Sanguineti certa: «Balsamo perfetta per la Sanremo e viceversa»

18.02.2025
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Per una che corre in bici ed è nata a Sanremo come Ilaria Sanguineti, la Milano-Sanremo Women è la gara dei sogni. E quando inizia a parlare delle sue strade, il battito sale, la voce si riempie di emozione e la mente parte verso una fantasia che le fa brillare gli occhi con una nota ilare.

«Tengo duro sul Poggio – racconta “Yaya” con la sua contagiosa simpatia (in apertura foto Getty Sport) – e mentre le big si guardano un secondo, io attacco in quella discesa che conosco a memoria, faccio il vuoto e vado dritta all’arrivo. Taglio il traguardo da sola, esulto e mi arrestano perché scoppia il delirio con tutti i miei amici ad aspettarmi. Ecco, ho sognato dicendovi il finale della mia Sanremo. Ora possiamo parlare seriamente della gara».

Perché a Sanguineti piace esorcizzare il suo rapporto col ciclismo, ma quando sale in bici per un obiettivo non scherza più. Il percorso della prima edizione della classica ligure in programma il 22 marzo non è ancora stato presentato, anche se le informazioni in mano alle squadre parlano di una possibile partenza da Genova ed un arrivo a Sanremo dopo circa 150 chilometri. In attesa di scoprire il reale tragitto, noi però torniamo sulla ricognizione fatta dopo Natale da Sanguineti e Balsamo, anche alla luce delle due vittorie conquistate dalla ex iridata alla Volta Valenciana qualche giorno fa.

Con quali indicazioni siete tornate dalla Spagna?

Come squadra siamo andate molto bene, grazie al solito affiatamento dentro e fuori la corsa. Abbiamo dimostrato di essere sempre concentrate sull’obiettivo, tenendo conto che il ritmo è stato altissimo in ogni tappa. Vi faccio un esempio. Personalmente lavoravo molto ad inizio tappa e nonostante mi staccassi nei tratti di salita, facevo sempre i miei record sul mio Training Peaks. Invece Elisa l’ho vista molto bene, è andata molto forte. Anzi, dopo averla vista in azione nell’ultima tappa che ha vinto e dove c’era pochissima pianura, sono ancora più convinta che sia tagliata a misura per la Sanremo. E viceversa.

Com’era stata la recon di fine dicembre?

Avevamo fatto circa 4 ore e mezza per un totale di 140 chilometri. Abbiamo fatto il Capo Berta, poi due volte la Cipressa e due volte il Poggio prima di andare nella zona dell’arrivo. E’ stato un modo per conoscere bene le discese, ma ho spiegato ad Elisa tutti gli altri punti delicati. Da quelli sull’Aurelia in cui puoi recuperare energie o posizioni in gruppo a quelli in cui ci sono pericoli. E anche l’ultimo punto dopo la Cipressa dove poter mangiare qualcosa prima del finale.

Secondo te i tre Capi potrebbero accendere la corsa?

Non credo, anche se sicuramente non vanno sottovalutati più che altro per la lotta che ci sarà per prenderli davanti. Il Berta è quello più difficile, ma nessuna delle big lo soffrirà. Il caos potrebbe esserci dopo, quando si andrà verso la Cipressa. Probabilmente quando passeremo noi potremmo avere il vento a favore e si andrà ancora più veloci. Ci sarà frenesia.

Come hai spiegato la Cipressa a Balsamo?

Mi sono basata sulla mia esperienza visto che quelle strade le faccio sempre. Sulla Cipressa bisognerà resistere i primi quattro minuti di scalata perché sono quelli più tosti, poi si potrà respirare perché spiana. Prima dello scollinamento però c’è quello che noi qua chiamiamo il “cioccolatino”, ovvero l’ultimo strappo in cui tenere duro cercando di non essere già al limite, perché la successiva discesa va affrontata con tanta lucidità. Ripeto, l’Elisa vista alla Valenciana per me passa via la Cipressa senza problemi.

E prima del Poggio cosa potrebbe succedere?

Secondo me quando torneremo sull’Aurelia dopo la Cipressa, il gruppo o ciò che ne resterà farà la conta per vedere chi c’è, quindi è facile che ci sia un rallentamento. Non credo che ci sarà qualcuna che tenterà un assolo. Arrivare al traguardo è ancora lunga e dura. Io credo che prima del Poggio ci sarà la leader di ogni squadra, che sia la velocista o meno, assieme ad altre due compagne. Potrebbe essere determinante la superiorità numerica in quel tratto.

Sul Poggio prevedi attacchi?

Diventa tutto imprevedibile. Dipende da chi sarà rimasta davanti. Le formazioni che hanno puntato sulla loro velocista cercheranno di proteggerla con un ritmo regolare, ma per me sul Poggio resteranno in pochissime. Anzi, per me arriverà un gruppetto di una decina scarse di atlete, forse anche molte meno.

Durante la ricognizione del finale, hai pensato anche alle soluzioni delle avversarie?

Certo, ho ipotizzato certe situazioni. Quel giorno sarà come Capodanno, tutte vorranno fare un super corsa. Vollering potrebbe far saltare tutto prima di scollinare il Poggio, ma non escludo che qualche atleta possa attaccare in discesa. Penso a Longo Borghini o Niewiadoma che sanno andare forte in quel fondamentale. Reusser invece potrebbe dare la stoccata a fine discesa del Poggio. Ci sarà da fare attenzione anche a Lippert e Wiebes o anche a Gasparrini qualora avesse carta bianca lei, però credo che Balsamo e Kopecky, per caratteristiche, siano quelle che partono favorite se le cose vanno come devono andare. Ovviamente noi speriamo tutte in “Barzi” (il soprannome di Balsamo, ndr).

Amiche avversarie. Per Sanguineti, Longo Borghini potrebbe attaccare in discesa alla Sanremo anticipando lo sprint di Balsamo
Amiche avversarie. Per Sanguineti, Longo Borghini potrebbe attaccare in discesa alla Sanremo anticipando lo sprint di Balsamo
Chi potrebbe essere una alternativa a Balsamo nella Lidl-Trek?

Il piano B ci vuole sempre e sicuramente lo si studierà di conseguenza per essere pronte. Nel finale secondo me per noi ci saranno ancora Markus, Henderson e Brand, altra atleta che potrebbe attaccare in discesa. E chiaramente spero di esserci anch’io (sorride, ndr).

Cosa rappresenta per “Yaya” Sanguineti la Sanremo?

Tantissimo. Pensate che è da quando ho cinque anni che la vedo e da quando ne ho nove che vado sempre sul Poggio a vederla. Quando ho la giornata di scarico, parto da casa mia a Ventimiglia e vado fino al Poggio e torno indietro. Addirittura negli anni con gli amici della zona, facciamo la discesa senza pedalare per vedere chi arriva in fondo meglio. Anche se non ero ancora nata, mi sarebbe piaciuto correre la cronodiscesa del Poggio che fecero al Giro d’Italia del 1987, la mia tappa ideale. Tuttavia non sono in lista per fare la Sanremo Women.

Ad oggi Yaya Sanguineti non ha in programma di correre la “sua” Sanremo, ma vuole conquistarsi il posto nelle prossime gare
Ad oggi Yaya Sanguineti non ha in programma di correre la “sua” Sanremo, ma vuole conquistarsi il posto nelle prossime gare
Non riusciamo ad immaginarti senza il numero sulla schiena quel giorno. C’è la possibilità che tu la possa correre?

Ad oggi a parte Balsamo, la squadra è tutta da fare ed io per ora non ce l’ho in calendario. Mi dispiacerebbe molto non farla perché penso di essere di grande aiuto alle compagne. Conosco ogni singolo tombino della corsa. Sono comunque consapevole che devo guadagnarmi la chiamata. E se non dovesse arrivare non avrei problemi ad accettare la decisione. Se non la correrò, stavolta andrò direttamente al traguardo per essere subito vicina alle compagne. L’obiettivo adesso di fare il meglio possibile nelle prossime corse, per la squadra e per me. Mi attendono Extremadura, Oetingen e Nokere dove voglio meritarmi la convocazione per la Sanremo.

