Lonardi, due podi alla Valenciana. Per Zanatta è solo l’inizio

07.02.2024
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La prima trasferta si può proprio dire che sia stata positiva. In casa Polti-Kometa si fanno i conti dopo la trasferta in terra spagnola, per le corse di Mallorca e la Volta a la Comunitat Valenciana. In particolare quest’ultima ha regalato segnali positivi con i piazzamenti di Giovanni Lonardi, per due volte sul podio e le prestazioni generali di Paul Double e Davide Piganzoli, finiti a un soffio dalla Top 10.

Lo sprint per il 2° posto a La Valldigna. Consonni e Fiorelli battuti, ma Mohoric è già arrivato…
Lo sprint per il 2° posto a La Valldigna. Consonni e Fiorelli battuti, ma Mohoric è già arrivato…

Alla guida del team nella particolare occasione era Stefano Zanatta, decisamente soddisfatto per questa prima presa di contatto con le gare dopo settimane di preparazione: «Il primo test è andato bene, già nelle classiche maiorchine e di vigilia della Volta avevamo raccolto piazzamenti, ma soprattutto avevo visto i ragazzi vogliosi di essere protagonisti. E questo è un segnale importante anche per il prosieguo della stagione».

Al di là dei risultati, a che cosa hai guardato in particolare?

Intanto la gara aveva squadre di alto livello, molte presenze di team del WorldTour e quando ti confronti con loro, trovare spazi è sempre difficile. La cosa che mi è piaciuta di più, al di là dei piazzamenti, è stata vedere il carattere dei ragazzi, sempre in 3-4 nel cuore della corsa, anche nelle concitate fasi finali, sia per quanto riguarda la conquista delle tappe sia, con Paul e Davide (rispettivamente Double e Piganzoli, ndr), per dare un’occhiata alla classifica.

Stefano Zanatta, 60 anni compiuti da poco, è alla Polti-Kometa dal 2021
Stefano Zanatta, 60 anni compiuti da poco, è alla Polti-Kometa dal 2021
Il livello come ti è sembrato?

Molto alto e il podio finale, con corridori di Uae, Bahrain e Bora lo dimostra. Anche le squadre WT erano in Spagna per mettersi in evidenza e si è visto che corridori come McNulty e Vlasov erano già in ottima forma. Ma noi ce la siamo giocata, ci siamo fatti trovare pronti dopo la lunga preparazione invernale e siamo pronti a migliorare ancora.

I risultati migliori sono arrivati da Lonardi con due podi di seguito. Era il veronese la punta della vostra squadra?

Sapevamo che Giovanni era già in buone condizioni, ha fatto un proficuo lavoro invernale senza intoppi, il che è importante. La Volta a la Comunitat Valenciana aveva occasioni favorevoli, con le prime tre tappe quasi destinate alla volata, anche se le insidie non mancavano. Il primo giorno è rimasto staccato, ma nel secondo è rimasto sempre nel vivo della corsa e solo il colpo di mano di Mohoric in discesa l’ha privato di una possibile vittoria. Anche nel terzo giorno era lì nel vivo. Ma vorrei sottolineare anche la prova di Double e Piganzoli, che hanno anche provato a farsi vedere in salita e sono arrivati a ridosso dei più forti. Il risultato conta, ma mi conforta di più la prestazione atletica.

Paul Double, 27 anni, arriva dalla Human Powered Health. E’ corridore da gare a tappe
Paul Double, 27 anni, arriva dalla Human Powered Health. E’ corridore da gare a tappe
Lonardi lo scorso anno aveva chiuso con ben 15 piazzamenti nei dieci da Ferragosto in poi. Continua su quella scia?

Direi di sì, considerando anche che nella prima parte del 2023 era stato un po’ ai margini per problemi fisici. Conoscendolo – ormai è al terzo anno con noi – si nota la grande voglia di emergere, considerando anche che riesce ad adattarsi bene a differenti situazioni.

Ha un treno a disposizione per le volate?

Lonardi è un velocista atipico, non molto pesante considerando che ha un peso forma di 70 chili, ma questo lo favorisce su percorsi vallonati. Nella seconda tappa erano rimasti una cinquantina e lui c’era, a differenza di molti velocisti più di spicco, ma anche più pesanti. Un treno non possiamo permettercelo, saremmo pretenziosi al confronto con squadre come quelle presenti in Spagna. Giovanni aveva però a disposizione uno come Maestri che è molto abile a portarlo in posizione e con Munoz e Sevilla che si sono molto prodigati per aiutarlo. Non era proprio un treno, ma ha avuto un bel supporto.

Per Piganzoli un buon inizio stagione. Ora al Tour of Antalya conta di migliorare anche in classifica
Per Piganzoli un buon inizio stagione. Ora al Tour of Antalya conta di migliorare anche in classifica
Che cosa gli manca per emergere appieno?

Io gli dico sempre che dovrebbe essere un po’ più “cattivo”. Sta lavorando bene e la sinergia con Maestri penso che possa aiutarlo molto. E’ consapevole che, se ha fatto quel che ha fatto alla Valenciana con gente di primissimo rango, in corse leggermente minori può anche puntare al bersaglio grosso.

Lo vedi protagonista anche al Giro?

E’ chiaro che se lo confrontiamo con velocisti del calibro di Merlier o Milan, che oggi reputo il più forte in circolazione, Lonardi è uno scalino sotto. Le gerarchie però non sono intoccabili, nel senso che ogni corsa è a sé, anche i più forti possono sbagliare qualcosa e lui deve essere lì pronto. Io dico che può fare la sua figura e, perché no, pensare anche a vincere una tappa. Noi ci crediamo molto.

Prima vittoria di Milan con Lonardi terzo. Per Zanatta il friulano oggi ha una marcia in più
Prima vittoria di Milan con Lonardi terzo. Per Zanatta il friulano oggi ha una marcia in più
Ora che cosa vi aspetta?

Ormai l’attività è entrata nel pieno. Noi avremo due gruppi, uno ad Antalya e l’altro sempre in Spagna per Almeria e Andalucia. Giovanni sarà in Turchia, in una corsa a tappe forse anche più accessibile per le sue caratteristiche, con almeno tre occasioni a disposizione e una concorrenza certamente non come quella trovata alla Volta a la Comunitat Valenciana. Poi sarà a El Gran Camino, ma lì servirà mettere chilometri nelle gambe in vista di marzo e dell’inizio della stagione italiana alla quale teniamo particolarmente, con corse come la Milano-Torino che sono altre occasioni per emergere.

Sei neopro’ tutti d’oro per la Soudal-Quick Step del futuro

07.02.2024
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Prima o poi forse sapremo come sarebbe dovuta finire la fusione della Soudal-Quick Step e se davvero il partner prescelto fosse la Jumbo-Visma o piuttosto il Team Ineos Grenadiers innamorato di Evenepoel. In ogni caso anche la Soudal-Quick Step, che nel corso dell’inverno ha visto partire un bel numero di corridori (Ballerini e Bagioli, per restare fra i nostri), si è ritrovata in casa un gruppo di giovani a dir poco interessanti. E se una volta i panni del talent scout per il team belga li vestiva Matxin, oggi il ruolo è di Johan Molly, che questa volta ha dimostrato di avere la vista davvero lunga. Ecco allora come lo scopritore ha descritto i suoi ragazzi, alcuni prelevati dal devo team, altri pescati fuori dopo risultati importanti.

