Zanatta: «Maestri esempio di dedizione e umiltà»

14.02.2025
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La carriera di Mirco Maestri nel ciclismo professionistico si è affiancata a quella di Stefano Zanatta in ammiraglia. L’anno in cui il corridore reggiano è entrato alla Bardiani-CSF era il 2016 e sulla macchina del team di Bruno e Roberto Reverberi c’era appunto Stefano Zanatta. Delle dieci stagioni che sono passate da allora i due ne hanno condivise nove. I due, Zanatta e Maestri, si sono separati solamente per la stagione 2021, quando il primo finì sull’ammiraglia della Eolo-Kometa e il secondo lo raggiunse l’anno successivo. Il cammino di Mirco Maestri è stato lungo, ma finalmente vede riconoscersi l’impegno e la determinazione che ha sempre messo sui pedali. 

«Mirco (Maestri, ndr) è sempre stato una garanzia – dice Zanatta – quando mette il numero sulla schiena sai che c’è. E così è stato anche alla Volta a la Comunitat Valenciana, prima corsa a tappe di questa stagione».

Maestri (a destra) e Zanatta (il secondo da sinistra) hanno iniziato a lavorare insieme nel 2016 alla Bardiani-CSF
Maestri (a destra) e Zanatta (il secondo da sinistra) hanno iniziato a lavorare insieme nel 2016 alla Bardiani-CSF

Mettersi in discussione

Le strade di Maestri e Zanatta si sono incontrate nel 2016, ma era da tempo che il diesse aveva gli occhi sul ragazzo di Guastalla. 

«Lo seguivo da quando era dilettante – racconta Zanatta – si parla del 2015. Era un corridore sempre presente alle corse e otteneva buoni risultati ogni anno. La stagione successiva ero entrato nello staff della Bardiani, e quando Reverberi mi ha detto che avrebbero voluto prendere quel corridore emiliano ho dato subito la mia approvazione. Quello che mi ha sempre colpito di Maestri è la forza di mettersi in discussione, anno dopo anno. Ogni volta che c’è una mezza carta da giocarsi lui ci si butta a capofitto. Al primo anno da professionista alla Sanremo è entrato subito nella fuga, cosa che ha fatto spesso poi nel corso delle stagioni».

Nel 2016 la prima di tante fughe alla Milano-Sanremo per Mirco Maestri
Mirco Maestri, Milano-Sanremo 2016
Hai un ricordo di quella sua prima Sanremo?

Sì. Riuscì a resistere fino ai piedi della Cipressa. La corsa si accese e noi con l’ammiraglia superaravamo i gruppetti che piano piano si staccavano, solo che in questi non vedevo mai Maestri. L’ho ritrovato sul traguardo di Via Roma e gli ho chiesto: «Dove hai tagliato?». Lui mi rispose che aveva tenuto duro arrivando a tre minuti dai primi. Lì capii che eravamo davanti a un corridore con un motore notevole e una grande sopportazione della fatica. 

Dal lato umano che impressioni ti fece?

Subito positiva. E’ un ragazzo che sa stare con tutti e molto umile, ma ha una cattiveria agonistica impareggiabile. Umanamente ha un carattere buono, quando dice una cosa cerca sempre di farla. Ama questo lavoro e si vede, è arrivato tardi al professionismo ma potrebbe meritare anche di stare in squadre WorldTour. Però ce lo teniamo volentieri qui (ride, ndr). 

Nel 2019 arriva finalmente la maglia arancione alla Tirreno-Adriatico, Maestri l’averla sfiorata nel 2017
Nel 2019 arriva finalmente la maglia arancione alla Tirreno-Adriatico, Maestri l’averla sfiorata nel 2017
Parlarci è semplice?

E’ uno che ascolta e mette in pratica. Io quando parlo con i corridori cerco di avere sempre lo stesso atteggiamento. Però mi accorgo che quando parlo con Maestri lui pone tanta attenzione su quello che si dice. I primi anni alla Bardiani gli dissi che se avesse voluto migliorare in salita avrebbe dovuto fare allenamenti più impegnativi. Così lui da casa sua, abitava nel mantovano, prendeva la macchina per allenarsi sul lago di Garda e fare tanto dislivello. 

La sua dedizione da cosa si capisce?

Un anno, era il 2017, gli dissi che secondo me poteva conquistare la maglia a punti alla Tirreno-Adriatico. Sarebbe bastato andare in fuga tre tappe sulle sette a disposizione, lui ci andò per tutte le prime cinque frazioni. Perse la maglia nei confronti di Sagan per due soli punti. Quello rimase un cruccio e due anni dopo riuscì a vincere la maglia a punti alla Tirreno. 

La maglia di campione europeo è la consacrazione di una carriera fatta di dedizione e tanti sacrifici (foto Maurizio Borserini)
La maglia di campione europeo è la consacrazione di una carriera fatta di dedizione e tanti sacrifici (foto Maurizio Borserini)
Il vostro è un rapporto che si è costruito subito?

Non c’è stato un giorno, ma uno scambio continuo di fiducia, prima in Bardiani e ora in Polti. 

Che corridore hai ritrovato alla Eolo-Kometa, ora Polti VisitMalta?

E’ sempre stato uno che quando c’è qualcosa che non va cerca di capire il perché. Nelle ultime due stagioni, da quando ci siamo ritrovati, sta lavorando per obiettivi. Uno di questi sono state le cronometro, nel 2024 ci siamo concentrati parecchio su questo aspetto. Tanto che è arrivato un grande passo in avanti e la convocazione per gli europei, sia per il mixed team relay che per la prova su strada. Un ragazzo che a 32 anni decide di sposare una nuova idea e di lavorarci su è un segnale. In tanti a questa età si accontentano del compitino e portano a casa lo stipendio. Maestri invece vuole dimostrare di meritarsi il posto.

Cosa hai pensato quando ha vinto la medaglia d’oro?

Ero veramente felice. Mi ha chiamato Velo chiedendomi se Maestri fosse pronto per una prova del genere. Ho garantito di sì, anche se c’era da sostituire una figura come quella di Ganna. Mirco è stato bravo e vederlo vincere è stata la gioia più grande, come la fine di un lavoro. 

Maestri è un punto di riferimento per i giovani, qui alla Valenciana insieme a Piganzoli
Maestri è un punto di riferimento per i giovani, qui alla Valenciana insieme a Piganzoli
Ti saresti aspettato questa sua crescita anche per quanto riguarda la leadership all’interno della squadra?

La stagione in cui ha corso con Gavazzi gli è stata utile da questo punto di vista, da lui ha imparato molto su questo ruolo. Però Maestri è sempre stato uno con l’atteggiamento corretto. Si mette in discussione per primo ed è l’ultimo a mollare. Non è un leader che fa sentire la voce, ma che mostra la via agli altri. Con i giovani questo modo di fare funziona, infatti ci siamo spesso affidati a lui in gara. 

Ad esempio?

Alla Valenciana, che si è appena conclusa, era l’ultimo a rimanere con Piganzoli in salita ed ha aiutato Lonardi nella volata della tappa finale. E’ davvero bello avere un corridore così in squadra, e poi ha sempre il sorriso, non è uno che rimprovera i compagni o alza la voce. Ma dimostra, mettendo il peso prima sulle sue spalle.

Il quartetto delle regine e il sassolino nella scarpa

14.02.2025
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Nonostante sia quello che va detto in simili situazioni, è innegabile che le ragazze del quartetto avessero una pietruzza negli scarpini. L’uscita di scena dalle Olimpiadi di Parigi galleggiava e galleggia ancora in un’aria amara ed era chiaro che la loro presenza agli europei di Zolder non fosse casuale. Gli uomini, probabilmente alla fine del ciclo, si sono tutti votati alla strada. Le ragazze – Alzini, Consonni, Fidanza e Guazzini – hanno dato subito disponibilità, pur consapevoli di non arrivare alla sfida belga attraverso il cammino migliore.

