Carbonari: «Che esperienza Parigi, ma potevo godermela meglio»

09.08.2024
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Quando ha tagliato la linea del traguardo della prova in linea olimpica, Anastasia Carbonari ha tirato un sospiro di sollievo. Un senso di liberazione, che probabilmente non avrebbe pensato di vivere con la maglia della sua Lettonia nell’evento più importante della vita.

Nelle puntate precedenti vi avevamo raccontato come la ventiquatrenne originaria delle Marche avesse ricevuto la convocazione e si fosse avvicinata a Parigi tra un intoppo fisico e l’altro. Stavolta abbiamo intercettato Carbonari appena rientrata dalla Francia, per chiederle che esperienza è stata tra un aneddoto e l’altro.

Carbonari assieme a Skujins (quinto nella prova maschile) hanno rappresentato la Lettonia alle Olimpiadi
Carbonari assieme a Skujins (quinto nella prova maschile) hanno rappresentato la Lettonia alle Olimpiadi
Anastasia, qual è il primo pensiero post Olimpiade?

Finalmente l’ho fatta, anzi ci sono arrivata sana e salva e poi l’ho fatta. Sì, perché prima di Parigi ho corso il Baloise che è solitamente una gara pericolosa perché tutte vogliono stare davanti e dove ci sono team più piccoli che si buttano dentro ovunque. E infatti alla prima tappa ho tremato ancora. Mancavano cinquanta chilometri all’arrivo, ero a ruota del blocco della DSM-Firmenich, quando due di loro si sono toccate e hanno innescato una caduta. Sono finita a terra anch’io per fortuna senza conseguenze. Ho cambiato la bici, ma non è stato semplice ripartire.

Perché?

Non lo nascondo, ma ho pianto per mezz’ora perché sembrava una maledizione. Non era tanto per l’escoriazione al ginocchio, quanto più per l’ennesimo pericolo scampato che mi poteva far saltare i Giochi. Anche Wiebes nella volata della seconda tappa si è spaventata per le troppe spallate ed è finita sull’erba. Anche lei non voleva compromettere la sua partecipazione. Alla fine la mia compagna Kumiega è stata carinissima, standomi vicina, rincuorandomi e riportandomi nel centro del gruppo. A quel punto Parigi si avvicinava sempre di più.

Selfie time. Il diesse lettone Toms Flaksis (in primo piano) ha aiutato Carbonari ad ambientarsi appena atterrata a Parigi
Selfie time. Il diesse lettone Toms Flaksis (in primo piano) ha aiutato Carbonari ad ambientarsi appena atterrata a Parigi
Quando sei arrivata nella capitale francese?

Il 30 luglio ho corso il Kreiz Breizh in Bretagna e sono partita in auto. Sono arrivata a Parigi all’una di notte, ma ho un avuto un piccolo comitato d’accoglienza lettone. Ad aspettarmi c’erano il diesse Toms Flaksis, il meccanico Raivis Jansons ed un altro dirigente che curava tutta la parte di logistica ed organizzazione. Sono stati tutti splendidi a spiegarmi ogni cosa e farmi inserire subito nel team con gli altri atleti.

Come hai trascorso i giorni prima della gara?

Il 31 luglio ho fatto un giro del villaggio per conto mio, sentivo di averne bisogno. Poi mi sono allenata nella zona di un vecchio ippodromo poco distante dal villaggio che aveva un anello di tre chilometri. Quasi tutti i ciclisti parigini si allenano lì e c’erano molti altri colleghi. Il primo di agosto avevamo la prova collettiva del circuito cittadino, ma al mattino mi ero fatta quarantacinque minuti di auto ed avevo pedalato circa 70 chilometri del percorso in linea. In pratica, tra strade che si facevano sia all’andata che al ritorno, sono riuscita a fare tutto il tracciato. Infine il giorno successivo l’ho trascorso allenandomi con le mie compagne della UAE ed altre ragazze. Sono passati veloci quei giorni.

Carbonari ha compiuto la ricognizione del percorso olimpico in due momenti. Prima il tratto in linea, poi il circuito cittadino
Carbonari ha compiuto la ricognizione del percorso olimpico in due momenti. Prima il tratto in linea, poi il circuito cittadino
Avete alloggiato nel villaggio olimpico o in un hotel fuori?

Eravamo all’interno del villaggio dove il comitato olimpico della Lettonia aveva preso una palazzina per i suoi atleti. Al primo piano avevamo un salotto dove guardare le varie prove, con un servizio ristoro fornito da Rimi Baltic, una catena di supermercati lettoni e sponsor del nostro comitato. Io ero in camera con Veronika Sturiska, una ragazza di diciotto anni, già campionessa del mondo della BMX sia da juniores l’anno scorso che da U23 quest’anno. E’ stato bello conoscerci meglio e scambiare le proprie impressioni, anche se a dire il vero ho passato poco tempo con il resto dei miei connazionali perché ognuno era impegnato con le proprie discipline. E poi spesso parlavano fra loro in lettone ed io ancora non lo capisco così bene (sorride, ndr).

Alla sera come era organizzata la cena?

Abbiamo sempre cercato di andare a mangiare nel ristorante grande del villaggio dove c’erano anche le altre nazionali per respirare meglio l’atmosfera olimpica. La cena era tutta a buffet e personalmente ero molto curiosa di vedere come mangiavano i super campioni di certi sport. Anche quello è stato un bel modo per avere un confronto.

Tris UAE a Cinque Cerchi. Carbonari ha pedalato anche con le compagne di club Bujak e Persico
Tris UAE a Cinque Cerchi. Carbonari ha pedalato anche con le compagne di club Bujak e Persico
Hai avuto modo di parlare con qualcuno di altri sport o nazioni?

Sì, ma non l’ho fatto perché mi vergognavo un po’ (dice sorridendo con un pizzico di rammarico, ndr). Una sera davanti a me, nella zona del dessert, c’era addirittura Simone Biles, la pluricampionessa della ginnastica (sette ori olimpici e 23 mondiali, ndr) che stava prendendo la frutta. La ammiro tantissimo, non solo per i risultati, ma anche per le battaglie che fa per lo sport femminile. Ero impietrita, avrei voluto salutarla e dirle che è un mito, ma non l’ho fatto perché non volevo disturbarla. Quando è tornata al suo tavolo, ci siamo salutate… e mi sono pentita di non aver chiacchierato con lei.

Con i colleghi ciclisti sei stata più sciolta?

Così così. Un giorno ho incrociato Matthews e Van Aert che stavano chiacchierando, ci siamo scambiati il saluto, però mi sono limitata solo a qualche rapida battuta. Il mio fidanzato Riccardo quando lo ha saputo mi ha sgridata perché dovevo dire a Van Aert che lui è il suo idolo assoluto! Potevo osare di più in generale, considerando che i pass olimpici erano fatti in modo da scambiarsi delle “spillette” con altri atleti proprio per incentivare la conoscenza reciproca.

Ti sentivi in soggezione?

Non saprei, so che non mi sono goduta fino in fondo il clima olimpico, d’altronde come il resto della stagione. Pensavo di essere in difetto rispetto ad altri perché alle Olimpiadi ci sono atleti che sacrificano anni della propria vita per esserci al top, mentre io invece ci sono arrivata tesa e senza una condizione accettabile o quella che speravo. Poi ti accorgi che l’organizzazione e tutto il personale è lì per te, a tua disposizione. E’ complesso e paradossale da spiegare. Non è stato semplice vivere questo contesto non essendo al cento per cento mentalmente. E la gara sapevo che sarebbe stata dura, ma almeno avrei sofferto meno e divertita di più se fossi stata più serena.

Sorride Anastasia a fine gara, ma i giorni precedenti sono stati vissuti con qualche ansia
Sorride Anastasia a fine gara, ma i giorni precedenti sono stati vissuti con qualche ansia
Ci saranno stati dei lati positivi. Quali sono stati per Anastasia Carbonari?

