Baldato nella Foresta con un ospite speciale

12.02.2025
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Agile e potente. Capace di saltellare su sassi ancora infangati come se non avesse fatto altro per tutta la sua vita. Rilassato e sicuro. A forza di vederlo sfrecciare sul pavé nei video su Instagram, la curiosità di sapere come sia andato il viaggio al Nord di Tadej Pogacar è diventata irrefrenabile. Ed è per questo che abbiamo suonato alla porta di Fabio Baldato, che da esperto guerriero del Nord non si è perso un solo gesto del campione del mondo. E come al solito non ha potuto fare altro che ammettere il suo stupore.

Lo stesso dei tifosi, ignari di tutto, che se lo sono visto uscire dalla Foresta di Arenberg e indossare in tutta fretta il giubbino iridato per farsi una foto ricordo. Altrimenti per questa scorribanda sul pavé del Fiandre e della Roubaix, lo sloveno aveva puntato su un look all-black, anche per passare inosservato.

«Sta a noi essere bravi e proteggerlo – sorride Baldato – perché lui si fermerebbe con tutti. Non si nega a nessuno e non se la tira per niente. Si ferma per strada con il ragazzino che gli chiede di fare il selfie, l’autografo o di firmare la borraccia. E’ successo così all’uscita dell’Arenberg, come pure davanti all’hotel o sul percorso del Fiandre».

Sui muri del Fiandre, testando i nuovi materiali, per ricreare le condizioni del 2023
Sui muri del Fiandre, testando i nuovi materiali, per ricreare le condizioni del 2023

Il volo di andata il venerdì sera, il ritorno di domenica sera. Wellens e Pogacar da Nizza, Baldato da Venezia. E in mezzo il personale con i mezzi. Era una trasferta programmata da tempo, soprattutto per testare i nuovi materiali. Pogacar non corre il Fiandre dal 2023 (quando lo vinse) e voleva recuperare il tempo perso.

Quando è nato il progetto?

Lo avevamo pensato a dicembre. Saremmo dovuti andare in quattro, ma all’ultimo momento Morgado ha dovuto fare un piccolo intervento a una ciste, mentre Politt si è fermato a Mallorca e non era il caso che venisse su certe strade. Quindi alla fine da quattro corridori sono rimasti in due.

Qual era l’obiettivo?

Vedere il percorso. Tadej non ha fatto il Fiandre l’anno scorso e abbiamo materiali nuovi: ruote, anche tubeless e pressioni da provare. Quindi abbiamo voluto fare i test anche per lui, partendo dall’esperienza fatta nel 2024. Eppure, nonostante i test da fare, non ha sdegnato di fare due buoni allenamenti, belli intensi. Abbiamo fatto il Fiandre dall’inizio dei tratti in pavé, quindi 180 chilometri. E più o meno lo stesso per la Roubaix.

Il test della Roubaix è stato tanto per provare oppure c’è sotto qualcosa?

Quest’anno è stato tanto per provare. Che lui ce l’abbia nella testa, l’ha già detto anche in passato, ma non è nel programma di quest’anno. Al momento, almeno. Il motivo principale del nostro viaggio era rinfrescarsi il Fiandre e usare i materiali. C’era in programma di fare anche due giorni di buon allenamento, un buon carico di lavoro e siamo riusciti a fare tutto bene. Eravamo nel nostro classico Park Hotel di Waregem, che viene molto comodo per fare le ricognizioni.

Pogacar ha corso (e vinto) il Fiandre per l’ultima volta nel 2023. Baldato era sull’ammiraglia
Pogacar ha corso (e vinto) il Fiandre per l’ultima volta nel 2023. Baldato era sull’ammiraglia
C’erano anche i meccanici quindi?

Sì, c’era Maurizio Da Rin, che era con me già al Fiandre lo scorso anno. E con lui per le corse ci sarà anche Bostjan, il meccanico di Tadej. Volutamente abbiamo portato uno dei meccanici che ha più esperienza e che segue tutto il discorso delle gomme, delle pressioni e altro. Tadej ha provato. Si è fidato di quello che avevamo usato l’anno scorso, poi ha saggiato un paio di opzioni di pressione per come erano state suggerite dal settore performance. Ha provato ad abbassarle un po’, quindi ha rimesso quello che era stato consigliato e alla fine si è fidato di quello che gli era stato consigliato. Il corridore deve avere l’ultima parola, sentirsi sicuro. Altrimenti succede che parte in un modo, poi si ferma e si mette a sgonfiare le gomme e non sai mai se va bene.

Anche perché dietro c’è uno studio. 

Va tutto in base al peso. Vengono calcolate le pressioni ed è buono soprattutto quando puoi avere gli stessi materiali dell’anno precedente. Invece questa volta avremo materiali diversi rispetto al 2023 ed era importante riuscire a ricreare condizioni simili.

Tu che qualche Roubaix l’hai vista e l’hai anche fatta, come hai visto Pogacar sul pavé?

Lo avevo visto già al Fiandre e ti impressiona. Possiamo classificarlo come corridore per tutti i terreni, uno scalatore che va fortissimo sul pavè, anche se non lo puoi classificare come scalatore. Puoi dire che sia anche un cronoman, uno scalatore, un passista e tra un po’ anche un velocista. Non ha paura. E nonostante non abbia una stazza massiccia e pesante, stupiscono la stabilità, la velocità e la forza che imprime sui pedali.

Cosa si può dire del suo colpo di pedale sul pavé?

Va di cadenza. Ha una bella pedalata rotonda e la cadenza lo aiuta. C’è il corridore che va di forza e lo vedi calciare i pedali e quello che invece li fa girare. Che spinge, tira, spinge e tira. Una pedalata rotonda, quasi da pistard o da scatto fisso, che è quella che rende sul pavé. Io riuscivo a andarci bene perché venivo dalla pista. Rui Oliveira è un altro che pedala da pistard. Tanti invece riescono ad andare bene perché vanno di forza. Sono due diversi modi di andare che alla fine rendono.

Pogacar si è allenato per entrambi i giorni vestito di nero: solo all’uscita dell’Arenberg, racconta Baldato, ha indossato il giubbino iridato
Pogacar si è allenato vestito di nero: solo all’uscita dell’Arenberg, racconta Baldato, ha indossato il giubbino iridato
In effetti veniva da notare che anche Nibali era riuscito ad andare bene sul pavé al Tour del 2014…

E anche Vincenzo infatti era uno che la pedalata la faceva rotonda, non buttava il rapportone, non era un corridore alla Ballero. Lo ricordiamo tutti al Tour del 2014

E’ vero che dopo la recon della Roubaix, Tadej era contento come un bimbo?

Era entusiasta, ha passato una bella giornata. Si è divertito, quello sì: ve lo confermo. Sono stati due giorni in cui è andato tutto liscio. E non vi nascondo che avevo un po’ di brividi, perché il pavé non era dei più belli e lui andava dentro deciso come se niente fosse. Eravamo a una settimana dal UAE Tour, pensavo che se fosse successo qualcosa, mi sarebbe convenuto restare in Belgio. Ora lo dico scherzando, ma quando ero in macchina, ci ho pensato un paio di volte e sono rimasto zitto. Non avevo neanche coraggio di dirgli nulla, perché vedevi che gli veniva tutto naturale. Aveva la faccia sporca di chi ha fatto tante Roubaix.

Il pavé era ridotto davvero male?

Quando arrivi vicino alla Roubaix, un paio di settimane prima danno una pulita al pavé. Ma domenica c’erano parecchi tratti sporchi per i trattori che vanno a lavorare nei campi. C’erano punti infangati e alcuni anche sommersi. Non eravamo in gara, si potevano prendere con cautela, ma non troppo piano, perché sennò si correva il rischio di scivolare. Devi riuscire a far correre la bici come nella mountain bike o nel ciclo cross, trovare il giusto compromesso. Se vai piano, è più facile che scivoli.

Hai visto tanti di corridori, com’è per Fabio Baldato lavorare insieme a Tadej Pogacar?

E’ una soddisfazione, ma non voglio prendermi più di meriti di quelli che ho. E’ un ragazzo che si allena da solo, con il suo allenatore. E’ molto preciso. Noi possiamo dargli l’assistena e qualche consiglio, una nostra visione di corsa, ma lui ha le idee molto chiare. Capisce e vede la corsa, conosce tutti gli avversari, anche qualche new entry che dall’ammiraglia magari può sfuggire. Non voglio dire che sia facile, però ti fa sentire a tuo agio. Non è uno che se la tira, non ha bisogno di un portaborse. E’ importante fargli trovare le cose organizzate, semplici e che funzionano.