L’oro di Martina

Se si sia trattato di un segnale, l’oro di Martina Fidanza nello scratch ha riacceso le luci e la fiducia, soprattutto perché per vincere la bergamasca ha dovuto battere in volata Lorena Wiebes. Su strada non ci riesce quasi mai nessuno e c’è da scommettere che durante l’anno anche Martina dovrà chinare qualche volta il capo. Averla battuta su pista porta però una fiducia nuova: nessuno è imbattibile.

«Penso che sia stato un risultato un po’ inaspettato – ha detto nella serata di mercoledì – perché non mi aspettavo di riuscire a batterla in volata. Invece ci abbiamo creduto, abbiamo messo un buon rapporto per poterle tenere testa e sono molto, molto soddisfatta. All’ultimo giro temevo che mi passasse, invece quando ho visto che rimaneva lì, mi sono detta che avrei potuto farcela».

Fidanza, Consonni, Alzini: lo sguardo di Consonni dice tutto. Il quartetto va per vincere
Fidanza, Consonni, Alzini: lo sguardo di Consonni dice tutto. Il quartetto va per vincere

Un giorno per ritrovarsi

Tutte con il UAE Tour nelle gambe, due di loro cadute nell’ultima tappa e Guazzini che prima di arrivare a Zolder aveva fatto scalo a Parigi per la presentazione della FDJ-Suez. Eppure sono arrivate in pista. Le quattro azzurre hanno avuto un giorno per ritrovare i meccanismi. E poi tutte insieme si sono prese il titolo europeo dell’inseguimento. Che non vale quanto un’Olimpiade o un mondiale, però intanto le altre sono finite tutte alle spalle.

«Penso che la partecipazione agli europei – ci ha detto Guazzini prima di raggiungere la nazionale – non sia tanto per rivendicare quello che non è andato come speravamo a Parigi, però comunque ci tenevamo ad esserci. La pista è qualcosa che ci piace. Abbiamo detto tutti che ci concentreremo più sulla strada, ma questo non vuol dire che non faremo più gare in pista. Vorrà dire, magari, che ci arriveremo senza aver fatto la preparazione degli altri anni. Però una volta che saremo lì sicuramente vorremo fare bene. Il UAE Tour è stato un disastro, spero di fare il meglio che posso. Cercheremo di tirar fuori il coniglio dal cilindro, perché quando siamo tra di noi, diamo sempre qualcosa in più. Il fatto di essere un gruppo di amiche sicuramente ci aiuterà molto».

Le fatiche del UAE Tour si sono fatte sentire: nell’ultimo giro il quartetto ha rischiato di disunirsi
Le fatiche del UAE Tour si sono fatte sentire: nell’ultimo giro il quartetto ha rischiato di disunirsi

Da Parigi a Zolder

Proprio lei a Parigi, accanto a compagne come Demi Vollering e Juliette Labous nella conferenza stampa che lanciava il 2025 della FDJ-Suez, è stata salutata come uno degli astri del ciclismo femminile e celebrata per l’oro olimpico conquistato proprio lì, ormai sei mesi fa.

«E’ speciale per me essere di nuovo a Parigi – ha detto – perché mi ricordo che nella conferenza stampa di inizio 2024 dissi che le Olimpiadi sarebbero state il mio grande obiettivo. Tornare qui dopo un anno, con quel traguardo raggiunto, mi rende davvero orgogliosa. Il team mi ha supportato in questo e penso che sia la cosa migliore che potessero fare. Non mi hanno messo alcuna pressione per le altre gare. Dopo l’oro olimpico, è stato difficile trovare la concentrazione, ma ho avuto un buon inverno e ora sono motivata per affrontare questa stagione con nuove compagne di squadra e nuove ambizioni».

Nella serata di Zolder è arrivato anche l’oro di Bianchi (qui con Ivan Quaranta) nel km da fermo
Nella serata di Zolder è arrivato anche l’oro di Bianchi (qui con Ivan Quaranta) nel km da fermo

La grande vendetta di Guazzini

La strada e la pista, anche per lei che negli ultimi due anni ha sempre sognato di ben figurare alla Parigi-Roubaix e l’ha sempre dovuta lasciare malconcia e triste.

«Guardo con entusiasmo alla stagione delle classiche – ha detto – voglio aiutare la squadra a vincere e provare a fare qualcosa per me. Ho una grande vendetta da prendermi, mi piacerebbe arrivare al velodromo di Roubaix, ma per quello ci vuole anche un po’ di fortuna. Il resto infatti non manca. Abbiamo tutti i materiali, non ci manca nulla. Questo passaggio alla pista per gli europei è stimolante, ma l’attenzione poi sarà principalmente per la strada».

Dopo lo smacco di Parigi, il titolo europeo lancia le azzurre verso la stagione su strada. Consonni è davvero sfinita
Dopo lo smacco di Parigi, il titolo europeo lancia le azzurre verso la stagione su strada. Consonni è davvero sfinita

Il quartetto d’oro

Ora che la magia si è compiuta, è ancora Vittoria a firmare la cartolina da consegnare agli annali del ciclismo, a capo di un inseguimento che non è stato del tutto indolore. Le difficoltà del UAE Tour hanno presentato il conto, ma alla fine i 4’14″213 sono bastati per rifilare 7 centesimi alla Germania che nel 2021 ci aveva regalato l’argento nei mondiali d Roubaix che permise loro di doppiare col titolo iridato l’oro di Tokyo.

«E’ stata una prova – ha detto ieri sera Guazzini dopo il titolo europeo – che abbiamo gestito con tanta intelligenza. Abbiamo esperienza nel correre insieme, anche se nei giorni scorsi non abbiamo potuto girare tanto. Ieri (mercoledì, ndr) ci siamo ritrovate in qualifica e siamo andate bene, quindi ci abbiamo creduto fino all’ultimo metro. Ognuno ha fatto la sua parte, ogni pedalata è stata quella che ci ha portato alla vittoria»

In un modo o nell’altro, ci sentiamo di aggiungere, quella pietruzza se la sono cavata dagli scarpini.

Karel Vacek ha detto basta. E non cerca alibi…

14.02.2025
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Proprio nel giorno in cui Mathias Vacek esordiva nella stagione aggiudicandosi la prima tappa della Volta a la Comunitat Valenciana, suo fratello Karel annunciava il suo ritiro dalle scene ciclistiche a soli 24 anni. Un contrasto che stride, considerando come Karel, più vecchio di due anni, sia stato sempre una guida per il talentuoso corridore ceko della Lidl-Trek.

Karel Vacek è uno dei quei corridori rimasto sempre sul punto di esplodere, con buoni risultati che evidentemente non sono stati sufficienti a dargli quella sicurezza per potersi garantire un’esistenza permanente e tranquilla nell’ambiente e questo l’ha convinto a un passo indietro doloroso ma vissuto con consapevolezza.

Il terzo posto nella tappa dell’Iztulia Basque Country, vinta da Meintjes è il miglior risultato 2024
Il terzo posto nella tappa dell’Iztulia Basque Country, vinta da Meintjes è il miglior risultato 2024

«La decisione l’avevo già in animo a fine stagione, poi a Natale sono giunto alla conclusione che era la cosa giusta da fare. Che cosa mi ha portato a questo? Il vivere una carriera in continuo saliscendi, precaria, dovendo cambiare tutto a ogni fine anno. Le ultime due stagioni sono state positive, con molti buoni risultati, ma vedevo che non salivo di livello, che non tornavo a quel WorldTour che era il mio obiettivo. Alla Burgos potevo rimanere un altro anno ma non me la sono sentita».

Come hai vissuto una decisione così difficile?

In maniera consapevole e matura. Mi sono messo davanti alla realtà, mi sono accorto che il ciclismo non mi restituiva abbastanza per quanto ci ho investito sopra e mi sono trovato davanti a un bivio: continuare in questo logorante tira e molla oppure trovare la forza per girare pagina. La mia età mi consente di fare una scelta e cambiare mettendoci tutto me stesso in qualcosa di nuovo, cambiare strada era la scelta migliore in questo momento.

