Cozzi, un diesse dei pro’ tra gli U23. Come va la sua Tudor?

21.07.2023
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VERRAYES – Un direttore sportivo dei professionisti tra i dilettanti, o meglio tra gli under 23. E’ Claudio Cozzi, tecnico della Tudor Pro Cycling, incontrato sulle strade del Giro della Valle d’Aosta. La sua ci è sembrata una presenza insolita. E forse lo è stata anche per lui. Di certo Cozzi è interessato e divertito da questa “nuova” esperienza con la continental del suo gruppo.

Claudio Cozzi (classe 1966) direttore sportivo della Tudor, per l’occasione in ammiraglia con gli U23
Claudio Cozzi (classe 1966) direttore sportivo della Tudor, per l’occasione in ammiraglia con gli U23
Claudio ma cosa ci fai qui?

Eh – ride Cozzi – è una nuova avventura. E’ la prima volta che li guido in corsa. Non conoscevo bene i ragazzi. Li avevo visti solo qualche volta in allenamento questo inverno in ritiro. Sono molto soddisfatto perché hanno una buona mentalità e soprattutto noto che cercano di correre bene.

Come sta andando questa stagione per voi Tudor in generale? Siete nuovi come team professional, più esperti tra gli under 23.

Penso che abbiamo iniziato bene. Abbiamo anche ottenuto qualche risultato importante già prima di quello che ci aspettavamo. Sapevamo che non sarebbe stato un anno facile partendo con solo qualche ragazzo di esperienza e tanti giovani. Sapevamo che c’era da lavorare e che li avremmo dovuti aspettare e portarli nella giusta direzione.

De Kleijn, Pellaud che è tornato alla vittoria, Voisard… un bel colpo per essere al primo anno tra le professional.

Sì, sì, ma infatti va bene così. De Kleijn è stata una grandissima sorpresa per me, perché lo conoscevo poco, ma è davvero un buon velocista che può migliorare ancora un po’.

Primo anno tra le professional per la Tudor e già 8 vittorie, 3 delle quali firmate dal potente sprinter olandese De Kleijn
Primo anno tra le professional per la Tudor e già 8 vittorie, 3 delle quali firmate dal potente sprinter olandese De Kleijn
Le grandi squadre hanno tutte il team development e anche voi siete qua con la squadra under 23: ma è davvero così importante crearsi un bacino interno?

La maggior parte dei ragazzi che abbiamo noi in prima squadra vengono dalla development. E’ una bella realtà che li porta a crescere nel modo giusto e ad arrivare al momento opportuno al  professionismo. Per quanto riguarda i nostri, soprattutto quelli impegnati al Valle d’Aosta, dobbiamo aspettare un po’ perché sono di primo o di secondo anno. Quindi hanno 19 o 20 anni. Sono ragazzini, ma hanno voglia di imparare.

Hai detto che hanno una buona mentalità e voglia d’imparare. Spiegaci meglio.

Sono interessati, curiosi, fanno domande. Per esempio il Valle d’Aosta è un’università per i giovani che devono fare esperienza. E’ una gara dura, esigente anche nelle discese. Una gara che richiede sacrifici… però quando escono da qua lo fanno con un buon bagaglio. Ci mettono della memoria e delle buone informazioni per crescere. Al Valle, per esempio, era importante la gestione: sulle strade aostane se non sai amministrarti e vai oltre il tuo limite ci metti un attimo a perdere tanti minuti. E con loro ho spinto molto su questo aspetto.

Cosa può dare un diesse abituato al grande professionisti ai ragazzi?

Per prima cosa ho cercato di conoscerli, ascoltando anche i consigli che mi ha dato il responsabile della squadra development. Poi parlando con loro, soprattutto prima di arrivare qua, ho cercato di capire il loro carattere, il loro modo di stare in corsa, le loro qualità, le loro caratteristiche. E per ognuno di loro abbiamo stabilito un programma per la corsa, con una strategia che hanno seguito perfettamente. E questo mi piace perché corrono come squadra, si aiutano. A turno vengono a prendere le borracce… e lo fanno nei momenti gusti, senza sprecare energie.

I Tudor al centro della foto (di A. Courthoud) si sono ben comportati al Valle d’Aosta. Donzé ha chiuso 15° nella generale
I Tudor al centro della foto (di A. Courthoud) si sono ben comportati al Valle d’Aosta. Donzé ha chiuso 15° nella generale
La vecchia scuola…

Ogni sera parliamo e dopo aver fatto il briefing del mattino prima della corsa li vedo molto attivi: chiedono, si informano, vogliono sapere cosa è meglio fare in quel punto, dove è meglio prendere le borracce, cosa fare in quest’altro punto…

Quindi vale anche il contrario: sono loro che danno a te?

Credo proprio di sì. Sono tutti ragazzi molto intelligenti, non è come quando ho iniziato io, che c’erano pochi i laureati. Ma non perché all’epoca erano stupidi, ma perché c’erano meno possibilità e si cresceva prima per certi aspetti. Loro invece hanno più di possibilità di studiare, pertanto si ha a che fare con persone che hanno una certa cultura e bisogna saperli approcciare. Ho 57 anni, ma devo tornare a quando ne avevo 25 per cercare di relazionarmi con loro veramente. Devo aggiornarmi, essere al passo coi tempi. Una volta ci dicevano: “Tu fai così”. E noi zitti e muti. Oggi invece gli devi spiegare perché devono fare così.

Claudio, hai detto che per ognuno di loro avete studiato un programma. Cosa significa? Ci fai un esempio?

Per esempio Robin Donzé è un buon climber. Gli ho detto: “Questa settimana, proviamo a vedere dove puoi arrivare. Ci poniamo una top 20 per tutte le tappe di salita. Impara a gestire la corsa. Quando sei in salita e sei al limite, cala qualche watt e prendi il tuo passo. Se ne hai, negli ultimi 2 chilometri vai full gas”. Ebbene, questo ragazzo tutti i giorni ha fatto questo e spesso negli ultimi due chilometri ha recuperato posizioni. Sto cercando di insegnarli a conoscersi sostanzialmente.

Elia Blum a inizio luglio è diventato campione svizzero U23, prima vittoria di peso per la Tudor U23
Elia Blum a inizio luglio è diventato campione svizzero U23, prima vittoria di peso per la Tudor U23
Un lavoro di pazienza e mirato al lungo termine?

Esatto, vederlo nei primi 15 finali è stato un buon obiettivo, tanto più che è la prima volta che questi ragazzi affrontano un percorso simile con altimetrie che superano abbondantemente i 3.000 metri di dislivello. 

In effetti quest’anno sono andati molto forte: ti aspettavi un livello simile in questa categoria?

Premessa, io sono un appassionato di ciclismo, quindi quando sono a casa vado a vedere gli allievi, gli juniores, gli under 23, poi leggo, mi informo… Vedo gli ordini d’arrivo, i dati e mi aspettavo un livello alto. Anche nei pro’, se togli quella manciata di fenomeni…

Quindi i soliti Roglic, Pogacar, Van Aert, Vingegaard e Van der Poel?