Baldato ha iniziato la stagione con il Tour Down Under: qui con Narvaez che ha conquistato la classifica finale
Baldato ha iniziato la stagione con il Tour Down Under: qui con Narvaez che ha conquistato la classifica finale
Avete trovato novità nei due percorsi?

Sono riuscito a avere entrambi i percorsi definitivi di Fiandre e di Roubaix. Ci sono un po’ di varianti, piccole cose, però siamo riusciti a fare il percorso del Fiandre e anche il nuovo ingresso della Foresta di Arenberg. Non ci sarà più la chicane dell’ultima volta, ma una doppia curva destra-sinistra a 90 gradi. Farli rallentare era necessario. L’anno scorso ci sono entrati a 30 all’ora e non è successo niente. Con i materiali di adesso e la strada che un po’ scende, sarebbero capaci di entrarci anche a 60 all’ora e ci sarebbero dei bei problemi di sicurezza.

UAE Tour Women. Nel giorno dei ventagli con Confalonieri

12.02.2025
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I ventagli sono sempre affascinanti. Tattica e gambe, squadra e materiale: tutto si fonde e il mix diventa esplosivo… per chi guarda e per chi pedala. Nella seconda frazione del UAE Tour Women questa situazione si è verificata e ne è uscita fuori una tappa da urlo con 5 big in fuga praticamente dal chilometro zero o poco più. Pazzesco!

Maria Giulia Confalonieri è stata parte attiva della Al Dhafra Fort – Al Mirfa: 111 chilometri nel deserto. La brianzola ha contribuito all’economia della corsa. Ed è proprio lei, atleta della Uno-X Mobility, che ci porta in gruppo. Allacciate il casco, fate un lungo respiro e andiamo in corsa con Maria Giulia.

Maria Giulia Confalonieri (classe 1993) in azione al UAE Tour Women
Confalonieri (classe 1993) in azione al UAE Tour Women
Maria Giulia, una tappa velocissima quella verso Al Mirfa… In rete la foto dei ventagli nel deserto ha raccontato tanto. Tu cosa ci dici?

E’ stata una tappa velocissima, una frazione caratterizzata dal vento a volte contro, più spesso laterale a favore o a favore pieno. Siamo partite e, appena uscite dal breve trasferimento, la velocità era già altissima. Dopo poco più di un chilometro il gruppo si è spezzato. Davanti sono andate via cinque atlete, mentre dietro ci siamo ritrovate in un drappello di circa trenta unità che provava a inseguire.

E poi ancora tanti altri drappelli da quel che abbiamo visto…

Purtroppo non c’è stato subito accordo tra noi e in quei pochi chilometri con vento contrario nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di chiudere. Così la fuga ha preso tre minuti in poco tempo. Quando abbiamo provato a ricucire, siamo arrivate a meno di un minuto, ma ormai era troppo tardi. Io sono arrivata nona, quarta del gruppetto inseguitore.

Vi aspettavate una giornata così difficile? Ormai in riunione, prima del via sapete già tutto, giusto?

Sì certo, anche perché non è il primo anno che facciamo la tappa in questa zona. Tutte le squadre sapevano che il vento avrebbe giocato un ruolo chiave. Già dai giorni prima si vedeva nelle previsioni meteo che ci sarebbe stata una situazione complicata. Siamo andate alla partenza consapevoli che quel giorno si sarebbero potuti creare ventagli. Era fondamentale stare davanti e starci sin da subito. Infatti in tantissime siamo arrivate alla partenza parecchio prima del solito… tipo granfondo! Ma anche così c’è chi stava davanti e chi dietro.

Partenza velocissima: si aprono i ventagli e scappano via in 5 tra cui Elisa Longo Borghini (in maglia tricolore)
Partenza velocissima: si aprono i ventagli e scappano via in 5 tra cui Elisa Longo Borghini (in maglia tricolore)
Chiaro…

La classifica generale ne avrebbe risentito. Magari non si sarebbe deciso il nome della vincitrice finale, ma certamente chi si fosse trovata fuori dai giochi quel giorno non avrebbe più avuto speranze di vincere. Nella tappa in salita del giorno dopo chi aveva perso 2′-3′ non avrebbe potuto più lottare per la generale, chiaramente parlo più delle scalatrici. Qualcuna ha creato qualche buco, un po’ di caos…

A livello tecnico, avete adottato accorgimenti particolari?

La maggior parte delle atlete ha montato una corona da almeno 53 denti, io avevo un 54×40. Le ruote erano per lo più alte, da 50 millimetri in su, per massimizzare l’aerodinamica e anche perché di vento laterale per davvero ce n’era poco. In generale, per gare come questa la bici aerodinamica è la scelta migliore e infatti tutte le squadre avevano questa opzione. Io ho corso con la Ridley Noah Fast, la mia bici aerodinamica di riferimento.

Cosa si prova a stare in un ventaglio così veloce? C’è una componente di adrenalina?

Nei primi minuti c’è tantissima tensione, a prescindere dalla forza di chi pedala. Tutte vogliono stare davanti e si parte come per uno sprint di 300 metri. Dopo un po’, quando le posizioni si delineano, la situazione si stabilizza un po’. Anche se bisogna comunque stare super concentrati. Quel giorno viaggiavamo a 60 all’ora e c’era con pochissimo spazio tra un manubrio e l’altro. Era una situazione ad alto rischio, ma siamo abituate. In gare così devi essere sempre vigile, non puoi permetterti distrazioni.

Il vento alzava la sabbia, un fastidio superflo secondo Confalonieri
Il vento alzava la sabbia, un fastidio superflo secondo Confalonieri
Maria Giulia, ma oggi con tante giovanissime in gruppo le atlete sanno ancora fare i ventagli?

Negli ultimi anni la situazione è migliorata, ma si vedono ancora ragazze che non sanno bene come affrontarli. Il problema è che durante la stagione ci sono poche occasioni per esercitarsi veramente con i ventagli. Qualche classica come la Gand-Wevelgem o la Dwars door Vlaanderen offre opportunità per affinare la tecnica, qualche gara in Spagna, ma non sono molte le occasioni per correre con queste condizioni. Il vento laterale è un elemento che si incontra solo in alcuni contesti e quindi non tutte hanno l’esperienza necessaria per gestirlo al meglio.

A livello di watt e frequenza cardiaca, quanto si spinge nei momenti più duri?

Nei primi minuti, quando scoppia il ventaglio, tutte sono al limite delle proprie capacità. Si sta sulle zone alte della potenza sostenibile, da Z5 in sù… Anche dopo, il ritmo rimane alto. E anche chi nel ventaglio riesce a stare a ruota continua comunque a spingere forte. Nonostante la velocità altissima, la tappa è stata molto impegnativa dal punto di vista fisico e anche dello stress.

Chiaro, lo stress…

Devi limare, guardare le altre, la strada… devi girare bene e tenere il ritmo. Quello incide moltissimo.

Con quel vento e stando nel deserto, la sabbia si sentiva sulla pelle? Era fastidiosa?

Nella seconda e nella quarta tappa la sabbia si è sentita parecchio, ma quando sei in gara non ci fai troppo caso. Sei talmente concentrata che questi dettagli passano in secondo piano.

A destra si nota Maria Giulia all’arrivo di Al Mirfa: 111 km alla media strabiliante di 48,407 km/h, tra le più alte di sempre tra le donne
A destra si nota Maria Giulia all’arrivo di Al Mirfa: 111 km alla media strabiliante di 48,407 km/h, tra le più alte di sempre tra le donne
Si riesce a bere e mangiare regolarmente in un contesto così?

Bisogna trovare il tempo: il momento giusto te lo devi cercare. Con tappe così impegnative, si punta molto su gel e malto in borraccia, più pratici da assumere in situazioni concitate. E questo è un bel vantaggio rispetto al passato. Ma è fondamentale alimentarsi, altrimenti la benzina finisce.

Presa bassa o alta? Quale posizione sul manubrio preferisci nel ventaglio?

Dipende dal momento. Quando si va davanti a tirare, la presa bassa aiuta con l’aerodinamica. Ma se sono in mezzo al gruppo preferisco tenere le mani sopra, così ho più controllo e posso reagire più velocemente agli imprevisti. Inoltre, essendo non molto alta, mi aiuta ad avere una visuale migliore della corsa davanti a me.

Se chiudi gli occhi e pensi a quella tappa, qual è l’immagine che ti rimane impressa?

