Formolo: l’esordio con la Movistar e un tampone da fare

09.02.2024
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Dopo quattro stagioni colorate di bianco, nero e rosso con il UAE Team Emirates, vedere Davide Formolo con un’altra divisa fa uno strano effetto. Il veneto da gennaio è un nuovo corridore della Movistar. Squadra storicamente spagnola, che ha spesso aperto le porte anche a corridori italiani. Una nuova avventura per “Roccia”, che a 31 anni ha scelto di provare a giocarsi ancora le sue carte. Il finale di 2023, con due vittorie ravvicinate, deve avergli dato la sensazione che in cima ci sia ancora posto per sporgere la testa. 

Nell’ultima tappa dell’AlUla Tour a Formolo sono mancati 100 metri per restare con i primi
Nell’ultima tappa dell’AlUla Tour a Formolo sono mancati 100 metri per restare con i primi

Esordio nel deserto

L’esordio con la Movistar è arrivato all’AlUla Tour, Formolo si è fatto vedere, ma non è arrivato lo squillo. Poco male, le gambe girano e le corse che contano sono più avanti, la fretta è sempre cattiva consigliera. 

«Sono a casa – ci dice Formolo appena lo intercettiamo – ho appena fatto un tampone per il Covid. Mi sa che me lo sono preso, ma non so bene quando. Mi sono insospettito perché in questi giorni sentivo male ai polmoni mentre pedalavo. Sono tornato dall’Arabia tre giorni fa, la trasferta è andata tutto sommato bene, siamo sempre stati lì davanti. Dispiace non essere riuscito a giocarmi la vittoria fino alla fine (il riferimento è in particolare all’ultima tappa, ndr). Mi sono mancati proprio gli ultimi 100 metri».

Il focus della stagione per “Roccia” saranno i mesi di marzo e aprile
Il focus della stagione per “Roccia” saranno i mesi di marzo e aprile
Facciamo un passo indietro, com’è andato l’ambientamento in Movistar?

Bene, sono rimasto impressionato dall’organizzazione. Ho subito trovato un buon feeling con i compagni e ne sono contento. Ho desiderato molto questo passaggio, mi sono accorto che era l’anno giusto per cercare nuovi stimoli. Anche l’età avanza, quindi volevo cambiare quando potevo ancora essere competitivo. Qui avrò più spazio nelle corse di un giorno. 

In che modo è cambiato il tuo inverno con la squadra nuova?

A livello di preparazione abbiamo deciso di lasciarci dei margini per crescere in vista dell’estate. Tra luglio e agosto correrò Tour e Vuelta, dovrò farmi trovare pronto, sarà il periodo clou. Se guardo ai mesi che arrivano, quindi marzo e aprile, questi sono il mio focus per la stagione. Ci sono tante gare nelle quali voglio fare bene, come Strade Bianche e Ardenne. 

La Canyon è una bici con delle geometrie più votate all’aerodinamica
La Canyon è una bici con delle geometrie più votate all’aerodinamica
Sei comunque andato in ritiro sul Teide a gennaio, eri solo o con la squadra?

Solo. In realtà in compagnia di Valerio Conti. Mi piace andare sul Teide a gennaio, mi posso allenare su salite lunghe e fare percorsi impegnativi. E’ il momento per fare i giusti passi nella preparazione, anche perché poi si inizia a viaggiare e non c’è più tempo. Preferisco andare da solo in ritiro perché riesco ad ascoltarmi di più e capire quando spingere o, al contrario, se devo riposare. 

Cosa ti ha sorpreso di più della Movistar?

L’organizzazione, hanno tutto programmato e anche lo staff ha un’esperienza e delle competenze invidiabili. La bici è molto diversa rispetto alla Colnago che avevo in UAE. E’ stato un bel cambiamento, la Canyon mi sembra più veloce in pianura. Si vede a occhio nudo: ha un telaio più allungato e delle geometrie molto più aerodinamiche. La Colnago, invece, era più leggera. Pensata per la salita. 

Oltre a Formolo (a destra) ci sono altri tre italiani nella Movistar: Cimolai (a sinistra), Milesi (al centro) e Moro che ha debuttato in Australia
Oltre a Formolo (a destra), altri tre italiani nella Movistar: Cimolai (a sinistra), Milesi (al centro) e Moro, che ha debuttato in Australia
Con il gruppo come ti sei trovato?

Bene, fin da subito. Non ho notato grandi differenze rispetto alla UAE. Questo perché entrambi i team hanno un animo latino. Sarà anche per questo che non mi sembra di aver subito il cambio. 

In squadra è arrivato anche Quintana, Mas potrebbe non essere più l’unico leader.

Da quanto ne so Quintana dovrebbe fare il Giro d’Italia e Mas il Tour de France. Poi entrambi saranno alla Vuelta, ma vedremo. Io tirerò per tutti e due, il mio lavoro è farmi trovare pronto.

Ora il programma cosa prevede?

Avrei dovuto fare qualche gara in Spagna, e poi martedì 13 sarei dovuto partire per il Teide. Visto che con il dubbio del Covid non andrò a correre, penso di anticipare il ritiro a sabato (domani, ndr). Poi vedremo, dopo il Tour de France spero di avere il tempo di stare a casa con la famiglia e fare un ritiro. Anche se, con la legge passata ieri (mercoledì, ndr) sulle camere ipobariche, magari mi farò qualche giorno a casa in più. Risparmiando soldi e tempo. Probabilmente è stata mia moglie a fare pressioni affinché passasse questa normativa, così rimango a casa più spesso (conclude con una risata, ndr).

De Cassan, come sta andando nel mondo dei pro’?

08.02.2024
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In un ciclismo sempre più veloce e selettivo, è difficile prendere le misure, adattarsi e di conseguenza avere delle certezze. Questo succede a tutti i corridori, dal più esperto al giovane che si affaccia per la prima volta al professionismo. Davide De Cassan fa parte della seconda categoria: il ragazzo trentino si è affacciato quest’anno nel mondo dei grandi, con la Polti-Kometa. A dirla tutta con il team di Basso aveva già fatto lo stagista, indossando la maglia della Eolo-Kometa (nome della squadra fino al 31 dicembre 2023). 

De Cassan, con i suoi 22 anni compiuti da poco più di un mese, ha messo i suoi pensieri in un post su Instagram, nel quale ha scritto di essersi lasciato alle spalle i dubbi dell’inverno. Le prime risposte sono arrivate alle corse della Challenge Mallorca. Non ha avuto nemmeno il tempo di riordinare le idee che si è trovato in Turchia pronto per il Tour of Antalya. 

De Cassan ha fatto un periodo da stagista con la Eolo (poi Polti-Kometa) nel 2023
De Cassan ha fatto un periodo da stagista con la Eolo (poi Polti-Kometa) nel 2023
Innanzitutto come stai?

