Dopo dieci anni torna il Giro e Vicenza fa le cose in grande

20.02.2025
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Il prossimo 23 maggio Vicenza tornerà ad ospitare un arrivo di tappa del Giro d’Italia dieci anni dopo l’ultima volta. Nel 2015 a vincere sul traguardo di Monte Berico (lo stesso di quest’anno) fu Philippe Gilbert che nel diluvio staccò di 3″ la maglia rosa Alberto Contador e Diego Ulissi (immagine di apertura). La tappa del 2025 prenderà il via da Rovigo e terminerà nella città del Palladio dopo 180 chilometri, gli ultimi 60 dei quali nello scenario dei Colli Berici, le colline a sud di Vicenza.

Una tappa da passisti veloci o da velocisti resistenti, con l’ultimo chilometro, quello che porta al Santuario di Monte Berico, che tira decisamente all’insù. Comunque andrà quest’anno, la città veneta si sta già preparando ad accogliere la carovana con il comitato di tappa della “Tappa dei Berici”, presieduto da Mario Carraro e di cui fa parte, tra gli altri, anche l’ex professionista Angelo Furlan. Abbiamo parlato con loro per farci raccontare quanto è importante un evento di questa portata per il territorio vicentino.

Vicenza è da sempre un grande territorio di ciclismo, con moltissimi praticanti e sede di tante importanti aziende (@laviadeiberici)
Vicenza è da sempre un grande territorio di ciclismo, con moltissimi praticanti e sede di tante importanti aziende (@laviadeiberici)
Carraro, abbiamo visto che il percorso abbraccia buona parte dei Colli Berici, ci racconta com’è nato?

Abbiamo lavorato assieme a Rcs Sport per massimizzare l’impatto scenografico, di concerto con i Comuni dei Colli Berici, per regalare ai tifosi delle immagini mozzafiato. Il grande successo è stato proporre un circuito che contiene alcune delle salite dei colli più amate tra noi amatori, come l’ascesa della Pila fino ad Arcugnano, che sarà l’ultimo trampolino di lancio prima del finale. Prima del circuito poi si farà la salita che da Barbarano porta a San Giovanni in Monte, il punto più alto dei Berici. Il circuito permetterà al pubblico di arrivare in gran numero, e noi contiamo di avere un’affluenza straordinaria. 

Quindi più del 2015?

Nel 2015, in un giorno di pioggia infrasettimanale, sono state stimate 200mila persone. Quest’anno puntiamo sicuramente più in alto, diciamo il doppio. Anche perché in quei giorni verrà organizzato un village in Campo Marzio con un megaschermo per tutto il fine settimana, che speriamo diventi un punto di riferimento per gli appassionati che arriveranno.

La tappa con arrivo a Vicenza attraversa nel finale i Colli Berici, frequentatissimi da ciclisti di ogni disciplina (@laviadeiberici)
La tappa con arrivo a Vicenza attraversa nel finale i Colli Berici, frequentatissimi da ciclisti di ogni disciplina (@laviadeiberici)
Vicenza è territorio di ciclismo e sono moltissimi i campioni nati in questa provincia: da Pozzato a Battaglin, da Rebellin ad Alessandra Cappellotto e Tatiana Guderzo, per non parlare di Tullio Campagnolo.

E non solo, anche Selle Italia e Royal e Wilier, e altri. Ma è sufficiente venire qui un sabato mattina, anche in inverno basta che ci sia il sole per vedere quanta passione c’è per il ciclismo. Una cosa che ci fa particolarmente piacere è che sta diventando anche uno sport molto femminile, un trend che è particolarmente visibile qui da noi soprattutto nel mondo del gravel, che permette di vivere tutti i benefici di questo sport lontano dai pericoli della strada.

Su queste stesse strade, assieme all’amico Pozzato che lo organizzava, due anni fa Angelo Furlan fece passare il primo mondiale gravel. Essendo stato corridore e continuando a pedalare come se lo fosse ancora, il vicentino è l’uomo giusto per entrare nei primi dettagli tecnici.

Angelo Furlan, da ex corridore e profondo conoscitore di queste strade, dove consigli di piazzarsi per godersi la tappa dal vivo? 

Un punto può essere sulla prima salita di giornata, quella della Scudelletta da Barbarano che porta in cima ai colli, un posto bellissimo anche paesaggisticamente. Poi nel circuito, dove ci saranno gli attacchi, magari a metà della rampa finale.

Monte Berico e i suoi portici: lassù Gilbert vinse la tappa al Giro del 2015
Monte Berico e i suoi portici: lassù Gilbert vinse la tappa al Giro del 2015
A proposito, com’è la rampa che porta all’arrivo?

E’ lunga 1,4 km al 5,7% di media. Quindi sicuramente non da velocisti puri, da corridori veloci che tengono sugli strappi, gente da classiche. Non a caso nel 2015 vinse Gilbert. Attenzione al giovane Busatto, lo conosco bene ed è vicentino, l’ho visto alla Veneto Classic e mi ha fatto una grande impressione. Non lo dico solo per essere di parte, è proprio un commento tecnico.

Il generale in percorso non sembra molto duro, per gli standard attuali

Non durissimo forse, ma che darà sorprese, perché è una tappa che si adatta ai colpi di mano. E’ a metà giro, i corridori inizieranno ad essere stanchi. La prima parte è tutta pianeggiante, a 50 km dall’arrivo invece cambia radicalmente. La prima salita non sarà di passaggio perché è corta e dura, e se qualcuno volesse alzare il ritmo potrebbero restare in pochi. Dalla cima il percorso poi non è lineare, è un saliscendi continuo, un toboga, non c’è più respiro anche dal punto di vista planimetrico. C’è spazio per gli uomini da fuga come per gli attaccanti, come anche perché i big si inventino qualcosa. Insomma gli scenari sono moltissimi, come non poteva che essere in un territorio variegato e ricco come quello dei Colli Berici.

Corti e troppo avanzati: bocciatura secca del biomeccanico

20.02.2025
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La premessa di Mauro Testa, biomeccanico e responsabile scientifico di Biomoove Lab, è di quelle che da una parte ti mettono a tuo agio e dall’altra annunciano un lungo viaggio. Ci siamo rivolti a lui per fare nuovamente il punto sulle posizioni estreme in bicicletta. Prima avevamo parlato con Alessandro Mariano, che aveva ricondotto tutto al superiore lavoro dei ciclisti in palestra. Poi con Diego Bragato, secondo cui certi assetti sono possibili proprio perché i ciclisti sono atleti molto più completi di un tempo. Ed è stato proprio lui a suggerirci di parlare con Mauro Testa, raccontandoci il lavoro fatto con la nazionale per studiare la contrazione muscolare.

«La figura del biomeccanico in Italia è sconosciuta – dice subito Testa – e si confonde spesso il con il bike fitter, che è una figura completamente differente. Il bike fitter prende il soggetto e lo integra con la bicicletta, ma non tiene conto assolutamente dei parametri fisiologici, neurofisiologici, né morfologici. Il biomeccanico invece è in grado di farlo perché si è formato all’Università e ha studiato anche l’anatomia. Il bike fitter è un ergonomo, passatemi il termine, che cerca di posizionare l’atleta sulla bicicletta. Il problema è che ogni atleta è fatto a modo suo ed è sbagliato fare delle generalizzazioni».