Johan Molly è il talent scout dei giovani per la squadra belga (foto Soudal-Quick Step)
Johan Molly è il talent scout dei giovani per la squadra belga (foto Soudal-Quick Step)

Gil Gelders, 21 anni

Lo scorso anno il corridore di Asse (alto 1,79 per 66 chili) ha vinto la Gent-Wevelgem U23, la Ruota D’Oro a Terranuova Bracciolini e la 2ª tappa al Giro Next Gen. Quest’anno Gelders ha debuttato con il quinto posto nella Down Under Classic.

«Gil sarebbe potuto diventare professionista lo scorso anno alla Bingoal-WB – spiega Molly – ma ha fatto la scelta giusta. E’ rimasto un anno in più nel nostro devo team e questo gli ha permesso di fare un altro grande passo. Secondo me entro un paio di anni potrebbe essere vincente nelle cinque gare Monumento. Nella Gand U23 ha attaccato per tutto il giorno, fino a quando l’ultimo corridore ha dovuto lasciare la sua ruota».

In azione sulla salita di Mount Lofty al Tour Down Under: ecco Gil Gelders
In azione sulla salita di Mount Lofty al Tour Down Under: ecco Gil Gelders

William Junior Lecerf, 21anni

Se ne è andato dal 2023 vincendo il Piccolo Giro di Lombardia. E’ uno scalatore alto 1,69 per 54 chili: leggero ma anche bravo a muoversi in gruppo. Anche lui è figlio del devo team.

«I suoi risultati – dice Molly – parlano da soli. Lo scorso anno è stato molto regolare: quarto al Giro Next Gen, quinto al Tour de l’Avenir. Non vogliamo farne un secondo Isaac Del Toro, ma William in Francia ha impressionato. E’ importante per un corridore: sembrava che migliorasse ogni giorno».

Due maglie in casa Soudal all’AlUla Tour: Lecerf la bianca dei giovani, Merlier la rossa a punti
Due maglie in casa Soudal all’AlUla Tour: Lecerf la bianca dei giovani, Merlier la rossa a punti

Luke Lamperti, 21 anni

Il corridore americano è veloce e ha una struttura importante: alto 1,80 per 74 chili. Proviene dalla Trinity Racing e in squadra lo definiscono l’erede di Jakobsen, ma si immagina che in futuro sarà più di un semplice sprinter.

«Lamperti è un ottimo corridore – conferma Molly – ma non un vero velocista. Se deve trovare la sua traiettoria in uno sprint, ha ancora qualche difficoltà. Fortunatamente in quei casi avrà accanto dei corridori capaci di portarlo perfettamente nel punto giusto e a quel punto potrà giocarsi la volata. Un tipo alla Michael Matthews, capace in prospettiva di fare bene in corse come l’Amstel e la Freccia del Brabante»

Lamperti è arrivato alla Soudal-Quick Step dalla Trinity Racing
Lamperti è arrivato alla Soudal-Quick Step dalla Trinity Racing

Paul Magnier, 19 anni

Prima corsa e prima vittoria, al Trofeo Ses Salines a Mallorca (foto di apertura). Gran fisico (1,87 per 70 chili), il francese che arriva come Lamperti dalla Trinity College ha fatto sorridere quando, da ex atleta della mountain bike, ha confessato di non sapere chi fosse Lefevere. Il suo risultato più eclatante del 2023 è stato il terzo posto agli europei.

«Ho avuto il primo contatto con lui da junior nel 2022 – racconta Molly – durante il Valmorey Tour. A fine anno ha svolto uno stage con noi. Volevamo inserirlo nel devo team, ma alla fine tramite Specialized è andato alla Trinity Racing. E’ un talento davvero eccezionale. Ci piacerebbe portarlo alla Liegi U23 e al Giro Next Gen, ma non so se sarà più possibile visti i risultati che ha ottenuto tra i professionisti».

Warre Vangheluwe con Bramati all’AlUla Tour: un debutto faticoso
Warre Vangheluwe con Bramati all’AlUla Tour: un debutto faticoso

Warre Vangheluwe, 22 anni

Nel 2023 ha vinto la Gullegem Koerse e la Youngster Coast Challenge battendo in volata Alec Segaert dopo una fuga a due di 60 chilometri. Un metro e 89 per 79 chili, fiammingo purosangue, l’importante per lui è che la strada non sia in salita.

«Uno che non ha mai problemi a tirare per la squadra – dice Molly – ma che può anche ottenere risultati per se stesso. Se riesci a battere Segaert in quel modo, hai diritto sicuramente a un posto tra i professionisti».

Pepijn Reinderink ha vinto il campionato nazionale U23 dello scorso anno (foto Instagram)
Pepijn Reinderink ha vinto il campionato nazionale U23 dello scorso anno (foto Instagram)

Pepijn Reinderik, 21 anni

Alle sue spalle ci sono due anni nel Development Team DSM. Un metro e 79 per 67 chili, lo scorso anno ha vinto la prima tappa del Trittico Ardennese e il campionato olandese U23. Va forte in salita, ma non ha esperienza sulle grandi salite, al punto che forse gli avrebbe fatto bene un anno in più in una squadra U23.

«Alla DSM– spiega Molly – Pepijn era ormai in un vicolo cieco, finché Kevin Hulsmans lo ha portato nella nostra squadra, dove l’anno scorso ha impressionato fin da subito. E’ stato prezioso per Ethan Vernon nelle due vittorie al Tour of Rwanda. A dire il vero proprio lì ha avuto una brutta caduta, ma ha tenuto duro, mentre sono certo che altri si sarebbero fermati. L’intenzione era che passasse tra i professionisti solo nel 2025, ma a causa del programma ricchissimo e dei tanti giovani che abbiamo reclutato, abbiamo deciso di prendere un corridore in più».

Glivar, primo anno con Pogacar e già inizia a vincere

06.02.2024
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Di Gal Glivar avevamo già avuto modo di occuparci dopo il clamore suscitato lo scorso anno dalle sue vittorie nella prima parte di stagione. Si parlava di lui come del nuovo Pogacar, l’ennesimo talento emerso dal prolifico movimento sloveno. Da allora il 21enne ha cambiato squadra, entrando nell’universo della Uae attraverso la porta del devo team, ma sin dalle prime battute ha fatto vedere di che pasta è fatto, andandosi a prendere il Tour of Sharjah.

Miglior inizio di stagione non ci poteva essere: «Mi sono preparato bene durante l’inverno – racconta subito dopo il suo ritorno a casa – prima della partenza si era deciso che sarei stato il leader della squadra per via della mia forma. E’ stato bello arrivare con un piano alla corsa e seguirlo fino alla vittoria finale».