Certo che ci sono. Forse non li ho realizzati sul momento ed anche questo ha contribuito al mio stato d’animo così contratto. Tuttavia è stata una settimana di forti emozioni. Ho ripensato a quello che mi era successo, quando sono stata addirittura vicina a rinunciare. Nonostante tutto sono andata a Parigi e questo mi riempie d’orgoglio, l’ho anche detto in una intervista alla televisione lettone dopo il traguardo. Oppure penso su come si è chiuso un cerchio che si era aperto a Foligno.

Ovvero?

Me lo faceva notare mia madre durante il volo di ritorno. A Foligno ho corso una delle primissime gare da giovanissima e a distanza di tanti anni sempre lì ho preso il treno per il viaggio che mi ha portata alle Olimpiadi. Chi lo avrebbe detto all’epoca che avrei realizzato un sogno del genere? Ecco, questa deve essere la mia nuova forza per il futuro. Magari per Los Angeles, di sicuro per il finale di stagione dove voglio dare un segnale e fare bene.

Villa indica la rotta perché Parigi sia un punto di ripartenza

09.08.2024
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SAINT QUENTIN EN YVELINES (Francia) – Fare sistema e non smettere di crederci. E’ quello che chiede il Ct della pista Marco Villa al ciclismo italiano, dopo il bronzo nell’inseguimento maschile e il quarto posto in quello femminile. Ieri sera Viviani ha chiuso l’Omnium al nono posto e dopo Parigi lascerà la pista. Villa di sicuro continua a credere che ci sia un futuro e lo dimostra con la sua analisi del percorso che ha portato fino a Parigi.

Prima le donne, non per galanteria, ma perché sono state le ultime a finire con il loro quartetto.

Ci sono mancati una decina di giorni di lavoro con tutte insieme. Non ne abbiamo avuto la possibilità. Basti pensare a tutti i problemi che ha avuto Elisa Balsamo:  prima l’infortunio, poi il Giro d’Italia dove si è ammalata. E la settimana successiva al Giro era l’unica in cui potevamo lavorare con tutte insieme, ma non si è potuto. La sua forza è che si riprende presto, se la chiami a gennaio, ad esempio, si fa trovare pronta. Ha avuto due operazioni, che significa due anestesie. E’ arrivata a Montichiari due giorni dopo essere stata in Val di Fassa, ha fatto due belle prove e questa è stata la chiave che mi ha fatto decidere di schierarla. E’ venuta due giorni, è andata via con la strada e poi è tornata qua. Abbiamo lavorato tanto prima, ma al momento di perfezionare il quartetto non ci siamo riusciti. Però se con questa preparazione precaria sono arrivate quarte, le invito a crederci ancora e a puntare alla prossima Olimpiade.

Perché?

Vittoria Guazzini è una che può dare di più, ma ha avuto sfortuna anche lei in fase di preparazione. Elisa Balsamo deve far suo questo quartetto. E può farlo. Deve solo essere più fortunata. Non è matematica preparare un quartetto con ragazze diverse tra loro che ancora si conoscono poco. Magari più avanti potrebbero aiutare me, se ci sarò io, nella gestione degli allenamenti. Speravo fossero già con le grandi ora, ma sono ragazze con margine di crescita. Possono lavorare bene nei prossimi quattro anni e arrivare a Los Angeles nel pieno della maturità professionale e atletica. Se fossi in loro, ci crederei. Sarò sempre un loro sostenitore, anche se non dovessi essere io ad allenarle. Una migliore conoscenza reciproca può aiutare. A Tokyo siamo arrivati tutti al 100% con i maschi e abbiamo vinto.

A proposito di maschi, l’Australia è un esempio di come si arriva al 100%?

Sicuramente. Sono arrivati tutti a posto e hanno fatto il record del mondo. Noi ci siamo arrivati altalenanti. Ganna ha preparato tanto la cronometro, ci teneva dopo la delusione di Tokyo. Ne è uscito perfetto. A Montichiari l’ho visto fortissimo. Poi ha accusato un piccolo calo. D’altra parte i giorni non sono tutti uguali. Jonathan Milan invece è andato in crescendo. E’ arrivato al top nel giorno clou. Simone Consonni era più in difficoltà rispetto a Tokyo. Non andava certo piano, ma sono piccole differenze che fanno sì che il quartetto non sia al 100 per cento. Nonostante ciò, sono arrivati al bronzo. Sono dettagli da non sottovalutare. Se è arrivato il bronzo però è frutto anche di un buon percorso a Parigi.

Come si sono ripresi i ragazzi dopo la semifinale?

La mattina a colazione ho detto loro di non sottovalutare le medaglie di bronzo olimpiche, perché io ho vinto solo quelle. Sono stato accontentato, hanno vinto una bellissima medaglia. Ci siamo parlati, si sono parlati tra loro. Abbiamo capito che sarebbe stato un altro giorno ed è andata bene. E’ un gruppo sano, si vogliono bene, si aiutano, si stimano.

Il quartetto ha preso un bronzo bellissimo, reagendo alla sconfitta con l’Australia
Il ciclo di questo quartetto finisce qui?

Decideranno loro. Sono maturi a sufficienza, per loro ci sarà sempre posto in pista. Pippo ci viene spesso, anche solo per preparare le cronometro su strada, non solo per preparare le gare in pista. Io per loro ci sarò sempre, se sarò ancora io il Ct. Da qui a quattro anni si vedrà.

Manlio Moro è pronto a entrare?

E’ un ragazzo giovane e forte, aveva i tempi degli altri. Mi spiace che non abbia corso a Parigi, ma loro gli vogliono bene e lo rispettano. Ci sono i quartetti juniores che stanno facendo bene, sono ragazzi di talento. Spero che possano valutare questo tipo di percorso che ha fatto chi li ha preceduti.

E’ difficile convincerli?

Sto facendo fatica. A livello primo anno under 23 faccio fatica a portarli in pista e a far capire loro che qualche lavoro in pista è propedeutico per la strada. Da lì mi piacerebbe costruire un altro gruppo come questo. Ma credo che vada stabilito un modo nuovo di operare, parlare con squadre, manager, procuratori. A 19 anni hanno già i procuratori. Altrimenti diventa difficile fare questa doppia disciplina. Abbiamo dimostrato che si può far tutto.

Per Villa l’esempio di Hayther (qui con Viviani) fa capire che pista e strada sono complementari
Per Villa l’esempio di Hayther (qui con Viviani) fa capire che pista e strada sono complementari
Ad esempio?

Welsford ha dimostrato che si può vincere su strada e tirare il quartetto. Hayter è campione nazionale in Inghilterra e qui ha portato in giro il quartetto della Gran Bretagna. Faulkner e Dygert erano nel quartetto americano. Noi abbiamo giovani che vincono da juniores in queste discipline e perché dobbiamo perderli per il loro futuro in strada, quando si possono fare le due cose fatte bene?

Qual è stata la difficoltà maggiore con i maschi?

Ognuno dei quattro ha fatto percorsi diversi. Lamon ha fatto più di Tokyo, ma un mese fa andava ancora più forte. Ero riuscito a lavorare con lui sulla resistenza. Anche nelle prove di Coppa del mondo aveva finito bene il quartetto. Aveva messo metri in più per la seconda tirata. Non ci siamo arrivati come a Tokyo, è vero. Non saprei neanche come si fa a preparare un quartetto insieme, perché non ce li ho mai avuti tutti insieme. Ma tanto di cappello a questi ragazzi per ciò che hanno fatto. L’Australia si è anche allenata con noi, non sembrava andare così forte. Se si è nascosta, si è nascosta bene. Se ha azzeccato la settimana giusta, complimenti.

Lamon incita i compagni dopo essersi rialzato: è arrivato a Parigi in gran forma
Lamon incita i compagni dopo essersi rialzato: è arrivato a Parigi in gran forma
Il miglioramento può passare anche attraverso i materiali?