Sul Gran Sasso il grande giorno di Karel Vacek al Giro 2023, secondo dietro Davide Bais
Sul Gran Sasso il grande giorno di Karel Vacek al Giro 2023, secondo dietro Davide Bais
Se ti guardi indietro, che cosa ti ha impedito di diventare quel che speravi?

Difficile dirlo, ma su un concetto voglio essere ben chiaro: non posso dare la colpa a nessuno, le cose sono semplicemente andate così. Molti dicono che la mia generazione sia stata penalizzata dal Covid, da quelle due annate (2020-2021, ndr) stravolte nel loro calendario, ma rendiamoci conto che per molti versi è solo un alibi e che proprio quel periodo così diverso dal solito ha contribuito fortemente a cambiare il ciclismo, a renderlo quello che è ora, molto diverso da quello del decennio precedente.

C’era però meno spazio per emergere, meno opportunità per affrontare l’attività in maniera canonica…

Ripeto, secondo me è un alibi al quale non voglio fare ricorso. Ci si allenava comunque, si andava comunque alle corse. Il ciclismo è questo, non tutti arrivano a quella fatidica soglia, sono tanti i fattori che contribuiscono a cogliere l’opportunità o meno. Serve talento, serve fortuna. I momenti buoni ci sono stati anche per me, ma proprio allora le cose non hanno girato nella maniera giusta.

Alla Qhubeka Vacek aveva trovato la porta del WorldTour, ma il sogno è durato un solo anno
Alla Qhubeka Vacek aveva trovato la porta del WorldTour, ma il sogno è durato un solo anno
C’è un momento specifico che identifichi come decisivo nella tua carriera?

Probabilmente l’anno alla Qhubeka, il 2021: avevo in tasca un biennale, ero nel WorldTour e il primo anno era andato bene. Ero under 23 ma già svolgevo attività da professionista a tutti gli effetti. Poi però tutti sanno come sono andate le cose, la squadra si è sciolta e io mi sono ritrovato al Tirol KTM, un team continental. Era un passo indietro a tutti gli effetti, dovevo ricominciare tutto da capo. Ci ho provato, ma senza successo.

Il fatto di aver dovuto cambiare squadra ogni anno ti ha penalizzato?

Probabilmente non mi ha aiutato, non trovavo stabilità, ma non per questo posso lamentarmi, anzi era già tanto trovare sempre un team dove correre. Alla Burgos, l’ultimo team, stavo anche bene e il team mi aveva garantito la permanenza, ma sono io che non mi sentivo più di poter dare il 100 per cento. Soprattutto non mi vedevo più per quello che avrei potuto essere.

Un anno alla Tirol, tornando indietro dal WorldTour. Bisognava ripartire quasi da zero…
Un anno alla Tirol, tornando indietro dal WorldTour. Bisognava ripartire quasi da zero…
Che cosa ti aspettavi?

Quand’ero junior tutti sanno che ero considerato il numero 2 al mondo, dietro Evenepoel e mi vedevo come protagonista nei Grandi Giri. Lì forse ho commesso qualche errore, il non avere un manager di peso mi può aver penalizzato, anche se poi l’ho trovato in Carera che mi ha aiutato molto. Sono arrivato in Italia e non potrò mai dire grazie abbastanza a Giorgi che mi aveva voluto con sé, portandomi in Italia dove ho imparato tanto. Ho continuato a crescere attraverso Hagens Berman Axeon e Colpack fino alla Qhubeka, poi lì le cose si sono fermate.

Lo snodo è stato lì?

Penso di sì perché poi alla Tirol, che pure è un ottimo team, sono sparito dai radar, scendendo di categoria e conseguentemente di calendario. Non trovavo più la strada giusta. Ne ho parlato a lungo con il manager e con mio fratello, volevo smettere non da sconosciuto e il fatto di chiudere dopo una stagione nel complesso positiva mi ha aiutato nella difficile decisione.

Karel intende restare nel mondo delle due ruote, attraverso un nuovo progetto
Karel intende restare nel mondo delle due ruote, attraverso un nuovo progetto
Se ti guardi indietro qual è il momento più bello?

Ne individuo tre: il primo quando sono arrivato in Italia. Non conoscevo la lingua, dovevo abbinare il ciclismo alla scuola, era tutto nuovo per me, ma è stato un periodo molto formativo anche dal punto di vista personale. Con Giorgi sono sempre rimasto in contatto, ogni anno mi sono trovato il tempo per andarlo a trovare. Il secondo è il Giro d’Italia 2023 alla Corratec: un’esperienza magica essere in quello che era il mio sogno, conquistando anche un podio e tanti buoni risultati. Il terzo nel 2022 quando mi sono ritrovato a correre il Tour de l’Avenir con mio fratello Mathias: non siamo mai riusciti a ritrovarci in un team, condividere una corsa è stato un momento molto particolare.

E ora?

Non lascio il mondo del ciclismo, questo è sicuro. Solo che voglio restarci in una maniera diversa, attraverso un progetto tutto nuovo che sta per vedere la luce e nel quale dedicherò tutto me stesso. Per ora posso dire solo una cosa: non vi libererete di me…

Cerchiamo di saperne di più su Ewan alla Ineos

14.02.2025
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In Italia è forse passato un po’ in sordina, ma il passaggio di Caleb Ewan dalla Jayco-AlUla alla Ineos Grenadiers è di quelli importanti. Lo sprinter australiano è uno dei più vincenti dell’era moderna ed è anche uno dei più longevi.

Certo, Ewan va per i 31 anni e non è più un ragazzino, specie per un velocista, ma resta sempre un atleta di spicco. Ha all’attivo 63 vittorie in 10 anni di professionismo. Lui c’è sempre stato, mentre molti altri sono cambiati. Pensate che il suo 2023 è stato archiviato dai media con segno negativo… nonostante quattro vittorie.

Lo scorso anno al Giro solo un 6° posto per Caleb. L’australiano, anche grazie alla sua statura minuta riesce, a districarsi bene in gruppo
Lo scorso anno al Giro solo un 6° posto per Caleb. L’australiano, anche grazie alla sua statura minuta riesce, a districarsi bene in gruppo

Occasione Ewan

Dario David Cioni, uno degli storici direttori sportivi della squadra inglese, ci parla del suo inserimento. Un inserimento lento, per ora. Ewan è arrivato ufficialmente nel team solo il 23 gennaio, a seguito di una trattativa un po’ a sorpresa.

«Non so di preciso le dinamiche che lo hanno portato da noi – spiega Cioni – posso pensare che magari sia stata un’occasione, un’opportunità venuta fuori al momento giusto. Noi, senza più Elia (Viviani, ndr), avevamo una mancanza: la dirigenza ne ha approfittato. Ma posso garantire che fino a quel momento i programmi del team erano stati fatti senza di lui».

Cosa ha portato dunque alla rottura fra Ewan e la Jayco-AlUla? Probabilmente una serie di circostanze che si sono sommate fra loro. L’australiano aveva ancora un anno di contratto con la squadra di Copeland, ma nel frattempo la XDS-Astana si era fatta avanti con una proposta importante, anche dal punto di vista economico. Questo ha destabilizzato l’atleta e inevitabilmente la cosa non è piaciuta alla squadra. Squadra che nel frattempo ha ritrovato un Groenewegen in grande spolvero e lo stesso Ewan, da tre anni, non vinceva nel WorldTour. Al Giro d’Italia, il suo miglior piazzamento è stato un sesto posto nella volata di Lucca.

Ora, alla Ineos Grenadiers, ha però tutte le possibilità, la fiducia e lo stimolo per tornare il folletto che abbiamo imparato a conoscere.

