Riecco De Marchi. Vince al TotA col suo marchio di fabbrica

16.04.2024
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STANS (Austria) – Novecentoventiquattro giorni dall’ultima vittoria. Probabilmente Alessandro De Marchi se li ricorda tutti, uno ad uno. Appena tagliato in solitaria il traguardo di Stans della seconda frazione del Tour of the Alps, il 37enne friulano tira qualcosa di molto simile ad un sospiro di sollievo davanti ai massaggiatori contentissimi della sua Jayco AlUla come a dire “ce l’ho fatta” nuovamente. Tutti si complimentano con lui, compagni e avversari. Zana lo abbraccia sapendo che lo avrebbe rivisto gioioso. Ganna invece lo fa sorridere con una battuta scherzosa.

Dal successo della Tre Valli Varesine del 2021 sembra passato molto più tempo. Per il “Rosso di Buja” la giornata vissuta in Tirolo ha il sapore di una rinascita e di istanti che gli mancavano. Un successo alla De Marchi conquistato apponendo il suo classico bollino “doc”.

Gli ingredienti sono sempre quelli. Fuga a lunga gittata (più di 150 chilometri), amministrazione delle forze e gestione dei momenti difficili quando nel finale ha dovuto ricucire assieme a Pellaud su un allungo convinto di Gamper. Infine l’attacco decisivo sfruttando il punto più congeniale sulla salita corta e dura di Gnadenwald per eliminare la scomoda concorrenza dello stesso Pellaud, più veloce di lui in un eventuale testa a testa conclusivo. Sembra facile detta così, ma nel ciclismo di adesso non c’è nulla di semplice e scontato. E De Marchi ce lo spiega con la sua solita lucidità.

De Marchi torna alla vittoria dopo 924 giorni di digiuno. Lo fa in solitaria, sempre col suo marchio di fabbrica
De Marchi torna alla vittoria dopo 924 giorni di digiuno. Lo fa in solitaria, sempre col suo marchio di fabbrica
Alessandro cos’hai pensato in quegli ultimi quindici chilometri quando eri tutto solo?

Ho pensato che se Brent Copeland (il team manager della Jayco AlUla, ndr) due anni fa non mi avesse dato una possibilità, non sarei stato qui. Fortunatamente c’è ancora qualcuno che la vede lunga e che ha intuito che potevo dare qualcosa alla squadra. La stagione scorsa è stata molto positiva e quella era già una risposta. La vittoria di oggi è la seconda risposta. Alla fine ho pensato che avevamo ragione noi.

Vinci poco, ma di qualità. Che effetto fa vincere alla tua età, considerando quello che ci hai appena detto?

In questo ciclismo riuscire a vincere a quasi 38 anni (è il secondo vincitore di tappa più anziano del “TotA” alle spalle di Bertolini, ndr) ha un valore in più. Sappiamo bene come sta andando il ciclismo e il livello di preparazione che devi avere. Ovviamente per me adesso non è semplice come a 25 anni. E poi ad uno come me non capita molto spesso, quindi me la godo di più.

Con questo risultato ti sei guadagnato un posto per il Giro d’Italia?

Credo di averlo confermato. Era già nei piani, a dire il vero. Abbiamo confermato che siamo tutti sulla buona strada. Anche il resto dei compagni sta pedalando bene. Da domani torno a lavorare per Chris Harper, che per noi è il capitano al Tour of the Alps. Il percorso di avvicinamento al Giro sta procedendo bene, dobbiamo solo continuare così.

Erano tutti felici della tua vittoria e questo rende onore alla tua persona. Che sensazione è per te?

Credo di essere sempre stato uno educato e rispettoso all’interno del gruppo e nei confronti di tutti. Forse nelle reazioni che avete visto c’è un po’ di questo. Sapere di essere apprezzato non è una cosa da poco. Di sicuro mi fa molto piacere, poi chiaramente ci sarà qualcuno che salirà sul carro come sempre, ma non mi preoccupo.

Rosso di Buja in tinta: con la vittoria di Stans, De Marchi guida la classifica a punti del TotA
Rosso di Buja in tinta: con la vittoria di Stans, De Marchi guida la classifica a punti del TotA
All’età di Alessandro De Marchi si fanno ancora le dedica per una vittoria?

Ci sarebbe una lista infinita. Sicuramente la prima persona a cui dovrei dedicare qualcosa è mia moglie. Per starmi dietro e seguire tutte le faccende famigliari è quella che fa più sacrifici di tutti.

Lo lasciamo allontanare in sella alla sua Giant pronti a ritrovare domattina De Marchi in tinta con la maglia rossa (leader della classifica a punti) sulla linea di partenza della terza tappa a Schwaz. Forse lo pervaderà un briciolo di emozione, lo stesso che ha fatto provare a chi lo conosce bene.

Van der Poel a Liegi? Bartoli e Bettini dicono di no

16.04.2024
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Due che la Liegi la conoscono come le strade di casa, per averne conquistata una coppia ciascuno: Michele Bartoli e Paolo Bettini. Il maestro e l’allievo, esperti di Ardenne come pochi altri al mondo. Li abbiamo interpellati sul tema che inizia a tenere banco nei bar: Van der Poel può vincere la Liegi, scalzando Pogacar?

Si sa, quando ti restano negli occhi grandi imprese come quella dell’olandese alla Roubaix, ti sembra che per lui sia tutto possibile. Però poi si torna con i piedi per terra e si capisce che l’impossibile in realtà non esiste.

«Un bel duello fra Pogacar e Remco – dice Bartoli – quello sì che me lo sarei goduto! Ma stavolta è toccato a Evenepoel infortunarsi e per il secondo anno consecutivo, non riusciremo a vederlo. Ma ditemi una cosa: siete anche voi fra quelli che pensano che Van der Poel possa vincere la Liegi? Io non ci credo».

«Anche io sto dalla parte di quelli che indicano Van der Poel fuori dai giochi per la Liegi – dice Bettini – secondo me non può insidiare Pogacar, che su quel tipo di salita se lo toglie di torno quando vuole. Abbiamo già visto come in un’Amstel possa essere messo in difficoltà e la Liegi è un’altra cosa».

Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due
Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due

Le salite delle Ardenne

Michele Bartoli, che accanto ad Adrie Van der Poel ha vissuto il primo anno da professionista e ne fu tenuto a battesimo proprio sulle strade del Nord, all’ipotesi che il campione del mondo possa vincere la Liegi non ci crede proprio. E come già in passato con lui avevamo commentato le imprese dell’olandese e del rivale Van Aert, arrivando a paragonare il primo a un cecchino e l’altro uno che spara a pallettoni, anche questa volta l’analisi è lucida.

«Fa bene a provarci – dice il toscano che la Liegi l’ha vinta per due volte – ma le salite delle Ardenne non sono paragonabili ai muri del Fiandre. Sento dire che potrebbe vincerla, perché ha vinto il mondiale di Glasgow che sarebbe stato uno dei più impegnativi di sempre, ma evidentemente non ho visto la stessa corsa. Glasgow era un Fiandre senza pavé, salite che duravano poche decine di secondi. Alla Liegi alcune durano qualche minuto. E quand’è così, le cose cambiano».

La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio
La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio

Analisi sballate

Lo sguardo si fissa prima di tutto sugli avversari e non soltanto su Pogacar che di certo avrà addosso tanti riflettori. La selezione che Van der Poel ha attuato alla Roubaix, anche alla luce delle doti atletiche ben evidenziate da Pino Toni, non sarà replicabile. Il percorso della Liegi non è adatto alle sue caratteristiche e questo potrebbe far accendere la riserva ben prima che la corsa si decida.

«Dipende molto dallo sviluppo della corsa – prosegue Bartoli – perché è chiaro che se lo portano col gruppo compatto e al piccolo trotto sino all’ultima salita, poi non lo staccano di certo. Ma credo che se la corsa si farà come al solito, avversari come Skjelmose, Pello Bilbao, Vlasov, Carapaz e altri scalatori potrebbero metterlo in croce. Starei attento a pensare che possa vincere tutto, ci sono corridori più forti di lui su percorsi di salita. Mi viene in mente l’anno che Petacchi vinse nove tappe al Giro d’Italia e cominciarono a dire che forse avrebbe potuto fare classifica. Oppure quando qualcuno decise che Ganna potrebbe puntare a un Giro d’Italia, senza tenere in considerazione le sue caratteristiche fisiche. Quando leggo certe cose, mi verrebbe di prendere il telefono e chiamare, ma ho imparato a lasciar correre».

Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo
Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo

Occhio a Pidcock

Fra coloro che potrebbero dire la loro anche in barba a un gigante come Pogacar, Bettini vede il vincitore dell’Amstel Gold Race, che ha dimostrato di essere fra gli scalatori più in forma del momento.

«Non credo a Van der Poel per la Liegi – dice il livornese, che ha vinto anche due mondiali – mentre penso che un nome da seguire sia quello di Pidcock. Lui ha dimostrato che su quei percorsi sa anche vincere. Forse può essere proprio lui quello che può insidiare Pogacar. Ma di certo non sarà Van der Poel, questo mi sento di escluderlo abbastanza nettamente. Lo vedremo domenica alla Doyenne…».

Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita
Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita

Van Aert è un altro corridore

L’argomento da cui si prende spunto per dire che Van der Poel in realtà potrebbe davvero centrare la Liegi è legato al fatto che nel 2022 Van Aert, che atleticamente potrebbe ricordare il rivale di sempre, arrivò terzo dopo Evenepoel e Quinten Hermans. E che anche Mathieu nel 2020 conquistò il sesto posto, vincendo la volata alle spalle del gruppetto di Roglic, Hirshi, Pogacar, Mohoric e Alaphilippe.

«Van Aert è diverso – dice secco Bartoli – lui alla Liegi è già arrivato terzo, ma è soprattutto un corridore che ha vinto da solo dopo aver superato il Mont Ventoux. Ed è anche quello che, tirando per Vingegaard sui Pirenei, ha staccato Pogacar. Van Aert ha una predisposizione diversa per la salita, tanto che si parlava di lui come di uno che avrebbe potuto vincere il Tour. Non ci ho mai creduto, ma qualcuno lo ha detto. Bisogna anche ricordarsi che il ciclismo non è il terreno in cui si va per dimostrare le proprie teorie. A conoscerlo si capisce come tutto rientri in una logica precisa. Volete sapere quante possibilità darei a Van der Poel di vincere la Liegi? Direi un 10 per cento. Abbiamo visto vincerla anche da Gerrans, che era un velocista, ma onestamente non credo che sia l’anno delle grandi sorprese».

Zanini: cosa ho capito dopo un anno nel devo team dell’Astana

16.04.2024
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COL SAN MARTINO – Le aspettative con le quali il giovane Simone Zanini era passato al team Astana Qazaqstan Development erano di per sé elevate. Non è facile entrare nel ciclismo che conta con un cognome così importante. E a maggior ragione non lo è stato entrando nel team dello zio Stefano. Nulla passa inosservato all’esterno e quando sei al centro dell’attenzione tutto forse si complica. 

Dopo un periodo di adattamento Zanini ha trovato il suo “posto” nel team
Dopo un periodo di adattamento Zanini ha trovato il suo “posto” nel team

Debutto difficile

Alle attenzioni che arrivavano dall’esterno, sulle spalle di Simone Zanini sono arrivati anche dei risultati non troppo incoraggianti. Una prima stagione difficile nel team kazako, fatta di corse, ma pochi squilli, nessuno in pratica. 

«Rispetto a quanto fatto nel 2023 – racconta al via del Trofeo Pivala squadra non dico che è rimasta soddisfatta, ma quasi. Comunque sia ero al primo anno di categoria e con la scuola non è stato per nulla facile. Ho raccolto due decimi posti in Bulgaria, per il resto è stato un anno di esperienza. Anche questa stagione non è iniziata al massimo, ma bisogna avere pazienza, perché di corse ce ne sono tante».

Per Zanini uno degli adattamenti più difficili è stato quello al ritmo in corsa
Per Zanini uno degli adattamenti più difficili è stato quello al ritmo in corsa
Qual è la cosa che ti ha messo più in difficoltà?

