinto.

Era così chiaro che non fosse un percorso per arrivare da sole?

Ieri si era visto che questa salita fa la differenza, ma gli scalatori forti rimangono sempre insieme. C’è un tratto duro, che io avevo definito “dal cartello sesto fino alla casa” (ride, ndr), che poi diventa molto pedalabile e quindi aiuta a rientrare o comunque a tirare il fiato. Un corridore da solo poteva arrivare, ma doveva fare una grossa differenza e dietro dovevano proprio essere morte. L’ho sperato quando Gaia era davanti, ma l’hanno ripresa. E quindi nella mia testa ha preso forma lo scenario della volata.

Elisa Longo Borghini è molto legata ai nipoti: «Mi hanno tenuta allegra quando le cose non andavano troppo bene»
Elisa è molto legata ai nipoti: «Mi hanno tenuta allegra quando le cose non andavano troppo bene»
Undici maglie tricolori, quale può essere ora l’obiettivo dei sogni?

A me la bicicletta piace, mi rende felice. Ogni gara è un’opportunità per vincere e io poi sono un’agonista dentro, mi piace vincere anche quando gioco a scacchi. Oppure devo far vincere la mia squadra. E’ qualcosa con cui nasci, per cui il mio sogno è la maglia iridata. Non so se lo raggiungerò mai, magari sarò d’aiuto per farlo raggiungere a una mia compagna. Sarebbe già tanto, ma siccome è già successo, non sarebbe male se una volta la vincessi io.

La nuova maglia tricolore ora andrà al Giro, poi al Tour, ma con un nuovo sponsor.

Voglio onorare il Giro al meglio e poi porterò la maglia al Tour. E’ l’ultima maglia tricolore per Segafredo, che ringrazio per averci sostenuto così tanti anni, ed è la prima per Lidl. Sarà emozionante partire per queste due corse con il tricolore, perché i campioni nazionali sono sempre guardati, a volte è anche imbarazzante, ma è bello per me portare la bandiera della mia Nazione sulle spalle.

Il mazzo di fiori sulla Trek Emonda di Longo Borghini: è tempo per i festeggiamenti
Il mazzo di fiori sulla Trek Emonda di Longo Borghini: è tempo per i festeggiamenti

I fiori sulla bici rallegrano la stanza. I nipoti la aspettano fuori. Jacopo Mosca ha seguito sorridente le interviste, mandando via l’amarezza per la mancata convocazione al Tour. E’ la serata perfetta, peccato solo che – in barba alla sbandierata parità fra donne e uomini – tanti giornalisti siano andati via dopo la gara dei professionisti. Elisa dice che per il caldo ora andrebbe a buttarsi nel fiume del suo paese. Un po’ di venticello concede tregua ai passanti. Lei sparisce, a noi non resta che scrivere.

Chi vince il Tour? Dieci personaggi, dieci voti, un re

25.06.2023
8 min
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Pochi giorni ancora e sarà Tour de France. L’opinione pubblica già impazza sul possibile vincitore e quindi sul duello fra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard. Al netto della presenza di tanti altri ottimi corridori, il succo della Grande Boucle è tutto racchiuso in questa sfida. 

Noi abbiamo lanciato un sondaggio: chi sarà il vincitore? E in questa “caccia all’opinione”, abbiamo coinvolto tecnici, corridori, personaggi extra ciclistici… Il risultato? C’è un favorito. Scopriamo chi è e perché.

Silvio Martinello, Giro d'Italia
Silvio Martinello, ex pistard, stradista e oggi commentatore per Radio Rai
Silvio Martinello, Giro d'Italia
Silvio Martinello, ex pistard, stradista e oggi commentatore per Radio Rai

Martinello: il danese è più solido

Vingegaard-Pogacar: 1-0

Iniziamo con Silvio Martinello, commentatore di Radio Rai e grande ex della strada e della pista.

«Propendo per Vingegaard. E il perché è semplice: il danese ha avuto un avvicinamento meno problematico, anzi privo di ogni genere di problema. Pogacar invece dopo l’incidente alla Liegi non ha più corso, pertanto ritengo che Vingegaard possa essere più efficace.

«Jonas ha avuto una crescita esponenziale. L’anno scorso è stato capace di concretizzare e di finalizzare un gran lavoro della sua squadra, di farsi trovare pronto nel momento in cui Pogacar ha commesso qualche errore. Ora è in una nuova dimensione, che sta sostenendo con grande personalità».

«Sarà una sfida anche tra le rispettive squadre e anche in questo caso dico Jumbo-Visma: mi sembra leggermente più solida rispetto alla UAE Emirates. Sarà comunque una sfida tutta da vivere. Siamo di fronte a due autentici fenomeni».

Luca Gregorio (a destra), qui con Riccardo Magrini
Luca Gregorio (a destra), qui con Riccardo Magrini

Gregorio: Jumbo-Visma superiore

Vingegaard-Pogacar: 2-0

Dalla radio alla tv, passiamo a Luca Gregorio, commentatore di Eurosport.

«Chi vince il Tour? Domanda più difficile di quanto si possa dire. Sono molto in dubbio. La lotta sarà fra Pogacar e Vingegaard. Il cuore è per Tadej, la ragione per Jonas, quindi voto per il danese. Vingegaard può fare il bis. E’ maturato. L’ho visto in una condizione stellare, con una grande squadra attorno. E credo che sia anche un filo più forte di Pogacar in salita».

«Ha vinto il Tour e questo gli dà più esperienza e più sicurezza. Mi ha colpito proprio questa sua maturazione come leader. E mi piace molto anche la sua completezza, perché oltre ad attaccare in salita va forte pure a cronometro, chiaramente ha meno impatto emotivo rispetto Pogacar per il quale, ripeto, protende il mio cuore: spero rivinca lui, anche se non corre da mesi».

Stefano Garzelli, anche lui grande ex, oggi ai microfoni della Rai
Stefano Garzelli, anche lui grande ex, oggi ai microfoni della Rai

Garzelli: Tadej può crescere

Vingegaard-Pogacar: 2-1

Restiamo nel settore mediatico e passiamo il “microfono” a Stefano Garzelli, il quale commenterà il Tour con Andrea De Luca per la Rai.

«Il favorito per me resta Pogacar. C’è però l’incognita della sua condizione. Sono convinto che stia bene. Tadej dovrà cercare di superare senza troppi problemi la prima settimana, soprattutto le tappe in Spagna, che sono dure e nervose. Se parte all’80 per cento e ne esce al 100 per cento… sappiamo chi è. 

«E poi bisogna ragionare in ottica della terza settimana. Vingegaard volava al Delfinato, ma da fine Delfinato a fine Tour ci sono circa 40 giorni, tanti. Quindi a mio parere il favorito rimane Pogacar, se non altro perché vuole fortemente la rivincita. La sconfitta dell’anno scorso, con degli errori, gli ha bruciato non poco. Tra virgolette, Tadej parte senza niente da perdere, al contrario di Vingegaard. 

«L’incognita per lo sloveno potrebbe essere la squadra. La UAE è forte, ha buoni corridori come Adam Yates, il quale però è un capitano e non tutti sanno fare la parte del gregario. Jonas ha una grande squadra, ma bisognerà vedere come si comporterà Van Aert, l’anno scorso fondamentale per la vittoria». 

Pino Toni dirige il centro Cycling Project Italia in Toscana
Pino Toni dirige il centro Cycling Project Italia in Toscana

Toni: Tadej ha imparato

Vingegaard-Pogacar: 2-2

Dai commentatori passiamo ai tecnici, parola dunque al preparatore toscano Pino Toni, il quale di Tour ne sa qualcosa per averne vissuti parecchi da dentro.