La partenza fulminea. Siamo uscite dal trasferimento e anche la macchina della giuria ha dato subito il via forte. Di solito si parte a 30-35 chilometri orari, invece ci siamo trovate subito a velocità massima. Il primo pensiero è stato mantenere la posizione e tenere ben saldo il manubrio.

La fuga solitaria di Raccagni Noviero: tra sole, vento e fatica

12.02.2025
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Nell’ultimo appuntamento australiano del calendario WorldTour, la Cadel Evans Great Ocean Road Race, abbiamo assistito a una fuga solitaria di Andrea Raccagni Noviero (in apertura foto Chris Auld). Il ragazzo cresciuto del devo team della Soudal Quick-Step che da quest’anno è arrivato nel professionismo, sempre con la stessa maglia. Il debutto tra i grandi è arrivato in Australia, dalla quale è rientrato qualche giorno fa. Ora sta facendo i conti con il clima italiano, che di certo non gli permette di allenarsi in pantaloncini corti.

«Speravo che oggi non piovesse – ci dice al telefono la mattina presto – invece dovrò aspettare ancora per uscire in bici. Anche nei giorni scorsi allenarsi non è stato semplice, direi che in Australia si stava meglio».

Appena lanciata l’azione Raccagni Noviero cerca il contatto con l’ammiraglia, ma la radio è già fuori portata
Appena lanciata l’azione Raccagni Noviero cerca il contatto con l’ammiraglia, ma la radio è già fuori portata

Anticipare

La Cadel Evans Great Ocean Road Race è stata vinta da Mauro Schmid, campione nazionale svizzero, che ha coronato un inizio di stagione affrontato con coraggio e sempre all’attacco. La corsa, prima di entrare nella fase finale, ha avuto come protagonista Andrea Raccagni Noviero. Il ligure si è messo in mostra con una fuga solitaria di 115 chilometri, un lungo viaggio vissuto da solo tra la costa e l’entroterra australiano.

«Non era l’idea della giornata – racconta il protagonista dell’azione – partivamo con gli stessi corridori del Tour Down Under, come tutte le altre squadre. Sapevamo che su un percorso del genere avremmo fatto fatica a imporci, la decisione era quella di trovare altre soluzioni per andare all’arrivo. Eravamo consapevoli che sarebbe uscita una corsa dura nel caso in cui fosse si fosse alzato il vento, volevamo stare davanti per fare selezione. Arrivare ai piedi della salita finale ci avrebbe condannati, infatti Schmid si è dimostrato il più forte ma lo si era visto dai giorni prima».

Quando si è in fuga da soli tutto conta, eccolo alla ricerca della posizione più aerodinamica possibile
Quando si è in fuga da soli tutto conta, eccolo alla ricerca della posizione più aerodinamica possibile
Ti sei lanciato in fuga, da solo…

Appena partiti avevamo davanti 120 chilometri totalmente piatti e il gruppo aveva preso un ritmo davvero blando. Così io ho provato un allungo, ho spinto un po’ e dopo un minuto mi sono girato e già c’era il vuoto, avrò avuto una trentina di secondi sul gruppo. Il problema era che non avendo dietro le nostre ammiraglie le radio erano diverse, avevano una portata ridotta. Già dopo il primo allungo non sentivo più l’ammiraglia.

Così hai tirato dritto?

Sapevo di avere davanti una quindicina di chilometri su uno stradone larghissimo e con vento laterale. Mi sono detto: «Mal che vada se partono dei ventagli mi trovo già in buona posizione». Ho continuato a tenere il mio ritmo, che non mi sembrava essere troppo alto. La prima volta che la motostaffetta mi ha raggiunto e mostrato la lavagna con i distacchi avevo due minuti e mezzo sul gruppo. 

Diciamo che nessuno in gruppo aveva raccolto il tuo invito.

No, direi di no (ride, ndr). All’inizio stavo bene, ho fatto gare con valori medi ben più alti. La cosa che mi ha fatto penare di più è stato il caldo, non avevo mai corso con certe temperature. Il termometro non è mai sceso sotto i 40 gradi centigradi. Alla fine ho colto la sfida con l’obiettivo di arrivare fino al circuito finale.

Dopo 115 chilometri la fatica e il caldo hanno spento l’azione di Raccagni Noviero (foto Chris Auld)
Dopo 115 chilometri la fatica e il caldo hanno spento l’azione di Raccagni Noviero (foto Chris Auld)
E invece?

A 10 chilometri dall’inizio del circuito mi si sono bloccate le gambe, totalmente. Da quel momento sono naufragato e il gruppo mi ha inghiottito. 

Com’è stato essere in fuga da solo, tra l’altro senza contatti radio?

All’inizio sulla costa il vento era a favore. Prima di entrare nell’entroterra si passava da piccole cittadine con tanta gente che si fermava a guardare, quindi è stato piacevole. C’erano anche tante persone che salivano dalla spiaggia in costume per vedere il passaggio della gara. Ammetto che un po’ li ho invidiati viste le temperature!

La cosa che più ha colpito l’atleta ligure sono le spiagge immense e con poche persone
La cosa che più ha colpito l’atleta ligure sono le spiagge immense e con poche persone
Poi hai abbandonato la costa.

Una volta girato verso l’entroterra tutto è diventato meno piacevole, il vento contrario era forte e inoltre sembrava di stare dentro un forno. Continuavo ad andare alla moto dell’assistenza per prendere borracce, mi versavo l’acqua addosso per rinfrescarmi e dopo cinque minuti ero di nuovo asciutto. 

Hai avuto modo di alzare lo sguardo e guardarti intorno?

Avevo già visto quelle strade durante gli allenamenti perché siamo stati in hotel sulla costa per una settimana, tutte le squadre erano nella stessa struttura. Il paesaggio è esattamente come te lo immagini, bellissimo ma molto diverso da qui. Una cosa che ho notato, visto che sono abituato a vedere il mare, è che noi siamo abituati a spiagge piccole con tanta gente mentre da loro ci sono spiagge immense e con poche persone. 

Ad aggiudicarsi la Cadel Evans Great Ocean Road Race è stato poi Mauro Schmid, campione nazionale svizzero
Ad aggiudicarsi la Cadel Evans Great Ocean Road Race è stato poi Mauro Schmid, campione nazionale svizzero
Mentalmente quanto è stato difficile pedalare da solo per tutto quel tempo, o era come essere in allenamento?

No no completamente diverso. Per la testa ti passano meno pensieri personali e sei concentrato sulla gara, anche se pedalavo a ritmi sostenibili dovevo rimanere concentrato e motivato. Cercavo di stare concentrato e di curare ogni dettaglio, ad esempio provavo a trovare la posizione più aerodinamica possibile. 

Che watt hai tenuto?

Normalmente so che riesco a tenere una media di 300 watt in gara, anche qualcosa in più. Così mi sono tarato su quei numeri. In pianura stavo intorno ai 300 watt, mentre strappi e salite spingevo fino a 400 watt. La cosa strana è che non sono “esploso” ma mi si sono consumato lentamente. Ad un certo punto le gambe si sono bloccate. A fine giornata, in hotel, mi è venuto a parlare il dottore della squadra e mi ha detto che avrei dovuto abbassare i watt di almeno il 20 per cento. Mi sarà utile per il futuro.

Com’è stato vivere tutte le corse in Australia, soprattutto per te che sei neo professionista. 

Bello perché comunque si parte a correre a metà gennaio e per due settimane si vedono sempre gli stessi corridori. Poi con il fatto che l’ultimo periodo eravamo tutti nello stesso hotel vuol dire essere abituati a vedersi ovunque: in ascensore, a cena, nel tendone dei meccanici. Ne parlavo anche con i miei compagni, dicevo loro che forse in gara per me è stato più noioso perché non sapevo con chi parlare, non c’erano tanti 2004 neo professionisti. 

«Ti sei divertito?» Con questa battuta Mosca ha accolto Raccagni Noviero una volta ripreso
«Ti sei divertito?» Con questa battuta Mosca ha accolto Raccagni Noviero una volta ripreso
Hai scambiato qualche battuta con qualcuno?

Con Jacopo Mosca, anche durante il viaggio di ritorno. Lui ha la casa in Liguria ed è amico di alcuni ragazzi che si allenano con me. 

Ti ha detto qualcosa sulla fuga solitaria? 

Quando il gruppo mi ha ripreso lui era davanti a gestire l’andatura, mi ha chiesto: «Ti sei divertito?». Gli ho risposto di sì, ma non era vero (ride, ndr). 

Lo hai tenuto allenato per la Sanremo, un panorama diverso però sempre tra mare e costa…

Vero! Anche se per la Sanremo deve aggiungere qualche chilometro ancora.