Il cambio di ritmo – dice subito, senza quasi farci finire la domanda – l’ho sofferto molto. Non tanto i chilometri, perché dopo un po’ ti abitui, ma il ritmo di gara. Sia in salita che in pianura diventa davvero fastidioso a lungo andare. 

Nel senso di percorrenza?

Sì. Me ne sono accorto anche guardando i dati, a casa. In salita, rispetto a quando ero junior, ho dovuto imparare un nuovo modo di pedalare. Migliorare in efficienza e velocità, risparmiando energie, ma comunque provando a guadagnare quei due o tre chilometri orari. Già l’anno scorso soffrivo la grande velocità in salita, quest’anno si è alzata ancora di più. 

Tu arrivavi da una squadra piccola, raccontaci la difficoltà maggiore che hai trovato nell’adattarti a un team così grande. 

La lingua sicuramente, anche se piano piano ti abitui. I primi mesi da questo punto di vista sono stati i più duri, perché poi ho avuto un po’ di problemi con il reparto kazako. Hanno fatto fatica ad aprirsi con me, ora invece è quasi una seconda famiglia. Poi ci sono le aspettative. 

Nel primo anno tra gli under 23 pochi squilli per il nipote d’arte
Nel primo anno tra gli under 23 pochi squilli per il nipote d’arte
Raccontaci…

Arrivare in un team famoso, e il cognome che mi porto dietro, non è stato facile. Erano più aspettative mie, la squadra non mi ha mai caricato di nulla. Sono stato io a darmi maggiori pressioni, sbagliando. 

Com’è essere uno Zanini che corre in Astana?

Sento di essere conosciuto, e non è così facile a volte. Il 2023 mi è servito anche per imparare a fregarmene un po’ di meno rispetto a quello che arriva da fuori. 

Ci avevi detto di essere uno scalatore, dopo un anno tra gli under cosa ci dici?

Che se si parla di strappi corti ed esplosivi riesci ancora ad essere lì. Quando invece si va su salite lunghe, ci sono persone più portate di me, per caratteristiche e watt/chilo, che hanno un altro passo. Potrò sempre migliorare, ma non riuscirò ad essere come i migliori scalatori al mondo. 

Il 2024 ha visto dei cambiamenti negli allenamenti per provare a migliorare nel fuori soglia
Il 2024 ha visto dei cambiamenti negli allenamenti per provare a migliorare nel fuori soglia
Hai cambiato modo di allenarti?

Ho cambiato preparatore rispetto allo scorso anno e stiamo lavorando su tutti gli aspetti fuori soglia, che sono quelli che mi mancano maggiormente. Stiamo provando degli esercizi e dei lavori specifici che mi permettano di migliorare. Ad esempio ci stiamo concentrando sui cinque minuti a blocco o i 30/30. 

Hai avuto modo di correre con i professionisti, lì cosa hai visto?

E’ incredibile come sia un mondo completamente differente rispetto agli under 23. La corsa parte allo stesso modo: un’ora a fuoco, poi si sgancia la fuga, ci si rilassa, e poi l’ultima ora e mezza ancora a fuoco. Correre tra i grandi aiuta a capire e prendere le misure, non è facile, ma si fa

La prima di Bessega, che già pensa alla Lidl-Trek

16.04.2024
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Prima dell’inizio della stagione il cittì della nazionale juniores Dino Salvoldi era stato chiaro: «Con tanti atleti al primo anno, uno come Bessega è un riferimento per la categoria». Per questo stupiva che non arrivase alcuno squillo dal corridore del Borgo Molino Vigna Fiorita, che lo scorso anno era stato parte della squadra azzurra, oro europeo nel Team Relay. Quello squillo è poi arrivato, al Trofeo Ristorante alla Colombera, rimettendo tutto nel loro giusto ordine di cose (foto di apertura Photobicicailotto).

Lo scorso anno Bessega aveva colto 7 vittorie, tra cui la classifica del Giro del Friuli
Lo scorso anno Bessega aveva colto 7 vittorie, tra cui la classifica del Giro del Friuli

Il diciottenne ammette che quelle vittorie che non arrivavano, magari sfiorate come al Trofeo Comune di Camaiore dov’era stato beffato da Lorenzo Finn, gli avevano lasciato qualche strascico psicologico.

«In verità però mi era pesato più il 4° posto nella gara inaugurale, il GP Baronti, perché sentivo che la gamba pur essendo inizio stagione era già molto buona. Poi nel prosieguo mi sono ritrovato ad affrontare percorsi che non erano proprio ideali per le mie caratteristiche, oppure commettevo qualche errore di troppo. Questo stava incrinando il mio morale».

Con Montagner e Giaimi, il friulano ha vinto l’oro agli europei 2023 nella staffetta
Con Montagner e Giaimi, il friulano ha vinto l’oro agli europei 2023 nella staffetta
Finché non hai sfatato il tabù…

Sì, in una gara che oltretutto si corre vicino casa e che conosco per averla disputata anche lo scorso anno, quando però ero caduto sui giri collinari e mi ero dovuto ritirare. Questa volta non ho sbagliato: il gruppo si è via via scremato, al penultimo giro eravamo rimasti in 25. A quel punto dovevo trovare il momento giusto per portare l’attacco e così è stato.

Salvoldi ha detto che puoi essere un po’ una guida per chi arriva alla nuova categoria, è un ruolo nel quale ti rispecchi?

Non sono quel che si dice un leader, trovo un po’ strano fare da riferimento, ma se capiterà in qualche gara di dover fare il regista in corsa, sacrificarsi per gli altri sarò sempre a disposizione. In fin dei conti in un anno cambia abbastanza poco, ma quel che ho imparato lo condivido.

Già da allievo Bessega si era dimostrato un vincente (foto Rodella)
Già da allievo Bessega si era dimostrato un vincente (foto Rodella)
Tu hai già in tasca il contratto per la prossima stagione nelle fila della Lidl-Trek. Questo rappresenta per te un vantaggio?