«Per me vincerà Tadej Pogacar. Primo, perché se non fosse in condizione neanche ci andrebbe. Secondo, perché ha una cattiveria mai vista prima. Tadej non si farà cogliere in castagna come l’anno scorso. Per me l’estate scorsa dopo essere stato staccato la prima volta lui ha un po’ mollato, convinto che poi avrebbe recuperato, salvo poi rendersi conto che non era così. Era la prima volta in vita sua che viveva quella situazione. In qualche modo aveva sottostimato l’avversario, non commetterà lo stesso errore. In più ha una squadra veramente forte quest’anno, che si è ben preparata. Mentre in Jumbo-Visma, fortissima chiaramente, ci sono delle individualità che disperderanno energie».

Il discorso è chiaramente rivolto a Van Aert. «Bisognerà anche vedere se Wout lo farà questo Tour, visto che sta aspettando il figlio. Si fermerà? Non partirà? Io spero per lui che gli nasca tre giorni prima del via, così avrà il tempo di vederlo, di baciarlo e andare al Tour in tutta serenità. Perché una Jumbo con o senza Van Aert cambia… e tanto».

Paolo Belli è un grande appassionato di ciclismo. Ha vissuto anche dei Giri “da dentro”
Paolo Belli è un grande appassionato di ciclismo. Ha vissuto anche dei Giri “da dentro”

Belli: Tadej come Merckx

Vingegaard-Pogacar: 2-3

Non solo voci dal mondo del ciclismo. Paolo Belli, showman e musicista, è un grande appassionato di ciclismo e anche lui ha le idee chiare in merito alla maglia gialla di Parigi.

«Io dico Pogacar perché, a mio avviso, dopo gli infortuni si è allenato (e nascosto) bene. Lo sloveno ha esperienza è una buonissima squadra. Seguo Tadej da tempo e, come tutti, sono rimasto folgorato dalla sua classe. Tra le sue tante imprese straordinarie, quella alla Strade Bianche dell’anno scorso mi ha letteralmente stregato… Anche se continuo a tifare per tutti i corridori italiani.

«Sono diventato un suo grandissimo fan, perché mi entusiasma al punto che mi ricorda – vista ormai la mia veneranda età – il mitico Eddy Merckx».

Roberto Reverberi, manager e diesse della Bardiani
Roberto Reverberi, manager e diesse della Bardiani

Reverberi: danese più incisivo

Vingegaard-Pogacar: 3-3

Direttore sportivo e manager super partes, Roberto Reverberi, punta sul danese.

«Per me Vingegaard è il favorito. Ha dimostrato di andare molto forte, ha vinto anche il Delfinato. Lui è uno di quei corridori che punta alle corse e che va forte in due o tre occasioni l’anno, l’altro, Pogacar, è senza dubbio più spettacolare, va forte dal UAE Tour al Lombardia.

«Ma Vingegaard ha una squadra molto forte e di fatto Tadej arriva al Tour senza aver praticamente corso dall’incidente alla Liegi. Senza contare che dopo il successo dell’anno scorso, Vingegaard ha preso sicurezza».

Nel 2005 Ivan Basso lottava al Tour con Armstrong
Nel 2005 Ivan Basso lottava al Tour con Armstrong

Basso: Jonas terribile in salita

Vingegaard-Pogacar: 4-3

Ivan Basso di Tour de France ne fatti nove. E ha sempre lottato con grandi campioni. Oggi il manager della Eolo-Kometa è spettatore esterno.

«Vince Vingegaard. Vado a sensazione. Non ho elementi oggettivi per dirlo, ma mi sembra un corridore più adatto a questo Tour. Pogacar è il più forte al mondo e lo è a tutto tondo, in ogni tipo di corsa. Però Vingegaard in salita è veramente terribile e ha intorno la squadra più attrezzata per gestire le tre settimane».

Gianluca Brambilla da quest’anno veste i corridore della Q36.5
Gianluca Brambilla da quest’anno veste i corridore della Q36.5

Brambilla: Tadej vince con la testa

Vingegaard-Pogacar: 4-4

Fermo per la frattura alla clavicola occorsagli al Tour de Suisse, anche Gianluca Brambilla esprime il suo parere e il suo è quello di chi ci pedala fianco a fianco e li osserva da dentro.

«Secondo me, memore dell’esperienza dell’anno scorso, Pogacar lascerà il suo segno. Lui e Vingegaard hanno dimostrato di essere una spanna sopra a tutti e se la giocheranno loro. Non conosco il percorso nel dettaglio e neanche i pretendenti, ma dico Pogacar perché è forte sotto ogni aspetto, non ultimo quello mentale. Tadej vive ogni situazione, anche tesa, con molta spensieratezza e questa cosa mi colpisce di lui».

Daniele Bennati, cittì della nazionale
Daniele Bennati, cittì della nazionale

Bennati: Tadej non sbaglia più

Vingegaard-Pogacar: 4-5

Passiamo poi al cittì azzurro, Daniele Bennati. Il Benna in questo periodo ha un bel da fare con il mondiale che si avvicina. Deve costruire la nazionale per Glasgow, ma non ha rinunciato a dire la sua…

«Per me lo vincerà Tadej Pogacar, perché lo scorso anno ha sbagliato e quest’anno non commetterà di nuovo lo stesso errore. Di questo ragazzo mi piace la sua spensieratezza, la sua semplicità nel rendere cose impossibili facili. E questa potrà essere un’arma a suo favore».

Nibali, re del Tour de France 2014, fra Peraud e Pinot
Nibali, re del Tour de France 2014, fra Peraud e Pinot

Nibali: Pogacar più cattivo

Vingegaard-Pogacar: 4-6

Infine, uno dei pareri di più peso, se non altro perché il Tour de France lo ha vinto: Vincenzo Nibali. Per lo Squalo il re a Parigi sarà lo sloveno.

«Dico Pogacar. Lo vedo con un altro piglio rispetto allo scorso anno. In questa stagione ha corso sempre in modo diverso, con più grinta. Fino allo scorso Tour non aveva mai trovato nessuno che lo battesse. Questa persona, Vingegaard, è uscita fuori e quindi si è preparato in modo più determinato».

Neanche l’incidente della Liegi potrà fermarlo per Nibali. «Se non fosse stato bene, probabilmente neanche andrebbe in Francia. I numeri, i valori, lui e la sua squadra li hanno. Conosce i parametri, sa a quale livello si trova e a quale livello sono gli altri e anche per questo non ha avuto bisogno di fare altre corse-test, prima del Tour. In più abbiamo visto che è molto bravo ad arrivare in forma agli appuntamenti, anche non avendo corso».

Un giorno con Pogacar: il racconto di Viel

25.06.2023
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I giorni che ci separano dalla partenza del Tour de France sono sempre meno, la Grande Boucle, quest’anno, prenderà il via dai Paesi Baschi. I lavori di rifinitura proseguono, ormai il più è fatto, non ci si può nascondere. Uno dei favoriti, insieme al vincitore uscente Vingegaard, è Tadej Pogacar (in apertura foto Instagram Dmt). Lo sloveno è recentemente tornato alle corse dopo l’infortunio subito alla Liegi, ed ha subito conquistato il titolo nazionale a cronometro.

Viel ha avuto l’occasione, grazie al suo lavoro in Dmt, di passare una giornata con Pogacar (foto Instagram Dmt)
Viel ha avuto l’occasione, grazie al suo lavoro in Dmt, di passare una giornata con Pogacar (foto Instagram Dmt)

Sempre sul Sestriere

Pogacar per rifinire la condizione e la gamba in vista del Tour ha fatto tappa sul Sestriere, dove siamo andati a curiosare qualche giorno fa. Un altro occhio attento sulle strade piemontesi lo ha portato Mattia Viel, il quale lavora da qualche mese con Dmt

«Da gennaio sono nel gruppo marketing di Dmt- racconta Viel – tra i vari compiti svolgo anche attività di creazione di contenuti per le agenzie con cui lavoriamo. E’ bello rimanere a stretto contatto con il mondo del professionismo e le giornate passate con le atlete della UAE Team ADQ e poi con Pogacar sono state molto stimolanti». 