Da quel punto di vista stiamo bene. Pinarello ci supporta ogni ciclo. Anche qui ci ha dato bici performanti. Castelli ha lavorato tanto in galleria del vento, parallelamente a Pinarello e con i caschi. Campagnolo ci ha fatto le lenticolari tubeless. Qualcuno le ha usate, qualcuno ha usato i tubolari. I tubolari sono stati quelli di Tokyo. Vittoria ha usato quattro versioni di tubeless. A livello tecnologico siamo sempre stati serviti bene e siamo al passo. La Federazione ci fa lavorare bene, ha ottimi partner.

In sintesi, cosa manca?

Gli atleti ci sono, i materiali ci sono. Dobbiamo fare sistema. Soprattutto con i giovani. Dobbiamo far imparare loro che pista e strada possono andare insieme e possono portare a grandi soddisfazioni.

L’avventura parigina delle Hashimi, con un messaggio nel cuore

09.08.2024
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Una fuga per far vedere di esserci, per dare risonanza al loro messaggio perché già il fatto di essere lì, a Parigi, nel massimo consesso sportivo era un successo ma anche la dimostrazione che si può fare. E’ quanto hanno inteso fare Yulduz e Fariba Hashimi, le due ragazze afghane entrate nella prima fuga di giornata della prova in linea.

Che poi siano state riprese, siano finite nelle retrovie fa parte del gioco e non influisce sulla loro prestazione, utilizzata come un gigantesco megafono per far capire qual è la situazione delle loro connazionali.

Le due ragazze afghane insieme all’ammiraglia, prima del via della prova in linea
Le due ragazze afghane insieme all’ammiraglia, prima del via della prova in linea

Libere dal 2021

La loro storia: le due ragazze, insieme ad altre sono scappate dall’Afghanistan con il ritorno al potere dei talebani, che hanno cancellato tutte le libertà dell’intero universo femminile. Per permettere loro di fuggire e di continuare a nutrire la loro passione sportiva, decisivo è stato l’impegno di Road to Equality, l’organizzazione di Alessandra Cappellotto, l’ex campionessa del mondo che non ha mai smesso di essere vicina alle due ragazze, sin da quei concitati giorni del 2021.

«Avevano visto le Olimpiadi di Tokyo proprio pochi giorni prima del ritorno dei Talebani a Kabul, sognavano di esserci un giorno ma quegli eventi avrebbero cancellato tutte le loro aspirazioni. In quei giorni a Parigi, prima della corsa ne abbiamo parlato spesso, ho ricordato loro tutto il cammino che avevano compiuto per esserci».

Le ragazze afghane all’arrivo a Parigi con lo staff della Cappellotto (a sinistra)
Le ragazze afghane all’arrivo a Parigi con lo staff della Cappellotto (a sinistra)

Il villaggio e il “tutto gratis”

Cappellotto è stata azzurra a Atlanta 1996 e Sydney 2000, sa bene che cosa sono le Olimpiadi e non ha mancato di spiegarlo alle ragazze.

«E’ qualcosa di bellissimo ed enorme, ho detto loro di prenderlo come un regalo della vita e di godersi tutta l’esperienza. E’ esattamente quel che hanno fatto e era particolare vedere la loro sorpresa per cose che per noi sembrano normali: il buffet gratuito aperto a ogni ora, i distributori della Coca Cola nel villaggio anche questi gratuiti, i contatti con gente dalle più diverse estrazioni geografiche e sociali. Sono ancora ragazzine, hanno una certa ingenuità negli occhi, vivevano tutto come un sogno».

La fuga iniziale era programmata? «Per certi versi sì. Avevo detto loro che sapevano bene come si sarebbero confrontate con atlete dai valori diversi, con una forza, una capacità, un’esperienza di molto superiori. Ma loro potevano farsi notare. Ho suggerito di alternarsi, andare in fuga prima una e l’altra sarebbe rimasta nel gruppo potendo riposare di più, poi appena riprese poteva provarci l’altra. Ma una corsa è sempre difficile da programmare, alla fine essere in fuga entrambe è stato comunque utile».

Fariba a confronto con il presidente Uci Lappartient: la presenza delle afghane è stata un valore aggiunto
Fariba a confronto con il presidente Uci Lappartient: la presenza delle afghane è stata un valore aggiunto

I problemi della famiglia

Ma come hanno vissuto quest’esperienza ciclistica? «Per loro era un sogno, quasi il compimento di un percorso iniziato quando in Afghanistan gareggiavano con scarpe da ginnastica e bici assolutamente non professionali, senza alcuna nozione di tattica o di allenamento specifico. Hanno fatto progressi incredibili, all’inizio non sapevano neanche come affrontare una curva».

Yulduz e Fariba però hanno voluto sfruttare l’occasione e la fuga anche per farne un manifesto, un messaggio rivolto alle loro connazionali: «Per questo non abbiamo voluto gareggiare nel Team dei Rifugiati – hanno spiegato dopo la corsa – le cose devono cambiare. La situazione nel nostro Paese va peggiorando di giorno in giorno. Nostro fratello più piccolo è stato ferito con un coltello alla testa e chi lo ha fatto gli ha detto che era per noi che eravamo alle Olimpiadi. La nostra famiglia ha cambiato casa quattro volte da quando siamo espatriate, ma evidentemente non è bastato».

Fariba ha chiuso al 75° posto a 11’24” dalla Faulkner. La sorella, ritirata, era stata 26ª a cronometro
Fariba ha chiuso al 75° posto a 11’24” dalla Faulkner. La sorella, ritirata, era stata 26ª a cronometro

L’importanza del messaggio

«Ci tenevano tanto a essere a Parigi proprio per farne una cassa di risonanza della loro situazione – riprende Alessandra – Da quando sono arrivati i Talebani la situazione è peggiorata molto. Inizialmente volevano sembrare più morbidi, poi è emersa la loro vera natura: non solo burka per le donne, ma niente lavoro, niente studio, niente di niente. Le ragazze sono in contatto con le loro amiche in Afghanistan. E queste le dicono come la mancanza dello studio sia quella che patiscono di più».

Alla Cappellotto arrivano ogni giorno richieste: «Il problema è che non abbiamo le forze per dare una mano a tutte coloro che vorremmo. Mi arrivano chiamate ogni giorno. Ci sono ragazze che sono riuscite ad espatriare, che ora sono in Iran ma non possiamo accoglierle. Ci sono famiglie che da un anno e mezzo sono in attesa dei permessi per poter uscire dai centri di accoglienza ma la burocrazia ha tempi lenti, lentissimi, quindi a chi chiama non possiamo dare le risposte che vorrebbero e vorremmo».

Lappartient con il gruppo afghano sotto la Tour Eiffel. Una presenza che ha lanciato un messaggio
Lappartient con il gruppo afghano sotto la Tour Eiffel. Una presenza che ha lanciato un messaggio

Sognare fino all’ultimo una medaglia

Ora le ragazze hanno messo questa bellissima esperienza alle spalle: «Fariba è già tornata e parteciperà al Tour de l’Avenir Femmes, Yulduz è ancora a Parigi e prenderà parte alla cerimonia di chiusura. Vuole godersi l’esperienza fino in fondo. Il bello è che nella loro ingenuità, quando hanno finito la corsa erano anche un po’ deluse perché in fondo al cuore sognavano una medaglia. E secondo me il bello delle Olimpiadi è proprio questo, avere potuto sognare fino alla fine».

Notari: una settimana con Del Toro e la Vuelta dietro l’angolo

09.08.2024
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Sulle cime che circondano Andorra i ragazzi del UAE Team Emirates lavorano per preparare il finale di stagione. Al loro fianco, per qualche giorno, c’è stato Giacomo Notari preparatore del devo team che ha portato la sua esperienza anche agli atleti del WorldTour. Andare in altura serve, tra le altre cose, per scappare dal caldo soffocante della pianura. 