Seconda tappa del Tour of Sharjah, vince il francese Barbier. Alle sue spalle Bonifazio (a destra) e Glivar (a sinistra)
Seconda tappa del Tour of Sharjah, vince il francese Barbier. Alle sue spalle Bonifazio (a destra) e Glivar (a sinistra)
Che ambiente hai trovato nella corsa araba, che cosa ti ha colpito di più del Paese e della gente?

E’ un posto che sta davvero crescendo nel ciclismo ed è incredibile vedere tanti ciclisti lì tifare per noi e per la nostra squadra. Le persone erano fantastiche, ci hanno fatto sentire davvero a casa. Sono tutti così gentili ed è bellissimo correre in questo Paese. Abbiamo trovato molto pubblico alla partenza come anche alla fine delle tappe. C’erano tante persone, anche persone importanti degli Emirati Arabi Uniti, si vede che ci tengono alla gara e tengono che noi del team di casa facciamo bella figura.

Che livello di corsa era, quanta concorrenza hai trovato?

C’erano 165 corridori provenienti da molte nazioni. C’erano molte squadre asiatiche e alcune professional europee. Quindi il livello era piuttosto alto e questo mi incoraggia molto, so di aver fatto qualcosa d’importante.

Il podio finale con molti sceicchi del luogo. Glivar ha vinto con 22″ su Heidemann (GER) e 37″ su Budyak (UKR)
Il podio finale con molti sceicchi del luogo. Glivar ha vinto con 22″ su Heidemann (GER) e 37″ su Budyak (UKR)
Noi c’eravamo sentiti nello scorso giugno, tu da agosto sei alla Uae. Che cosa è cambiato?

Ho fatto qualche mese con la squadra maggiore, ora sono nel devo team. Questo è il nuovo progetto del gruppo arabo ed è un progetto straordinario, che permette di crescere e fare le proprie esperienze guardando anche ai più grandi. Io venivo dal team sloveno dell’Adria, passando in una realtà così grande sono rimasto attonito. E’ la migliore squadra del mondo con i migliori ciclisti. Ha tutto ciò di cui abbiamo bisogno, la migliore attrezzatura, la migliore alimentazione, il miglior allenatore. Non c’è situazione migliore per crescere.

In base a questi mesi e soprattutto all’ultima vittoria, continui ad essere un corridore per corse a tappe?

A dir la verità ho sì vinto la classifica generale, ma non mi vedo come un corridore da classifica generale. Le mie caratteristiche sono migliori per le classiche come le gare lunghe con salite brevi, come la Liegi-Bastogne-Liegi. Queste sono le gare che amo di più.

La gara negli Emirati ha visto la Uae Gen Z correre in protezione di Glivar (foto Tour of Sharjah)
La gara negli Emirati ha visto la Uae Gen Z correre in protezione di Glivar (foto Tour of Sharjah)
Come ti trovi a correre con Pogacar e quali sono i rapporti con lui?

E’ davvero un grande corridore, ma prima di tutto una brava persona, quindi è davvero bello allenarsi con lui. E’ rilassato e professionale ma anche molto veloce. Molto… Quindi se voglio allenarmi con lui devo dare il massimo tutto il giorno e io non sono al suo livello. Per questo non ci alleniamo molto insieme. Almeno per adesso, devo ancora crescere e migliorare.

Tutti dicono che la Uae è una squadra di campioni dove quindi è più difficile trovare spazio per un giovane. E’ vero?

Sì, la squadra ha molte stelle, ma anche molti aiutanti come il mio buon amico Domen Novak della squadra maggiore. Mi alleno molto con lui, ma la squadra è davvero ottima per lo sviluppo perché lavoriamo con le stesse persone e siamo davvero connessi con il team principale.

Lo sloveno ha capitalizzato il successo nella crono. Lo vedremo all’opera a Murcia e Almeria
Lo sloveno ha capitalizzato il successo nella crono. Lo vedremo all’opera a Murcia e Almeria
La seconda parte di 2023 non ti aveva visto protagonista come la prima. E’ stato il contraccolpo del passaggio di squadra?

Dopo i campionati nazionali ho avuto il Covid che mi ha lasciato dei problemi ai polmoni, mi allenavo ma non ritrovavo la mia forma. Essa è arrivata solo alla fine della stagione, ero di nuovo ad un buon livello al Giro della Croazia. A quel punto hanno deciso che mi avrebbero portato al devo team.

Tu sei considerato già l’erede di Pogacar anche se siete entrambi molto giovani. Ma ci sono in Slovenia altri ragazzi al vostro livello?

Non abbiamo un grande bacino di corridori come Italia, Spagna o Francia. Ma abbiamo molto potenziale in quelli che emergono e approdano fra i professionisti e penso che tra qualche anno il ciclismo sloveno salirà di livello anche dal punto di vista numerico.

Ora che cosa ti aspetti da questa stagione?

Il nostro programma prevede di vincere gare con il team Gen Z e di fare esperienza con tutti i corridori del team WT. Quindi farò metà gare con il team di sviluppo e metà con quello principale. Il tutto al fine di migliorare, fare esperienza e imparare il più possibile. Magari ripetendo quanto avvenuto negli Emirati anche un po’ più vicino a casa…

Aerosensor, la genialità di esserci arrivati prima

06.02.2024
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Il Team Lidl-Trek introduce nel ciclismo e utilizza l’Aerosensor, ovvero la tecnologia della galleria del vento portata all’esterno e su una bicicletta. Abbiamo chiesto di cosa si tratta nello specifico direttamente a Koen de Kort, responsabile dell’area tecnica e di sviluppo tecnologico, oltre a come viene approcciata questa tecnologia da parte degli atleti.

Le innovazioni portano sempre ad una separazione netta delle considerazioni. Ci sono i progressisti che accolgono in modo positivi i diversi step dell’avanzamento tecnologico. Ci sono i conservatori, che criticano e guardano con sospetto il cambiamento. Sta di fatto che la ricerca tecnologica non può essere fermata.

Non solo per le bici da crono (foto SeanHardy)
Non solo per le bici da crono (foto SeanHardy)

Cosa è l’Aerosensor

Aerosensor è il nome dello strumento, ma anche quello dell’azienda fondata da Barney Garrood, ingegnere aerodinamico della F1. Quello utilizzato dal Team Lidl-Trek è un sistema portatile che permette di leggere ed ottimare le performance aerodinamiche, utilizzabile su strada, sulle bici da crono e in pista. E’ composto da due terminali. Il primo, ovvero Aerosensor, è posizionato sul manubrio e misura la resistenza aerodinamica. Il secondo (Aerobody) è sull’attacco manubrio e valuta la posizione del ciclista.

Il sistema Aerosensor viene combinato al sensore di velocità ed al misuratore di potenza, soluzione che permette di valutare accuratamente il coefficiente di resistenza aerodinamica dell’atleta quando pedala. Il primo ostacolo da superare è proprio la resistenza aerodinamica, considerando che ad una velocità costante di 40 chilometri orari, l’atleta spende circa il 70/80% della potenza per vincere la resistenza dall’aria. Questa percentuale si dilata man mano che la velocità aumenta. Ottimizzare la posizione dell’atleta e renderla più efficace può essere una chiave di volta.

Come funziona l’Aerosensor?