Nel suo book spiccano 300 brevetti, fra cui la prima sella col gel per Selle Italia del 1994, il sistema My Own con Prologo, lo studio di validazione della bici crono di BMC, i rulli Rizer e Justo di Elite, i lavori con Aprilia e con Ferrari, lo studio delle piste di atletica Mondo, gli interni del Frecciarossa ETR100 e varie altre collaborazioni con la Fifa e la Fidal. Non poteva mancare chiaramente quella con la FCI.

Mauro Testa, piemontese, è il responsabile scientifico del centro Biomove e titolare di oltre 300 brevetti
Mauro Testa, piemontese, è il responsabile scientifico del centro Biomove e titolare di oltre 300 brevetti
Ogni atleta è fatto a modo suo, ripartiamo da qui?

Se dico che tutti gli atleti sono più trofici perché lavorano con i pesi, faccio una generalizzazione. Inoltre, dal mio punto di vista è sbagliato, perché i pesi non riproducono la specificità del movimento. Che cosa succede se avendo reso più trofiche le loro masse muscolari (invece di renderle più elastiche e quindi pronte alla contrazione o accorciamento), li portiamo avanti, accorciando il soggetto rispetto ai suoi punti di vincolo? Succede che spostiamo il centro di massa del corpo e non solo.

Con quale conseguenza?

Si ottimizza la spinta, ma questo va a svantaggio del comfort e conseguentemente della capacità di endurance. Quindi può andare bene per un attacco in salita, dove tutti si spostano sulla punta della sella, utilizzando le catene muscolari deputate per la parte di sprint e di accelerazione nel percorso breve, ma non per un lavoro di resistenza.

Il lavoro in palestra è ormai una presenza fissa, ma secondo Testa non è del tutto funzionale
Il lavoro in palestra è ormai una presenza fissa, ma secondo Testa non è del tutto funzionale
Serve un passaggio di anatomia, per capire meglio…

Esistono degli sport che hanno una doppia componente di attivazione muscolare. Una fase è chiamata eccentrica, in cui è possibile esprimere dei livelli di forza addirittura tripli rispetto a quella che avviene nella sola contrazione. Ad esempio nel calcio o in atletica leggera, quando ci sono degli sprint, delle forti accelerazioni a piedi, dei balzi. Nel ciclismo questa fase eccentrica non c’è, esiste fisiologicamente solo la fase concentrica.

Che cosa significa?

La tendenza del muscolo non è quella di rilasciarsi completamente, tende a rimanere contratto, per cui il soggetto alla fine risulta estremamente corto dal punto di vista muscolare. Se distendi un corridore sul lettino a pancia in su e gli sollevi una gamba, vedrai che tende a muoversi anche l’altra, anche se il muscolo non è sottoposto a contrazione. Se lo accorcio ancora, cioè avvicino i segmenti tra di loro spostando il corridore in avanti, riduco ulteriormente la possibilità di rilassamento. In altre parole se riduco la distanza tra i segmenti corro il rischio di accorciare, in modo sicuramente parziale, il ventre muscolare (il corpo centrale del muscolo, ndr). Il ciclo dei ponti tra actina e miosina si trova di fatto più pronto alla contrazione (si parla del meccanismo stesso della contrazione muscolare, ndr). E’ come se comprimessi una molla, che genera immediatamente forza ed è pronta per esprimerla ai massimi livelli.

Michele Bartoli, Giro d’Italia 1998: il peso è decisamente centrale sulla bici
Michele Bartoli, Giro d’Italia 1998: il peso è decisamente centrale sulla bici
Quali sono gli effetti di questo tipo di lavoro?

Nell’immediato ho una percezione di forza superiore, perché essendo più corto sono in grado di contrarre più rapidamente il muscolo e quindi di percepire più rapidamente la spinta. In realtà, da un punto di vista della forza, essendo il muscolo una struttura elastica e non essendoci il ciclo completo del rilassamento e della contrazione, non sono in grado di stoccare energia potenziale elastica. Il muscolo funziona come una molla, si diceva. E alla lunga, a forza di contrarlo, non ha più la stessa capacità di risposta.

Chiariamo meglio il concetto di energia potenziale elastica?

Quando pedaliamo, immagazziniamo energia potenziale elastica nell’organismo e ogni volta la rilasciamo, in modo che nelle pedalate successive io non faccia fatica come nella prima. Non devo più vincere la forza di inerzia per spingere e creare velocità, le pedalate successive devono essere fluide sfruttando il più possibile questa forma di energia, legata alla capacità contrattile e di rilassamento del muscolo. Se me lo impedisci, io ho una sensazione di beneficio immediato, ma ho una caduta dell’endurance e a lungo termine ho anche una caduta della capacità di generare forza. Inoltre una scarsa capacità del soggetto ad “estendersi” (perché accorciato nei suoi punti di vincolo) incrementa i sovraccarichi e quindi le condropatie che sono un problema tipico del ciclista.

Vuelta a Murcia 2025, tutti in sella allo stesso modo: è davvero corretto? Il biomeccanico dice di no
Vuelta a Murcia 2025, tutti in sella allo stesso modo: è davvero corretto?
Quindi se anche un campione si trovasse bene con questo assetto, sarebbe un’eccezione?

Il ciclista non ha bisogno di un picco elevato di forza per un tempo breve, a meno che ovviamente non debba fare degli sprint in pista. Ha bisogno di un picco di forza, magari anche più basso in termini di intensità, ma che duri nel tempo. Serve che il muscolo non perda capacità contrattile, non avendo possibilità di rilassarsi completamente. Quindi per me la tendenza di accorciarli è una stupidaggine. E poi c’è un altro problema.

Quale?

Nell’accorciamento, si riducono i bracci di leva. Questo mi rende anche meno abile nella capacità di gestire la guida della bicicletta. Se ho le braccia contratte quindi avvicinate al tronco, con il gomito molto flesso, non ho una rapidità di esecuzione sulla correzione della traiettoria, che invece potrei avere se il braccio è un attimino più rilassato. Quindi ne va di mezzo anche la sicurezza. Per non parlare dei carichi sulla schiena, di cui poco si parla.

Questa posizione quasi fetale, spiega il biomeccanico, di fatto accorcia la colonna e limita la possibilità di guida
Questa posizione quasi fetale di fatto accorcia la colonna e limita la possibilità di guida
In termini di vibrazioni?

Pochi nell’ambito dello sport tengono in considerazione gli aspetti vibratori. La bicicletta da corsa è fatta in fibra di carbonio, una struttura che trasmette le vibrazioni, perché non è in grado di assorbirle. Inoltre le strade non sono perfette, per cui le sollecitazioni sono costanti. Accorciando il corridore e portandolo in posizione quasi fetale, nella colonna vertebrale si incrementa la cifosi. Disponendo di quel poco spazio, l’adattamento fa sì che le vertebre si avvicinino tra di loro, rendendo la struttura meno elastica e meno capace di assorbire le vibrazioni che arrivano dalle gambe e dalle braccia. Per cui anche da un punto di vista strettamente biomeccanico, l’accorciamento in sé non ha dei reali benefici, a meno che non sia la morfologia dell’atleta a richiederlo.