«Si stava parecchio bene a livello di clima – dice Notari che nel frattempo è tornato a casa – ad Andorra le temperature erano alte, superiori ai 30 gradi. Più in alto, dove dormivamo noi, si abbassavano parecchio. Il grosso vantaggio è che si riposa davvero molto bene. Io sono stato lì per i primi otto giorni, poi è arrivato un altro allenatore a darmi il cambio. Con me c’erano Baroncini, Del Toro e Ayuso, oltre al gruppo Vuelta».

I ragazzi del UAE Team Emirates in ritiro ad Andorra
I ragazzi del UAE Team Emirates in ritiro ad Andorra

Un puzzle da comporre

La Vuelta, terza ed ultima grande corsa a tappe della stagione, partirà tra poco più di una settimana: il 17 agosto. Comporre una squadra che possa arrivare pronta non è facile, i corridori sono stanchi e la stagione è stata lunga. Tra acciacchi e voglia di rivalsa la gara spagnola diventa l’ultimo grande banco di prova per gli uomini di classifica

«Il primo gruppo che è salito ad Andorra – spiega Notari – è quello che non ha corso al Tour de France. A loro si è aggiunto Ayuso, che ha abbandonato la Grande Boucle per Covid, il quale però stava preparando le Olimpiadi di Parigi. Gli altri che saranno alla Vuelta: Yates, Almeida, Sivakov e Soler, non vengono in ritiro. Hanno la fortuna di abitare ad Andorra, quindi dormono a casa e si allenano con noi. Un buon compromesso per non stressarli e non tenerli troppo lontani dalle famiglie».

Del Toro ha esordito al meglio nel WorldTour, prima corsa e prima vittoria al Tour Down Under
Del Toro ha esordito al meglio nel WorldTour, prima corsa e prima vittoria al Tour Down Under
Gli otto giorni passati in altura ti hanno permesso di lavorare fianco a fianco a Del Toro, che cosa hai visto?

Che dire, si è presentato bene a inizio stagione. La vittoria al Tour Down Under e la Tirreno-Adriatico hanno dimostrato che il talento c’è. In parte donato da Madre Natura e in altra parte ben coltivato da chi lo allenava prima, ricordiamoci che ha vinto il Tour de l’Avenir nel 2023. Del Toro è uno scalatore molto forte, e questo lo si è visto, ma è anche tanto esplosivo. Ha una sparata incredibile con potenze elevate in brevi periodi. E’ il prototipo del corridore vincente, prendete tutto con le pinze ma un po’ ricorda Pogacar. 

I primi passi del messicano nel vostro team come li hai visti?

E’ un ragazzo che parla volentieri, dal punto di vista atletico ha fatto prestazioni di livello e i dati lo dimostrano. Ha tanta voglia di imparare, il che lo aiuta a essere tanto curioso, però allo stesso tempo si fida di chi ha intorno. Chiaro che ci sono delle lacune, ma ben vengano, altrimenti non avrebbe i margini di miglioramento che ci prospettiamo. 

Ad aprile il giovane messicano ha vinto la Vuelta Asturias, la sua prima corsa a tappe da pro’
Ad aprile il giovane messicano ha vinto la Vuelta Asturias, la sua prima corsa a tappe da pro’
Nel rapporto con lo staff com’è?

Si fida totalmente di tutti: dei preparatori, dei nutrizionisti, dei meccanici… E’ bello che un corridore così giovane abbia tutta questa fiducia. A volte i ragazzi si fanno mille domande e rischiano di consumare energie mentali che sarebbe meglio incanalare sulla bici. Del Toro invece chiede perché è curioso, ma poi esegue quel che gli viene detto. 

Vi immaginavate potesse partire così forte?

Sicuramente nemmeno lui se lo sarebbe aspettato. L’esplosività però lo ha aiutato a subire meno il salto di categoria e poi le poche pressioni addosso gli hanno permesso di correre come avrebbe voluto. 

Del Toro ha un grande talento, aiutato da una mentalità vincente
Del Toro ha un grande talento, aiutato da una mentalità vincente
Come mai dici che l’esplosività gli ha dato una mano?

E’ normale sia così. I giovani arrivano da un ciclismo diverso, dove non ci sono regole di gestione della gara, si va sempre a tutta. I professionisti, invece, hanno un copione. Tanti giovani con caratteristiche esplosive che passano tra i grandi hanno un vantaggio

Dal punto di vista psicologico pensi sia consapevole del suo grande potenziale?

A volte ti viene da pensare che sia lui stesso a doverci credere di più, ma è una questione di indole. Giù dalla bici ha un carattere tranquillo e pacato, piacevole da avere intorno. Poi attacca il numero alla schiena e si trasforma, diventa più determinato e sa quel che deve fare e quel che vale. 

I suoi numeri fanno capire il grande potenziale che c’è dietro, serve però pazienza
I suoi numeri fanno capire il grande potenziale che c’è dietro, serve però pazienza
Tanti lo danno già presente alla Vuelta, è così?

A gennaio l’idea era di non fargliela fare, poi hanno visto i risultati e si è deciso di mandarlo… in ottica futura. Sarà un’esperienza che lo aiuterà a crescere, d’altronde correrà con Soler, Yates, Almeida… Gente dalla quale puoi solo imparare. 

Nessuna pressione?

Nemmeno una. Poi i giovani forti sono sempre un’incognita ma non ci sono aspettative di classifica o altro. Scenderà dall’altura l’8 agosto e correrà a San Sebastian, poi da lì diretto a Lisbona per iniziare la sua prima grande corsa a tappe della carriera.

Tra sfortuna e voglia di Vuelta. Guercilena ci parla di Tao

09.08.2024
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Come si dice la fortuna è cieca, ma la sfortuna ci vede benissimo e quest’anno sembra proprio che abbia preso di mira Tao Geoghegan Hart. Anzi, forse lo ha preso di mira già da un bel po’ prima. Era quel maledetto 17 maggio quando l’inglese cadde al Giro d’Italia in quella che doveva essere una scivolata banale e che invece significò per lui diverse fratture, su tutte quella del femore.

Tao, nel frattempo è passato alla Lidl-Trek, aveva messo il Tour de France nel mirino, ma tra qualche inceppo prevedibile sul rientro ad inizio stagione ed una nuova caduta al Delfinato ha dovuto dire addio al Tour. Ecco dunque la Vuelta, passando da Burgos, ma ancora uno scivolone e ancora un ritiro.

Con Luca Guercilena, team manager, che lo ha voluto nella sua scuderia, parliamo proprio della situazione di Geoghegan Hart. Il milanese sa valutare bene i corridori e sa che questo atleta può dare tanto. E anche per questo ha sempre speso belle parole nei suoi confronti.

Luca Guercilena (classe 1973) è team manager della Lidl-Trek
Luca Guercilena (classe 1973) è team manager della Lidl-Trek
Luca, partiamo dai fatti più recenti: come sta Tao dopo la caduta a Burgos?

Stiamo aspettando le valutazioni dello staff medico perché ha picchiato di nuovo le costole che si era rotto al Delfinato. Un peccato perché stava davvero bene. Aveva fatto un lavoro perfetto tra l’altura ad Andorra, con i compagni e il resto.

Come aveva reagito al fatto di non andare al Tour?

Chiaramente era dispiaciuto. Aveva lavorato tanto e lui era il nostro leader per i grandi Giri. Ancora una caduta lo aveva messo kappao, ma è così: fa parte del gioco e ha dovuto accettarlo.

Ma secondo te adesso ha anche un po’ di paura visto tutto quel che gli è capitato negli ultimi 15-16 mesi?

Io non credo. A Burgos è caduto quando era davanti. Era nelle prime dieci posizioni. Quintana gli ha preso la ruota davanti e non poteva proprio farci niente. E lo stesso vale al Delfinato. Era davanti in discesa. Poi è chiaro che quando sbatti in terra, tanto più in un punto dove sei già caduto, non è piacevole. Ma in generale non credo si sia spaventato più del dovuto.