Enorme. Sapere che non devi dannarti l’anima per costruire il tuo futuro, che entri in un team affermato dove hai una strada tracciata e devi meritartela è un peso psicologico in meno. Significa poter correre le gare in maniera più tranquilla, senza il bisogno di dover per forza dimostrare qualcosa ogni volta.

Non è che questo però ha un rovescio della medaglia, ossia ti toglie mordente?

Questo mai, io corro sempre per portare a casa il risultato. Mi piace vincere e far fatica, altrimenti non vorrei fare questo mestiere. Essere però tranquillo è un aiuto, nel senso che mi permette di concentrarmi più su quel che devo fare.

Bessega con Mellano e Rosato. Tutti e tre sono convocati per l’Eroica
Bessega con Mellano. Entrambi sono convocati per l’Eroica
Che obiettivi ti sei posto nella tua stagione?

Cercare di fare più vittorie e piazzamenti possibile. Per tornare al discorso di prima, le motivazioni non mancano, voglio passare di categoria portandomi dietro un bel curriculum. Quel che più conta è emergere soprattutto nelle gare internazionali. Nei prossimi due mesi ci saranno tante occasioni, in Italia e all’estero ed io voglio approfittarne. Magari a cominciare dall’Eroica, dove ci sarà davvero il meglio della categoria: ho visto alcuni di loro, ad esempio gli sloveni della Roubaix e vanno veramente forte, ma io sento di non partire battuto.

Perché per il tuo futuro hai scelto la Lidl-Trek? Forse perché a dispetto dell’affiliazione e della proprietà americana la senti una squadra un po’ più italiana delle altre del WorldTour?

Sinceramente un po’ sì, perché ho visto che ci sono molti italiani nella dirigenza ma anche nello staff, tra meccanici, massaggiatori… e questo può essere un bell’aiuto. Poi sono stati comunque loro a cercarmi, ci siamo incontrati e mi hanno convinto con il loro programma riservato al devo team. Io dico che è la soluzione giusta per continuare a crescere. Ora però sta a me arrivarci con in mano qualcosa.

Nieri e il giovane Mozzato: «Ogni cosa se l’è sudata col lavoro»

16.04.2024
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Gran parte delle classiche sono alle spalle e, in attesa di completare le Ardenne, colui che ha brillato di più tra gli italiani è stato Luca Mozzato. Il corridore dell’Arkea-B&B Hotels è salito alla ribalta per il secondo posto al Giro del Fiandre, ma aveva anche vinto una corsa, la Brendene Koksijde Classic, sempre in Belgio.

Mozzato è uno di quei corridori cresciuti piano, piano. Uno di quelli che ha avuto bisogno di tempo. Ma le qualità c’erano. E nell’era del “tutto e subito” il veneto rischiava di passare nel dimenticatoio. Luca invece a suon di risultati, di piazzamenti, di vittorie e infine grazie anche al podio in un monumento è arrivato al vertice.

Per capire dove è ora Mozzato, bisogna vedere da dove veniva prima di passare professionista. E dove veniva ce lo può spiegare bene Daniele Nieri, attuale direttore sportivo della Q36.5 Continental, all’epoca della Dimension Data for Qhubeka, la squadra di Luca.

Daniele Nieri è oggi il diesse della Q36.5 Continental Team
Daniele Nieri è oggi il diesse della Q36.5 Continental Team
Tu, Daniele, hai diretto Mozzato per due anni, e hai un certa sensibilità con i giovani…

Sì, l’ho avuto nel suo secondo e terzo anno tra gli under 23. E cosa dire: ora è al top! Fare secondo ad un Fiandre dietro a quel Van der Poel è come vincere. Luca è molto adatto a quelle corse. Sa tenere la posizione, regge sulle salite corte, ha un buon picco di forza esplosiva ed è veloce.

Insomma, tutto normale?

Normale no, perché per diventare un corridore vero ci sono tanti fattori. E non ci si deve riferire solo al Belgio. E’ arrivato davanti in tante altre corse.

E allora che corridore è, o era, il tuo Luca Mozzato?

Un corridore veloce, ma non un velocista puro. Ha uno sprint importante. Come detto, sa stare in posizione e sa muoversi al momento giusto. Era già un buon corridore quando lo si prese dalla Zalf e anche da juniores si mise in mostra. Se ben ricordo fu quarto al mondiale di Doha 2016. Sfiorò il podio grazie all’aiuto di Zana che lo fece rientrare.

Mozzato ha militato nella Dimension Data U23 con Nieri per due anni: 2018 e 2019. Poi è passato alla B&B
Mozzato ha militato nella Dimension Data U23 con Nieri per due anni: 2018 e 2019
Sei stato tu a volerlo nella tua squadra all’epoca?

Non direttamente, perché anche io stavo rientrando in squadra. Ma sapevo chi fosse. Però accadde un fatto curioso. Una sera ero a cena con Kevin Campbell, l’allora team manager della Dimension Data for Qhubeka. Gli arrivò un messaggio in cui un procuratore gli proponeva Mozzato. Mi chiese se lo conoscessi. Gli dissi: «Io non so ancora se ci sarò, ma lui prendilo subito!». Così ci ritrovammo qualche settimana dopo entrambi nello stesso team.

E dal punto di vista umano?

Un bravissimo ragazzo. Ma bravo davvero a 360 gradi. Seguiva alla lettera ciò che gli si diceva. Era puntiglioso, serio negli allenamenti. Dopo il Fiandre infatti gli ho scritto: con tutti i sacrifici fatti, te lo meriti. Le sue vittorie le ha sempre ottenute, ma nonostante tutto restava poco considerato. Forse perché i suoi risultati erano frutto del lavoro.

E non del talento spontaneo, questo è il concetto…

Vinceva perché lavorava, faceva la vita da corridore. Preciso nelle tabelle, nel mangiare. E sì che lui poverino ha sempre avuto qualche problema col peso. Era uno di quelli che basta che “guarda la pasta e ingrassa”. Non perché non fosse attento, anzi… il contrario. Altra caratteristiche di Luca che ben ricordo era la puntualità.

