Lelangue ci guida nell’atmosfera dell’Opening Weekend

16.02.2025
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Mancano poco meno di due settimane all’inizio della stagione delle Classiche, la gara che darà il via a tutto sarà la Omloop Het Nieuwsblad che porterà il gruppo da Gent a Ninove. Un assaggio di pietre, il primo della stagione, al quale seguirà il giorno dopo la Kuurne-Brussel-Kuurne. Da quelle parti, dove il ciclismo è poco meno o poco più di una religione, il fine settimana dell’1 e 2 marzo prende il nome di opening weekend. John Lelangue, ora impegnato con il Tour de Pologne, ci racconta cosa vuol dire per i belgi vivere quel fine settimana all’insegna e del ciclismo e che aria si respira. 

«Per tutti gli appassionati di ciclismo belgi – racconta Lelangue – il fine settimana della Omloop Het Nieuwsblad e della Kuurne-Brussel-Kuurne apre la stagione. E’ vero che si è corso in Australia, in Spagna e negli Emirati Arabi, ma per un belga la stagione inizia sulle pietre delle Fiandre. L’attesa cresce e prende sempre più forma, man mano che passano i giorni. Sui quotidiani il ciclismo prende sempre più spazio, se ne parla in ogni posto e in tutte le trasmissioni radiofoniche e televisive». 

Sui giornali si parla già delle corse e dei protagonisti del Nord, qui Het Nieuwsblad il quotidiano belga
Sui giornali si parla già delle corse e dei protagonisti del Nord, qui Het Nieuwsblad il quotidiano belga

Arrivano i campioni

Nell’epoca moderna il ciclismo inizia a metà gennaio, dall’altra parte del mondo, con il Santos Tour Down Under. Ma per chi vive di questo sport contano i fatti e le tradizioni. Una vittoria nel deserto non vale quanto il primo confronto sul pavé. 

«Per i tifosi – continua Lelangue – è la prima volta che si possono vedere dal vivo i corridori e i protagonisti della stagione delle Classiche. E’ un momento speciale che vive di emozioni e di attesa. Per le squadre belga, come la Lotto DSTNY, la Soudal Quick-Step, la Alpecin-Deceuninck e l’Intermarché-Wanty queste due gare hanno un valore speciale. Sono fondamentali per vedere e testare il peso della rosa. Uscire dall’opening weekend senza un buon risultato equivale a una sconfitta».

La Omloop Het Nieuwsblad è il primo contatto del pubblico belga con i corridori
La Omloop Het Nieuwsblad è il primo contatto del pubblico belga con i corridori
Si inizia con la Omloop Het Nieuwsblad. 

Da anni questa gara apre il calendario belga, lo faceva trent’anni fa quando si chiamava Het Volk e non è cambiato nulla. Si tratta dell’esordio per i protagonisti del pavé. Il clima è subito agguerrito, e per fortuna che il giorno dopo si corre la Kuurne-Brussel-Kuurne perché l’atmosfera è infuocata. 

Per i tifosi quanto è importante?

Prima tantissimo. Ora con la televisione e le notizie si resta aggiornati anche delle gare di gennaio e febbraio. Però un vero appassionato belga non dà tanto peso a quei successi, per loro contano i risultati sul pavè. Se quella che dal Giro delle Fiandre alla Parigi-Roubaix è la settimana santa allora l’opening weekend è il Natale. Tutti i giorni si parla di ciclismo.

La presentazione delle squadre avviene nel velodromo Kuipke di Gand, una festa continua con palco, deejay e presentatore
La presentazione delle squadre avviene nel velodromo Kuipke di Gand, una festa continua con palco, deejay e presentatore
Da quanti giorni prima si entra nel clima giusto?

Dalla domenica prima della corsa. I siti e i giornali iniziano con approfondimenti e pagine dedicate con interviste a corridori e team manager. Non un articolo, ma tre, quattro o cinque pagine. 

E finalmente si corre…

La presentazione delle squadre per la Omloop Het Nieuwsblad è nel velodromo Kuipke di Gand ed è una festa immensa. Ci sono un deejay, il presentatore e tantissimo intrattenimento. I corridori entrano, fanno un giro, salgono sul palco e firmano. Da quel momento inizia la stagione delle Classiche. E’ la prima volta che il pubblico è a contatto con i corridori. 

Poi si passa all’azione. 

Intanto le strade si riempiono di gente, che sarà sempre sui percorsi da lì fino alla Roubaix. Anche nelle gare in settimana il pubblico non manca mai. In Belgio l’appassionato di ciclismo preferisce stare in strada, ma non tutti possono, così le gare si guardano anche in TV. Non potete immaginare l’audience che raggiungono le corse durante l’opening weekend

Il pubblico accorre numeroso alla prima gara sulle pietre e sarà presente fino al Giro delle Fiandre
Il pubblico accorre numeroso alla prima gara sulle pietre e sarà presente fino al Giro delle Fiandre
Quanto è importante per un corridore esserci?

Molti atleti spingono per essere al via delle gare (uno di questi è Wout Van Aert che negli ultimi anni ha sempre corso alla Omloop Nieuwsblad, ndr). Non sempre i programmi coincidono, ma è fondamentale per i leader vedere e capire come si muove la squadra

Cosa vuol dire avere tutta quell’attenzione addosso?

Che se non arriva un buon piazzamento tra Omloop Het Nieuwsblad e Kuurne-Brussel-Kuurne i giornali e i tifosi ne parleranno nei giorni successivi. E se va bene la pressione sale ancora, così come le aspettative. Pensate che se in una delle due gare va via una fuga numerosa senza che ci siano corridori dei top team belga per i tifosi è una cosa negativa. Infondo sono corse paragonabili alle prime gare a tappe di rilievo per gli scalatori. Se uno di loro va alla Parigi-Nizza o alla Tirreno-Adriatico e fa male tutti lo notano. 

La curiosità maggiore è intorno ai tratti in pavé, come ci arriveranno gli atleti?
La curiosità maggiore è intorno ai tratti in pavé, come ci arriveranno gli atleti?
Per i belgi la curiosità aumenta perché poi si corre sempre su quelle strade, fino al Fiandre. 

La vera attenzione è posta su come un corridore affronta il pavé. Magari perde in volata ma se sui tratti con le pietre si mette in mostra, attacca e va forte allora i tifosi e gli addetti ai lavori lo notano. Sui quei settori si passa dieci o dodici volte nell’arco di due mesi, capire come vengono affrontati è un primo riscontro. 

L’altro grande appuntamento qual è?

Pochi giorni dopo c’è Le Samyn, ma non ha una grande rilevanza. Si passa direttamente alla Milano-Sanremo e alle Classiche.

Bilancio del ciclocross. Pontoni mette i numeri sul tavolo

16.02.2025
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Il 22 febbraio ci sarà il Consiglio federale e anche Daniele Pontoni è sulla graticola. E’ confermato fino a ottobre, ma c’è da programmare un intero quadriennio e il discorso è ben diverso. Il tecnico friulano giunge all’appuntamento mettendo sul tavolo quanto fatto dall’inizio del suo mandato, in particolare nel ciclocross e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, con un progresso e un prestigio acquisito che sono frutto di grande lavoro.

Sono i numeri a parlare a favore dell’ex iridato: «Tra ciclocross e gravel abbiamo conquistato ben 21 medaglie, tra le quali metto anche con particolare soddisfazione la Coppa del mondo vinta da Viezzi. Negli ultimi due anni abbiamo vinto due titoli nella stessa categoria e questo non capita spesso, soprattutto fra gli juniores, significa che abbiamo investito bene e che il lavoro a livello giovanile ha funzionato, ma non siamo assolutamente arrivati, c’è ancora tanto da fare».