Bene grazie! Siamo qui in Turchia e oggi è iniziato il Tour of Antalya, quattro giorni tosti ma siamo pronti. Le prime gare in Spagna sono andate molto bene, avevo tante domande sulla mia competitività perché il salto di categoria si sente. C’è tanto da fare, ma sono fiducioso, temevo di essere messo peggio. 

Ma quali erano questi dubbi?

Erano a tutto tondo in realtà, anche perché quando ci si allena per mesi senza avere un confronto non è facile. Vero che si guardano i valori, ma era il primo inverno da pro’ e non avevo riferimenti. Il confronto con i compagni mi ha aiutato tanto, ho sfruttato ogni occasione con loro per imparare qualcosa. 

Avevi qualche domanda specifica?

Non domandavo nulla di specifico, tutto quello che mi passava per la testa lo chiedevo. Tante domande le avevo sugli allenamenti a casa e su come stare in gruppo, anche se poi gli argomenti spaziavano davvero molto. 

De Cassan (a sinistra) insieme a Paul Double alle gare di Maiorca
De Cassan (a sinistra) insieme a Paul Double alle gare di Maiorca
Nel post hai parlato di inserimento, tu hai avuto anche l’esperienza da stagista con loro. Quanto è stata utile?

E’ stata davvero un’opportunità importante, in quelle settimane ho visto tante cose sulle quali avrei dovuto lavorare. Alla fine è un mondo completamente nuovo, anche se, grazie all’esperienza da stagista, ho avuto modo di ambientarmi bene. 

Su quali aspetti sentivi di dover lavorare durante l’inverno?

Sulla velocità in pianura. Ho avuto modo di vedere quanto vanno forte i professionisti e questo mi ha impressionato. La differenza tra le due categorie è davvero tanta. In inverno ci ho lavorato tanto, anche con allenamenti specifici come ripetute lunghe all’inizio e alla fine degli allenamenti. Oppure sprint e partenze da fermo. 

Il giovane trentino ha lavorato tanto per incrementare la velocità in pianura
Il giovane trentino ha lavorato tanto per incrementare la velocità in pianura
Quindi hai cambiato qualcosa negli allenamenti?

Sì. Ho messo meno dislivello, ma più pianura, proprio per migliorare. Tanta Z2 per abituarsi bene al colpo di pedale. Dal punto di vista dei rapporti utilizzati però non ho cambiato nulla.

Che morale hai tratto dopo le prime gare in Spagna?

Mi sono detto: «Bene, sono ad un buon punto di partenza». La strada è lunga, ma la base c’è.

De Cassan ha corso per i tre anni in cui è stato U23 con il Cycling Team Friuli (phtors.it)
De Cassan ha corso per i tre anni in cui è stato U23 con il Cycling Team Friuli (phtors.it)
Tu sei uscito dal CTF che è una squadra satellite della Bahrain. Tuttavia sei diventato pro’ in un mondo nuovo, senza una “continuità” di progetto…

Vero era praticamente tutto nuovo, ma in Polti-Kometa ci sono delle figure che già avevo conosciuto al CTF: Pietrobon, i fratelli Bais e ora è arrivato anche Fabbro. Avere loro al mio fianco mi ha aiutato tanto. Non nego che le prime volte quando avevo bisogno di una mano mi giravo verso di loro. Magari è una cosa piccola, però aiuta molto quando sei in un mondo completamente nuovo.

Rivoluzione Covi: niente Giri, più classiche e occasioni per sé

08.02.2024
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«Vengo da una stagione difficile e il primo obiettivo era recuperare. Recuperare la salute». Alessandro Covi ci porta subito nel cuore dell’intervista. Come sta lavorando il Puma di Taino? Cosa possiamo attenderci alla sua quinta stagione da professionista? Una stagione molto importante.

Covi ha iniziato il suo anno agonistico in Australia. Tanta fatica, ma di certo meglio dei tre “DNF” delle ultime gare a cui aveva preso parte nel 2023. Era solo la prima parte di settembre e da allora lo stacco è stato lungo per il corridore della Uae Emirates.

Sul “Tainenberg”, lo strappo nel centro storico della sua Taino. Farlo almeno una volta l’anno è un mantra per Covi (foto @filippoborgarelli)
Sul “Tainenberg”, lo strappo nel centro storico di Taino. Farlo almeno una volta l’anno è un mantra per Covi (foto @filippoborgarelli)
Adesso come stai?

Dopo la scorsa stagione ho staccato un mese e mezzo. Ma ci voleva. Mi è servito per recuperare bene (mononucleosi, ndr) e ho visto gli effetti. Ho passato un gran bell’inverno. Senza intoppi. Certo, non ho lavorato sull’intensità e infatti sono partito un po’ più piano rispetto agli altri anni, ma ad ogni giorno di gara sento di fare uno step. Nelle ultime corse sono tornato ad avere sensazioni che non provavo da un po’.

Voi corridori spesso parlate di queste sensazioni, prova a farcele capire anche a noi…

Era quasi un anno, dal Laigueglia scorso, che non provavo certe sensazioni, poi appunto mi sono ammalato: influenze varie e mononucleosi. Le sensazioni: in gruppo c’è sempre qualcuno che come inizia la vera corsa, è il primo a staccarsi. Ebbene, io ero tra quelli. Ero lì che spingevo, ma niente. Mentalmente era dura da accettare. In queste ultime gare invece vedo che non sono più tra loro. Vedo che quando esplode la corsa e gli altri iniziano a faticare, io sono ancora pimpante, fresco. E questo mi fa dire: «Inizio a stare bene allora». E mi consente di aiutare la squadra, cosa che comunque facevo anche quando stavo male, ma in un altro modo.

Qual è il menù della tua stagione?

E’ un programma stravolto rispetto agli anni, in cui lavoravo per essere al top al Giro d’Italia, in supporto ai capitani e per qualche mia occasione. Quest’anno sarà una stagione fortemente improntata sulle classiche. Farò la Sanremo, il Fiandre, l’Amstel, la Liegi. Più in là: Giro d’Ungheria, di Slovenia, di Austria. Poi ancora, nel finale di stagione, le classiche italiane, Plouay… Niente grandi Giri.

Covi (classe 1998) in testa al gruppo durante il Down Under. Una fatica che lo sta aiutando a trovare la giusta gamba
Covi (classe 1998) in testa al gruppo durante il Down Under. Una fatica che lo sta aiutando a trovare la giusta gamba
Ti dispiace di non fare un grande Giro? Come vivi questa cosa?

Non è una bocciatura da parte del team, anzi… Non mi fanno fare il Giro perché con Tadej (Pogacar, ndr) avrei dovuto tirare 21 tappe su 21, mentre mi danno la possibilità di andare forte in altre occasioni, molte delle quali proprio durante i grandi Giri. Penso all’Ungheria durante il Giro d’Italia. Al Giro d’Austria nel periodo estivo. A Plouay quando c’è la Vuelta. Io mi sarei anche messo volentieri a disposizione di Tadej, tanto più al Giro che sappiamo cosa rappresenti per un italiano, ma ho accettato di buon grado il programma della squadra.