E’ una sorta di piccola galleria del vento che viene montata sulla parte frontale della bicicletta, sotto il manubrio e che misura la velocità del vento in ingresso. Misura anche altri fattori, come ad esempio l’altitudine e altri, importantissimi ai fini di una valutazione precisa legata al performance. L’analisi non è strettamente legata a quanto forte spinga il corridore, ma quanto gli equipaggiamenti, la sua posizione in bici ed i componenti in genere influiscano sulla potenza erogata dall’atleta. Aerosensor è uno strumento di ultima generazione che può essere utilizzato in diverse situazioni, indoor e outdoor.

Ad esempio anche per le salite o quando le velocità sono ridotte?

Certo, assolutamente sì. Aerosensor non è dedicato esclusivamente ai cronoman, alla valutazione delle bici da crono e alle bici con dei concetti aerodinamici marcati. Grazie a questo strumento possiamo quantificare quanto incide ad esempio un set di ruote piuttosto che un altro, dal profilo basso, medio o alto, oppure la combinazione di altezze di cerchi diversi. Anche le basse velocità hanno delle componenti di aerodinamica che possono fare la differenza e analizzabili, quanto si parla di prestazioni di altissimo livello.

Il sensore frontale posizionato sul manubrio (foto SeanHardy)
Il sensore frontale posizionato sul manubrio (foto SeanHardy)
Permette di valutare ed eventualmente cambiare la biomeccanica dell’atleta?

Fornisce dei dati, poi dipende sempre anche dal corridore quante e quali prove vuole fare. Qui è importante anche il feedback diretto dell’atleta che può trovarsi a suo agio con un setting all’apparenza meno efficiente, ma che gli permette di erogare meglio e per un periodo più lungo. I test eseguiti con Aerosensor sono illimitati, possono essere ripetuti per più volte e all’aperto, quindi in una situazione reale ed ideale. Inoltre sono meno costosi rispetto a quelli eseguiti nella galleria del vento.

E’ possibile quantificare un margine di miglioramento?

E’ possibile quantificare quanto influisce ogni singolo componente della bicicletta, dell’abbigliamento e anche il casco, sull’economia della performance complessiva.

Il secondo sensore sullo stem, Aerobody (foto SeanHardy)
Il secondo sensore sullo stem, Aerobody (foto SeanHardy)
Quanto tempo viene utilizzato da ogni singolo atleta?

Dipende dall’atleta e anche dal focus che il team ha per quel corridore nello specifico. Gli specialisti delle prove contro il tempo hanno esigenze e obiettivi diversi da chi ha l’obiettivo di fare classifica in un grande Giro. E’ difficile dare una risposta, ma è importante dire che il test con l’Aerosensor è ripetibile e fattibile in qualsiasi momento, ovunque.

Quale è stato l’approccio dei corridori?

Tutti sono rimasti sorpresi da quanto influisce l’abbigliamento, non solo nelle prove a cronometro. Questo ha portato anche ad un interessamento da parte loro e la volontà di capire quello che utilizzano, facendo anche dei confronti sui materiali a disposizione. E’ molto motivante ed interessante e siamo solo all’inizio.

Anche gli ingombri sono minimi (foto SeanHardy)
Anche gli ingombri sono minimi (foto SeanHardy)
Dobbiamo considerarlo come un marginal gain?

Decisamente no, è molto di più. E’ un piano di lavoro vero e proprio. Lo strumento Aerosensor è solo quello che si vede e che permette di far entrare in dati che, una volta analizzati potranno realmente fare la differenza.

E’ utilizzato esclusivamente per i test e per i training, oppure anche in gara?

Solo per test di valutazione e durante il training, non sono stati pianificati degli utilizzi durante le competizioni.

Het Nieuwsblad in arrivo, ricordate quando vinse Ballerini?

06.02.2024
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Sulle strade fiamminghe inizia a ribollire l’attesa per la Omloop Het Nieuwsblad. La classica di apertura della stagione del Nord, prevista per il 24 febbraio, è un passaggio pressoché sacro per i tifosi di lassù e per i corridori che su quelle strade costruiscono la loro carriera. L’ultima vittoria italiana è del 2021, quando a sorpresa sbucarono le braccia alzate di Davide Ballerini. Questa volta però facciamo un salto molto indietro nel tempo, ricordando quando la corsa – allora più conosciuta col nome di Het Volk – la vinse l’altro Ballero: quello… vero!

Era il 25 febbraio del 1995 e Franco Ballerini era sulla porta della storia. Nella Roubaix del 1993 era arrivato drammaticamente secondo, mentre fu terzo l’anno dopo. Quelle corse erano il suo terreno, l’Het Volk era il primo test dopo l’inverno. In quel mattino davanti al velodromo di Gand, accanto a lui c’era Dario Nicoletti. E proprio all’attuale direttore sportivo della Biesse-Carrera ci siamo rivolti per avere un ricordo di Franco e di quei giorni.

Dario Nicoletti è alla terza stagione come diesse della Biesse-Carrera (foto facebook)
Dario Nicoletti è alla terza stagione come diesse della Biesse-Carrera (foto facebook)
Caro Dario, cosa vogliamo dire?

Era l’inizio, la prima trasferta in Belgio. Dopo l’abbinamento spagnolo con la Clas, quell’anno nella Mapei era entrato il blocco belga e la squadra era diventata Mapei-GB. Erano arrivati Lefevere e 6-7 corridori belgi. Non era neanche facile essere selezionati per quelle gare, tanto che io poi rimasi fuori dalla Roubaix. Ma la prima parte delle classiche la feci tutta.

Com’era andare lassù con Ballerini?

C’ero già stato nel 1994, sempre con lui. Aveva una classe… Alla Roubaix arrivò terzo, ma fu sfortunato, perché ebbe 3-4 forature e per due volte gli diedi io la ruota. Alla terza però ci pensò qualcun altro, perché io dopo il secondo rientro ero così finito che alzai bandiera bianca. Pioveva forte e vinse Tchmil. Per cui nel 1995, quando andammo lassù, sapevo cosa mi aspettava. La differenza rispetto all’anno prima era la presenza in squadra di Museeuw, Peeters, Bomans e Willems, gente tostissima.

Het Volk 1995, Ballerini fa corsa di testa: alla sua ruota, Giovanni Fidanza
Het Volk 1995, Ballerini fa corsa di testa: alla sua ruota, Giovanni Fidanza
Che giornata ricordi?

Tanto freddo, pioggia, vento. Eravamo partiti con Ballerini, Museeuw e Peeters come capitani. Nonostante Franco e Johan volessero vincere, in squadra c’era una bel clima. Io mi trovavo benissimo e penso anche Ballero. Con quei belgi dovevi essere onesto e loro ti davano tutto. Posso raccontarvi un aneddoto per farvi capire che uomini fossero?

Assolutamente!