Stefano Viezzi, friulano come il cittì: con lui e Agostinacchio il futuro è assicurato
Stefano Viezzi, friulano come il cittì: con lui e Agostinacchio il futuro è assicurato
La curiosità è che in entrambi i casi non c’è stata la possibilità di difendere il titolo, visto che sia Viezzi che prossimamente Agostinacchio cambieranno di categoria…

E’ vero, ma significa, guardando la cosa da una prospettiva diversa, che l’anno prossimo avremo due campioni a competere fra gli under 23 e penso che sarà una grande opportunità, avremo di che divertirci… Ma io andrei anche oltre perché non abbiamo solo Stefano e Mattia. Credo che la forza vera del movimento è che abbiamo un folto gruppo di corridori di vertice, basti pensare che quest’anno fra juniores e Under 23 siamo andati a medaglia con 5-6 corridori diversi e questa è una novità. Ma io sono convinto che andando avanti questo numero si allargherà ancora.

Una delle caratteristiche di questi anni è stata l’aver voluto coinvolgere sempre più anche gli allievi. Si è sempre detto che a quell’età il ciclismo deve mantenere un preponderante aspetto ludico, ma nel ciclismo attuale così precoce sembra un discorso ormai sorpassato, tu che cosa ne pensi lavorando con loro?

E’ un tema delicato. Io credo che sia così, che ormai gli allievi siano già sotto i riflettori di procuratori e tecnici e la cosa un po’ mi spiace. Secondo me l’aspetto ludico deve continuare a pervadere l’attività non solo alla loro età ma anche dopo e soprattutto bisogna lasciare i corridori liberi di esprimersi. Faccio un esempio: quel che ha fatto Agostinacchio non solo nelle gare titolate, ma soprattutto a Zonhoven non lo insegni in allenamento. Lì c’è molto di lui, della sua fantasia, del suo modo di essere e questa libertà deve sempre rimanere.

Persico a Fayetteville, abbracciata da Pontoni dopo il bronzo iridato 2022
Persico a Fayetteville, abbracciata da Pontoni dopo il bronzo iridato 2022
E’ d’altronde fondamentale per allargare la base, continuerai su questa strada?

Se verrò confermato sicuramente, ma io vorrei segnalare che il discorso non riguarda solo noi. Guardate il ranking Uci, tra i nostri, i francesi, lo spagnolo giunto 4° ai mondiali, si vede chiaramente come gli juniores di 1° anno siano subito pronti, molto più di quanto avveniva solo pochi anni fa e noi dobbiamo essere al passo. Ormai i ragazzi non sanno più che cosa sia il timore reverenziale…

Secondo te quanto ci vorrà per trasfondere questa forza d’insieme anche fra gli elite dove ancora siamo lontani da Olanda e Belgio?

Io dico che la distanza è molto minore e si ridurrà sempre meno con atleti come Viezzi, Casasola (io penso farà lo stesso Agostinacchio) che corrono in team esteri abbinando le due discipline. Prima era un tabù, ho visto io stesso tanti talenti lasciare il ciclocross dove avrebbero potuto ottenere tanto: Persico, Toneatti, Paletti, Venturelli e potrei andare avanti a lungo. Finalmente le cose stanno cambiando e questo anche perché finalmente procuratori e tecnici iniziano a sentire le volontà dei corridori.

L’esempio di Sara Casasola, espatriata per correre in un grande team, sarà sempre più imitato
L’esempio di Sara Casasola, espatriata per correre in un grande team, sarà sempre più imitato
Secondo te l’eventuale ingresso nel programma olimpico avrà effetto?

Enorme. Io penso che cambierà completamente la cultura ciclistica anche da noi perché il discorso a cinque cerchi darà un’impronta diversa a tutta la disciplina e saranno sempre di più quelli che vorranno competere ma soprattutto squadre e sponsor che cercheranno quella vetrina. Noi dobbiamo farci trovare pronti.

E per il gravel?

Lì la situazione è più nebulosa perché la specialità deve trovare ancora la sua conformazione. Io aspetto il 22 per metterci mano, ho presentato un piano e vedremo se verrà accettato. E’ chiaro che per ora ci si muove parallelamente alla strada, con molti corridori che dedicano al gravel gli scampoli di tempo e quindi possono agire soprattutto a fine stagione, quando ci sono le gare titolate. Ma una sua conformazione tecnica, fatta di specialisti, la disciplina deve ancora trovarla.

Il gravel si sta evolvendo solo ora, ma secondo Pontoni deve ancora trovare una sua strada
Il gravel si sta evolvendo solo ora, ma secondo Pontoni deve ancora trovare una sua strada
Sinceramente, ti saresti aspettato di arrivare a fine contratto con un bilancio simile?

Scherzi? Se me lo avessero detto avrei messo 1.000 firme… Ma da solo avrei fatto ben poco, con me c’è uno staff che è andato di pari passo, è cresciuto insieme a me e ai ragazzi. Pochi sanno che le gare sono quasi un riposo per noi, è durante le settimane, durante i ritiri e gli allenamenti che si fa il grosso del lavoro ed è il più impegnativo. Ora bisogna tenere la ruota oliata, continuare a investire, avere a disposizione budget adeguati com’è stato in questi anni perché di soddisfazioni possiamo prendercene ancora tante e anche di più.

Con Kreuziger nel regno di Buitrago: dove potrà arrivare?

16.02.2025
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Santiago Buitrago ha iniziato la stagione nel migliore dei modi, anzi nel modo “giustissimo”: due vittorie di tappa e la classifica generale della Volta a la Comunitat Valenciana. Un inizio che pone l’atleta della Bahrain-Victorious sotto i riflettori e alimenta le aspettative. A 26 anni, il colombiano si avvicina al momento della maturità psicofisica: potrebbe essere lui a guidare la schiera degli outsider dietro ai super fenomeni Pogacar, Evenepoel e Vingegaard?

Per capirlo meglio, ne abbiamo parlato con Roman Kreuziger, direttore sportivo della Bahrain-Victorious, che segue Buitrago da quattro anni ed era con lui in ammiraglia durante la corsa spagnola. Margini di crescita, programmi, lavoro… Ecco cosa ci ha detto il tecnico dalla sua Repubblica Ceca in una mattina mentre fuori da casa sua c’erano 6 gradi sotto zero e nevicava. Il momento giusto per rallentare un po’ e riordinare i pensieri.

Buitrago (classe 1999) quest’inverno è rimasto a lungo in Colombia e poi è volato quasi subito sul Teide (foto @bahrainvictorious)
Buitrago (classe 1999) quest’inverno è rimasto a lungo in Colombia e poi è volato quasi subito sul Teide (foto @bahrainvictorious)
Roman, vi aspettavate un Buitrago così competitivo già alla prima corsa?

Sì, perché gli abbiamo lasciato un po’ di libertà a dicembre: non è venuto in ritiro con noi, è rimasto in Colombia nel suo ambiente. A gennaio è stato con la squadra solo per una settimana prima di salire subito su Teide. Santiago è cresciuto molto negli ultimi anni, ha preso responsabilità, anche se da fuori non sembra un leader, ormai lo è. Ora non ha più timore di chiedere le cose e questo è un segnale importante.

Ma poi servono anche le gambe e lui le aveva…

Seguivo i suoi allenamenti e vedevo che era pronto: faceva numeri importanti per essere la prima parte di stagione. Alla Valenciana, inoltre, c’era un contesto stimolante: si è trovato a correre con il nuovo arrivato Lenny Martinez e con un veterano come Pello Bilbao. Quando tre corridori del genere mettono il numero sulla schiena, vogliono sempre fare bene.

Possiamo immaginare…

La corsa è stata anche un test per noi, per capire come avrebbero comunicato e funzionato insieme. Penso che meglio di così non potesse andare. Lenny Martinez magari è rimasto un po’ deluso dal non essere salito sul podio, ma questa competizione interna fa bene. E dà stimolo anche ad Antonio Tiberi, che si unirà al gruppo all’Algarve.