Savio nel ricordo di Rujano. Tanto affetto e qualche spigolo…

12.02.2025
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A 42 anni suonati, José Rujano non ha ancora intenzione di appendere la bici al chiodo. Corre ormai solamente in Sud America, anzi per meglio dire nel suo Venezuela, ha trovato un ingaggio alla Jimm Santos Triple Gordo correndo l’ultima Vuelta al Tachira al fianco del figlio Jeison e ogni tanto qualche colpo di pedale del vecchio campione l’ha ancora assestato, ad esempio nella settima tappa chiusa al Cerro del Cristo Rey all’11° posto.

Savio, scomparso lo scorso 30 dicembre, si era guadagnato grande stima in tutto il continente americano
Savio, scomparso lo scorso 30 dicembre, si era guadagnato grande stima in tutto il continente americano

Il primo incontro con Savio

La particolarità però non è tanto questa (anche se vedere padre e figlio nello stesso team ciclistico non capita proprio spesso…), quanto il fatto che quei giorni fatidici tra allenamenti e gare sono arrivati poco dopo aver appreso della scomparsa di Gianni Savio. Non una persona qualsiasi, ma qualcuno che ha avuto un peso decisivo nella sua vita. Un rapporto che tra alti e bassi è andato avanti per tutto il nuovo secolo, sin da un giorno del 2002. Durante proprio la Vuelta al Tachira…

«Ero davvero giovanissimo allora – ricorda il corridore venezuelano, ancora profondamente legato all’Italia – ed ero in lotta per la vittoria finale. Un giorno si avvicina a me questo signore particolarmente elegante, con i suoi baffi sembra un uomo d’altri tempi e mi comincia a chiedere chi sono, come sono arrivato a quel livello, se mi sarebbe piaciuto provare a correre in Italia. Figurarsi, era un sogno che si avverava».

Un giovanissimo Rujano maglia dei gpm al Giro del 2005
Un giovanissimo Rujano maglia dei gpm al Giro del 2005

Il sogno del Giro d’Italia

Non era una proposta da poco, perché Savio gli propose un contratto quadriennale, il che significava mettersi a posto, economicamente parlando, per un po’ di tempo e poter mettere qualcosa da parte: «Ma io non badavo a questo. Gianni mi dava l’opportunità di correre il Giro d’Italia e io ne avevo tanto sentito parlare. A quel tempo Savio era già molto conosciuto in Sud America, aveva portato ai vertici internazionali Leonardo Sierra. Sapere che credeva in me era un grande onore».

Savio ha sempre avuto un grandissimo fiuto ciclistico. Sapeva che quel ragazzo venezuelano, taglia piccola ma esplosiva soprattutto in salita, aveva della stoffa e Rujano non tradì le attese, conquistando una tappa, il terzo posto in classifica e la maglia verde al Giro del 2005 e aggiudicandosi anche la classifica combinata. Ma in quegli anni di vittorie il venezuelano ne portò a casa una buona quantità, tanto da solleticare gli appetiti di altre squadre.

Savio insieme a Leonardo Sierra, la sua prima grande scoperta in Sud America
Savio insieme a Leonardo Sierra, la sua prima grande scoperta in Sud America

Il litigio e la riappacificazione

Con Savio il rapporto non era sempre idilliaco, anzi. Oggi Josè lo riconosce non senza un pizzico di rammarico: «Avevamo due caratteri forti, al quarto anno entrammo in rotta di collisione e infatti andai via dal team cercando nuove strade. Potevamo anche litigare, ma c’era fra noi un profondo rispetto reciproco, continuavamo a restare in contatto, a incrociarci per le strade del mondo e alla fine nel 2011 tornai a correre con lui all’Androni».

Quel rapporto è andato via via cementandosi, andando anche al di là del ciclismo: «Conosceva tutta la mia famiglia, ci sentivamo almeno 3 volte l’anno e spesso capitava anche che ci si incontrava nei suoi viaggi da questa parte del mondo. Ci siamo sentiti anche lo scorso anno, sentivo che stava male e che faceva fatica a parlare».

José Rujano al centro con i compagni di team alla Jimm Santos Triple Gordo (foto Instagram)
José Rujano al centro con i compagni di team alla Jimm Santos Triple Gordo (foto Instagram)

L’ultima, dolorosa telefonata

L’ultima volta che ha provato a chiamarlo è stato un paio di mesi fa: «Quella telefonata, ci penso spesso e mi fa ancora male perché sentivo dentro di me che non lo avrei più sentito. Cercava di nascondere il male, di mostrarmi speranza. Gli dissi che avrei tanto voluto fare l’ultima Vuelta al Tachira con lui, ancora una volta. Non è stato possibile e mi dispiace tanto».

Da dove nasceva questo suo profondo amore per il ciclismo sudamericano? «Io penso che sentisse dentro di sé di essere un po’ sudamericano anche lui. Aveva un grande occhio, ha portato tanti corridori a gareggiare in Europa, in tanti gli dobbiamo molto. Non era famoso solo in Venezuela, anche in Colombia, in Messico, sono tanti i Paesi dove Gianni ha trovato amici, si è fatto conoscere, ha favorito l’affermazione dei ciclisti locali».

Una delle sue vittorie più belle, al Giro d’Italia 2011 battendo Contador sul Glossglockner
Una delle sue vittorie più belle, al Giro d’Italia 2011 battendo Contador sul Glossglockner

Un personaggio fuori dal tempo

Come detto, il loro rapporto non era sempre semplice. «Gli dicevo sempre che era un po’ tirato nel pagare gli stipendi – dice con un sorriso – ma è sempre stato una persona corretta. Era un personaggio, al quale piaceva che il ciclismo fosse sinonimo di spettacolo e voleva che i suoi corridori fossero capaci di darlo. Per questo ci chiedeva sempre di attaccare, andare in fuga. Ma aveva anche un’umanità fuori del comune, quando qualcuno si faceva male gli restava sempre vicino, ogni caduta era per lui un trauma».

Nel suo racconto, José ha anche un altro rammarico: «Con Gianni anche mio figlio avrebbe avuto più possibilità di affermarsi e correre in Europa. Io so che Jeison può fare bene, ha qualità. Anche all’ultima Vuelta Venezuela poteva benissimo andare nei primi 5 se non avesse preso l’influenza. E’ stato sfortunato tante volte, ma è diverso da me, ha la mentalità del professionista soprattutto quando si allena, facendo quel che il preparatore gli dice. Io sono più figlio del mio tempo, più naif. Ma non mollo, voglio correre anche l’anno prossimo e provare a vincere la Vuelta al Tachira per la quinta volta. A 22 anni dalla prima…».

Pensieri e parole di Vollering al debutto con la FDJ-Suez

12.02.2025
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Demi Vollering tornerà in gara domattina per la prima tappa della Setmana Ciclista Valenciana indossando una nuova maglia da quando nel 2021 lasciò la Parkhotel Valkenburg per approdare e successivamente sbocciare al Team SD Worx.

Per la campionessa olandese (immagine Instagram in apertura) che fa base da anni in Svizzera, il 2024 è stato un anno sicuramente positivo, tuttavia… ferito dalla sconfitta nelle due gare cui forse teneva di più. Se infatti nel computo delle vittorie rientrano la Vuelta, Itzulia Women, il Giro di Svizzera e la Vuelta a Burgos, i secondi posti al Tour de France e ancor di più il quinto ai mondiali di Zurigo restano come ferite ancora pruriginose.

La incontriamo virtualmente attraverso lo schermo di un computer nella conferenza stampa di vigilia della stagione alla FDJ-Suez, la ex squadra di Marta Cavalli, nata vent’anni fa per far crescere il ciclismo femminile e che ha di recente dichiarato senza mezzi termini di voler vincere il Tour de France. Per questo oltre a Vollering sono arrivati Juliette Labous e uno sponsor ambizioso come Specialized. Lei racconta, noi abbiamo la possibilità di riempirla di domande.

Come va con la nuova squadra?

Davvero bene. Ho fatto un’ottima preparazione invernale, mi sento già come in casa mia. Ovviamente all’inizio è stato spaventoso per me entrare a far parte di un nuovo team con così tante nuove persone intorno a me. Ma devo dire che i primi training camp sono stati davvero utili e ho scoperto che quelle facce nuove erano anche molto gentili. Qui alla FDJ-Suez ho trovato un’atmosfera molto rilassata, niente da dimostrare o qualcosa del genere. E’ davvero bello essere qui.

Il cambio di squadra ti ha ricordato il primo giorno in una nuova classe?