Come detto in precedenza, a ciascuno la sua biomeccanica?

E’ importante sottolinearlo, non generalizziamo né nel senso dell’accorciamento né dell’allungamento come si era invece portati a fare anni fa. Lo sport e la scienza ad essa applicata compiono spesso l’errore di costituire delle mode e seguirle. Dovremmo invece vedere ogni atleta, amatore o professionista, come unico e solo, adattandoci e adattando la posizione in bici alle sue specifiche peculiarità, necessità e caratteristiche. Questo è quello che fa un buon biomeccanico.

Borgo nel WorldTour: tra emozioni e gambe che girano

19.02.2025
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Il devo team della Bahrain Victorious in questi giorni è in ritiro a Udine per preparare le prime gare del calendario under 23. La formazione che fino all’anno scorso era CFT Victorious ha cambiato il nome ma non le abitudini. Tra le differenze che si trovano rispetto allo scorso anno possiamo menzionare la maggior possibilità di scambio con il team WorldTour. Essere diventato devo team della Bahrain Victorious permette ai ragazzi di Boscolo uno scambio continuo con la formazione principale. Questo si trasforma in esperienze per i giovani della squadra under 23 che possono essere chiamati tra i pro’ per alcuni appuntamenti. 

La prima gara del 2025 di Alessandro Borgo è stato il Tour de la Provence con la formazione WorldTour
La prima gara del 2025 di Alessandro Borgo è stato il Tour de la Provence con la formazione WorldTour

Un passo tra i grandi

Questa occasione è toccata prima ad Alessandro Borgo al Tour de la Provence, e ora a Bryan Olivo alla Volta ao Argarve. Per entrambi si tratta dell’esordio stagionale, e a portarci con sé in questo debutto tra i grandi è Borgo

«Stiamo facendo questo ritiro a Udine – spiega – prima dell’inizio delle gare under 23. Ho raggiunto il gruppo ieri, visto che sono tornato da poco dalla Francia. Questi giorni insieme ci servono per fare gruppo e prendere le misure per i vari treni e situazioni di gara. Non manca molto alle gare e bisogna farsi trovare pronti».

Una prima esperienza per prendere le misure: eccolo in testa a tirare per i compagni
Una prima esperienza per prendere le misure: eccolo in testa a tirare per i compagni
Tu hai già iniziato…

Ho ricevuto la prima chiamata dalla squadra WorldTour. E’ stata un’emozione davvero grande, indescrivibile. Indossare quella maglia tra i professionisti è un onore, che sarà doppio visto che mi hanno chiamato anche per fare tre gare in Belgio a inizio marzo. 

Che esperienza è stata?

Bella, entusiasmante e che mi ha permesso di vedere un mondo diverso da quello che sono abituato a vivere. Prima di partire ero sicuro che avrei trovato tante differenze, ma l’impatto è stato strano.

Borgo si è messo a disposizione dei capitani, trovando in Mohoric una figura di riferimento
Borgo si è messo a disposizione dei capitani, trovando in Mohoric una figura di riferimento
In che senso?

Nel WorldTour sei trattato come un principe. L’organizzazione è massima e anche lo staff è lì per te e farti trovare tutto in ordine. Anche gli hotel sono eccezionali. Tutto funziona ed è sistemato alla perfezione. Non mi sarei mai aspettato di avere subito accanto lo chef e il nutrizionista che mi dicono cosa mangiare. 

Come ti sei sentito?

A mio agio. Di italiani eravamo Buratti e io. Come riferimento, in corsa e non, ho trovato un gran maestro in Mohoric. Ho avuto modo di conoscerlo al Tour de la Provence ed è una persona dalla quale imparare davvero tanto. E’ uno che parla molto volentieri e poi sa benissimo l’italiano. 

Sei stato fortunato ad avere un mentore come Mohoric.

Assolutamente, è un corridore estremamente intelligente che ha la pazienza e la voglia di correggere anche i più piccoli errori. Fin dalla prima tappa mi ha dato tanti piccoli spunti sui quali lavorare e migliorare. Ad esempio nello sprint della terza tappa ho sbagliato una cosa nel fare il treno e subito dopo la gara ne abbiamo parlato. 

Il Tour de la Provence è stato un testa a testa tra Mohoric e Pedersen
Il Tour de la Provence è stato un testa a testa tra Mohoric e Pedersen
Pedalare in gruppo insieme ai professionisti come ti ha fatto sentire?

Bene. Non ero agitato. La squadra sapeva che non ero nella miglior forma e mi ha lasciato sereno. Mi sono messo a disposizione dei compagni per tirare o andare alla macchina a prendere borracce e tanto altro. Mi sono goduto questo esordio, dal quale spero di aver imparato tanto per essere un buon braccio destro per i miei capitani. Portare una borraccia o uno smanicato a Mohoric è un onore e spero possa essere solo l’inizio

Raccontaci qualcosa anche degli attimi prima della gara, la presentazione delle squadre, il foglio firma…

E’ tutto bello. Magari la gente non ti conosce, ma questa maglia sa cosa rappresenta e quindi vieni trattato come tutti gli altri. Ti chiedono autografi e foto, cosa che magari capita anche qui ma in quel contesto tutto è amplificato. Ero convinto però di non farmi prendere dalle emozioni, sapevo di non avere pressioni esterne e non volevo mettermene troppe. Prima di partire mi sono detto: «Se mi trovo qui vuol dire che qualcosa di buono l’ho fatto».

Nella terza e ultima tappa Borgo ha evitato la caduta ed è riuscito a trovare un buon ottavo posto
Nella terza e ultima tappa Borgo ha evitato la caduta ed è riuscito a trovare un buon ottavo posto
Qualcosa di buono è uscito anche dalla corsa, visto l’ottavo posto nell’ultima tappa. 

In quella frazione dovevo tenere sotto controllo la corsa nella prima parte, per evitare di far andare via grosse fughe. Dopo un’oretta e mezza di gara c’era un traguardo volante importante, poi dopo è andato via un gruppetto e la corsa è rimasta tranquilla. Gli ultimi venti chilometri sono stati da MotoGP, non siamo mai scesi sotto i sessanta chilometri orari. Questa è stata la cosa che mi ha colpito maggiormente. Poi nella volata finale c’è stata confusione e una caduta, io ero davanti e continuando a pedalare sono arrivato ottavo. Mohoric, nonostante l’errore nel treno di cui abbiamo parlato, mi ha fatto i complimenti perché ero davanti e ho dimostrato di avere gamba. 

Ora tocca alle gare al Nord. 

Sono contento di andare e farò in modo che possano essere un’altra bella esperienza. Mi serviranno per abituarmi alla distanza e per capire cosa vuol dire correre sul pavé e i muri del Belgio con i professionisti.

Muzic-Labous, due amazzoni al fianco di Vollering

19.02.2025
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Non solo Vollering e Guazzini, nella FDJ-Suez che ingaggiando la campionessa olandese punta con decisione sul Tour de France ci sono anche Evita Muzic e Juliette Labous. Il general manager Stephen Delcourt si è detto certo che le sue tre leader collaboreranno per l’obiettivo comune e anche le dirette interessate sembrano in perfetta sintonia. La foto di apertura ritrae le tre leader della squadra francese sul podio della Vuelta Burgos 2022, vinta da Labous su Muzic e Vollering. Sono sempre state rivali, questa volta divideranno i gradi nella stessa squadra.