Esatto, tolti loro poi ci sono 50-60 corridori che sono quasi alla pari e possono giocarsi la corsa. Segno che il livello medio si è alzato per i discorsi che facciamo sempre: materiali, vestiario, alimentazione… Penso all’allenamento: una volta era generalizzato, adesso è specifico per ogni corridore. E questo discorso vale anche qui in parte.

Van Aert tornato a casa, il perché della scelta

21.07.2023
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Anche Richard Plugge ha appoggiato la scelta di Van Aert. Il fondatore della Jumbo-Visma ha raccontato di quanto a sua volta ritenga importante condividere i momenti importanti con la famiglia e ha elogiato la decisione del campione.

La notizia che la presenza di Van Aert al Tour potesse essere a orologeria era nell’aria. Qualcuno aveva visto nella nascita di suo figlio il pretesto per non condividere la Grande Boucle con Vingegaard. Invece il belga ha scortato il compagno fino al giorno di Courchevel. Poi lo ha abbracciato, lo ha guardato negli occhi, ha pronunciato la parola «Incredible» e ha lasciato il Tour de France. La squadra ha diffuso il video il mattino successivo (in apertura un fotogramma dello stesso), ma a quel punto Wout era già nella sua casa di Herentals.

Gennaio 2022, George, primogenito di Wout e Sarah, compie un anno: la famiglia è unitissima (foto Instagram)
Gennaio 2022, George, primogenito di Wout e Sarah, compie un anno: la famiglia è unitissima (foto Instagram)

Nel giorno di riposo

La decisione è stata presa nel giorno di riposo, cosicché quando il piano è scattato, c’erano già pronti un elicottero e un aereo privato della famiglia Van Eerd, titolare dello sponsor Jumbo, che lo hanno riportato in Belgio.

«Lunedì – racconta il diesse Arthur Van Dongen – siamo stati informati che il momento della nascita si stava avvicinando. Wout ha comunicato la sua intenzione ai compagni. Alcuni di loro hanno dei figli, quindi hanno accolto il suo pensiero. Non è stata una vera sorpresa, perché sapevamo che sarebbe potuto succedere. Una volta un fatto come questo non sarebbe stato digerito così facilmente, ma noi crediamo che sia importante pensare alla persona che c’è dietro al corridore. Per cui, mentre dopo l’arrivo si commentava la corsa, nessuno si è accorto che Wout veniva trasferito verso l’elicottero».

Un cambio di rotta

Cipollini lasciò per una sera il Giro del 1997. Era appena nata sua figlia Lucrezia e Mario salì su un elicottero, tornando in gruppo per la tappa successiva. Interrogati dalla stampa belga sulla scelta di Van Aert, alcuni psicologi hanno ravvisato un cambio di direzione nell’essere campioni.

«E’ il segno una più ampia evoluzione sociale – ha detto il dottor Cedric Arijs a Het Nieuwsblad – in passato il valore del lavoro era più alto di adesso, tutto ruotava intorno alla prestazione. Si diceva che il focus doveva essere tutto sullo sport e per questo bisognava rinunciare al resto. La generazione più giovane afferma di volere una vita al di fuori del lavoro o dello sport. La scelta di Wout si sposa bene con questo: tenere conto del benessere. Come psicologo, penso che sia una buona evoluzione. Possiamo dire che un buon atleta di alto livello dovrebbe essere più di un semplice atleta. Ci sono altri ruoli. Quella del padre, per esempio. Sono convinto che una persona che si sente bene in tutti i ruoli ha un’identità più ampia e sarà mentalmente più forte».

Van Aert è uno dei beniamini del pubblico: la vittoria mancata di tappa non intacca la sua popolarità
Van Aert è uno dei beniamini del pubblico: la vittoria mancata di tappa non intacca la sua popolarità

La maglia al sicuro

Van Dongen, che della squadra è il tecnico e anche il padre buono, va avanti nel resoconto delle ore che hanno portato alla partenza di Van Aert. Il quale in ogni caso, ha aspettato che Vingegaard raggiungesse il margine rassicurante di 7’35” sul secondo.

«L’obiettivo – racconta Van Dongen – era vincere una tappa con lui. L’anno scorso c’era stato l’obiettivo della maglia verde, con diverse vittorie. Ora, oltre alla maglia gialla, il nostro obiettivo era conquistare altre tappe. Non ha funzionato. Wout ha lavorato duramente per questo, ma alcune volte ha trovato avversari più forti. E’ un peccato, ma nessuna vittoria di tappa mancata al Tour sminuisce le qualità di Wout van Aert. Quanto alla classifica, anche se dobbiamo rimanere vigili, dovrebbero succedere cose molto strane perché Jonas perda la maglia gialla. Abbiamo una squadra forte, penso che a questo punto del Tour l’assenza di Wout avrà un impatto gestibile».

Basso a ruota libera: i giovani, la Eolo, il ciclismo italiano

21.07.2023
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BORMIO – A due passi dal centro storico, in piazza Kuerc, appena finita la presentazione della sua Eolo-Kometa, Ivan Basso è stato preso d’assalto dai tifosi. Un amore che non è mai terminato nei confronti di chi il ciclismo lo ha onorato fino in fondo, sia quando era sui pedali, sia ora alla guida di una squadra. Nel ritiro di due settimane a Bormio, la Eolo-Kometa si è presentata con una ventina di corridori. Il Tour de France tiene banco e per la professional di Basso e Contador non è facile gestire questo periodo, inghiottito dalla Grande Boucle. 

Abbiamo incontrato Basso a Bormio, dopo la presentazione della Eolo-Kometa
Abbiamo incontrato Basso a Bormio, dopo la presentazione della Eolo-Kometa

Il tema dei giovani

Da una recente intervista a Giuseppe Martinelli siamo tornati a parlare dei giovani con la valigia in mano. Ivan Basso ha una squadra giovanile, legata alla professional, la quale ogni anno deve combattere con l’attrazione e le opportunità concesse dai devo team delle squadre WorldTour. I giovani migliori se ne vanno all’estero in cerca di occasioni più appetitose, ma qualcuno qua rimane. 

«Non ho dubbi nel pensarla allo stesso modo di “Martino” – attacca Basso – lui è un profondo conoscitore del ciclismo. Ha visto generazioni su generazioni di corridori. Partiamo da un esempio: il campione juniores Gualdi l’anno prossimo sarà alla Circus-ReUz, devo team della Intermarché. Bellissima squadra, ma è chiaro che dall’altro punto di vista, ovvero il nostro, ho notato una mancanza di presa di considerazione.

«I ragazzi non pensano nemmeno che ci sia questa opportunità, l’atleta ci pensa solamente se ha un’influenza esterna, come può essere quella del diesse di riferimento da junior o il procuratore, i quali credono più negli uomini che nei progetti. Il fatto che gli juniores italiani più forti non abbiano nemmeno preso in considerazione di venire a correre da noi è un dato di fatto. Del quale è opportuno tenere conto».