Viel è rimasto sorpreso dalla qualità muscolare di Pogacar (foto Mattia Viel)
Viel è rimasto sorpreso dalla qualità muscolare di Pogacar (foto Mattia Viel)
Com’è stato passare una giornata con un campione come Pogacar?

E’ una cosa molto bella, poi io ero concentrato sul lavoro, e sul momento non avevo realizzato di essere a contatto con uno dei ciclisti più forti al mondo. 

Da vicino che impressione ti ha fatto?

Dallo schermo sembra giovane, e lo è, ma una volta visto dal vivo sembra ancora più piccolo. Ha un viso naif ma nonostante ciò ha le caratteristiche per essere il numero uno. Una cosa che ho pensato è come il ciclismo ti faccia maturare fin da giovane.

In che senso?

Pogacar tra una settimana si troverà al Tour de France a giocarsi la vittoria finale e questo lo vedi nel suo sguardo e nell’atteggiamento dello staff che lo circonda. I suoi atteggiamenti, invece, sono diversi, è molto disponibile, ha una tranquillità incredibile. Lo abbiamo seguito in una giornata di scarico, quindi era più sereno, però tutto doveva essere ben programmato. Bastano solamente due minuti di troppo fermo in cima al Colle delle Finestre per ammalarsi e perdere tutto il lavoro fatto. 

Lo sloveno utilizzerà un nuovo modello delle Dmt KR SL con la suola bianca (foto Mattia Viel)
Lo sloveno utilizzerà un nuovo modello delle Dmt KR SL con la suola bianca (foto Mattia Viel)
Altre cose che hai notato?

Le gambe, ha un muscolo “fresco”. Non si ritrova ad avere il polpaccio di un professionista navigato, dove si vede il muscolo teso o le vene in evidenza. Anzi, non ha nemmeno questa massa impressionante, poi però pensi a quello che fa e capisci che hai davanti un campione. Ah, c’è dell’altro…

Racconta…

Aver corso tra i professionisti mi permette di avere un occhio allenato e riesco ad apprezzare i particolari. Riesco a notare da come uno aggancia la scarpa sul pedale o da come parte come sta. Pogacar sembra davvero in ottima forma. 

Cosa avete fatto lì al Sestriere?

Dei video e dei contenuti per dei prodotti. Abbiamo fatto venire una troupe per fare delle riprese e qualche foto: classici video dietro macchina ecc. Ho avuto la fortuna di osservarlo dalla macchina, l’ho visto sereno, sicuro di sé. Pedalava davvero bene, senza problemi. Ho respirato, però, l’atmosfera nella quale si capisce che sta per iniziare qualcosa di importante. Come una quiete prima della tempesta. Quello che impressiona è la serenità con cui viene vissuto l’avvicinamento alla corsa più importante dell’anno. 

La troupe ha “litigato” per alcuni minuti per domare il ciuffo di Pogacar (foto Mattia Viel)
La troupe ha “litigato” per alcuni minuti per domare il ciuffo di Pogacar (foto Mattia Viel)
Eravate lì per Dmt, Pogacar usa qualche accortezza per le sue scarpe?

No, Tadej indossa le KR SL, il modello con i lacci. Ad occhio nudo non si vedono particolari rilevanti, magari può esserci qualche piccola accortezza a livello di soletta, molti professionisti lo fanno. 

C’è qualche aneddoto divertente della giornata?

Uno sì! La troupe per i video aveva anche due truccatrici, una di loro ha cercato invano di mettere il ciuffo di Pogacar dentro il casco. Probabilmente pensava che a livello estetico il video sarebbe venuto meglio, Tadej dopo un po’ di tentativi le ha fatto gentilmente notare che quel ciuffo è il suo segno distintivo. Fa parte del personaggio Pogacar, sono indivisibili!

A Busatto il titolo U23 con testa e gambe da campione

25.06.2023
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«Ancora devo realizzare di aver vinto il campionato italiano. L’ho sempre vista come una corsa difficile tatticamente. Credo sia l’apice di una crescita e spero di continuare così». Ha colto subito nel segno  Francesco Busatto neo campione italiano under 23. Il corridore della Circus-ReUz dopo l’arrivo ha parlato subito di gioia, di tattica e di crescita. 

Dopo l’alluvione in Romagna, Marco Selleri e Marco Pavarini, dirigenti di ExtraGiro, hanno fatto un altro piccolo miracolo (foto M. Isola)
Dopo l’alluvione in Romagna, Marco Selleri e Marco Pavarini, dirigenti di ExtraGiro hanno fatto un altro piccolo miracolo (foto M. Isola)

La corsa

La gara di Mordano si snodava sul circuito dei Tre Monti, quello famoso per il mondiale di Adorni e in parte di Alaphilippe

Da fare 171 chilometri e 2.300 metri di dislivello. Caldo, ma non impossibile e corsa subito vivace. Fuori c’è una fuga numerosa. Al quarto dei nove giri, sul forcing di Sergio Merisin, vanno via in otto, tra cui i tre del podio, Busatto appunto, Luca Cretti della Colpack-Ballan e Dario Igor Belletta della Jumbo-Visma Development. All’ottava tornata l’azione decisiva.

Busatto attacca deciso e solo Cretti riesce a rispondergli e anzi anche a rilanciare. Si capisce subito che i due ne hanno di più e scappano. E’ sprint a due… ma non c’è storia. Dopo la Liegi e l’Orlen Nations Grand Prix, Busatto infila un altro prestigioso successo.

«E’ un sogno che si realizza – ha detto Busatto dopo l’arrivo – non lontano da qui, sulla salita di Gallisterna, avevo visto vincere il mondiale ad Alaphilippe e anche io ci avevo corso su quelle strade. Strade che mi si addicevano oggi. Il percorso, con strappi pendenti alternati a tratti in cui la salita spianava, mi piaceva».

Partenza e arrivo a Mordano: 164 iscritti, 171 km, 2.300 m di dislivello percorsi a 40,343 di media oraria (foto M. Isola)
Partenza e arrivo a Mordano: 164 iscritti, 171 km, 2.300 m di dislivello percorsi a 40,343 di media oraria (foto M. Isola)

La tattica

Non è la prima volta che durante l’anno Busatto gioca bene le sue carte. E quando all’inizio ha parlato di tattica lo ha fatto a ragione.

«Della mia squadra – spiega il veneto – eravamo solo due e questo mi preoccupava. Abbiamo cercato di correre di rimessa all’inizio, lavorando per ricucire sulla prima fuga. Da lì però ho cercato di farmi trovare pronto su ogni attacco».

Come si dice: spesso la miglior difesa è l’attacco. Francesco aveva capito che non poteva permettersi di restare indietro nuovamente, meglio anticipare, anche perché era ben consapevole delle sue doti di finissseur.

Sul circuito dei Tre Monti sempre una bella cornice di pubblico (immagine Instagram)
Sul circuito dei Tre Monti sempre una bella cornice di pubblico (immagine Instagram)

Lucidità da campione

Nessuno gli aveva detto di correre così. Anche perché i diesse al seguito di Francesco e del suo compagno, Alessio Delle Vedove, non c’erano. E anche durante la settimana non si erano parlati poi così tanto.

«Non ci siamo parlati più di tanto – ha detto poi a mente fredda Francesco – ma ho cercato di correre secondo la mia esperienza, cercando di fare tutto il più diligentemente possibile».

«Sapevo di essere veloce, ma non ero sicuro di vincere. Ho capito però che potevo farcela quando all’imbocco dell’ultima salita il vantaggio continuava ad aumentare.

«In più io stavo bene ed ero pronto a rispondere a tutti gli scatti che avrebbe fatto Cretti, pur di cercare di arrivare in volata. Anche se devo dire che alla fine siamo andati abbastanza di comune accordo fino all’arrivo. E forse è stata anche un po’ più semplice di quello che mi aspettavo».

Busatto parla davvero con la lucidità del campione. Di chi ha tutto sotto controllo o semplicemente di chi è sicuro di sé. E questa sicurezza è un tassello di cui lui stesso ci ha parlato.