Messa così in effetti le occasioni per te non mancano…

Guardate, proprio parlando con Matxin, abbiamo visto come oltre la Sanremo non avessi fatto classiche importanti di primavera, che tra l’altro sarebbero le corse per me. Che fai, dopo la Sanremo se punti a fare un buon Giro, non vai in altura? In questo modo la squadra mi lascia il mese di aprile per correre. E anche maggio. E ciò mi consente di preparare bene corse come il Giro di Slovenia o il campionato italiano.

Punti alle classiche, ma sei partito più lentamente: come farai a trovare la condizione top? Dopo queste prime corse prevedi uno stop per fare intensità a casa?

In realtà ho un calendario talmente intenso che forse da qui in poi non farò neanche un giorno di allenamento (intenso o di carico s’intende, ndr). Farò la gamba con le gare e vedendo l’andamento credo di essere sulla strada giusta. No, non sono preoccupato della forma. L’importante è che non ci siano intoppi. Il ritmo gara non te lo dà nessun allenamento. Ho già corso in Australia e alla Valenciana. Ora mi aspettano quelle in Portogallo, poi Murcia, Andalucia, Tirreno. Poi ancora le classiche.

Tanti giorni di corsa. Alla fine ne farai di più che se avessi fatto un grande Giro!

Più o meno siamo lì. Di certo farò più gare e per questo sarà importante il recupero tra una corsa e l’altra. Parlavate di allenamento, qui l’importante è non andare in over training piuttosto.

Tra esperti e giovani, Alessandro si ritrova nel mezzo. Spesso si è affidato a Ulissi (qui alla sua ruota), il veterano della UAE Emirates
Tra esperti e giovani, Alessandro si ritrova nel mezzo. Spesso si è affidato a Ulissi (qui alla sua ruota), il veterano della UAE Emirates
E’ anche in virtù di queste tante gare che hai fatto tanta base e non l’intensità, come dicevi all’inizio?

No, quello era legato al recupero dopo la scorsa stagione con la mononucleosi. Dopo la malattia non bisognava mettere stress al fisico. Vero, in Australia ho fatto parecchia fatica, ma sentivo che era una fatica buona, giusta.

Alessandro, sei giovane, ma non sei più il ragazzino del gruppo visto i nuovi arrivi. Che ne pensi?

Eh, lo vedo, lo vedo! Ormai quasi mi guardano come un esempio e non più come il giovane. Ma mi piace. Mi reputo un uomo squadra e se loro fanno con me come io ho fatto con Diego (Ulissi, ndr), va benissimo. Anche se sono giovane, anch’io posso trasmettere quel che ho imparato.

Sei più tu che chiedi ad Ulissi, o comunque agli esperti, o i ragazzi che chiedono a te? Insomma come sei messo in questa bilancia?

Io ascolto sempre i consigli di Diego e dei più esperti, ma s’impara da tutti, anche dallo staff e dai più giovani. Specialmente oggi. Vedi questi ragazzini che passano e sanno tutto. Parlano solo di alimentazione e allenamenti, quindi capisci che non ci sono margini di errore e che ogni cosa può esserti utile.

La Van Rysel RCR del Team Decathlon-AG2R vista da vicino

08.02.2024
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KORTRIJK (Belgio) – La Van Rysel RCR Team è stata una delle biciclette più osservate nei padiglioni di Velofollies. Abbiamo chiesto di parlarcene direttamente a chi l’ha progettata, ovvero a Jeremie Debeuf: ingegnere e capo del progetto, Product Manager dell’azienda transalpina.

Dal disegno alla bicicletta pronta all’utilizzo sono passati meno di due anni, un lasso di tempo relativamente ridotto. La RCR nasce anche grazie alla collaborazione con ONERA, il laboratorio aerospaziale francese, dirimpettaio della sede Van Rysel a Lille.

Franc Bonamour al recente Tour Down Under
Franc Bonamour al recente Tour Down Under

Come si presenta

L’accostamento con gli standard attuali del mercato, in fatto di design, è reale, ma è altrettanto vero che, man mano che si osserva da vicino la bicicletta, i dettagli e le particolarità non mancano. Sì, ci sono i foderi obliqui posteriori con inserzione ribassata, ci sono tanti concetti aerodinamici e c’è un manubrio completamente integrato ed in carbonio (sviluppato a braccetto con l’italiana Deda). La Van Rysel RCR è una sorta di bici tuttofare, riduttivo categorizzarla “solo” come bici aero. Ha un design molto equilibrato, dal fronte verso il retro.

L’avantreno ha la forcella dritta, con un impatto frontale piuttosto risicato e dei volumi laterali per nulla ingombranti. La testa è arrotondata e non ci sono pinne o protuberanze posteriori che si innestano nell’obliquo. Anche lo sterzo è piuttosto minimale, arrotondato nella sezione frontale, con un “taglio vivo” superiore dove c’è il cap della serie sterzo.

Jerome Debeuf è il padre della Van Rysel RCR Team
Jerome Debeuf è il padre della Van Rysel RCR Team

Deda con specifiche Van Rysel

«Sviluppare e produrre un cockpit integrato non è una cosa facile – prosegue Debeuf – ecco perché ci siamo rivolti e abbiamo chiesto la collaborazione ad una delle aziende leader. Noi abbiamo fornito le specifiche, in modo che il componente si integrasse al meglio con il progetto bici, ma la tecnologia è Deda (che fornisce anche le estensioni per la XCR da crono).

«Il risultato? Una piega particolarmente efficiente, con un’ergonomia che gli permette di essere ampiamente sfruttabile anche dagli scalatori e quando si fa molta salita. Ecco perché si presenta con due svasature vicine all’attacco manubrio».

Carbonio super alto modulo

«Rispetto alla RCR Pro che ha un carbonio in alto modulo – prosegue Debeuf – per la versione Team abbiamo utilizzato un super alto modulo, con una laminazione dedicata. La tecnologia è monoscocca e tutto quello che concerne la progettazione avviene nella sede Van Rysel di Lille. Il disegno della bici nasce anche grazie alla collaborazione con ONERA. Siamo vicini di casa – dice sorridendo Debeuf – un vantaggio che ci ha permesso di interagire in modo semplice, continuativo, anche per più volte nell’arco di una singola giornata. ONERA crea tecnologie per l’aerospazio, per la F1 e per la prima volta è entrata nel mondo delle biciclette.

«Il laboratorio – continua Debeuf – grazie alle simulazioni e alla creazione del design definitivo, quello che vediamo oggi, ci ha dato modo di sviluppare un processo di laminazione che non avevamo mai usato in precedenza. Ne è un esempio l’inserzione dei foderi obliqui, dove le forme estremamente aero concept, collimano con leggerezza e non influiscono sul bilanciamento della RCR».

