La Giovani Giussanesi di Cheula, con metodi da devo team

La Giovani Giussanesi di Cheula, con metodi da devo team

14.05.2026
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Avevamo lasciato Giampaolo Cheula alla chiusura dell’avventura con la Drone Hopper Androni Giocattoli del compianto Gianni Savio. Lo abbiamo ritrovato sull’ammiraglia del GS Giovani Giussanesi a guidare un manipolo di coraggiosi ragazzi al Tour du Carmausin Segala, importante corsa a tappe francese per juniores e in quei giovanissimi è sembrato di rivedere un po’ quello spirito che ha contraddistinto oltre 10 anni da professionista con un buon numero di vittorie anche proprio in Francia (oltre che alla Corsa della Pace 2006, ultimo italiano a vincerla fra i dilettanti).

Giampaolo Cheula, 46 anni, ha corso fino al 2011. Ora si divide fra il negozio e l'ammiraglia della Giovani Giussanesi
Giampaolo Cheula, 46 anni, ha corso fino al 2011. Ora si divide fra il negozio e l’ammiraglia della Giovani Giussanesi
Giampaolo Cheula, 46 anni, ha corso fino al 2011. Ora si divide fra il negozio e l'ammiraglia della Giovani Giussanesi
Giampaolo Cheula, 46 anni, ha corso fino al 2011. Ora si divide fra il negozio e l’ammiraglia della Giovani Giussanesi

Cheula oggi dedica le giornate al suo negozio di bici a Crodo (VB), ma la passione per il ciclismo non è mai venuta meno: «Quando l’Androni ha chiuso non avevo più tanta voglia di rimanere nel mondo del professionismo. Luca Poggiali e Roberto Brenna, che sono gli ideatori del progetto della Giovani Giussanesi, mi hanno chiesto di iniziare a collaborare con loro, prima in maniera un po’ più marginale. Poi però mi è tornata la passione e devo dire che sto trovando delle belle soddisfazioni nel lavorare con i ragazzi di 17, 18 anni, a cui portare la mia esperienza degli anni passati. Prima come corridore, poi come direttore sportivo nel mondo del professionismo».

Com’è andata la trasferta in Francia?

Noi avevamo già fatto una trasferta a marzo a Barcellona, orientativamente facciamo una trasferta al mese all’estero. E’ un progetto che abbiamo iniziato l’anno scorso, anche perché credo molto nel fatto di fare attività fuori dai confini italiani, portare i ragazzi a fare delle esperienze importanti all’estero, perché si sono decisamente più formative che correre sempre con gli stessi team, con le stesse persone. Almeno in questa maniera riesci a dare un po’ più di stimolo ai ragazzi.

Brustia premiato come miglior giovane al Tour du Carmausin Segala. Ha solo 16 anni
Brustia premiato come miglior giovane al Tour du Carmausin Segala. Ha solo 16 anni
Brustia premiato come miglior giovane al Tour du Carmausin Segala. Ha solo 16 anni
Brustia premiato come miglior giovane al Tour du Carmausin Segala. Ha solo 16 anni
Nello specifico?

Ho dato un’occhiata al calendario UCI, ho visto che in quelle date era una gara papabile, così ho chiesto l’invito e ben volentieri hanno accettato, anche perché avere fra i partenti una squadra italiana per loro è sicuramente importante. Non c’eravamo solo noi, insieme a rappresentative regionali c’erano due squadre spagnole, una irlandese, due inglesi e una olandese. Ai ragazzi è piaciuto molto…

Che cosa dicono i ragazzi di queste vostre trasferte all’estero? Notano la differenza non solo lì, ma anche quando si ritrovano a correre in Italia?

Sicuramente. Noi abbiamo trovato corse decisamente più dure e più impegnative rispetto al calendario italiano. Innanzitutto sotto l’aspetto chilometrico, perché parliamo di 130-135 chilometri con dislivelli da 1.800 a 2.000 metri. E in Italia non ce ne sono tantissime di corse di questo tipo. Anche l’interpretazione della corsa è molto più alla garibaldina, con meno tatticismo e più imprevedibilità. Stanno imparando che non sempre vince il più forte, ma chi osa, il provarci ripaga quasi sempre. L’attendismo non è nei canoni di queste corse.

Il GS Giovani Giussanesi ha già colto 2 vittorie e 3 podi, correndo quasi sempre all'estero
Il GS Giovani Giussanesi ha già colto 2 vittorie e 3 podi, correndo quasi sempre all’estero
Il GS Giovani Giussanesi ha già colto 2 vittorie e 3 podi, correndo quasi sempre all'estero
Il GS Giovani Giussanesi ha già colto 2 vittorie e 3 podi, correndo quasi sempre all’estero
In Francia alla fine avete chiuso con una doppia Top 10 nella classifica generale, quindi un bilancio più che positivo…

Sì, decisamente. Samuele Brustia non solo ha chiuso 5°, ma essendo un primo anno ha vinto anche la classifica dei giovani, poi abbiamo colto il 10° posto con Parianotti, che a Barcellona era stato quinto. Correvano con gente che fa parte dei devo team, quindi si confrontano con realtà ben consolidate e comunque era un’ottima vetrina per il loro futuro, perché non nego che questi corridori sono già stati contattati da queste realtà, il loro comportamento in corsa aveva ben impressionato. D’altronde i talent scout vanno in quelle corse lì, non vanno nelle corse “di campanile”…

Tu hai una grande esperienza nel ciclismo professionistico. Questi ragazzi li vedi in proiezione pronti a fare del ciclismo il loro mestiere?

Indubbiamente la categoria juniores ha un livello molto alto, è qui che i team WorldTour vanno ad attingere per portarli fra gli under 23 che poi tali non sono più, perché con le loro continental corrono già nei vari calendari professionistici. Io ho avuto la fortuna di passare nel gruppo giovani Mapei che aveva già questa concezione: una squadra di under 23 che faceva un calendario di corse minori e mano a mano venivano poi inseriti all’interno del team maggiore in base al proprio percorso. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di fare così, fare queste esperienze all’estero proprio per far crescere i ragazzi, per far capire loro che c’è molta strada da fare ancora.

Niccolò Muraro in trionfo al Grand Prix de Saint Etienne Loire, dove terzo è finito Brustia
Niccolò Muraro in trionfo al Grand Prix de Saint Etienne Loire, dove terzo è finito Brustia
Niccolò Muraro in trionfo al Grand Prix de Saint Etienne Loire, dove terzo è finito Brustia
Niccolò Muraro in trionfo al Grand Prix de Saint Etienne Loire, dove terzo è finito Brustia
Brustia ha 16 anni ma è quello che nel team ha colto più risultati, che tipo di corridore è?

Ha delle grandissime doti di scalatore. Purtroppo non ha un grande spunto veloce e quindi viene penalizzato nel finale se non ha staccato gli avversari. Va molto bene nelle corse lunghe, molto impegnative, come ha dimostrato in Francia ma anche ad aprile al Gran Premio di Saint-Etienne, dove abbiamo vinto con Muraro, lui ha fatto terzo in un’altra corsa molto dura. Deve crescere ancora molto perché ovviamente ha 16 anni. Noi sfatiamo un po’ quella che è la prassi fra gli juniores, dove si corre tutte le domeniche. Noi corriamo per obiettivi, quindi abbiamo anche periodi di 10-15 giorni di riposo. Ci concentriamo su un obiettivo e poi andiamo a cercare di realizzarlo.

Giro d'Italia 2026, 5a tappa, Potenza, Igor Arrieta

Potenza, la resa di Ciccone. Arrieta ed Eulalio si dividono la posta

13.05.2026
6 min
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POTENZA – Fa un freddo cane e piove. Arrivano e non riescono a parlare: labbra che tremano, massaggiatori che faticano a infilargli mantelline sempre più strette. E’ stata una tappa cattiva e pazza, con un finale di cadute ed errori di cui si potrebbe persino ridere se non fossero stati causati da braccia incapaci di tenere fermo il manubrio e gambe intirizzite. Ciccone ha il casco rosa sopra a una maschera trasfigurata e sporca. L’unico giorno in maglia rosa della carriera si è convertito in un supplizio e il sogno che ieri gli aveva reso dolce la serata gliel’ha strappato di dosso un ragazzino portoghese che quella maglia non sa quasi cosa sia.