Alla Valenciana per Buitrago due vittorie di tappa e la generale, davanti ad atleti top quali Almeida
Alla Valenciana per Buitrago due vittorie di tappa e la generale, davanti ad atleti top quali Almeida
In cosa vedi che Buitrago è cresciuto rispetto agli anni scorsi?

Fisicamente sta continuando a migliorare, ma il suo vero vantaggio è che non essendo stato un leader da giovane, sta crescendo piano piano, imparando anno dopo anno. La sua fiducia nelle proprie capacità aumenta costantemente e anche come persona sta maturando. Prima era più timido, ora invece, quando si sente bene, non esita a chiamare i compagni alla radio, a tenerseli più vicini durante la corsa. Anche nei meeting pre-gara chiede più cose. Questo è fondamentale, perché un leader deve motivare tutto il gruppo attorno a sé.

Anche quest’anno Buitrago farà il Tour invece del Giro. Come affronta questa sfida? E cosa possiamo attenderci?

Già lo scorso anno ha fatto un primo assaggio del Tour, correndo Parigi-Nizza e poi il Delfinato prima di prendere il via alla Grande Boucle. Ha chiuso il Tour nella top 10, un risultato eccellente per la sua prima esperienza. Quest’anno ripeteremo un programma simile proprio per vedere dove è arrivato, però senza mettergli pressione. I corridori se la mettono già da soli. Lui ha capito che il Tour è una corsa stressante, ma gli piace e voleva tornarci. Questo è un segnale positivo.

E dove può arrivare? Il gap con Pogacar e Vingegaard è colmabile?

Di certo gli avversari non dormono, quindi sarà importante valutare il livello generale nelle prossime gare. La prima vera verifica sarà alla Parigi-Nizza e questa dirà moltissimo su dove siamo e sul resto della stagione. Poi affronterà le Ardenne e il Delfinato. Per ora pensiamo passo dopo passo. Il Tour è una corsa particolare: non è solo una gara a tappe, sono 21 storie diverse, ogni giorno è una sfida a sé. La chiave sarà mantenere la concentrazione e fidarsi dei compagni. Sono sicuro che con lui saremo in lotta per fare belle cose.

Santiago sempre più leader del team. Anche in virtù dei suoi risultati la squadra crede in lui
Santiago sempre più leader del team. Anche in virtù dei suoi risultati la squadra crede in lui
State lavorando anche sulla cronometro?

Santi a cronometro si difende bene. Il Tour di quest’anno ha una crono piatta, non è corta ma neanche lunghissima, e arriva abbastanza presto, quindi non penso che sarà un problema così grande per lui. La seconda crono, invece, potrebbe essere a suo favore perché è una cronoscalata. Sarà complicata, inserita in un blocco con le tappe dei Pirenei, quindi molto dipenderà da chi avrà più energie in quel momento. In ogni caso, sulla crono non sono preoccupato. Certo, non è Tiberi, che può lottare per il podio in una prova contro il tempo, ma tra gli scalatori del Tour può sicuramente essere della partita.

Torniamo un po’ alla domanda precedente: Buitrago è pronto a guidare la schiera degli outsider?

Sì, ma il Tour è una corsa speciale. Non basta dire che è una corsa a tappe: è una sfida continua, tutti i giorni. E non si tratta neanche di una sfida da soli. Santiago, come dicevo, ha iniziato a fidarsi dei compagni e penso che avremo una bella squadra per supportarlo e metterlo nelle giuste condizioni. La Valenciana è stata un primo step fondamentale per la sua fiducia.

A proposito di squadra, con chi ha legato di più?

Molto con Zambanaini, anche alla Valenciana ha diviso la camera con lui, ma Edoardo ama correre in Italia, quindi per la Francia non sarà inserito. Un riferimento importante per Santiago è Jack Haig, atleta che ha già fatto podio alla Vuelta e sa lavorare bene per la squadra. Già lo scorso anno al Tour Santi si è fidato molto di lui, che gli ha salvato diverse giornate difficili. Ma per quest’anno il resto della squadra ha già capito il valore di Santiago e penso che tutti saranno più convinti nel lavorare attorno a lui.

Selva, il Covid, il grosso rischio e il pericolo scampato

15.02.2025
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Avevamo lasciato Francesca Selva alla fine di dicembre nei panni di coach per il compagno Oscar Winkler e dopo l’idoneità agonistica ricevuta dopo un allarme fisico. In realtà poi, era stata lei su Instagram a raccontare in maniera più approfondita la natura del problema, parlando di una miocardite da Covid. Uno dei mali tipici del nostro tempo che si è portato via ben più di un corridore e ha costretto altri a chiudere la carriera.

Francesca l’ha vista brutta e deve la vita all’intervento del suo cardiologo. Questo l’ha prevedibilmente spaventata. Si è presa un lungo periodo di stop. E adesso che ha ricominciato ad allenarsi, chiederle di parlarne è il modo per esorcizzare quel che è accaduto e far riflettere chi potrebbe trovarsi o essersi trovato inconsapevolmente nella stessa situazione. Il punto di partenza è il Covid, asintomatico e sottovalutato.

Francesca Selva, veneziana di 25 anni, al momento di trova a Noto per allenarsi su strada e in pista. Ha iniziato a frequentare la pista siciliana dal 2018 e vi è di casa. Al punto che essendo occupata la casa in cui era solita fare i soliti ritiri invernali, ha scelto di alloggiare nella foresteria del velodromo Paolo Pilone. Nel momento in cui l’Italia è sotto un rigurgito d’inverno, il sole e gli oltre 20 gradi di Sicilia sono un bel modo per farsi venire la voglia di pedalare.

Francesca Selva ha 25 anni e svolge la preparazione invernale in Sicilia sin dal 2018
Francesca Selva ha 25 anni e svolge la preparazione invernale in Sicilia sin dal 2018
Racconta, Francesca: che cosa ti è capitato?

Ho sempre sofferto di aritmie quindi sapevo già cosa volesse dire averne una, perché quelle più forti riesci a percepirle. E’ successo però che a inizio ottobre ho preso il Covid, ma senza saperlo. L’ho capito dopo tutta questa storia, perché ho riconosciuto i sintomi. Quei 2-3 giorni di febbre poco sopra i 37 gradi. Non gli avevo dato peso perché un paio di giorni prima avevo fatto per due volte cinque ore sotto la pioggia, quindi pensavo di aver preso freddo. Classico dell’autunno, no?

Invece cosa stava succedendo?

Il giorno in cui mi sono svegliata con quella poca febbre, avevo da fare ancora cinque ore, con dei lavori neanche particolari in zona 3, un po’ più del medio. Ho provato a farne uno in salita e mi sono fermata dopo una trentina di secondi perché non riuscivo a respirare. Sono andata in affanno, però era umido, pioveva e mi sono detta che potesse dipendere da quello. Era il terzo o quarto giorno di carico, quindi ho continuato.

E hai fatto le cinque ore?

Più di cinque ore, da sola. Un bell’allenamento, solo che non riuscivo a fare i lavori perché se spingevo, andavo in affanno. Come se uno mi stesse tenendo la gola e mi impedisse di respirare. Non gli ho dato peso, ma il giorno dopo mi è venuta ancora la febbre e ho ricollegato quella difficoltà al fatto che stessi incubando l’influenza. Mancava una decina di giorni ai mondiali in pista. Sono andata in Danimarca, poi mi sono spostata a Londra per correre la Tre Giorni e lì davvero mi sono accorta che qualcosa non andava. Nella normalità stavo bene, però appena abbiamo iniziato a correre la prima madison, non riuscivo neanche a tenere le ruote di quelle che si staccavano. Ero completamente in affanno, una sensazione stranissima.

Selva ha concluso la stagione invernale alla Sei Girni di Brema insieme a Veronika Bartonikova (foto Instagram/Frontalvision)
Selva ha concluso la stagione invernale alla Sei Girni di Brema insieme a Veronika Bartonikova (foto Instagram/Frontalvision)
Poteva dipendere da una condizione non buona?