Grandi Giri e Roubaix: per Pogacar la benedizione di Martinelli

18.02.2025
5 min
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Negli ultimi giorni il video di Pogacar nella foresta di Arenberg ha fatto il giro del mondo. Tutti ne hanno parlato, dagli avversari (intimoriti) ai tifosi (sognanti). In una recente intervista Fabio Baldato ci ha rivelato che quella ricognizione faceva parte di una due giorni più generale sulle strade del Nord, e che per quest’anno la Roubaix non è nei programmi del campione del mondo. Pogacar però non ha mai fatto mistero di voler correre la regina delle classiche e la sensazione generale è che abbia tutte le carte in regola per poterla vincere.

Un’idea – un corridore da corse a tappe che se la gioca sulle pietre francesi – che solo cinque anni fa sembrava impensabile. Non a caso l’ultimo vincitore del Tour de France a trionfare alla Roubaix è stato Bernard Hinault nel 1981, 44 anni fa. Abbiamo raggiunto al telefono Giuseppe Martinelli per chiedere la sua opinione su questa difficile quanto affascinante convivenza.

Dopo quasi 40 anni in ammiraglia Giuseppe Martinelli ha terminato nel 2024 la sua carriera da direttore sportivo
Dopo quasi 40 anni in ammiraglia Giuseppe Martinelli ha terminato nel 2024 la sua carriera da direttore sportivo
Martinelli, che effetto le ha fatto vedere Pogacar sfrecciare nella foresta di Arenberg?

Ci sono due cose che mi fanno pensare. La prima è che andato a provare perché non si sa mai, se dovesse sentirsi bene in quel periodo potrebbe anche dire: vado e provo. La seconda è che secondo me gli piace proprio andare in bici, in sella gli viene tutto facile e allora ci è andato anche giusto per divertirsi. Non possiamo saperlo. Quello che è chiaro è che sicuramente è l’unico corridore in questo momento che può pensare di fare una cosa del genere, vincere un Grande Giro e la Parigi-Roubaix. Sono molto curioso di vederlo ora all’inizio della stagione, perché credo che quest’anno andrà ancora più forte. Sa che Vingegaard arriverà al Tour più forte rispetto alla scorsa stagione, quindi anche lui arriverà ancora più preparato.

L’ultimo vincitore di Tour a fare sua la Roubaix è stato Hinault nel 1981. E’ davvero così difficile coniugare le due cose? 

Abbastanza. Roubaix e Tour si potrebbe anche fare forse, ma Roubaix e Giro è davvero difficile. 

Troppo ravvicinati? 

Sì, alla Roubaix una caduta è dietro l’angolo e non hai tempo di recuperare. In più una gara del genere ti lascia strascichi anche nelle gambe. E per uno che prepara il Giro sono tossine e fatiche che possono rimanere per molto tempo. Ma soprattutto il problema sono le incognite, gli incidenti. Quando programmi una stagione valuti anche i rischi, è normale, è alla fine di solito dici di no. E’ una questione di strategia e di rischi calcolati. 

Nel 2014 Nibali costruì gran parte del suo successo al Tour sul pavè
Nel 2014 Nibali costruì gran parte del suo successo al Tour sul pavè
Lei era in ammiraglia nella famosa tappa del pavè al Tour 2014, quando sulle pietre Nibali fece la differenza in maglia gialla. Anche considerando il suo passato in mtb avrebbe potuto provarla?

Quel giorno Vincenzo aveva una condizione eccezionale e accanto compagni fortissimi, Contador prese qualcosa come 4 minuti. Sono quelle giornate in cui viene tutto facile. Per quanto riguarda il provare a fare la Parigi-Roubaix ci abbiamo pensato molto, l’idea c’era ma non c’è stata l’occasione. Il problema, oltre ai rischi di cui parlavo prima, è che se un uomo di classifica va lì trova gli specialisti che si concentrano su quelle gare. Ai tempi di Vincenzo per esempio c’erano Sagan e Cancellara. Quindi era difficile andarci solo per provare, correndo quegli inevitabili rischi.

Magari avrebbe potuto andarci a fine carriera?

Nel 2022 volevamo provare, ma Vincenzo alla fine ha rinunciato e anch’io ho tirato un po’ indietro. Dispiace un po’ perché avrà quel piccolo rimorso, ma alla fine uno come lui non ha bisogno di quello per ampliare un palmares già straordinario. Poi nel 2022 c’erano già campioni più forti di lui e a quel punto non ne valeva più la pena.

La tendenza è di usare coperture sempre più larghe. Baroncini, in questa ricognizione del 2024, montava tubeless da 32 mm (foto UAE Team Emirates)
La tendenza è di usare coperture sempre più larghe. Baroncini, in questa ricognizione del 2024, montava tubeless da 32 mm (foto UAE Team Emirates)
Oggi sarebbe più facile rispetto al passato con i nuovi materiali che si hanno a disposizione?

Forse sì, è più semplice, con le nuove bici e i copertoni tubeless, magari si corrono meno rischi. Ma il punto vero è sempre un altro, cioè il fatto che, oggi soprattutto, alla Roubaix ci sono tre o quattro corridori fortissimi contro cui scontrarsi. Per un corridore da Grandi Giri pensare davvero di battere gente come Van Aert o Van Der Poel è dura, campioni del genere se non hanno problemi se la giocano tra loro. Quindi finisci con l’andare solo per partecipare, e un 6° o 7° posto secondo me non vale il rischio.

Considerazioni che valgono per tutti tranne che per Pogacar… 

Non c’è dubbio. Se dovessi buttarla lì, per lui è quasi più facile vincere la Roubaix che la Sanremo. Perché sul pavè contano le gambe e la tecnica, e lui ce l’ha tutte e due. Ha anche una squadra forte, con compagni come Wellens e Politt che lo possono pilotare molto bene.

Tadej Pogacar probabilmente non sarà al via della Roubaix 2025, ma l’appuntamento è solo rimandato
Tadej Pogacar probabilmente non sarà al via della Roubaix 2025, ma l’appuntamento è solo rimandato
Se lei fosse il suo DS quando gliela farebbe fare?

Intanto se fossi il suo tecnico, sarei molto contento, in generale. A parte gli scherzi, lascerei decidere a lui. Gli direi: «Quando vuoi farla, io ci sono». Poi ha il vantaggio che non deve preparare più di tanto una gara del genere, perché lui è sempre pronto, basta fargli trovare la bici a posto e lui va. Ora che non sono più dentro il ciclismo ho proprio voglia di godermelo, mi è piaciuto dal primo giorno. Perché semplicemente è un fenomeno e quindi fa cose impensabili per gli altri, anche vedendole da fuori. Io ho seguito il ciclismo tutta la vita, ma quando l’ho visto attaccare al mondiale a 100 chilometri dall’arrivo ho spento la tv e sono andato a farmi una passeggiata.

Perché credeva che la gara fosse già finita lì? 

No, al contrario, perché pensavo l’avesse buttata via. Poi dopo un’ora e mezza sono tornato, ho riacceso la tv ed era ancora lì, in testa. Qualcosa di davvero incredibile. Non mi sono mai divertito tanto a guardare il ciclismo come gli ultimi tre-quattro anni, perché se ami questo sport non puoi non voler bene a corridori del genere che ti fanno saltare sulla sedia e avvicinano tanti giovani alla disciplina. Speriamo che tutto questo aiuti anche il movimento italiano.

Prima volata di Milan al UAE Tour: «Uno sprint da pistard»

18.02.2025
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Il suo collo stantuffava (come ci ha abituato) veloce quanto le sue gambe. Giusto ieri, Jonathan Milan si è aggiudicato la prima tappa del UAE Tour, dominando il complicato arrivo di Liwa Palace. Gli ultimi 1.300 metri erano un crescendo di pendenza, con gli ultimi 250 al 6,9 per cento. Roba da acido lattico solo a sentirne parlare! «E con l’acido lattico Milan ci sa fare», dice subito ficcante Pino Toni, il preparatore con cui commentiamo lo sprint emiratino.