Qualcuno c’è

Il materiale umano sul quale lavorare c’è, anche nelle squadre professional italiane. Per la Eolo-Kometa basta pensare a Piganzoli e Tercero, due corridori cresciuti nel team under 23 e poi passati alla professional.

«Tercero e Piganzoli – continua Basso – sono due esempi di corridori che hanno intrapreso un cammino di crescita con noi e lo stanno continuando. Lo fanno attraverso degli step ed è giusto, a mio modo di vedere, aspettare che il loro talento fiorisca del tutto. Nel team under 23 (la Fundacion Alberto Contador, ndr) abbiamo altri ragazzi che crescono. Tommaso Bessega ha vinto l’ultima tappa della Vuelta Ciclista a Zamora. Alleva e Bagnara stanno crescendo e vanno sempre più forte. Quella dei Bessega (classe 2004, ndr) è stata l’ultima a credere nel nostro progetto.

«Allora mi viene da fare un esame di coscienza e mi chiedo: “Siamo capaci o no di fare il nostro lavoro?”. Io credo di sì. Per noi la categoria under 23 è funzionale a portarli in prima squadra a tempo debito. Se avete letto il mio allarme degli ultimi mesi – riprende – dobbiamo essere noi a convincere i ragazzi della bontà del nostro progetto. Sto lavorando affinché questo trend cambi».

Basta aspettare

Ivan Basso parla ed attira la nostra attenzione, la sua bravura è farti immaginare quello che ha in mente. La Eolo-Kometa esiste da pochi anni e solamente da tre fa parte del circuito professional. Manca nei ragazzi, o chi per loro, la consapevolezza che questo progetto esiste e funziona. Più esperienza sarà messa alle spalle maggiore sarà la solidità mostrata all’esterno.

«Non posso criticare – dice Basso – chi va in altre realtà, devo preoccuparmi di portare la mia il più in alto possibile. Bisogna fare autocritica, ovvero cercare di capire dove si sbaglia, o cosa può essere fatto meglio».

Il tema dell’assenza di una squadra WorldTour italiana è al centro di tante interviste e di critiche rivolte al nostro movimento. A questa domanda Basso parte diretto, senza pensarci due volte, con la stessa determinazione di quando scattava in salita.

«Sono in completo disaccordo – afferma – in Italia ci dobbiamo preoccupare che stanno sparendo anche le squadre professional, non che manchi la WorldTour. Le squadre come la nostra devono lottare per sopravvivere. A budget siamo a livello più basso in Europa, iniziamo a pensare di fare un team professional che si piazzi tra le prime tre d’Europa per investimenti. Per passare da una professional come la nostra ad una delle migliori al mondo devo raddoppiare il budget».

Ivan Basso già durante il Giro d’Italia aveva sollevato il problema degli investimenti nel ciclismo
Ivan Basso già durante il Giro d’Italia aveva sollevato il problema degli investimenti nel ciclismo

Investimento

La parola chiave del discorso di Basso è proprio questa: investimento. Bisogna crescere un passo alla volta e il varesino ritiene che la Eolo abbia dimostrato di avere un’identità importante e continuerà a crescere.

«Se mi si chiede in quanto tempo – dice – non lo posso sapere. In Italia manca il supporto alle squadre professional esistenti, che possano andare nella parte alta della classifica. Con supporto intendo che dobbiamo essere più bravi a convincere gli sponsor ad investire (è di ieri la notizia che accanto al suo team è approdato un nome importante come Polti, ndr). Se ho più soldi prendo corridori migliori, ottengo più risultati, e il ritorno d’immagine aumenta. Non vinco una tappa al Giro ogni due anni, magari ne vinco due all’anno. Ma soprattutto, al posto di tenere i corridori fermi, a luglio, li portiamo a correre. Oppure al posto che fare due ritiri al Teide ne fai quattro o cinque. Qui a Bormio vieni tre o quattro volte all’anno. I margini per crescere ci sono, bisogna avere anche il coraggio di investire».

Colpaccio Asgreen, ma al Tour si parla dei controlli sul bus

20.07.2023
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Da manuale del ciclismo. Chi apprezza le finezze tecnico/tattiche di questo sport, non può non essere rimasto ammaliato dalla tappa di oggi. A Bourg en Bresse ha vinto Kasper Asgreen. Il danese della Soudal-Quick Step insieme ai compagni di fuga Victor Campenearts, Pascal Eenkhoorn e Jonas Abrahamsen è stato autore di una lunga azione da mangiarsi le unghie. Quattro passisti che hanno venduto cara la pelle. E il gruppo lo sapeva, tanto è vero che non ha mai lasciato loro troppo spazio. 

Le squadre hanno consumato tanti uomini per rincorrerli e nel frattempo Alaphilippe, compagno di Asgreen, rompeva i cambi in gruppo. I due Lotto-Dstiny hanno puntato su un uomo, Eenkhoorn, e Campenaert ha tirato la volata. Okay hanno perso, ma la fuga è arrivata. Tecnicamente è a nostro avviso il gesto più bello di questo Tour dopo la stoccata di Lafay a San Sebastian.

Questione controlli

Ma se a Bourg e Bresse si gioiva per Asgreen, a tenere banco al Tour de France quest’oggi è stata la notizia che riguardava i controlli a sorpresa fatti alla Jumbo-Visma e alla UAE Emirates al via ieri da Saint Gervais. A dare questa notizia è stato il media olandese WielerFlits.

Questo controllo, eseguito letteralmente dietro il palco del foglio firma, sui bus dei rispettivi team, ha creato stupore, perché probabilmente e fortunatamente a certe notizie non eravamo più abituati.

Perché dunque questi controlli antidoping? Subito è stato puntato il dito sulle prestazioni di Tadej Pogacar e soprattutto di Jonas Vingegaard. Sono stati controllati i due capitani e tutti i loro compagni.

I team hanno detto che questi controlli sono ben accetti, se servono ad allontanare i sospetti. Li hanno recepiti di buon grado, respingendo giustamente al mittente ogni tipo d’insinuazione più o meno velata che fosse. Lo stesso Vingegaard è stato preso d’assalto durante le conferenze stampa.

Il dottore dell’Astana-Qazaqstan, Emilio Magni
Il dottore dell’Astana-Qazaqstan, Emilio Magni

Parola all’esperto

Quello su cui ci preme fare chiarezza però è capire tecnicamente cosa sia successo. E perché si sia verificata una situazione simile. E per farlo ci siamo rivolti al medico di un team WorldTour, il dottor Emilio Magni, in forza all’Astana-Qazaqstan .

Ci si è chiesto se i team in questo Tour abbiano dovuto firmare un accordo particolare, a prescindere dal fatto che appartengano o meno al MPCC (Movimento per un Ciclismo Credibile).