Abbiamo parlato con loro al via della stagione, cogliendo nelle loro parole l’entusiasmo per la nuova avventura (anche per Muzic che c’era già dal 2017, questo nuovo corso è una ventata d’aria fresca) e per la grandezza del progetto in cui sono state coinvolte.

Muzic che batte Vollering

Evita Muzic è francese e ha 25 anni. Nel 2020, quando ne aveva 21, vinse la tappa di Motta Montecorvino al Giro d’Italia Donne. Invece lo scorso anno ha staccato proprio Vollering sul traguardo di La Laguna Negra alla Vuelta.

«Una vittoria che mi ha dato grande fiducia – dice – e che mi ha fatto arrivare al Tour de France con obiettivi molto ambiziosi, per cui poi sono rimasta piuttosto delusa per il quarto posto. Ma quando ora mi guardo indietro, sono orgogliosa di quello che ho fatto. Sono stata per tutto l’anno leader della squadra e per me era la prima volta. Ho dovuto affrontare molta pressione e alla fine ho dato il massimo».

Vuelta 2024, Muzic vince la sesta tappa a Laguna Negra precedendo la leader Vollering
Vuelta 2024, Muzic vince la sesta tappa a Laguna Negra precedendo la leader Vollering

Gli onori di casa

Muzic si è ritrovata nei panni del leader mentre la squadra aspettava e sperava nel ritorno di Marta Cavalli. Con l’arrivo di Vollering, per la francese si prospetta un ruolo di minore esposizione, che potrebbe persino farle bene.

«Per me Demi è la benvenuta – sorride – abbiamo un buon rapporto e trovo sia bello avere una delle migliori atlete al mondo nella nostra squadra. Avere anche Juliette Labous ci spingerà tutti ai massimi livelli. Impareremo l’una dall’altra, ci aiuteremo a vicenda e correremo per la vittoria. Penso sia più facile avere Demi come compagna che come avversaria, questo mi permette di dire che andremo al Tour de France con l’obiettivo di centrare la maglia gialla. Quanto a me, mi accontenterei di vincere una tappa, che davvero mi manca».

Il 7 luglio 2022 Labous conquista il Passo Maniva del Giro Donne, dopo 100 chilometri di fuga
Il 7 luglio 2022 Labous conquista il Passo Maniva del Giro Donne, dopo 100 chilometri di fuga

Labous in risalita

Juliette Labous, campionessa di Francia, sorride e ci sarà da capire se dividere i gradi con due compagne sia quello che si aspettava o l’abbia scoperto durante la trattativa. Alla DSM era stata la giovane leader per i Giri, alla FDJ-Suez potrà puntare magari al Giro d’Italia, ma sul Tour grava l’ipoteca di Vollering.

«Ho inizato la stagione al UAE Tour – racconta Labous – e mi sono trovata bene, nonostante l’inverno sia stato abbastanza duro, perché mi sono ammalata spesso. Ho sentito che siamo una vera squadra perché abbiamo avuto alcune difficoltà, alcune cadute e qualche malattia, eppure siamo rimaste sempre unite. L’ho sentito anche nel modo di correre aggressivo ed è stato fantastico. Fisicamente per me, i primi due giorni sono andati bene, ma nella tappa di salita la cosa si è fatta più dura (a Jebel Hafeet ha chiuso a 2’11” da Longo Borghini, ndr). Il team però ha detto che non dubitano di me, che ho bisogno di calma per crescere e che abbiamo tutto il tempo necessario».

Con questa immagine sul sito della squadra, la FDJ-Suez lancia il 2025 delle sue tre leader
Con questa immagine sul sito della squadra, la FDJ-Suez lancia il 2025 delle sue tre leader

Seguire l’istinto

Dopo la dichiarazione di intenti degli sponsor, non c’è dubbio che per la squadra francese la chiamata al successo sia inevitabile, anche se non sembra che il management in questo momento stia attuando un particolare pressing sulle atlete.

«Abbiamo bisogno di essere unite – spiega Labous – e abbiamo lavorato su questo per tutto l’inverno. Penso che ci aiuterà a raggiungere grandi successi e non vedo l’ora di farlo. Per me sarà sicuramente diverso. Nei miei 8 anni con la DSM, all’inizio sono stata una giovane che poteva aiutare, poi sono diventata un po’ più leader e negli ultimi anni sono stata la leader solista. C’era molta pressione, per cui non vedevo l’ora di condividerla con altre leader. Voglio fare nuovi passi nella mia carriera, perché penso di aver fatto un sacco di top 5 e un sacco di top 10 e ora voglio solo vincere di più e aiutare la squadra a farlo. Penso di potermi divertire anche a seguire il mio istinto».

Corsa a piedi e distanza: l’insolito allenamento di Van Aert

19.02.2025
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Wout Van Aert lo ha fatto ancora: una corsa a piedi prima di un allenamento in bici. Non un allenamento qualsiasi, ma una distanza di 240 chilometri. Il belga della Visma-Lease a Bike non è nuovo a questa pratica e, ancora una volta, ha riacceso il dibattito sul valore del running per i ciclisti.

Si è detto che la corsa a piedi possa rafforzare la densità ossea, che nel ciclismo non viene particolarmente stimolata a causa dell’assenza di impatti. Ma con Fabrizio Tacchino, coach esperto sia nel ciclismo che nel triathlon, abbiamo analizzato la questione da un punto di vista più ampio. Tacchino parla di forza, di adattamenti muscolari e anche di zuccheri, sempre più centrali nell’approccio all’allenamento.

Wout Van Aert in tenuta da running qualche tempo fa (foto Twitter)
Wout Van Aert in tenuta da running qualche tempo fa (foto Twitter)
Fabrizio, torniamo sul tema corsa a piedi più ciclismo. Commentiamo l’allenamento di Wout Van Aert…

Fino a qualche anno fa si riteneva che i ciclisti dovessero evitare di correre a piedi o comunque di praticare sport differenti. Questo perché la corsa prevede una componente eccentrica dell’azione muscolare, dovuta agli impatti con il terreno, che nel ciclismo è assente. Dopo una corsa a piedi, un ciclista poco abituato avverte un forte indolenzimento muscolare, con gambe pesanti per uno o due giorni. Di conseguenza, per anni i direttori sportivi hanno scoraggiato la corsa, ammettendola solo nel periodo invernale.

Adesso però questa “dicotomia diabolica”, non è più così diabolica appunto…

No, non più. La nuova generazione di atleti, come Van Aert e Van der Poel, ma anche Roglic e altri atleti di spicco, ha sdoganato questa pratica. Nel caso di Van Aert e Van der Poel, la corsa a piedi è utile anche per le competizioni di ciclocross, tuttavia l’hanno inserita in modo strutturale nei programmi di allenamento, arrivando a praticarla quasi quotidianamente, anche prima di colazione, specie Van Aert.

Per te che benefici ha corsa a piedi per un ciclista?

Inizialmente ero scettico, ma poi alcuni miei atleti hanno voluto provare e ho visto che ne traevano vantaggi. La corsa a piedi è il primo esercizio di forza a carico naturale che un ciclista può fare senza bisogno di attrezzature. Il lavoro eccentrico stimolato dalla corsa ha un impatto positivo sulla muscolatura e gli atleti stessi avvertono un miglioramento nelle sensazioni sulle gambe. E’ anche una questione di sensazioni. Se l’atleta sta bene perché impedirglielo?