Tu sei stato anche un grande preparatore: come avete riprogrammato la preparazione dopo che il Tour era svanito?

Prima di tutto abbiamo dovuto osservare un periodo di stacco, che di fatto era il recupero dall’incidente, il riposo. E solo di riposo si trattava perché Tao aveva tre costole fratturate. Non è che potesse fare delle operazioni, delle riduzioni chirurgiche, avesse un gesso… no, doveva solo stare fermo per riprendersi. Finita quella parte ha ripreso con l’endurance, quindi si è spostato in altura, dove ha lavorato molto sulla salita e anche sull’intensità. E ora con Burgos e San Sebastian doveva rifinire la preparazione per arrivare al massimo della condizione alla Vuelta.

La sua Vuelta Burgos è durata appena 207 km
La sua Vuelta Burgos è durata appena 207 km
Ma quindi la Vuelta ora è a rischio?

Difficile da dire. Io credo di no, che alla fine ci andrà. Ma certo è una situazione da valutare giorno per giorno.

Come andrete, in Spagna?

Con l’idea di schierare una squadra forte in salita. Per questo ci sono Geoghegan Hart, Skjelmose e Ciccone… per andare a caccia di tappe. Il percorso della Vuelta è bello impegnativo, quindi serve gente adatta alla montagna.

Ma Tao avrebbe fatto (farà) classifica?

Sì, sì… lui si. Lui è il nostro leader. Credo anche che stando ad Andorra abbiano visionato qualche tappa.

Da un punto di vista mentale come lo hai trovato, Luca?

Pronto e con tanta voglia. Voglia di dimostrare di essere un leader, di mettersi in gioco e di tornare ai livelli di quando ha vinto il Giro.

L’inglese ha sempre lavorato sodo durante l’anno. Nonostante i tanti problemi ha messo nel sacco 32 giorni di gara sin qui
L’inglese ha sempre lavorato sodo durante l’anno. Nonostante i tanti problemi ha messo nel sacco 32 giorni di gara sin qui
O forse anche quelli che aveva prima della caduta l’anno scorso…

Esatto. Lì era ad alto livello. Peccato che la fortuna non sia stata dalla sua.

Quanto è importante questa Vuelta per Tao? Okay, i risultati che oggi contano più che mai, ma è anche un punto per guardare al futuro questo “Giro di Spagna”. Immaginiamo ci si aspettino determinate risposte.

Molto importante. Lui si rimette in gioco in qualità di leader. Ha fatto una grande fatica per recuperare dall’incidente  dell’anno scorso. E’ una Vuelta importante per confrontarsi, ma è chiaro che però ci deve arrivare in salute. Con Tao abbiamo un progetto a lungo termine e ogni possibilità di crescita va sfruttata.

E tu, che idea ti sei fatto? Che sensazioni hai avuto in questi mesi che ce l’hai avuto sottomano?

Che ha l’attitudine ad essere leader e questo aspetto lo trasmette bene ai compagni. Si è integrato molto bene nel nostro gruppo e tutto ciò è stata una bella sorpresa. E’ un ragazzo che sa prendersi le sue responsabilità e con il quale è piacevole lavorare.

Sangalli su Parigi, viaggio in una squadra nata in salita

08.08.2024
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Tornato da Parigi con il nono posto di Elisa Longo Borghini nella gara su strada delle donne, Paolo Sangalli sta preparando valigia e appunti per il Tour de l’Avenir delle U23. Poi da lì sarà la volta di un ritiro in altura con le ragazze del mondiale, il campionato europeo e appunto la trasferta a Zurigo di fine settembre che chiuderà la stagione azzurra. Eppure c’è rimasta qualcosa in testa su Parigi. Non tanto per la prova della “Longo”, che ha fatto quel che ha potuto e alla fine s’è presa tutto sulle spalle, scusandosi per il risultato opaco. Quanto piuttosto per la scelta delle altre azzurre, che avrebbe avuto a nostro avviso un senso durante l’ultimo inverno, ma che i risultati della stagione avrebbero potuto mettere in discussione. Si sono portati i nomi o le migliori atlete a disposizione?

«A Parigi – dice il cittì azzurro – abbiamo fatto quello che ci eravamo proposti, a prescindere dalla giornata storta di Elisa. Avevamo impostato la gara perché prendesse meno aria possibile nei primi 110 chilometri e di fatto non ha mai messo fuori la testa. Pensavo che Silvia Persico (foto di apertura, ndr) tenesse di più, ma è rimasta attardata nella stessa caduta a 50 chilometri dall’arrivo che ha bloccato la Wiebes. Su quel circuito anche 20 secondi erano impossibili da recuperare. Volevamo fare come la Faulkner, ma non sempre le cose vanno bene. Parlando con loro ci siamo detti che abbiamo fatto il percorso ideale di avvicinamento e forse aver chiuso il Giro d’Italia all’ultimo metro dell’ultima tappa ha contribuito al fatto che Elisa sia arrivata a Parigi più stanca di quel che si pensava».

Nelle corse dure, Longo Borghini è la più solida. A Parigi un giorno nero
Nelle corse dure, Longo Borghini è la più solida. A Parigi un giorno nero
Non si può dare la croce addosso a lei, infatti. Corre troppo. Classiche, Vuelta, Giro di Svizzera, Giro d’Italia, Olimpiadi, adesso il Tour e Plouay e poi il mondiale…

Questo è il ciclismo femminile su strada di adesso. Anche la Kopecky è arrivata tirata, perché se fosse stata quella che conosciamo, l’oro lo avrebbe vinto lei. Non le scappava nessuno. La Vos è un’atleta che conosciamo benissimo, è arrivata dopo un mese e mezzo che non correva e ha preso l’argento. Le olandesi forse avrebbero dovuto correre tutte per la Wiebes, ma la caduta ha cambiato tutto.

Quanto è stato difficile fare questa squadra? Hai mai pensato di cambiare le tue scelte?

Ma no, perché a quel punto il cambiamento era possibile solo con un certificato medico. Avrei potuto farlo in caso di caduta o di Covid. Ma l’Olimpiade è anche una sintesi degli ultimi anni. E se andate a vedere, tre su quattro delle azzurre venivano da risultati a livello mondiale e io voglio in squadra gente che è capace di arrivarci.

Balsamo ha amato il percorso di Parigi al primo sguardo, ma le sue condizioni erano lontane dal meglio
Balsamo ha amato il percorso di Parigi al primo sguardo, ma le sue condizioni erano lontane dal meglio
Non dovrebbero avere però anche la condizione con cui sono arrivate a quei risultati? Persico da un po’ non è quella del bronzo di Wollongong e forse Elisa Balsamo dopo il ritiro al Giro non era una carta da rischiare…

Con la Persico abbiamo fatto un percorso per arrivare a Parigi nella massima condizione. Poi dopo il Giro, ha avuto il Covid. Una con cui sostituirla poteva essere la Bertizzolo, ma era out anche lei per la stessa caduta della Balsamo. Chi avrei dovuto portare?

Forse Soraya Paladin avrebbe garantito una base di lavoro di alto livello?

Credo che avrebbe potuto fare quello che ha fatto la Persico, magari qualcosa in più. E’ logico che con il senno di poi si può dire qualsiasi cosa, ma negli ultimi anni i risultati hanno parlato chiaramente. Persico avrebbe dovuto fare il Giro in progressione, poi invece è stata male. Aveva investito su quella corsa gli ultimi quattro mesi e siamo andati avanti. I segnali erano buoni e se non fosse rimasta intruppata in quella caduta, ci sarebbe stata un giro per dare una mano alla Longo. Perché su questo siamo d’accordo: in una gara così, l’unica che poteva arrivare davanti era la Longo.