Il livello non era astronomico, c’erano la Guazzini e la Consonni, però a ruota ci potevo stare senza problemi. Invece faticavo e non capivo perché. La cosa strana è che le altre scendevano di bici con 160-170 battiti medi e io invece ne avevo 190, con picchi di 210 che non ho mai avuto in vita mia. Finché una settimana dopo, mentre mi allenavo su strada in un tratto di discesa, mi è sembrato di sentire un’aritmia. Ho guardato per vedere i valori e il cardio segnava zero, come se si fosse scollegato. Poi, appena si è ricollegato, segnava 195 battiti, nonostante non stessi neppure pedalando.

Sei andata da un medico?

No, ho continuato a correre, anche perché la stagione invernale è quella degli ingaggi migliori. Ho pensato che il mio corpo avesse bisogno di riposo. Non avendo pensato che quella febbre potesse essere Covid, ma fosse solo un’influenza: non dicono tutti questo? Così sono andata a correre a Copenhagen. Andavo meglio che a Londra, però ugualmente non recuperavo, tanto da chiedere alla mia compagna di fare i doppi turni nella madison. E alla fine, era novembre, sono andata dal mio cardiologo, che si chiama Marco Moretti, per fare la visita di idoneità, che in ogni caso mi sarebbe scaduta a gennaio.

Dicevi di avere familiarità con le aritmie?

Esattamente. Infatti da quando mi segue lui, tutti gli anni facciamo l’holter, l’ecografia e tutto quello che serve. E per fortuna questa volta, nella fase di recupero dopo la prova da sforzo, mi sono venute in serie delle extrasistole doppie e triple. Lui si è allarmato e io con lui, anche se da un lato mi sono sentita sollevata perché voleva dire che c’era un problema e non che fossi diventata di colpo la più scarsa di tutte. Però il sollievo è durato poco…

In questi giorni siciliani, con Francesca c’è il compagno Oscar che a breve volerà in Turchia per la Nations Cup
In questi giorni siciliani, con Francesca c’è il compagno Oscar che a breve volerà in Turchia per la Nations Cup
Che cosa ti ha detto il medico?

Mi ha spiegato che una cosa simile era già successa ad altri atleti, ciclisti e calciatori, che non hanno fatto una bellissima fine. Ho rischiato e non so cosa sarebbe successo se avessi continuato, ma sono contenta di non saperlo. Secondo lui si è trattato della classica miocardite da post-covid e la conferma l’abbiamo avuta ricostruendo i vari passaggi di quella febbre che ho sottovalutato, allenandomi e poi andando a correre. Io mi sono fermata, altri sono stati spinti a correre dalle loro squadre e hanno chiuso la carriera. Per fortuna, il cardiologo mi ha detto che il modo più sicuro di guarire fosse riposare e da lì mi sono fermata.

Riposo assoluto?

Ho continuato solo con un po’ di palestra, perché nella mia testa c’era l’idea di fare le Sei Giorni, ma c’è voluto un mese di stop per riavere l’idoneità. Poi per fortuna qualche gara l’ho fatta, ma dicendo sempre con grande sincerità alle mie compagne, che il mio livello non sarebbe stato quello di prima. Fra l’altro ho dovuto lasciare libera Amalie Winther Olsen, la mia compagna di sempre, che quest’inverno ha chiuso la carriera e mi sarebbe piaciuto scortarla. Ci tenevo tanto, ma non sarei stata in grado.

Come si fa a ripartire e scacciare la paura?

Cerco di stare con i battiti bassi, perché non ha senso stressare il cuore. Appena mi alzo sui pedali per fare un cavalcavia, la fatica è tanta, perché dopo un mese ferma a livello aerobico sono praticamente a zero. Adesso mi sto riabituando, però nelle prime uscite sentivo che il battito era pesante e mi chiedevo se fosse così anche prima. Ho passato un mese di transizione, in cui cercavo di non stancarmi neppure a salire le scale. Un po’ di paranoia, comunque di paura. L’ansia di riposare, di stare ferma, di non fare niente perché non volevo assolutamente che succedesse qualcosa di irreparabile.

Nel 2023, Francesca Selva ha preso parte alla Champions League, anche quella volta con qualche problema di salute (foto SWpix.com)
Nel 2023, Selva ha preso parte alla Champions League, anche quella volta con qualche problema di salute (foto SWpix.com)
Hai mai pensato di mollare il ciclismo?

Diciamo di no. All’inizio ero arrabbiata. Pensavo: “Sono un’atleta e ho rischiato di fare un infarto, dovrei essere l’esempio di persona che fa la vita attiva, mangia bene e si allena e invece stava per succedere anche a me”. Quando ho parlato col dottore, fra le ipotesi che mi sono vista davanti c’era anche che non avrei potuto fare più alcuno sport. Per me sarebbe stato ancora più pesante, perché fin da bambina non sono mai stata ferma. Per questo ho accettato di fermarmi. Ho fatto un mese completo di stop per fare un reset del corpo, sperando che questo poi mi permetta anche di migliorare il mio livello. E così riparto dalla Sicilia, pensando a cosa sarebbe potuto accadere se non fossi andata dal medico e avessi insistito a correre pensando di aver avuto soltanto un’influenza. Insomma, l’ho davvero scampata bella…

Abbiamo perso il conto degli atleti e degli ex atleti che sono morti inspiegabilmente per problemi cardiaci. Alcuni, come Sonny Colbrelli, sono arrivati a un passo dal farlo. Altri, come Francesca Selva, sono stati fermati prima che il problema divenisse irreparabile. Con la solita superficialità adesso qualcuno dirà di smetterla con la favoletta del Covid, pensiamo che invece sia acclarata la necessità di approfondire le visite di idoneità. Perché la superficialità con cui si può spiegare qualche linea di febbre negando l’esistenza del virus potrebbe portare diritti al campo santo.

L’oro di Bianchi, stavolta vissuto da campione consumato

15.02.2025
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Come un anno fa. Gli europei di Zolder, che tante positive indicazioni in chiave italiana hanno dato agli albori del nuovo quadriennio olimpico, hanno riproposto all’attenzione generale il nome di Matteo Bianchi, assoluto dominatore della gara del chilometro da fermo. E’ vero, non è gara olimpica (non ancora?) ma la sua vittoria, soprattutto per com’è venuta, per la superiorità dimostrata nei confronti di tutti gli avversari è il miglior segnale che si potesse avere.

Il giorno dopo Bianchi è già in viaggio verso casa e la cosa che emerge subito è la sua estrema tranquillità, ben diversa da quella della sua prima vittoria continentale ad Apeldoorn: «Dopo aver visto la startlist sapevo di avere buone possibilità, poi è chiaro che la gara è un’altra cosa, per vincere tutti i tasselli devono andare al posto giusto. Questa volta però ho gestito la gara in maniera diversa: nella qualificazione, pur essendo l’unico a scendere sotto il minuto ho cercato di gestirmi, di non dare tutto pensando alla finale».

La partenza di Bianchi nel chilometro. L’azzurro ha dominato la gara sin dalle qualificazioni
La partenza di Bianchi nel chilometro. L’azzurro ha dominato la gara sin dalle qualificazioni
Significa che hai una maggiore consapevolezza delle tue qualità…

Sì, comincio a conoscermi meglio, ma anche se può sembrare freddezza la mia, le emozioni le sento profondamente e vincere un evento del genere ne dà tante, ci vuole tempo per assimilarle.

Rispetto agli avversari, riferendosi al comparto generale della velocità, hai la sensazione che le cose stiano cambiando?

La distanza dai grandi dello sprint si va riducendo, lavorando giorno per giorno ci stiamo avvicinando e risultati come il mio sono il carburante giusto per continuare su questa strada. Siamo sempre più competitivi, si è visto nel torneo della velocità a squadre ma anche nella prova di Predomo in quella individuale, dove solo i maestri olandesi ci hanno fermato.