Uno dei pochi scatti di Ewan con i colori della Ineos Grenadiers (foto Instagram)
Uno dei pochi scatti di Ewan con i colori della Ineos Grenadiers (foto Instagram)

Caleb e il team

Cioni parla di un inserimento graduale. Ovviamente Ewan ha saltato il ritiro di dicembre e si è unito al gruppo solo a fine gennaio, nel training camp di Denia. Un camp che, tra l’altro, non era più totale, vista la suddivisione tra corse che iniziavano in Australia, Europa e Medio Oriente.

«Erano in 12 e Caleb stava ricostruendo la base. In gruppo è uno degli esperti e non ha avuto problemi a relazionarsi con nessuno. Con chi ha legato di più? Vive a Monaco e so che è molto amico di Thomas e Rowe, spesso uscivano insieme e anche con lo stesso Puccio. Ma da quel che ho visto in ritiro si è inserito bene anche con gli altri».

Ora sarà davvero curioso capire come verrà gestito Caleb Ewan, i suoi programmi e soprattutto il suo treno. Per ora si sa solo che si sta allenando.

«Parlare di programmi – spiega Cioni – è prematuro. Caleb viene da un periodo in cui era stato anche fermo a lungo e per ora sta ricostruendo la base, si sta concentrando sugli allenamenti di fondo. Impossibile stabilire una data del suo rientro, lo si vedrà man mano e a seconda del calendario. Penso, per esempio, che ad aprile non ci siano molte occasioni per gli sprinter, quindi ci si dovrà adattare alle corse veloci che proporrà il calendario».

Esplosità, abilità di guida e anche una buona capacità di tenere su strappi brevi grazie al peso ridotto: le qualità Ewan
Esplosità, abilità di guida e anche una buona capacità di tenere su strappi brevi grazie al peso ridotto: le qualità Ewan

Ganna apripista?

Infine si parla del treno. Questo aspetto tecnico è intrigante. E il motivo è presto detto: uno degli apripista più gettonati sembra essere Filippo Ganna, tirato in ballo anche dall’altro diesse della Ineos, Zak Dempster. Pensateci: Pippo è alto un metro e 93 centimetri, mentre Caleb 1,65. Una bella differenza. C’è da scommettere che la Ineos, da sempre all’avanguardia in tema di aerodinamica, farà i suoi studi. Magari Ganna è troppo alto!

«In ballo per questo – dice Cioni – ci sono diversi nomi, tra cui Ganna e Tarling. Però attenzione: l’apripista giusto dipende anche dal tipo di volata e da chi farà la volata. Non dimentichiamo che Pippo ha fatto degli sprint e ha mostrato di essere competitivo. Quindi potrebbero anche invertirsi i ruoli. Chiaro, Pippo potrebbe essere un apripista ottimo, il problema è se Caleb dovrà tirargli la volata! Ma non dimentichiamo che molto spesso Ewan ha sfruttato altri treni ed è molto esplosivo».

E concludiamo ancora con Cioni: «Cosa mi piace di Caleb e cosa invece dovrebbe migliorare? Mi piace la sua velocità, mentre può migliorare la consistenza nei risultati quando è in forma, ovvero vincere più gare in un periodo ravvicinato».

Fiumicinese, sessant’anni di appartenenza in giallonero

13.02.2025
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La filosofia non è cambiata dalla sua nascita nel 1964. La sua divisa giallonera è riconoscibile in gruppo da sempre. Nel corso della sua storia si sono susseguiti momenti salienti in modo sistematico. Riassumere i “primi” sessant’anni della Polisportiva Fiumicinese F.A.I.T. Adriatica è un compito tanto difficile quanto nobile (in apertura foto Elia Battistini).

Qualche dato statistico tuttavia sulla società di Fiumicino – frazione di Savignano sul Rubicone, nel cuore della Romagna – bisogna darlo per comprenderne meglio la grandezza, anche se nel ciclismo giovanile non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Come un tassametro che scorre, i conti di ogni voce saranno in continuo aggiornamento a partire dalle prossime gare, ma finora in sessant’anni di storia sono stati 753 gli atleti tesserati per la Fiumicinese, con 436 vittorie assolute su strada, compresi 8 podi tricolori ed 11 titoli regionali, oltre ad innumerevoli campionati provinciali. Anche su pista i numeri sono di assoluto rilievo: 17 campionati italiani e 71 titoli regionali fra tutte le discipline. E non è mancato nemmeno l’apporto organizzativo con più di 500 manifestazioni allestite.

Ci siamo buttati dentro a questa selva di numeri guidati da Christian Zamagni, team manager della squadra ed ingegnere di professione, che ha assorbito tutta la tradizione da papà Oscar, primo storico corridore della Fiumicinese arrivato alle soglie del professionismo.

Christian Zamagni, team manager della Fiumicinese, assieme a Manuel Belletti, ex pro’ cresciuto nel loro vivaio (foto Elia Battistini)
Christian Zamagni, team manager della Fiumicinese, assieme a Manuel Belletti, ex pro’ cresciuto nel loro vivaio (foto Elia Battistini)

Da una generazione all’altra

In questi sessant’anni la Fiumicinese ha attraversato tutte le varie fasi del ciclismo ed anche ora ha mantenuto attivi certi valori. Si parte dal primo presidente Giuliano Lasagni e da Roberto Magnani che il 9 maggio 1965 coglie la prima vittoria della società romagnola. In un flash si arriva ad Oscar Zamagni, classe 1949, passista-scalatore dotato di un bello spunto in volate ristrette e dilettante molto promettente.

Dopo qualche vittoria nei primi anni della categoria, Zamagni vive il suo giorno migliore a giugno del 1971. A Punta Marina conquista la maglia rosa del Giro d’Italia Dilettanti per soli 15” al termine di una fuga divenuta un braccio di ferro col gruppo inseguitore negli ultimissimi chilometri. Non vince la tappa che passa proprio sulle sue strade, ma il tifo romagnolo lo spinge verso il trionfo. Qualche giorno più tardi Francesco Moser vincerà la crono di Valvasone sfilandogli il primato e ipotecando la vittoria finale.

Oscar Zamagni è stato il corridore più rappresentativo della Fiumicinese. Al Giro Dilettanti 1971 conquistò la maglia rosa in Romagna
Oscar Zamagni è stato il corridore più rappresentativo della Fiumicinese. Al Giro Dilettanti 1971 conquistò la maglia rosa in Romagna

«Mio padre – racconta Christian Zamagni – dopo quelle belle prestazioni era riuscito a firmare con la Filotex di Bitossi per passare pro’ nel 1972. Tuttavia dovette scegliere se continuare a correre o andare a lavorare. Scelse la seconda, forse perché con mia madre voleva allargare la famiglia, visto che io sono nato un anno dopo. Mio padre restò fuori dal ciclismo per tanti anni, poi nel 1989 entrò nella Fiumicinese come diesse, facendolo ininterrottamente fino al 2016.

«Nel frattempo – prosegue – ero entrato anch’io nella società abbastanza giovane. Ho un’estrazione sportiva diversa perché io ho giocato a calcio fino all’Eccellenza, ma mi sono formato nel ciclismo. Era un ambiente che preferivo, perché mi è sempre piaciuto lavorare con i giovani e farli crescere. Ora seguo i giovanissimi ed anche tutta l’attività su pista. Alla Fiumicinese siamo stati fortunati ad avere gli stessi diesse per tanto tempo, sempre affiancati da un ricambio generazionale di tecnici».

Filosofia, maglia e altri capisaldi

La chiacchierata con Christian Zamagni è un excursus in cui si evince la filosofia della Fiumicinese, a cominciare dalla maglia giallo-nera che non ha mai subìto volontariamente modifiche di restyling. Per la serie, si può fare ciclismo con una maglia che non sia necessariamente tappezzata di loghi e marchi commerciali.