Inserzione con un’ampiezza notevole quella dei foderi obliqui
Inserzione con un’ampiezza notevole quella dei foderi obliqui

Non solo leggerezza

«Potevamo fare una bici più leggera? Certamente – racconta Debeuf – ma lobiettivo primario non era quello di ridurre il più possibile il valore alla bilancia. Il punto fermo, sin dall’inizio era quello di ottenere il perfetto bilanciamento tra i fattori. Rigidità, stabilità e precisione di guida, anche una rigidità funzionale che non diventasse controproducente nei tracciati estremamente tecnici».

Meno di 800 grammi per la M

La versione Team è equipaggiata con il reggisella full carbon con off-set zero ed ha la stessa forma di quello in dotazione alla RCR Pro (che però è arretrato) e sembra una lama.

La scatola del movimento centrale è larga 86,5 millimetri. E’ arrotondata sotto, ma nel punto di innesto dell’obliquo segue il disegno del profilato che ha un profilo “quasi” a goccia. La scatola è abbondante e squadrata nella parte che si volge all’interno del triangolo.

I perni passanti hanno dimensioni tradizionali e la filettatura di ingaggio è posta all’interno di una ghiera sostituibile. Il foro di uscita del cavo Di2 è posteriore al forcellino, in modo che lo stesso cavo non si danneggi con la catena, rimanendo al riparo anche da eventuali danni laterali (magari in caso di caduta o di un appoggio errato della bici).

Esordio ufficiale con SwissSide

La Van Rysel RCR Team è disponibile nella versione con il montaggio “replica” del team WorldTour. Trasmissione Shimano Dura Ace Di2, sella Fizik e le ruote SwissSide Hardon2 625 Ultimate (con tubeless Continental). Hanno cerchio da 62 millimetri di altezza, ma nel complesso utilizzano una linea produttiva di DT Swiss (i mozzi sono Dicut). Il prezzo di listino della RCR Team è di 9.000 euro.

Van Rysel

Piergiovanni, il podio che serviva per fare il salto in avanti

08.02.2024
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Anche se quello di domenica scorsa alla Vuelta CV Feminas non è il suo primo podio, è certamente quello che ha il valore più alto. Col terzo posto ottenuto a Valencia, Federica Damiana Piergiovanni è come se fosse entrata in una nuova dimensione, in cui vuole trovare conferme lungo il suo 2024.

Dentro ad un piazzamento si racchiudono sempre tanti spunti di discussione. Per qualcuno possono servire a riflettere su ciò che è mancato per arrivare alla vittoria, per la ventiduenne pugliese della UAE Development Team invece sono l’occasione ripensare alla bontà della sua prestazione. Ora Piergiovanni si gusta il risultato a casa, ma sa che deve guardare subito avanti. Prima che riparta per la Spagna per le prossime gare, l’abbiamo conosciuta meglio avvalendoci della sua spigliatezza.

Alla Vuelta CV, Piergiovanni (qui con la vincitrice Kerbaol e Raaijmakers) ha conquistato il suo primo podio in una gara 1.1
Alla Vuelta CV, Piergiovanni (qui con la vincitrice Kerbaol e Raaijmakers) ha conquistato il suo primo podio in una gara 1.1
Federica iniziamo a raccontare questo terzo posto.

Non mi aspettavo assolutamente di salire sul podio per diversi motivi. Prima di tutto perché arrivavamo da un bel blocco di lavoro, infatti all’esordio ad Almeria avevo fatto parecchia fatica nonostante il tracciato fosse adatto a me. D’altronde sapevamo che le gare iniziali sarebbero state più un contorno a quegli intensi giorni di allenamento. Il secondo motivo era legato al fatto che noi come squadra sembravamo poco portate per il percorso di Valencia. La nostra tattica prevedeva di decidere cosa fare dopo l’ultimo scollinamento.

Siete riuscite a rispettarla?

Diciamo di sì. Nella prima metà di gara c’erano due salite toste, specie la seconda che era lunga e con pendenze molto severe. Io ho tenuto duro e sono riuscita a restare nel gruppo delle migliori, dove eravamo circa una trentina, ma ero senza compagne di squadra. Human e Movistar hanno tirato forte per andare a riprendere Andersson, Bego e Kerbaol, le tre fuggitive che erano fuori da prima del secondo gpm. Nel frattempo Kerbaol era rimasta sola, mentre dietro ai meno 3 c’è stata una caduta. In quel frangente ho pensato che dovessi giocarmi le mie carte.

Cos’è successo?

Sono riuscita a schivare la caduta e rientrare subito su Raaijmakers, che finirà seconda, e Baril, che invece aveva vinto alla grande ad Almeria, che avevano preso già un buon margine. Nel finale mi sono buttata in questo mini sprint anomalo, io che non sono veloce, e sono riuscita a fare terza battendo una come Olivia (Baril, ndr) che conosco bene perché siamo state compagne sia in Valcar che l’anno passato in UAE. Potete immaginare quindi la mia grande felicità per questo terzo posto.

A Valencia nel finale Piergiovanni ha saputo cogliere l’attimo evitando una caduta e anticipando lo sprint ristretto
A Valencia nel finale Piergiovanni ha saputo cogliere l’attimo evitando una caduta e anticipando lo sprint ristretto
Che indicazioni ti ha dato questo piazzamento?

Innanzitutto devo ringraziare Davide Gani, il nostro diesse, che negli ultimi chilometri mi ha dettato tante direttive che si sono rivelate preziose. Per il resto mi è piaciuta la brillantezza e la prontezza con cui ho deciso di portarmi sulle contrattaccanti senza pensare ad un esito cattivo. Sicuramente ho preso più fiducia nei miei mezzi. Devo essere più coraggiosa. Come dicevo prima, non sono veloce e tante volte parto sentendomi già battuta.

Stai lavorando su questo aspetto?

Sì, perché è un mio tallone d’Achille e non l’unico. Quest’anno ho cambiato preparatore, mi seguirà Dario Giovine e gli ho parlato subito dei punti in cui voglio migliorare maggiormente o curare in modo più approfondito. Ad esempio vado bene a crono e vorrei investirci un po’ di tempo per puntare ad un bel risultato al campionato italiano. Un altro aspetto è il cambio di ritmo. Lo soffro ancora abbastanza, specie in salita. Vorrei avere più esplosività.

Tu però sulla carta saresti una scalatrice, giusto?

Contrariamente a quello che hanno sempre detto gli altri, in realtà non lo sono (sorride divertita, ndr). Anzi, adesso sono una che se arriva sotto un muro duro si stacca subito. Mi sento più una passista che ha tanta resistenza e ama fare le salite con passo forte e regolare. Vorrei migliorare la stessa resistenza per essere utile alle compagne e per giocarmi le mie possibilità quando ce ne sarà l’occasione. Riflettevo che tenendo conto delle mie caratteristiche, il numero che ha fatto la Kerbaol, che è una grande atleta, piacerebbe farlo a me (sorride ancora, ndr).