Per il bolzanino è la seconda medaglia d’oro nel chilometro da fermo, dopo Apeldoorn 2024
Per il bolzanino è la seconda medaglia d’oro nel chilometro da fermo, dopo Apeldoorn 2024
Parli sempre al plurale…

Siamo un gruppo molto affiatato, i risultati dell’uno sono i risultati di tutti. Stiamo sempre insieme e questo favorisce lo sviluppo delle dinamiche di squadra. Noi dobbiamo migliorare insieme per poter avere delle reali chance, questo è chiaro a tutti.

Poi c’è sempre il fattore età dalla vostra parte…

Sì, sappiamo di essere i più giovani e di avere maggiori margini rispetto ad altre realtà che sono sulla breccia da più tempo. Questo ci dà fiducia perché sappiamo che dobbiamo esprimere ancora il nostro maggior potenziale. Poi si vedrà, nelle nostre discipline concorrono tanti fattori, soprattutto è importante che insieme a noi, insieme alla nostra crescita fisica e tecnica vadano avanti anche la ricerca sui mezzi e sui materiali, perché le prestazioni scaturiscono da un insieme di componenti.

Il gruppo è l’arma in più del settore, ogni risultato è vissuto come frutto comune
Il gruppo è l’arma in più del settore, ogni risultato è vissuto come frutto comune
Tu sei tra i maggiori specialisti di una specialità gloriosa come il chilometro che però attualmente non fa parte del programma olimpico: questo non è un rammarico?

Dipende da quello che uno vuole, io voglio investire fortemente sul team sprint perché è la specialità che può permetterci di andare ai Giochi Olimpici. E’ uno sforzo molto simile a quello del chilometro, soprattutto per me che sono chiamato alla chiusura, quel giro finale racchiude molte delle prerogative del chilometro da fermo, il fatto di poter dare un importante contributo è un grande stimolo per me.

Il vostro team ha una formazione ormai stabile?

Abbastanza, anche a Zolder abbiamo avuto Minuta al lancio che è fra noi quello più esplosivo, poi Predomo per il secondo giro e io in chiusura. Ma abbiamo anche altre opzioni, come l’impiego di Napolitano al posto di Minuta oppure lo stesso Napolitano al lancio e Minuta al secondo giro. Avere varie possibilità è un vantaggio, anche io sono sempre disponibile a cambiare se serve.

Predomo insieme a Lavreysen. La sfida quest’anno ha visto l’azzurro più vicino al campione del mondo
Predomo insieme a Lavreysen. La sfida quest’anno ha visto l’azzurro più vicino al campione del mondo
Un dato che ha colpito è il fatto che da Zolder, dove pure si diceva che la pista fosse velocissima, non sono arrivati record, anche voi siete rimasti sopra il primato italiano pur entrando a vele spiegate fra i primi 8, cosa mai scontata…

In questo incide molto il tipo di pista, ma anche le condizioni climatiche: la temperatura, la pressione. L’impianto ci è sembrato veloce, in fin dei conti siamo rimasti intorno a un decimo di secondo dal record, quindi la prestazione è stata all’altezza e anche nel chilometro i tempi sono stati buoni.

Ora che cosa ti attende?

E’ una stagione abbastanza strana, ma lo sarà anche la prossima. Ci prepareremo per la prova di Nations Cup in Turchia ad aprile, l’unica di questa stagione, poi durante l’estate si procederà fra allenamenti e gare nazionali, con qualche puntata all’estero per le prove S1, il tutto pensando ai mondiali di ottobre.

Bianchi insieme a Quaranta, che a Zolder ha presentato un gruppo in evidente evoluzione
Bianchi insieme a Quaranta, che a Zolder ha presentato un gruppo in evidente evoluzione
Non si rischia la monotonia?

La nostra è una disciplina che si fonda sull’allenamento, sia in pista che in palestra, se il calendario è scarno non possiamo che prenderne atto. Noi d’altronde abbiamo Quaranta che è uno straordinario motivatore, è una parte importantissima di tutto il nostro progetto, ci dà i riferimenti, organizza gli allenamenti proprio per darci continuamente stimoli. Mi chiedono spesso se inseriamo anche prove su strada, ma nel nostro caso non avrebbero senso. Su strada andiamo, per fare allenamenti sul fondo e la resistenza, ma basta quello.

Tutti dicono che a Los Angeles la velocità italiana sarà chiamata a fare il salto di qualità, anche verso le medaglie. Questo non vi dà pressione?

No, non ci vogliamo pensare, almeno in questo biennio dove le Olimpiadi sono lontane, non si parla ancora di qualificazioni. Siamo concentrati sul lavoro, su responsabilità che sono positive, tanto è vero che gli europei sono stati solo una tappa, anche se a me ha portato molta fortuna…

Scappini e un inverno di cambiamenti tra cross e strada

15.02.2025
5 min
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Samuele Scappini non ha nemmeno avuto il tempo di appoggiare la bici da ciclocross e metabolizzare quanto fatto nella stagione appena conclusa che già si trova a pedalare su strada in vista della Firenze-Empoli di sabato 22 febbraio. L’ultima corsa sul fango per l’umbro è stato il campionato del mondo under 23 il primo febbraio. Un finale meno dolce rispetto ai risultati ottenuti durante la stagione invernale, che lo ha visto cambiare a correre con la maglia del Team Cingolani

«Ho fatto un riposo breve – racconta appena rientrato dall’allenamento su strada, siamo a metà pomeriggio – di quattro giorni. Mi sono dedicato al recupero, anche se ho fatto qualche uscita in bici ma solo per divertimento. Nessuna vacanza, quest’anno con il mio preparatore abbiamo deciso di fare così. Vista la condizione con cui arrivavo al mondiale, che era abbastanza buona, ci siamo detti di provare a prendere parte a questa prima gara su strada».

Samuele Scappini per la stagione 2024/2025 di ciclocross si è unito al Team Cingolani (foto Instagram)
Samuele Scappini per la stagione 2024/2025 di ciclocross si è unito al Team Cingolani (foto Instagram)

Qualche cambiamento

Per il giovane cresciuto sulle strade della sua Umbria la stagione di ciclocross 2024/2025 ha portato qualche novità. Abbandonato il team Beltrami TSA-Tre Colli si è unito alla Cingolani per il fuoristrada, mentre su strada vestirà la maglia della Work Service (che nel frattempo ha cambiato nome diventando Sam-Vitalcare-Dynatek). 

«Per quanto riguarda il ciclocross – analizza con noi Scappini – ho cambiato preparatore, ora lavoro con Matteo Belli, che mi seguirà anche su strada. Insieme abbiamo deciso di partire a correre sul fango fin da subito per sfruttare la condizione favorevole. Infatti al primo appuntamento di Corridonia sono riuscito a vincere. Ci siamo concentrati maggiormente su lavori di forza esplosiva, poi abbiamo deciso settimana per settimana come procedere».

Il confronto con atleti elite gli ha permesso di crescere parecchio e di alzare il suo standard (foto Lele Momoli)
Il confronto con atleti elite gli ha permesso di crescere parecchio e di alzare il suo standard (foto Lele Momoli)
Quest’anno nel ciclocross hai ritrovato un “vecchio” rivale: Stefano Viezzi…

Ci avevo corso contro già da junior. Quest’anno al campionato italiano abbiamo avuto un bel testa a testa e ho avuto modo di vedere che è cresciuto parecchio. Posso dire che va davvero forte, lo si è visto anche al mondiale dove è arrivato quarto al suo primo anno nella categoria. 

Come lo ha ritrovato?

Con una mentalità diversa. Ricordo che quando eravamo juniores riuscivo a batterlo perché giocavo di più sulla tecnica, visto che allenavo molto quell’aspetto. Lui nel 2024 è migliorato parecchio sulla distanza e nei rettilinei. Ha un fisico importante che gli permette di avere tanta forza. 