Mozzato approdò in B&B (ora a Arkea) nel 2020 e gli viene subito proposto un calendario disegnato sulla sua misura
Mozzato approdò in B&B (ora a Arkea) nel 2020 e gli viene subito proposto un calendario disegnato sulla sua misura
Hai rimarcato il tema della posizione. Ci puoi dire di più?

Vi racconto questa. Luca è finito a correre in Francia non per caso. Eravamo al Tour de Bretagne e qualche giorno dopo facemmo un’altra corsa da quelle parti. In quasi tutte le tappe entrò nei primi dieci. Quei percorsi erano molto “stile Belgio”: 180-190 chilometri con su e giù, vento, curve e proprio lì fu notato dalla B&B. Ricordo che c’era un circuito da fare in una tappa, un circuito tortuoso e lui da solo non uscì mai dalle prime cinque posizioni.

Può ancora crescere?

Per me è nell’ambiente giusto per lui specie in relazione al calendario che gli propongono. So che si trova bene: insomma ha l’equilibrio giusto. Se può crescere? Io dico di sì. Se non altro perché parliamo di un ragazzo classe 1998: quindi di 25-26 anni. Può ancora limare qualcosa. Chiaro, se mi chiedete: può vincere un Fiandre? Dico che contro motori come Van Aert o Van der Poel ti deve girare tutto, ma proprio tutto, bene…

Okay Daniele, ma questo non vale solo per Mozzato!

Esatto, però in corse come De Panne, Scheldeprijs… sì: può vincere. In quelle corse è sempre al top e poi è un corridore che porta non si sa quanti punti e questo alle squadre piace sempre. Lui comunque è maturato, sta maturando coi tempi giusti.

Tornare competitivi dopo una caduta. Questione di psicologia

15.04.2024
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Le vittorie a ripetizione di Elisa Longo Borghini e di Elisa Balsamo hanno un punto in comune e non è dato, in questo caso, dalla comune militanza nella Lidl-Trek. Entrambe le azzurre vengono da un 2023 molto difficile, contraddistinto da infortuni lunghi e complicati e da una ripresa lenta. Non sono certamente i soli casi, basti pensare sempre nel team americano il lento cammino di resurrezione di Tao Geoghegan Hart e chi vive da vicino le vite di questi campioni sa che non è tutto legato al fisico, all’allenamento, ai risultati. Molto pesa la testa, la psicologia, il come si vive questo periodo di ripresa.

La vittoria della Longo Borghini alla Freccia del Brabante. Il suo 2023 era stato fermato dalla caduta al Giro
La vittoria della Longo Borghini alla Freccia del Brabante. Il suo 2023 era stato fermato dalla caduta al Giro

Nel team un ruolo sempre più importante – lei come colleghi e colleghe negli altri team – lo svolge la dottoressa Elisabetta Borgia, che anche nel caso delle due atlete in questione è stata un supporto importante e che sa bene quanto il ritorno a livelli pari se non addirittura superiori sia un iter molto lungo e travagliato.

«Il primo passo che un atleta deve fare è l’accettazione – spiega la Borgia – Gli sportivi hanno sì una struttura mentale molto forte, che è però molto basata su un rigido cammino: c’è una strategia da seguire verso l’ottenimento dell’obiettivo, fatta di tappe che sono allenamenti e gare con una flessibilità contenuta e studiata. L’infortunio arriva e stravolge tutto, vengono cancellati i piani, tutto quello che era stato stabilito viene cancellato d’un colpo».

Elisabetta Borgia da anni collabora con il Team Lidl-Trek e ha seguito la rinascita delle azzurre
Elisabetta Borgia da anni collabora con il Team Lidl-Trek e ha seguito la rinascita delle azzurre
Che succede a quel punto?

L’istinto direbbe di studiare subito un “piano B”, ma non è così semplice. Bisogna innanzitutto porsi davanti un obiettivo nuovo, che non ha più a che vedere con le corse ma che riguarda il ritrovare la salute. E per far questo è necessario rallentare, ma questo non è nello spirito dell’agonista, che anzi vuole tornare prima possibile a gareggiare, vuole riprendere esattamente da dove si era fermato. Per questo parlo di accettazione: bisogna mettere un punto e ripartire.

E’ difficile accettare l’infortunio?

Sì, ma è soprattutto difficile accettare che quel piano che era stato fatto a inizio stagione non c’è più. Non si recupera, non si può riprendere. E’ legittimo rammaricarsene, ma bisogna guardare avanti. Bisogna saltare su un nuovo piano lasciando andare quel che è stato. Ripartendo sempre dal ristabilimento fisico. Bisogna soprattutto lasciar andare via la rabbia, che non serve e fa sprecare energie preziose.

Per Elisa Balsamo il 2024 è stato finora ben diverso dall’anno passato. Protagonista anche alle classiche
Per Elisa Balsamo il 2024 è stato finora ben diverso dall’anno passato. Protagonista anche alle classiche
Come si salta su un nuovo piano?

Intanto si comincia con la consapevolezza, l’accettazione di cui parlavamo prima. Poi il lavoro dello psicologo deve essere coadiuvato dai vertici del team. Lì serve l’impegno di tutta l’equipe, per stabilire un nuovo cammino, verso nuovi obiettivi, passando magari anche per la rielaborazione del trauma. L’atleta però deve essere consapevole, capire dove deve andare, che cosa potrà ottenere, soprattutto quanto è importante che tutto ciò avvenga nel pieno rispetto del proprio corpo, godendo della piena salute necessaria per ritrovare il proprio livello. Bisogna ricostruire tutto il viaggio.

Nel caso della Longo Borghini però assistiamo a una ragazza esperta che non aveva mai toccato simili picchi di rendimento, pur avendo un curriculum già di per sé eccezionale… Come si diventa più forti di prima?

I cinesi, parlando della resilienza, fanno l’esempio di un vaso rotto rimesso insieme con colla dorata perché diventi ancora più prezioso. Per lo sportivo è un po’ così: l’abitudine alla vittoria può anche portare a una diminuzione del desiderio di vincere. Chi viene da infortuni gravi ha invece la smania di tornare a prima. Se ben incanalata, questa foga può essere utile, può servire a conoscere più di se stessi perché noi siamo fatti anche delle nostre esperienze. Questi sono principi utili nello sport come nella vita di tutti i giorni, ma considerando il nostro ambiente, è come fare uno step up, salire di livello in un videogioco. La nostra società tende a nascondere la sofferenza, la negatività, ma è attraverso di essa che si va oltre.