Uno sprint che ha visto protagonista addirittura Tadej Pogacar. Anzi, lo sloveno è stato importantissimo nell’economia dello sprint stesso. Il corridore della Lidl-Trek ha duellato con Jasper Philipsen, la ruota veloce più forte del momento. Lo scontro tanto atteso è arrivato al dunque. Poi il belga è stato declassato per uno scarto sulla linea d’arrivo, ma poco cambia. Jonny lo aveva sverniciato.

Tappa “tranquilla” nella prima parte in pieno deserto
Tappa “tranquilla” nella prima parte in pieno deserto
Pino: 1.580 watt massimi nello sprint, 1.070 watt medi nei 45” finali e 45,4 chilometri orari. Questi i dati Velon. A te un commento a braccio libero.

Che dire: è andato forte! Molto bravo. Io credo che Milan abbia azzeccato molto bene il rapporto, oltre ad avere un’ottima gamba, questo è ovvio. Ha sfruttato l’agilità.

Quell’agilità che l’anno scorso in qualche occasione gli è stata vicina…

Nonostante fosse salita, aveva davvero un’ottima cadenza. Io credo fosse anche al di sopra delle 100 rpm. E poi ha avuto una grande resistenza. Una resistenza all’acido lattico, tipica di chi va in pista. Ha saputo mantenere a lungo lo sforzo massimale.

Una volata da pistard dunque: che rapporto ha usato Milan?

Secondo me l’ha fatta con un 17 dietro, più o meno. Quindi aveva anche la catena abbastanza allineata, dritta. Un altro piccolo vantaggio: meno attriti, più scorrevolezza. Anzi, è buono che non l’abbia rotta!

Guardate quanto tirava il rettilineo finale. Si è trattato davvero di uno sprint di forza
Guardate quanto tirava il rettilineo finale. Si è trattato davvero di uno sprint di forza
Scherzi…

No, no, davvero… Una volta, quando facevano gli sprint certi “bestioni” o le partenze da fermo, le corone grandi si “sfogliavano”, si aprivano verso l’esterno. La scelta del monocorona ci sta, la condivido.

Milan aveva perso un uomo, si è guardato attorno, poi ecco l’attacco di Pogacar…

Di fatto gli ha tirato la volata. Milan aveva perso il suo uomo e senza Tadej si sarebbe trovato avanti troppo presto. Almeno un centinaio di metri Tadej glieli ha coperti. Milan gli si è messo a ruota e poi gli altri hanno fatto lo sprint dietro di lui. Tutto perfetto.

Quando Pogacar si siede, Milan quasi si ferma e “riparte”…

Tadej si vedeva che non è uno sprinter, era compostissimo ancora. Vero, Milan riparte e credo che il picco di quei 1.580 watt li abbia fatti in quel momento: in quelle 4-5 pedalate e 3”. Ha spinto forte, forte. Nulla da dire.

Persino Pogacar è arrivato con la lingua di fuori. Da ieri Tadej sa che per la Sanremo avrà un rivale in più
Persino Pogacar è arrivato con la lingua di fuori. Da ieri Tadej sa che per la Sanremo avrà un rivale in più
Ieri arrivo che tira forte e Milan che vince lo sprint. Qualche giorno fa in Spagna, alla Valenciana, aveva fatto secondo in cima ad una salita di oltre 2 chilometri, basta ricordare che aveva vinto Buitrago. Cosa significa tutto questo?

Che è in forma. Ma una bella forma, non un picco di pochi giorni: Milan ha una condizione generale molto buona. E questo gli consente di recuperare molto bene questi sforzi.

E questa condizione si può portare fino alla Sanremo?

Dunque alla Sanremo manca circa un mese, se fa le gare giuste io credo proprio di sì.

Il suo calendario dice che dopo UAE Tour farà la Kuurne-Bruxelles-Kuurne, la Tirreno e quindi la Sanremo…

Tutte intervallate di una settimana l’una dall’altra. Direi che è un avvicinamento perfetto. Alla Tirreno deve fare tre volate: prima, seconda e ultima tappa, e poi può gestire gli sforzi. Potrà fare davvero bene. Jonny sta bene… e si vede.

Malcotti e Trinca Colonel, l’Uae Tour ci ha regalato due perle

17.02.2025
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Torniamo indietro di una settimana abbondante, a quella penultima tappa dell’Uae Tour Women, quella dello Jebel Hafeet che ha incoronato Elisa Longo Borghini. Perché una scena come quella vissuta sulla dura salita mediorientale, con 4 ragazze italiane davanti a tutti non svanirà dalla memoria tanto presto. Insieme a Elisa e alla sua splendida luogotenente Silvia Persico (davanti alle due nella foto di apertura Human Powered Health/Getty Images) c’erano altre due italiane che ben pochi si sarebbero aspettati di trovare lì, a sgranare il gruppo, a mettere in fila cicliste ben più blasonate: Monica Trinca Colonel e Barbara Malcotti.

Da quel sabato il ciclismo femminile italiano è più ricco, perché quella prestazione è un crocevia importante. Ed entrambe cominciano a sentire sulla pelle il valore dii quel che hanno fatto: «Meglio di così non potevo iniziare la mia stagione – sentenzia Monica, che ha chiuso quarta sia nella tappa che nella generale – è stata una sorpresa soprattutto perché ero all’esordio con il nuovo team e non mi sarei mai aspettata un esordio così fortunato».

L’occasione giusta

«Io sapevo di stare bene – rilancia Barbara, alle sue spalle nella frazione e sesta in classifica – già in Australia sentivo le gambe in crescita ma non ero riuscita a trovare l’occasione giusta. All’Uae Tour ero partita per fare bene nella generale e le compagne hanno lavorato per me in maniera eccezionale».

Entrambe avevano segnato la tappa in rosso: «All’inizio eravamo partite pensando di correre per Mavi Garcia – racconta la Trinca Colonel – ma in quella corsa il vento gioca brutti scherzi e infatti la capitana è rimasta staccata, così il team ha deciso di puntare su di me per la classifica. Mi sono sentita un po’ presa in contropiede, ma sia i dirigenti che le compagne non mi hanno messo pressione, dicendomi di fare quel che potevo e questo mi ha aiutato.

Le compagne di squadra di Trinca Colonel hanno lavorato duro per portarla tra le prime in salita
Le compagne di squadra di Trinca Colonel hanno lavorato duro per portarla tra le prime in salita

Il lavoro delle compagne

«Le compagne mi hanno messo all’inizio della salita nella posizione migliore – prosegue Trinca Colonel – io avevo chiesto di essere portata lì perché poi la salita sarebbe stata una selezione continua e hanno svolto il compito in maniera perfetta. Poi, quando Elisa è partita non ne avevo per seguirla, potevo solo cercare di fare il massimo con le energie che mi erano rimaste».

Dello stesso tenore il pensiero della Malcotti, che pur essendo più giovane di un anno è più avvezza a questi contesti: «Io avevo chiesto espressamente di essere messa sulla ruota di una della Uae perché sapevo che avrebbero fatto il diavolo a quattro per far vincere la Longo Borghini. Ero nella posizione che volevo, poi quando è iniziata la bagarre ho provato un paio di volte a partire per staccare le avversarie dopo che Elisa era già davanti, ma eravamo tutte allo stesso livello di energie, ho pensato a non buttare via tutto esagerando con gli sforzi».

In Australia la Malcotti non aveva colto risultati, ma aveva già mostrato una buona condizione
In Australia la Malcotti non aveva colto risultati, ma aveva già mostrato una buona condizione

Avversarie in gara, senza parlarsi

Quattro italiane davanti. C’è stato tempo e occasione per parlarvi? «Era una salita veloce ed eravamo a tutta – ammette la nuova portacolori della Liv Jayco AlUlanessuna aveva la forza di parlare…».

«D’altronde eravamo di squadre diverse – le fa eco Malcotti – poi ognuna aveva l’obiettivo di fare il meglio possibile sapendo che la Longo Borghini non era recuperabile, visto come andava».

Al di là dell’esito finale, la corsa le ha proiettate verso una nuova dimensione: «Io vengo da stagioni alla Human Powered Health con pochi alti e molti bassi e voglio invertire la tendenza – prosegue la ragazza di Tione di Trento – mi sono resa conto di quel che ho fatto nei giorni successivi, vedendo quante persone mi hanno scritto sui social per farmi i complimenti, avrei voluto rispondere a tutti ma era veramente impossibile. Io voglio continuare su questi livelli per ripagare la fiducia del team, che mi ha garantito ulteriore spazio da qui in avanti e non mi nascondo, voglio qualche Top 5 nel WorldTour».