Ti sei ispirata a qualcuno in particolare?

Fin da quando ero nelle categorie giovanili, il mio idolo è sempre stata Longo Borghini. Innanzitutto mi piace perché è sempre stata umile nonostante sia una delle più forti in circolazione. Mi rivedo nelle sue caratteristiche, con le debite proporzioni ovviamente. Invece da quando sono in UAE quella a cui mi sento più simile è Bertizzolo, anche se lei è molto veloce. Mi piace molto anche Sofia. Come vi aveva detto Venturelli e molte altre mie compagne, lei è sempre stata disponibile e pronta a condividere la sua esperienza con noi giovani.

Rispetto all’anno scorso hai notato differenze nel vostro devo team?

Ho visto subito che siamo più organizzati in generale. In gara siamo più compatte ed affiatate. Sappiamo cosa dobbiamo fare, rispettando ognuna i propri compiti e facendoci trovare pronte all’occorrenza. Per ciò che riguarda il calendario al momento è ancora provvisorio, ma sappiamo che sarà abbastanza fitto e che potremo correre nel team WorldTour in alcune corse.

Per Federica Piergiovanni è un sacrificio correre in un devo team?

Non posso nascondere che ogni tanto mi dispiaccia sapere di non poter correre una classica o un grande Giro. Tuttavia però qui nella UAE Development Team ci sto molto bene perché sto completando il mio processo di crescita, stando a contatto con grandi tecnici e grandi atlete. A Valencia quando mi sono sentita dire che la squadra avrebbe lavorato per me, è stata una grande soddisfazione. Anche in questo bisogna fare tutto a passi ben calcolati. Per assurdo mi sto ritrovando ad essere una delle più esperte in squadra. In Spagna ero in camera con Lola Bryson-Boe, ragazza neozelandese di 18 anni arrivata quest’anno e che era tesa per la corsa. Mi ha fatto piacere tranquillizzarla, proprio come avevano fatto con me le più grandi.

Per il 2024 ti sei fissata degli obiettivi?

Sarò scontata, ma trovare una vittoria non sarebbe così male (sorride, ndr). Il ciclismo femminile è cresciuto tanto e vincere anche una gara minore non è così semplice come si pensa. Guardando all’attualità, voglio fare bella figura col team WorldTour che mi ha convocata per la Volta Valenciana (dal 15 al 18 febbraio, ndr). Sono molto felice, stimolata e a disposizione delle compagne. Mi piacerebbe restare anche nelle considerazioni del cittì Sangalli, però so che devo lavorare tanto e meritarmi una chiamata per il futuro.

Tre maglie a casa e Viezzi ora riparte fra strada e mtb

08.02.2024
5 min
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«Tanti mi hanno fatto i complimenti, ma per fortuna non hanno fatto particolari feste. Non fanno molto per me, mi sarei sentito un po’ a disagio». Ieri Stefano Viezzi è tornato a scuola, il suo primo giorno da campione del mondo. Hai voglia a pensare che il ciclocross non sia così popolare: in Friuli lo è eccome. Poi i ben 19 anni di attesa prima del ritorno di una maglia iridata in Italia (l’ultimo era stato Davide Malacarne nel 2005, guarda caso sempre tra gli juniores) hanno alzato il livello dell’attenzione.

La vittoria di Tabor rende quasi necessario un approccio diverso con Viezzi, per conoscerlo meglio considerando che non capita spesso di avere prospetti simili nel mondo delle due ruote. Chiaramente però si parte dall’ultima magia, raccontata nell’intervallo tra una lezione e l’altra con i professori che, vista l’eccezionalità dell’evento, si mostrano più accondiscendenti del solito.

«So che molti mi guardavano come il grande favorito della gara e partire con tanta pressione addosso non è il massimo – racconta il ragazzo di Majano – ma la vittoria della settimana prima valsa la conquista della Coppa del Mondo mi aveva dato la consapevolezza di poter far bene. Avevo rimediato al disastro di Benidorm, il mio bilancio era già in attivo, anche se il mondiale era il mio vero obiettivo».

Il momento dell’attacco su Sparfel, stoppato da una foratura. Ma anche l’azzurro avrà i suoi problemi…
Il momento dell’attacco su Sparfel, stoppato da una foratura. Ma anche l’azzurro avrà i suoi problemi…
Anche a Tabor però le cose si stavano mettendo male…

Sono andato a sbattere contro una transenna e la ruota si è storta. A quel punto dovevo cercare di stare attento, badare soprattutto alla guida più che alla velocità, per non far prendere altri colpi. Se si fosse rotto il cerchio la gara sarebbe finita lì. Ho chiamato subito il team per farmi trovare la bici nuova, con cui ho fatto il mezzo giro finale.

L’olandese era quasi addosso a te, ti hanno avvertito?

Sì, ma lo sapevo. C’erano passaggi del circuito che permettevano di vedere chi c’era dietro. Quando ho cambiato la bici Solen era davvero vicino, ho capito che dovevo dare tutto per capitalizzare quei pochi secondi che mi rimanevano.

Ora hai ben 3 maglie a casa, a quale tieni di più?

Senza nulla togliere a quella tricolore, le maglie internazionali sono una grande soddisfazione, diversa. Quella di Coppa è il compendio di una stagione, che premia la costanza durante più mesi. Averla vinta in quella maniera, rimontando Sparfel nell’ultima gara, dà ancora più soddisfazione. La maglia arcobaleno è però un simbolo assoluto, che ti resta addosso per un anno. Io non potrò indossarla perché cambierò categoria, ma ha comunque un valore speciale. Forse anche maggiore dell’altra.

Proviamo a conoscerti un po’ meglio…

Lunedì ho compiuto 18 anni (e non potevo farmi regalo migliore…). Vengo da Majano, sono alto 1,90 per 70 chili di peso forma. Mio padre Luigi ha un’azienda di marmi, poi c’è mia mamma Michela e le mie sorelle Elisa e Alice, anche loro vanno in bici. O meglio, mia sorella maggiore ci andava, ma poi ha lasciato per concentrarsi sulla scuola, mentre la più piccola pedala anche lei. Io ho iniziato a 6-7 anni.

Il selfie del cittì Pontoni con Viezzi sul podio sta diventando una bella consuetudine…
Il selfie del cittì Pontoni con Viezzi sul podio sta diventando una bella consuetudine…
Fidanzato?

Sì, con Emma. L’ho conosciuta proprio attraverso il ciclocross, non abbiamo tanto tempo per vederci anche perché non abita vicino. Passiamo molto tempo in videochat, ma domenica era anche lei a Tabor e mi ha dato forza in più sapere che si è fatta ben 10 ore di macchina con la mia mamma per venire a vedermi. Poi ci sono i miei nonni Bruno e Valentino e mia nonna Marisa, loro sono rimasti a casa ma erano attaccati alla tv.