«Una sicurezza che ti viene con i buoni risultati e probabilmente adesso con questa maglia sarà ancora di più. Anche se un po’ di sicurezza l’avevo presa dopo la Liegi.

«In realtà poi non ero poi così sicuro. Anche perché la gamba non era proprio il massimo e soprattutto durante le prime salite ho avuto dei problemi di stomaco. Ho cercato di non mollare, di mangiare il più possibile… e per fortuna alla fine la gamba c’era. Forse perché anche gli altri non erano freschissimi».

Cretti (2001) all’attacco, Busatto (2002) lo incalza (foto Zannoni, come in apertura)
Cretti (2001) all’attacco, Busatto (2002) lo incalza (foto Zannoni, come in apertura)

Dediche speciali

Francesco racconta di un post Giro Next non facile. La stanchezza per la corsa rosa, unita al primo caldo lo hanno fiaccato. Ha detto che paga molto il primo caldo e anche per questo in settimana aveva fatto solo scarico.

«Nessun allenamento tirato – ha detto il bassanese – ho pensato solo a recuperare. Poi sarò uscito dal Giro Next anche con una grande gamba, ma a livello di sensazioni non mi sentivo proprio benissimo. Ripeto, la prima settimana di caldo la pago sempre un po’».

Prima di lasciarci c’è l’immancabile dedica: «A chi la dedico? Alla mia famiglia prima di tutto. Nei tanti anni in cui non ho avuto grandi risultati, quando facevo persino fatica a trovare squadra, loro ci sono sempre stati. Poi la dedico alla mia squadra. E ancora al mio preparatore, Paolo Santello. E’ grazie a lui se ho fatto un bel salto di qualità e se mi ha dato un modo diverso di vedere le cose.

«E infine una dedica va alla Campana Imballaggi Geo&Tex Trentino che mi ha ospitato due giorni per questa gara e che due anni fa mi ha preso quando ero praticamente “per strada”. Senza di loro non sarei qui adesso».

Il podio con Busatto, Cretti e Belletta. Quest’ultimo in volata ha regolato (a 1’47”) un drappello di 8 corridori
Il podio con Busatto, Cretti e Belletta. Quest’ultimo in volata ha regolato (a 1’47”) un drappello di 8 corridori

Parola a Piva

E poi c’è Valerio Piva, diesse della WorldTour di Busatto dal prossimo anno, la Intermarché-Wanty Gobert. Valerio è di ritorno dall’italiano dei pro’ quando lo intercettiamo. Da una parte gioisce, dall’altra meno, perché se Francesco ha vinto, Lorenzo Rota ha fatto ancora una volta secondo.

«Busatto è uscito bene dal Giro Next – dice Piva – e sapevamo che stesse bene. Sapevamo che si sarebbe potuto giocare le sue carte. Già durante il Giro ci era andato vicino due volte. Ancora non ho parlato con lui. Lo farò domani (oggi, ndr) e mi dirà bene come è andata la corsa».

Quella di Francesco è un’altra vittoria importante. Una vittoria che soprattutto arriva tra diversi piazzamenti altrettanto importanti, segno che il ragazzo ha una certa continuità di rendimento.

«E’ frutto di un lavoro di squadra, del suo direttore sportivo Kévin Van Melsen, del nostro staff. E infatti anche altri ragazzi stanno andando forte. Noi abbiamo investito su di lui. Ci abbiamo creduto. Fondriest ce ne aveva parlato bene. Lo abbiamo monitorato e lo abbiamo scelto. Ma questo non significa che ci fermiamo o che lui si dovrà fermare. Dobbiamo continuare a farlo crescere».

Il ruggito di Martinelli, regista del tricolore

24.06.2023
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COMANO TERME – Orlando Maini ha detto che grande merito della vittoria di Velasco è di Giuseppe Martinelli, che nella riunione di ieri sera aveva nella voce la giusta vibrazione. Così quando il grande bresciano arriva per salutare il suo corridore, ci avviciniamo, ricordando con lui che le ultime sue vittorie tricolori risalgono alla doppietta di Nibali e alla vittoria del 2017 di Fabio Aru.

Martinelli negli ultimi tempi si è tirato un po’ indietro dall’ammiraglia. Non ha seguito il Giro d’Italia, evento a suo modo stranissimo, eppure adesso che ha vinto con un corridore in cui crede da tempo, nei suoi occhi c’è un orgoglio non sopito e impossibile da sopire.

Velasco ha vinto il tricolore a 27 anni, dopo un ottimo lavoro di squadra
Velasco ha vinto il tricolore a 27 anni, dopo un ottimo lavoro di squadra
E’ vero che nella riunione di ieri ti tremava la voce?

E’ diventato campione italiano. Adesso non si rende conto, ma si correva per diventare il rappresentante di una Nazione e allora ti senti veramente di spaccare il mondo, hai capito? E credo che Velasco, al di là del fatto che lo merita come tutti gli altri italiani, è cresciuto molto e ascolta molto. Potrebbe anche ascoltare di più e fare molto di più, perché è ancora molto acerbo.

A cosa ti riferisci?

Ieri pomeriggio era in giro con la moglie e la figlia. L’ho guardato un po così, per dirgli che oggi avrebbe dovuto correre il campionato italiano. Lui ha detto: «Vabbè, vado». E’ abituato in questo modo, va in giro col cane. Ma appena inizierà a fare il corridore, in futuro andrà ancora meglio.

La crono aveva detto che sta bene.

Lui è venuto al Giro di Svizzera. I primi giorni era veramente affaticato, poi è riuscito a venire fuori. Così alla fine gli ho detto: «Guarda che hai la gamba buona per far bene anche nella crono». Ed è andata bene.

Non è stato facile mettere d’accordo tutti i corridori perché lavorassero per uno solo. Qui Felline
Non è stato facile mettere d’accordo tutti i corridori perché lavorassero per uno solo. Qui Felline
Pensavi potesse vincere?

Giovedì ha fatto un numero (Velasco è arrivato quarto nella crono tricolore, ndr), allora ho cominciato a pensarci. Un campionato italiano così sembra facile vincerlo, ma è facilissimo perderlo. Davanti c’erano dei corridori buoni, Baroncini è stato molto sfortunato, ma c’erano degli ottimi corridori.

Avete vinto anche lavorando da squadra compatta?

La squadra ha lavorato bene. Battistella è stato importante, perché stamattina avevo detto che l’obiettivo era semmai farci prendere e non inseguire. Sarebbe stato molto più facile essere davanti con qualcuno, per fare in modo che dietro potessero lavorare di rimessa. Sono stati veramente tanto bravi.

Che differenza c’è fra le vittorie di Nibali e Aru e questa di Velasco?

Con gli altri due partivi e sapevi di essere all’altezza di vincere. Ieri molti direttori sportivi mi dicevano che la squadra più forte era la nostra, con Velasco, Battistella, Scaroni, anche Moscon. Però mettere tutti d’accordo per una maglia di campione italiano non è facile, perché ognuno vorrebbe fare la sua corsa e avevo dato loro proprio questo input. Voglio che corriamo per la maglia tricolore. Nibali e Aru erano già campioni, Simone può essere un buon corridore e può ancora crescere.

A detta di Velasco, Moscon lo ha aiutato molto ed è il corridore Astana con cui più ha legato
A detta di Velasco, Moscon lo ha aiutato molto ed è il corridore Astana con cui più ha legato
Quest’anno hai fatto un passo indietro, ti si vede sempre meno, quanta soddisfazione c’è oggi per Beppe Martinelli?

Non so ancora di preciso che cosa mi bolle in testa, hai capito? Sono in una squadra da 14 anni, ho ancora una grandissima voglia di spaccare il mondo, però probabilmente sono arrivati i momenti di ragionare. Prima andavo avanti d’inerzia, da una stagione all’altra. Invece gli ultimi due/tre anni sono stati veramente difficili per l’Astana sotto tutti i punti di vista. Io posso dire di aver lavorato come un matto e forse tutto questo comincia a pesarmi un po’.