Soraya Paladin, già azzurra a Tokyo, avrebbe rinforzato il team azzurro?
Soraya Paladin, già azzurra a Tokyo, avrebbe rinforzato il team azzurro?
Oppure una Balsamo al 100 per cento….

Che avrebbe fatto come la Wiebes, anche lei penalizzata dalla caduta. Alla fine lei puntava proprio alla vittoria. Balsamo ha fatto il massimo per la situazione che aveva. E comunque io sono uno molto deciso nelle cose e purtroppo non ho avuto neanche la scelta di Sofia Bertizzolo perché quella maledetta caduta in Spagna ha coinvolto sia lei sia Elisa Balsamo. Quanto alla Paladin, è una ragazza che considero molto ed è infatti già nei piani per il mondiale.

Si volta pagina?

Si volta pagina, lo sport è così. Siamo andati via da Parigi con un nono posto, dopo che Elisa veniva da due medaglie. Ma ugualmente, il primo bronzo venne per la caduta di Van Vleuten in discesa, sono cose che capitano. Le corse vanno così, ma non tolgono nulla allo spessore di Longo Borghini che per le grandi classiche è il corridore italiano di riferimento. Lei non ci sarà per gli europei, perché la lascio recuperare, ma per i mondiali conto di averla nuovamente al massimo.

Elena Cecchini è entrata nella fuga di giornata, come lo scorso anno ai mondiali di Glasgow
Elena Cecchini è entrata nella fuga di giornata, come lo scorso anno ai mondiali di Glasgow

Ci sono punti che scricchiolano, ma la posizione è condivisibile. Le Olimpiadi possono essere la sintesi dei risultati del triennio (in questo caso) precedente, ma a patto che gli atleti coinvolti abbiano lo stesso livello e forse il 2024 ha detto cose differenti. Almeno per i mondiali dovremmo averle tutte al meglio, sperando nel frattempo che Silvia Persico ritrovi lo smalto che a Wollongong nel 2022 la portò a tanto così dal vincere il mondiale.

Come si sceglie la sede dell’altura? Ci dice tutto Artuso

08.08.2024
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L’altura è un elemento sempre più importante nell’insieme della preparazione. E si cerca di effettuarla in modo sempre più specifico e dettagliato. Per primo conta la location. Già, ma come si sceglie? E perché?

Paolo Artuso, uno dei coach della Red Bull-Bora, ci accompagna in questo viaggio tecnico, relativo appunto all’allenamento in quota. Solo qualche giorno fa Franco Pellizotti ci aveva spiegato perché aveva preferito portare Tiberi e gli altri ragazzi in rotta verso la Vuelta al Pordoi anziché a Livigno o magari a Sierra Nevada. 

Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe nel 2023. In precedenza lavorava alla Bahrain
Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe nel 2023. In precedenza lavorava alla Bahrain
Paolo, dunque, come si sceglie il luogo dell’altura?

La discriminante principale resta la quota e quella ottimale è intorno ai 2.200-2.300 metri. Il secondo aspetto di cui si tiene conto è logistico: quanto è pratico quel luogo da raggiungere per lavorare e in che periodo della stagione si è. E per questo, d’inverno si tende ad andare sul Teide e d’estate si va a Tignes, sul Pordoi, Isola 2000, Sestriere… Mentre se devo fare scarico tra Tour e Vuelta, Livigno va benissimo. Il terzo aspetto è la metodologia che s’intende intraprendere, che a sua volta si basa su tre filosofie.

Quali?

Uno: vivo e dormo in alto e mi alleno in basso. Due: vivo e mi alleno in alto. Tre: mi alleno in alto e vivo in basso. Quest’ultima opzione, con gli anni, almeno nel ciclismo si è visto che funziona meno di tutte. Personalmente invece preferisco la prima di queste tre filosofie.

Perché? Anche Pellizotti più o meno era sua tua stessa linea…

Perché allenandosi in basso si riesce a lavorare meglio sulla soglia e sui volumi, mentre da quota 1.500-1.600 inizia a diminuire la potenza espressa e tutto diventa più complicato da gestire: i consumi… il logorio degli atleti… il recupero…

E per questo spesso in questa fase della stagione viene scartata la location di Livigno: non si può lavorare a quote troppo basse…

Poi è chiaro, se magari devi preparare anche qualche tappa che prevede salite altissime tipo lo Stelvio, magari fai anche qualche lavoro in quota.

Quando si è in quota il monitoraggio degli atleti è molto importante. Qui un saturimetro
Quando si è in quota il monitoraggio degli atleti è molto importante. Qui un saturimetro
Però proprio perché è più difficoltoso, se si spinge forte alle alte quote non si migliora di più?

Faccio fare qualche lavoro in quota, ma parliamo di cose corte: al massimo di 15″-20″. Quando si effettua un allenamento ci sono due carichi: quello interno, quindi soglia, battiti, fatica, e quello esterno, in pratica ciò che produci. Se lavori in quota guadagni da una parte, il carico interno, ma perdi dall’altra, il carico esterno. E allora qui ci si chiede: qual è l’obiettivo dell’altura? E’ aumentare la massa emoglobinica e da qui di conseguenza il Vo2Max e l’aumento della prestazione. Ma in tal senso è importante anche la preparazione del camp stesso.

Cioè?

Il camp in quota si prepara già la settimana prima facendo scarico. Al ritiro in altura si deve arrivare freschi altrimenti il rischio è quello di ammalarsi. Se si è stanchi e le difese immunitarie sono basse cambiando sede e andando in quota si aggiunge altro stress al fisico. Per questo che so, dopo un Catalunya, non li mandiamo subito in quota ma ai ragazzi facciamo fare scarico per almeno due o tre giorni. Semmai  gli faccio fare un testa a casa, così da avere i parametri di riferimento per zone d’intensità e lavori.

Quale test?

Un classico incrementale. E da qui s’intensifica anche il contatto con lo staff medico e il nutrizionista per eventuali supplementazioni, visto che si consuma di più. Non mi riferisco solo all’alimentazione ma anche ad un supplemento di ferro, vitamine del gruppo B e vitamina D. E dopo si va in quota.

Per Artuso i ritmi non dovrebbero mai essere eccessivi in altura. Meglio effettuare un buon volume. Qui Roglic in allenamento verso la Vuelta (foto @redbullborahansgrohe)
Per Artuso i ritmi non dovrebbero mai essere eccessivi in altura. Meglio effettuare un buon volume. Qui Roglic in allenamento verso la Vuelta (foto @redbullborahansgrohe)
E lì cosa si fa?

I primi quattro giorni sono di totale adattamento. Quindi tre giorni di endurance tranquilli e uno di riposo. Dal quinto s’inizia a lavorare. In questa fase è importantissima tutta la parte del monitoraggio: saturazione, peso, qualità del sonno… L’altura di può dare vantaggi, ma è anche facile combinare dei “casini”.

Quanto dura l’altura? Una volta si parlava di due settimane…

Vero, se si arriva a 21 giorni è meglio. Lo dimostrano gli studi. Però dipende anche un po’ dalla testa del corridore. Non è facile per tutti restare in quota perché si fa davvero una vita monastica: mangiare, dormire, allenamento, massaggi. Stop. In queste tre settimane si cerca di aumentare il volume complessivo: si fanno anche 30 ore a settimana, ma mantenendo i lavori che si fanno solitamente a casa. La vera differenza, oltre alla quota, tra un camp e l’allenamento a casa è il monitoraggio dell’atleta.

Paolo, ma i lavori massimali non si fanno in altura? In teoria allenandosi forte in ambienti difficili la resa finale dovrebbe essere elevata.

Come detto prima se si fa parliamo di lavori corti, di pochi secondi in cui si resta nella fase anaerobica. Poi magari qualcuno li fa fare, ma personalmente preferisco di no. Non ho mai scritto nel programma dei miei atleti 5′ a blocco. In altura faccio fare gli stessi lavori che si fanno in basso: base, forza, Fat Max, soglia… La densità mitocondriale porta efficienza muscolare ma quando i mitocondri ci sono. Se faccio fare dei lavori a tutta e creo un ambiente acido i mitocondri muoiono. A tutta per davvero ci si va solo in gara. 