Quello stesso anno, a luglio del 1995, due giorni dopo il funerale di Fabio Casartelli, io ebbi il brutto incidente per il quale alle fine smisi di correre. Non ero al Tour, per cui quando si seppe che Fabio era morto, mi precipitai a casa sua. Abitavo a 5 chilometri e trovai Annalisa, i genitori e quel grandissimo dolore. Con “Casa” avevo un rapporto speciale. Due giorni dopo i funerali, il 22 luglio, andai a fare cinque ore con Chiurato sul Lago di Como, con la tristezza addosso e un caldo incredibile. Eravamo a Como, quando una moto mi investì. Hanno stimato che andasse a 80-90 all’ora: la Polizia misurò 27 metri dal punto dell’impatto al mio atterraggio. Pensai di morire. Mi passò la vita davanti, poi si offuscò la vista e persi i sensi. Senza farla troppo lunga, rimasi all’ospedale di Como per 40 giorni e dopo circa tre settimane, entrarono in stanza Lefevere, Museeuw e Peeters. Erano in Italia per il Trittico Lombardo che si correva ad agosto e vennero a trovarmi. Alcuni compagni di squadra che abitavano a pochi chilometri da me non li vidi neppure.

Per Ballerini la vittoria nella classica di apertura, antipasto per la prima Roubaix
Per Ballerini la vittoria nella classica di apertura, antipasto per la prima Roubaix
Chissà che sorpresa…

Loro erano così, pane al pane e vino al vino. Bisognava essere onesti e sapere che c’erano delle gerarchie. Se facevi il tuo, non c’erano problemi.

Ballerini al Nord?

Ho un bellissimo ricordo, perché mi sceglieva quasi sempre come compagno di camera e queste sono cose che ti rimangono. Franco era un buono, uno serio, ma se c’era da fare casino, non si tirava indietro. Quando però si avvicinavano quelle gare, cambiava anche personalità. Quello era il suo mese, la sua Settimana Santa. Era molto concentrato e a stargli vicino imparavo sempre qualcosa.

Ad esempio?

Nel 1994, andando in ammiraglia alla partenza del Fiandre in cui avrebbe fatto quarto, mi fece sedere davanti. C’era un tempo infame, mi sembrava strano che il capitano fosse seduto dietro, finché a metà del viaggio mi disse: «Spegni il riscaldamento, siamo a 20 gradi e là fuori ce ne sono due, cominciamo ad abituarci, che dici?». E questo è solo un piccolo esempio di come non trascurasse nulla. 

Passato nel 1996 alla MG-Technogym, Nicoletti corre la Roubaix del 1997: sarà la sua ultima stagione
Passato nel 1996 alla MG-Technogym, Nicoletti corre la Roubaix del 1997: sarà la sua ultima stagione
Vince l’Het Volk con 6 secondi di vantaggio su Van Hooydonck e poi vince anche la Roubaix…

Ma io quella l’ho vista in televisione. Non ricordo tantissimo, solo che era caduto alla Gand e aveva problemi a una spalla. Però immagino che abbia trovato forze anche nel gran tifo che c’era per lui. Quando poi divenne commissario tecnico della nazionale, io lavoravo già in Mapei e lui veniva spesso a salutare il dottor Squinzi, ma passava sempre anche da me in ufficio. E quando cominciò a vincere i mondiali e ne vinse quattro, gli scrivevo dei messaggi e mi rispondeva sempre. «Al Nico si deve rispondere», sorrideva.

Tornando a quegli anni, andare al Nord non era ancora così scontato: non tutte le squadre italiane erano attrezzate…

Non era come adesso, vero. C’era l’impressione di un ambiente estremo, non so come dire. Al mio primo Fiandre, eravamo nella piazza sotto un misto di pioggia ghiacciata e mi ricordo i belgi appena più coperti del solito, che ridevano e scherzavano, mentre noi eravamo tutti incappucciati. Adesso è cambiato tutto, anche il clima. Ma Franco vinse due Roubaix. In quegli anni, quando al Nord arrivavano gli italiani, anche i tifosi del Belgio si toglievano il cappello.

L’ansia nei giovani atleti esiste e può fare tanto male

06.02.2024
6 min
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Il ragionamento fatto ieri nell’editoriale sulla fragilità dei corridori più giovani è da un paio di anni uno dei temi più dibattuti nel mondo dell’educazione. Il punto è proprio capire che gli atleti in quanto tali non sono immuni da ciò che accade attorno a loro e che i loro pochi anni, sia pure con la maturità superiore prodotta dall’attività agonistica, li rendono comunque fragili. Non tutti allo stesso modo, ma sarebbe sbagliato pensare che i migliori valori fisici possano coprire l’ansia e tutto quanto è accaduto nei ragazzi dopo il lockdown. Anche se nel mondo dello sport vigono regole spesso miopi per cui simili problemi si nascondono, quasi sia peccato parlarne.

Crini 2022
La psicologa piemontese Manuella Crini affronta con noi uno dei fenomeni più diffusi fra gli adolescenti
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La psicologa piemontese Manuella Crini affronta con noi uno dei fenomeni più diffusi fra gli adolescenti

Le scorie del Covid

Ne abbiamo parlato con Manuella Crini, psicologa con cui già in passato abbiamo affrontato tematiche importanti come i disturbi alimentari negli atleti. Che cosa succede nella testa di un ragazzo che non sia perfettamente a posto, davanti alle pressioni sempre crescenti dell’attività sportiva?

«Le restrizioni dopo il Covid – dice – hanno fatto sì che la vicinanza con i coetanei sia stata molto limitata, mentre la nell’adolescenza il confronto con i pari età è importantissimo. Tanti si sono trovati chiusi in situazioni familiari di ogni genere, anche le meno prevedibili, e nella maggior parte dei casi questi ragazzini non hanno potuto confrontarsi coi loro coetanei e hanno sviluppato molta più ansia. Questa ha preso forme diverse, come l’aumento dei disturbi alimentari, l’aumento delle dichiarazioni di transgenderismo di fronte alle quali il mondo dello sport è bloccato e quasi rifiuta di prenderne atto, l’autolesionismo, difficoltà scolastiche e l’abbandono scolastico.

«Siamo animali sociali, perciò se mi tieni chiuso in una gabbia, cambi la mia natura. Quanto durano questi effetti? Se faccio crescere una pianta dentro una scatola chiusa, le sue radici prendono una forma diversa. E l’adolescenza è un momento chiave per la formazione della personalità dell’individuo. Certi eventi traumatici rischiano di lasciare segni indelebili».

Gabriele Benedetti si è ritirato a inizio 2023, ad appena 23 anni, svuotato di motivazioni (foto Instagram)
Gabriele Benedetti si è ritirato a inizio 2023, ad appena 23 anni, svuotato di motivazioni (foto Instagram)
Parliamo di corridori, che vengono spesso ritenuti invincibili. E’ possibile che questa ansia magari sottovalutata venga fuori quando il livello si alza tantissimo?

Puoi essere ansioso in ogni fase, però nel momento in cui vai verso una prova che ti crea stress, il problema può venir fuori più amplificato. E’ un disagio, chiamiamolo così, che trovi prima della gara o alla vigilia del primo esame universitario. Solo che magari di colpo ha conseguenze peggiori perché, non avendo mai gestito prima l’ansia, è una cosa che ti spaventa. Non controlli più il tuo corpo e quindi ti agiti e l’ansia diventa paralizzante. Prima a livello di pensiero e poi anche di movimento. Due elementi che poi, all’interno di una competizione, vanno indubbiamente ad inficiare la prestazione.