Altro non dice. Immaginiamo il suo spirito furente, come l’ha definito Velasco. Martinelli sa vincere e far vincere. Non deve essere facile nemmeno accettare un ruolo che non è suo, che non è tecnico. Non deve essere facile iniziare a valutare la necessità di farsi da parte. Ma poi siamo davvero sicuri che sia necessario farlo?

Baroncini, tanta rabbia e un fiume di lacrime

24.06.2023
5 min
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COMANO TERME – Una foratura a 3,8 chilometri dall’arrivo. La fine di un sogno tricolore che ha un sapore amaro condito da tanta rabbia e lacrime. Filippo Baroncini quest’oggi era indubbiamente tra i favoriti e durante la corsa ha dimostrato di volere questa maglia ai meno 45 chilometri dall’arrivo, quando è uscito dal gruppo insieme a Matteo Sobrero e a Matteo Trentin. Dopo un inseguimento concitato, il finale era apparecchiato per un arrivo in volata ristretto tra i magnifici sette di quest’oggi. 

Sull’arrivo però Filippo ha tagliato la linea del traguardo con la ruota alzata dalla rabbia e un urlo che di liberatorio aveva ben poco. Un centinaio di metri dopo ha scaraventato la bici a terra ed è scoppiato in lacrime con le mani sul viso

Filo Fans Club

Sul percorso una curva faceva più rumore di tutte, era quella del Fans Club di Filippo Baroncini. Direttamente dalla Romagna, in particolare da Massa Lombarda la sua città natale, sono arrivati decine di sostenitori per lui. Piadine, salsiccia e il motore di una motosega ad animare la quiete di Comano Terme addobbato a festa per questi campionati italiani.

Gli stessi volti che hanno accompagnato l’ex campione del mondo U23 per 227 chilometri erano dopo l’arrivo a consolarlo di fronte al suo hotel. Le lacrime di Baroncini però non si sono mai fermate. Per un’ora la delusione era troppo forte per prendere la macchina ed avviarsi verso la sua Romagna. Nemmeno la forza di mangiare una fetta di pizza, regalata dopo un morso alla fidanzata.

Dagli occhi del papà

Quando siamo arrivati al camper della Trek-Segafredo l’ira di Filippo non si era ancora placata. Le imprecazioni avevano gli stessi decibel di quella motosega che lo aveva accompagnato per nove giri sul circuito. Ancora una volta le lacrime sul volto, questa volta seduto sull’erba con lo sguardo rivolto verso il Fiume Sarca sottostante. A consolarlo c’era Davide Bramati, diesse della Soudal-Quick Step. «Lo capisco – dice – non è un mio corridore, ma lo capisco. Io ho corso e posso immaginare come si possa sentire in questo momento». Per infondergli un po’ di speranza e consolazione prima di andare via si è voltato urlandogli: «Stai tranquillo che lo vincerai un italiano, ora vai a farti la doccia!».

A porgergli una spalla su cui piangere oltre alla sua ragazza, c’era papà Carlo Baroncini: «Dispiace tanto. Filippo è così arrabbiato e deluso perché ci credeva molto. Se la poteva giocare, stava bene. Se avesse forato a cinque chilometri sarebbe potuto rientrare, ma così non c’era niente da fare. Non ricordo delusioni di questo tipo. Posso dire che di solito sbollisce in fretta e non sta tanto a rimuginare. Questa volta però la sfortuna lo ha colpito ancora».

Per Filippo la giornata di oggi è stata una dimostrazione dell’ottima condizione
Per Filippo la giornata di oggi è stata una dimostrazione dell’ottima condizione

La sfortuna di Filippo

Filippo ha un conto in sospeso con la fortuna. Dopo il passaggio tra i professionisti quando ancora quella maglia iridata era sulle sue spalle ma non poteva essere indossata è iniziato un calvario. Due stop a inizio stagione, nel 2022 e 2023, entrambi per lo stesso motivo. La frattura del radio che ancora oggi costringe il classe ’99 a portare il tutore anche in corsa.

Oggi la dea bendata lo ha ignorato strappandogli il sogno a tre chilometri dall’arrivo. E’ chiaro che questa volta quando la rabbia sarà passata e le lacrime saranno asciugate, dall’analisi della gara potrà trarre sicuramente un bilancio positivo sulla condizione. L’inseguimento condiviso con Trentin e Sobrero prima, più una sgasata fatta vedere ai meno 14 chilometri dall’arrivo. Poche centinaia di metri che hanno fatto vedere che per Baroncini questa poteva essere davvero la giornata giusta

Mosca ha tirato i primi giri in circuito per ridurre il distacco dai fuggitivi
Mosca ha tirato i primi giri in circuito per ridurre il distacco dai fuggitivi

Una gara quasi perfetta

A consolarlo c’era anche il suo procuratore Luca Mazzanti, diviso tra gioia e dispiacere. Da una parte Velasco, gli ha regalato una vittoria inaspettata e dall’altra Filippo in ottima condizione ma con tutt’altro stato d’animo. Ciccone ha preparato le valigie e dopo aver dato due pacche sulle spalle al suo compagno si è avviato a raggiungere sua moglie, con cui si è sposato due giorni fa. 

Chi invece dopo due pacche sulle spalle si è fermato e si è messo in assetto diesse, è Jacopo Mosca che rimarrà qui fino a domani per assistere all’italiano della sua promessa sposa Elisa Longo Borghini. Al piemontese abbiamo chiesto che bilancio si porterà a casa da questa giornata per la Trek Segafredo.

«Dispiace per come è andata la corsa – dice – mi sento di dire che abbiamo fatto tutto bene. Ovviamente più di tutto dispiace per Filippo. Non se lo meritava per tutta la sfortuna che sta subendo. Le cadute ci stanno ma quest’anno ha subito un altro infortunio a inizio stagione. Non si può dire che avrebbe vinto è vero, però stava davvero bene. Ho tirato i primi giri del circuito per ridurre il distacco sui fuggitivi. Noi eravamo in tre e queste erano le nostre carte da giocare. Bisogna ricordarsi che chi ha vinto se lo è meritato quindi complimenti a lui».

Velasco campione italiano, per favore non svegliatelo

24.06.2023
7 min
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COMANO TERME – Le polemiche del dopo arrivo se ne sono andate come fili d’erba nell’acqua del Sarca che scroscia verso valle. Trentin si è allontanato dalla zona di arrivo preferendo non parlare, ma ha tagliato il traguardo fra varie maledizioni. Sbaragli ha parlato di scorrettezze in volata, ma riguardando lo sprint con cui ai 200 metri Simone Velasco ha vinto il campionato italiano, una deviazione c’è stata, ma non è stata la sua. Vittoria pulita, con lo sguardo incredulo fin dopo la riga. Ha dovuto arrivare a 27 anni perché tutti si accorgessero di lui e adesso non vorrebbe più scendere dal palco. I tifosi lo acclamano. Nadia e Diletta, la sua compagna e loro figlia (con lui sul podio, in apertura), lo mangiano con gli occhi

Maini commosso

Più commosso di lui è Orlando Maini, cui si rompe la voce e deve smettere di parlare. Bolognese come il fresco vincitore, lo ha visto crescere e negli ultimi due giorni lo ha osservato con attenzione.

«Questa vittoria – dice Maini, uno dei tecnici dell’Astana qui ai tricolori – è frutto anche di quanto è andato forte Battistella in un momento delicato della gara. L’altro giorno nella crono le qualità di Velasco mi avevano entusiasmato. Oggi è stato freddo. Simone ha il grande vantaggio che stanco contro stanco, lui diventa una bestia. Ha la forza interiore incredibile di un ragazzo che si è creato la sua piccola fortuna dal niente. E’ un bimbetto normale, un ragazzo qualsiasi che vedete lungo la strada durante la settimana. Uno cui piace stare con gli amici e con la famiglia, che lo segue con passione. Ma quando deve fare le cose sul serio, non sbaglia un colpo. Queste vittorie mi emozionano, perché io so cosa vuol dire soffrire».