Chiaro…

Alla fine si va in quota per avere dei miglioramenti a livello ematico cosa che apporta l’esposizione all’altura. Da qui l’incremento della massa emoglobinica.

La parte a crono non manca mai per gli uomini di classifica. Anche Artuso porta qui i suoi atleti quando è sul Teide (foto Instagram)
La parte a crono non manca mai per gli uomini di classifica. Anche Artuso porta qui i suoi atleti quando è sul Teide (foto Instagram)
Massa emoglobinica?

Stando in quota non solo aumenta la densità del sangue (più globuli rossi, ndr) ma anche la quantità. Faccio un esempio: se tu hai un chilo di emoglobina nel tuo corpo e in altura riesci ad alzarla anche solo dell’1 per cento significa che hai aumentato la tua massa emoglobinica di un grammo, ma questo aumento fa sì che nel consumo di milllimoli al minuto durante l’attività tu hai migliorato il tuo Vo2Max. Hai più trasporto di ossigeno. In pratica con poco hai un miglioramento importante.

Tornando invece alla scelta del luogo, voi preparatori vi basate anche sull’orografia del sito? Cioè su che tipo di strade ci sono?

In parte sì, ma come detto all’inizio conta la quota e in particolare quella dove si vive, si dorme. E conta anche la tipologia di atleta. E’ chiaro che un velocista sul Teide fa fatica. Lì o sali o scendi. In questo caso meglio Livigno, almeno lì ha la possibilità di fare anche un po’ di pianura, per di più in quota. Mentre per lo scalatore ci sono meno problemi riguardo alla location. Il Pordoi mi piace molto in tal senso, però è anche vero che d’estate soprattutto nei weekend c’è davvero troppo traffico per allenarsi. Sierra Nevada la conosco meno però in basso c’è pianura e poco traffico e si può allenare bene. Ma il top, anche per la vita che si fa, per me è il Teide. Anche per questo se è un camp di recupero Livigno va bene: consente anche qualche distrazione.

E se si deve usare la bici da crono?

Quella con gli uomini di classifica si usa sempre e si usa di frequente. Ma la scelta del luogo incide fino ad un certo punto: un tratto di pianura o pianeggiante si trova sempre. Al Teide per esempio si va sulla salita di Chio che ha lunghi rettilinei e tratti pianeggiante o al 2-3 per cento dove poter stare bene in posizione.

Bertizzolo, calvario finito e pronta per ributtarsi nella mischia

08.08.2024
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Quando il 12 agosto riattaccherà il numero sulla schiena, saranno passati quasi novanta giorni dall’ultima gara disputata. Sofia Bertizzolo ha recuperato bene dal brutto infortunio patito alla Vuelta a Burgos ed ora è pronta per rientrare al Tour de France Femmes.

Riavvolgiamo il nastro per un attimo tornando al 17 maggio e a quegli ultimi centocinquanta metri della seconda frazione della corsa spagnola. Lo sprint è lanciato e la vicentina della UAE Team ADQ resta coinvolta nella caduta in cui c’è anche Balsamo. Vola contro le transenne e la sua bici le finisce addosso. Il dolore si sente subito, forse anche quello morale ed il referto medico non è leggero. Frattura della testa del radio sinistro e lesione del vasto mediale destro lunga dieci centimetri e profonda quasi la metà. Il fast forward ci riporta ad oggi e così prima della partenza per la Francia, abbiamo sentito Bertizzolo per sapere come sta e come ha affrontato il suo ritorno in bici.

Bertizzolo ha svolto il ritiro in altura a Tignes ritrovando una buona condizione. E per il Tour ci saranno nuove maglie per la UAE
Bertizzolo ha svolto il ritiro in altura a Tignes ritrovando una buona condizione. E per il Tour ci saranno nuove maglie per la UAE
Sofia sei stata costretta ad uno stop forzato per buona parte dell’estate. E’ tutto smaltito?

Fisicamente sono a posto, sento di avere un buon livello atletico e anche mentalmente sto bene. Non è stato semplice però perché non mi era mai successo di stare ferma per così tanto tempo. Ho dovuto fare quasi un mese senza toccare la bici. Un po’ per i venti giorni di gesso al polso e un po’ per la lesione alla gamba. Poi ho potuto riprendere a basso ritmo e senza forzare nulla.

Il periodo della riabilitazione pensavi potesse essere più breve o semplice?

Diciamo che non ci ho pensato molto e mi sono subito adeguata a quello che mi è stato detto. Il vero punto di domanda era legato al vasto mediale. Non si vedeva da fuori come un taglio, ma dentro era come esploso, probabilmente per l’impatto violento del manubrio sulla gamba. Pensate che subito pensavo fosse solo un grosso livido, tant’è che volevo pedalarci su per farlo sgonfiare. Invece mi hanno detto giustamente di aspettare un’ecografia per capire perché tanto non sarebbe cambiato nulla pedalare un paio di giorni dopo. In ogni caso ho recuperato progressivamente la piena mobilità della gamba.

Vuelta a Burgos, Lo sprint è lanciato, Bertizzolo vola sulle transenne. Il polso sinistro fa crac e la gamba destra si lesiona
Vuelta a Burgos, Lo sprint è lanciato, Bertizzolo vola sulle transenne. Il polso sinistro fa crac e la gamba destra si lesiona
Quando hai ricominciato ad intensificare gli allenamenti?

Ho sempre fatto ecografie di controllo, in pratica nel periodo dei campionato italiano ero quasi al 100 per cento. E infatti la squadra ha voluto che andassi sul Passo San Pellegrino assieme alle compagne che stavano preparando il Giro Women. Facevo meno di loro, ma almeno ero tornata a fare gruppo e anche dal punto di vista morale è meglio. Senza però l’enorme lavoro delle fisioterapiste Carla ed Anna non sarei mai potuta tornare così presto e bene in bici. Sono state le mie angeli custodi e non posso che ringraziarle di cuore per quello che hanno fatto.

Com’è andata sul piano mentale? Hai avuto momenti difficili?

Onestamente no. O meglio, ho cercato di viverla più serenamente. Per me è stato un piccolo deja-vu con la caduta alla Ride London dell’anno scorso. Solo un giorno l’ho davvero trascorso male. Mentre facevo fisioterapia, un dottore che non mi aveva mai visto e che non mi conosceva, mi ha detto che dovevo scordarmi di rientrare in bici nel giro di poco. Lui aveva solo valutato gli esami, io però l’ho presa male. Per fortuna è durato poco quel momento e non ci ho più pensato. Ho sfruttato lo stop per fare cose con gli amici che non faccio mai…

Ad esempio?

Beh, visto che ero ferma, sono riuscita ad andare a vedere la tappa del Monte Grappa del Giro d’Italia. Mi sono aggregata al Marco Frigo Fans Club e ho passato una bella giornata, sdrammatizzando un po’ sulle mie botte (dice sorridendo, ndr).

Durante il primo mese di totale inattività, Bertizzolo è andata al Giro d’Italia per vedere la tappa di casa, quella del Monte Grappa
Durante il primo mese di totale inattività, Bertizzolo è andata al Giro d’Italia per vedere la tappa di casa, quella del Monte Grappa
Ti abbiamo vista in ritiro per il Tour Femmes. Com’è andata la preparazione?

Eravamo in altura a Tignes, posto bellissimo in cui non ero mai stata, ma quanto dislivello che ho accumulato. Non ne posso più (sorride, ndr). Mi piacciono i percorsi misti, però facevamo salita o discesa e mi è mancata la pianura. Tuttavia abbiamo fatto un buon blocco di lavoro e sono soddisfatta. Sono pronta per correre.