Come si fa a capire che ne soffri?

Prima di tutto l’atleta deve riconoscere che c’è qualcosa che lo blocca al livello della prestazione. Si va poi a capire se quel blocco è preceduto o meno da una paura oggettiva. Vanno esplosi i pensieri paurosi, perché dietro ce ne sono altri che possono essere la paura di vincere e non solo la paura di perdere. Come tutte le cose, se la intercetti subito, l’ansia non cresce. Se sa riconoscerla, puoi imparare ad utilizzare dei meccanismi per far sì che non degeneri. Se resta a un livello fisiologico, allora l’atleta riesce persino a servirsene, perché attiva l’organismo. Però il lavoro va fatto sul pensiero, che poi genera stati emotivi. E dietro non c’è sempre la gara, perché parliamo di adolescenti.

Cioè?

Il pensiero da cui tutto parte può essere banalmente la paura di perdere la fidanzata appena conosciuta, perché se vado avanti con le gare, presto mi troverò a non aver più tempo per lei o per gli amici. Oppure ci può essere il desiderio di gratificare i genitori e non deluderli. E’ una fase talmente delicata della vita, in cui si fa anche fatica a trovare è l’evento scatenante dell’ansia.

Il ciclismo è uno sport talmente impegnativo, che diventa insormontabile se non si è convinti al 100 per cento (foto Tornanti_cc)
Il ciclismo è uno sport talmente impegnativo, che diventa insormontabile se non si è convinti al 100 per cento (foto Tornanti_cc)
Quanto la motivazione di arrivare in una squadra importante può far passare inosservata l’ansia?

La grande motivazione ti aiuta molto a trovare le risorse per dare un senso all’ansia. La preoccupazione, più che altro, è che parto con queste grandi aspettative che non so tenere nelle mani, perché sono un ragazzino. Quindi mi faccio grandi sogni, grandi progetti incoraggiati dal mondo in cui vivo e non ne costruisco altri perché ho solo lo sport. E se poi a 18-19 anni, vengo buttato fuori da quel mondo, che cosa resta di me?

E cosa succede?

Se non ho lavorato prima sull’ansia, rischio veramente di cadere in depressione. La stiamo banalizzando per renderla comprensibile, però perdendo un obiettivo di vita, il rischio è di sentirsi falliti. E il senso di fallimento è qualche cosa che ti priva del tutto della motivazione e non ti dà altri obiettivi di vita. Quindi mi domando se ci sia effettivamente un piano B per questi ragazzini, che sia sempre nell’ambito sportivo o in parallelo con la scuola.

Il piano B difficilmente esiste, perché le pressioni ci sono e richiedono la massima dedizione. Bisognerebbe capire se le attese siano troppo grandi in rapporto alla loro età…

Penso che ci siano sempre pretese troppo alte, perché si pretende che dimentichino di essere ragazzini. Considerando che l’adolescenza psicologica termina intorno ai 25 anni, questi ragazzini vengono adultizzati in maniera troppo prematura. E a quel punto fanno fatica anche a capire se veramente quella è la loro strada. Perché è una strada veramente costellata di sacrifici e devi essere disposto a farli perché li vuoi fare e non perché ti ci hanno messo con lo specchietto per le allodole.

Non avere più un obiettivo, ancorché da giovani, può portare alla depressione (immagine depositphoto.com)
Non avere più un obiettivo, ancorché da giovani, può portare alla depressione (immagine depositphoto.com)
Il fatto che fisicamente siano già adulti può allontanare il senso di fragilità?

Questa apparente maturità può trarre in inganno l’ambiente circostante e anche loro stessi, dandogli un senso di libertà nell’esprimersi che può trarre in inganno chi non ha competenze specifiche. Ma se la guardiamo dal lato della pedagogia dello sviluppo, sappiamo quanto in realtà l’adolescenza sia un momento tremendamente drammatico e fondamentale, per lo sviluppo di una psiche sana. Quando sei adulto, riesci a reggere di più, mentre se tratti i ragazzini da adulti, rischi di fargli molto male. Si picchia sull’autostima, altro concetto sottovalutato, e finisci che il ragazzo non crede più in se stesso.

Daniel Oss di nuovo in gruppo, da ambassador del TOTA

06.02.2024
5 min
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Qualche giorno fa il Tour of the Alps ha annunciato la collaborazione con Daniel Oss. «Sarà il nostro ambassador», tanto per sintetizzare il tutto. E ci sta. Oss è un ragazzo brillante, è un freschissimo ex pro’, è trentino… Insomma c’erano, e ci sono, tutti i presupposti per una storia che è già interessante (in apertura Daniel Oss, foto di Giacomo Podetti).

Quest’anno il TOTA, abbreviazione Tour of the Alps, andrà in scena dal 15 al 19 aprile. Cinque tappe nell’Euroregio, vale a dire quella zona a cavallo fra Austria e Italia, puntinata dalle cime forse più belle del mondo e solcata dalle valli più affascinanti. E in questo contesto, fra squadre WorldTour, professional e continental, e tappe stuzzicanti, ci sarà anche Daniel Oss appunto.

Dal Sud Africa, dove si trova ora con il team Specialized per provare i modelli gravel in vista del nuovo scorcio di carriera, Oss ci spiega meglio questa avventura.

Daniel Oss (classe 1987) fra il general manager del Tour of the Alps, Maurizio Evangelista, e il presidente del GS Alto Garda, Giacomo Santini (foto Giacomo Podetti)
Daniel Oss fra il general manager Evangelista, e il presidente del GS Alto Garda, Santini (foto Giacomo Podetti)
Daniel, come nasce dunque questa collaborazione con il GS Alto Garda, società organizzatrice del TOTA?

Mi ha contattato il GS Alto Garda, la società organizzatrice del TOTA, tramite Maurizio e David Evangelista (che con la loro Vitesse curano il coordinamento organizzativo e la comunicazione della corsa, ndr). Siamo vicini di casa e mi hanno fatto questa proposta che io sposato subito con naturalezza per diverse ragioni. Innanzitutto perché è il nostro territorio e in generale perché c’è una certa empatia per questa gara. Io ho dedicato del tempo al mio territorio. Ho sempre vissuto in Italia. Durante le uscite valorizzavo “casa mia” facendone la palestra di allenamento e mostrandolo sui social… e tutto ciò rispecchia anche i valori del TOTA. Senza contare gli aspetti legati al turismo e all’organizzazione stessa della gara.

Insomma c’era una certa affinità…

Esatto, io poi continuo a pedalare ma lo faccio da un punto di vista diverso, un punto che tuttavia può essere comunque affine al TOTA. Anche perché io tecnicamente non lo ero, visto che è una corsa per scalatori. Anche se ai tempi della BMC aiutai Cadel Evans a conquistare la maglia ciclamino.

Quale sarà il tuo ruolo? Cosa ti vedremo fare?

Quello di far parlare della corsa e di raccontarla. Stare con gli ospiti, i giornalisti e i corridori. E tutto ciò mi entusiasma e mi lusinga. Raccontare il pre e post tappa. In più sono previste delle social ride. Credo sia importante essere presente sul posto.