«Non abbiamo mai cambiato la maglia – spiega il team manager – perché nella sua semplicità è diventata unica e vogliamo che sia indossata solo dai nostri ragazzi. E’ sempre stata gialla con righe nere e senza sponsor. Solo negli ultimi anni ne abbiamo inseriti giusto un paio, ma i nostri partner sanno che noi gli diamo poi visibilità in altro modo, sulle ammiraglie, negli striscioni o nei banner pubblicitari durante i nostri eventi. E loro capiscono la nostra motivazione».

«In questi sessant’anni – va avanti Zamagni – siamo sempre stati molto numerosi. Abbiamo sempre lavorato molto sul gruppo e ciò che ha contraddistinto la Fiumicinese è stato il senso di appartenenza che si trova in una famiglia o anche in un percorso che intraprende chi viene da noi. Sappiamo che può essere un cammino delicato per i ragazzi e i loro genitori, però può dare soddisfazioni non necessariamente con risultati o vittorie. Abbiamo sempre pensato che il ciclismo è un mezzo per maturare perché ti sbatte in faccia le difficoltà in modo brutale. Con noi i ragazzi crescono e riescono a trovare la propria dimensione come atleti e persone».

Simboli e attualità

Il presidente ora è Rino Sarpieri che si gode i suoi giovani ciclisti. Una quarantina di giovanissimi, donne esordienti ed allieve (formazione nata nel 2019 e guidata da Christian Pepoli) e diciassette allievi. Da queste categorie la Fiumicinese ha sempre sfornato più talenti a stagione, però, anche se è arduo scegliere, Christian Zamagni battezza tre nomi prima di guardare all’attualità.

«Guardando ai risultati – parte con l’analisi – Manuel Belletti è l’atleta che ha raggiunto le vittorie più importanti grazie alla tappa di Cesenatico nel 2010 al Giro d’Italia. Papà Oscar credo che invece sia stato il corridore più rappresentativo, mentre Matteo Fiori, che vinse 42 gare e il primo tricolore in pista, è stato colui che ha traghettato la vecchia Fiumicinese a quella nuova e attuale.

Esordienti ed allieve della Fiumicinese. La formazione femminile è nata nel 2019 ed è diretta da Christian Pepoli (foto Elia Battistini)

«Ora siamo orgogliosi dei ragazzi, maschi e femmine – continua – che corrono nelle categorie superiori. Quest’anno sono passati juniores Luca Fabbri, campione regionale nel 2024, alla Vangi, poi Giacomo Campidelli, Michele Pio Cacchio e Matteo Ghirelli, tricolore in pista nella velocità, alla Sidermec Vitali. Invece tra le donne juniores abbiamo Sofia Cabri e Nikol Dollaku al Team Di Federico.

«Tra i nostri prodotti – conclude il team manager Christian Zamagni – ci sono anche tre donne elite: Valentina Zanzi al Vaiano, Sara Pepoli alla Isolmant e Camilla Lazzari alla BTC City Ljubljana. E naturalmente non possiamo dimenticare chi corre tra gli U23. Thomas Bolognesi e Leonardo Meccia sono alla Technipes, Lorenzo Anniballi è andato alla Solme-Olmo dove ha fatto grandi cose Simone Buda, altro nostro ex atleta. E’ assurdo che uno come lui non abbia trovato un contratto tra i pro’. Infine c’è Enea Sambinello alla UAE Team Emirates Gen Z, dove è diretto da Giacomo Notari, un tecnico che conosciamo bene fin da quando correva».

Enea Sambinello, ora alla UAE Team Emirates Gen Z, è ancora molto legato alla famiglia della Fiumicinese (foto facebook)
Enea Sambinello, ora alla UAE Team Emirates Gen Z, è ancora molto legato alla famiglia della Fiumicinese (foto facebook)

Regalo di compleanno

C’è stato spazio per parlare degli allievi che nella Fiumicinese corrono appositamente senza potenziometro perché si è ancora in una fase di apprendimento e conoscenza di propri limiti ascoltando il proprio corpo. C’è stato spazio per parlare sempre degli allievi, ragazzi pronti fisicamente e non ancora mentalmente, che vengono seguiti sempre di più da procuratori, che rischiano di illudere le loro famiglie.

E poi ci sarebbe quel tricolore su strada mai vinto che nel 2025 sarebbe il regalo di compleanno perfetto per la Fiumicinese. Racchiudere sessant’anni di storia nell’arco di una telefonata è stato un compito difficile che abbiamo fatto volentieri.

Alla scoperta dei portali di analisi. Scopriamo Intervals.icu

13.02.2025
5 min
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Cos’è Intervals.icu? E’ un portale e un motore di analisi dei dati del ciclista, è uno dei più utilizzati ad oggi ed ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 3/5 anni, periodo dove gli stessi misuratori di potenza sono entrati a fare parte della dotazione di base del ciclista. Non obbliga a pagare una quota.

Cerchiamo di capire, grazie al contributo di Michele Dalla Piazza, laureato in Scienze Motorie e figlio del conosciutissimo Alfiero (biomeccanico di tanti pro’) i pro ed i contro di Intervals.icu, a chi si rivolge e perché è sempre più utilizzato, da utenti veri e propri, ma anche dai professionisti della preparazione atletica.

Michele Dalla Piazza (foto Iens’Art content&agency)
Michele Dalla Piazza (foto Iens’Art content&agency)
Perché si usano portali come Intervals.icu?

I portali, o siti, o motori di sviluppo dei dati sono in realtà degli strumenti mentali/numerici che permettono di classificare e quantificare la realtà. Sotto un certo punto di vista gli si dà una forma, un volto sotto forma di numeri. Questi strumenti quantificano la fisiologia dell’esercizio e la rendono leggibile, analizzabile nel dettaglio.

Insieme ai power meter hanno cambiato il ciclismo?

Direi proprio di sì. Citando una frase dello scrittore Alessandro Baricco, gli strumenti sono le cose che stanno cambiando il mondo. I numeri con i loro strumenti hanno cambiato molto il ciclismo.

Il power meter è simbolo del ciclismo attuale
Il power meter è simbolo del ciclismo attuale
Quali strumenti usi per l’analisi dei dati?

La mia preferenza è sicuramente per Intervals.icu, che ho iniziato ad usare nel 2017, poi TrainingPeaks. Quest’ultimo ormai raramente e solo per una questione di relazione diretta con alcuni atleti che lo utilizzano per via dei team, sponsor e altro.

I due portali sono paragonabili?

Entrambi forniscono le analisi dei dati ed il preparatore può raggiungere lo stesso obiettivo, ma in modi molto differenti. Intervals.icu è dedicato anche a quei preparatori che masticano d’informatica, oppure agli stessi atleti che sono appassionati di informatica. Intervals.icu è un open-source ben fatto e mantiene un elevato grado di personalizzazione, per chi è capace di smanettare. TrainingPeaks è a pagamento, se si vuole ottenere veramente qualcosa di utile, non è personalizzabile a nessun livello ed è dedicato a chi vuole un format di analisi prestabilito. La versione gratuita è davvero basica.

Schermata personalizzata per osservare l’andamento della curva della potenza
Schermata personalizzata per osservare l’andamento della curva della potenza
Ritieni migliore Intervals.icu?

Sempre difficile categorizzare migliore o peggiore, a mio parere è più corretto chiedersi se uno strumento corrisponda alle proprie esigenze oppure no. Io sono anche appassionato di informatica e di creazione, personalizzazione di programmi che mi permettono di analizzare ancor più nel profondo i dati. Intervals.icu risponde in modo migliore alle mie esigenze, è facile da leggere ed interpretare a diverse tipologie di utenza. Posso condividere i grafici che creo con altri preparatori che usano il mio stesso metodo e viceversa.

Portali, numeri e power meter, il ciclismo moderno anche questo (foto Cyclingmedia Agency-Team Intermarché Wanty)
Portali, numeri e power meter, il ciclismo moderno anche questo (foto Cyclingmedia Agency-Team Intermarché Wanty)
Significa facilitare anche l’interpretazione da parte dell’atleta?