Primo anno per Monica Trinca Colonel alla Liv Jayco AlUla, subito con grandi responsabilità
Primo anno per Monica Trinca Colonel alla Liv Jayco AlUla, subito con grandi responsabilità

Si guarda ai Grandi Giri

«Io sono ancora una novizia a questi livelli – mette le mani avanti la Trinca Colonel – di base si corre per Mavi che non è solo una capitana per i risultati, ma anche per il suo modo di coinvolgerci, d’insegnarci il mestiere. Il team sa comunque che come alternativa posso essere presa in considerazione, la stagione è lunga e ci saranno altre occasioni per far bene».

Lei è già tornata alle gare alla Volta Valenciana e in una corsa ben più “tranquilla” altimetricamente di quella precedente ha comunque centrato un’altra Top 10 parziale. La Malcotti invece dopo le fatiche australiane e mediorientali è tornata a casa e si prepara per le prime corse italiane: «Sarò al Trofeo Oro in Euro, Strade Bianche e Trofeo Binda, ma in quelle corse la prima scelta sarà la De Jong che è in gran forma. Per me Cittiglio sarà un’esperienza tutta da scoprire. Io poi ormai mi vedo più avvezza per le corse a tappe e infatti il mio calendario sarà ricco soprattutto di queste, soprattutto Vuelta e Giro dove vado per fare esperienza, ma so che il mio futuro sarà lì, soprattutto quando sarò migliorata a cronometro, il mio tallone d’achille sul quale sto lavorando in maniera specifica».

Per la Malcotti c’è ancora molto da lavorare a cronometro per puntare alle classifiche dei giri
Per la Malcotti c’è ancora molto da lavorare a cronometro per puntare alle classifiche dei giri

Monica e il sogno della Freccia

«Anche per me la percentuale di gare è maggiore per quelle a tappe – ribatte la Trinca Colonel – dopo le prove italiane andrò in altura per la Freccia Vallone e la Vuelta. La Freccia l’ho corsa lo scorso anno, ma… in ammiraglia perché mi sono dovuta ritirare dopo soli 6 chilometri. Ho visto però che è qualcosa di magico, percorrevo quella salita e non facevo che pensare a quando sarei potuta essere protagonista anch’io. E’ nelle mie corde, bisogna solo riuscire a essere davanti all’imbocco del muro di Huy, cosa non semplice».

Boaro: com’è cambiato il Team JCL Ukyo per il 2025?

17.02.2025
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Manuele Boaro, diesse del Team JCL Ukyo ci risponde di ritorno dal Tour of Oman. E’ il giorno dopo l’ultima tappa, quella che ha consegnato la vittoria a Simon Yates. Frazione nella quale il corridore del UAE Team Emirates-XGR ha strappato la maglia di leader a David Gaudu sull’ultima salita a disposizione. La formazione continental giapponese ha colto invece un dodicesimo posto finale con Zeray, atleta appena arrivato dal devo team della Q36.5 Pro Cycling. Il giovane africano non è l’unico nuovo innesto per la squadra guidata da Alberto Volpi, tra ottobre e dicembre la rosa si è rinnovata parecchio.

JCL Ukyo alla partenza del Tour of Oman
JCL Ukyo alla partenza del Tour of Oman

Continuità

Il JCL Team Ukyo, complice la sua struttura per metà italiana, visto il lavoro svolto da Volpi e Boaro, ha rilanciato tre atleti che per altrettanti motivi erano alla ricerca di una spinta per tornare a mettere la testa fuori dall’acqua. Prima Malucelli è approdato alla XDS Astana Team, poi Pesenti è stato prelevato dal devo team della Soudal Quick-Step. Infine, è partito anche Carboni, arrivato alla professional olandese Unibet Tietema Rocket. Ora la curiosità intorno a questa nuova realtà è alta, soprattutto perché sono arrivati tanti altri ragazzi pronti per seguire le orme di chi li ha preceduti.

«Il gruppo cresce – ci racconta Boaro mentre in macchina viaggia verso casa – per qualcuno dei ragazzi era la prima corsa della stagione. Ci sono stati dei ricambi importanti a livello di rosa e ne siamo felici, perché abbiamo perso dei validi corridori, ma ne sono arrivati altri. Insieme ad Alberto (Volpi, ndr) ci siamo impegnati nel prendere ragazzi sui quali credere».

Alessandro Fancellu, a sinistra, è una delle punte del team continental giapponese
Alessandro Fancellu, a sinistra, è una delle punte del team continental giapponese
Come sono stati scelti?

Abbiamo cercato di guardare le caratteristiche tecniche e atletiche. Ci sono arrivate tantissime richieste durante la pausa di fine stagione, anche da corridori di formazioni WorldTour. E’ una cosa che ci fa sicuramente piacere. Ci siamo affidati a corridori giovani e con voglia di fare. I nuovi arrivati hanno tutti un’età compresa tra i 22 e i 25 anni. Secondo me sono ragazzi con qualcosa da dire.

Quali?

A mio modo di vedere Alessandro Fancellu è quello con maggiori garanzie a livello atletico. Garibbo, invece, penso abbia ancora tanto da esprimere e arriva da una stagione sfortunata. Raccani e D’Amato sono giovani, ma hanno tanto margine e su di loro puntiamo tanto. Sarà difficile replicare quanto fatto nel 2024, servirà ricreare un rapporto di fiducia reciproco.

Avete cercato di sostituire i corridori italiani con un rapporto uno a uno?

Siamo andati verso atleti con le stesse caratteristiche, o comunque simili. D’Amato è il nostro uomo più veloce, che non ha paura di buttarsi nella mischia. Con il nostro calendario potrà dire la sua. Penso che Raccani e Garibbo siano state le scelte giuste per sostituire Pesenti e Carboni.

Degli altri che ci dici?

L’arrivo di Zeray è stata una buona occasione colta al momento giusto. Lui sarebbe dovuto andare nella formazione principale della Q36.5 Pro Cycling, ma l’arrivo di Pidcock gli ha tolto spazio. Le sue qualità in salita ci potranno tornare molto utili.

Nahom Zeray, atleta eritreo classe 2002 arriva dal devo team della Q36.5 Pro Cycling
Nahom Zeray, atleta eritreo classe 2002 arriva dal devo team della Q36.5 Pro Cycling
Una rosa divisa a metà visto che ci sono sei ragazzi giapponesi.

Il progetto è di farli crescere per portarli a competere in gare di alto livello con la maglia della nazionale, come Olimpiadi e mondiali. Non sarà facile coordinare il tutto anche perché vogliamo portare i corridori a fare lo stesso numero di corse e coordinare gli impegni tra il calendario italiano e quello asiatico non sarà facile. Non vogliamo che a fine anno ci siano atleti con settanta giorni di gara e altri con trenta, non è la nostra filosofia.

Le prestazioni della scorsa stagione hanno accesso i riflettori sulla vostra realtà.

Se i tuoi corridori vengono selezionati e scelti da una formazione WorldTour vuol dire che lavoriamo bene. Ci notano e questo non può fare altro che piacere. Non nascondo che noi stessi abbiamo delle ambizioni, ad esempio nel 2026 vorremmo diventare una professional. E’ una cosa che si capirà nei prossimi mesi, però i ragazzi che sono qui hanno una bella chance. Non è stato semplice chiudere la rosa a dodici corridori e dover dire tanti “no” a dicembre. Avere così tante richieste è un segnale positivo, vuol dire che stiamo lavorando bene, d’altronde Alberto Volpi arriva dal WorldTour e ha portato con sé quel modo di fare.

Il vostro è un calendario di livello…

In Europa riusciamo a ritagliarci spazio, quest’anno saremo al via del Tour of the Alps per la seconda stagione consecutiva. Faremo, come già fatto nel 2024, anche una buona parte del calendario asiatico. Non dimentichiamoci che la squadra è giapponese, e abbiamo con noi anche il campione nazionale Marino Kobayashi.