«E’ possibile – spiega il dottor Magni – che ci siano questo tipo di controlli. Non so chi li abbia effettuati, se la Nado, la Wada, ma il regolamento prevede che i corridori possano essere controllati. Sono in ambito di una competizione ed è pertanto legittimo effettuarli. L’appartenere o meno all’MPCC non centra nulla».

Questo ente ha più un valore divulgativo, di letteratura scientifica. Vuol mettere a disposizione dell’UCI i dati dei controlli fatti, le variazioni del passaporto biologico nell’arco dell’anno e rifiutano ogni forma di cortisone, anche quello a scopo terapeutico. 

Pogacar esce dal bus, la sua squadra si è detta contenta per il controllo (foto Instagram – UAE Emirates)
Pogacar esce dal bus, la sua squadra si è detta contenta per il controllo (foto Instagram – UAE Emirates)

Due ore

Jumbo-Visma e UAE Emirates non hanno aderito all’MPCC, come tanti altri team WorldTour del resto (lo hanno fatto soltanto in nove). Ma questo non vuol dire assolutamente nulla sulla loro lealtà, sia chiaro. Quello che stupisce è che questi controlli siano stati effettuati a distanza di un paio d’ore da altri controlli effettuati agli stessi team in albergo prima di venire alla partenza.

«Questa situazione – prosegue Magni – si era già verificata qualche anno fa. Addirittura in due mattine consecutive: controlli al risveglio e poi sul bus un paio di ore dopo. Questo per scongiurare che qualcuno, sentendosi “libero” dai controlli mattutini, potesse assumere qualcosa prima della partenza.

«In effetti era un po’ di tempo che non si verificava una situazione così, ma meglio un controllo in più che uno in meno. In questo modo chi viene testato può dimostrare di essere nel giusto e fugare ogni dubbio. E chi segue questi atleti (i tifosi, ndr) ha fiducia nei loro confronti».

In realtà un caso simile, di controlli sul bus a ridosso del via, era accaduto anche lo scorso anno al Giro d’Italia. Questi controlli avevano coinvolto un altro team WorldTour, ma la motivazione era prettamente logistica, se così possiamo dire. In pratica i controllori si erano presentati tardi in hotel e quindi avevano eseguito il prelievo sul bus.

La Jumbo-Visma ha respinto ogni accusa di doping, parlando del grande lavoro svolto (da mesi) per questo Tour preparato in ogni minimo dettaglio
La Jumbo-Visma ha respinto ogni accusa di doping, parlando del grande lavoro svolto (da mesi) per questo Tour preparato in ogni minimo dettaglio

Due tipi di test

Un altro aspetto che fa riflettere riguarda la maglia gialla. In 48 ore Vingegaard ha subito quattro controlli sangue-urine. Non poco.

«Ci sono due tipi di controlli – spiega Magni – quello per il passaporto biologico e quello antidoping. Il primo va a cercare il numero dei globuli rossi, dei reticolociti e altri parametri che indicano il “consumo” di sangue. L’altro le sostanze illecite. Sono metodologie differenti che possono persino avvenire nello stesso momento. Non troppo tempo fa mi è capitato di avere quattro controlli: due ragazzi per il passaporto biologico e due per l’antidoping.

«Per fortuna che i prelievi di sangue, che possono arrivare anche a 15 cc, non influiscono sulla salute e sulle prestazione dell’atleta. Il corpo umano ha 5 litri di sangue, quindi parliamo dello “zero virgola”… Vingegaard non è stato danneggiato insomma».

Torna la Bordeaux-Parigi. I ricordi di Vicino e Tinazzi

20.07.2023
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La notizia è in qualche modo clamorosa e va in decisa controtendenza rispetto al ciclismo attuale: dal prossimo anno torna la Bordeaux-Parigi, ripristinata dopo la sua cancellazione che risale al 1988. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una delle classiche storiche del ciclismo del secolo scorso, che si disputava solitamente in contemporanea con il Giro d’Italia e aveva caratteristiche uniche.

Innanzitutto la distanza, oltre 500 chilometri con partenza durante la notte per affrontarne quasi metà in gruppo, poi, dopo il punto di sosta, si ripartiva dietro derny, piccoli motocicli normalmente utilizzati su pista, per giocarsi la vittoria viaggiando a 70 all’ora. Una gara diversa da ogni altra, riservata a poche decine di corridori, che solitamente vedeva emergere francesi e altri ciclisti del centro Europa, anche grandi campioni, basti pensare a Hermann Van Springel, il belga grande specialista dello sprint nell’epoca di Merckx che alla Bordeaux-Parigi si esaltava, avendone vinte ben 7.

La partenza della prima edizione della Bordeaux-Parigi. Siamo nel 1891…
La partenza della prima edizione della Bordeaux-Parigi. Siamo nel 1891…

Partenza di notte e gara in gruppo

Una corsa particolare, che la federazione ciclistica francese ha deciso di riesumare anche per i professionisti dopo averla “sdoganata” per amatori e specialisti delle ultramaratone negli ultimi anni. Per capire di che cosa stiamo parlando è giusto però dare la parola a chi quella corsa l’ha disputata, ad esempio Bruno Vicino che l’ha corsa due volte.

«E’ una gara davvero speciale – ricorda Vicino – diversa da ogni altra. Ricordo che si partiva a mezzanotte e i primi 200 chilometri si facevano in bici, ma in pochi avevano il coraggio di dare battaglia già in quella parte del percorso, sapendo quel che c’era da affrontare. Si arrivava in un piccolo paesino e si faceva tappa in una palestra: ci si rifocillava, ci si cambiava, chi voleva riposava un po’. Poi si andava fuori il paese a cercare il proprio accompagnatore con il derny, si partiva insieme e ci si agganciava. Era quello un momento molto delicato, perché avvenuto l’aggancio si iniziava a prendere velocità per raggiungere i 60 chilometri orari di base e la corsa vera e propria iniziava a quel punto».

Vicino dietro il classico derny, con il quale ha vinto 3 titoli mondiali e 6 italiani su pista
Vicino dietro il classico derny, con il quale ha vinto 3 titoli mondiali e 6 italiani su pista

L’aggancio e il sorpasso

Una corsa molto diversa, più simile a quelle che si vedevano su pista: «Si puntava il corridore e si operava il sorpasso in maniera anche violenta per certi versi, nel senso che non si doveva lasciare spazio alle scie, quindi appena operato si andava via. Si cercava di mangiare qualcosa mantenendo sempre però la velocità di base, qualche piccolo panino o gel fatti per l’occasione. Non era una gara facile, si arrivava al traguardo completamente consumati: la prima volta che l’ho fatta ci ho messo tre giorni per riuscire a fare le scale di casa…».

Vicino ha disputato la gara due volte, finendo sempre a ridosso della Top 10: «Pagai la mancanza di esperienza rispetto ai corridori locali, ma era difficile sapersi gestire, anche trovare i momenti giusti per mangiare e non andare in crisi per mancanza di energie, cosa che capitava molto spesso».