Il doppio allenamento di Van Aert: corsa al mattino presto e dopo poche ore ecco la distanza in bici
Cioè?

Molti allenatori aspettano evidenze scientifiche per adottare nuove metodologie, ma io credo che il metodo si sviluppi proprio dall’esperienza diretta degli atleti e poi si cerchi una spiegazione scientifica. Se un corridore prova e avverte benefici, non vedo motivo per non integrare la corsa nei programmi di allenamento. Io stesso per cercare di capire, di avere dei feedback ho fatto delle sessioni di corsa prima di salire in sella.

Perché Van Aert ha corso proprio prima di un lungo in bici? Insomma 240 chilometri non sono pochi. Non poteva farlo un altro giorno?

Non credo sia stata una scelta legata specificamente alla distanza. Per quanto ne so, Van Aert lo fa regolarmente, so che ha corso anche durante il Tour de France. Per lui è un’abitudine, un modo per stimolare il metabolismo prima di colazione e innescare una serie di processi biochimici che migliorano la gestione degli zuccheri.

Spiegaci meglio…

Anche alcuni miei corridori, dapprima su mia indicazione e poi per loro scelta, hanno inserito una corsa leggera prima di colazione. Inizialmente si trattava di una corsa senza ritmo preciso, poi ho introdotto anche parametri di intensità per sfruttarne al meglio i benefici. La corsa a piedi prima di iniziare l’attività principale consente di “accendere” organismo e intestino e far assorbire meglio gli zuccheri e gli altri nutrienti. E il principio è sempre lo stesso: svuotare le riserve di glicogeno e preparare il corpo ad assorbire meglio i nutrienti nella colazione successiva.

Anche strutturalmente Van Aert è ormai abituato alla corsa, merito anche del ciclocross
Anche strutturalmente Van Aert è ormai abituato alla corsa, merito anche del ciclocross
Secondo te Wout effettua questa corsa a digiuno?

Da quello che ho letto sì, Van Aert corre prima di colazione. Magari prende un caffè zuccherato, quindi con un piccolo apporto di zuccheri, per stimolare certi processi metabolici, proprio per innescare il processo di cui sopra. Il modo di alimentarsi nel ciclismo moderno non si basa più sul semplice conteggio calorico, ma sulla gestione dei macronutrienti.

Quali rischi ci sono nell’integrare la corsa nel ciclismo in modo strutturato come fa Van Aert? Ammesso ci siano…

L’unico rischio è il sovraccarico. La corsa a piedi è molto più impattante della bicicletta e, se non gestita bene, può portare a infiammazioni o infortuni muscolari. I ciclisti devono approcciarsi con cautela e senza esagerare nei volumi. Se fatta con criterio, però, la corsa alternata alla bici può diventare un ottimo strumento di allenamento. Anche per questo si vedono sempre più corridori che la praticano abitualmente, sia in inverno che in stagione.

Ultima gara, primo centro per Casasola, con dedica speciale

19.02.2025
5 min
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Ormai soppiantato dalle prime prove su strada, il ciclocross ha chiuso domenica scorsa la sua stagione dedicata ai grandi circuiti e l’ultima tappa dell’X2O Badkamers Trofée nel bellissimo scenario dei giardini dell’Università di Bruxelles ha finalmente regalato a Sara Casasola quella vittoria inseguita per tutta la stagione. Proprio in extremis la friulana, che mai aveva vinto una classica internazionale, ha messo la ciliegina sulla torta di una stagione importante, la sua prima nelle file di un grande team internazionale.

La friulana a Bruxelles ha preceduto in volata Marion Norbert Riberolle, terza la Brand a 39″ (foto CorVos)
La friulana a Bruxelles ha preceduto in volata Marion Norbert Riberolle, terza la Brand a 39″ (foto CorVos)

E’ vero, alcune delle principali protagoniste hanno già virato verso la strada, cosa che anche lei è pronta a fare, ma il successo, anche per l’importanza stessa dell’evento, irradia tutta la sua stagione di una luce nuova.

«La inseguivo dall’inizio – racconta appena tornata a casa, mettendo da parte tutto l’armamentario da ciclocross per preparare la nuova stagione – sapevo di essere in buona condizione e volevo tanto chiudere l’annata senza sentire in bocca l’amaro di un’occasione sprecata. Ci avevo già provato il giorno prima a Sint Niklaas finendo a soli 4” dalla Brand, l’ultima occasione è stata quella buona».

Per Sara Casasola 25 gare, con l’argento iridato nel Team Relay e ben 8 Top 10
Per Sara Casasola 25 gare, con l’argento iridato nel Team Relay e ben 8 Top 10
Che gara era quella nella Capitale?

Non semplice, su un percorso abbastanza diverso da quelli soliti belgi. Non c’era tanto da spingere, ma era molto tecnico anche perché sotto il fango si era formato uno strato di ghiaccio e quindi bisognava guidare bene per non incorrere in cadute. Infatti per gran parte della gara è stata davanti la mia compagna di squadra Norbert Riberolle che sa guidare davvero bene. Io non ero partita benissimo, ma poi l’ho agganciata e nel finale ho sfruttato una piccola rampa per prendere qualche metro, utile per conquistare il successo.

Che giudizio dai a questa stagione, quella del grande cambiamento?

Direi che è stata al di sopra delle mie aspettative. Soprattutto considerando come l’avevo iniziata, con la condizione che non arrivava. D’altro canto era la prima da ciclocrossista vera, impegnata per tutto l’anno e sempre nelle classiche: ho disputato 25 gare, ma in Italia ho corso solo lo sfortunato campionato italiano. In totale per oltre metà delle gare sono stata nella top 5, collezionando molti podi. L’unica vera delusione è stata la tappa di Coppa del mondo a Namur.

A Namur l’unica prestazione negativa in Coppa, dopo una brutta influenza
A Namur l’unica prestazione negativa in Coppa, dopo una brutta influenza
E va considerato anche che nel periodo delle Feste, quello notoriamente più ricco di eventi e più agognato dai grandi specialisti, eri al palo…

Sì, ho preso una brutta influenza che mi ha lasciato strascichi. Ai campionati italiani ero al rientro e c’era una forma fisica tutta da ritrovare. Per questo sono contenta di aver chiuso bene la mia stagione, proprio per riscattare quel periodo buio.

Ora però, mentre negli scorsi anni ti approcciavi alla stagione su strada con relativa tranquillità, si prospetta davanti a te una stagione impegnativa, nel WorldTour…

E’ vero, ma in questo incide molto il team, le sue prospettive, la sua impostazione. Mi ritroverò a fare gare di altissimo livello e credo che principalmente sarò impegnata come aiutante della capitana di turno, ma spero di potermi togliere qualche soddisfazione. Di sicuro non parto per vivacchiare, ma per fare in pieno il mio dovere e cogliere le occasioni se si presenteranno.

In azzurro Casasola ha colto il 4° posto europeo e 6° mondiale, sfidando le olandesi alla pari
In azzurro Casasola ha colto il 4° posto europeo e 6° mondiale, sfidando le olandesi alla pari
Hai aspettative alte?