La casa in Brianza è rimasta?

Sì, sarà di appoggio per i ragazzi asiatici, così che potranno rimanere in Italia e allenarsi per le gare europee.

EDITORIALE / Le grandi manovre della nazionale

17.02.2025
6 min
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Quando si è trattato di scegliere il nome del successore di Sven Vanthourenhout alla guida della nazionale belga, il presidente federale Tom Van Damme ha puntato su Serge Pauwels. Si trattava di sostituire il tecnico vincitore dell’europeo con Merlier e con Evenepoel del mondiale di Wollongong su strada, quelli a crono di Glasgow e Zurigo e il doppio oro olimpico di Parigi. Eppure, nonostante abbia parlato anche con Philippe Gilbert, il dirigente belga alla fine ha scelto Serge Pauwels, un ex professionista che da qualche anno seguiva le nazionali giovanili e collaborava per i pro’ con il tecnico uscente. Una scelta fatta per coerenza tecnica e per risparmiare qualcosa.

«La visione della Federazione – ha spiegato il presidente – è più vicina a quella di Serge. Ci sono stati diversi colloqui, ma i candidati stessi erano piuttosto vaghi. Spesso non sapevano esattamente quale percorso volessero intraprendere, mentre internamente avevamo un candidato a pieno titolo. Il legame tra giovani e professionisti è diventato così importante che è necessario progredire. Abbiamo mantenuto questa linea».

Cosa succede da noi? Si dà per scontato che Bennati non sarà confermato. Chi lo sostituirà? Il tema è caldo. Le indiscrezioni di stampa si susseguono, ma resteranno tali fino al Consiglio Federale del prossimo fine settimana, quando si saprà finalmente tutto. Eppure i nomi emersi hanno stimolato alcune considerazioni, che annotiamo come contributo per la scelta: ammesso che servano e soprattutto che siano gradite.

Bennati ha guidato la nazionale per tre mondiali: l’ultimo a Zurigo 2024
Bennati ha guidato la nazionale per tre mondiali: l’ultimo a Zurigo 2024

Villa ai professionisti?

Si è letto di Marco Villa alla guida della nazionale dei professionisti e dello stesso tecnico della pista che negli ultimi tempi sarebbe apparso preoccupato. Lo hanno detto gli atleti che hanno avuto a che fare con lui. Se questa è la prospettiva che gli è stata offerta, la preoccupazione è legittima.

Villa è su pista quello che Vanthourenhout è stato su strada per il Belgio e dopo Parigi aveva già iniziato a pensare al 2028. Ha un bagaglio di conoscenze fuori dal comune e il carisma per imporle, mentre su strada si troverebbe a partire da zero nella gestione di atleti che hanno esperienze di gran lunga superiori alla sua. E’ un azzardo e certamente il modo per risparmiare sull’ingaggio di un tecnico esterno. Nasce dalla volontà di imporre un metodo di lavoro? E’ possibile, ma che metodo si può imporre ad atleti che gestisci per due corse all’anno, senza allenarli e discutendone al massimo i programmi con le squadre di appartenenza?

Roberto Amadio, qui con Viviani a Parigi 2024, è il team manager della nazionale
Roberto Amadio, qui con Viviani a Parigi 2024, è il team manager della nazionale

Il metodo Ceruti

Quando nel 1998 si trattò di sostituire Alfredo Martini alla guida della nazionale, il presidente federale Ceruti tentò una mossa analoga. Prese Antonio Fusi e lo gettò nella mischia. Il lombardo, che aveva guidato fino a quel momento juniores e under 23 con risultati esaltanti, non poté rifiutare l’incarico o ne fu allettato, per cui accettò.

Si disse che avrebbe portato il suo metodo di lavoro e in effetti provò a farlo. Solo che a un certo punto il professionismo lo respinse e rese impossibile il suo lavoro, che era fatto di programmazione e preparazione di atleti che si affidavano a lui in vista degli appuntamenti. Sta di fatto che dopo qualche dissapore e il mondiale di Plouay del 2000, la sua carriera si concluse per lasciare il posto a Franco Ballerini. Fusi tornò agli under 23 e a fine 2005 lasciò la Federazione.

Negli ultimi tre anni, Dino Salvoldi ha rilanciato la categoria juniores, in pista e su strada (foto FCI)
Negli ultimi tre anni, Dino Salvoldi ha rilanciato la categoria juniores, in pista e su strada (foto FCI)

Salvoldi alla pista?

Salvoldi al posto di Villa nella pista degli uomini ha una logica diversa e potrebbe funzionare. Dino è il tecnico degli ultimi record del mondo dell’inseguimento a squadre. I suoi juniores hanno fatto faville nelle gare loro riservate e costituiscono l’ossatura della nazionale che di qui a quattro anni lotterà per le Olimpiadi di Los Angeles. Villa è stanco e la FCI vuole rifondare il settore? Questa può essere la strada giusta.

Salvoldi è uno che studia e avrebbe tutto il tempo per crescere e farli crescere, provandoli nelle rassegne di ogni anno di qui al 2027. Fino ad allora Ganna, Milan, Consonni, Moro e gli altri corridori WorldTour saranno impegnati più su strada che in pista. Il suo problema con loro sarebbe infatti subentrare dopo anni di lavoro con Villa, in un rapporto personale che va oltre quello fra tecnico e atleta. Ma Dino è un tecnico vincente, forse il più vincente fra quelli d’azzurro vestiti e alla fine, dopo essersi annusati, anche i senatori riconoscerebbero il suo valore. A patto che lui sia in grado di dare risposte alle loro domande.

Bragato alla pista donne?

La pista delle donne andrebbe invece a Diego Bragato, attualmente responsabile del Team Performance della FCI. Si tratterebbe di ufficializzare un ruolo che il veneto svolge già da qualche anno, sotto la supervisione attenta di Villa. Avendo collaborato con Salvoldi quando guidava il settore femminile, Bragato ha le conoscenze e i rapporti personali per disimpegnarsi bene nel ruolo, ma dovrebbe probabilmente mettere da parte il suo ruolo di studio o quantomeno ridurre il suo impegno.

Bragato ha già grande familiarità con la pista donne: riuscirebbe a portare avanti anche il Team Performance?
Bragato ha già grande familiarità con la pista donne: riuscirebbe a portare avanti anche il Team Performance?

Velo alla strada donne?

Si è poi parlato di Marco Velo come tecnico per le donne, al posto di Paolo Sangalli che nel frattempo è approdato alla Lidl-Trek. Alle sue competenze si aggiungerebbe il controllo del settore crono, di cui il bresciano era già il referente unico per tutti i livelli della nazionale. Dopo tanto parlare dell’opportunità di avere per le donne un tecnico donna, sarebbe un chiudere la porta senza la sensazione che una donna per quel ruolo sia stata davvero cercata.

Riconoscendo a Velo la sua competenza, dovendo seguire donne elite e anche le junior, ci chiediamo se lascerebbe il ruolo in RCS Sport che lo impegna per la maggior parte della stagione.

Insomma, dalla necessità di trovare un rimpiazzo per Bennati (la cui colpa più grande è stata quella di aver detto qualche sì di troppo ed essere arrivato alla nazionale in anni di corridori incapaci di lasciare il segno) si andrebbe incontro a una rivoluzione. Restano da definire i tecnici di juniores e under 23 (ci sarà un ruolo per Mario Scirea?), come quelli per il fuoristrada. Non si sa se le ragioni della stessa discendano da esigenze tecniche ed economiche o da debiti elettorali, ma lo capiremo presto.

Sta di fatto che la struttura attuale funzionava e che, al netto di un paio di aggiustamenti nei rapporti fra i settori, potrebbe funzionare ancora. Sostituito il cittì dei pro’, il lavoro fluirebbe ancora bene. Siamo certi che un rimpasto di questo tipo sia ciò di cui il ciclismo italiano ha bisogno?