Quali altre passioni hai, fai altri sport?

Diciamo che mi piace sciare, per il resto non ho grandi hobby. Una cosa che amo è fare le passeggiate in montagna, raggiungere una baita dove prendere sole e aria, è qualcosa che mi rilassa molto e mi fa apprezzare il mondo che ho intorno.

La famiglia lo ha seguito fino a Tabor: 10 ore di macchina ben spese (foto Instagram)
La famiglia lo ha seguito fino a Tabor: 10 ore di macchina ben spese (foto Instagram)
Cinema, musica, videogames?

Mi piacciono i film action, ma non ne ho uno preferito né un particolare attore. Nella musica ascolto soprattutto il trap e il mio cantante preferito è Thasup. Videogames? No, proprio non mi piacciono. Ma devo dire che anche allo smartphone non dedico così tanto tempo. Lo uso, questo sì, ma senza esagerare.

Non segui neanche il calcio?

Pochissimo, non ho una vera e propria squadra del cuore, anche se mi piace il Real Madrid da quando ci giocava Ronaldo che per certi versi è un riferimento. Sicuramente con meno talento naturale di Messi, ma che con il lavoro è diventato quello che è.

L’abbraccio dopo l traguardo di Luca Bortoluzzo, meccanico della nazionale (foto Instagram)
L’abbraccio dopo l traguardo di Luca Bortoluzzo, meccanico della nazionale (foto Instagram)
Ora che sei campione del mondo, che cosa farai, sceglierai la strada o continuerai a fare la doppia attività?

Doppia? Anche tripla come consiglia il mio preparatore Mattia Pezzarini, che non ringrazierò mai abbastanza. Tra due settimane inizierò il mio ritiro prestagionale su strada con la Work Service, poi ai primi di marzo esordirò in gara, ma quest’estate sarà importante anche per gli appuntamenti in mountain bike. Non per niente il mio idolo è Van der Poel, che fa tutto e lo fa alla grande.

La tua più grande delusione?

L’europeo di quest’anno, dove ho commesso degli errori di valutazione che mi sono costati il podio. E’ stato il vero lato buio della mia stagione invernale.

E la più grande gioia?

Che dire, tra conquista della Coppa e il mondiale è stata una settimana da Dio, per dirla citando un titolo di film…

Damilano e la Rostese in Spagna: «Solo così si cresce»

07.02.2024
5 min
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La presenza della Ciclistica Rostese nelle corse a tappe in Spagna è praticamente una costante. Già nel 2023 i ragazzi, guidati dal diesse Beppe Damilano, erano stati più volte in terra iberica. Lì le corse di più giorni sono tante, tutte diverse e con un livello generale alto. Un bel banco di prova per i giovani del team piemontese che tra deserti e montagne si mettono in mostra, tornando a casa sempre con qualcosa di nuovo in valigia.

Tre giorni e altrettante gare nella Regione di Murcia per i ragazzi di Damilano
Tre giorni e altrettante gare nella Regione di Murcia per i ragazzi di Damilano

Alla ricerca di spazio

Questa volta la Rostese si è presentata al via della Vuelta Ciclista al Guadalentín, nella regione di Murcia. Tre tappe, tanto dislivello e un ritmo serrato. Damilano e i suoi sono tornati lunedì mattina dopo un viaggio intenso di quindici ore. 

«Il motivo dei nostri tanti viaggi in Spagna – racconta Damilano – è che là fanno le corse a tappe, qui in Italia no. Il livello medio è alto, ma non ci sono gli squadroni dei devo team del WorldTour. Quelli arrivano qui e fanno incetta di trofei e vittorie, ma non possiamo far correre tutti sullo stesso livello. Le potenzialità della Rostese sono molto limitate rispetto a quelle del WorldTour. Queste squadre prendono i migliori corridori al mondo, li allenano con i metodi dei professionisti e spesso li fanno correre insieme a loro. E’ normale che quando vengono tra gli under 23 vadano via come moto. Anche le continental fanno fatica a competere con loro, figuriamoci noi».

L’esperienza

La Rostese si è messa in testa di viaggiare, portare i propri ragazzi in giro per l’Europa, in modo tale da accumulare esperienze diverse. Uno degli obiettivi è andare in Portogallo e in Belgio, sempre quest’anno. Per respirare un ciclismo diverso. 

«In Spagna a correre con i miei atleti – dice Damilano – l’ho fatto per 17 anni di fila, anche prima di arrivare alla Rostese. Lì nascono i corridori da corse a tappe, ne hanno davvero tante, una sessantina all’anno. Qui in Italia ce ne sono poche e vengono prese d’assalto dai team internazionali. Ai miei ragazzi voglio insegnare, portarli dove possono imparare qualcosa e mettersi alla prova. Quindi ben vengano esperienze come quella appena fatta a Murcia.

«Un grande grazie – prosegue – va al nostro presidente Massimo Benotto che a volte, pur di far viaggiare i ragazzi, mette i soldi di tasca sua. Alla Rostese viviamo bene il ciclismo, è lui stesso a dirci che prima crei l’uomo, poi l’atleta. Se riesci a fare la prima parte sei già a metà del lavoro. E l’uomo si crea grazie a queste esperienze, dove i ragazzi hanno modo di mettersi alla prova».

I ragazzi della Rostese si sono mossi sempre per primi prendendo in mano la corsa
I ragazzi della Rostese si sono mossi sempre per primi prendendo in mano la corsa

Ciclismo iberico

A sentir parlare Damilano, viene voglia di mettersi in viaggio, intraprendere questa esperienza con i ragazzi e guardare dall’interno un ciclismo tanto diverso. Coglierne le differenze, i pregi e soprattutto imparare

«Nel 2023 – racconta ancora Damilano – siamo partiti con l’idea di provare a fare qualche gara a tappe in Spagna. Abbiamo iniziato con la Vuelta a Zamora e quella di Madrid, eravamo sotto prova, è andata bene e ci hanno invitati alla Vuelta Hispania. Allora quest’anno siamo voluti tornare e abbiamo mandato la richiesta per la Vuelta Ciclista al Guadalentín.

«Il livello generale delle corse è alto, ma non essendoci i team WorldTour ci sono più chance di mettersi in mostra. Ci sono tanti corridori under 23 forti, così come molti elite, che è un po’ la pecca di queste gare. Però l’esperienza passa anche dal correre con atleti di un certo livello, loro vanno forte e impari tanto nello stare accanto a loro. Lo vedo anche nella mia squadra, un atleta elite può insegnare molto ai giovani, Aimonetto ne è un esempio».