Il primo incontro fa sempre un po’ paura, ma per fortuna conoscevo già quasi tutti, come ci si conosce stando in gruppo. Appena ho firmato, ho cominciato a osservare tutto quello che facevano, proprio per farmi un’idea più precisa. Poi l’anno è finito e non c’è stato tanto da aspettare. Abbiamo degli ottimi sponsor, ho con me nuovamente Specialized e tutto è molto professionale.

Il precedente cambio di squadra c’era stato nel 2021. Quanto sei diversa come donna da allora?

Questa è una buona domanda. Ero ancora molto giovane e inesperta di questo sport, non sapevo molto, soprattutto parlando di tattica, ritrovandomi di colpo con compagne molto forti. In questi quattro anni, sono cresciuta tanto come donna. Penso anche di aver imparato a parlare molto meglio, perché prima ero molto timida. Sono cresciuta in tanti aspetti diversi. Ovviamente sono sempre la stessa Demi, ma ho imparato tanto e sono cresciuta per cui in parte sono davvero un’altra persona.

Vollering e Kung, ciascuno a suo modo un gigante. La FDJ-Suez e la Groupama-FDJ sono però entità distinte
Vollering e Kung, ciascuno a suo modo un gigante. La FDJ-Suez e la Groupama-FDJ sono però entità distinte
Dovrai condividere la leadership con Muzic e Labous, ma del resto sei abituata…

Certo. E’ sempre molto bello avere compagne di squadra così forti. Non solo Evita e Juliet, ma l’intera squadra è super forte. Penso che sia molto importante per tutte le gare cui puntiamo. Lavoriamo tutti molto duramente per raggiungere i nostri obiettivi e penso che tutti condividiamo la stessa passione e la stessa determinazione.

L’anno scorso il Tour ti è sfuggito per appena 4 secondi, sarà il tuo obiettivo principale per il 2025?

Il Tour de France è sempre stato un grande obiettivo per me e anche per la squadra, per cui sarà bello lavorare insieme per vincerlo. Ci saranno anche altri traguardi, anche se quello resta il bersaglio grosso.

C’è una grande differenza rispetto alle altre squadre in cui hai corso prima?

Molte persone pensano che far parte di una squadra francese significa dover parlare solo francese e lavorare in modo meno professionale. Per me in realtà è l’opposto. E’ davvero una bella squadra, pensano ad ogni dettaglio. Faccio un piccolo esempio. Quando eravamo al primo ritiro in Spagna, per tutto il tempo ho sentito il bisogno di cambiare qualcosa sulla mia bici, ma non sapevo cosa. Sono rimasta calma, ho continuato ad allenarmi e ho aspettato che il personale di Specialized tornasse per vedere cosa volessi modificare. Ho provato una sella diversa, ma non è cambiato molto. Allora mi hanno detto che forse avrei potuto provare un attacco manubrio più lungo, perché passando da Sram a Shimano, mi sentivo più corta rispetto al solito. Poteva essere una soluzione, ma ho pensato che non sarei riuscita a trovare un attacco più lungo lì in Spagna.

Demi Vollering ha vinto il Tour Femmes 2023, mentre è arrivata seconda nel 2024 per appena 4 secondi
Demi Vollering ha vinto il Tour Femmes 2023, mentre è arrivata seconda nel 2024 per appena 4 secondi
Invece?

Invece si sono presentati con un nuovo manubrio e una nuova bici e questo ha reso super facile testare le cose. Hanno caricato la mia vecchia bici sull’ammiraglia, in modo che potessi cambiare se non andava bene. Questi sono piccoli dettagli molto importanti per i corridori e dicono molto sulla squadra.

La scorsa stagione non è stata perfetta, hai cambiato qualcosa nell’approccio con questa?

Lavoro con un nuovo allenatore e già questo rende le cose diverse, anche se non penso di cambiare molto. Gli allenamenti sono un po’ diversi, ma alla fine la base è la stessa. Sei sempre su una bici e fai ore e lavori specifici. Di sicuro, questo inverno è stato molto più rilassato e calmo. L’anno scorso ho dovuto prendere tante decisioni e ricordo bene lo stress. Quest’anno invece ho potuto pensare soltanto ad allenarmi, per cui mi sento molto più pronta.

Che cosa intendi con le decisioni da prendere lo scorso inverno? Pensavi già di cambiare squadra?

Era una decisione importante che dovevo prendere ed è stata ovviamente molto difficile. L’anno prima era stato per me un tale successo che sarebbe stato molto difficile eguagliarlo nella stagione successiva. Per questo ho cominciato a pensare di cambiare squadra, ma volevo essere sicura di non sbagliare. Osservavo ogni piccolo dettaglio ed ero impegnata in molte conversazioni cercando di prendere però la decisione anche con il cuore. Volevo essere completamente sicura che fosse la migliore. Mi è costata tanto, ma credo sia stata ottima e spero che ne avremo conferma durante la stagione.

Demi Vollering è nata a Pijnacker, in Olanda, il 15 novembre 1996. E’ alta 1,72 per 57 chili (foto FDJ-Suez)
Demi Vollering è nata a Pijnacker, in Olanda, il 15 novembre 1996. E’ alta 1,72 per 57 chili (foto FDJ-Suez)
Molte persone non vedono l’ora di assistere alla battaglia tra voi e la SD Worx, tu cosa ti aspetti da Lotte Kopecky e Anna Van der Breggen, che era anche il tuo preparatore?

Prima di tutto, non la vedo come una battaglia tra le due squadre, penso che sia una sfida con tutte le altre squadre del gruppo. Penso che molte si faranno avanti con corridori forti e questa è una buona presentazione per la prossima stagione. Avremo atlete forti in quasi tutte le squadre. Ma ci tengo a dire che non voglio vendicarmi della SD Worx o qualcosa del genere, perché l’ho lasciata con buoni sentimenti. Ovviamente vogliamo batterli, ma questa è un’altra cosa.

Pensi davvero che Lotte Kopecky possa diventare una rivale per i Grandi Giri?

Penso che Lotte abbia dimostrato di poter essere già molto forte in salita. Sono molto curiosa di sapere come si preparerà e come starà, ovviamente, in gara. Non ho dubbi però che possa essere una grande rivale per la vittoria assoluta del Tour.

A casa di Aggiano, in Puglia, tra il Giro e il mondiali del ’76

11.02.2025
6 min
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«Mi resi davvero conto di quanto fosse bella la mia terra proprio durante una gara. E che gara. Era il Giro d’Italia del 1999 e io ero in fuga. Mentre pedalavo vedevo la costa, i paesi, il mare e pensavo a che paesaggio straordinario avessi in casa». Elio Aggiano ci porta subito nel racconto delle strade di casa sua, in Puglia. Strade che quest’anno il Giro d’Italia solcherà in particolare nella quarta tappa, quando con la Alberobello – Lecce entrerà nel cuore di questa regione, tra le più bike friendly che abbiamo. Dalle colline del Brindisino al cuore del Salento, quante possibilità e quante storie per i ciclisti.

E queste sono state e sono tutt’ora le terre di due grandi professionisti del recente passato. Uno è Leonardo Piepoli, scalatore sopraffino, l’altro è appunto Elio Aggiano. Attaccante, passista… uno di quelli che vendeva cara la pelle e che tanto sarebbe piaciuto a Gianni Savio.

Professionismo ai giovani

Prima però di entrare nel dettaglio di queste strade, bisogna ricordare chi fosse Elio Aggiano e cosa fa ora. Elio, che poi il vero nome è Elisa, è nato a Brindisi e ha vissuto gran parte della sua carriera ciclistica lontano dalla sua terra. A lungo è stato toscano d’adozione. Ha corso tra i professionisti dal 1998 al 2007, vestendo tra le altre, le maglie di squadre prestigiose come Vitalicio Seguros, Mapei e Tinkoff.

Passista di talento e uomo da fughe, prima ancora era stato un ottimo pistard. Aggiano si è distinto per la sua combattività, tanto da essere spesso protagonista di attacchi da lontano, come accennavamo. Da parecchi anni è tornato nella sua Brindisi e ha deciso di restituire al ciclismo parte di quello che ha ricevuto.

Grazie al supporto della Leo Costruzioni, ha avviato tre scuole di ciclismo a Brindisi, a San Pietro Vernotico e a Lequile: «L’obiettivo – racconta Aggiano con grande passione – è quello di far rinascere il movimento ciclistico giovanile in Puglia, una regione che negli ultimi anni ha visto una drastica riduzione di squadre e atleti, per questo voglio lavorare con i bambini. Sono anche diventato tecnico regionale degli allievi. Ma serve gente appassionata come i miei amici di Leo Costruzioni per poter rialzare la testa».