Sì, certamente superiori a quelle degli scorsi anni. Partirò con la Strade Bianche, poi farò tutte le classiche italiane con un punto di domanda ancora per la Sanremo. Dopo andrò in ritiro in Spagna per preparare le classiche delle Ardenne e dopo faremo il punto della situazione.

Il che significa che tiri dritto senza prendere fiato…

E’ normale, considerando anche la sosta a Natale, nella quale per una settimana non ho neanche preso in mano la bici. Non tutte le ciclocrossiste proseguono senza fermarsi, ma a me conviene. Inoltre il fatto di esordire con la Strade Bianche è un vantaggio, perché è la più affine alla nostra attività. Lì penso che correremo per la Pieterse che su quel percorso può davvero vincere, ma io voglio fare la mia parte. Più avanti si vedrà quali altri impegni assolvere, penso che poi nella seconda parte cominceremo anche a dosare le energie per arrivare alla stagione di ciclocross già in forma.

Foto di gruppo alla Guerciotti, con la friulana in alto a sinistra e Di Tano a destra
Foto di gruppo alla Guerciotti, con la friulana in alto a sinistra e Di Tano a destra
Al di là della stagione e anche del prestigio intrinseco della gara di Bruxelles, hai detto che il successo colto ha per te un significato particolare: perché?

Sinceramente avrei voluto poterlo dedicare a Vito Di Tano, ma purtroppo sono arrivata tardi. Vito è stato per me, come per altre, un mentore, una persona preziosa. Ricordo che quando arrivai in Guerciotti ero piena di dubbi, dicevo che non avevo abbastanza basi di velocità per vincere. Lui mi ha preso da parte, mi ha caricato col risultato che ho vinto le prime due gare e proprio in volata. E lui lì: «Hai visto quanto sei veloce?». Con la sua bontà, ha  toccato l’animo di molte atlete, infatti continuavamo a sentirci quasi ogni settimana e speravo davvero che rimanesse con noi ancora un po’. Questa vittoria è anche sua.

Kwiatkowski, la vittoria di Jaen è un ritorno alla vita

19.02.2025
5 min
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Fra le sue 32 vittorie, brillano un mondiale, due Amstel Gold Race, la Milano-Sanremo, due Strade Bianche, San Sebastian, il Giro di Polonia, la Tirreno-Adriatico e una tappa al Tour. Non si può dire che il palmares di Michal Kwiatkowski sia banale, con la scelta di accasarsi alla Sky di Froome, Thomas e Bernal che gli ha permesso negli ultimi anni di ricavarsi il suo spazio al riparo da pressioni eccessive. Avrebbe potuto ottenere di più? Difficile da dire, forse sì, ma non si può dire che abbia ottenuto poco.

Dopo la crono di Parigi, chiusa con un anonimo 23° posto, Kwiatkowski ha chiuso il 2024
Dopo la crono di Parigi, chiusa con un anonimo 23° posto, Kwiatkowski ha chiuso il 2024

Un baby campione

Se rinascesse oggi, alla sua porta ci sarebbe la fila. Campione europeo strada e crono da junior, campione del mondo junior a crono e vincitore della Corsa della Pace, anziché finire in un devo team (che ancora non esistevano), Kwiatkowski fece il suo esordio da professionista alla Caja Rural nel 2010 dopo un anno da under 23 alla Mg.k Vis-Norda affiliata in Polonia ma toscana di adozione. Corse poi per un anno alla Radio Shack di Armstrong e Bruyneel e, quando questa chiuse, passò alla Omega Pharma-Quick Step.

Aveva 24 anni quando a Ponferrada conquistò il mondiale dei professionisti, con un colpo di mano dei suoi sull’ultima salita, staccando Gerrans e Valverde e mettendo in mostra le sue doti di finisseur.

Grande festa alla Ineos dopo la vittoria di Ubeda, con Laurance e Tulett nei primi 10
Grande festa alla Ineos dopo la vittoria di Ubeda, con Laurance e Tulett nei primi 10

Per la sua famiglia

Lunedì il polacco ha vinto la Clasica Jaen Paraiso Interior, la Strade Bianche di Spagna. La Ineos ha brindato con lui e ha visto finire nuovamente all’ospedale Egan Bernal, portato per soddisfarne il gusto, ma forse senza troppo riguardo per le sue potenzialità e il suo futuro.

«Questa vittoria significa molto – ha scritto Kwiatkowski su X – voglio dedicarla alla mia famiglia, che mi è stata accanto giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Sono così orgoglioso di noi. Grazie Ineos Grenadiers per tutto il supporto e la fiducia. Vamos!».

Il suo attacco da lontano aveva lasciato intuire che la gamba fosse buona, ma il piglio con cui si è sbarazzato di Ruiz e ha resistito al ritorno violento di Isaac Del Toro ha dato alla sua vittoria uno spessore ancora superiore.

Fra i capolavoro di Kwiatkowski, la Sanremo del 2017: lascia partire Sagan, lo rimonta e lo salta sulla riga. Terzo Alaphilippe
Fra i capolavoro di Kwiatkowski, la Sanremo del 2017: lascia partire Sagan, lo rimonta e lo salta sulla riga. Terzo Alaphilippe

Il capolavoro di Sanremo

Il suo capolavoro lo fece forse alla Milano-Sanremo del 2017, quando si lasciò alle spalle Sagan in maglia iridata e Alaphilippe che volava. Da valido pistard lasciò che lo slovacco prendesse margine, si lanciò e lo saltò sulla riga in quella composizione di gambe e bici al limite dell’equilibrio che sarebbe finita presto su tutte le copertine.

Un metro e 76 per 68 chili, due anni prima con la maglia iridata indosso era riuscito a vincere l’Amstel Gold Race, lasciandosi alle spalle nuovamente Valverde e Matthews. Una vittoria doppiata nel 2022, questa volta al colpo di reni su Cosnefroy. La sua esperienza nella corsa a punti su pista gli è tornata utile più di una volta.

Olimpiadi addio

La vittoria di lunedì a Ubeda lo ha scosso particolarmente perché il 2024 non è stato il suo anno più felice, a causa di una frattura vertebrale che lo ha costretto a saltare le Olimpiadi su strada e a chiudere la stagione il 27 luglio, dopo il 23° posto nella crono di Parigi. Un risultato ben lontano dai suoi standard.

«Rappresentare il mio Paese – ha raccontato – sarebbe stato un’impresa troppo grande per farlo senza la certezza di poter dare il 110 per cento. Dopo la cronometro ho sofferto di dolori lombari e l’unica decisione possibile è stata quella di cedere il mio posto nella corsa su strada a un altro corridore. Quelle successive non sono state settimane facili a causa della rottura del disco, ma sono tornato». 

Ubeda: l’ultimo a cedere è stato lo spagnolo Ruiz, poi Kwiatkowski si è involato da solo verso il traguardo
Ubeda: l’ultimo a cedere è stato lo spagnolo Ruiz, poi Kwiatkowski si è involato da solo verso il traguardo

Un attacco (quasi) impossibile

Il suo racconto dopo l’arrivo è stato piuttosto controllato, anche se nel momento in cui ha citato la famiglia, ha ceduto per un istante alla commozione. Ora il suo programma prevede la Vuelta Andalucia, quindi Strade Bianche, Tirreno, Sanremo e la campagna delle Ardenne, passando per i Paesi Baschi.