Conti e la Solution Tech: Strade Bianche, Sanremo e tanto altro

17.02.2025
5 min
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Valerio Conti si prepara a un 2025 ricco di sfide con la Solution Tech-Vini Fantini. La squadra toscana ha ottenuto una wild card per due tra le corse più prestigiose della stagione italiana: Strade Bianche e Milano-Sanremo. Due opportunità importanti per mettersi in mostra contro i grandi team WorldTour, ma anche due gare dove per una professional il divario con i migliori può rendere difficile puntare al risultato.

Come affronteranno dunque queste competizioni? Ha senso sognare il colpaccio (se non altro per ben figurare) o meglio puntare su obiettivi più alla portata? Valerio ci racconta il suo approccio a queste corse, ma anche le sensazioni sulla nuova stagione: dai nuovi materiali, al team rinnovato.

Secondo Conti sta nascendo un gruppo giovane e più competitivo dell’anno scorso. Come affronteranno Strade Bianche e Sanremo?
Secondo Conti sta nascendo un gruppo giovane e più competitivo dell’anno scorso. Come affronteranno Strade Bianche e Sanremo?
Valerio, partiamo da qui: parteciperai a Strade Bianche e Milano-Sanremo?

All’inizio la Strade Bianche non era nel mio programma, ma mi sta venendo voglia di farla e al 99 per cento ci sarò. Proprio nel weekend ho fatto la richiesta alla squadra. Riguardo alla Milano-Sanremo invece dipenderà dal mio calendario. Se andrò in Taiwan e in Thailandia, corse molto importanti per noi, non potrò esserci, perché sono concomitanti con la Classicissima.

Come mai questa voglia?

Perché tutto sommato sento di stare bene. Sto pedalando benone e la gamba è buona. Inizierò pochi giorni prima a Laigueglia e queste due gare insieme potrebbero darmi qualcosa in più.

Per una squadra professional come la vostra, come si affrontano queste due corse così importanti?

Correre in Italia in gare così prestigiose è bellissimo e porta visibilità agli sponsor. Oltre al risultato, che è difficile da ottenere, per noi anche una fuga ben assortita è importante. Stare in diretta per ore ci dà valore. L’obiettivo è essere presenti, cercare appunto la fuga o anche un piazzamento. E questo potrebbe essere possibile soprattutto in una gara come la Sanremo.

Perché più alla Sanremo?

Primo perché è una Monumento e poi perché alla Sanremo è più semplice per noi e per entrare in fuga. L’anno scorso ci siamo riusciti io e Tsarenko. La Strade Bianche è più dura, si corre di gambe e anche la fuga va via di gambe. Gli scatti iniziano subito e spesso la fuga buona non parte nemmeno o ci mette moltissimo. Alla Strade Bianche meglio stare davanti che restare nel gruppo, ma non è facile. Alla Sanremo invece, dopo che la fuga è partita, salvo rarissimi casi, si resta avanti per molti chilometri.

Cosa si pensa una volta in fuga alla Sanremo? Quasi 300 chilometri di gara: non sono pochi…

Pensi che almeno sei in televisione! Scherzi a parte, essere davanti non è facile, anche molte WorldTour vogliono entrare in fuga ormai. Quando sei in fuga è bello, ti godi il momento. Poi, man mano che ti avvicini ai Capi, alla Cipressa, la testa lavora ancora di più, ma sai che il gruppo arriverà. A quel punto l’obiettivo è resistere il più possibile, magari fino all’inizio della Cipressa.

Conti (a sinistra) in fuga lo scorso anno alla Sanremo: ben 243 km di attacco
Conti (a sinistra) in fuga lo scorso anno alla Sanremo: ben 243 km di attacco
Quali sono le strategie in una fuga lunga come quella della Sanremo?

Devi fare un ritmo costante, quasi come fosse una cronometro, ma non subito a tutta. Se rompi il gruppetto della fuga troppo presto e si resta in pochi, ti riprendono prima. Meglio una doppia fila fatta bene, compatta, tenere un passo regolare e aumentare piano, piano. Il traguardo a quel punto non è tanto la linea d’arrivo, ma vedere fino a che punto si riesce a stare davanti. L’obiettivo è fare più chilometri possibili in fuga.

Valerio, hai accennato alle corse in Asia, gare che danno punti e che sono più accessibili per le professional e ormai anche per alcune WorldTour. Di conseguenza questi grandi obiettivi come Strade Bianche e Sanremo come si approcciano? Meglio schierare le formazioni top nelle corse asiatiche?

Cerchiamo comunque di arrivarci bene. Siamo coscienti che non sono obiettivi alla nostra portata, ma c’è comunque la voglia di fare bene, di mettersi in mostra, di onorare la gara. Si dà il massimo assolutamente.

Avete un nuovo sponsor, Solution Tech: quali sono le impressioni di questa “nuova” squadra?

Per me la squadra ha fatto uno step in avanti. Molti corridori non sono stati rinnovati, mentre sono arrivati tanti giovani con grinta e voglia di emergere. Lorenzo Quartucci, per esempio, ha già mostrato buone cose. Idem Alexandre Balmer. Gli altri li valuteremo in gara. Avere una squadra professional in Italia è difficile, ma il nostro obiettivo è fare i punti per entrare nel ranking (top 30, ndr) e avere di nuovo la possibilità di andare al Giro d’Italia.

Tu e Sbaragli ormai siete i veterani: questo è anche il vostro ruolo nel team?

Un po’ sì, perché qui l’ambiente è ancora quello di qualche anno fa, dove si imparava dai veterani. Oggi il ciclismo è cambiato: la tecnologia ha creato la perfezione, i giovani sanno già tutto. Non c’è più bisogno della maturazione, delle esperienze trasmesse dai “vecchi”. Scendi a colazione e hai già i grammi di cibo pesati, per dire… Questo ha reso più forti i giovani, ma ha tolto qualcosa ai veterani, almeno come insegnanti.

Un bel cambio, anche dal punto di vista dei materiali…

Quest’anno abbiamo fatto un salto di qualità: va detto. Le bici Pardus sono più leggere e veloci. La mia pesa un chilo spaccato in meno rispetto all’anno scorso. E anche le ruote Elitewheels, sono super scorrevoli. Materiali così ti danno fiducia e stimoli in più.

Nelle prime gare qualche buon piazzamento e persino una vittoria (quella di Rajovic nella prima tappa del Tour de Sharjah) per la Solution Tech
Nelle prime gare qualche buon piazzamento e persino una vittoria (quella di Rajovic nella prima tappa del Tour de Sharjah) per la Solution Tech
Quale sarà il tuo calendario, Valerio?

Inizio con Laigueglia. Poi appunto Strade Bianche e credo farò Taiwan e Thailandia. A seguire ci sarà una primavera piuttosto piena con il Giro d’Abruzzo e probabilmente il Tour of the Alps. Se non andrò in Trentino andrò al Giro di Turchia.

Quanto cambia una stagione senza un Grande Giro?

Cambia tanto. Un Grande Giro ti porta al top della forma e ti migliora anche per la seconda parte della stagione. Se non lo fai, devi gestirti diversamente, allenarti alla perfezione, fare più richiami, più gare. Con un grande Giro invece, la gamba viene da sola. E se ti sai gestire bene, il volume di quella condizione che ti lasciano le tre settimane, te lo porti dietro per il resto della stagione.

Con l’addio di Frassi, chi sarà il vostro direttore di riferimento?

Francesco Frassi era un punto di riferimento enorme. Non solo un grande direttore sportivo, ma anche una persona speciale. Qui aveva un ruolo totale. Ha ricevuto la chiamata dalla Israel-Premier Tech e ha accettato. Quest’anno ci saranno ancora Marco Zamparella, Serge Parsani e i nuovi arrivati Leonardo Canciani e Filippo Fuochi, che collaboreranno tutti insieme.

Zanardi, lo sguardo più chiaro sulla vita da atleta

17.02.2025
6 min
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Per essere un’atleta nel WorldTour non sempre basta allenarsi, mangiare e dare l’anima in gara. A volte il lavoro è pesante e si prende tutto, Silvia Zanardi lo sta imparando sulla sua pelle. L’emiliana, che ha vinto un campionato europeo under 23 e nell’ultima stagione alla BePink spingeva per uscire, ha alle spalle il primo anno nel WorldTour con la Human Powered Health ed ha appena iniziato il secondo in Australia e poi al UAE Tour. E adesso che è a casa in attesa della prossima corsa, le capita di pensare a come sia cambiata la sua vita e si trova magari a sorriderne con ironia, come quando i chilometri da fare sono ancora tanti e riderne è il modo migliore per esorcizzarli.