Nelle gare nazionali ha sempre ben figurato, dando filo da torcere a tutti e ottenendo belle vittorie (foto Instagram)
Nelle gare nazionali ha sempre ben figurato, dando filo da torcere a tutti e ottenendo belle vittorie (foto Instagram)
E’ uno di quelli con i quali ti piace confrontarti maggiormente?

In realtà preferisco scontrarmi con gli elite, come ad esempio Gioele Bertolini. A Torino c’è stato un bel duello e ha fatto fatica a staccarmi, solo una foratura nel finale mi ha allontanato da lui. Le gare fatte insieme agli elite mi hanno detto che vado forte, prendo questa cosa come un premio al mio lavoro e al preparatore. 

In cosa sei migliorato tanto, anche grazie a Matteo Belli?

Nei lavori in bici ma anche nell’alimentazione, sia prima che durante la gara. 

Scappini ha vestito la maglia della nazionale agli europei under 23 a Pontevedra, arrivando 11°
Scappini ha vestito la maglia della nazionale agli europei under 23 a Pontevedra, arrivando 11°
Com’è scontrarsi ogni domenica con atleti che poi saranno tuoi compagni di squadra in nazionale?

Da loro nel confronto imparo molto. Bertolini al mondiale di Levin ci ha mostrato bene come affrontare le curve e le canaline, in modo da viaggiare nella maniera più pulita possibile. Per il resto quando metto il numero sulla schiena non ho amici, una volta sceso dalla bici l’atteggiamento cambia, riesco a dividere molto questi due momenti. 

E’ un confronto che ti fa alzare l’asticella?

In allenamento penso alle sfide, correre contro di loro diventa un mio obiettivo migliorare per essere competitivo. Così, quando in gara mi ritrovo lì a battagliare, so di aver fatto tutto bene e che qualcosa in me c’è. 

La stagione dell’umbro classe 2005 si è conclusa con il mondiale di Levin, pochi giorni dopo era già in sella alla bici da strada
La stagione dell’umbro classe 2005 si è conclusa con il mondiale di Levin, pochi giorni dopo era già in sella alla bici da strada
E’ stato facile fare subito lo switch tra cross e strada?

Bisogna riuscire a cambiare mentalità perché si passa da allenamenti di una o due ore a uscite da quattro o anche cinque. Si deve curare maggiormente la distanza abbassando l’intensità, sto comunque continuando a tenere i lavori di forza ed esplosività. Cosa che faccio anche in palestra. Sono un corridore dallo spunto veloce, uno sprinter. Qualità nella quale il ciclocross mi dà una mano.

Che obiettivi hai per questa stagione su strada?

Correre con i professionisti e farmi vedere, mostrare che sono migliorato. Se penso a una disciplina sulla quale emergere dico senza dubbio la strada. Il ciclocross è un divertimento che mi dà tanto durante l’inverno, sia per la preparazione sia per la tecnica di guida. Voglio che continui a far parte del mio essere ciclista.

Come inserire il Grande Giro nella programmazione stagionale…

15.02.2025
5 min
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La programmazione di una stagione è un processo complesso, soprattutto quando si ha come obiettivo un grande Giro. Preparare un atleta per una corsa di tre settimane richiede attenzione a ogni dettaglio, sia dal punto di vista fisico che mentale. Ed è un processo lungo mesi.

Paolo Slongo, storico preparatore di Vincenzo Nibali e da anni tecnico di Elisa Longo Borghini, ci aiuta a capire quanto influisca un grande Giro sulla preparazione di un corridore e quali siano le differenze tra puntare al Giro d’Italia, al Tour de France e alla Vuelta.

Giuseppe Martinelli, Vincenzo Nibali, Paolo Slongo, Tour de France 2014
Paolo Slongo ha allenato Nibali per tutte le sue vittorie più belle. Oggi è un coach al UAE Team Adq
Giuseppe Martinelli, Vincenzo Nibali, Paolo Slongo, Tour de France 2014
Paolo Slongo ha allenato Nibali per tutte le sue vittorie più belle. Oggi è un coach al UAE Team Adq
Paolo, quanto influisce la scelta di un Grande Giro sulla programmazione della stagione?

Influisce moltissimo. Se un atleta punta al Giro, tutta la preparazione invernale viene impostata in funzione di quell’obiettivo, con una progressione di carico che culmina in primavera. Chi punta al Tour, invece, spesso comincia la stagione più forte, con una pausa dopo le classiche delle Ardenne per poi ripartire in vista di luglio. Il ciclismo moderno ha reso ancora più complicata questa programmazione, perché il livello di competitività è molto alto fin dalle prime gare dell’anno.

Quali sono le principali differenze tra preparare il Giro e il Tour?

Il Giro arriva a maggio e richiede una crescita graduale, arrivando in forma al momento giusto. Si corre spesso in condizioni climatiche più variabili e la preparazione prevede una progressione più costante. Il Tour è un’altra cosa: chi lo punta sa che, se sbaglia, rischia di compromettere tutta la stagione. Il livello medio è altissimo e bisogna essere al top sin dalla prima settimana. Inoltre, il periodo di preparazione è diverso, con un focus maggiore sugli allenamenti ad alta quota e sulla resistenza alle alte temperature.

E fare due Grandi Giri nella stessa stagione per vincere è oggi un’opzione realistica? Togliamo Pogacar… chiaramente.

Dipende molto dall’atleta. Fare Giro e Vuelta è più gestibile rispetto a fare Giro e Tour o Tour e Vuelta, che sono più ravvicinati. Il problema è recuperare le energie e riuscire a ritrovare una condizione competitiva. Se un corridore sbaglia il primo Grande Giro della stagione, può arrivare meglio al secondo, ma il rischio è sempre quello di accumulare troppa fatica. Fare bene in entrambi è difficilissimo… e in pochi ci riescono.

La Tirreno-Adriatico vede una concentrazione di leader per ciascun team: il livello sale di conseguenza
La Tirreno-Adriatico vede una concentrazione di leader per ciascun team: il livello sale di conseguenza
Oggi la programmazione degli appuntamenti forse è diversa rispetto già a pochi anni fa: non si tratta solo del leader del team (ammesso che non sia un super leader) è così?

Sì, perché oggi le squadre programmano tutto nei minimi dettagli. In passato c’erano corridori sempre competitivi, mentre oggi le squadre preferiscono avere una rosa ampia con diversi capitani che puntano a obiettivi specifici. Questo ha alzato il livello in ogni corsa: non si può più arrivare al Giro dopo aver corso la Tirreno-Adriatico o le Ardenne a pieno gas, perché il rischio è di non essere al meglio quando conta davvero. Alla Tirreno di turno c’è chi porta quell’atleta (o anche più di uno) per vincere e che ha preparato quello specifico appuntamento.

E invece quanto conta l’aspetto mentale nella preparazione di un Grande Giro? Sapere che ha dicembre o gennaio quando inizia devi andare forte a maggio?

Conta tantissimo. Un atleta deve essere motivato e convinto dell’obiettivo, altrimenti rischia di arrivare scarico mentalmente. La preparazione a un grande Giro significa sacrificare tutto in funzione di quell’appuntamento, sapendo che lungo il cammino ci saranno gare in cui non si sarà competitivi al massimo.

Che poi un conto è essere pronti per il Giro e quindi a maggio e un conto è per il Tour. Devi aspettare un un ulteriore mese. Con un obiettivo così distante a livello temporale non è facile trovare la concentrazione forse…

Qui entra in gioco il ruolo del preparatore, che deve anche saper gestire l’aspetto psicologico, aiutando l’atleta a rimanere concentrato e a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Perché immagino che non sempre potrà andare forte. Devi essere sincero con lui o lei e parlare chiaramente.

Allenarsi per obiettivi lontani non è facile, anche da un punto di vista mentale
Allenarsi per obiettivi lontani non è facile, anche da un punto di vista mentale
Cioè?