Tinazzi impegnato nella Bordeaux-Parigi del 1982, vinta davanti ai connazionali Le Guilloux e Poisson
Tinazzi impegnato nella Bordeaux-Parigi del 1982, vinta davanti ai connazionali Le Guilloux e Poisson

Una marea di punti in palio

Le differenze rispetto a una gara odierna sarebbero molte: «Basti pensare alle bici: ora sono molto più leggere, anche i rapporti sono cambiati. Noi andavamo con il 53×13, il 12 non c’era ancora. Poi era importante avere una piena sintonia con l’allenatore davanti, che sapeva coprirti dal vento e permetterti di sviluppare velocità, che doveva saper tagliare le curve nella maniera giusta. Era però una gara molto sentita in Francia anche perché dava una marea di punti per le classifiche del tempo. Ricordo ad esempio che c’era il Superprestige Pernod e la Bordeaux-Parigi valeva quasi quanto il Giro…».

C’erano al tempo anche grandi campioni che la facevano, ad esempio Duclos Lassalle la vinse nel 1983, succedendo a Marcel Tinazzi, corridore di chiare origini italiane che da molti anni è tornato nella sua patria d’origine, a Montebelluna (TV) e che ricorda ancora bene quel trionfo: «Ma più che la mia vittoria – racconta – mi torna alla mente quel rumore di motorini a due tempi da 75 centimetri cubici che sentivi avvicinandoti alla zona di partenza dopo la sosta in palestra (eravamo a una trentina di chilometri da Poitiers) e quella nuvola bianca, che ti dava il chiaro riferimento di dove dovevi andare e cercare il tuo compagno d’avventura. Ci voleva un quarto d’ora per scaldare il motore e l’allenatore doveva farsi trovare pronto.

Hermann Van Springel, 7 volte primo, ma vincitore anche di un Lombardia e sul podio in tutti i grandi giri
Hermann Van Springel, 7 volte primo, ma vincitore anche di un Lombardia e sul podio in tutti i grandi giri

Anche i grandi, un giorno…

«Quel giorno avevamo trovato pioggia per tutta la notte – continua Tinazzi – io mi ero ritrovato davanti con altri 3-4 corridori dopo la frazione in linea e si tenga presente che con i derny si ripartiva tenendo conto dei distacchi della prima parte di gara. Ricordo il mio diesse che non faceva altro che dirmi di aspettare, ma io fremevo e volevo portarmi avanti. Su un tratto di discesa accelerai superando i 70 all’ora e vidi il leader, Maurice Le Guilloux che era stato terzo l’anno prima ed era uno dei più fidati gregari di Hinault. Arrivai a 50 metri da lui e aspettai, mangiai in un tratto di falsopiano. Poi lo superai e andai via ma dopo una decina di chilometri andai in crisi, solo che anche lui e gli altri lo erano… Tenni un vantaggio intorno al minuto fino alla fine, ma arrivammo letteralmente cotti…».

Ha senso riprendere una corsa simile nel ciclismo attuale? «Io penso di sì, in fin dei conti nell’albo d’oro ci sono campioni come Anquetil e Simpson, era una corsa ambitissima, per molti di allora al livello di una Roubaix e se la Roubaix ha senso con il suo pavé, perché non può averlo la corsa dietro derny? Molti corridori la farebbero, considerando che più di una quarantina non potrebbero essere ammessi, molti appartenenti alle squadre WorldTour dotati di fondo e per una volta liberi dai compiti di gregariato. Poi magari, col passare del tempo, sono convinto che anche qualche grosso nome vorrebbe provarci, anche solo per capire di che si tratta…».

Bottino pieno su pista, il metodo Salvoldi funziona

20.07.2023
5 min
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Un bottino di 22 medaglie, con conquista del medagliere (che sta diventando una piacevole abitudine per lo sport italiano) e l’aggiunta di 4 record del mondo. Questo è l’eccezionale bilancio azzurro agli europei juniores e under 23 su pista ospitati nuovamente ad Anadia (POR). E’ l’esaltazione del lavoro di Dino Salvoldi con gli juniores, che dopo un anno di presa di contatto con un mondo per lui totalmente nuovo raccoglie grandi risultati e soprattutto inizia a vedere i frutti del suo metodo, quello che ha fatto grande il ciclismo femminile azzurro.

Quando gli riportiamo i dovuti complimenti, Salvoldi risponde con un «è stata solo fortuna» che non è solo una frase di circostanza e modestia. Qualcuno digrigna i denti di fronte alle attestazioni di stima nei suoi confronti, ma ci sono dati inoppugnabili che dimostrano come il tecnico azzurro in pochi mesi stia ridisegnando la base del ciclismo italiano. Forse tracciando la strada giusta per provare a uscire dalla crisi.

Luca Giaimi trionfatore nell’inseguimento a suon di record mondiale, 3’07″596
Luca Giaimi trionfatore nell’inseguimento a suon di record mondiale, 3’07″596

«Quando si lavora con gli juniores – ammonisce Salvoldi – bisogna tenere conto del fatto che ogni annata è diversa dalle altre, capitano quelle con tanti talenti e quelle con meno. Al di là di vittorie e medaglie, a me piace il fatto che siamo andati bene in ogni prova: in quelle che seguo direttamente, 8, ne abbiamo vinte 7 e fatto secondo nell’altra, significa che abbiamo un futuro. Avevamo ottenuto molto anche lo scorso anno e so che proseguendo su questa strada otterremo molto anche nelle edizioni a venire».

Una simile superiorità ti ha sorpreso?

Sinceramente no, perché venivamo dall’ottima base dello scorso anno. Pur non conoscendo il valore degli avversari, sapevo che avevamo grandi possibilità e soprattutto una straordinaria compattezza di squadra. Siamo forti dappertutto e questa è una novità per il movimento.

La cosa che colpisce è che i nomi che emergono sono praticamente gli stessi che fanno attività ai massimi livelli su strada…

Quando ho preso l’incarico, ho detto subito che volevo accorpare tutta la categoria strada/pista endurance in un unico gruppo. Solo così si può programmare a livello nazionale e internazionale. I risultati creano prospettive e interesse, si mette in moto un meccanismo virtuoso che porterà lontano.

L’impressione però è che tu stia portando avanti un po’ lo stesso criterio di lavoro che applicavi fra le donne elite: quali sono gli elementi in comune e quali le differenze?

Il metodo effettivamente è molto simile considerando la doppia attività, ma la differenza principale sta nel fatto che prima avevo rapporti direttamente con le atlete e quindi con i team, qui si lavora all’incontrario. Per me è stato fondamentale lo scorso anno, prendere contatto con oltre 70 squadre, conoscere dirigenti e tecnici perché è con loro che mi rapporto. Ho trovato gente molto competente, che si aggiorna continuamente. I risultati non verrebbero senza il loro apporto, è come se tutto il movimento stia diventando un grande gruppo.