«Quest’anno – dice – ho iniziato col piede giusto. Il 2024 è servito a mettere a fuoco un po’ di cose, adesso in teoria è meglio. Mi sono fidata e ho seguito il mio allenatore. Ho fatto le cose un po’ meglio, perché sapevo di dover essere pronta a gennaio, per cui dopo la Cina ho staccato, ma non tanto. Ho preferito mantenermi, perché sapevo che altrimenti avrei avuto poco tempo».

La squadra si è ritrovata a Boston per un ritiro a novembre e per fare gruppo (foto Human Powered Health)
La squadra si è ritrovata a Boston per un ritiro a novembre e per fare gruppo (foto Human Powered Health)
Uno scatto soprattutto mentale?

Un po’ quello e un po’ anche il discorso del peso, che devo sempre tenere a bada, perché so che è importante. Se si è liberi di testa, penso che si possa davvero esprimere il 100 per cento.

E’ davvero così difficile fare l’atleta professionista?

Mamma mia, io mi sono resa conto che il ciclismo è cambiato proprio molto e sta cambiando ancora. Siamo davvero dei robottini, che devono fare tutto in modo perfetto, pesare tutto e recuperare bene. Prima non era così, ne parlavo anche con la Giorgia Bronzini (suo direttore sportivo alla Human Powered Health, ndr). Lei mi dice che non sa come facciamo e che quando correva lei, non era così.

Come si trova l’equilibrio per durare a lungo?

Io personalmente faccio un po’ fatica, ma in generale ci vuole un equilibrio anche nella vita, no? Devi sapere gestire tutto, i problemi ci sono anche al di fuori della bici. Perché stai via magari un mese e non c’è solo la bici e basta, c’è anche la vita. Quindi ci sono le cose di casa e non è semplice tenere il giusto equilibrio. Me ne sto rendendo conto ogni giorno di più. Perché non tutti là fuori si rendono conto di cosa significhi fare l’atleta.

Prossimi obiettivi?

Il 23 febbraio una gara in Spagna e poi qualche garetta in Italia, ma non la Strade Bianche. Faccio solo il Trofeo Oro in Euro e la Milano-Sanremo. Quella gara mi è sempre piaciuta molto. I Capi li ho già fatti quando ho partecipato al Ponente in Rosa prima di fare la Cipressa. Non posso dire che sia la mia corsa preferita, perché devo ancora farla. Magari se andrà bene, lo diventerà. Ci sono anni in cui le corse ti sembrano tutte belle e altri, in cui non hai la condizione, che non te ne piace nessuna.

Il debutto 2025 di Zanardi è avvenuto al Tour Down Under (foto Human Powered Health)
Il debutto 2025 di Zanardi è avvenuto al Tour Down Under (foto Human Powered Health)
Che cosa ti piacerebbe aver ottenuto quando il 2025 sarà finito?

Sinceramente voglio ritrovare la Silvia di quando andavo forte. Di quando mi sentivo bene sulla bici e avevo anche la consapevolezza interiore per dire che sto andando bene. Mi sento a posto, quindi vorrei ritrovarmi.

C’è stato un momento preciso in cui non ti sei più riconosciuta in quella Silvia?

Sì, quando ho cambiato squadra. E’ cambiato tutto e ci ho messo un po’ a ritrovare l’equilibrio. La sensazione di non riconoscere più niente intorno a me. Ho cambiato squadra, il direttore sportivo, tutte le compagne e anche il modo in cui approcciarmi alla squadra. La BePink era un ambiente familiare, c’era un rapporto diverso. Adesso mi rendo conto che è diventato proprio il mio lavoro e quindi quello che mi chiedono di fare devo farlo al 110 per cento.

Del tuo passaggio nel WorldTour si parlava da anni: pensi di aver aspettato troppo?

Ho sempre detto che non mi sentivo pronta e ora che ci sono dentro, me ne rendo conto anche di più. E’ stato un passaggio molto forte e importante, bisogna essere pronti. Ho fatto bene ad aspettare il mio tempo e a non saltare le tappe.

Ti senti ancora con Walter Zini?

L’ho incontrato al UAE Tour. Per me è una persona importante e lo resterà per sempre. E’ stato il genitore che non ho mai avuto vicino, lui c’è sempre stato. Quindi anche se adesso sono in un’altra squadra, comunque gli voglio bene. Ora mi sento proprio, non so come dire, sola e responsabile di me stessa. Invece prima sapevo che comunque avevo lui come punto di riferimento e se avevo un problema o qualsiasi cosa, potevo contare su di lui.

Nuove compagne, nuovo ambiente, ma il 2025 segnerà per Zanardi un cambio di passo (foto Human Powered Health)
Nuove compagne, nuovo ambiente, ma il 2025 segnerà per Zanardi un cambio di passo (foto Human Powered Health)
In che modo si lavora per ritrovare quella Silvia?

Restando carica e motivata nel fare quello che mi dicono. Purtroppo il meteo qui a Piacenza non è il massimo, ma ce la metto tutta.

Il tema del peso è sensibile, ma lo hai tirato fuori tu. Perché è un problema?

Oggi mangiare è diventato complicato a prescindere, questo è una certezza. Nel mio caso, non ho un problema col cibo è piuttosto che a me piace molto mangiare. La nostra cucina è più invitante rispetto a quella di altri Paesi, per cui quando torno a casa e trovo un bel piatto di pasta con il ragù della nonna, che buono… Come fai a dire di no? 

Hai vinto tu, ma se ti sente un nutrizionista…

Ho imparato a stare attenta, ma ogni tanto mi sfogo. Nel cibo non trovo la felicità, però a volte la coccola che non arriva magari da altri ambiti.

Che cosa fa Silvia quando non va in bicicletta?

Ho fatto il liceo artistico, quindi nei momenti di riposo mi piace disegnare e comunque dedicare un po’ di tempo a me. Ogni tanto mi faccio le unghie, quindi cose da donna. I ragazzi della mia età che non fanno sport passano il tempo in tutt’altro modo, quindi non è semplice. Ci sono le amicizie attorno al lavoro, quello non lo metto in dubbio, però io ho anche delle amiche al di fuori del ciclismo.

Dopo il Down Under, Zanardi ha preso parte al UAE Tour (foto Human Powered Health)
Dopo il Down Under, Zanardi ha preso parte al UAE Tour (foto Human Powered Health)
E loro?

Ogni tanto mi chiedono di andare a fare un aperitivo e anche in questo bisogna saper trovare l’equilibrio giusto. Ovviamente non puoi dire sempre di sì, però non me la sento nemmeno di dire sempre di no, quindi ogni tanto mi concedo una cena con le mie amiche, una cosa tranquilla, che mi piace. E poi c’è lo shopping, che nel giorno di riposo trovo molto terapeutico.

La ragazza accanto a te nel profilo di WhatsApp è tua sorella? Siete identiche…

Silvia da grande e Silvia da piccola, me lo dicono tutti. Abbiamo 10 anni di differenza, ma lei sembra più grande. Sono molto legata a lei e a mio fratello. Siamo una famiglia di ciclisti. Mio fratello correva in bici, poi ha smesso da junior. Mia sorella invece adesso fa mountain bike e ciclocross. Non si è avvicinata alla strada, però mai dire mai…

Vivi ancora a casa con loro?

No, adesso ho comprato casa, vivo da sola. Sono diventata grande anche per questo. Ci voleva, anche perché la tranquillità e i ritmi, gli orari che hai quando sei da sola, sono davvero una cosa unica e stupenda.

Caschi Rudy Project alla FCI: una storia di orgoglio italiano

16.02.2025
6 min
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Da Kask a Rudy Project, il cambiamento non è passato inosservato. Per il nuovo quadriennio, come avevamo anticipato nei giorni scorsi, la Federazione italiana si servirà di materiale Rudy Project, già sponsor tecnico del Team Bahrain Victorious: basta guardare le immagini degli europei su pista di Zolder per rendersene conto.