«Penso che oggi non sia stata la giornata migliore – dice Ciccone – per indossare la prima maglia rosa. Questa di Potenza è stata una delle giornate più difficili e snervanti della mia vita in bicicletta. Anche per il meteo, che a tratti è stato davvero pazzo. Ho sofferto molto il freddo e penso che si veda anche dalla mia faccia, che è quasi blu. Come ho già detto stamattina, siamo qui senza una squadra per difendere una maglia di leader».

Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Potenza, giorno gelido: Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Potenza, giorno gelido: Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa

Eulalio come Arroyo

Chissà se Ciccone pagherà questa giornata balorda, passata a tirare in testa al gruppo. Alle sue spalle, Vingegaard non ha fatto il minimo cenno di dargli una mano, allo stesso modo Pellizzari e la Red Bull. A loro non importava che la maglia la prendesse Eulalio: il loro obiettivo è più alto e forse qualcuno avrebbe potuto suggerire all’abruzzese di sollevare il piede dal gas, lasciando ad altri la patata bollente. Anche Arroyo nel 2010 era un signor nessuno prima di azzeccare la fuga dell’Aquila, poi Basso dovette sudare sette camicie per recuperare quei dieci minuti e vincere il secondo Giro. Ora Vingegaard ha 6’22” di ritardo dal nuovo leader, magari gli basterà poco, ma dovrà riguadagnarli.

«Avrei voluto davvero tenerla più a lungo – ribadisce Ciccone – ma non abbiamo potuto fare più di così. Devo ringraziare Derek Gee, perché è qui con grandi ambizioni di classifica, eppure mi ha aiutato molto, dandomi supporto, portandomi i rifornimenti e la mantellina venendo verso Potenza. Non potevo chiedergli di più…».

Vingegaard è stato sornione e coperto per tutto il giorno: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Verso Potenza, Vingegaard è stato sornione e coperto: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Vingegaard è stato sornione e coperto per tutto il giorno: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Verso Potenza, Vingegaard è stato sornione e coperto: lo vedremo di certo sul Blockhaus

Il rodeo di Potenza

La tappa di Potenza l’ha vinta Igor Arrieta, ragazzino di 23 anni del UAE Team Emirates che aveva già vinto ieri con Narvaez la tappa di Cosenza. E’ capitato spesso nella storia del ciclismo che i corridori privati del loro capitano si siano trasformati in leoni, ma oggi l’impeto dello spagnolo si è snodato lungo il filo di un finale da follia.

Sopravvissuto ai quasi quattromila metri di dislivello della tappa, Arrieta è caduto in discesa mentre cercava di staccare Eulalio. Si è rialzato e si è lanciato all’inseguimento, ma la sua bici ha perso aderenza in un paio di occasioni. E quando ormai pensava alla volata, ha sbagliato strada, infilandosi per qualche metro nella rampa sbagliata. Infine, quando ormai sembrava tutto perduto, la caduta di Eulalio al comando ha rimescolato tutto. E Arrieta, tornato sul portoghese dolorante, lo ha battuto in una volata fra uomini sfiniti.

Quando parla ha le labbra che battono per il freddo, al punto che Valerio Bianco, incaricato di RCS di seguire la conferenza stampa, gli passa la propria giacca e lentamente Arrieta smette di tremare.

«E’ stata una giornata durissima per il freddo – commenta il vincitore – e folle per via del tempo. All’inizio non era così, ma alla fine, con la lunga discesa, ho sofferto tantissimo. E’ stato difficile perché le radio non funzionavano e non sapevamo chi fosse in testa al gruppo. Eravamo in 20 e ho pensato che qualcuno avrebbe attaccato sulla salita più ripida, così ho anticipato, seguito da Eulalio. Abbiamo collaborato per arrivare insieme a Potenza, ma sono caduto. Poi è caduto lui. E quando alla fine ho visto che anche lui soffriva, ho pensato di potercela fare ancora e alla fine ce l’ho fatta».

Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati

Tappa o maglia?

E’ tutto molto relativo. Ieri Ciccone ha paragonato la maglia rosa a una vittoria, oggi Eulalio non lo dice, ma forse pensa che avrebbe preferito vincere la tappa. Annuisce e gestisce domande e risposte con grande spontaneità. Ha un anno più di Arrieta e nel sentirne le risposte ha sorriso, condividendo le stesse sensazioni.

«Il piano stamattina – dice Eulalio – era di dare il massimo per la vittoria. Sapevamo di essere a un solo minuto dal leader, ma l’obiettivo era vincere. Solo in finale ho cominciato a pensare alla maglia rosa. Penso che non sia un sogno, ma è pazzesco. Sono appena arrivato al World Tour, prima mi divertivo con la mountain bike.

«Alcune squadre in Portogallo mi hanno chiesto di provare la bici da corsa e ora sono qui al Giro e indosso la maglia rosa. Non so come stiano le gambe e il mio corpo, ma di sicuro ho ancora molto da imparare e devo capire come correre. Non ho l’esperienza del mio capitano Damiano Caruso…».

Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, sulla via di Potenza hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, sulla via di Potenza hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi

La scommessa con Caruso

Dice che trova più divertente correre nel fuoristrada, ma probabilmente saper controllare la bici sui fondi scivolosi, gli ha permesso di salvarsi nelle mille curve del finale. Anche la Bahrain Victorious ha perso il suo leader e senza Buitrago in corsa, gli altri si sono messi in caccia di buone occasioni, con la regia di Caruso.

«Damiano è il mio capitano – sorride Eulalio – Santiago (Buitrago, ndr) era il leader della squadra. Dispiace che non sia più qui con noi, perché aveva lavorato duramente per arrivare nella migliore forma possibile. Damiano è una delle persone migliori della squadra e io ho cercato di afferrare il più possibile da lui e di imitarlo. Prima del Giro, ho fatto un ritiro con lui sul Teide per prepararmi. Mi ha detto che se vincerò due tappe al Giro, firmerà un prolungamento di contratto (Caruso ha annunciato dallo scorso anno che questo sarà il suo ultimo anno in gruppo, ndr). Oggi sono andato vicino a vincere la prima, ma è andata male. Però ci riprovo: non voglio che Caruso si ritiri».

La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni

Lo sprint più lento

Della tappa sfumata sorride come uno che non aveva più altro da dare. Dopo la caduta è parso dolorante e quando Arrieta lo ha ripreso, Eulalio ha dato la sensazione di non potersi opporre a un destino già scritto.

«Sono caduto – ricorda – ma il meccanico è stato velocissimo. Ho controllato la bici, poi ho guardato di lato ed ero già pronto a ripartire. E’ stato un momento pazzesco in cui non mi sono reso conto di nulla. Volevo solo continuare per vincere e alla fine è arrivata la maglia rosa. Non sono neanche sicuro che si possa parlare di uno sprint. Siamo arrivati a Potenza completamente esausti ed è stato uno degli sprint più lenti della storia. Ora abbiamo molti minuti da difendere sugli altri corridori, ma la cronometro è troppo lunga e io non sono così bravo. In più nel weekend ci saranno tappe durissime».

Quando si alza e lascia la stanza, fuori il cielo si è parzialmente rischiarato. Lo attende un trasferimento di 60 chilometri fino all’hotel di Contursi Terme, poi finalmente verranno i massaggi e il meritato riposo. Domani fra Paestum e Napoli il dislivello sarà di 680 metri: al contrario di Ciccone, probabilmente Eulalio ha scelto il giorno giusto per vestirsi di rosa.

Davide Ballerini, vittoria, Turchia

Ballerini più fiducioso, al Giro per sé e per la XDS-Astana

13.05.2026
4 min
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BURGAS (Bulgaria) – Tra i 184 girini partiti da Nessebar c’è anche Davide Ballerini. Quando lo abbiamo incontrato, il Ballero veniva direttamente dal Giro di Turchia, dove finalmente era tornato ad alzare le braccia al cielo.

Con il portacolori della XDS-Astana , pronto a disputare il suo sesto Giro d’Italia, abbiamo parlato di lui e della sua squadra. Tanto più che gli XDS sono partiti alla grande: una tappa e la maglia rosa con Silva, nel pieno della bagarre nelle due volate. La vivacità di Scaroni.