Esatto. I meccanismi di attuazione di Intervals.icu sono abbastanza complessi, invece le grafiche molto chiare semplificano la lettura anche a chi si limita ad interpretare l’allenamento, da eseguire o eseguito. Un’altra peculiarità è quella di un forum molto attivo ed un potenziale dello stesso portale che cresce grazie alle informazioni di utenti, allenatori e anche sviluppatori. Intervals.icu è dotato di API e non è un dettaglio.

Cosa sono?

E’ l’acronimo di Application Programming Interface, ovvero un’interfaccia di programmazione delle applicazioni. Oltre alla possibilità di personalizzare in base alle proprie esigenze, le API rendono molto flessibile il portale, oltre che adattabile a nuovi strumenti e prodotti.

Significa che ogni account può essere diverso?

Potrebbe essere che quello che uso io, personalizzato nei grafici, negli istogrammi eccetera è differente da quello di un altro utilizzatore che non ha le mie stesse necessità.

Tutto parte dal test del lattato (foto Iens’Art content&agency)
Tutto parte dal test del lattato (foto Iens’Art content&agency)
Quali sono i vantaggi di Intervals.icu, tangibili da parte dell’utilizzatore?

Ragionando con un punto di vista moderno può essere anche uno strumento di condivisione social grazie ad una serie di tag. E’ gratis anche se chiede un contributo, comunque non obbligatorio, si collega con la maggior parte dei portali social di ciclismo e grazie alla personalizzazione delle risorse, creazione dei programmi, permette ad esempio anche di anticipare l’overtraining. Il primo vantaggio rimane la grande customizzazione.

Ha dei punti deboli o difetti?

Non ha una app vera e propria (anche se è possibile connettere alla app sorella Dailytss.com, ndr), al contrario di TP. Ha molti grafici, che può essere un grande pregio, ma anche un difetto perché si può creare confusione.

Si trasporta sul dispositivo e offre riscontri già su strada
Si trasporta sul dispositivo e offre riscontri già su strada
Esiste il pericolo che strumenti del genere possano sostituire i preparatori?

Direi che questo processo è già in atto, non tanto per i preparatori atletici di alto livello, ma piuttosto per chi si è improvvisato qualche anno fa. Non credo che sparirà la figura del preparatore atletico, sicuramente ci sarà una selezione ancora più importante di quella attuale. Arriverà anche l’intelligenza artificiale e alcune metodologie cambieranno ulteriormente, di conseguenza il modo di allenare i corridori.

Gli 11 iridati di casa Guerciotti: ognuno diverso dall’altro

13.02.2025
6 min
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Vedere la rimonta di Mattia Agostinacchio, assaporare la conquista della maglia iridata rappresenta sempre qualcosa di speciale, anche per Alessandro Guerciotti che nel corso della sua vita, queste gioie le ha vissute spesso. Sono infatti ben 11 con lo stesso valdostano coloro che hanno vestito la maglia arcobaleno militando nel team. Di alcuni Alessandro ha ricordi legati alla sua infanzia, ma poi la sequenza di successi ha accompagnato tutta la sua crescita, personale e professionale (nella foto di apertura la festa dei 60 anni Guerciotti, con Djernis, Kluge e Liboton)

Parlarne significa fare un tuffo nella piscina dei ricordi e il primo è particolarmente toccante quanto recente: «Il nostro primo campione è stato proprio Vito Di Tano e averlo perso proprio poco dopo la conquista del titolo ha allargato la ferita. Vito è stato un precursore anche in questo, ci è sempre stato vicino, era davvero uno di famiglia. Io lo ricordo gigantesco quand’ero bambino, questo campione che parlava con mio padre, che vestiva quella maglia meravigliosa. Poi abbiamo avuto modo di lavorare insieme per tanto tempo e condividere tantissimo delle nostre vite».

Di Tano e Liboton, campioni nelle due principali categorie. Due fisici all’opposto
Di Tano e Liboton, campioni nelle due principali categorie. Due fisici all’opposto
Chi ha però caratterizzato molto anche l’evoluzione del vostro team è stato Roland Liboton…

E’ vero. Un’operazione come quella oggi è praticamente impossibile, ma il ciclocross di allora era completamente diverso. Aveva una diffusione diversa e anche il giro di denaro non era lontanamente paragonabile. Noi avevamo un florido mercato in Belgio e contrattualizzare Liboton era la maniera migliore per promuovere i nostri prodotti. Noi lo prendemmo l’anno prima della sua vittoria iridata a un prezzo ridicolo se paragonato a quelli che girano oggigiorno. Nel contratto era previsto tutto, ossia anche il meccanico, il massaggiatore, il motorhome che lo seguiva. In pratica aveva uno staff a aua completa disposizione. Dopo il suo successo però volevano venire tutti da noi…

Qual era la sua forza?

Molti dicono che sia stato uno dei più grandi ciclocrossisti di sempre, sicuramente lo era nella sua epoca, ma la sua vera forza era il suo essere personaggio fuori dagli schemi. E’ stato il primo vero cannibale del ciclocross con 5 titoli mondiali vinti. Un anno ci siamo ritrovati ad avere lui iridato fra i professionisti e Vito tra i dilettanti, eravamo al centro del mondo… Roland era però uno che “bucava” lo schermo, era di bell’aspetto, attirava sponsor anche al di fuori del mondo ciclistico tanto che persino la Coca Cola lo sponsorizzava. Era uno molto estroverso, in un mondo di gente riservata.

Paolo Guerciotti con Mike Kluge. Il tedesco vinse 2 titoli mondiali dilettanti e quello professionistico nel 1992
Paolo Guerciotti con Mike Kluge. Il tedesco vinse 2 titoli mondiali dilettanti e quello professionistico nel 1992
Poi è venuto Kluge, considerato da molti un maestro di eleganza…

Era completamente diverso da Liboton, uno che aveva fatto anche il modello e il suo portamento traspariva in tutto, anche quando era in bici. Con il tedesco avevo più affinità, più che altro perché stavo crescendo. Anche lui era un personaggio, anzi il suo modo di esserlo calamitava attenzione anche da parte di chi normalmente non seguiva il ciclocross. Potrei dire che è stato un po’ il Valentino Rossi dei prati. Era molto showman, diciamo che amava anche la bella vita. Oggi sarebbe stato una star dei social…

Che cosa ricordi del periodo dei campioni boemi, come Glajza e Simunek?

Glajza venne prima, fu un acquisto last minute proprio legato a un campionato del mondo, arrivò da noi e vinse l’iride. Simunek è stato con noi di più. Diciamo che la loro appartenenza è stata più frutto di contingenze, non avevamo particolari interessi economici nel loro Paese. Loro vennero che avevamo già Liboton, il meglio del ciclocross mondiale era da noi. La nostra squadra era il riferimento planetario. Erano diversi dagli altri, molto riservati, molto professionali, ma il rapporto si concentrava tutto sull’aspetto agonistico.

Un altro molto riservato era Henrik Djernis…

Era uno dei più forti nella mountain bike, dove aveva già vinto il titolo mondiale nel 1992, venne da noi e nel 1993 accoppiò anche quello di ciclocross. Era un professionista, ma non lo ritengo un vero e proprio specialista: ci aveva chiesto ospitalità per fare attività d’inverno, ma per lui il ciclocross era un riempitivo, serviva come preparazione per la mountain bike. Eppure nelle sue poche apparizioni in gara faceva la differenza.

Erano i tempi di Pontoni…

Daniele ha attraversato tutta la nostra esistenza. Un campione vero, che tra l’altro ha insegnato a tanti che cosa significa svolgere questa attività in maniera professionale, andando a correre nella patria del ciclocross. La sua attività era prevalentemente all’estero. E’ sempre stato estremamente pignolo dal punto di vista tecnico perché da quello nascevano i risultati, quindi avevamo con lui un legame strettissimo. Coinvolse con i suoi risultati anche sponsor grossi, come Selle Italia e Brescialat. Questo sport iniziava a cambiare faccia, giravano più soldi ma anche il suo baricentro si spostava sempre più verso il Centro Europa: Belgio e Olanda in particolare.