Come avvengono certi cambiamenti? In base a cosa viene fatta la scelta? Alla fine dell’anno, la Federazione ha coinvolto una decina di aziende, precedentemente individuate, perché portassero i loro modelli al fine di farne una valutazione. Abbiamo chiesto pertanto a Massimo Perozzo (marketing & communication manager presso Rudy Project) di spiegarci i vari passaggi dell’approdo dell’azienda veneta alla nazionale. Fra quelle aziende infatti c’erano anche loro.

«La Federazione – spiega – ha chiesto la possibilità, soprattutto per la parte relativa alla pista, di testare dei caschi per valutare i marginal gain. Sono stati fatti dei test con più atleti in diverse situazioni. Il quartetto come pure il singolo atleta. L’uomo e la donna. Le posizioni più disparate e per ciascuna di queste è stata valutata tutta una serie di aspetti. E alla fine il Wingdream è risultato in assoluto il casco più performante, con una buona valutazione anche per il The Wing e il Nytron».

Firmato il contratto, gli uomini di Rudy Project sono corsi a Montichiari: qui con Diego Bragato
Firmato il contratto, gli uomini di Rudy Project sono corsi a Montichiari: qui con Diego Bragato
Quando si è svolta questa fase di selezione?

Alla fine dello scorso anno, intorno a fine novembre, inizio di dicembre. Visti i risultati dei test, la Federazione tramite Infront ha cominciato a prendere contatti con noi per capire se da parte nostra ci fosse la volontà di collaborare, dato che a loro interessava avere il nostro miglior prodotto.

E voi?

Lo dico proprio in maniera molto sincera: per noi è orgoglio puro. Siamo un’azienda italiana, composta da 50 persone che stanno sul mercato da 40 anni e ogni anno cercano di fare qualcosa in più. Sappiamo che da qualche stagione stiamo lavorando bene sull’aerodinamica e arrivare a questo traguardo è stato il coronamento di un percorso. Un regalo per i nostri 40 anni. Così, quando abbiamo capito che la Federazione era contenta dei caschi e voleva usare il nostro Wingdream, abbiamo cominciato a parlare con Infront. Abbiamo iniziato a definire il rapporto con la Federazione con cui collaboreremo fino alle Olimpiadi di Los Angeles.

E’ stato un percorso complesso?

Passo dopo passo, giorno dopo giorno, telefonata dopo telefonata, siamo arrivati a chiudere i dettagli del contratto che è stato firmato, come sapete, la settimana scorsa. A quel punto abbiamo dovuto portare in tutta fretta i caschi a Montichiari in previsione degli europei. I ragazzi avevano già testato il nostro casco, ma c’era ancora da fare il lavoro di settaggio. C’è da valutare per ogni singolo atleta le necessità di taglia o se ci siano da fare delle modifiche strutturali a livello di comfort. Siamo stati una giornata con loro a Montichiari e li abbiamo messi tutti a posto. Mentre in questi giorni degli europei c’è sempre stato uno dei nostri che li ha seguiti passo dopo passo, per fare eventuali correzioni.

Sono tre i modelli di casco a disposizione della FCI, in base alla specialità: Wingdream, The Wing, Nytron
Sono tre i modelli di casco a disposizione della FCI, in base alla specialità: Wingdream, The Wing, Nytron
Ed è andata bene, dato che sono arrivati alcuni ori e altre medaglie…

Gli ori di Martina Fidanza e del quartetto femminile, ma anche quello di Matteo Bianchi nel chilometro da fermo. La distribuzione dei caschi e quando usarli invece ha un regolamento a parte. Se si parla di una specialità che coinvolge più corridori, come il quartetto o la velocità a squadre, gli atleti sono tenuti a utilizzare il nostro casco anche per ragioni di aerodinamicità. Se l’atleta invece fa parte di una squadra in particolare o di un gruppo sportivo che ha un altro sponsor, nelle specialità individuali potrà usare il casco del suo sponsor. Per questo ci ha fatto piacere che Matteo Bianchi abbia usato il nostro casco e anche Viviani che però al momento è senza squadra.

Avete già avuto dei riscontri?

Stiamo parlando come sempre dei famosi marginal gain, che in queste specialità sono essenziali. Per cui un casco come il Wingdream, che ha dimostrato così tanto guadagno o risparmio di watt, risulta essenziale. E poi siamo contenti che i ragazzi lo usino volentieri.

Ha parlato di settaggio: quanto c’è di personalizzabile su un casco come questo?

Sul suo interno, sulle imbottiture. La struttura infatti non deve essere toccata per motivi di sicurezza. Per cui una volta che il casco viene battezzato e certificato dall’UCI, la parte strutturale interna non deve essere toccata per meri motivi di sicurezza. L’unica parte su cui possiamo intervenire e di cui si occupa Ivan Parolin quando è alle gare con loro, è inserire degli inserti ad hoc, con materiale di diversi spessori. Si fa un lavoro personalizzato con l’atleta per capire quale spessore e quale materiale usare. Quando l’atleta indossa il casco, deve sentirlo fermo, comodo e capace di garantire sempre la sicurezza necessaria. Se un atleta è nel suo momento di comfort e quindi non ha disagio, riesce a performare al massimo.

Nel quartetto, intesa come specialità multipla, i corridori sono tenuti a utilizzare i caschi Wingdream
Nel quartetto, intesa come specialità multipla, i corridori sono tenuti a utilizzare i caschi Wingdream
E’ previsto anche un lavoro di sviluppo accanto alla Federazione?

Hanno già cominciato a darci dei consigli, su piccole modifiche che si potrebbero apportare per alcune discipline. Sono cose che facciamo regolarmente anche col Team Bahrain, che anzi ha uno staff proprio dedicato per questo. Durante l’anno c’è una sorta di lavoro a ciclo continuo. Riceviamo le loro informazioni e vengono passate sul prodotto, per sviluppare ad esempio l’altezza della visiera o la parte tecnica del rotore posteriore per il fissaggio. Ci sono mille particolari che vanno poi a incidere sullo sviluppo di un casco. Diciamo che il nuovo modello nasce già in modo abbastanza avanzato e poi viene calibrato sulle esigenze del team o, in questo caso, della Federazione.

La vostra sarà una fornitura standard?

La fornitura è già stata battezzata da oggi fino al 2028. E’ logico che in questo tipo di rapporto le quantità siano contrattualizzate, ma poi quelle reali sono sempre variabili e difficilmente minori di quelle che sono a contratto. Spesso sono di più, per dare diverse opportunità e possibilità di scelta. Se c’è una modifica da fare, si fanno delle prove e queste implicano un aumento della quantità da dover sviluppare e consegnare.

Se da qui al 2028 Rudy Project tira fuori un nuovo modello chiaramente lo propone anche alla Federazione?

Diciamo che il Team Bahrain ha una sorta di prelazione, perché il grosso del lavoro di sviluppo lo facciamo quasi sempre con la squadra. Il Wingdream nasce dal lavoro fatto con loro, ma la Federazione è comunque il primo soggetto che verrebbe interpellato e a cui verrebbe presentato un nuovo prodotto.

Viviani ha usato caschi Rudy Project, modello Wing, non avendo ancora una squadra
Viviani ha usato caschi Rudy Project, modello Wing, non avendo ancora una squadra
Il Wingdream è uno dei caschi che l’UCI voleva vietare?

Proprio lui. Quando produciamo un casco che poi viene dato a una squadra WorldTour, deve essere approvato dall’UCI. Noi non possiamo dare un casco a una squadra senza che l’UCI sappia o lo certifichi, allo stesso modo di quanto accade per le biciclette. Lo scorso anno il nostro casco, come il casco di Giro della Visma-Lease a Bike, ha avuto una grande risonanza. Non per la pericolosità, come qualcuno ha voluto dire, ma perché è un casco molto originale. Tutto quel parlare derivava soltanto da un fattore estetico. In questo momento non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione dall’UCI. Le squadre stanno usando i nostri caschi su strada e lo hanno usato anche in pista. Ai corridori non importa tanto della forma quanto del fatto che il casco ti permetta di essere veloce. Tutto il resto, avendo le autorizzazioni a posto, è solo fumo.