Per Tao Geoghegan Hart la strada della rinascita è ancora lunga. Lo vedremo al Giro d’Italia
Per Tao Geoghegan Hart la strada della rinascita è ancora lunga. Lo vedremo al Giro d’Italia
Un infortunio può anche non essere fisico: una decisione sbagliata, un esito negativo per questione di centimetri. Spesso vicende del genere lasciano strascichi, come se ne esce?

Fondamentale è l’analisi di quello che è successo. L’errore pesa, per superarlo bisogna capire che cosa si è fatto. La gestione degli ultimi chilometri, l’avversario magari sottovalutato, cosa è andato bene e male. Ritrovandosi nella stessa situazione come si agirebbe, sapendo com’è andata? Bisogna affinare attraverso tutto ciò la nostra capacità di “problem solving”, imparare a gestire la situazione anche in presenza di forti emozioni, facendo in modo che l’attività emotiva non vada a inficiare l’applicazione logica.

E’ evidente però come, nel ciclismo come in tante altre discipline sportive, un piccolo episodio vada a intaccare la concentrazione mentale. Sono evidenti i casi di eventi che cambiano completamente il loro andamento proprio perché il protagonista ha perso la sua applicazione mentale. La concentrazione può essere allenata?

Sicuramente. La si può anche perdere. La società odierna porta a non essere concentrati quasi mai, a vivere a un livello di superficialità, questo perché abbiamo ormai un flusso d’informazioni che, secondo recenti studi, è più del doppio di quello di 10 anni fa. Siamo iperstimolati, tendiamo al multitasking quando invece il nostro cervello fa fatica a processare più informazioni per volta. La concentrazione deve essere uno stile di vita. La si può applicare anche nelle più piccole cose: mangiare, bere, guardare, insomma focalizzando i 5 sensi. Questo diventerà utilissimo anche quando saremo impegnati in corsa.

Dainese: l’incidente, il rientro, la vittoria, Sierra Nevada… il Giro

15.04.2024
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E’ caduto il 9 febbraio rovinosamente, ha vinto il 4 aprile: in meno di due mesi Alberto Dainese si è ritrovato dalle stalle alle stelle. Il corridore della Tudor Pro Cycling era incappato in un incidente durante un allenamento in Spagna. Aveva riportato una grande botta alla testa e danni seri alla bocca.

Poi alla Région Pays de la Loire Tour, breve corsa a tappe francese, ecco quasi a sorpresa, la vittoria. A Château-Gontiere braccia alzate e tutto, o quasi, sparisce.

In questi giorni Dainese si trova a Sierra Nevada per l’ennesimo ritiro in quota. Sta lavorando in ottica Giro d’Italia.

«E quassù – dice il veneto – già ci ero stato due settimane prima del rientro dopo la caduta e ci starò fino al Romandia. Poi qualche giorno di relax a casa ed ecco il Giro».

Alberto Dainese (primo da sinistra) durante gli allenamenti in Spagna quest’inverno
Alberto Dainese (primo da sinistra) durante gli allenamenti in Spagna quest’inverno
Alberto, partiamo dalla caduta. Hai recuperato possiamo dire…

Diciamo di sì. All’inizio è stata un po’ tosta. Le botte alla bocca e alle labbra si sono fatte sentire. Avevo un bel po’ di punti e non ero affatto bello! Mi vedevo con queste ferite, mi mancavano quattro denti. Facevo anche fatica a mangiare. Poi è subentrato anche un versamento ad un ginocchio. Insomma ci ho messo quasi due mesi a riprendermi. Ma la cosa buona è aver recuperato al 100 per cento.

Alla fine quanto sei stato senza bici?

Poco in realtà. Forse troppo poco, cinque giorni. In pratica fino a che non mi hanno rimesso i denti provvisori. Ho fatto un po’ di rulli. Ma era troppo presto. I punti tiravano e avevo vari dolori. Poi è emerso il problema al ginocchio. E sono stato fermo un’altra settimana. Alla fine prima di riprendere per bene è passato un mesetto.

Ma come hai fatto a livello di preparazione? Hai ripreso da capo?

La base era solida. Avevo fatto davvero un buon inverno, senza malanni e con un grande volume: questa è stata la salvezza. Se avessi avuto un inverno meno buono sarebbe stato un bel casotto. Invece quando ho ripreso, non ero proprio a zero. 

Dainese (classe 1998) è passato dalla Dsm alla Tudor Pro Cycling questo inverno
Dainese (classe 1998) è passato dalla Dsm alla Tudor Pro Cycling questo inverno
E cosa hai fatto quando hai ripreso con costanza?

Ho iniziato con due, tre ore molto semplici. Dalla terza settimana ho inserito anche un po’ d’intensità. Ma questa era anche la prima che facevo a Sierra Nevada in quota. E non ho fatto poi molto. Parlo di 15 ore complessive. Mentre dalla settimana successiva, ho inserito più ore e più volume. Ho fatto due lavori di Vo2Max, sempre in altura, e sono andato a correre in Francia.

Caspita! Solo due lavori e sei stato subito vincente e competitivo (prima della vittoria Dainese ha ottenuto due quinti posti, ndr)?

E infatti questo un po’ ha sorpreso anche me e mi ha dato tanto morale. Ma ripeto, la base era buona. Sono anche consapevole che non era una volata di livello stellare. Non c’erano Philipsen o Merlier, però Marijn van den Berg, con cui battagliavo ha dimostrato di andare forte. Ora sono consapevole che con questo altro ritiro in quota e il Romandia si potrà crescere ancora. Non dico che tutti i dubbi siano spariti, ma so che al Giro dove il livello sarà più alto sarò competitivo.

Hai dovuto riprendere anche il lavoro in palestra?