«Sono partito a 70 chilometri dall’arrivo – dice – convincendomi che tutto fosse possibile. Non mi aspettavo che si andasse così forte, ma quando nella seconda parte di gara ho visto che eravamo rimasti in pochi e la mia squadra era numerosa, ho capito di poter fare bene e che la situazione si prestava a un attacco. Sono orgoglioso di come abbiamo corso. Sono stati due mesi difficili, non correvo da luglio e sono tornato in Australia a gennaio. Poi ho fatto due settimane di training camp a Mallorca, quindi so benissimo quanti sacrifici abbiamo fatto tutti per arrivare sin qua. Ma sono contento di avere nuovamente il livello per vincere queste corse».

Delcourt e la FDJ-Suez: voglia di vincere e parole profonde

18.02.2025
6 min
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Quando la scorsa settimana FDJ ha accolto nella sua sede le atlete più rappresentative della FDJ-Suez per il lancio della stagione 2025, probabilmente tutti speravano ma non potevano essere certi che Demi Vollering avrebbe vinto al debutto la Setmana Valenciana. Invece l’olandese, staccando il primo giorno Anna Van der Breggen di cui aveva preso il posto tre anni fa alla guida della SD Worx, ha subito ribadito di essere sbarcata in Francia per vincere.

Stephen Delcourt non potrebbe essere più soddisfatto. Il general manager della squadra francese, con cui avevamo stabilito ottimi rapporti negli anni di Marta Cavalli alla FDJ-Suez, si è ritrovato di colpo nelle tasche il necessario per allestire uno squadrone e ora osserva quanto fatto e quanto invece si può ancora fare.

«Il 2025 per noi è una stagione speciale – dice – la numero 20 di questa squadra. La storia del team nasce da una grande passione, direi da un sogno e noi vogliamo portarla avanti allo stesso modo. L’abbiamo fondata nel 2006 con l’ambizione di sviluppare il ciclismo femminile e ora abbiamo la visibilità che pensiamo di meritare, anche se i nostri sponsor vogliono di più e hanno puntato su un progetto a lungo termine. Quando abbiamo composto l’organico di ragazze straordinarie per questa stagione, abbiamo messo nel mirino grandi corse come la Parigi-Roubaix o il Tour de France. Una grande squadra deve avere grandi obiettivi».

Stephen Delcourt, 39 anni, è il general manager della FDJ-Suez
Stephen Delcourt, 39 anni, è il general manager della FDJ-Suez
La scadenza del progetto per ora è il 2028.

Quello è il termine entro il quale ci piacerebbe aver vinto tutte le grandi gare del calendario. Abbiamo 18 ragazze, assieme a loro affronteremo un gruppo di rivali che si è molto rafforzato. Se guardiamo a cosa è successo lo scorso inverno nel ciclismo femminile, non possiamo che definirlo un momento emozionante. Ora in ogni squadra ci sono delle grandi leader. Al UAE Tour abbiamo visto quanto si sia rinforzata il UAE Team Adq con l’arrivo di Elisa Longo Borghini. La SD Worx sarà la solita grande avversaria, con il ritorno di Anna Van der Breggen. Ma non dimentichiamo l’organico della Canyon//Sram Crypto, che ha l’ultima vincitrice del Tour de France e ha preso la nostra Ludwig. Molte altre squadre stanno crescendo, come la Visma che ha preso Pauline Ferrand-Prevot.

Un momento di forte sviluppo per tutto il movimento?

La cosa più importante è che possiamo essere davvero felici per il ciclismo femminile. Ci sono molte squadre che possono recitare ad altissimo livello e noi siamo fiduciosi perché abbiamo costruito questa squadra con tre leader straordinarie come Muzic, Vollering e Labous e compagne di squadra altrettanto eccezionali.

Prima tappa alla Valenciana e Vollering vince a Gandia dopo il duello con Van der Breggen (foto di apertura)
Prima tappa alla Valenciana e Vollering vince a Gandia dopo il duello con Van der Breggen (foto di apertura)
Per il ciclismo femminile si annuncia una stagione più combattuta rispetto a quella maschile oppure credete di poter dominare il gruppo?

Non credo che saremo al livello di fare quel che accade da qualche tempo con Tadej Pogacar. Non mi piacerebbe essere una squadra killer che ammazza le corse, abbiamo grande rispetto per le altre, anche perché alcune hanno fatto la storia del ciclismo femminile. Di certo però sappiamo che ci saranno forti rivalità, che mi aspetto molto accese già da Omloop Het Nieuwsblad e Strade Bianche

Vollering, Labous e Muzic: quanto sarà complicato metterne d’accordo tre?

La prima cosa che abbiamo fatto, quando abbiamo deciso di contattare Juliette Labous e Demi Vollering, è stato parlare anche con Evita Muzic. Volevamo che fosse tutto chiaro, ma anche capire come possano stare insieme e completarsi. Dopo aver fatto tutti i nostri colloqui faccia a faccia, è stato facile immaginare che possano farlo. Prima di tutto perché sono donne straordinarie e poi perché abbiamo 18 corridori che saranno in grado di dare loro supporto e affiancarle. Quello che è successo in Australia lo dimostra. Abbiamo iniziato la stagione vincendo due corse con Ally Wollaston, dimostrando che siamo in grado di vincere le gare del WorldTour anche senza le tre leader.

Dopo aver vinto la Surf Coast Classic, seconda vittoria 2025 per FDJ-Suez con Ally Wollaston alla Cadel Evans Great Ocean Race
Dopo aver vinto la Surf Coast Classic, seconda vittoria 2025 per FDJ-Suez con Ally Wollaston alla Cadel Evans Great Ocean Race
Non ci sono soltanto loro, insomma…

Mi reputo davvero fortunato ad avere due atlete come Jade Wiel e Vittoria Guazzini che hanno accettato di estendere il loro contratto fino al 2028. Questo è il modo migliore per lavorare ed era il nostro obiettivo. Non ho fatto tutto da solo. Ne abbiamo ragionato con gli allenatori e con i direttori sportivi. Abbiamo un gruppo di lavoro con cui scambiamo idee e poi abbiamo iniziato a confrontarci con Evita, Juliette e Demi sin da novembre. Non volevamo decidere per loro.

Le squadre si sono rinforzate, i budget aumentano: l’obiettivo è arrivare al livello e il modo di correre degli uomini?

Tutti hanno voluto muoversi sul mercato e questo ha sicuramente creato sofferenza nei team più piccoli. Ci siamo rinforzati perché dopo un po’ tutti hanno deciso di contrastare lo strapotere della SD Worx. Ora ogni team ha un grande staff, sono rimasto colpito da come si è riattrezzata la UAE. E’ molto buono per il nostro sport. E’ facile immaginare che più o meno tutti abbiano avuto un aumento dei budget e questo ha permesso a di ingaggiare le grandi leader. Ora bisogna aspettare e vedere le prime gare, ma credo sia importante che le ragazze continuino a correre con l’istinto del combattente senza pensare alla televisione e senza aspettare le indicazioni via radio dei direttori sportivi. Se continuano così, non ho paura per il futuro.