Anche Daniele Pontoni è passato nelle file della Guerciotti. La sua attività era prevalentemente estera
Anche Daniele Pontoni è passato nelle file della Guerciotti. La sua attività era prevalentemente estera
Era molto diverso dal Pontoni di oggi, cittì della nazionale?

Molti dicono che al tempo era una testa calda, ma io devo dire che aveva le stesse caratteristiche che oggi stanno aiutando l’evoluzione del nostro sport. Il puntiglio, l’attenzione per i particolari. Una cosa che va detta è che al tempo lui faceva davvero tutta la stagione, tra Coppa del Mondo e Superprestige. Oggi sarebbe praticamente impossibile seguire tutte le challenge. Da questo punto di vista era un vero belga e io glielo dicevo sempre…

Ora c’è Agostinacchio…

Mi dispiace che non abbia la possibilità di utilizzare la maglia, cambiando di categoria. Ma è chiaro che un titolo juniores non è la stessa cosa, anche se ha sempre un grandissimo valore. Oggi sinceramente avere un iridato nelle nostre fila, un campione elite non sarebbe semplice, troppi interessi intorno. Basti pensare che ogni corridore di vertice ha 6 bici, un camper a disposizione, uno staff composito.

Mattia Agostinacchio, l’ultimo gioiello del team. Passando U23 non potrà mostrare la sua maglia in gara
Mattia Agostinacchio, l’ultimo gioiello del team. Passando U23 non potrà mostrare la sua maglia in gara
Mattia com’è?

Un ragazzo che sta crescendo innanzitutto come uomo prima che come corridore. Molto riservato, meno personaggio, ma questo dipende anche molto dall’età. Ancora non si è reso conto di quel che ha fatto non solo a Lievin ma nel corso di tutta la sua stagione. E’ un ragazzo molto concentrato su quel che vuole, senza fronzoli. Viezzi che nell’albo d’oro iridato lo precede è la stessa cosa. Per questo sono due ragazzi che, da tifoso italiano, mi danno fiducia.

Capello: ecco il nuovo talento italiano della Grenke-Auto Eder

13.02.2025
6 min
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L’eredità ciclistica lasciata da Lorenzo Finn è stata parzialmente raccolta da Roberto Capello. La scelta del ligure, campione del mondo juniores a Zurigo lo scorso settembre, di andare a correre con la Grenke-Auto Eder aveva destato tanti interrogativi. Ora, una volta abbattuto il muro, il fatto che un altro italiano junior vada a correre nel team sviluppo della Red Bull-BORA-hansgrohe non alza così tanti giudizi negativi. Da un lato questo è positivo, dall’altro deve invitarci a riflettere. Non è il caso di lamentarsi, ma di prendere atto che i corridori iniziano a guardare oltre il bordo del nido già in giovane età.

La rosa della grenke-Auto Eder per la stagione 2025
La rosa della grenke-Auto Eder per la stagione 2025

Sugli stessi passi

Certe squadre offrono un cammino e una possibilità di crescita che le nostre squadre non possono garantire? In un certo senso sì, vista la mancanza di una formazione WorldTour italiana, però non è detto che le squadre esistenti non possano essere in grado di offrire un giusto cammino di crescita. Per ora siamo davanti a un altro ragazzo che correrà in un devo team.

«Sto bene – racconta Capello – mi sto allenando per le gare che cominceranno tra un paio di mesi, esordirò all’Eroica Juniores Nations Cup. La squadra correrà anche in Belgio, a marzo, ma quelle sono corse più adatte ai miei compagni, io sono uno dei più leggeri e così abbiamo deciso di partire da gare vicine alle mie caratteristiche».

Roberto Capello sarà il secondo italiano che vestirà la maglia della grenke-Auto Eder, il primo è stato Lorenzo Finn nel 2024
Roberto Capello sarà il secondo italiano che vestirà la maglia della grenke-Auto Eder, il primo è stato Lorenzo Finn nel 2024
Com’è andato il passaggio alla Grenke-Auto Eder?

Il problema più grande, che poi non si è rivelato un problema, è stato la lingua. Essendo una formazione internazionale si parla in inglese, ho cominciato a studiarlo in inverno, prima di fare il ritiro con la squadra. A scuola mi sono sempre destreggiato ma è diverso rispetto a doverlo usare tutti i giorni per comunicare. Il primo incontro lo abbiamo fatto in Austria, lì ho conosciuto tutti: staff e compagni. Senza bici però, era solo un ritiro per conoscersi.

La prima volta che avete pedalato tutti insieme?

Lo abbiamo fatto a Mallorca. Non è stato un ritiro particolarmente intenso, né come volume né per intensità. Però ci siamo conosciuti meglio e abbiamo avuto modo di passare ancora più tempo insieme. 

Facciamo un passo indietro, com’è nato il contatto con la grenke-Auto Eder? 

Intorno a metà luglio, più o meno, ricordo che doveva finire il Tour de France. C’è stata una chiamata a tre tra il mio procuratore John Wakefield, la squadra e il sottoscritto. E’ stato un primo incontro conoscitivo, il giorno dopo mi hanno chiamato e detto che avrebbero avuto piacere se nella stagione successiva (il 2025, ndr) avessi voluto correre con loro.

La formazione di sviluppo juniores ha svolto il primo ritiro in bici a Mallorca (foto Maximilian Fries)
La formazione di sviluppo juniores ha svolto il primo ritiro in bici a Mallorca (foto Maximilian Fries)
Che corridore hanno preso?

Sono uno da salite lunghe, non ho una grande esplosività o uno spunto veloce particolarmente forte. Mi piacciono le gare dove il ritmo è costante. Penso di poter andare bene anche nelle cronometro, aspetto che voglio curare molto quest’anno nel quale avrò modo di usare una bici competitiva e di allenarmi bene per gare di quel genere. 

Com’è stato l’approccio tecnico alla nuova squadra?

Dal punto di vista degli allenamenti non è cambiato tanto, sono sempre stato uno che in generale è abituato a fare tante ore in bici. Chiaramente rispetto allo scorso anno ho cambiato allenatore, prima ero con Mattia Gaffuri, ora sono con il preparatore della squadra: David De Klerk. Rispetto allo scorso anno lavorerò più a blocchi.

Cosa vuol dire?

Che si va di settimana in settimana con blocchi prestabiliti: quattro giorni di carico, uno di scarico e così per quattro settimane. Poi si fa un periodo di tapering, ovvero una riduzione del carico, che in generale dovrà corrispondere con i giorni che precedono la gara. Ora che sono lontano dalle competizioni ho fatto tre blocchi di lavoro da un mese, dove il volume è rimasto più o meno costante ma sono cambiati i lavori.

Quante ore di allenamento settimanali?

Sono sempre intorno alle 20 ore, ma questo già dall’anno scorso (quando era primo anno juniores, ndr). 

Avrai a che fare con un diesse italiano: Cesare Benedetti, come ti sei trovato con lui?

I diesse sono due: Benedetti e Olaberria. Il mio riferimento sarà Cesare (Benedetti, ndr). Avere una figura che parla la mia stessa lingua alla quale appoggiarmi è bello, in più Benedetti è stato per oltre dieci anni nel mondo Bora

Roberto Capello in azione allo scorso Giro della Lunigiana con la maglia della Rappresentativa Piemonte
Roberto Capello in azione allo scorso Giro della Lunigiana con la maglia della Rappresentativa Piemonte
L’esempio di Finn che ha aperto la strada verso questo team ti è stata d’aiuto nella scelta?