Dirgli che non si aspettasse di andare forte in quella gara, che probabilmente soffrirà più del dovuto, che magari in qualche occasione dovrà persino mollare un po’. Se punta al Tour o anche al Giro, in alcune gare precedenti per forza di cose non sarà al top. Questo era un bel problema che avevo con Vincenzo: lui voleva andare sempre forte. Anche perché poi iniziavano le critiche…

Oggi conta più l’allenamento o la corsa per trovare la condizione?

Si fa un mix tra le due cose. Una volta si diceva che la condizione si trovava correndo, ma oggi l’allenamento è fondamentale. In corsa non si lavora sempre nelle zone di intensità ideali, mentre in allenamento si può programmare tutto con precisione. Il problema è che la gara dà stimoli diversi, perché lo sforzo è più reale e il fuori giri è più facile da sostenere. Per questo oggi si alternano periodi di ritiro con gare mirate, in modo da arrivare alla corsa obiettivo nella migliore condizione possibile. Ma non puoi presentarti alle gare di avvicinamento con una condizione bassa. Impossibile.

Chiaro…

Torniamo al discorso di prima, le squadre programmano bene, le rose sono ampie e in ogni gara c’è chi è al 100 per cento e punta. Di conseguenza il livello è sempre alto.

Lo stop di Besseges per colpa di chi? Non dei corridori

15.02.2025
6 min
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«A causa di un incidente, con un veicolo entrato nel percorso, il gruppo si è fermato dopo 12 km di gara. Dopo alcune discussioni con gli organizzatori della gara, è stato deciso di neutralizzare il Col des Brousses e la sua discesa, di cancellare l’ultimo giro locale a Besseges (riducendo la distanza da 164,05 a 136,2 km) e di far ripartire la gara al km 22. Diverse squadre, tuttavia, hanno deciso di non ripartire e hanno abbandonato la gara».

Su procyclingstats.com che è il sito di riferimento per ordini di arrivo e statistiche, la terza tappa dell’Etoile de Besseges viene introdotta da questo testo. Vi si spiega come mai di colpo otto squadre WorldTour e una professional abbiano deciso di ritirarsi dalla corsa francese. Era la terza tappa, il giorno prima un’auto era finita nel gruppo: l’episodio era stato accolto dai corridori con fastidio, sia pure con la comprensione dovuta all’organizzatore.

Il mattino della terza tappa è bagnato: Ganna guarda il cielo, Puccio sullo sfondo parla con un tecnico
Il mattino della terza tappa è bagnato: Ganna guarda il cielo, Puccio sullo sfondo parla con un tecnico

Nove squadre a casa

L’organizzatore si chiama Patrick Herse e ha respinto ogni osservazione al mittente: «Un residente ha tirato fuori la macchina dal garage al passaggio della gara. Siamo in piena campagna, non possiamo mettere un addetto della sicurezza davanti a ogni garage».

Secondo lui, che pure si è impegnato a fare una verifica sulla sicurezza della gara, sono altri i motivi che avrebbero spinto le squadre ad abbandonare: «I corridori avevano già intenzione di fermarsi, perché il tempo era terribile. Oggi i giovani pensano di essere delle superstar ed è un peccato. Quello che è successo è stato una totale mancanza di sostegno e rispetto».

Un ritornello spesso abusato che a volte gli atleti hanno legittimato: la colpa è dei corridori, ma questa volta la tesi non regge e il rispetto sta anche nell’organizzare la corsa garantendo in primis la sicurezza. I corridori infatti hanno avuto la percezione di non avere protezione e quando anche il terzo giorno si sono ritrovati con delle auto in corsa, hanno ritenuto necessario fermarsi. Fra loro c’era anche Salvatore Puccio. Che cosa è successo quel giorno a Besseges?

«Se avete visto il video della seconda tappa – racconta – c’era già venuta incontro quella macchina. Da lì abbiamo capito che qualcosa non andasse, ma il giorno dopo siamo partiti ugualmente. Però dopo 9 chilometri erano entrate in gruppo altre due macchine. Per giunta pioveva e a quel punto abbiamo deciso di fermarci, perché non era fattibile».

I corridori parlano con la direzione di corsa: si va verso lo stop della gara
I corridori parlano con la direzione di corsa: si va verso lo stop della gara
Come mai?

Il problema era che le moto passavano e fermavano il traffico, ma erano poche e gli incroci erano scoperti. Se una macchina arrivava allo stop dopo che la moto era passata, nessuno gli segnalava che ci fosse una corsa per cui si immetteva sul percorso. Non c’erano volontari né protezione civile. Per questo ci siamo fermati e tramite il CPA abbiamo parlato con gli organizzatori. Ci hanno detto: chi parte rimane in gara, chi non parte viene messo fuori.

E voi?

Noi ci siamo allontanati pensando che nessuno sarebbe partito, se non le due squadre più piccole e a quel punto la corsa sarebbe stata fermata ugualmente. Diciamo che sembrava fatta, avevamo fatto una scelta puntando sulla sicurezza, invece alla fine sono partiti tutti i francesi e noi siamo rimasti fuori gara. Anche nella squadra di De Lie che quel giorno ha vinto si sono fermati cinque corridori.

Le squadre WorldTour si fermano, ma non convincono le altre a seguirle
Le squadre WorldTour si fermano, ma non convincono le altre a seguirle
Per il CPA c’era Adam Hansen?

Nelle gare piccole ci sono soltanto i tre corridori delegati e in questo caso c’erano Benjamin Thomas della Cofidis, Jan Tratnik della Redbull-Bora e Alex Kirsch della Lidl-Trek. Al mattino, prima del via, era venuto fuori che c’erano soltanto dieci moto, per cui abbiamo concordato che se fosse successo di nuovo qualcosa, ci saremmo fermati.  Quando ci siamo ritrovati con due macchine nel gruppo, ci siamo fermati. Mancavano 150 chilometri, cosa succede se il gruppo finisce contro un’auto? Sappiamo bene quali sono i rischi del lavoro che facciamo, ma gareggiare con il traffico aperto, quello no. Ormai non succede neanche alle gran fondo.

La decisione è venuta solo dai corridori oppure i direttori vi hanno appoggiato?

I direttori delle squadre che si sono fermate ci hanno appoggiato e si sono presi la responsabilità, però arrivavano dei direttori di squadre francesi, particolarmente aggressivi contro i corridori. Non si poteva andare avanti, lungo il percorso c’erano le macchine parcheggiate sul ciglio. Non era come nelle corse in cui i poliziotti e le staffette davanti sgombrano la strada. Lì c’erano le macchine parcheggiate, perché giustamente arrivavano e venivano fermate dai due poliziotti che viaggiavano 100 metri davanti al gruppo. Sembrava una gara di dilettanti, non so quanto andare avanti sia stato utile per l’immagine della corsa. C’erano Ganna e Carapaz, due campioni olimpici, non era un gruppo qualsiasi…

Alex Kirsch era un delegato del CPA all’Etoile des Besseges
Alex Kirsch era un delegato del CPA all’Etoile des Besseges
Probabilmente l’organizzatore avrà avuto i suoi problemi economici nel mettere insieme volontari e staffette…

Non discuto, ma nessuno li ha costretti a fare tappe di 160-180 chilometri, sarebbe bastato fare dei circuiti, avrebbero avuto gli incroci chiusi e controllati. Abbiamo lottato tanto per la sicurezza e poi devi accettare di correre in quella situazione? Molti ci criticano e dicono che i corridori di oggi non hanno le palle come quelli di una volta, ma una volta c’era meno traffico e le macchine si fermavano. Già corriamo tanti rischi e lo sappiamo. Ma se quando siamo tutti in fila, ci ritroviamo una macchina contro mano su una strada stretta, avete presente che cosa può succedere?