Il vento e Pantani

Il Giro d’Italia 2025 attraverserà la Puglia con la quarta tappa, la Alberobello – Lecce, un percorso che promette velocità e, se il vento lo permetterà, anche attacchi da lontano.

La partenza dalla cittadina dei trulli introdurrà subito i corridori in un paesaggio collinare, tra Cisternino, Locorotondo e Martina Franca, dove il terreno ondulato potrebbe offrire il trampolino per qualche tentativo di fuga.

«E queste – riprende Aggiano – sono proprio le strade che facevo e che faccio ancora oggi per andare in bici ad allenarmi. La corsa poi si dirige verso Ostuni e scende verso la costa adriatica, affrontando strade esposte al vento che potrebbero spezzare il gruppo. Ecco, proprio il vento è una delle insidie del pedalare in Puglia. C’è quasi sempre e bisogna saperlo affrontare. Una volta, prima di una tappa da queste parti, mi trovavo accanto a Marco Pantani e anche se era di una squadra diversa gli dissi: “Marco, stai attento al vento nella zona tra Mesagne e Brindisi che lì sicuramente c’è vento e il gruppo si spezza”. E infatti il gruppo si spezzò e Marco rimase attardato, anche se poi rientrò a Lecce grazie all’aiuto dei suoi».

Tornando alla tappa del prossimo Giro, la seconda parte della frazione è decisamente più pianeggiante. Dopo Francavilla Fontana il gruppo si dirigerà verso le terre più basse di Terre Santa Susanna e Salice Salentino e infine Lecce, dove ci sarà un finale (in circuito) veloce. Di certo sarà una frazione per i sprinter, ma appunto il vento potrebbe rimescolare le carte, come già accaduto in passato.

Le strade pugliesi, anche in collina sono spesso ventose: guardate che ventagli…
Le strade pugliesi, anche in collina sono spesso ventose: guardate che ventagli…

Allenarsi in Puglia

Oggi Elio Aggiano si allena sulle stesse strade che hanno segnato la sua gioventù ciclistica: Ostuni, Conversano, Locorotondo, Martina Franca.

«Il nostro – dice – è un territorio pianeggiante, ma se si va un po’ nell’entroterra del brindisino, allora ci sono continui saliscendi. Le salite durano al massimo 3 chilometri… e infatti mi chiedo sempre come abbia fatto Piepoli a diventare uno scalatore così forte!

«C’è una stradina però che taglia diretta verso Ostuni che è molto ripida ed è quella dei mondiali del 1976 (vinse Maertens su Moser, ndr). Se si pedala in collina c’è una strada che chiamiamo panoramica. E’ davvero bella, ti fa vedere gran parte della lunga costa pugliese sull’Adriatico. Si sale da Fasano ed è un vero spettacolo, tra uliveti secolari verdissimi e il blu del mare».

Anche il traffico, soprattutto nella zona ancora più interna, è davvero scarso. Ad Ovest di Ostuni per intenderci, il paesaggio è di campagna. Sorgono di tanto in tanto questi “paesotti”, tutti abbastanza grandi e bianchi, che dominano il colle su cui sorgono. Qui le strade sono sinuose e dolci, rarissimamente le pendenze superano il 5-7 per cento.

“Il Circuito dei Mondiali del 1976”

Aggiano ha nominato il mondiale del 1976. Ancora oggi, quel tracciato rappresenta un punto di riferimento per chi si allena in zona. Lo stesso Elio lo ha affrontato più volte sia da giovane che da amatore ed è chiamato proprio il “Circuito dei Mondiali del 1976”, a Ostuni.

«E’ anche un granfondo e di recente l’ho anche vinta – racconta Elio che a 53 anni è ancora in forma – Questo anello impegnativo, con salite brevi ma intense, continua a essere un ottimo banco di prova per ciclisti di ogni livello».

E a proposito di mondiali, Aggiano ci ha confidato che giusto qualche giorno fa lo ha chiamato un ex collega che di mondiali se ne intende visto che ne ha messi nel sacco ben tre.

«Oscar Freire, con cui sono stato tre anni alla Mapei, dove eravamo anche compagni di stanza, mi ha telefonato e mi ha detto che questa estate verrà a trovarmi a casa, a Brindisi, la mia città che nel 2020 ha ospitato un arrivo di tappa del Giro. E’ stato bello – conclude Aggiano – ma al tempo stesso mi è dispiaciuto: mi sarebbe piaciuto tantissimo arrivare a casa mia col Giro, ma ormai mi ero già ritirato».

L’esordio pro’ di Tommaso Anastasia, non solo il nipote di Flavio

11.02.2025
6 min
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E’ cresciuto gradualmente venendo scoperto un po’ per caso nonostante abbia un cognome importante. E con la maglia della Beltrami TSA Tre Colli ha già debuttato in mezzo ai pro’ al Grand Prix La Marsellaise ad inizio febbraio. Tommaso Anastasia ha 18 anni, arriva dagli juniores ed è nipote d’arte di zio Flavio, storico oro mondiale 1991 e argento olimpico 1992 della cronosquadre di 100 chilometri.

Al momento non sembra la solita storia del predestinato, ma il veronese di Sona ci ha messo tanto del suo negli ultimi anni per richiamare l’attenzione a sé. Le uniche due vittorie ottenute nelle categorie giovanili sono arrivate nel 2024 con la Autozai-Contri, proprio quando servivano per salire al piano superiore. Il giovane Anastasia ora ha rotto il ghiaccio e sa cosa lo aspetta per completarsi come corridore (in apertura foto Dallatana).

Tommaso con zio Flavio Anastasia, oro mondiale 1991 e argento olimpico 1992 nella cronosquadre di 100 chilometri
Tommaso con zio Flavio Anastasia, oro mondiale 1991 e argento olimpico 1992 nella cronosquadre di 100 chilometri

Notato da Miodini

L’ingaggio di Anastasia da parte della Beltrami TSA Tre Colli è stato senza dubbio uno dei colpi più interessanti del mercato, soprattutto in proiezione futura. Ma c’è una simpatica curiosità che lo ha portato alla squadra reggiana-parmense guidata da Roberto Miodini.

«Tommaso è un ragazzo molto interessante – racconta il diesse – che ha finito una gara dura come quella di Marsiglia molto bene. Ha pagato una comprensibile inesperienza, altrimenti sarebbe arrivato più avanti del novantesimo posto. E’ stato sempre nel primo grande gruppo inseguitore che poi si è sfaldato nelle ultime due salite, ma è comunque stato bravissimo. Ora devo conoscerlo meglio in gara, ma sarà da valutare a pieno regime dopo la maturità. Fino ad allora deve restare tranquillo, imparare dai compagni più esperti e correre per fare esperienza.

«Non lo conoscevamo – prosegue Miodini – e lo abbiamo scoperto andando a seguire il suo compagno di squadra Garbi, un ragazzo della nostra zona che poi è venuto anche lui da noi. Siamo rimasti subito colpiti da Tommaso. Gli abbiamo fatto fare dei test e i suoi dati dicono che ha del motore. Dipenderà da lui cosa vorrà fare e dove vorrà arrivare, come per tutti. Abbiamo avuto degli esempi nitidi in casa. Deve crederci lui e non perché glielo dicono gli altri».

Anastasia compie il capolavoro al Buffoni battendo Galbusera. E’ il secondo successo del 2024 (foto Fruzzetti/italiaciclismo.net)
Anastasia compie il capolavoro al Buffoni battendo Galbusera. E’ il secondo successo del 2024 (foto Fruzzetti/italiaciclismo.net)
Tommaso, fin qui le parole di Miodini, ora tocca a te: raccontaci il tuo esordio. E’ stato più duro del previsto?

E’ stato in linea con le mie aspettative. Sapevo già da tempo che avrei corso a Marsiglia e quindi avevo preparato bene la distanza. Infatti non mi ha spaventato fare più di 160 chilometri, ma sono rimasto impressionato dal ritmo. Siamo andati forte nella prima ora perché voleva andare via la fuga. E siamo partiti praticamente in salita, che non mi era mai capitato da juniores.

Il resto della gara com’è andato?

Bene, col passare dei chilometri ho avvertito sensazione sempre migliori. Ho tenuto il gruppo dei forti fin dove ho potuto, ma nel finale ho preso troppo indietro una salita e ho dovuto inseguire. Chiaramente è un discorso di inesperienza, perché ho capito quanto siano importanti quei momenti in cui guadagnare posizioni in gruppo per non soffrire dopo. Fa tutto parte di questo percorso.