Leonardo Basso ha tirato nei primi chilometri assieme a Mosca: lavoro invisibile, ma prezioso
Leonardo Basso ha tirato nei primi chilometri assieme a Mosca: lavoro invisibile, ma prezioso

Velasco arriva con gli occhi stralunati e la maglia tricolore che lo fascia stretto e lo fa sembrare anche più piccolo. Sorride. Ride. Ringrazia. Ha voglia di raccontare.

Sapevi di stare così bene?

Ero consapevole della buona forma e l’avevo visto nella crono di giovedì. Io non sono un cronoman, però venendo dalla mountain bike e dal ciclocross, sapevo che allenandomi un po’ potevo limitare i danni, ovviamente in una crono abbastanza adatta alle mie caratteristiche.

Dopo la crono infatti tutti parlavano di te…

Ma oggi era una pagina vuota, tutta da scrivere. Il percorso si addiceva abbastanza alle mie caratteristiche, andava bene per corridori di fondo, quindi ero fiducioso. Poi ovviamente il campionato italiano è un terno al lotto perché si corre in modo atipico rispetto alle altre corse. Tante volte mi è andata male nelle categorie giovanili. L’ho sognata mille e più volte e riuscire a vincerla da professionista davanti alla mia famiglia è un’emozione fortissima.

La squadra ti ha coperto benissimo, Battistella in fuga vi ha permesso di restare coperti.

Ci aspettavamo una fuga un po’ più numerosa in partenza. Abbiamo avuto da subito Basso che ha fatto come sempre un grandissimo lavoro e non è da sottovalutare, come tutti quei compagni che tante volte non vengono nominati per primi, ma che sono fondamentali. Dopo Basso, si è mosso bene Battistella e ci ha permesso di rimanere un po’ più sulle ruote. Io ho cercato di fare il finale, di non sprecare molte energie e farmi trovare pronto se c’era l’occasione. Ma non ero molto certo che li avremmo ripresi. Poi però ho deciso di osare, come c’è scritto nel mio tatuaggio: memento vivere semper…

Battistella in fuga con Rota e Magli ha permesso al resto dell’Astana dietro di restare al coperto fino alle fasi decisive
Battistella in fuga ha permesso al resto dell’Astana dietro di restare al coperto fino alle fasi decisive
Cosa ti ha detto Martinelli durante la corsa?

Martino non l’ho ancora visto, ma era sul percorso. E con il suo carattere sempre furente, a un certo punto mi ha detto: «Oh Velasco, adesso vai!». Io ci ho provato, magari più avanti di dove diceva lui. Sono stato più attendista del solito, però è andata bene.  

Dopo l’arrivo, Moscon ti ha dato un abbraccio lungo una vita.

Con Gianni siamo compagni e amici da anni, perché abbiamo corso insieme da under 23 alla Zalf Fior. Tante volte ci siamo ritrovati davanti nei finali di gara e abbiamo avuto appunto varie chance di giocarci le nostre carte. Abbiamo fatto il Giro insieme, quest’anno è uno dei corridori della squadra con cui ho corso di più ed è bello quando un compagno di squadra viene a dimostrarti la sua felicità. Sono veramente super contento di come i miei compagni mi hanno accolto e abbracciato all’arrivo. Abbiamo dimostrato di essere non solo compagni, ma anche amici.

Hai parlato del Giro, ma non è andato benissimo…

Purtroppo mi sono ammalato dopo la tappa di Viareggio, quindi è stata una guerra finirlo. Ho provato a dare un colpo di coda nella tappa di Bergamo, ma purtroppo sono arrivato sesto, non sono riuscito a fare di meglio. Per cui dopo il Giro ho dovuto recuperare un po’ e parlando con la squadra, abbiamo deciso di andare allo Svizzera per preparare l’italiano e poi staccare definitivamente.

L’abbraccio di Battistella è stato solo il primo: a breve arriveranno tutti i compagni
L’abbraccio di Battistella è stato solo il primo: a breve arriveranno tutti i compagni
E come è andata?

Negli ultimi due giorni, ho voltato la pagina. La condizione sembrava tornata più che decente, ho fatto un’ottima crono finale e da lì c’è venuta una mezza idea di fare la crono di giovedì. Quando non sei troppo stressato, le cose vengono meglio. Io sono venuto qua con zero stress e la cosa ha pagato.

Sai già quando vedremo per la prima volta questa maglia in gruppo?

Con la squadra e con Martinelli abbiamo parlato giusto dopo la crono. Io ora stacco e vado un po’ a rilassarmi all’Isola d’Elba. Un po’ di mare fa sempre bene. Dopo andrò in altura, una quindicina di giorni per rimettere su l’allenamento in vista della seconda parte di stagione. In primis avevamo pensato al Polonia, poi abbiamo pensato che le corse in Spagna sono più adatte a me. Se però Bennati vuole portarmi al mondiale, faccio anche quello. E poi faccio anche la Vuelta… (ride, ndr).

Pensavi di poter vincere così bene in volata?

Sulla carta, Trentin era senza dubbio il corridore più veloce. A me non ci pensano, ma anche io sono veloce. Le volate di gruppo non le faccio perché ho paura, però nei gruppetti ristretti posso dire la mia. Così mi sono detto di stare tranquillo e sono andato avanti senza paura. Ho guardato dove si posizionava Matteo e ho avuto la lucidità di vedere le cose 10 secondi prima che succedessero. Sono partito ai 200 metri e l’ho fatta tutta sulla destra, senza prendermi rischi e senza andare a infilarmi da nessuna parte. E alla fine è stata la scelta vincente.

Velasco ha ammesso di amare la maglia tricolore nella sua veste tradizionale: all’Astana lo accontenteranno?
Velasco ha ammesso di amare la maglia tricolore nella sua veste tradizionale: all’Astana lo accontenteranno?
La tua maglia sarà tricolore da cima a fondo?

Di come sarà disegnata la maglia parleremo con la squadra. Senza dubbio a me piace tanto e me la vorrei cucire addosso. Mi piacerebbe averla così, tradizionale. Poi non so, dobbiamo sempre un po’ battagliare, fra gli sponsor e le varie esigenze. Vedremo come sarà fatta.

Il solito dilemma: sei di Bologna o dell’Isola d’Elba?

Io sono di Bologna, perché alla fine Bologna mi ha dato i natali. Mia mamma è bolognese, però il mio cuore è da sempre sulla mia Isola, dove ho vissuto l’infanzia. E’ ovvio che ho un legame particolare con l’Isola d’Elba, ho tanti tifosi, sostenitori e amici. Ma allo stesso tempo non dimentico Bologna, dove sono nato e dove ho fatto il Tecnico Aeronautico. Diciamo che son un elbano di Bologna.

Hai pianto più oggi o quando è nata tua figlia?

Quando è nata mia figlia, ho pianto tanto, tanto, tanto. Però oggi è stato ugualmente toccante, perché era presente anche lei e quindi le ho fatto un bel regalo. Ma la nascita di una figlia forse è la cosa più bella che sia capitata in vita mia.

Non se ne va prima di aver ricordato il suo amico Giulio, scomparso da poco. Il suo massaggiatore Umberto Inselvini, che si prendeva cura dei suoi muscoli e del suo spirito. E anche Gino Mader, che non conosceva di persona, ma ha lasciato il vuoto di quando se ne va uno di loro. Poi arriva Martinelli. Si abbracciano. Il tecnico bresciano gli sussurra qualcosa e Velasco gli dice che aveva ragione. La serata più bella è appena cominciata, fuori le montagne, il verde e il fiume lo renderanno poetico come un bel quadro.