Davide Ballerini
Davide Ballerini (classe 1994) sul podio di Antalya, al Giro di Turchia. Per il lombardo si è trattato della 10ª vittoria in carriera
Davide Ballerini
Davide Ballerini (classe 1994) sul podio di Antalya, al Giro di Turchia. Per il lombardo si è trattato della 10ª vittoria in carriera

Un’astinenza troppo lunga

Ballerini, in quel dietro le quinte della presentazione dei team, era sorridente. Convinto. Un piacere rivederlo così. Il lombardo è un atleta costante, generoso e il feeling con la vittoria per uno col suo spunto veloce è determinante. La chiacchierata parte proprio dalla vittoria di Antalya.

«Era ora, più di tre anni che rimanevo all’asciutto – ha commentato Ballerini – Non era in programma il Giro di Turchia per me. Dovevo staccare dopo le classiche per venire qui al Giro un po’ più fresco, ma ho deciso io di continuare. L’ho chiesto alla squadra perché sentivo di non aver dato tutto quello che avevo nelle classiche».

Il corridore, che nell’era dei numeri, fa affidamento alle sensazioni e all’istinto conserva un fascino senza prezzo. Ballerini racconta come sentisse ancora una buona gamba. E come questa andava sfruttata. «Così – aggiunge – abbiamo deciso di andare in Turchia ed è arrivata questa vittoria. Una vittoria che rincorrevo da tanto tempo».

Con questa gamba il Ballero può aiutare anche in salita, eccolo scortare Scaroni
Con questa gamba il Ballero può aiutare anche in salita, eccolo scortare Scaroni
Con questa gamba il Ballero può aiutare anche in salita, eccolo scortare Scaroni
Con questa gamba il Ballero può aiutare anche in salita, eccolo scortare Scaroni

Se la mente cambia

Dicevamo che Ballerini è un generoso. Lo si è già visto in queste prime quattro tappe della corsa, tanto ce ne fosse bisogno. A Burgas mentre aiutava Matteo Malucelli, tra coloro che è finito in terra ai 600 metri. Ma un corridore così può e deve correre anche per se stesso. E allora gli chiediamo se questa vittoria possa cambiare qualcosa nella mente. Se faccia scattare qualcosa…

«Di sicuro qualcosa cambia. Per carità, sono consapevole del peso della mia vittoria. Non è che abbia vinto una tappa al Tour de France, per l’amor del cielo, però ti dà magari un po’ più di sicurezza. E comunque sono sempre delle gioie che ripagano gli sforzi che fai».

Ed adesso eccolo al Giro. Il tabellino segna già una top dieci. E ci racconta di un Ballerini sempre nel vivo della corsa, anche se le cose non sono andate benissimo. Ripensiamo appunto alla caduta di Burgas.

«Già nella prima settimana – spiega Ballerini – questo Giro propone tappe che, se un corridore con le mie caratteristiche è in forma, può fare belle cose. Io cercherò di dare il massimo e di sfruttare ogni occasione che si presenta per me e per la squadra».

Con Malucelli un buon feeling. In foto, da sinistra: Malucelli, Ballerini e il diesse Cenghialta
Con Malucelli un buon feeling. Ballerini è il suo ultimo uomo in questo Giro
Con Malucelli un buon feeling. Ballerini è il suo ultimo uomo in questo Giro

Per sé e per la squadra

E qui si apre giusto il capitolo del Ballerini uomo squadra. Lui e Diego Ulissi sono un po’ i capitani in pectore dei turchesi. Mentre parlavamo col Ballero, lo stesso Ulissi non era distante da noi ed era impegnato a parlare con i colleghi spagnoli di Marca.

«Come interpreteremo questo Giro noi della XDS-Astana? All’attacco. Non abbiamo un uomo di classifica, quindi cercheremo di portare a casa più tappe possibili. Il primo capitano sulla carta è Diego, che ha una grandissima esperienza. Poi è chiaro che c’è anche Christian Scaroni. Sappiamo tutti che è un grande corridore, quindi vedremo di aiutarlo».

Quel “vedremo” si è già visto. E lo stesso vale per quel correre all’attacco. Proprio nel giorno in cui Guillermo Thomas Silva ha vinto la tappa e preso la maglia, ad aprire le danze sulla salita prima del via è stato Ballerini, che ha lanciato Scaroni. Lo stesso Scaroni ha poi preparato lo sprint a Silva.

Altra curiosità. La sera della vigilia della corsa eravamo proprio nell’hotel della XDS-Astana. E Matteo Malucelli ci disse, convinto, di poter fare bene nella volata di Burgas. Ballerini sarebbe stato il suo leadout. «Domani a tutta. L’ho detto al Ballero: io mi metto dietro a te e ci pensi tu», pensando al lancio della volata. Insomma, in XDS-Astana si sanno aiutare alla grande. E Ballerini ha un ruolo cruciale.

Kuurne - Brussel - Kuurne 2026, Tim Wellens

Di sicurezza, caschi e corse: Wellens in rotta sul Tour

13.05.2026
5 min
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Tim Wellens è già in cammino verso il Tour de France. La caduta della Kuurne gli ha impedito di dare una mano nelle corse del pavé e il rientro nelle Ardenne è stato un utile passo sulla strada del recupero. Nello scorso fine settimana avrebbe dovuto disputare delle corse in Francia, ma ci si è messa una mezza influenza a suggerire di non farne niente.

«La clavicola è completamente guarita – dice – le gare del rientro sono state un po’ complicate, ma ogni volta è andata sempre meglio. Nelle Ardenne ho fatto un buon lavoro aiutando la squadra e anche a Francoforte è andata molto bene, quindi per ora non posso lamentarmi. Sapevo che non sarei potuto andare sul pavé, perché molto difficile e doloroso.

«Ho accettato che la frattura della clavicola avrebbe significato perdere molte gare. Ovviamente avrei preferito correre, ma se non è possibile, non è possibile. Quando sono caduto, il medico della squadra aveva un’opinione diversa da quella del medico che mi ha operato, e alla fine mi ha dato più tempo. E’ un lusso non avere la pressione di ripartire troppo presto. Ho potuto allenarmi dopo che la ferita si è rimarginata, mentre in certe squadre questa pazienza non c’è».

A Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il Tour
A Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il Tour
A Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il Tour
A Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il Tour

La sicurezza, un tema

La UAE Emirates non sta attraversando un gran periodo quanto a fortuna. Ancora una caduta per Baroncini, quelle di Vine e Adam Yates al Giro d’Italia. Ed è così che tirando in ballo la sfortuna, si finisce col parlare di quel che serve per sentirsi sicuri in corsa. Dalla novità dell’airbag che alcuni team stanno già testando, fino al casco: un tema su cui il campione belga si dimostra attento.

«La cosa incredibile – sorride – è che quando ero piccolo, a 12 anni, usavo la stessa marca di casco che uso ora. Non perché fosse il più veloce, il più leggero o chissà cos’altro. Da piccolo, sceglievo un casco perché era il più bello, delle prestazioni non mi interessava.

«Oggi le considerazioni sono altre ed è giusto che sia così. Chiedere a un ciclista professionista cosa cerchi in un casco è complicato – sorride – perché di fatto non abbiamo scelta. Se compri un casco e non ti piace, puoi cambiarlo: io ho la fortuna di usare qualcosa con cui mi sono sempre sentito a mio agio».

Sue scelte di verse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aero
Due scelte diverse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aero
Sue scelte di verse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aero
Due scelte diverse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aero

I caschi della UE Emirates

La dotazione del UAE Team Emirates prevede caschi MET. L’azienda valtellinese ha messo a disposizione della squadra due modelli il Manta aerodinamico e il Trenta 3K Carbon più leggero – ma Wellens dice di affidarsi sempre alla stessa scelta.

«Il più delle volte – dice – uso lo stesso modello: il Manta, la versione aerodinamica. A meno che non faccia troppo caldo, quindi se ci sono davvero 30 gradi: in quel caso uso il casco aperto. Anche nelle classiche ho usato il casco aero, come in tutte le gare in cui non faccia troppo caldo. 

«Quello che per me è importante – dice e si fa serio – è che si possa chiuderlo in modo che non si muova, perché in caso di caduta deve essere saldo al suo posto. Proprio qualche settimana fa abbiamo ricevuto un nuovo casco aerodinamico e inizialmente avevo una taglia M, ma non mi sembrava adatta. Alla fine sono passato alla S: nel mio caso la vestibilità non è un grosso problema, ma bisogna avere la giusta misura».