Sarei stato comunque dell’idea di venire alla Grenke-Auto Eder. Quando ho avuto la possibilità non ci ho pensato due volte. Alla fine un ragazzo della mia età che corre per una squadra italiana si trova a gareggiare tutte le domeniche, io invece passo molto più tempo a casa. Questo vuol dire che riesco a organizzarmi meglio anche con la scuola, in modo da allenarmi nella maniera corretta. 

Qualche settimana fa eri al ritiro della nazionale con Salvoldi, avete parlato?

Mi è sembrato abbastanza favorevole sul discorso di andare a correre all’estero già da juniores, soprattutto vista l’esperienza positiva di Finn nel 2024. 

Il podio della Olgiate Molgora-Ghisallo, a destra: Roberto Capello 3° accanto al vincitore Lorenzo Finn (Photoberry)
Il podio della Olgiate Molgora-Ghisallo, a destra: Roberto Capello 3° accanto al vincitore Lorenzo Finn (Photoberry)
Sai già che calendario farai?

Farò un primo blocco di gare che è Eroica Juniores e Gran Premio del Perdono. Poi a metà maggio dovrei essere alla Corsa della Pace con la nazionale, ma non è ancora confermato. A giugno sarò alla Classic des Alpes, gara che ho corso nel 2024 con la Comitato del Piemonte, e ai campionati italiani a fine mese. Dopo un periodo di allenamento correrò in Lussemburgo e al Tour du Valromey, che è la gara a cui tengo di più. Agosto sarà un mese di allenamento per arrivare pronto al Giro della Lunigiana,  concluderò il calendario con Trofeo Buffoni e San Rocco. 

Una programmazione ben delineata…

Sapere già cosa farò a settembre e ottobre mi dà tranquillità e mi permette di godermi anche di più gli allenamenti, senza avere paura di esagerare. Tra poche settimane andremo in ritiro a Girona ci staremo fino all’11 marzo, finito quello inizieranno le gare. Non vedo l’ora.

UAE Tour, riparte Pogacar. Con Gianetti nel cuore di Tadej

13.02.2025
5 min
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Mauro Gianetti è volato ieri in UAE, dove da lunedì inizierà in UAE Tour degli uomini. Quello delle donne l’ha vinto domenica scorsa Elisa Longo Borghini: maglia simile, ma società diverse. Certo Pogacar e compagni (in apertura foto Fizza/UAE) non saranno in ansia per dover reggere il confronto, ma è innegabile che andare a correre in casa dello sponsor sia sempre un’esperienza particolare. Al punto che sarebbe stato lo stesso Tadej a insistere perché lo portassero laggiù. Così almeno dice Gianetti.

«E’ la corsa di casa – spiega il manager svizzero – c’è entusiasmo per tutto quello che il Governo ha progettato e creato negli ultimi dieci anni. Anche i corridori, quando vengono negli Emirati per il ritiro, se ne rendono conto. Soprattutto Tadej ha visto la crescita, perché lui è con noi dall’inizio. Ha visto tutta l’evoluzione e quello che si continua a realizzare. In principio non era previsto che corresse il UAE Tour. Vogliamo dare la possibilità anche ad altri, ma è stato lui a chiederlo. Sentiva il richiamo di fare la prima gara del 2025 con la maglia di campione del mondo proprio negli Emirati. Il piano originario prevedeva invece che cominciasse alla Strade Bianche».

Il governo emiratino ha affiancato al team un progetto per mettere in bici i ragazzi e Gianetti è parte attiva (Photo Fizza)
Il governo emiratino ha affiancato al team un progetto per mettere in bici i ragazzi e Gianetti è parte attiva (Photo Fizza)
Sicuramente gli piace andare in bici. Lo abbiamo anche visto pedalare della Foresta di Arenberg…

Era al Nord per vedere le tappe del Tour, ve lo ha raccontato Fabio Baldato, in più quel giorno doveva fare dei test in pista. Però ha sentito che Wellens sarebbe andato a fare un allenamento sul pavé e si è offerto di accompagnarlo. Per questo lo avete visto in quel video e mi sembra che andasse anche bene. Alla fine era gasatissimo. Gli è piaciuto tanto, non aveva mai provato il vero pavé. E ha detto che un giorno andrà a fare la Roubaix, ma non quest’anno. Si diverte ed è bene così.

Quanto è popolare Pogacar negli Emirati?

Da morire, non faccio paragoni dissacranti, ma è molto popolare. Al di là dell’atleta, è qualcuno che ha fatto grande gli Emirati Arabi, li ha portati in cima al mondo. E’ amato e adorato da tutti, forse più che in Europa. In generale, chiunque faccia parte della squadra, viene visto con occhi speciali. Quello che stiamo facendo per loro è veramente percepito come qualcosa di grande, che va al di là del semplice sport.

Ci saranno eventi speciali per l’arrivo del campione del mondo?

La gara è quella. E’ chiaro che noi, anche in Europa, ormai abbiamo capito che quando andiamo alle gare con Tadej, abbiamo bisogno di una struttura che prima non avremmo mai immaginato. Forse il ciclismo prima non ne aveva mai avuto bisogno, se non con Marco Pantani e forse Armstrong. C’è bisogno di più di sicurezza attorno a lui quando si muove e negli Emirati sarà più o meno la stessa cosa.

UAE Tour del 2022: Pogacar vince a Jebel Hafeet davanti ad Adam Yates che ora è un suo compagno di squadra
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E’ da escludere che parteciperà per fare presenza: lo immaginiamo all’attacco ogni volta che potrà…

Lui corre per vincere. E’ un agonista, uno che ha voglia e lavora tanto. Si allena, si impegna, è dedicato, è appassionato, condivide l’emozione dell’allenamento anche con i compagni. Ha accompagnato Tim Wellens a provare la Roubaix, gli piace essere con loro. Lui è veramente così e di conseguenza corre per vincere. Sa di poterlo fare quindi ci prova e non parte mai senza un obiettivo chiaro.

Se Tadej è fatto così, avete paura che il tanto successo possa cambiarlo? Ne avete mai parlato con lui?

E’ un argomento che va affrontato, anche perché la sua crescita come atleta non è finita e tantomeno come personaggio. E’ tutto in evoluzione, per cui sono discorsi e un’attenzione che discutiamo regolarmente con lui e con chi lo circonda. Quindi la famiglia, il suo agente, la squadra, il nostro gruppo. Tutti assieme vogliamo il meglio, ma prima di tutto bisogna capire cosa vuole lui. Al centro c’è Tadej. Per cui da un lato non vogliamo limitare la sua notorietà, dall’altro non vogliamo creare un fenomeno da baraccone che non sia in grado di sostenere la troppa pressione. 

Quindi è ancora tutto in divenire?

E’ un lavoro costante che dobbiamo portare avanti perché l’evoluzione del personaggio e dell’atleta è tutt’ora in corso. Bisogna stare concentrati anche su quello. Quindi è chiaro che lui deve rimanere se stesso e noi tutti attorno lavoriamo per far sì che il il personaggio coincida con il vero Tadej.

Così su Instagram, Pogacar ha svelato sorridendo il suo test nell’Arenberg
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Come procede lo sviluppo del ciclismo in UAE?

A causa del Covid c’era stato un piccolo rallentamento dei nostri progetti nelle scuole, mentre negli ultimi due anni c’è stata un’impennata. Nel 2025 ripartiamo con un grosso progetto, in cui per ogni anno metteremo in bicicletta altri 3.000 bambini. E’ un progetto di sei anni, molto concreto e con molta passione da parte di tutte le scuole degli Emirati Arabi, che fanno gara per poter partecipare. Vedere la voglia dei bambini di indossare una t-shirt della squadra e imparare ad andare in bicicletta, è una cosa davvero bella.

E poi ci sono le infrastrutture?

Stiamo assistendo alla crescita velocissima del velodromo che ospiterà il mondiale pista del 2029. E poi le strutture, i chilometri e chilometri di piste ciclabili che ogni mese si aggiungono a quelle già create in questi anni. Questo è davvero bello, c’è uno sviluppo veramente rapido, veloce e appassionante.