Vittoria Guazzini, in azione al UAE Tour, ha esteso il suo contratto con la FDJ-Suez fino al 2028
Vittoria Guazzini, in azione al UAE Tour, ha esteso il suo contratto con la FDJ-Suez fino al 2028
Questa crescita dei team va di pari passo con la crescita delle organizzazioni oppure si rischia uno strappo?

E’ un argomento importante, anche sul fronte della sicurezza. Abbiamo bisogno che tutti siano della stessa dimensione. Se ci sono gli organizzatori e non i corridori, non c’è gara. Corridori senza organizzatori, non c’è gara. Per questo è importante sedersi allo stesso tavolo. Condividere tutto ciò di cui abbiamo bisogno per ottenere la massima visibilità. Condividere i problemi e gli sponsor, essere una cosa sola. Per questo dico che non mi piacerebbe ammazzare le gare e le altre squadre. Abbiamo bisogno di un ciclismo forte.

Anche se andiamo fuori tema, cosa pensi di quello che è accaduto fra gli uomini all’Etoile de Besseges?

Esempio giusto, non sono d’accordo su questa situazione e spingo davvero tutti gli attori del ciclismo a ragionarci sopra. A pensare insieme al futuro, perché se continuiamo così, nessuno vorrà più correre perché lo riterrà troppo pericoloso. E nessuno vorrà più organizzare gare, perché la pressione da fuori sta diventando troppo alta. Questo è il momento di parlare faccia a faccia e di prendere una decisione insieme.

De Groot avverte: «Abbiamo già l’erede di Vingegaard»

18.02.2025
5 min
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Questa settimana inizia la stagione agonistica di Jonas Vingegaard, impegnato alla Volta ao Algarve. Un momento importante e atteso per il danese ma anche per tutta la Visma-Lease a Bike, anche perché Vingegaard è uno che ha il “vizio” di correre sempre per vincere, simile in questo al suo grande rivale Tadej Pogacar. A differenza dello sloveno, però, il danese è ormai prettamente specializzato nelle corse a tappe e nel team sta diventando un esempio, dietro il quale crescono nuovi talenti, sotto l’abile regia di Robbert De Groot.

Nordhagen con alla sua sinistra De Groot, pronto a scommettere su di lui per le corse a tappe
Nordhagen con alla sua sinistra De Groot, pronto a scommettere su di lui per le corse a tappe

La perenne ricerca di nuovi campioni

Il direttore sportivo olandese, come è giusto che sia, guarda anche oltre il profilo di Vingegaard. Non perché si pensi a un domani senza di lui, che ha in tasca un contratto fino al 2028, ma nel ciclismo di oggi non puoi fare affidamento su un solo uomo e De Groot ha preso questo impegno molto sul serio, per costruire dietro al danese corridori che possano affiancarlo, sostituirlo, raccoglierne l’eredità. Uno di questo è Jorgen Nordhagen.

Il norvegese (nella foto di apertura il secondo da destra) non è un corridore qualunque. Ha 20 anni ma è come se ne avesse meno, nel senso che la sua storia ciclistica è anche più giovane. In fin dei conti solamente da un paio d’anni si dedica espressamente al ciclismo, prima si divideva con lo sci di fondo ed era difficile dire dove andava meglio: due argenti europei da junior sulle due ruote, campione del mondo nella mass start nello sci di fondo lo scorso anno. Si poteva quasi pensare che le nevi potessero attirarlo maggiormente, ma dato lo strapotere norvegese nella disciplina, magari c’era anche meno spazio che nel ciclismo. De Groot si è messo all’opera, chiarendo subito un aspetto: non bisogna avere fretta.

Il norvegese ha riscontri a cronometro superiori a quelli di Vingegaard alla sua età
Il norvegese ha riscontri a cronometro superiori a quelli di Vingegaard alla sua età

Una crescita che va calibrata

Parlando dei due scandinavi, De Groot ha ribadito il concetto sostenuto in un’intervista a Sporza: «C’è una differenza d’età molto alta fra i due. Jonas ha 28 anni, è nel pieno della sua maturità e sta concretizzando tutte le sue qualità. Jorgen è agli inizi, io credo che ci vorranno dai 2 ai 4 anni per raggiungere i livelli ai quali può aspirare, facendo le giuste esperienze, calibrando la sua crescita. Ma sono convinto che ha tutte le qualità per diventare un corridore da classifica nelle corse a tappe, anche nei grandi giri».

I “vecchi” del team olandese. Con il loro carisma dovranno permettere ai giovani di crescere
I “vecchi” del team olandese. Con il loro carisma dovranno permettere ai giovani di crescere

Attenti fino alla pignoleria…

Nelle prime prese di contatto, De Groot ha trovato in Nordhagen caratteristiche molto simili a quelle di Vingegaard e non solo dal punto di vista fisico, visto che i due sono con altezza e peso praticamente identici.

«Io ho colto aspetti a livello tattico ma anche socioemotivo che mi hanno ricordato molto il danese, come lui il norvegese è molto attento su quel che deve fare, quasi pignolo in ogni aspetto. Ma perché Nordhagen possa arrivare dove gli compete dobbiamo prenderci il tempo necessario, non possiamo solo imitare quanto fatto con Jonas perché ogni corridore è unico, in lui si collegano elementi in maniera completamente diversa che in qualsiasi altro».

Cian Uijtdebroeks, un anno più di Nordhagen. De Groot si attende molto da lui
Cian Uijtdebroeks, un anno più di Nordhagen. De Groot si attende molto da lui

Vingegaard esploso fra le mani

De Groot va avanti nel ragionamento: «Noi con Nordhagen abbiamo la possibilità di fare tesoro delle esperienze vissute con Jonas, anche degli sbagli che ci sono sempre e basarci su questi per fare passi avanti. Jonas è entrato nel nostro team in modo diverso, diciamo che ci è quasi esploso fra le mani diventando quel grandissimo campione che è. Nordhagen lo abbiamo volutamente osservato, è come un diamante grezzo che va lavorato con sapienza. Da quel che vediamo, ad esempio, alla sua età va più forte a cronometro di quanto andava Jonas…».

Matthew Brennan è uno dei nuovi talenti promossi alla Visma-Lease a Bike quest’anno
Matthew Brennan è uno dei nuovi talenti promossi alla Visma-Lease a Bike quest’anno

Tanti giovani oltre Nordhagen

Il discorso e soprattutto il lavoro che viene fatto su Nordhagen non è però che una delle diramazioni dell’impegno della Visma e su questo aspetto De Groot è molto attento: «Se guardate, il team ha un’età media piuttosto bassa, fra le più basse del WorldTour perché stiamo lavorando su molti prospetti molto promettenti. Uijtdebroeks ad esempio ha solo un anno in più di Nordhagen, ma è più avanti come abitudine a certi livelli, come crescita ciclistica nel suo insieme. Infatti ci aspettiamo segnali importanti nelle corse a tappe alle quali prenderà parte.

«Ma non ci sono solo loro. Abbiamo prospetti davvero molto promettenti, come Brennan, Gloag, Hagenes suo connazionale, anche il campione del mondo U23 Behrens. Possono tutti crescere con calma, perché davanti hanno gente che vince, esempi dai quali possono imparare».