Prima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientro
Prima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientro
Prima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientro
Prima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientro

Meglio il casco aero

I suoi caschi da gara li ha la squadra sui mezzi, in modo da non doverli portare con sé in viaggio. A casa ne ha di uguali, ma in allenamento usa di solito il casco più leggero. In corsa invece preferisce la versione aerodinamica anche per proteggersi dal freddo (utilizzando all’occorrenza un sotto casco o la cover per quando piove).

E’ singolare, pensando agli anni in cui i corridori ne rifiutavano l’uso, rendersi conto di come il casco faccia ormai parte di una nuova consapevolezza. Anche se i vantaggi di un modello o di un altro sono certificati da studi in galleria del vento, di cui è obiettivamente difficile cogliere i vantaggi.

«Quando indosso l’uno o l’altro – ammette Wellens – non sento la differenza in watt. Quando facciamo i test e ci parlano dei vantaggi di un modello piuttosto di un altro, sappiamo che 5 watt sono difficili da sentire, ma 10 volte 5 watt fa 50 watt, quindi ogni piccolo dettaglio conta. Si cercano piccoli miglioramenti in ogni cosa ed è questo il motivo che mi spinge a scegliere un modello piuttosto che un altro. 

«L’anno scorso, durante il ritiro in altura prima del Tour de France vennero a mostrarci il prototipo dei nuovi caschi e noi fornimmo la nostra opinione e il nostro feedback. Quindi in realtà, abbiamo una certa influenza».

La Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l'altura e poi Svizzera e Tour
La Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l’altura e poi Svizzera e Tour
La Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l'altura e poi Svizzera e Tour
La Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l’altura e poi Svizzera e Tour

La strada per il Tour

Aggiunge e saluta che se avesse corso fino alla Roubaix, Francoforte non sarebbe stata nei suoi piani: al massimo sarebbe arrivato a correre l’Amstel Gold Race e poi avrebbe tirato una riga sotto la prima parte della stagione. Il 25 maggio partirà per Sierra Nevada, quelli che faranno il Delfinato andranno qualche giorno prima.

«Sarà un ritiro in altura che cementa il gruppo – dice Wellens – ci alleniamo insieme, viviamo insieme, ridiamo e soffriamo insieme e ogni giorno notiamo dei miglioramenti. Tutti quelli che vi prendono parte lavorano per raggiungere la forma migliore di se stessi. E speriamo – sorride – che la fortuna ci assista».

Pezzo Rosola tra i grandi, in Cechia ha fatto la storia

Corsa della Pace juniores, Pezzo Rosola al tavolo dei grandi

13.05.2026
6 min
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«Era ora, non credi?». Appena tagliato il traguardo dell’ultima tappa, Patrick Pezzo Rosola si è reso subito conto della portata storica della sua impresa, perché ha riportato in Italia un successo, quello alla Corsa della Pace che mancava sin dal 1979. E bisogna considerare che allora la prova non aveva lo stesso prestigio di oggi, soppiantata com’era da quella per dilettanti, mentre oggi è di gran lunga il più grande evento internazionale a tappe per la categoria juniores.

Lo sprint imperioso di Pezzo Rosola su Wandel (SWE), il gruppo chiude a 5" (foto organizzatori)
Lo sprint di misura di Pezzo Rosola su Wandel (SWE), il gruppo chiude a 5″ (foto organizzatori)
Lo sprint imperioso di Pezzo Rosola su Wandel (SWE), il gruppo chiude a 5" (foto organizzatori)
Lo sprint di misura di Pezzo Rosola su Wandel (SWE), il gruppo chiude a 5″ (foto organizzatori)

Subito dopo la vittoria, intorno al figlio d’arte si sono fatti avanti tanti emissari dei team del WorldTour per sondare il terreno. Pezzo Rosola ha già però fatto la sua scelta che verrà ufficializzata nelle prossime settimane, dopo lunghe consultazioni con il suo procuratore ma soprattutto in famiglia, attingendo a piene mani all’esperienza e ai consigli di papà Paolo Rosola e mamma Paola Pezzo. Patrick è sempre stato abituato ad agire di testa sua, ma sa bene come una decisione così importante non poteva essere presa a cuor leggero.

Al ritorno in Italia, Pezzo Rosola (vincitore finale davanti ai danesi Risbjerg e Birkedal) ha ancora indosso l’adrenalina del grande successo: «E’ stata una bella trasferta, ci siamo divertiti come nazionale con dei bellissimi risultati, da parte di tutti, non solo miei. Inizialmente io dovevo fare classifica, ma nella prima tappa dovevamo lavorare per Fedrizzi perché sappiamo che è il più veloce e la cosa ha funzionato».

Volata imperiale di Fedrizzi in apertura con tutta la squadra azzurra al suo servizio
Volata imperiale di Fedrizzi in apertura con tutta la squadra azzurra, compreso Pezzo Rosola, al suo servizio
Volata imperiale di Fedrizzi in apertura con tutta la squadra azzurra al suo servizio
Volata imperiale di Fedrizzi in apertura con tutta la squadra azzurra, compreso Pezzo Rosola, al suo servizio
Quali sono state le tappe decisive per la costruzione della classifica?

Innanzitutto la cronometro del secondo giorno, di meno di 9 chilometri che ha fatto già la differenza con i danesi davanti. Io ho chiuso sesto a 10”, quindi ero nelle posizioni alte e potevo giocare le mie carte in salita. La terza tappa è stata quella che ha un po’ mosso le acque. Si sapeva che era dura, ma era difficile andare all’arrivo e accumulare distacchi.

Come hai deciso di giocartela?

Il primo strappo aveva già fatto selezione ma ho deciso di aspettare il secondo passaggio dove ho attaccato, con solo lo svedese Wandel che è rimasto con me. Abbiamo scavato un piccolo solco, poi in volata ho chiuso vittoriosamente e quei pochi secondi sono stati sufficienti per salire in testa alla classifica. Nell’ultima tappa ho corso in difesa, senza eccessivi patemi.

Per Fedrizzi un maggio finora da incorniciare, con il trionfale Giro dell'Abruzzo e il successo parziale in Cechia
Per Fedrizzi un maggio finora da incorniciare, con il trionfale Giro dell’Abruzzo e il successo parziale in Cechia
Per Fedrizzi un maggio finora da incorniciare, con il trionfale Giro dell'Abruzzo e il successo parziale in Cechia
Per Fedrizzi un maggio finora da incorniciare, con il trionfale Giro dell’Abruzzo e il successo parziale in Cechia
Ti aspettavi che la tua vittoria avesse una tale eco, soprattutto per il fatto che mancava da quasi cinquant’anni?

Non mi aspettavo di vincere. Vedendo il parco atleti con il meglio della categoria, aspiravo a un podio, ma per tutta la settimana siamo stati davvero bravi. Io avevo chiuso la cronometro non pienamente soddisfatto, non avevo fatto il meglio che so fare, ho sbagliato un paio di curve e ho perso tempo, potevo tirar giù comodamente 5 secondi e puntare al podio, ma dopo ho risolto con la terza tappa. Non avevo immaginato quanto potesse essere grande questo risultato, poi ho visto l’albo d’oro dell’ultimo decennio e ho capito

A questo punto non puoi più nasconderti, sei un uomo da corse a tappe…

Effettivamente, da Evenepoel in poi è tutta gente oggi protagonista nel WorldTour. Adesso devo mantenere questo livello che so essere il mio. Ho dimostrato che anche su strada valgo. Ma continuerò con il ciclocross, sul doppio binario e questa è stata una discriminante nella scelta del team per il mio futuro. Penso che d’inverno selezionerò maggiormente le gare, come ormai fanno tutti quelli che curano la doppia attività, ma continuerò.