No, quella no. Dopo due sedute ho dovuto abbandonarla in quanto mi dava problemi al ginocchio destro, quello del versamento. Emergevano dei dolori alla bandelletta e così abbiamo deciso di evitare la palestra. Al suo posto abbiamo compensato con delle volate e delle partenze da fermo. Ne ho fatte un po’ più del solito.

Alberto, raccontaci un po’ quelle volate dopo il rientro. C’era anche della paura?

Le settimane dopo l’incidente sì. Avevo paura ad andare in bici, specie in discesa o col vento. La caduta era avvenuta in modo improvviso e temevo di ricadere da un momento all’altro. Poi è andata scemando. Mentre il giorno della volata no, nessuna paura.

Quest’anno Alberto ha un treno a disposizione e infatti in 6 giorni di corsa ha 6 top 10, tra cui una vittoria
Quest’anno Alberto ha un treno a disposizione e infatti in 6 giorni di corsa ha 6 top 10, tra cui una vittoria
Si è chiusa la vena del velocista!

Esatto. Non ci ho proprio pensato, anche se forse è stato lo sprint più pericoloso che ho fatto da pro’ dopo quello del Polonia in discesa. In particolare la volata che ho vinto è stata anche abbastanza pulita. Nell’ultimo chilometro la velocità era alta ed eravamo tutti in fila. Robin Froidevaux mi ha portato ai 200 metri in posizione e dovevo saltarne solo due.

Per te che ogni volta dovevi partire da dietro, due corridori in effetti erano pochi!

Sì, sì… rispetto al passato è una bella differenza. Prima avevo Bardet che poverino è uno scalatore e mi lasciava in ventesima posizione. E infatti come mi suggerì anche Petacchi, persa per persa a quel punto, partivo lungo. Adesso invece ho un treno.

E sul fronte dei valori, quelli della volata che hai vinto erano buoni? E’ un dato curioso dopo l’incidente…

Il misuratore non funzionava. Non posso rispondere pertanto a questa domanda con precisione, però non credo siano stati cattivi. Quel giorno ho sbagliato rapporto. Ho fatto la volata con il 54×10 ed ero durissimo. Mi sembrava stessi facendo una partenza da fermo! Il picco di potenza in questi casi, con quel rapporto così duro, non è altissimo. Però la volata l’ho tenuta a lungo e comunque se riesci a girare quel rapporto male non stai. Io poi non amo andare duro negli sprint. 

EDITORIALE / I danesi a Parigi portano Morkov su strada. E noi?

15.04.2024
4 min
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Sarà un puzzle difficile da comporre. Con quale criterio saranno fatte le scelte dei corridori per le Olimpiadi, alla luce delle cervellotiche regole imposte dal CIO e recepite senza neanche un fiato dall’UCI? Mentre la nazionale della pista è di rientro dal Canada, una news rilasciata non troppi giorni fa dalla Danimarca a proposito di Morkov offre lo spunto per una riflessione.

La squadra danese, che ha chiuso il ranking 2023 al secondo posto alle spalle del Belgio, correrà su strada con quattro uomini. E siccome in pista anche loro puntano forte sul quartetto, si sono inventati uno stratagemma per consentire a Michael Morkov di difendere la sua medaglia d’oro della madison. La Danimarca ha infatti già dato le convocazioni per tre dei quattro stradisti, puntando su Mads Pedersen, Mathias Skjelmose e appunto Morkov. Il quarto nome verrà fuori ai primi di giugno dalle ultime corse utili.

«La selezione di Michael – ha spiegato a Cyclingnews il tecnico danese Anders Lund – si basa sulla considerazione delle ambizioni complessive della Danimarca per la medaglia olimpica in tutte le discipline del ciclismo. Ma detto questo, Michael ha anche delle ottime capacità su strada, di cui trarremo beneficio a Parigi. Negli ultimi tre campionati del mondo su strada, Michael ha svolto un lavoro di supporto esemplare per la squadra nazionale. La sua grande esperienza e la capacità unica di guidare il suo capitano attraverso una lunga corsa su strada saranno senza dubbio preziose per le possibilità di Mads Pedersen di vincere la medaglia che sogniamo».

Negli ultimi tre mondiali su strada (qui a Glasgow con Magnus Cort), Morkov ha lavorato per i compagni
Negli ultimi tre mondiali su strada (qui a Glasgow con Magnus Cort), Morkov ha lavorato per i compagni

Morkov e la madison

La Danimarca, come pure l’Italia, su pista affida delle grandi speranze al suo quartetto e questo fa sì che nelle scelte dei tecnici della pista ci sia stato un certo sbilanciamento verso il gruppo degli inseguitori. E Morkov, che pure ha fatto parte di quartetti vincenti in Coppa del mondo e nella specialità ha conquistato l’argento a Pechino 2008, probabilmente non dà le garanzie necessarie per puntare all’oro, neppure come riserva. Di conseguenza, non potendo essere selezionato per una sola disciplina (la madison di cui è campione olimpico assieme a Lasse Norman Hansen), si è ritenuto di portarlo anche su strada. Il suo avvicinamento alle Olimpiadi passerà per il Tour de France, dove scorterà Cavendish nel tentativo di battere il record di tappe detenuto da Merckx.

«Michael – ha detto ancora Lund – vuole difendere la sua medaglia d’oro nella madison. Tuttavia, possiamo selezionare solo quattro corridori per tutti gli eventi di ciclismo su pista, ovvero inseguimento a squadre, madison e omnium. Fortunatamente, i Paesi possono anche “prendere in prestito” corridori da altre discipline, quindi se Morkov viene selezionato come ciclista su strada, potrà competere in entrambe le discipline. In questo modo possiamo convocare un corridore in più in pista, in modo che i nostri corridori rimangano abbastanza freschi per completare tutti gli eventi».