Il progresso cronometrico del quartetto ti ha sorpreso? Al record mondiale sono stati tolti più secondi…

Tre dei quattro ragazzi li avevo già lo scorso anno, ho visto qual è stata la loro crescita. Posso dire che siamo partiti per Anadia con quest’idea in testa, sapendo che i mondiali di fine agosto saranno in altura e su pista semiscoperta. L’occasione giusta era questa. I ragazzi volevano fortemente il record, a Montichiari era maturata la convinzione di poter fare un gran tempo. In finale poi, con la componente gara, è arrivato un tempo che, sono sincero, è anche oltre le mie previsioni.

Considerando le modalità del tuo lavoro, c’è da aspettarsi che alcuni di questi ragazzi saranno in gara anche nella prova in linea di Glasgow…

Non posso ancora fare i nomi, ma almeno un paio ci saranno. Anche altri che saranno nella selezione hanno lavorato su pista durante l’anno, praticamente solo il campione d’Italia Gualdi non svolge attività al velodromo. All’estero d’altronde fanno lo stesso: in Gran Bretagna il cittì è unico e porterà molti corridori presenti ad Anadia, lo stesso la Germania e la Danimarca, per fare degli esempi.

Sierra e Fiorin hanno sugellato la rassegna vincendo la madison junior
Sierra e Fiorin hanno sugellato la rassegna vincendo la madison junior
A proposito di mondiali, pensi che le sfide di fine agosto in Colombia saranno dello stesso livello?

Difficile a dirsi, cambiano molti fattori. Il livello delle gare portoghesi è stato molto alto e la trasferta in Colombia è molto costosa, non ci saranno tutti. Troveremo meno concorrenza a livello numerico e non so quale sarà il livello. D’altro canto anche noi partiremo dopo 40 giorni dalle gare di Anadia con Glasgow nel mezzo. Non sarà semplice ripetersi, dovremo essere bravi a gestire lo stress psicofisico.

Glasgow è dietro l’angolo, che cosa ti aspetti?

La gara iridata avrà infinite variabili e fare un pronostico è impossibile. Di una cosa sono però sicuro: avremo una squadra forte e saremo protagonisti, quanto ai risultati sono scritti nel futuro…

Il ciclismo delle donne, fatica e alimentazione (seconda parte)

20.07.2023
6 min
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Torniamo al ciclismo delle donne, con gli occhi della dietista che fino allo scorso anno aveva maturato la maggior parte della sua esperienza tra gli uomini. Prosegue il nostro incontro con Erica Lombardi, responsabile dell’alimentazione al UAE Team ADQ.

Nell’articolo precedente, l’attenzione è caduta sulla lunghezza delle gare, il consumo calorico e la rapida evoluzione del ciclismo femminile. Ora si va più a fondo nelle specificità dell’ambiente nuovo anche per Erica, che ne sta approfittando per raccogliere conoscenze.

Erica Lombardi da quest’anno lavora al UAE Team ADQ. Qui con la chef Alessandra Rubini
Erica Lombardi da quest’anno lavora al UAE Team ADQ. Qui con la chef Alessandra Rubini
Dicevamo che le gare sono forse brevi, ma corse a ritmo sempre molto alto.

Le andature sono aumentate, parecchie corse sono arrivate in anticipo anche di 40 minuti. Quindi è vero che le corse sono più brevi, però sono anche molto intense. Come in parecchie tappe al Tour degli uomini o come succede nelle categorie giovanili. A ciò bisogna aggiungere qualcosa sul calendario. Rispetto agli uomini, Giro e Tour delle donne sono molto ravvicinati: ci sono 14 giorni.

Questo incide sulla nutrizione?

Nella settimana di scarico dopo il Giro, il corpo continua a recuperare tutto quello che ha speso, quindi è un lavoro metabolico immenso. Si avverte più fame, però bisogna stare attenti a recuperare senza lasciarsi andare, perché c’è da ripartire per il Tour. Anche nelle donne il timing dei due grandi Giri è difficile da gestire a livello alimentare.

Cosa succede in quelle due settimane?

Spesso tornano in altura. E’ molto utile, ma nella gestione alimentare c’è da considerare che hanno ancora il debito metabolico del Giro. In altura aumenta il fabbisogno energetico e idrico, quindi bisogna stare in equilibrio fra il senso della fame e l’esigenza di dare il giusto supporto. Sono dei meccanismi nutrizionali che vanno controllati per recuperare bene, ma anche per arrivare alla giusta composizione corporea.

Nelle musette delle ragazze ci sono di solito soltanto borracce: le gare sono brevi per dare cibi solidi
Nelle musette delle ragazze ci sono di solito soltanto borracce: le gare sono brevi per dare cibi solidi
Cosa si intende?

Dico sempre che il rapporto watt/kg è importante fra gli uomini, ma anche nel femminile. A differenza del ciclismo maschile però, quando si deve limare il peso, fra le donne bisogna fare più attenzione. Se si va sotto una certa quantità di massa grassa, si può incorrere anche nell’amenorrea, la scomparsa del ciclo mestruale, che dobbiamo sicuramente scongiurare per il benessere della ragazza.

Questo è un aspetto di cui tenere conto anche nell’allenamento e nella supplementazione?

Certo, gli allenamenti vengono stabiliti anche calcolando le fasi del ciclo, perché c’è una serie di cose che vanno considerate rispetto all’uomo, come ad esempio l’integrazione del ferro. Immaginate che cosa significa correre con il caldo, avendo il ciclo mestruale. A volte le ragazze possono avere improvvisamente delle prestazioni al di sotto del loro standard. Da fuori non si riescono a capire, in realtà hanno spiegazioni ben precise.

Bisogna avere delle attenzioni particolari con le ragazze o si possono proporre le diete degli uomini?

Bisogna evitare ancora di più le diete sbilanciate, perché l’equilibrio ormonale della donna è molto delicato. A voler fare un discorso generale, secondo me a volte i corridori mangiano troppe proteine, anche se meno rispetto ai tempi eroici dello zabaione e delle bistecche al sangue. Ormai è tutto improntato sul conteggio dei carboidrati, soprattutto nelle corse a tappe. E’ un mondo un po’ più sottile dal punto di vista dei particolari, bisogna fare attenzione a tutto.

Nei giorni più caldi in Sardegna, tutte le squadre hanno fatto ricorso a protocolli appositi (foto Instagram)
Nei giorni più caldi in Sardegna, tutte le squadre hanno fatto ricorso a protocolli appositi (foto Instagram)
Viste le tappe più corte, in cosa consiste la colazione delle ragazze?

Questo è un tema su cui insisto tantissimo. Quando non c’erano in giro dietisti e nutrizionisti, le ragazze generalmente tendevano a fare una colazione “all’italiana”, non rinforzata con riso e pasta come fanno gli uomini. Sto cercando di far capire anche a loro l’importanza che mangino il riso. Altrimenti per arrivare all’apporto desiderato di carboidrati, devi mangiare un sacco di muesli o tanto pane e finisci col gonfiarti. Invece con 100 grammi di riso, arriviamo a una quantità di carboidrati di 80 grammi. Per questo il lavoro che stiamo facendo è avvicinare la colazione delle ragazze a quella degli uomini, ovviamente rivista nelle quantità.