Un Cingolani incredulo dopo la sua vittoria nella semitappa del secondo giorno
Un Cingolani incredulo dopo la vittoria nella semitappa del secondo giorno
Un Cingolani incredulo dopo la sua vittoria nella semitappa del secondo giorno
Un Cingolani incredulo dopo la vittoria nella semitappa del secondo giorno

Salvoldi pensa già alle prossime tappe

Non c’è stato però il solo Pezzo Rosola ad assurgere a protagonista, perché tutta la squadra ha funzionato, raccogliendo 3 successi di tappa su 5 (oltre al veneto, anche Fedrizzi e il primo anno Cingolani) con lo stesso Fedrizzi vincitore della classifica a punti. Una prestazione collettiva per la quale il cittì Dino Salvoldi è giustamente orgoglioso.

«Questa corsa – dice il tecnico azzurro – è considerata dappertutto come l’evento più importante delle gare a tappe di Nations Cup, tutte le nazionali più forti erano presenti, ben 23 più 3 squadre regionali, quindi c’erano praticamente tutti e chiudere con un bottino così importante è davvero indicativo del valore dei ragazzi ma in generale di tutto il nostro movimento».

Salvoldi sottolinea l'albo d'oro della corsa vinta recentemente da Nordhagen, Withen Philipsen e Jackowiak
Salvoldi sottolinea l’albo d’oro della corsa vinta recentemente da Nordhagen, Withen Philipsen, Jackowiak e ora Pezzo Rosola
Salvoldi sottolinea l'albo d'oro della corsa vinta recentemente da Nordhagen, Withen Philipsen e Jackowiak
Salvoldi sottolinea l’albo d’oro della corsa vinta recentemente da Nordhagen, Withen Philipsen, Jackowiak e ora Pezzo Rosola
Come hai costruito la squadra?

Volevamo puntare alla classifica generale, ma visto che le tappe negli ultimi anni praticamente sono sempre rimaste le stesse, abbiamo costruito una squadra per essere competitivi ogni giorno. E’ stata una vittoria data proprio dalla compattezza di squadra, ho scelto gli atleti più adatti a quei percorsi, con un solo elemento – Campagnolo – deciso all’ultimo, gli altri avevano nel mirino l’evento sin da inizio stagione.

Qual è stato il quid che ha permesso a Pezzo Rosola di vincere?

Nella tappa più impegnativa ci hanno detto prima del via che per motivi di transito hanno dovuto togliere anche l’ultima salita, la più importante, in prossimità dell’arrivo e questo ci ha un po’ spiazzato, ma Patrick era talmente determinato che in quella tappa ha fatto la differenza. Abbiamo cercato di fare un ritmo alto sulla prima salita per scoprire le carte rispetto alla cronometro del giorno precedente e vedere il reale valore dei nostri avversari in salita e poi sulla seconda ha attaccato, deciso, è rientrato sullo svedese che era davanti e poi hanno sfidato il gruppo che non è riuscito a ricucire. E’ stata proprio voluta, è stato bravo.

La squadra azzurra comprendeva Campagnolo, Cingolani, Fedrizzi, Perzzo Rosola, Solavaggione e Tarallo (foto Quagliani)
La squadra azzurra comprendeva Campagnolo, Cingolani, Fedrizzi, Pezzo Rosola, Solavaggione e Tarallo (foto Quagliani)
La squadra azzurra comprendeva Campagnolo, Cingolani, Fedrizzi, Perzzo Rosola, Solavaggione e Tarallo (foto Quadrani)
La squadra azzurra comprendeva Campagnolo, Cingolani, Fedrizzi, Pezzo Rosola, Solavaggione e Tarallo (foto Quagliani)
Considerando chi l’ha preceduto nell’albo d’oro, potrebbe essere un peso per Patrick nel salire di categoria?

Per come lo sto conoscendo, ti direi di no, perché si diverte ancora molto, è tutto ancora nuovo per lui. Si sta conoscendo ma sappiamo che c’è comunque un atleta che ha già fatto molto bene nel ciclocross e nelle altre gare fatte con la nazionale. Sa bene che ha già gli occhi addosso di tanti, saper gestire questa precocità che è richiesta oggi nel ciclismo non è semplice, per molti può essere opprimente, ma io l’ho visto molto sereno e consapevole.

Visto il risultato non solo suo, è questa l’ossatura della nazionale sulla quale tu lavorerai anche per le prove titolate?

Con qualcuno di questi sì, ma devo provare anche altri, nelle due prove restanti di Nations Cup. I percorsi dei campionati del mondo e dei campionati europei sono diversi, ma entrambi molto impegnativi. Esiste una forte similitudine con quelli dell’anno scorso e quindi non tutti andranno bene, ma sappiamo di averne anche altri potenzialmente adatti a questi percorsi. Ma avremo tempo per ragionarci sopra.

Giro d'Italia 2026, 4a tappa, Catanzaro-Cosenza, Giulio Ciccone

Ciccone in rosa: un sogno, un progetto, un’emozione

12.05.2026
7 min
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COSENZA – «Oggi è stata una giornata bellissima – dice Ciccone tutto d’un fiato e con gli occhi che brillano – questo era il mio sogno. Da italiano ho iniziato a praticare ciclismo con il sogno rosa, ho in testa l’immagine di Pantani con questa maglia. Ho sempre voluto vestirla almeno per un giorno.

«Sono arrivato in questo Giro con diversi obiettivi, ma con meno pressione: la sto vivendo in maniera più leggera. Avevo dei conti in sospeso, ma penso che alla fine, quando riesci ad ottenere queste soddisfazioni, i dolori si annullano in una frazione secondo: è tutto ripagato».

Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a chilometri km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 chilometri dal traguardo

Ciccone in maglia rosa

A 31 anni e dopo dieci di professionismo, Giulio Ciccone ha indossato la prima maglia rosa nella Lidl-Trek che avrebbe voluto farlo a Burgas con Milan. Sappiamo tutti, lui per primo, che il sogno rischia di essere breve e che già domani le salite verso Potenza potrebbero essere indigeste. Ma intanto la serata ha colori vividi e abbracci forti. Seduto a terra dopo l’arrivo in attesa della conferma, Giulio si è portato ripetutamente le mani sul volto: incredulo e felice. E ora che gli chiediamo di raccontarci quell’emozione che lo ha scosso a lungo, arriva la conferma di quanto questa maglia lo faccia vibrare.

«Io vivo di emozioni – prova a spiegare Ciccone – questo sport per me è fatto di emozioni e tante volte il ciclismo moderno mi annoia. Non mi piace correre stando lì fermo e magari finire sesto, settimo, ottavo, quarto. Per me l’emozione di oggi vale più di tante altre situazioni. E’ difficile fare un paragone, però sentire il calore del pubblico, indossare una maglia e sentirsi quella carica in più, per me è una emozione che vale più di una vittoria.

«Per questo sul momento non volevo crederci, perché sembrava troppo. In realtà questa mattina siamo partiti con un piano nella testa. Durante il meeting ho parlato con i direttori e i miei compagni e avevo detto che volevo fare esattamente questo. Ora non so cosa succederà. Sono arrivato qui con pochi programmi nella testa e domani continuerò a fare quello che ho fatto fino ad oggi, cioè correre con le mie sensazioni».

La nuiva maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuova maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuiva maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuova maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo

Sette anni dopo la gialla

Una maglia di leader così pesante non è nuova nella sua carriera: la prima volta che ne indossò una era gialla e sulla Planche des Belles Filles, nel primo anno con la Trek-Segafredo dopo le tre stagioni con la Bardiani, divenne per due giorni il leader del Tour de France. Era il 2019, aveva già vinto due tappe al Giro d’Italia e da allora sembrano passati cent’anni.

«Sette anni non sono pochi – Ciccone ora sorride – il ciclismo è cambiato tanto. E’ arrivata una nuova generazione che sette anni fa non esisteva, tutto è diventato molto più difficile ed esasperato. Ogni risultato richiede molta più dedizione, molto più sacrificio, molta più preparazione. Le cose che non sono cambiate sono la mia mentalità, la mia grinta, la mia voglia di lavorare, di continuare a crescere, di non fermarmi mai. Ed è cambiata la consapevolezza, perché quando ho vestito la maglia gialla ero un tipo di corridore da fughe.

«Negli ultimi anni sono riuscito a cambiare il modo di correre e di fare i risultati. Oggi riesco a farne correndo con i primi, ma nel frattempo è cambiata anche l’età. Ridendo e scherzando, inizio ad essere vecchietto in questo ciclismo di diciannovenni già fortissimi e pronti per fare delle classifiche nei Grandi Giri. Io a 19 anni ero ancora in Abruzzo, cercando la mia strada per arrivare al professionismo».

Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l'abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l’abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l'abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l’abbuono dà la maglia rosa

Tanti alti, tanti bassi

Non sono stati solo rose e fiori. E anche se siamo qui a commentare una maglia rosa parziale, le sue parole spingono a indugiare sui conti aperti che voleva saldare venendo al Giro e le amarezze che un risultato come questo è in grado di far dimenticare.

«Sicuramente ho avuto diversi momenti difficili – racconta Ciccone – e il primo che mi viene in mente è stato aver dovuto lasciare il Giro l’anno scorso, nonostante avessi fra le mani la possibilità di fare un grosso risultato, di cui avevo bisogno. Poi penso all’intervento al sottosella, che mi ha tenuto mesi lontano dalle gare. Il periodo del Covid, le tante cadute. Ogni atleta vive di alti e bassi e io devo dire che con il Giro ho avuto tanti momenti difficili e allo stesso tempo tanti bellissimi. Per questo oggi voglio godermi il momento.

«La leggerezza che ci sto mettendo mi dà spensieratezza in gara. Fare classifica ti porta a essere super concentrato in ogni momento della gara, invece ora nei momenti di stress posso dirmi di respirare, stare tranquillo e al mio posto. Questo fa consumare meno energie e permette di essere più lucido e magari ottenere qualcosa di meglio».

Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto

Una squadra per velocisti

Ciccone sa bene che la Lidl-Trek del Giro è stata costruita per le volate di Milan e che quindi da domani sarà difficile che tutti possano votarsi alla sua causa. L’uomo per la classifica è Derek Gee e ci sarà da vedere se per la squadra, sempre più tedesca, varranno di più i possibili giorni in maglia rosa di Ciccone o le prospettive dell’australiano di chiudere nei primi cinque.

«La decisione più importante infatti – spiega Ciccone – spetta alla squadra, sono sempre loro che decidono i piani. Ci sono team costruiti per fare classifica e non è il nostro caso, non ci si improvvisa da un giorno all’altro. Da parte mia, posso metterci sicuramente una buona condizione e la voglia di lottare, perché di certo non voglio buttare la maglia per strada. La voglio portare finché riesco, ma so che ci sarà da lottare.

«Sarebbe bello averla ancora addosso nel giorno del Blockhaus, che sarà il primo grande test per Vingegaard. Su una salita così, da più di mezz’ora, non ci si può nascondere. Sicuramente lui farà la sua gara e il vantaggio è veramente minimo, per tenerla dovrei arrivare con lui. Ci proverò, ma bisogna essere onesti: è molto difficile. In più con le tappe abruzzesi ho sempre avuto i miei problemi, non ho mai trovato fortuna e questo è un motivo in più per cercare di vivermela il più spensierato possibile. Se dovesse andare meglio del previsto, saremo tutti felici. Se così non fosse, tornerò al mio piano, che era quello di fare le tappe, vincere, divertirmi».

La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale

La sfida di Potenza

A proposito, la tappa di Cosenza l’ha vinta quel gatto di Jonathan Narvaez, che come a Torino due anni fa, ha saputo imporre il suo guizzo e la sua scaltrezza nelle tante curve del finale. Poi la volata a suo dire è stata il meno, perfettamente in linea con il suo soprannome: El Lagarto, la lucertola.

«Il primo ad avere quel nome – ha sorriso l’ecuadoriano – è stato mio fratello, anche lui un tempo ciclista professionista. Il motivo è che questo animale nella giungla può mangiare molto velocemente. Nessuno è più veloce di lui. Come oggi, quando ho visto il traguardo, l’ho semplicemente preso».

Racconta che dopo la caduta al Tour Down Under si è concesso il lusso di stare a casa in Ecuador con la famiglia, dove allenarsi è stato più facile. Aggiunge che la parte più difficile per i ragazzi latinoamericani è venire in Europa e passare qui il loro tempo.

Domani si parte da Praia a Mare e la tappa verso Potenza avrà 3.724 metri di dislivello spalmati in 203 chilometri senza un metro di pianura. La maglia rosa ha 4 secondi su Christen, Stork e Bernal, 6 su Arensman e Pellizzari, 10 su un gruppo di 19 corridori fra cui Vingegaard. Sarà molto più dura di oggi, ma per la regola del vivere alla giornata, ora Ciccone si allontana pregustando il massaggio e la cena. A domani ci penserà domani. Per stasera chiuderà gli occhi, rivedrà Pantani in maglia rosa e si addormenterà pensando che quella maglia almeno per stanotte sarà sua.

Francesca Selva, trasformazione velocista, pista, velocità (immagine Instagram)

Francesca Selva, il lavoro di sprinter e l’alimentazione

12.05.2026
3 min
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Era il 2009, quando Sir Bradley Wiggins, campione della pista, in seguito alla sua trasformazione, sfiorava il podio nella classifica generale del Tour de France e tre anni dopo lo vinse. Un cambiamento fisico netto che lo portò a perdere molta massa muscolare per aumentare la sua resistenza. Oggi raccontiamo la trasformazione inversa, quella di Francesca Selva: da ciclista su strada e protagonista nei criterium americani, ora si dedica alla pista, nelle discipline di velocità, con il sogno di entrare nella rosa olimpica. 

La carriera di Francesca Selva è stata segnata da continui passaggi tra strada, pista e criterium, alternati a stop dovuti a problemi fisici e, più recentemente, a una miocardite post-Covid. Dopo l’ingresso in nazionale nel 2023 e il ritorno alle gare attraverso i criterium americani, Francesca ha capito di non riuscire più a esprimersi al meglio nelle discipline endurance su pista. Dal confronto con Diego Bragato, responsabile performance della FCI, è così nata la decisione di puntare sulla velocità, disciplina che potrebbe offrirle nuove opportunità anche in ottica olimpica. Ma cosa comporta una trasformazione così radicale a livello alimentare? Lo abbiamo chiesto direttamente a lei.

La trasformazione di Selva in velocista passa attraverso il lavoro specifico  e l'alimentazione (immagine Instagram)
La trasformazione di Selva in velocista passa attraverso il lavoro specifico e l’alimentazione (immagine Instagram)
La trasformazione di Selva in velocista passa attraverso il lavoro specifico  e l'alimentazione (immagine Instagram)
La trasformazione di Selva in velocista passa attraverso il lavoro specifico e l’alimentazione (immagine Instagram)
Cosa è cambiato nel tuo obiettivo di allenamento e di conseguenza nell’alimentazione?

L’obiettivo è stato quello di aumentare la massa muscolare. Per gli allenamenti e la verifica dei miglioramenti, sono seguita dal preparatore della nazionale, Nicola Nasetti, che ogni mese mi fa test di potenza. A livello nutrizionale, invece, faccio misurazioni regolari con la BIA (bioimpedenziometria, ndr). Ho aumentato le calorie, abituandomi a mangiare di più, ammetto con piacere, anche se all’inizio è stato un po’ difficile. La dieta si basava su un surplus calorico di circa 500 calorie al giorno, raggiungendo quotidianamente quasi 3000 Kcal.

Di quanto hai aumentato il tuo apporto proteico?

La mia dieta era già ricca di proteine, quindi è stato sufficiente integrare con degli shake, soprattutto dopo la palestra o a volte dopo gli allenamenti in pista. Nei primi periodi usavo anche app per il conteggio delle calorie, perché avevo meno appetito e faticavo a mangiare a sufficienza per garantirmi un buon aumento di massa.

Come hai vissuto il cambiamento del tuo corpo, dal punto di vista psicologico?

Negli anni ho avuto serie difficoltà, ai limiti del disturbo alimentare e i commenti che ricevevo nelle gare su strada spesso mi influenzavano negativamente. Mi ero rivolta a una nutrizionista nel 2022 per gestire meglio questi aspetti. Con questa trasformazione, mi sento più serena: mi sono sempre piaciuta, ma ora mi sento più forte. Il peso non è più un’ossessione: l’importante è sentirmi bene e forte. E’ davvero difficile trovare una velocista con un fisico esile, quindi adesso mi sento a mio agio.