Nel 2014 grazie alla cronosquadre di apertura, Oss indossò il simbolo del primato dell’allora Giro del Trentino poi divenuto TOTA
Nel 2014 grazie alla cronosquadre di apertura, Oss indossò il simbolo del primato dell’allora Giro del Trentino poi divenuto TOTA
Prima si è detto da un punto di vista diverso. Anche Nibali al Giro ha assaporato questa situazione…

Stare vicino a David e Maurizio mi consentirà di vedere tante cose che da atleta ti sfuggono e mi piace imparare questi dettagli, scoprire queste cose. Potrebbe essere anche l’inizio di qualcosa di nuovo.

Seguirai i social ufficiali?

Vediamo, di sicuro sarò presente sui social. Miei o della corsa, sono un canale molto importante.

Daniel, hai parlato di valori. Spiegaci meglio…

Il TOTA è una corsa che offre spettacolo. Ha percorsi belli, scenografici e la corsa stessa è dinamica grazie ai suoi tracciati mai troppo lunghi. Io stesso ho fatto delle ricognizioni e posso dire che sono percorsi perfetti per lo show.

Sei un corridore, conosci quelle strade, che Tour of the Alps ci possiamo aspettare da un punto di vista tecnico?

Come sempre sarà duro. E su questo non ci sono dubbi. Sarà un banco di prova per coloro che puntano a fare bene al Giro d’Italia, ma c’è anche chi viene per vincere la corsa. E il valore dell’evento lo si nota anche perché c’è proprio chi non viene, perché sa che non può fare bene, non può vincere o non è in condizione. Segno dunque che è una gara importante.

Ci saranno da fare un totale di 709 chilometri in 5 tappe, con 13.250 metri di dislivello: c’è un passaggio o un momento chiave?

Credo che tutto sia collegato allo show. Mi spiego: non ci sono salite super lunghe di 10-15 chilometri che potrebbero ammazzare la corsa e che poi in quel periodo si rischierebbe di non affrontare per questioni meteo. E poi ci sono i circuiti finali, nei paesi, dove c’è la gente. Il tutto per rendere la corsa interessante e spettacolare appunto. 

Quindi gara aperta fino alla fine?

Salvo azioni particolari, non ci sarà un vincitore con minuti di vantaggio. Le prime frazioni sono più da studio, mentre le ultime due, in Valsugana e nella Valle dei Mocheni, saranno decisive. Sono tappe in cui la squadra è molto importante per quei tratti di transizione. Tratti in cui se un uomo di classifica resta solo rischia di pagare molto.

Matteo Milan: la Lidl-Trek e il confronto (positivo) con i grandi

05.02.2024
5 min
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Abbiamo parlato tanto, in questi giorni, del confronto positivo di cui beneficiano i ragazzi dei devo team o direttamente delle formazioni WorldTour. Pedalare accanto a gente che va forte, e che rappresenta l’elite di questo sport accende qualcosa. Ce lo aveva detto inizialmente Giulio Pellizzari, analizzando la vittoria di Del Toro al Tour Down Under. Sono seguite, alle parole del giovane marchigiano, le frasi di Markel Irizar, responsabile della Lidl-Trek Future Racing.

«I ragazzi – ha detto – crescono tantissimo nel confronto. Soprattutto quando ci alleniamo tipo gara e ne escono con tanta fiducia in più. Un giorno in ritiro, Mads Pedersen ha voluto radunarli e parlarci. Non so cosa abbia detto, ma alla fine del ritiro li abbiamo trovati cresciuti nelle performance e nella consapevolezza».

Matteo Milan (a destra) ha esordito con la maglia della Lidl-Trek alle gare di Maiorca (foto Lidl-Trek)
Matteo Milan (a destra) ha esordito con la maglia della Lidl-Trek alle gare di Maiorca (foto Lidl-Trek)

Pedersen il faro

Quando un corridore come Mads Pedersen prende un’iniziativa del genere, va seguita e approfondita. Allora abbiamo deciso di chiedere a uno di questi giovani cosa vuol dire vivere certe situazioni, e Matteo Milan ha risposto alle nostre domande. 

«In squadra non c’è distinzione – racconta Matteo – vogliono farci sentire parte dello stesso gruppo. Questo vale per tutti team: uomini, donne e under 23. Pedersen è stato uno di quelli che, dal lato dei corridori, ha voluto spingere molto su questo concetto. Ci ha detto che non dobbiamo intimidirci, ma parlare, chiedere e confrontarci. Soprattutto in ritiro, dopo 15 giorni insieme si abbattono un po’ tutte le barriere. Ci ha detto che crede in un gruppo amalgamato, perché in futuro noi potremmo trovarci a tirare per lui. Ma non ha escluso, con grande umiltà, che se un giorno verrà fuori un campione dalla nostra squadra, anche lui potrebbe tirare per noi. E allora è giusto conoscersi e pedalare insieme».

Correre con i pro’ alza il livello e dà una marcia in più quando torni tra gli U23 (foto Lidl-Trek)
Correre con i pro’ alza il livello e dà una marcia in più quando torni tra gli U23 (foto Lidl-Trek)
Come siete usciti dopo questo colloquio?

Motivati, cresciuti, insomma migliorati. Sia nelle performance che nella consapevolezza che il percorso è quello giusto. 

Vi siete confrontati anche su strada con loro?

Sì, io ho sfidato Tao (Geoghegan Hart, ndr) e Skjelmose in salita. Ci siamo sfidati, durante il ritiro, anche se la salita non è esattamente il mio campo. Una simulazione di gara, controllata, ma pur sempre a tutta. E’ uscita una sfida dura, anche perché fatta con gente di un certo calibro. Quando loro aprono il gas si va. Da Tao e Skjelmose mi sono staccato, però mi sono divertito, mi sono gasato, sono anche sensazioni belle da provare a inizio stagione. Provi a starci dietro, vedi che ce la fai…

E loro che ti dicevano?

A tavola Geoghegan Hart mi prendeva un po’ in giro, dicendo che mi aveva visto staccarmi. Però aspetterò il confronto in volata, quello è più il mio campo e posso difendermi meglio (dice con una risata, ndr). Ma mi trovo anche a scherzare e parlare con Consonni o con mio fratello Jonathan. 

Che rapporti hai con lui ora che siete praticamente sotto lo stesso tetto?

Ogni tanto gli chiedevo dei pareri. In ritiro qualche volta bussavo alla sua camera per parlare e fare delle domande. A casa ci vediamo di più, anche se capita di incrociarci per pochi minuti. Jonathan ha guardato le mie gare a Mallorca e mi ha dato dei consigli: posizione, dove spingere o cosa avrei potuto fare. Al di là che sia mio fratello, è sempre bello imparare da chi ne sa. Spesso ci troviamo anche a confrontare i dati delle nostre corse. 

E com’è andato l’esordio in Spagna?

Duro, con tanti corridori di alto livello e in buona condizione. E’ difficile essere competitivi, ma sono soddisfatto di quanto dimostrato, in particolar modo a livello di valori e performance. Era anche giusto che non fossi al top, i miei obiettivi stagionali saranno più avanti.