Un’altra esperienza in Spagna alle spalle, un modo per crescere e vedere un ciclismo diverso
Un’altra esperienza in Spagna alle spalle, un modo per crescere e vedere un ciclismo diverso

La corsa

Tre tappe, tutte combattute. I ragazzi della Rostese si sono messi all’opera, hanno combattuto, ci hanno provato e si sono fatti vedere. Provare a vincere è il miglior modo per imparare a farlo. I due volti in corsa sono stati Aimonetto e il giovane danese Lonsdale, classe 2003. 

«Loro due sono stati i nostri uomini di classifica – dice il diesse – nella prima tappa ci ha provato Aimonetto ma è stato ripreso sulla linea del traguardo. Nella seconda tappa, complici la sospensione a causa delle troppe cadute, abbiamo fatto più fatica a fare la differenza. Le strade erano molto tortuose e i miei ragazzi sull’ultima discesa hanno perso le ruote dei primi.

«Nella terza ed ultima tappa – conclude Damilano – abbiamo provato a ribaltare la classifica. Aimonetto è entrato nella fuga di giornata e avevamo l’occasione di prendere la testa della generale. Una volta che il gruppo ha chiuso lui ha provato ad allungare più volte ma è stato invano. Alla fine si è dovuto arrendere ed è arrivato ventesimo sul traguardo, con Lonsdale settimo. Siamo contenti di quanto fatto, soprattutto perché come previsto ci siamo messi alla prova e abbiamo provato a fare noi la corsa. Una cosa che aiuta i ragazzi a crescere. Andare all’estero a correre funziona e continueremo a farlo, e a tenervi aggiornati sulle nostre avventure».

Ravasi riparte dall’Austria e vuole indietro il suo posto

07.02.2024
5 min
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Edward Ravasi ha ritrovato l’equilibrio. Lo raggiungiamo in una sera di febbraio dopo una giornata dedicata alla palestra e ad una delle ultime sedute di corsa piedi: con l’avvicinamento del debutto, si tornerà alla bicicletta.

Dallo scorso anno il varesino di Besnate corre con la Hrinkow Advarics, continental austriaca con sede a Steyr, 170 chilometri a est di Vienna. C’è arrivato alla fine di quello che poteva sembrare un lento declino, invece vi ha ritrovato l’entusiasmo per il ciclismo. Si capisce dal timbro della voce e sarà più chiaro mano a mano che le risposte seguiranno le domande, anche le più scomode.

Ravasi è nato il 5 giugno del 1994 ed è professionista dal 2017, passato insieme ad altri tre talenti della Colpack: Ganna, Consonni e Troia. Ha corso per quattro stagioni con la prima UAE Emirates, poi due anni alla Eolo-Kometa. Quello che inizia è il secondo anche con il team austriaco.

Ganna e Ravasi, assieme a Consonni e Troia passarono nel 2017 in maglia UAE
Ganna e Ravasi, assieme a Consonni e Troia passarono nel 2017 in maglia UAE
Quando ricominci?

La squadra inizia con il Tour of Taiwan, io invece partirò a metà marzo con le gare di un giorno in Croazia e Slovenia. L’idea è di andare forte da maggio ad agosto, con un occhio di riguardo per il Tour of Austria, che sarà il centro della stagione. Vengo da un buon inverno, mi sono allenato senza problemi, mi sento già bene.

Come è stato ritrovarsi in una squadra continental a fare un’attività di secondo piano?

L’anno scorso venivo da un periodo difficile. Dentro di me facevo fatica a metabolizzare il cambiamento, poi mi sono accorto che quando partivo per le corse, i pensieri se ne andavano via. Magari preferisco correre il Giro d’Austria, perché è una 2.1 e mi ci trovo più a mio agio, usando le altre corse per fare la gamba. Però intanto l’anno scorso c’è scappata pure la vittoria, che mi ha dato morale e mi ha fatto ritrovare lo spirito dei bei tempi.

Edward Ravasi è nato il 5 giugno del 1994 ed è pro’ dal 2017. E’ alto 1.81 e pesa 61 chili (immagine Instagram)
Edward Ravasi è nato il 5 giugno del 1994 ed è pro’ dal 2017. E’ alto 1.81 e pesa 61 chili (immagine Instagram)
Sembri sorpreso…

All’inizio è stato difficile, ma ho trovato un buon mondo che non credevo. Leggevo nei giorni scorsi dell’idea di fare la Superlega, ma qui in Austria una Champions League se la sono già inventata. C’è un circuito di gare in cui l’anno scorso mi sono divertito, ritrovando la voglia di correre.

Come mai le cose con la Eolo-Kometa non sono andate?

Non ci siamo trovati su alcuni punti. Nel 2022 ho avuto una ciste e sono dovuto stare fermo per un mese. Non l’abbiamo operata, è passata con gli antibiotici. Poi ho avuto qualche acciacco al Giro di Sicilia, ma soprattutto a giugno è venuto a mancare mio padre. Era un punto di riferimento, mi sono ritrovato fra continui alti e bassi. E così sono arrivato a fine anno e onestamente credevo che mi sarei sistemato, ma senza risultati è stato impossibile. Invece, a dispetto di tutto, qui ho ritrovato la tranquillità personale e sono circondato dalle persone di cui ho davvero bisogno.

Nel 2023, Ravasi ha vinto la Osterreichische Meisterschaften Berg (immagine Instagram)
Nel 2023, Ravasi ha vinto la Osterreichische Meisterschaften Berg (immagine Instagram)
L’obiettivo è tornare in una squadra più grande?

Lo era anche l’anno scorso. Ad agosto mi hanno offerto un buon rinnovo del contratto con la clausola per potermi svincolare se trovassi una professional o una WorldTour. La mia idea è tornare di là e fare una o due stagioni buone. Già dall’anno scorso ho visto che i miei valori in salita sono tornati al livello dei migliori, per cui credo che potrei dire ancora la mia.

La tua carriera finora è andata per come te l’eri immaginata?

E’ stata più complicata del previsto e certo al di sotto delle aspettative. Al terzo anno con la UAE stavo anche andando bene, invece alla Vuelta Burgos ho avuto la frattura al collo del femore che mi ha bloccato. L’anno dopo c’è stato il Covid e poi gli anni alla Eolo sono passati via in fretta. Non credevo di fare tanta fatica, credevo di poter battagliare con quelli che sfidavo fra gli under 23.

Giro d’Italia 2021, arrivo di Sega di Ala: i due anni con la Eolo-Kometa non hanno dato i frutti sperati
Giro d’Italia 2021, arrivo di Sega di Ala: i due anni con la Eolo-Kometa non hanno dato i frutti sperati
Sei un nuovo Ravasi?

Ho ritrovato la passione per la bici e condivido il bello di fare sport con la mia ragazza, che fa corsa a piedi. Anche con il mio preparatore Luca Filipas dell’Endurance Academy c’è un rapporto ormai di famiglia e questo mi dà più energia e mi fa quasi sentire più giovane dei mei 28 anni. Credo di aver avuto una crescita atletica e anche psicologica. Diciamo che le bastonate servono a farti capire cosa bisogna fare.