Nella gara di Trebesin, Selva si è qualificata contro l'azzurra Miriam Vece (immagine Instagram)
Nella gara di Trebesin, a Praga, Selva si è qualificata contro l’azzurra Miriam Vece (immagine Instagram)
Nella gara di Trebesin, Selva si è qualificata contro l'azzurra Miriam Vece (immagine Instagram)
Nella gara di Trebesin, a Praga, Selva si è qualificata contro l’azzurra Miriam Vece (immagine Instagram)
Quanto è stata utile la giusta alimentazione abbinata all’allenamento?

E’ stata fondamentale. Gli allenamenti da soli non sarebbero bastati, perché prima la mia dieta era instabile e non sosteneva la crescita muscolare. Ora, invece, ho capito che senza un’alimentazione adeguata non potrei raggiungere questi risultati. Me ne rendo conto soprattutto quando, magari per meno appetito, mangio meno, e il giorno successivo ho meno forza. 

Hai dovuto ricorrere a molti integratori per aumentare di massa?

No, in realtà è stato sufficiente incrementare l’apporto calorico e cambiare la tipologia di allenamento. Lo shake proteico mi ha aiutato soprattutto quando faticavo a mangiare tutto, ma oggi se ne ho la possibilità, preferisco fare un pasto normale dopo allenamento.

Se dovessi riassumere: cosa significa davvero per Francesca Selva diventare una velocista, anche a tavola?

Ho capito che i commenti alla forma fisica non contano e che bisogna vedere il cibo come un amico, non un nemico. E’ una cosa che vale un po’ in tutti gli ambiti: per pedalare hai bisogno di carburante, ma in questo caso, nella mia trasformazione, è contato ancora di più. 

Giro Ciclistico della Valle d'Aosta 2025, Jarno Widar e Riccardo Moret (patron della corsa)

Giro della Valle d’Aosta: dopo il dolore c’è la ripartenza

12.05.2026
5 min
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Certi episodi rimangono dentro, mentre in noi lo scorrere del tempo scava una sensazione che pare essere neutrale al dolore che questi hanno causato, o magari solamente di freddo distacco. Quando però si torna a scoprire quella ferita, che ormai è diventata cicatrice, il dolore riemerge. Ripartire serve a ingannare la mente, quasi a costringerla a pensare che è tutto a posto, superato. Ma così non è, e noi questa sensazione la proviamo ogni volta che spunta il nome di Samuele Privitera.

Tale situazione la vive anche Riccardo Moret, patron del Giro della Valle d’Aosta, sulle cui strade si è spento il sorriso del giovane ligure il 16 luglio scorso. Il tempo e i mesi si sono susseguiti da quel giorno d’estate, ma quello che è successo non si cancella, e chi scrive pensa che questo (per quanto doloroso) sia solamente un bene. 

Doloroso, ma necessario

La corsa a tappe valdostana ha ripreso il suo corso, anche se ancora influenzato e caratterizzato da ciò che è accaduto nel 2025, e guarda alla prossima edizione. Ripartire non è stato semplice, ma per il Giro della Valle d’Aosta, e per Riccardo Moret, patron della corsa, era necessario (in apertura insieme a Jarno Widar, vincitore dell’edizione 2025, ndr). 

«Gran parte di questa edizione, che partirà il prossimo 16 luglio (il destino ci mette sempre del suo, ndr) – racconta Moret – è influenzata dal pregresso, che non è stato semplice da digerire. Non posso negare che ci sia stato dello smarrimento quando ci siamo messi a disegnare l’edizione 2026 del Giro della Valle d’Aosta. La scomparsa di Samuele Privitera ci ha trascinati in qualcosa che non conoscevamo, ma fin dal giorno successivo la sua splendida famiglia ci ha dato la forza per riprendere.

«Poi però – continua – una volta chiusa l’edizione 2025 ci siamo trovati davanti ad alcuni ragionamenti che era obbligatorio fare».

Giro Ciclistico della Valle d'Aosta 2025, Jarno Widar, vincitore di tappa e della corsa
Il Giro della Valle d’Aosta 2025 è stato dominato da Jarno Widar, vincitore di tre tappe e della classifica generale
Giro Ciclistico della Valle d'Aosta 2025, Jarno Widar, vincitore di tappa e della corsa
Il Giro della Valle d’Aosta 2025 è stato dominato da Jarno Widar, vincitore di tre tappe e della classifica generale
Cosa ha lasciato in lei e nel comitato organizzativo la scomparsa di Samuele?

Di strascichi ce ne sono stati, sia emotivamente che dal punto di vista burocratico e giuridico. La vicenda giuridica è stata archiviata sia in sede legale che in quella federale. Siamo consapevoli di aver fatto le cose nel modo giusto per quanto riguarda l’organizzazione e la sicurezza. Ripartire ci rende contenti, ma allo stesso tempo rimane in noi una tristezza di fondo che è normale avere

La decisione e la voglia di ripartire era comune?

Quando succedono queste cose uno sbandamento è naturale, ci si chiede se sia davvero il caso di continuare, per tanti motivi. La parte di organizzazione diventa sempre più complicata, inoltre problemi e scrupoli aumentano a dismisura. A ogni curva, angolo o incrocio ci si pongono dubbi e domande…

Giro Ciclistico della Valle d'Aosta, Riccardo Moret
Riccardo Moret (a destra) ha ricordato l’importanza del supporto dei territori e delle amministrazioni regionali e locali al Giro della Valle d’Aosta
Giro Ciclistico della Valle d'Aosta, Riccardo Moret
Riccardo Moret (a destra) ha ricordato l’importanza del supporto dei territori e delle amministrazioni regionali e locali al Giro della Valle d’Aosta
Quali ragionamenti si sono fatti?

Internamente si era davanti a un discorso difficile, perché la scomparsa di un corridore è di per sé un fatto molto grave che lascia inevitabilmente degli strascichi. Ma non si voleva chiudere la storia del Giro della Valle d’Aosta con questo ricordo, buona parte del gruppo direttivo desiderava far continuare questa corsa. Il Giro della Valle d’Aosta merita di essere pedalato e vissuto. Anche l’Amministrazione Regionale voleva proseguire, perché è un modo per raccontare il territorio e il paesaggio di questa Regione.

C’è anche una parte sportiva…

Quest’anno passerà di qui anche il Giro d’Italia, inoltre c’è anche un legame con la Francia, e in particolare il dipartimento della Haute Savoie. Infatti la prima tappa quest’anno sarà quella che l’anno scorso abbiamo annullato a seguito della scomparsa di Privitera. Loro (il dipartimento francese, ndr) ce lo hanno chiesto e noi abbiamo ritenuto opportuno assecondarli. 

La scomparsa di Samuele Privitera mise il gruppo e l’organizzazione davanti a giorni difficili
La scomparsa di Samuele Privitera mise il gruppo e l’organizzazione davanti a giorni difficili
Come si riparte?

Il Giro oltre alla tappa francese (che sarà un cronoprologo da Passy a Plain Joux, ndr) sarà seguito da altre tre frazioni in linea. Quest’anno a causa dei ritardi nella ripartenza abbiamo optato per un giorno in meno di gara, è una questione sia economica che organizzativa. Ripartire con quattro giornate di corsa ci è sembrato comunque già abbastanza. 

C’è stata mai la preoccupazione di non riuscire a ripartire?

Non nego che l’idea per un momento ci ha accarezzati, perché da parte mia c’era quasi una ritrosia. Sono stati giorni e settimane complicate, dove ci si addossa colpe che magari non si hanno davvero. Ma da organizzatore certe cose colpiscono. Quando si sta fermi per tanto tempo non è semplice rimettere in moto la macchina dell’organizzazione, sia in termini economici che burocratici.

La Hagens Berman Jayco, qui insieme alla famiglia di Privitera al momento della ripartenza, sarà presente anche in questa edizione
La Hagens Berman Jayco, qui insieme alla famiglia di Privitera al momento della ripartenza, sarà presente anche in questa edizione
Ci sarà un modo per ricordare Samuele Privitera?

Assolutamente, è giusto dedicare un momento alla sua memoria. Vorremmo coinvolgere anche la famiglia, il modo in cui lo faremo verrà deciso insieme a loro e alla direzione di corsa. Ci piacerebbe dedicargli un trofeo o una classifica speciale. La cosa che ci fa piacere è che la squadra di Privitera (la Hagens Berman Jayco, ndr), sarà presente anche quest’anno

Per lei cosa ha significato questo periodo?