I ragazzi del devo team devono sentirsi pienamente parte del progetto (foto Lidl-Trek)
I ragazzi del devo team devono sentirsi pienamente parte del progetto (foto Lidl-Trek)
Cosa porti a casa?

Consapevolezza e fiducia. So che se ti confronti con i professionisti quando torni a gareggiare con gli under 23 hai una marcia in più. Non è il risultato che conta ma la crescita. 

E l’ambiente Lidl-Trek come lo trovi?

Bello, stimolante e stancante. Gli allenamenti sono tosti, e si fanno sentire. Però l’ambiente è fantastico, mi sembra tutto nuovo, di vivere una struttura di squadra diversa. Siamo trattati come i pro’, come avrete capito da quello che ho detto prima, facciamo quasi le stesse cose. Mi piace, e sono contento di queste prime esperienze.

La Valenciana promuove McNulty, che ora vuole di più

05.02.2024
5 min
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Alla fine la Volta a la Comunitat Valenciana l’ha vinta lui, Brandon McNulty, l’americano della Uae. E non è un caso, perché ci teneva a iniziare la stagione riannodandosi subito a quella passata, forse quella della svolta nella sua carriera. A 25 anni, dopo 4 stagioni alla Uae e con la tranquillità che deriva da un contratto fino al 2027, l’uomo di Phoenix si conferma adattissimo alle corse brevi a tappe, ma vuole di più.

Per capire chi sia Brandon McNulty bisogna andare un po’ indietro nel tempo e rivivere la gara olimpica di Tokyo 2021. Erano rimasti in pochi a giocarsi la medaglia d’oro, Pogacar aveva già tentato la sua carta sull’onda del trionfo al Tour, ma a un certo punto fu proprio McNulty a prendere l’iniziativa, ad agganciare lo scatenato Carapaz. L’ecuadoregno volò verso l’oro, a Brandon invece finirono le energie, ma con il carattere riuscì a conquistare un 6° posto di prestigio. Esaurendo tutte le energie, infatti alla successiva cronometro fu un comprimario.

McNulty sul podio tra Buitrago, 2° a 14″ e Vlasov, 3° a 17″. 4° l’italiano Tonelli a 20″
Il podio finale della Volta, con Vlasov suo grande rivale già nelle 3 corse in linea iberiche precedenti

L’importanza dei Giochi

«Quando tornai a casa – racconta McNulty – tutti mi fermavano, ma nessuno mi chiedeva del Tour. Tutti dicevano che avevano visto i Giochi e avevano trepidato per me. E’ lì che ho capito quanto sono importanti e per questo mi sono messo in testa di puntare alla crono di Parigi. Soprattutto dopo la prestazione dei mondiali di Glasgow, dove sono finito ai piedi del podio battendo gente molto più qualificata di me».

L’americano non è propriamente uno scalatore, anche se in salita si difende più che bene, ma nella tappa decisiva della corsa iberica, quella di sabato che portava a Alto del Miserat, ha sfruttato le sue caratteristiche principali.

«Ho visto che potevo giocarmi le mie carte – spiega – e la squadra è stata perfetta nel portarmi alle pendici della salita nella posizione migliore. Ho sfruttato la parte pianeggiante per lanciarmi verso la più dura con un buon vantaggio che poi ho gestito dal ritorno di Buitrago e Vlasov. Sapevo di avere buone gambe e volevo sfruttarle per iniziare bene l’anno».

L’americano con Van Eetveld, poi vincitore del Trofeo Serra Tramuntana su Vlasov e lo stesso McNulty
L’americano con Van Eetveld, poi vincitore del Trofeo Serra Tramuntana su Vlasov e lo stesso McNulty

Mirino sulle classiche

McNulty si conferma quindi un ottimo elemento per le brevi corse a tappe. Vincitore del Giro di Sicilia nel 2019, quand’era ancora alla Rally UCH Cycling, secondo lo scorso anno al Giro del Lussemburgo, lo statunitense alza però il suo mirino: «Io voglio fare meglio anche nelle corse più lunghe – dice – intanto fino a una settimana di durata per poi vedere se, oltre che aiutare gli altri e puntare alle tappe, posso fare uno step in più anche nei grandi Giri. Ma soprattutto voglio di più da me stesso nelle classiche, in quelle Monumento.

«Liegi e Lombardia ad esempio sono percorsi che si adattano alle mie caratteristiche, dove posso affrontare chiunque. Tuttavia per un verso o per l’altro non sono mai riuscito ad affrontarle al meglio della mia condizione e sono curioso di sapere che cosa potrei fare. Gare d’un giorno le ho vinte, ma quelle sono speciali».

A Glasgow, McNulty ha chiuso 4° a 1’27” da Evenepoel. Lì è nato il progetto della medaglia olimpica
A Glasgow, McNulty ha chiuso 4° a 1’27” da Evenepoel. Lì è nato il progetto della medaglia olimpica

Alla scoperta di se stesso

La vittoria alla Valenciana può servire all’americano per darsi quelle risposte che, come testimoniato anche a inizio stagione in una lunga intervista a Velo, deve ancora trovare.

«Mi sento ancora – dice – come se dovessi capire che tipo di ciclista sono. Ok le corse a tappe brevi, ma vedo che vado forte anche nelle cronometro e certe volte emergo nelle corse in linea. Sento però che posso fare un ulteriore salto.

«Mi accorgo che ogni anno che passa miglioro sempre meno, ma miglioro. Questa sarà la mia quinta stagione nel WorldTour, ho ancora da imparare e quindi posso fare ancora di più. L’anno scorso però è stato importante, è come se avessi fatto “clic”. Ho avuto buoni numeri e buone opportunità, poi per vincere serve anche fortuna, che tante cose combacino».

Lo sprint vittorioso dello statunitense a Bergamo, battendo Healy e Frigo. In classifica ha chiuso 29°
Lo sprint vittorioso dello statunitense a Bergamo, battendo Healy e Frigo. In classifica ha chiuso 29°

La vittoria più importante

McNulty abbiamo imparato a conoscerlo anche qua in Italia, per la vittoria a Bergamo all’ultimo Giro d’Italia: «Per me è stata la più importante della mia carriera – ricorda – la più esaltante, seguita subito dopo dalla prestazione nella cronometro di Glasgow. Quel giorno ho capito che posso giocarmela in una specialità che è davvero particolare. Certe volte penso che sia come una corsa agli armamenti. Per andar forte non basta allenarsi, esercitarsi, molto influisce il mezzo, un po’ come nella Formula 1. Serve che la bici sia al top e così le ruote, i pneumatici e così via. Per questo d’inverno si è lavorato un po’ su tutto, perché se vorrò giocarmi le mie carte a Parigi dovrà essere tutto perfetto. Soprattutto dovrò uscire dal Tour a bomba perché il Tour sarà fondamentale».

Intanto però la stagione è appena iniziata e la vittoria alla Valenciana non ha placato la sua fame: «Mi aspetta l’Uae Tour e poi la Parigi-Nizza. Vediamo di fare qualche altro passo in avanti…».