Sei sempre parso eccessivamente magro, hai avuto un rapporto sereno col cibo?

Non ho mai avuto beghe, ma è vero che negli ultimi anni le dinamiche sono cambiate. Sono passato nel pieno del mito della magrezza, ora credo di aver trovato la quadra, avendo rimesso su la forza che mi serviva. Sono cose significative e non sempre quando sei giovane segui o ricevi i consigli giusti. Dopo che ci sbatti la testa invece, impari. Mangiavo il giusto, ma forse non era abbastanza. Ora mi sono irrobustito e mi sento più forte.

Dopo aver corso con la Eolo, nel 2023 Ravasi è passato nell’austriaco Team Hrinkow Advarics (foto Andrea D’Ambrosio)
Dopo aver corso con la Eolo, nel 2023 Ravasi è passato nell’austriaco Team Hrinkow Advarics (foto Andrea D’Ambrosio)
Resti un corridore per le salite?

Certamente, i numeri sono quelli. Ora sto lavorando sull’aerodinamica e la forza in pianura, affinché possa arrivare alle salite avendo ancora energie da spendere. L’obiettivo è il Tour of Austria, perché ne ho tutte le caratteristiche.

Tu vorresti tornare in una squadra più grande, sai che la tua Colpack dal prossimo anno sarà professional?

Lo so, lo so, ma è meglio non dire nulla. Concentriamoci sulle corse, al 2025 penseremo poi.

Protocollo “alte temperature”: il punto con Salvato

07.02.2024
4 min
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Come promesso a dicembre, in occasione dei mondiali di cross di Tabor, l’UCI ha ratificato  un nuovo protocollo per le condizioni meteorologiche estreme. Ma forse sarebbe meglio parlare di una nuova appendice. Un’estensione dovuta ai cambiamenti climatici e in particolare al surriscaldamento globale. Non a caso, questo supplemento si chiama “alte temperature”.

Fa sempre più caldo, lo vediamo costantemente sulla nostra pelle. Magari chi vive in pianura con l’alta pressione di questi giorni se ne è reso conto meno. Tuttavia bastava salire qualche centinaio di metri, in collina, per scoprire che era primavera. Zero termico a quote elevatissime, come dovrebbe accadere a luglio. Giusto due giorni fa sul Monviso, a 3.800 metri, c’erano 5 gradi. E siamo a inizio febbraio.

Caldo e acqua, sempre più spesso si vedono scene così. Qui, Pogacar al Tour
Caldo e acqua, sempre più spesso si vedono scene così. Qui, Pogacar al Tour

Cosa cambia

E così l’UCI ha ampliato l’Extreme Weather Protocol con un’appendice speciale per temperature estremamente elevate, il cosiddetto protocollo “alte temperature” appunto.

«Nei prossimi anni – si legge nel comunicato – sempre più gare saranno organizzate in condizioni climatiche molto difficili. E questo non farà altro che aumentare il rischio di incidenti dovuti al caldo».

Il nuovo protocollo prevede la creazione di cinque diverse zone termiche: bianca, verde, gialla, arancione e rossa. 

Vengono suggerite numerose possibili misure, come spostare la zona di partenza in un luogo ombreggiato. Consegnare bevande fredde e ghiaccio alle squadre durante la corsa. Avere più moto con bottiglie d’acqua. Modificare l’orario di partenza ed eventualmente neutralizzare alcune parti della competizione.

Qui però scatta la discussione: «Si tratta di raccomandazioni – chiarisce l’UCI – perché la responsabilità della decisione spetta sempre al gruppo di lavoro competente», insomma all’organizzatore.

Cristian Salvato (classe 1971) ex corridore, è oggi presidente dell’Accpi
Cristian Salvato (classe 1971) ex corridore, è oggi presidente dell’Accpi

Parola a Salvato

A questo punto abbiamo chiesto il parere di Cristian Salvato, presidente dell’Accpi, con il quale tra l’altro avevamo toccato questo tasto già in passato. Lo avevamo fatto alla partenza del campionato italiano in Puglia del 2022, quando sotto un sole ad oltre 35 gradi già alle 9,30 del mattino partì una corsa rovente, durante la quale si toccarono i 43 gradi.

«Già all’epoca in Puglia – spiega Salvato – parlai di possibili cambi di orario di partenza. Ma il problema, come sempre, e ribadisco come sempre, è che servono regole univoche. Limiti certi. Numeri. E in base a quei limiti si stabilisce se partire o no. Altrimenti ogni volta ci troviamo a discutere con giudici, organizzatori, atleti…

«Se ci sono 2 gradi con pioggia gelata e il regolamento dice che da 3 gradi in giù non si può correre, non si corre. Se ce ne sono 5 si parte. Stop. Noi da tempo invochiamo regolare chiare. Anche per il vento, per esempio, non c’è un limite fissato. Nella vela esiste: oltre un certo numero di nodi non si gareggia. Sembra una cosa banale, ma è una faticaccia da mettere in atto».

Salvato insiste soprattutto sul discorso del freddo, quello per cui sono sempre nate le maggiori dispute. E i recenti casi del Giro d’Italia ne sono un esempio.

«Un vecchio adagio ciclistico – va avanti Salvato – dice: meglio sudare che tremare. Non ho mai sentito grosse lamentele rispetto al gran caldo. E’ soprattutto sul freddo che bisogna concentrarsi. Poi è chiaro che si deve prestare attenzione anche al caldo». 

Staff sempre più corposi e maggiori mezzi: i corridori hanno un costante apporto di acqua e ghiaccio anche da terra oltre che dall’ammiraglia
I corridori hanno un costante apporto di acqua e ghiaccio anche da terra oltre che dall’ammiraglia

Intervento banale?

Con Salvato si passa poi ad un commento degli interventi del protocollo “alte temperature”. Interventi che chiaramente, Cristian non giudica sbagliati, ma che forse a ben pensare rischiano di essere più di facciata che concreti. Almeno per il ciclismo ai più alti livelli.

Quando si parla di cercare location di partenze ombreggiate o più fresche, la chiosa di Salvato è semplice quanto ficcante: «Sì, okay partenze al fresco, ma oggi i corridori sono sul bus fino all’ultimo e lì c’è l’aria condizionata impostata alla temperatura ideale. Scendono per firmare e poi ritornano al bus o partono. In alternativa ci sono le aree hospitality che sono ombreggiate.

«E lo stesso vale per una moto in più per l’acqua. Oggi i corridori, con tutti i rifornimenti a terra che ci sono, non hanno problemi di approvvigionamento di acqua. Poi è chiaro che una moto in più non darebbe fastidio a nessuno. Non ce li vedo lamentarsi per questo».