Sono passato tante volte sul luogo dell’incidente che ha portato via Samuele, in moto, in macchina e anche in bici. E’ una strada che spesso capita di fare anche in gara. Questi episodi ti segnano e rimangono attaccati all’anima. Mi piacerebbe fare qualcosa in onore del ragazzo proprio sul luogo dell’incidente, sarebbe bello farlo insieme alla famiglia.

Elisa Longo Borghini

Dalle Dolomiti al Teide, Slongo fa il punto sulla Longo

12.05.2026
5 min
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Una maglia tricolore sulle salite, quelle delle Dolomiti Bellunesi prima, quelle del Teide dopo. E’ quella di Elisa Longo Borghini, che è andata in avanscoperta sulle due tappe del prossimo Giro d’Italia Women che si snoderanno nelle zone del Cadore. A seguirla come sempre, Paolo Slongo, direttore sportivo e soprattutto allenatore della piemontese.

Cosa ha detto questo sopralluogo? E come sta adesso Elisa? E ancora: gestione del calendario e ritiro in quota. La carne sul fuoco è tanta e con Paolo Slongo, che si trova proprio sul Teide anche lui, iniziamo subito a sviscerare gli argomenti. Il tutto mentre in casa UAE ADQ si festeggiava per la Vuelta Femenina di Paula Blasi. Una bella iniezione di fiducia.

Paolo Slongo (a sinistra) sul Teide con la UAE Adq
Paolo Slongo (a sinistra) sul Teide con la UAE Adq
Partiamo dai sopralluoghi del Giro, Paolo. Quali tappe avete provato? E perché?

Abbiamo fatto i sopralluoghi delle due tappe venete: la cronoscalata del Nevegal e la tappa successiva di Longarone. E le abbiamo provate perché secondo me sono due tappe importantissime per la classifica generale. Quando torneremo dal Teide, e avranno aperto il Colle delle Finestre fino in cima, andremo anche lì. Anche se Elisa lo conosce bene.

Cosa hanno detto questi sopralluoghi?

Volevamo capire bene. La cronoscalata è esattamente quella di Contador su Nibali del Giro 2011. Volevo che la vedesse anche l’atleta. L’abbiamo fatta tre volte, anche per provare ruote e materiali diversi e ci siamo fatti un’idea. La partenza al centro di Belluno, la discesa successiva, le altre insidie.

Come l’avete affrontata? A tutta?

No, non dico a ritmo blando ma quasi. Con valori prestabiliti tra Z2 e Z3. Era importante avere sempre gli stessi watt anche per vedere le differenze fra i vari materiali. Così anche per poter lavorare già con determinati rapporti qui sul Teide.

Slongo già conosceva questa cronoscalata. Ma ha voluto che la vedesse anche Elisa
Slongo già conosceva questa cronoscalata. Ma ha voluto che la vedesse anche Elisa (foto Il Gazzettino)
Slongo già conosceva questa cronoscalata. Ma ha voluto che la vedesse anche Elisa
Slongo già conosceva questa cronoscalata. Ma ha voluto che la vedesse anche Elisa (foto Il Gazzettino)
E la Longarone-Santo Stefano di Cadore?

Ho voluto che la vedesse perché è una tappa veramente dura: 138 chilometri con oltre 3.400 metri di dislivello. La prima parte, fino a Cortina d’Ampezzo, è relativamente semplice, poi ecco il Tre Croci, il Passo Sant’Antonio, Costa Lissolo… Sono posti che io conoscevo, ma ripeto, volevo che li vedesse anche Elisa e soprattutto che li vedesse prima del ritiro per avere le idee chiare.

Ed Elisa cosa ha detto?

Ora sa com’è. Ha visto che i primi tre chilometri della salita del Nevegal sono veramente duri. E che sarà importante curare i particolari. Mentre della tappa di Santo Stefano di Cadore ha capito che il Sant’Antonio è duro. E che il circuito finale non ti fa respirare. In generale anche le discese non son troppo tecniche, Elisa non andrà alla cieca. Se la vedi prima ti resta in testa e anche ai fini delle tattiche future potrà essere utile questa ricognizione. Anche lei potrà parlare meglio in fase di riunione.

E’ un’osservazione utile anche per i preparatori?

E’ una fase embrionale, ma almeno sia lei che io abbiamo i riferimenti per iniziare a pensarci su. Per me vale doppio: sia come coach che come direttore sportivo. Poi quest’anno ci sarà anche Demi Vollering e bisognerà sbagliare ancora meno del solito.

Longo Borghini in avanscoperta della frazione di Santo Stefano di Cadore (con Vittoria Ruffili). Slongo ha detto che voleva provarla prima di salire sul Teide
Longo Borghini in avanscoperta della tappa di Santo Stefano di Cadore (con Vittoria Ruffili). Slongo ha detto che voleva provarla prima di salire sul Teide
Longo Borghini in avanscoperta della frazione di Santo Stefano di Cadore (con Vittoria Ruffili). Slongo ha detto che voleva provarla prima di salire sul Teide
Longo Borghini in avanscoperta della tappa di Santo Stefano di Cadore (con Vittoria Ruffili). Slongo ha detto che voleva provarla prima di salire sul Teide
A proposito di Vollering. L’olandese ha fatto tutte le classiche (Roubaix esclusa) e poi ha detto che comunque avrebbe avuto tempo lo stesso per farsi trovare pronta al Giro Women. Voi invece le avete saltate… C’entra anche il discorso che Elisa non era stata bene durante la primavera? Ci spieghi questa scelta?

Semplicemente le due atlete hanno fatto due avvicinamenti differenti. Elisa ha iniziato allo UAE Tour Women, a inizio febbraio, gara alla quale noi teniamo molto. Il nostro progetto comunque era quello di fermarsi in vista di Amstel, Freccia e Liegi… poi la bronchite per la Milano-Sanremo ha bloccato tutto. Abbiamo provato a fare la Roubaix, ma Elisa tossiva veramente troppo. Stava male. E così abbiamo deciso di resettare tutto. Ha saltato due o tre corse ed è stata ferma due settimane. Vollering è partita dopo e ha corso di più in seguito.

Ma volendo ci sarebbe lo spazio temporale tra Ardenne e Giro Women?

Certo. Semplicemente è un planning diverso. Anche perché poi la stagione non finisce mica lì. Per Elisa sarebbe stata lunga partendo da inizio febbraio arrivare fino al Giro Women e oltre. Abbiamo in programma anche il Tour de France Femmes e ci teniamo a farlo bene. Anzi, a finirlo come dice Elisa!

Slongo sul Teide sta lavorando per portare Elisa e compagne al top in vita del Giro
Slongo sul Teide sta lavorando per portare Elisa e compagne al top in vita del Giro
Slongo sul Teide sta lavorando per portare Elisa e compagne al top in vita del Giro
Come sta andando invece sul Teide, Paolo?

Bene. Lo stacco, quasi obbligato, le ha portato benefici. Abbiamo ripreso con calma. Staremo quassù quasi tre settimane, dall’1 al 21 maggio. Abbiamo previsto un lavoro molto in progressione. Un lavoro che ci porterà anche a simulare alcune tappe del Giro Women e le situazioni di corsa. E poi c’è un bel gruppo e anche questo fa bene. Ci sono Silvia Persico, Alena Amialiusik, Eleonora Gasparrini… Doveva esserci anche Brodie Chapman, ma poi è caduta e non è venuta.

Paolo, conosci Elisa da tempo. Quando è stata male e ha dovuto saltare la Sanremo è stata poi preoccupata?

Era preoccupata nella fase in cui è stata male. E anche arrabbiata direi, perché non ha potuto fare alcune corse in cui era una delle poche che poteva veramente competere con Vollering. Poi era preoccupata anche per quello che poteva essere il proseguo della stagione. Adesso semmai c’è più una fase di dubbio, perché arriverà al Giro Women senza i riferimenti delle gare. Come Jonas Vingegaard del resto. Jonas è stato qui tre settimane e poi è andato al Giro. Mentre l’atleta spesso vorrebbe un feedback della gara. Ma lì sta anche alla mia bravura: supportarla con numeri e sensazioni per tenerla tranquilla e arrivare bene al Giro. E’ il mio lavoro