Oltre alla Beltrami avevi avuto altre proposte?

Sì, qualche altra squadra mi aveva cercato, ma quando ho saputo che interessavo a loro, ho scelto subito la loro offerta. Il progetto della Beltrami è quello che mi è piaciuto di più, proprio per il tipo di calendario che fanno. Possono correre gare con i pro’ e questo aiuta tanto la crescita di un’atleta. Spero di farne il più possibile e spero che questa squadra possa essere un trampolino di lancio per me.

Tommaso Anastasia (al centro) ha scelto il progetto della Beltrami per poter crescere gradualmente (foto Dallatana)
Tommaso Anastasia (al centro) ha scelto il progetto della Beltrami per poter crescere gradualmente (foto Dallatana)
Che tipo di corridore è Tommaso Anastasia?

Le mie caratteristiche sono da passista-veloce. Mi piacciono le salite brevi, tipo le Ardenne e mi trovo a mio agio nelle gare mosse in cui posso provare la fuga da lontano o magari giocarmi uno arrivo ristretto visto che non sono fermo in volata. Sto lavorando sulle salite più lunghe e voglio migliorare la resistenza, per avere nei finali la stessa performance del resto della gara.

Come stai conciliando scuola e ciclismo?

Il carico di lavoro in bici è aumentato ovviamente, però in modo graduale, specie in funzione dello studio. Frequento l’istituto economico di Villafranca con l’indirizzo di sistemi informatici aziendali. Vado bene, anche se non sto al passo come gli altri miei compagni di classe. Col tutor tuttavia riesco a programmare interrogazioni e compiti in base alle assenze per le gare senza grossi problemi.

Le annate da juniores come sono state?

Tenete presente che fino ad allievo avevo fatto molto poco. Correvo con la S.C. Valeggio, con cui ho fatto anche il primo anno da juniores. Nel frattempo ero cresciuto anche fisicamente. Mi sono fatto vedere con un terzo posto e altri piazzamenti nei dieci, guadagnandomi la chiamata della Autozai-Contri, dove ho fatto un vero e proprio salto di qualità. So di avere ancora margini di miglioramento. Infatti già adesso mi sento cambiato. Sento di non essere al limite e questo è anche importante per impostare le tabelle col mio preparatore Paolo Artuso in accordo con la squadra.

Tommaso Anastasia ha aperto il 2025 correndo il GP La Marsellaise in mezzo ai pro’ (foto Dallatana)
Tommaso Anastasia ha aperto il 2025 correndo il GP La Marsellaise in mezzo ai pro’ (foto Dallatana)
Zio Flavio, che stravede per te, ti ha ispirato oppure hai avuto qualche altro riferimento?

Naturalmente per una questione anagrafica non ho potuto vivere il periodo di Flavio, però ho visto le sue imprese sul web, su YouTube. Di sicuro lui ha influito perché ho parlato molto con lui di ciclismo. Andando invece su qualcuno di più contemporaneo a me, quello che mi piace più di tutti è Alaphilippe. Fatte le debite proporzioni, come caratteristiche mi sento molto simile a lui.

Quali sono le prossime gare e i tuoi obiettivi per il 2025?

Dovrei correre la San Geo e forse il Laigueglia, se la Beltrami sarà invitata. Poi non vedo l’ora di correre il Palio del Recioto, che è poco lontano da casa mia, anche se a settembre a Sona si corre da tanti anni il GP San Luigi. Per il resto cercherò di essere di supporto alla squadra ed imparare il più possibile. Vorrei mettermi in mostra sia in mezzo ai pro’ che nelle gare internazionali per U23. Se arriveranno piazzamenti o vittorie tanto meglio. Di solito nelle seconde parti di stagione sono sempre andato meglio, speriamo sia così anche quest’anno.

Sgaravato, le speranze di Villa e il ricordo di Sara Piffer

11.02.2025
5 min
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Nel parlare con Asia Sgaravato, aleggia sempre un velo di tristezza e non potrebbe essere altrimenti. Asia è del Team Mendelspeck, lo stesso di Sara Piffer, la sfortunata ciclista ennesimo doloroso tributo alla strada. La sua scomparsa ha ferito profondamente il team che fatica a digerire quanto avvenuto, perché Sara, il suo sorriso, la sua fame di successi non potranno mai essere accantonati nella memoria.

Asia però cerca di trovare proprio nell’esempio di Sara la forza per andare avanti: «Stiamo cercando tutte – racconta la diciottenne veronese – di tirarci fuori dal dolore, di affrontare allenamenti e gare con entusiasmo perché sappiamo che lei avrebbe voluto così. E’ stato un duro colpo per tutte. Io avevo imparato a conoscerla come avversaria, lungo le strade d’Italia, eravamo state insieme anche in un ritiro in Trentino. Era una ragazza sempre disponibile, anche se eravamo avversarie, in ogni occasione non mancava mai una parola, un saluto. Ci manca molto».

Asia con Ivan Quaranta e le compagne Beatrice Bertolini e Carola Ratti, bronzo nel team sprint iridato 2023
Asia con Ivan Quaranta e le compagne Beatrice Bertolini e Carola Ratti, bronzo nel team sprint iridato 2023
Quando ti alleni la sua vicenda ti coinvolge anche dal punto di vista emotivo? Hai paura?

Allenarsi è sempre difficile, è sempre un rischio. Io mi alleno principalmente sulle strade della Valpolicella, non è mai semplice e ci metto tutta l’attenzione possibile, ma devo dire che da queste parti il ciclismo ha una tradizione solida, il che si traduce in abitudine degli automobilisti a trovarsi davanti ciclisti e quindi a metterci grande cautela. La paura però c’è, inutile negarlo, anche di più di questi tempi perché al posto di Sara potevo benissimo esserci io o chiunque altra fa questo sport.

Parlavi di attenzione, quali accortezze cerchi di usare?

A parte tutte le segnalazioni possibili anche nell’abbigliamento, anche quando siamo in due ad allenarci andiamo in fila indiana o affiancate ma molto strette, perché sappiamo andare in bici. Ma chi non è del mestiere? Una cosa ad esempio alla quale molti non prestano attenzione è la convivenza tra ciclisti e camion: quando questo sorpassa desta un forte spostamento d’aria se è vicino e è difficile restare in equilibrio, rischi di cadere e farti male. Peggio ancora se ci si allena per la cronometro: come tieni la bici sulle protesi? Chi guida dovrebbe provare la differenza, per capire.

Nella passata stagione la Sgaravato ha colto una vittoria e ben 8 top 10
Nella passata stagione la Sgaravato ha colto una vittoria e ben 8 top 10
Di te si parla molto come un ottimo prospetto soprattutto per la pista, lo stesso Villa ha avuto molti elogi. Come ci sei arrivata?

E’ stato un cammino parallelo a quello su strada, la particolarità però è che inizialmente facevo un po’ di tutto, nel senso che mi dividevo fra endurance e velocità. Anzi, il primo anno junior ero soprattutto nella velocità, ho anche fatto parte del team ai mondiali di Cali, come deputata alla chiusura. Mi allenavo di più però con le ragazze dell’inseguimento, ero quindi un ibrido. Poi dal secondo anno mi sono dedicata solo alle prove endurance. Anche quest’inverno ho lavorato molto su pista, grazie anche al Team Mendelspeck che ha sempre visto di buon occhio la doppia attività.

Tu hai provato i due diversi settori, hai trovato molte differenze?

Sì, sono due concezioni di lavoro diverse. I lavori per la velocità sono più brevi e intensi, quelli per le altre prove più legati alla resistenza. Difficile farli convivere, ma quel che ho fatto ha avuto il suo peso, tanto è vero che nel quartetto sono impiegata al lancio proprio per le qualità di esplosività che mi porto dentro. Partire forte è un po’ la mia specialità.

Le capacità esplosive della veneta l’hanno promossa al lancio del quartetto azzurro juniores
Le capacità esplosive della veneta l’hanno promossa al lancio del quartetto azzurro juniores
E su strada chi è Asia Sgaravato?

Una ragazza che si sta scoprendo pian piano. La cosa principale è che le due attività sono complementari, ognuna serve all’altra e quindi andrò avanti continuando a dividermi. Attualmente sto cercando di lavorare molto per migliorare in salita, anche a costo di perdere qualcosina nel mio spunto veloce perché ormai nel ciclismo moderno il velocista puro non c’è più, non trova spazio. Devo cambiare un po’ le mie caratteristiche.

Riesci a far coincidere le due attività?