E il protocollo di nutrizione per le crono?

Su quello siamo molto vicini e molto dipende anche dall’orario di gara. La crono parte più tardi delle tappe in linea, quindi anche le ragazze fanno la seconda colazione rinforzata con il riso e come i maschi c’è chi ama aggiungere l’agave, la banana e il burro di cocco. Diciamo che per molti aspetti ci stiamo avvicinando, siamo sulla buonissima strada.

Come avete fronteggiato il grande caldo in Sardegna?

Quelle temperature così alte hanno stupito tutti. Abbiamo tendenzialmente previsto una quantità maggiore di acqua ai rifornimenti. Poi abbiamo attuato un protocollo, fatto dal medico, che prevede anche l’uso di ghiaccio. Il problema è che quando è così caldo, anche l’appetito va giù e in questo caso si possono utilizzare anche le gelatine di frutta che si chiamano Carbo Jelly C2:1PRO. Sono una via di mezzo tra il solido e il gel classico. Da questo punto di vista, Enervit ha la linea 2:1 che con la sua formulazione tra glucosio e fruttosio permette di assorbire quei famosi 90 grammi all’ora in maniera più facile. E poi, sempre contro il caldo…

Che cosa si è fatto?

Abbiamo aumentato un po’ la quantità di sale nei cibi, utilizzando anche il sale rosa, e fatto maggior attenzione a quella che dice “razione liquida”. Non è andata così male, visto che Chiara Consonni ha vinto l’ultima tappa, mentre Magnaldi ha fatto una bella classifica. Mi pare che siamo state l’unica squadra con due ragazze nelle prime 10 e questo risponde alle esigenze del nostro team di avere le ragazze in primis tutte in salute e performanti. 

La morale è che va bene avvicinarsi alla nutrizione degli uomini, ma ci sono anche specifiche totalmente diverse?

Riportare tutto agli schemi degli uomini non è così funzionale. Non voglio essere presuntuosa, ma stiamo costruendo la storia della nutrizione del ciclismo moderno nelle donne. Se negli uomini è già abbastanza collaudata, nelle donne sta affinandosi tutto adesso. Ci sono dei punti effettivamente diversi rispetto agli uomini, anche se per altri aspetti il sistema si sta molto omologando.

Chiara Consonni e la sua torta di compleanno: il rapporto col cibo deve essere inserito in una strategia (foto Instagram)
Chiara Consonni e la sua torta di compleanno: il rapporto col cibo deve essere inserito in una strategia (foto Instagram)
Ultima domanda: Erica Lombardi dietista è vista come amica o come controllore?

In generale dietisti e nutrizionisti sono sempre visti, almeno inizialmente, come quelli che controllano. In realtà il mio compito è quello di aiutare le ragazze nel loro percorso di educazione alimentare senza creare stress, rappresentare un supporto nel contesto di un lavoro di salute e performance sempre condotto in team. Il cibo deve diventare un gregario e non un avversario utile a bypassare il timore di non raggiungere la forma fisica e poi di riperderla. In questo la nutrizione gioca un ruolo fondamentale.

Svolta Vasseur, la vittoria più bella deve ancora arrivare

20.07.2023
4 min
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SAINT GERVAIS MONT BLANC – Due tappe vinte al Tour sarebbero un capitale enorme di soddisfazione, morale e marketing per chiunque, figurarsi per la Cofidis che non vinceva nella corsa di casa dal 2008. Prima Lafay a San Sebastian, poi Ion Izagirre a Belleville en Beaujolais hanno riportato il sorriso nel gruppo francese, con il team manager Cedric Vasseur, vincitore a sua volta di due tappe al Tour, che finalmente inizia a vedere il frutto di tanti anni di ristrutturazione. Per la squadra che due anni fa lottava per i punti della salvezza, si tratta di un innegabile cambio di direzione.

Vasseur ha vinto a sua volta due tappe al Tour: la prima nel 1997 a La Chatre, la seconda (qui sopra) nel 2007 a Marsiglia
Vasseur ha vinto a sua volta due tappe al Tour: la prima nel 1997 a La Chatre, la seconda (qui sopra) nel 2007 a Marsiglia
Che cosa ha significato per voi vincere quelle due tappe?

E’ fantastico. La prima era già stata una liberazione, dopo un’attesa così lunga. Puoi fare buone stagioni e vincere molte gare, ma se non vinci al Tour de France, sei considerato una squadra di seconda fascia. Credo che questa volta abbiamo dimostrato che tutto il lavoro fatto, il reclutamento dei corridori e la scelta del personale ci hanno permesso di vincere. E quando vinci al Tour, hai anche il livello per vincere una classica WorldTour, puoi diventare campione del mondo, puoi vincere molte altre gare. Il Tour de France è come correre una classica ogni giorno, questo significa che la qualità sportiva è cresciuta. Siamo molto felici.

Come si possono descrivere le fasi di questo cambiamento?

Il 2020 è stato complicato, abbiamo avuto Viviani e Martin con il Covid e c’è stato poco da fare. Nel 2021 ho cominciato a vedere qualche progresso. L’anno scorso, abbiamo chiuso al 10° posto e abbiano cominciato a lavorare in modo diverso. Abbiamo creato dei gruppi di lavoro. Siamo andati in altura, quest’anno i corridori sono stati a Tignes per tre settimane prima di volare a Bilbao. E soprattutto avevamo forte il desiderio di vincere.

Più che in passato?

Siamo arrivati al Tour de France con 11 vittorie, non sono poche. Facciamo parte delle migliori squadre e sapevamo che la qualità sportiva della squadra è cresciuta. Dovevamo solo dimostrarlo vincendo e loro l’hanno fatto. Allegria!

Ion Izagirre ha vinto e poi ha detto che il Tour della Cofidis non era finito quel giorno.

Ha ragione. Non è finita perché quando vinci una tappa, vuoi la seconda. Quando ne vinci due, ti convinci di poter vincere la terza. Rimane quasi una settimana e penso che ci siano ancora opportunità. Sono sicuro che il team Cofidis farà ancora qualcosa di molto buono da qui a Parigi.

All’appello fra i gioielli di casa Cofidis manca Guillaume Martin, sempre nel vivo sulle saite
All’appello fra i gioielli di casa Cofidis manca Guillaume Martin, sempre nel vivo sulle saite
Si può dire che ormai sia la squadra dei sogni di Vasseur?

Se parliamo di sogni, dobbiamo sempre alzare l’asticella. Ma penso che il lavoro che è stato fatto, sia stato premiato. Da un lato mi appaga, dall’altro mi dà l’ambizione di puntare più in alto, perché puoi sempre puntare più in alto. Penso che questa squadra oggi abbia la convinzione di poter vincere ovunque: al Giro, al Tour e alla Vuelta. Penso che il nostro obiettivo sia dimostrare che ci meritiamo il nostro posto tra le 10 migliori squadre del mondo.