Con che ruolo vai in Francia?

Al Tour non avremo la velocista pura, quindi toccherà a me fare le volate. E sapete cosa vi dico? Che ho voglia di ributtarmi nella mischia perché sento di avere nelle gambe quella volata che non sono riuscita a fare a Burgos. Per me sarà importante farlo e sono sicura che lo farò senza paura. In ogni caso le tappe centrali sono quelle più adatte a me e vedremo come affrontarle, mentre le ultime di montagna sarò completamente al servizio della squadra e delle compagne che cureranno la generale o che punteranno a quelle tappe.

Questa caduta quanto ha condizionato la stagione di Sofia Bertizzolo?

Non poco a dire il vero. Ho sofferto molto rinunciare al Giro Women, che io preferisco al Tour Femmes. E di conseguenza non essere a disposizione per la prova in linea delle Olimpiadi. Pensare che qualche giorno prima della mia caduta ero a Parigi con alcune mie compagne di nazionale per il sopralluogo del circuito. In realtà sapevo che avrei potuto correre il Giro per arrivare in condizione a Parigi, ma ho dovuto confrontarmi con la squadra prima e poi parlare col cittì Sangalli. Se fossi andata su non sarebbe stato giusto nei confronti delle compagne che avevano dimostrato di andare forte per più tempo del mio. E’ andata così, io penso ad esserci a Los Angeles 2028.

Bertizzolo correrà il Tour Femmes in appoggio alla squadra, però si butterà nella mischia nelle tappe veloci e ondulate
Bertizzolo correrà il Tour Femmes in appoggio alla squadra, però si butterà nella mischia nelle tappe veloci e ondulate
Resta il finale di stagione per fare bene come era stato l’avvio, giusto?

Sì, certo. Il mio calendario è bello fitto. Dopo il Tour correrò a Plouay, il Romandia, il GP Wallonie e tante altre gare fino al Giro dell’Emilia. Gli obiettivi e gli stimoli non mancano di certo. Guadagnarmi una maglia azzurra per europei e mondiali è uno di questi. Solo però dal Tour Femmes capirò qualcosa in più per le prossime settimane. Perché, ci tengo sempre a ricordarlo, anche se hai buoni valori dopo un infortunio, è solo confrontandoti con le avversarie in gara che sai veramente come stai.

Il fascino di San Sebastian, la nostalgia di Casagrande

08.08.2024
5 min
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Le Olimpiadi si avviano alla conclusione, ma intanto il WorldTour riparte e propone per sabato la classica per antonomasia dell’estate, la prova di San Sebastian che ha sempre rappresentato una sorta di recupero per chi usciva dal Tour con ambizioni, ancora inappagato dalle tre settimane di corsa francese. Una sfida che è andata un po’ cambiando nel corso del tempo: sempre amatissima in terra basca, dove il pubblico si riversa in massa sulle strade, ha forse perso un po’ dello smalto del passato ma resta uno di quegli appuntamenti che impreziosiscono una carriera.

Casagrande a San Sebastian nel 1998, quando regolò in volata Merckx e Piepoli
Casagrande a San Sebastian nel 1998, quando regolò in volata Merckx e Piepoli

Lo sa bene Francesco Casagrande, classe 1970, che la Clasica di San Sebastian l’ha vinta per due volte, nel 1998 e nel 1999: «Era però una corsa ormai di un’altra epoca – ammette il toscano – anche dal punto di vista tecnico è molto cambiata. Una volta ci si giocava tutto sullo Jaizkibel e noi sapevamo che su quella salita si decideva la corsa e dovevamo farci trovare pronti. Adesso invece ci sono almeno un paio di strappi duri dopo, quindi molti tirano un po’ indietro la gamba sullo Jaizkibel e aspettano. Infatti difficilmente emergono scalatori puri, più passisti che tengono bene in salita».

Questo quindi ha cambiato la strategia secondo te?

Indubbiamente, perché si evita di spingere a tutta sulle rampe della salita principe, che di suo è impietosa. Diciamo che oggi lo Jaizkibel serve soprattutto per capire chi è in condizione e chi no, è lì si imposta la corsa, si decide che cosa fare sulle salite successive. Non è più uno spartiacque, ma resta un punto importante per sapere come la corsa finirà.

Le sfide fra Casagrande e Rebellin hanno caratterizzato il cambio di secolo, anche in Spagna
Le sfide fra Casagrande e Rebellin hanno caratterizzato il cambio di secolo, anche in Spagna
Anche ai tempi tuoi però dettava un po’ la tattica per le varie squadre…

Io vinsi le mie due gare in maniera diversa. Premesso che in quella corsa sono sempre andato bene anche perché per me i mesi caldi erano quelli della migliore condizione, il primo anno ero alla Cofidis e feci lavorare la squadra con il preciso intento di forzare sulla salita. Lì andammo via in 3, con me c’erano Axel Merckx e Piepoli. Scollinammo con una trentina di secondi di vantaggio, ci aspettavano oltre 30 chilometri prima dell’arrivo ma trovammo un buon accordo e non ci ripresero più, poi ce la giocammo in volata dove sapevo di essere più forte.

Nel 1999?

L’anno dopo fu più difficile. Avevo cambiato squadra, ero alla Vini Caldirola, dove Donati fece un lavoro eccezionale per lanciarmi. Questa volta quando scattai nessuno venne dietro, ma in cima avevo una ventina di secondi su un gruppo di una ventina di corridori. Sinceramente pensavo che non ce l’avrei fatta, ma volli comunque provarci e la parte finale diventò una sorta di cronometro. Ai -5 il gruppo era a una decina di secondi, ma per fortuna fra loro non c’era collaborazione. Io tenni duro e arrivai. Una bella impresa allora, oggi sarebbe considerata una cosa quasi normale…

La volata vittoriosa di Jalabert nel 2001, su Casagrande e Rebellin
La volata vittoriosa di Jalabert nel 2001, su Casagrande e Rebellin
Perché secondo te non emergono più gli scalatori puri?

Probabilmente perché la figura dello scalatore non esiste più, se lo consideriamo nell’etimologia di una volta. Ma io penso che non ci siano proprio più le categorie che conoscevamo: scalatore, passista, velocista… Oggi ci sono i vincenti, quelli che vanno forte dappertutto, in salita come in pianura. Questo sta cambiando tutto, grazie anche ai progressi tecnologici. Trovi gente che vince le corse a tappe e le classiche, che va via da lontano ma vince anche in volata. E’ un ciclismo diverso, io dico che è frettoloso: già a 18 anni vivi con la paura che nessuna squadra ti prenda, che non trovi la tua strada, sei quasi spacciato. A me non piace molto.

Guardandoti indietro c’è un’edizione che ti ha lasciato amarezza?

Quella del 2001. Eravamo in fuga con Jalabert, Belli e il compianto Rebellin. Sull’ultimo strappo provai ad andar via, ma quest’ultimo chiuse il buco facendo così il gioco di Jalabert che sapeva di essere più veloce. Infatti chiusi al secondo posto, ma potevo fare tris.

Evenepoel, vincitore lo scorso anno, circondato da una marea di tifosi
Evenepoel, vincitore lo scorso anno, circondato da una marea di tifosi
Che corsa è?

Incredibile, c’è un pubblico e un frastuono che non senti da nessun’altra parte. Io ho sempre avuto un bel rapporto con i Paesi Baschi, tra l’altro vincevo spesso lì perché quelle strade mi si addicevano. Infatti ho conquistato due volte il Giro dei Paesi Baschi e la Subida a Urkiola. Mi sentivo quasi a casa, quella è la regione più tifosa di Spagna. Allora però la corsa valeva per la Coppa del mondo, ci andavano praticamente tutti, oggi è una delle tante e questo un po’ mi dispiace. Ma i Paesi Baschi li adoro, penso che ci andrò in vacanza, naturalmente in bici…