E’ un po’ la mia sfida costante, riuscire a tenere in equilibrio strada e pista. Il fisico però si sta abituando, non mi pesa più così tanto. La pista la inserisco a metà settimana così spezza un po’ la routine, in modo da poter caricare prima e dopo. E vedo che i lavori su pista sono molto utili nelle mie attività del fine settimana.

Vittoria in solitudine alla Giornata Rosa-Latterie Inalpi nel 2024 (foto Ossola)
Vittoria in solitudine alla Giornata Rosa-Latterie Inalpi nel 2024 (foto Ossola)
Il team ti supporta in che maniera?

Segue costantemente la mia attività, ad esempio modula anche il mio lavoro su pista per non sovraccaricare le ginocchia. L’attività da velocista mi aveva lasciato questo piccolo “regalo” sotto forma di problemi alle articolazioni che richiedono attenzione nella struttura degli allenamenti. D’altronde la figlia del presidente, Elena Pirrone, faceva anch’essa pista, quindi nel team sono abituati a cicliste che fanno doppia attività, sanno che benefici porta.

Continuerai quindi con la pista?

Sì, sperando che arrivino le convocazioni azzurre desiderate e che sia possibile fare gare all’estero, perché sono quelle che ti aiutano a crescere. Il calendario italiano è troppo ridotto. Quest’anno però la mia preminenza iniziale è la scuola, ho la maturità e quindi fino all’estate dovrò far coincidere sport e studio.

La diciottenne si divide con profitto fra pista e strada e punta a una top 10 all’estero
La diciottenne si divide con profitto fra pista e strada e punta a una top 10 all’estero
Ti sei posta un obiettivo?

Vorrei tanto riuscire a centrare una top 10 all’estero, sarebbe la maniera migliore per farmi vedere. Io comunque darò il massimo in ogni occasione, che sia pista o strada, in Italia o fuori, perché su quest’attività ho investito tutta me stessa.

GS Stabbia: i 50 anni, l’arrivo di Di Fresco e la voglia di continuare

11.02.2025
6 min
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Dalle parole di Pino Toni, nuovo diesse al Team Casano, è nato lo spunto per questo articolo. La formazione juniores toscana per la stagione 2025 ha deciso di affiliarsi allo Stabbia, storica squadra giovanile della regione. Nella serata di sabato 7 febbraio, insieme alla presentazione della rosa e dello staff per la stagione 2025 c’è stato modo di festeggiare i cinquant’anni dello Stabbia. Una realtà che ha lanciato tanti ragazzi e che stava per chiudere, se non fosse stato per la lungimiranza di Giuseppe Di Fresco staremmo parlando di un’altra formazione giovanile costretta a chiudere i battenti. 

«In realtà – dice Luciano Benvenuti, presidente e uno dei fondatori dello Stabbia – siamo nati nel 1974, quindi avremmo dovuto fare la festa alla fine dello scorso anno. E’ andata così, e va bene, anche perché abbiamo potuto celebrare l’unione con il Team Casano e presentare la squadra per il 2025».

Giuseppe Di Fresco durante la festa per i 50 anni del GS Stabbia che corrispondeva con la presentazione del Team Casano 2025 (foto Giovanni Rastrelli)
Giuseppe Di Fresco durante la festa per i 50 anni del GS Stabbia che corrispondeva con la presentazione del Team Casano 2025 (foto Giovanni Rastrelli)

Punto di riferimento

La società Stabbia, che nasce in un piccolo comune in provincia di Firenze non lontano da San Baronto, è stata un punto di riferimento del movimento giovanile toscano per tanti anni. 

«Fino al 2007 – continua a raccontare Benvenuti – abbiamo sempre avuto le categorie giovanili: esordienti, giovanissimi e allievi. In tanti anni di attività siamo riusciti a ottenere più di 200 vittorie. Ma forse gli anni più belli arrivano proprio dal 2007 in poi, in quella stagione con una squadra di cinque allievi ottenemmo 22 vittorie su 39 gare disputate. Vincemmo il campionato nazionale, quello toscano, la Coppa d’Oro, il Gran Premio della Liberazione e tanto altro».

«Poi nel 2008 – prosegue – creammo anche la squadra juniores e da lì arrivarono tanti ragazzi forti e che ora sono professionisti affermati. Nel 2010 venne Alberto Bettiol che l’anno successivo con la nostra maglia vinse il campionato europeo a cronometro juniores e il Giro della Lunigiana. Ma non fu l’unico nostro successo in quella gara: due anni prima la conquistò Simone Antonini e nel 2017 Andrea Innocenti».

Alberto Bettiol da juniores ha corso con la maglia del GS Stabbia, erano le stagioni 2010 e 2011
Alberto Bettiol da juniores ha corso con la maglia del GS Stabbia, erano le stagioni 2010 e 2011
Poi come si è arrivati alla quasi chiusura?

Il 2019 è stato l’ultimo anno di spicco e nel quale avevamo una squadra numerosa dove contavamo una dozzina di ragazzi. Poi è arrivato il Covid ma eravamo già in fase di smantellamento. 

Come mai?

C’erano sempre meno ragazzi iscritti e anche il personale non era di livello. Il nostro diesse di riferimento, Tiziano Antonini, si era trasferito alla Maltinti per fare un’esperienza con la categoria under 23. Lui era il nostro factotum per la gestione dell’attività agonistica. Poi è cambiata anche la comunità.

In che senso?

Stabbia è un paesino di 2.000 abitanti nel quale tutti si davano una grande mano a vicenda. Siamo stati abituati bene (dice con un sorriso, ndr) perché avevamo tanti volontari pronti a sostenerci. Per anni abbiamo tenuto testa alle squadre del nord, più attrezzate e ricche. Ma quando poi manca il personale di livello i ragazzi non vengono più a correre. Siamo andati avanti fino al 2024 ma avevamo in mente di chiudere.

Fino a quando non è arrivato Di Fresco…

Mi ha detto: «Luciano, non si può far chiudere una società storica come la vostra, perché non venite a darci una mano a noi?». Così è nato il progetto di fare l’affiliazione in vista del 2025. Il Casano ha una decina di ragazzi, mentre noi diamo il supporto con i mezzi e un diesse. La squadra doveva essere in mano a Di Fresco, ma con il problema di salute che ha avuto dovrà stare lontano dalle corse. Al suo posto è subentrato Pino Toni che è una figura di grande esperienza. 

Con i colori della squadra toscana ha corso anche Vincenzo Albanese, qui al centro
Con i colori della squadra toscana ha corso anche Vincenzo Albanese, qui al centro
La decisione di chiudere era arrivata perché non si riusciva più a fare una squadra?

Si era arrivati a fare squadre sempre meno competitive, il nostro spirito non è solo quello di vincere, ma di divertirsi e di permettere ai ragazzi di essere competitivi. Da noi sono passati tantissimi campioni, come Vincenzo Albanese, Alberto Bettiol e Filippo Magli. Ogni anno c’erano corse e tanti atleti, ora i numeri sono scesi.

Come in tutto il movimento giovanile…

Se la Federazione non fa qualcosa di concreto la situazione diventa irreversibile. Nel 2024 in Toscana c’erano sette squadre juniores e solo otto di under 23. Non ci sono più ragazzi che si avvicinano a questo sport. Noi facevamo squadre da quaranta allievi, ora se ce ne sono dieci sono tanti. Alla Federazione chiediamo anche dei provvedimenti e di fare qualcosa per contrastare gli incidenti stradali. Leggere certe notizie non incentiva i genitori a far avvicinare i propri figli a questo sport. 

Nel 2017 arriva il terzo successo al Giro della Lunigiana per il GS Stabbia, questa volta con Andrea Innocenti (duzimage)
Nel 2017 arriva il terzo successo al Giro della Lunigiana per il GS Stabbia, questa volta con Andrea Innocenti (duzimage)
Collaborare con il Casano è un modo per provare ad andare avanti?

Per continuare a coltivare una passione che personalmente mi spinge da sessant’anni. Finché riuscirò resterò nel ciclismo, anche solo per dare una mano. Devo ammettere che quando è arrivato Di Fresco e mi ha parlato del Giro della Lunigiana mi ha conquistato subito. Ho un debole per quella corsa, sia per le vittorie ma anche da appassionato di ciclismo. 

Ha già avuto modo di vedere i ragazzi?

Oltre alla presentazione sì. Non siamo vicinissimi ma loro sono venuti ad allenarsi da queste parti qualche volta. Un paio di domeniche fa sono andato io a Massa, devo ammettere che ho visto dei ragazzi volenterosi e validi. Il ciclismo deve basarsi su questi elementi per avvicinare altri giovani e ripartire.