Uno dei vostri tecnici, l’italiano Damiani, ha un modo di dire, che mette da sempre davanti ai suoi corridori: ne ha parlato anche con te?

«Toujours pour gagner», sempre per vincere. E’ diventato il nostro hashtag ufficiale. Chiaramente Roberto lo ha detto a tutti e significa che qualunque sia la situazione, anche se abbiamo già vinto delle gare, bisogna sempre cercare di vincerne di più. Questo è importante: la vittoria più bella è quella che ancora ci attende.

Pogacar, stavolta la resa è totale. Cosa è successo?

19.07.2023
5 min
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COURCHEVEL – «Non lo so – dice Pogacar appena tagliato l’arrivo – è come se abbia cercato di mangiare il più possibile, ma niente andasse nelle mie gambe. Come se tutto rimanesse nel mio stomaco e dopo tre ore e mezza mi sia letteralmente svuotato. Ero davvero vuoto ai piedi della salita. Pensavo che avrei perso dell’altro terreno, ma ho continuato a lottare con Marc (Soler, ndr) fino al traguardo. Sono grato ai miei compagni di squadra e agli amici. Non sono andato male per la caduta, non fa così male. Oppure forse ha influenzato il mio corpo, non lo so. Penso che stavo meglio nella quinta tappa che oggi. E’ stato uno dei miei giorni peggiori sulla bici. Spero di riprendermi e di fare qualcosa di buono sabato prossimo. La squadra è stata fortissima, sarebbe comunque grandioso essere in due sul podio».

Il passivo dello sloveno è stato di 7’37” da Gall, 5’45” da Vingegaard
Il passivo dello sloveno è stato di 7’37” da Gall, 5’45” da Vingegaard

«Sono morto»

L’altiporto di Courchevel è un ribollire di giornalisti che spingono e inservienti che li allontanano. La fila dei tifosi sta riguadagnando la funivia verso valle, i corridori raggiungono il piazzale dei pullman.

C’è stato un momento a 14,5 chilometri dall’arrivo in cui Pogacar ha parlato con l’ammiraglia: «Devo mollare – ha detto – sono morto!». Il direttore sportivo ha capito e ha chiesto a Soler di restare con lui. A quel punto la resa è stata chiara per tutti.

«Abbiamo superato mille difficoltà – ha scritto qualche giorno fa il suo manager su Instagram – ballato con i coccodrilli per avere la speranza di correre il Tour. Adesso alla fine della seconda settimana sei andato oltre, stai lottando tappa dopo tappa per un nuovo grande traguardo. Le persone giudicano tutto in base ai risultati, ma dietro c’è molto di più».

La terza settimana ha calato la sua legge. Non è il tempo delle analisi, perché l’umore di Tadej è già abbastanza compromesso. Essere ancora qui a lottare dopo due mesi senza corse è già tanto, ma è chiaro che prima o poi si dovranno analizzare tutte le situazioni. E’ stato fatto davvero tutto il meglio? 

La crisi è arrivata a 14,4 chilometri dall’arrivo, quando Tadej non ha più retto il passo del gruppo maglia gialla
La crisi è arrivata a 14,4 chilometri dall’arrivo, quando Tadej non ha più retto il passo del gruppo maglia gialla

Poteva correre prima?

La crono ha scavato in profondità nella psiche del campione. Se già lo scorso anno ci chiedemmo come avrebbe reagito Pogacar alla prima sconfitta, questa volta c’è da capire per quanto tempo se la porterà addosso. Va bene che Tadej sembra impermeabile a tutto, ma un uomo dello staff UAE Emirates stamattina ha raccontato che per la prima volta da quando lo conosce, ieri sera lo ha visto rassegnato.

Perché Pogacar non ha corso fra la Liegi e il Tour? Volendo considerare il tempo più ampio per la guarigione dello scafoide, due mesi sono un intervallo assolutamente enorme. Non sarebbe stato opportuno portarlo a correre, permettendogli di costruire una condizione meno effimera di quella messa insieme andando a Sierra Nevada con la compagna e poi con la squadra a Sestriere? Prepararsi per vincere un Tour richiede che non ci siano passaggi a vuoto, che non si tralasci nulla. Pogacar è un capitale dello sport mondiale, un beniamino del pubblico per il suo modo generoso di correre, ma la costruzione di un Tour è ben altra cosa.

Vingegaard ha scavato ancora di più il solco. E all’arrivo ha risposto con grande calma ad alcune domande scomode
Vingegaard ha scavato ancora di più il solco. E all’arrivo ha risposto con grande calma ad alcune domande scomode

E’ mancato qualcosa?

Il crollo di oggi forse è stato causato dal contraccolpo nervoso dopo la crono. E’ vero che la prova di Tadej è stata eccellente, ma ciò non toglie che negli ultimi 4 chilometri la sua pedalata sia stata di un’agilità meno produttiva del solito, come scontando una stanchezza inattesa.

Dal momento dell’incidente, sarebbe servito probabilmente un piano più severo fino al Tour. Correndo anche il Giro di Slovenia, ad esempio, pur subendo distacchi ogni giorno. Non si può arrivare al Tour, sapendo che l’ultima corsa a tappe di stagione sia stata la Parigi-Nizza fatta a marzo. E’ vero che l’attitudine alla fatica non si perde, ma la sensazione è che mentre Vingegaard lavorava sodo e i suoi tecnici accanto a lui, nel clan della UAE Emirates qualcosa non abbia funzionato alla perfezione. E se nel momento massimo della sfida, sai che ti manca qualcosa, ti viene più facile rialzarti che gettare l’anima sulla strada.

Matxin ha reso merito a Vingegaard e raccontato la serata difficile di Pogacar
Matxin ha reso merito a Vingegaard e raccontato la serata difficile di Pogacar

Il momento del bisogno

Al pullman della squadra c’è Matxin che ci mette la faccia e forse ha ragione lui a dire che basterebbe riconoscere merito al rivale e voltare pagina. 

«Quando uno va più forte – dice lo spagnolo – devi riconoscerlo. Nessuno ha detto che Tadej sia sul tetto del mondo del ciclismo. Ci sono altri corridori che si allenano, fanno sacrifici e che hanno anche loro due gambe. Vingegaard è stato più forte in questo Tour, non servono altre spiegazioni. Non ha sbagliato nulla, è stato su un altro livello.

«Tadej è un ragazzo realista. Dopo il passivo di ieri ed essendosi accorto di non stare tanto bene, sapeva che non sarebbe riuscito a spaccare le ossa a tutti. Ieri sono andato in camera sua a dargli un abbraccio e un bacio. Volevo sapesse che nei momenti difficili ha Matxin al suo fianco, pronto per difenderlo. Sono momenti in cui dobbiamo sapere quali sono le persone su cui contare. Negli altri momenti, tutti sono capaci di stargli accanto e chiedergli la foto».