Mader nel dolore di Pellaud. E la storia di una bici

24.06.2023
5 min
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Lubiana. Partenza della quarta tappa del Giro di Slovenia. Facce funeree nella zona dello start e non potrebbe essere altrimenti. La scomparsa di Gino Mader è arrivata come un tornado non solo nella carovana, ma nel cuore di tutti. Per qualcuno però, nello specifico Simon Pellaud, ha un significato maggiore, perché con Gino c’era tantissimo in comune, pezzi interi di vita, battute, risate. Quando condividi qualcosa d’importante, è come se te lo strappassero via.

Simon è un professionista, correre è il suo lavoro e anche se chi lo conosce (nel team in primis, affranto e vedremo il perché) capirebbe se non se la sentisse di partire, è lì, in sella alla sua bici. Le labbra strette in una smorfia. Il pensiero che vaga lontano, la voglia di lasciare un segno, fare qualcosa per ricordare l’amico scomparso lontano, troppo lontano per assisterlo.

La Tudor ha sofferto per la scomparsa di Mader come se fosse stato un proprio corridore
La Tudor ha sofferto per la scomparsa di Mader come se fosse stato un proprio corridore

Un gesto simbolico

La tappa parte e Pellaud si avvicina a Zana, leader della classifica: «Filippo, voglio andare in fuga per qualche chilometro, devo fare una cosa per Gino…». Il veneto dà naturalmente il suo benestare, Pellaud parte e nessuno lo segue. Le immagini della Tv riprendono la sua azione. Pellaud è uno che alle fughe è abituato, al Giro d’Italia dello scorso anno attaccava un giorno sì e l’altro pure, ma questa non è come le altre.

E’ in quei pochi ma importanti chilometri che Simon lascia defluire tutte le emozioni. Indica la fascetta di lutto al braccio, fa con le mani il gesto del cuore e indica il cielo pronunciando poche parole che nessuno sente. Almeno nessuno qui… Poi si lascia riassorbire dal gruppo, in tanti lo abbracciano cogliendo il suo dolore.

Pellaud è andato in fuga e indica il segno del lutto al braccio. Sul viso il dolore per la perdita dell’amico
Pellaud è andato in fuga e indica il segno del lutto al braccio. Sul viso il dolore per la perdita dell’amico

Le gambe c’erano, la testa no…

«Non c’era niente che avesse a che fare con lo sport – racconta il corridore elvetico della Tudor – non ho pensato neanche a come stavo, perché le gambe c’erano, ma la testa assolutamente no e non so neanche come ho fatto a finire quella tappa. Ho sentito l’ispirazione per salutare Gino a modo mio, era qualcosa fra me e lui.

«In quei minuti di fuga non potrei neanche dire se stavo pensando qualcosa di particolare, diciamo che mi sono passati davanti agli occhi tanti momenti condivisi insieme. Forse solo in quel momento mi sono un po’ riavuto, quando il giorno prima i diesse ci hanno chiamato per darci la notizia è stato un terribile schiaffo in faccia, che non dimenticherò mai».

Nel fotogramma della telecronaca di Eurosport lo svizzero fa il segno del cuore dedicato a Mader
Nel fotogramma della telecronaca di Eurosport lo svizzero fa il segno del cuore dedicato a Mader

L’amicizia nata in trasferta

Le storie ciclistiche di Simon e Gino si erano intersecate nel 2018, al team Iam Excelsior, squadra continental svizzera. Mader vi sostò poco, passando l’anno successivo all’NTT Dimension Data, ma bastò quella stagione per legarli in una profonda amicizia. «Abbiamo corso molto insieme, il che significa condividere camere d’albergo, le emozioni e le paure prima della gara, le gioie o le delusioni del dopo e in mezzo tante chiacchiere e soprattutto la storia di una bici…».

Nel raccontare quest’episodio si percepisce fortemente l’emozione legata al ricordo dell’amico che non c’è più: «Un giorno Gino mi confida che ha deciso di comprare l’ultimo modello di Specialissima della Bianchi: “Ho chiesto al team di aiutarmi, la spesa è ingente, ma è un investimento per il mondiale di Innsbruck, è una bici migliore, ma mi dà le prestazioni che voglio”. Il team acconsente e Gino la compra, ci si allena, va in Austria e al mondiale finisce ai piedi del podio.

«L’anno successivo, quando torno in Europa dalla mia Colombia (Pellaud è sempre rimasto molto legato alle sue radici familiari colombiane e affronta parte della sua preparazione invernale oltre Atlantico, ndr) Gino ha già firmato per il team WorldTour. Mi chiama e mi dice se voglio quella bici: “Gino, costa troppo, non posso permettermela”. “Voglio che ce l’abbia tu, come segno della nostra amicizia” e me la dà a un prezzo stracciato, assurdo per la qualità di quella bici. Con quella l’anno successivo ho vinto la classifica degli scalatori al Romandia, ho trionfato alla Fleche Ardennaise, sono finito secondo ai campionati nazionali».

L’abbraccio fra i due amici dopo il mondiale di Innsbruck, con Mader sulla sua Bianchi
L’abbraccio fra i due amici dopo il mondiale di Innsbruck, con Mader sulla sua Bianchi

Un legame indissolubile

«Ma non è il valore dei risultati, è il significato di quella bici, di quel gesto che mi è caro, è il segno della sua generosità, di chi era davvero Gino. Quella bici ce l’ho ancora e niente me ne potrà separare».

Nel ripensare a chi era Gino, non è facile trovare le giuste parole per descriverlo: «Viveva un po’ nella sua dimensione, sembrava quasi assente, ma era il suo modo per affrontare il mestiere. Era sempre concentratissimo su quel che faceva e soprattutto viveva la sua attività in maniera sempre tranquilla, tirando fuori il sorriso anche nei momenti difficili. Era il tipico svizzero tedesco, ferreo e determinato in quel che faceva, convinto delle sue idee».

Pellaud si è poi lasciato riassorbire. Ha chiuso lo Slovenia al 43° posto
Pellaud si è poi lasciato riassorbire. Ha chiuso lo Slovenia al 43° posto

Il viaggio in Cina

«Porto con me i ricordi della bellissima trasferta vissuta insieme al Tour of Hainan in Cina, sempre nel 2018, quando perse la vittoria finale per appena 2 secondi contro Masnada. Era comunque felice perché entrambi avevamo vinto una tappa, avevamo condiviso qualcosa di raro come sempre è una trasferta cinese, sono ricordi che resteranno sempre».

L’indomani della terribile notizia, era evidente come in casa Tudor la si vivesse con un trasporto enorme e la risposta la dà lo stesso Simon: «C’era la possibilità che a fine stagione arrivasse qui, sarebbe voluto venire per fare il leader, per puntare a quei grandi traguardi per i quali era ormai maturo. Avevamo ancora tanta strada da fare insieme, tornando a vestire la stessa maglia, ma il destino ha voluto altrimenti e non ho potuto neanche condividere la sua ultima corsa…».

Tour 1995, quando la Motorola decise di continuare

24.06.2023
7 min
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«Quando ho sentito la notizia e il giorno dopo ho saputo che Mader era morto – mormora Andrea Peron – mi è sembrato di rivedere quel giorno. Vivo in Svizzera, l’ho visto in Svizzera ed ha avuto tanto risalto. C’è stata quasi la stessa dinamica, anche nel succedersi degli eventi dei giorni dopo. E’ stato come aver rivissuto quel Tour del 1995 in maglia Motorola…».

I compagni di Mader al team Bahrain Victorious hanno sfilato con il gruppo, ma il giorno dopo hanno lasciato il Giro di Svizzera
I compagni di Mader hanno sfilato con il gruppo, ma il giorno dopo hanno lasciato il Giro di Svizzera

La scelta di continuare

Oggi a Zurigo si svolgerà un evento commemorativo per Gino Mader, con i genitori al centro e il popolo delle due ruote che confluirà nel velodromo. La nostra memoria invece è andata a giorni che vivemmo in prima persona al Tour del 1995: quelli della caduta di Fabio Casartelli, della lenta sfilata del gruppo sul traguardo di Pau e della vittoria di Armstrong a Limoges con le dita al cielo. Non vogliamo rivangare il dolore, ma a pensarci bene nessuno ha raccontato ciò che avvenne nella Motorola quando si seppe che il loro compagno non ce l’aveva fatta. Come fu che decisero di andare avanti, mentre la Bahrain Victorious ha abbandonato il Giro di Svizzera? Perché decisero di proseguire? Come si vive in una squadra la perdita di un compagno?