E’ andata bene, insomma…

E’ andata benissimo! Nella seconda tappa, quando è entrata l’auto, davanti l’hanno schivata, ma c’è stata la caduta dietro e qualcuno si è ritirato perché andavamo a tutta, c’è stato un rallentamento brusco e nessuno poteva prevederlo. Si stava lottando per prendere le posizioni, abbiamo rischiato di farci male per davvero. Che poi la gente tanto non ci pensa…

La terza tappa a Besseges viene vinta da De Lie: nella Lotto Dstny si sono fermati in cinque
La terza tappa a Besseges viene vinta da De Lie: nella Lotto Dstny si sono fermati in cinque
A cosa non pensa?

Quando ti fai male, lì per lì si dice qualcosa, ma poi la gente si dimentica. Sei da solo e magari accade che le squadre nemmeno ti seguono. E alcune, dopo tre mesi che non corri, ti tagliano anche lo stipendio. Sembra che non aspettino altro. E devi rischiare di finire così per un’auto entrata in gruppo perché l’organizzatore non è stato in grado di garantire la sicurezza? No, grazie. Su queste cose dobbiamo essere fermi, perché ci andiamo di mezzo noi.

Donegà si rilancia nell’Arvedi per dimenticare il 2024

14.02.2025
5 min
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Dialogare con Matteo Donegà è sempre stato abbastanza facile. Con i suoi modi educati è un ragazzo che non ha paura a dire ciò che pensa, come non ne ha quando sale in bici. E così parlare con lui in questi giorni di europei in pista, poco prima di guardare in televisione le corse dei suoi colleghi, è lo spunto ideale per approfondire il discorso.

Dopo una vita al CTF Victorius, diventato ora ufficialmente devo team della Bahrain, il 26enne ferrarese di Bondeno ha trovato nell’Arvedi Cycling il giusto approdo nel quale riscattare un 2024 a corrente alternata e rilanciarsi. Ora Donegà è nel pieno degli allenamenti in vista dell’esordio su strada a Misano il 23 febbraio e vuole iniziare col morale giusto.

Donegà ha puntato presto sulla pista per diventare un seigiornista (qui a Brema nel 2024)
Donegà ha puntato presto sulla pista per diventare un seigiornista (qui a Brema nel 2024)
Matteo con che stato d’animo stai seguendo gli europei in pista?

Li sto guardando volentieri perché amo la pista, ma non nascondo che lo faccio con un po’ di rammarico. Sapevo che non c’era la possibilità di andarci. Anche se Marco (il cittì Villa, ndr) non me lo ha comunicato, me lo ha fatto capire perché non mi ha chiamato nei ritiri pre-europei.

Non hai provato a contattarlo tu?

Onestamente non ho insistito nel chiamare Villa perché so che stava attraversando un periodo non semplice. Le voci dell’ultimo mese lo danno in uscita da cittì della pista per diventare quello della strada. So che questa cosa lo turba e forse non aveva la necessaria attenzione per poter parlare con me. Aveva cose più importanti a cui pensare. In compenso avevo parlato con Bragato per dirgli che io sono disponibile per partecipare alla Nations Cup di marzo (dal 14 al 16 a Konya in Turchia, ndr). Lui ha apprezzato la candidatura, ma mi ha risposto che bisognerà capire come si evolverà la situazione. Magari cambia il cittì e chissà cosa succede. Aspettiamo.

Donegà vuole riconquistare la maglia azzurra a partire dalla Nations Cup di marzo in Turchia
Donegà vuole riconquistare la maglia azzurra a partire dalla Nations Cup di marzo in Turchia
Resta aperta la porta per entrare in un corpo militare?

Ho investito quattro anni per provare ad entrarci e ci sto provando ancora, ma credo proprio che sia molto dura, forse più di prima. Ero in parola con l’Esercito e le Fiamme Oro, però so che ultimamente hanno aperto pochi concorsi. Mi sarei aspettato più supporto dalla nazionale, mi sarebbe bastato sapere anche se non c’erano possibilità così potevo fare una programmazione diversa. So che non sono l’unico che ha vissuto certe situazioni, tuttavia so che i tecnici hanno tanti corridori da seguire, anche più importanti di me, e quindi non faccio troppe recriminazioni.

Pertanto è stato un 2024 molto difficile?

Esatto. Era un anno olimpico e giustamente si lavorava ovunque in funzione di quello. Ne ero consapevole, però già da prima mi sono sentito messo ai margini dalla nazionale. Questo ha influito moralmente sulla mia programmazione e sulle mie prestazioni. Poi sono dovuto restare fermo per un mese e mezzo a causa di una caduta in cui mi sono rotto delle costole. Insomma, è stata una stagione altalenante. Per fortuna che ho avuto da Bressan (team manager del CTF, ndr) un grande aiuto.

Donegà ha corso nel CTF dal 2017 al 2024. Per lui è stata una seconda famiglia
Donegà ha corso nel CTF dal 2017 al 2024. Per lui è stata una seconda famiglia
In che modo?

Se non ci fosse stato Roberto e tutto il CTF non sarei riuscito a correre. Lui mi ha sostenuto tanto, mettendoci la faccia in più di una circostanza. Ad esempio lui ha cercato tanto di farmi inserire in un corpo militare, ma non poteva fare di più.

Quanto ti è costato lasciare il CTF?

Tantissimo, per me è stata davvero una seconda famiglia. Otto stagioni nella stessa società non si possono dimenticare in un secondo, tant’è che anche adesso mi faccio seguire dal CTF Lab. Però abbiamo fatto una scelta di comune accordo. Quest’anno la squadra è il devo team della Bahrain a tutti gli effetti. Le decisioni non arrivano più da Bressan o Boscolo e in squadra non c’era la necessità di avere un pistard. E’ stata una scelta obbligata, condivisa e comprensibile.

L’Arvedi Cycling è composta da tanti pistard. Per Donegà è la formazione ideale per fare doppia attività (foto Arvedi Cycling)
Nella Arvedi Cycling hai trovato una buona squadra e soprattutto tagliata per le tue caratteristiche.

Sì, sono molto contento di essere arrivato qua, dove trovo tanti compagni di nazionale, che sono ora a Zolder a giocarsi le medaglie continentali. Sono in una squadra che vive e interpreta la pista come me. Abbiamo già stilato un buon programma di gare, specialmente quelle adatte a noi pistard. Ad esempio siamo ben coperti con Boscaro che su strada è molto veloce, ma anche Galli può fare molto bene in certe corse.

Alla luce di tutto quanto e considerando quanto ha dedicato alla pista, se Matteo Donegà tornasse indietro c’è qualcosa che non farebbe?

Ultimamente me lo sono chiesto tante volte. Nel 2024 ho pensato seriamente di smettere col ciclismo. Se potessi tornare indietro, probabilmente non avrei abbandonato la strada così presto e così nettamente. Adoro la pista e all’epoca puntavo a diventare un seigiornista puro, solo che poi è cambiato tanto anche in quel mondo. Sono un classe ’98 e non mi sento vecchio, però di Sei Giorni ora ce ne sono meno e sono diverse rispetto a prima. Adesso arrivano i giovani e tanti stradisti. Quindi bisogna stare al passo coi tempi.

Donegà vuole tornare ai livelli del 2022 quando a Cali in Nations Cup vinse l’oro nell’omnium
Donegà vuole tornare ai livelli del 2022 quando a Cali in Nations Cup vinse l’oro nell’omnium
Facendoti un grande in bocca al lupo per il 2025, ti sei dato degli obiettivi?

Su strada con l’Arvedi cercherò di togliermi qualche soddisfazione ed essere un riferimento per la squadra. In pista mi piacerebbe tornare ai livelli di Cali 2022 quando vinsi l’oro nell’omnium alla Nations Cup e per i motivi che dicevo prima, vorrei guadagnarmi nuovamente l’azzurro per la prossima Nations Cup. Punto agli italiani in pista visto che l’anno scorso non si sono disputati. Diciamo che in generale vorrei fare una stagione migliore della scorsa.