«Eravamo all’Hotel Campanile – ricorda Peron – e ci ritrovammo sul prato lì fuori, davanti al laghetto. Jim Ochowitz, che era il team manager della Motorola, era venuto a chiederci cosa volessimo fare. Era la prima volta che succedeva una cosa del genere, fortunatamente non avevamo un precedente. Però conoscevamo tutti Fabio e la motivazione che aveva in quel Tour. Ci confrontammo a lungo e alla fine decidemmo di continuare, proprio per portare lui a Parigi. Perché comunque Fabio, sin da quando era partito dalla Normandia (il Tour del 1995 partì il primo luglio da Saint Brieuc, ndr), diceva sempre che voleva arrivare a Parigi».

Vi eravate preparati insieme, giusto?

Avevamo passato giugno allenandoci a Livigno e continuavamo a parlare di questo Tour e di quanto sarebbe stato bello arrivare a Parigi. E alla fine, decidemmo di continuare proprio per rispetto del nostro amico, altrimenti ci saremmo fermati. Siamo arrivati in fondo e la bici di Fabio ha sempre viaggiato sul tetto dell’ammiraglia fino all’ultimo traguardo. Per noi fu quello il modo migliore per concludere il Tour. Fu una decisione soggettiva del team, evidentemente al Team Bahrain hanno ponderato una scelta diversa, con altre motivazioni che meritano il massimo rispetto.

Credi che se l’incidente di Fabio non fosse avvenuto al Tour, ma in qualsiasi altra corsa, avreste continuato ugualmente?

Probabilmente no.

La sera sul lago ci fu qualcuno che non voleva andare avanti?

Eravamo tutti abbastanza uniti, non ci fu una votazione, fu piuttosto una terapia. Avevamo bisogno di stare tra di noi in modo più intimo. Tutti ci cercavano, tutti ci chiedevano, tutti volevano sapere, tutti volevano esserci vicino, invece quel momento fu solo per noi. Ci siamo confrontati, ci siamo parlati, ma alla fine tutti fummo concordi sul continuare. Fabio aveva un’energia e un entusiasmo contagiosi. Era sempre divertente, sempre motivato, sempre ottimista su tutto. Ce lo trasmetteva e quindi sapevamo che lui sarebbe voluto arrivare a Parigi. 

Hai parlato dell’intervento di Ochowitz, cosa venne a dirvi?

Jim era distrutto, come tutti, ma forse lui si sentiva addosso la responsabilità. Magari non dell’incidente, ma sicuramente del fatto di aver selezionato Fabio per il Tour. Ha sempre avuto un grande cuore e con Fabio aveva legato molto, visto che viveva anche lui a Como. Eravamo tutti più o meno nella stessa zona, eravamo quasi una famiglia.

Quando hai saputo che Fabio era morto?

In maniera chiara, all’arrivo. Però salendo sull’ultima salita ricordo che c’era un’atmosfera strana, quando passavamo noi della Motorola, la gente applaudiva in modo strano. Ricordo Darcy Kiefel, una fotografa americana, che sul Tourmalet mi fece una foto e intanto piangeva. E io pensai: perché sta piangendo? Poi, piano piano, ho realizzato tutto. Le radio non c’erano ancora. Della caduta e che fosse brutta l’avevamo saputo subito. In gruppo c’era ancora tantissima bagarre e mentre da dietro iniziavano a rientrare quelli che erano rimasti coinvolti, andai a chiedere all’ammiraglia se dovessimo aspettare Fabio, ma mi dissero che lo avevano portato in ospedale. Poi parlai con Perini, non ricordo se fosse caduto anche lui o avesse visto, e mi parve sconvolto. Continuammo la tappa, quasi tutti staccati, fino a Cauterets.

Al via della settima tappa del Giro di Svizzera è stata lanciata una colomba bianca, per salutare Gino Mader
Al via della settima tappa del Giro di Svizzera è stata lanciata una colomba bianca, per salutare Gino Mader
Il giorno dopo il gruppo pedalò a passo d’uomo fino a Pau: una processione lentissima, dopo la quale Bjarne Riis disse che avrebbe avuto più senso annullare la tappa, che farsi del male a quel modo…

Fu una giornata molto pesante, in un certo senso capisco Bjarne perché veramente era una tappa lunghissima con un sacco di salite. Fu pesante per tutti, anche perché eravamo svuotati. Già c’era la fatica di due settimane di Tour, ma soprattutto portavamo un macigno dentro e non avevamo l’adrenalina della gara. Se devo dirvi, di quel giorno non mi ricordo niente, se non l’arrivo a Pau e questa sfilata interminabile sui Pirenei a passo d’uomo, con tutto il gruppo che veniva a chiederci. Non mi ricordo che salite abbiamo fatto, dove siamo passati, niente…

Cosa ricordi della vittoria di Armstrong a Limoges?

Lance era motivatissimo per fare qualcosa che ricordasse Fabio. E lui quando era così, tirava fuori un’energia non comune. Fu una vittoria per Fabio, la sera non festeggiammo. Cercammo di mantenere un comportamento di rispetto, ma abbastanza leggero. Ci vuole tanta forza per continuare in quello stato. Quando ti succedono queste cose, trovare l’energia per andare avanti e fare delle tappe del Tour de France è pesantissimo. La tappa di Pau la facemmo a passo d’uomo, però poi la gara continuò, con tutte le difficoltà di un Tour de France.

Andrea Peron, casse 1971, è stato pro’ dal 1993 al 2006 (alla Motorola nel 1995 e 1996). Oggi lavora in Karpos, azienda del gruppo Valcismon
Andrea Peron, casse 1971, è stato pro’ dal 1993 al 2006. Oggi lavora in Karpos, azienda del gruppo Valcismon
Con la stessa testa?

Fummo costretti a reagire, ma almeno per me non c’era più il senso di cercare la vittoria, la prestazione, il risultato. C’era solo arrivare in fondo e portare Fabio a Parigi. La vera lotta fu non farci risucchiare dalle emozioni negative e dalla negatività di quanto era accaduto, altrimenti sarebbe stato impossibile andare avanti.

Tu eri compagno di stanza di Fabio in quel Tour?

Quando quella sera entrai in camera, ricordo benissimo che c’era la sua valigia aperta sul letto, perché l’avevano aperta, penso per cercare i documenti. C’era la valigia aperta, ma Fabio non c’era più. Fu una cosa pesante.

Patron del Tour in quegli anni era Jean Marie Leblanc, che assecondò in toto il volere della Motorola
Patron del Tour in quegli anni era Jean Marie Leblanc, che assecondò in toto il volere della Motorola
In questi giorni si è parlato di sicurezza delle corse.

Non credo che allora, come oggi, ci sia stata la colpa di qualcuno dal punto di vista delle protezioni. Gino Mader e Fabio prima di lui sono mancati facendo quello che amavano. Ogni ciclista si assume una parte di rischio come chi corre in moto, come è successo a Simoncelli e come ad esempio agli sciatori. Mi ricordo la morte di Ulrike Maier nel 1994, che conoscevo. Andò a sbattere su un paletto e morì. Penso agli alpinisti che muoiono in montagna. Quello che invece mi fa più rabbia sono le morti che si possono evitare.

Di cosa parli?

Penso al povero Davide Rebellin, che viene a ucciso perché un camionista gli passa sopra e non si accorge di lui. Oppure tutti i morti che ci sono quasi settimanalmente, tirati sotto da autisti distratti. Questo mi fa più rabbia, perché per loro si potrebbe fare qualcosa. La morte è sempre uguale, ma quelle morti lì non devono più succedere.