Ganna e Milan, oro e bronzo nell’inseguimento di Glasgow, con Villa: i due fanno parte del quartetto
Ganna e Milan, oro e bronzo nell’inseguimento di Glasgow, con Villa: i due fanno parte del quartetto

La strada azzurra

La scelta danese apre uno spiraglio anche per le altre Nazioni? In che modo saranno distribuite le quote azzurre? A quanto si è saputo, uno stradista azzurro potrebbe essere chiamato a correre anche la crono, per affiancare Ganna che farà il quartetto e la prova contro il tempo. Sappiamo che Milan correrà soltanto su pista e non su strada, ma non potrebbe essere lui il secondo cronoman? Si è discusso e si continuerà a farlo dell’impiego di Elisa Balsamo anche su strada. I tecnici hanno davanti a sé ancora due mesi e mezzo per comporre il puzzle perfetto, sapendo che l‘Italia maschile correrà su strada con soli tre uomini (quattro invece le donne), a causa del ranking per nazioni che a fine 2023 ci ha visto in ottava posizione.

La pista è il settore che probabilmente dà le maggiori garanzia di medaglia con gli uomini e con le donne, al pari della cronometro individuale maschile. Stando così le cose, è immaginabile che fra i tre della strada approdi un pistard, che però non sia un inseguitore, consentendo a Villa di chiamare un uomo in più? E se così sarà, visti i risultati azzurri nelle grandi classiche, con quale potenziale arriveremo alla sfida di Parigi su strada? Come detto, sarà un puzzle difficile da comporre. Almeno su questo non ci sono dubbi.

Arriva il Liberazione, festival mondiale delle due ruote

15.04.2024
5 min
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Chi ama il ciclismo sa bene che cos’è il Gran Premio Liberazione e quanto la classica romana ha contato e conta nel ciclismo italiano. Nello scorso secolo era considerato il “mondiale di primavera” perché metteva di fronte i maggiori talenti del Pianeta a livello dilettantistico, era quindi uno dei pochissimi terreni di confronto con i Paesi del Blocco Sovietico dove vigeva il dilettantismo di Stato. Poi i cambi profondi nel mondo delle due ruote hanno portato il Liberazione verso un progressivo tramonto, finché Claudio Terenzi non ne ha ripreso le redini. Trasformandolo.

Oggi il Gran Premio Liberazione è qualcosa di ben diverso. Non è poi così lontano dalla sua tradizione, ma sarebbe meglio dire che se ne sta costruendo una nuova, seguendo i venti del progresso. Oggi il Liberazione è molto più che una corsa ciclistica: è un festival delle due ruote, allestito su più giornate e che coinvolge quasi tutte le categorie. E chissà che un domani non completi l’opera…

Grande orgoglio e tanto lavoro da fare per Claudio Terenzi
Grande orgoglio e tanto lavoro da fare per Claudio Terenzi

Tre giorni di ciclismo

Terenzi ha predisposto un programma ricchissimo, profondamente rinnovato rispetto allo scorso anno che riempirà le strade del centro storico romano per tre giorni.

«E’ un impegno enorme non solo per noi, ma per tutta la città – afferma l’organizzatore – e per questo dobbiamo dire grazie all’amministrazione comunale, perché si è fatta pienamente coinvolgere dal Liberazione, lo sente davvero come qualcosa di appartenente a Roma. Cominceremo nella mattinata del 25 aprile con la gara femminile, portata al livello Uci 1.1 con al via anche la formazione WorldTour della Uae, tornerà quindi Persico vincitrice nel 2022. Alle 14 sarà poi la volta degli Under 23, la gara dalla quale è nato tutto».

La vittoria di Silvia Persico nel 2022, he precede la compagna Consonni (fotoGiessegi)
La vittoria di Silvia Persico nel 2022, he precede la compagna Consonni (fotoGiessegi)
Quest’anno quante richieste avete avuto?

Un numero clamoroso, tanto che a gennaio eravamo già sold out e per me dover dire di no alle richieste dei team, soprattutto dall’estero è un dolore. Ma d’altronde l’Uci impone il limite di 175 partecipanti e è giusto che sia così. Nella scelta sono molto pragmatico, voglio portare a Roma il miglior cast possibile, con nazionali e club di spicco. Quindi guardo al pedigree di ogni squadra e dei suoi componenti. E’ un dovere verso la storia stessa del Liberazione, verso il suo percorso che non ha eguali al mondo. Quest’anno poi, tra la gara femminile e quella under 23 ci sarà un intermezzo importante.

Quale?

La Bike for Fun-Pedalata del Dono, una prova per trapiantati ed emodializzati in collaborazione con Aned e Aido. Sarà una pedalata solidale con maglia celebrativa e offerta libera a favore delle associazioni, 8 chilometri disegnati attraverso il centro storico toccando anche punti che la corsa agonistica non attraversa, perché si andrà non solo alla Piramide Cestia, ma sull’Aventino, al Circo Massimo, anche per i Fori Imperiali e il Colosseo per concludersi sotto lo striscione d’arrivo a Caracalla. Lo scorso anno furono in 500 a partecipare, quest’anno speriamo siano molti di più.

Il percorso del Liberazione non cambia: un circuito nel centro storico di 6 chilometri
Il percorso del Liberazione non cambia: un circuito nel centro storico di 6 chilometri
Come reagisce la città?

Benissimo, anche se è un impegno notevole quello che dobbiamo sostenere. Noi facciamo grande promozione presso gli esercenti, soprattutto quelli sportivi perché chiunque pratica ciclismo (e non solo) deve sentirsi coinvolto. Il Liberazione deve essere qualcosa di inclusivo, per questo alla pedalata tengo in particolar modo.

Il Liberazione però non finisce il 25 aprile…

No, come detto sarà un festival delle due ruote che andrà avanti per altri due giorni. Al venerdì spazio per gli amatori con la gara in programma alle 15. Ma ci sarà anche tanto altro, ad esempio le prove per i più piccoli, con la gimkana che coinvolge non meno di 300 bambini senza contare i loro genitori… Questa è già una novità, l’altra sarà la prova di corsa a piedi alle 18, sullo stesso percorso del Liberazione allestita con il Comitato Organizzatore della Roma Appia Run.

Grande novità al venerdì pomeriggio con la prova podistica, “sorella” della Roma Appia Run
Grande novità al venerdì pomeriggio con la prova podistica, “sorella” della Roma Appia Run
E al sabato?

Daremo il massimo spazio alle categorie giovanili a cominciare dalla prova juniores, anche questa sold out con molti team stranieri presenti. Ormai la prova juniores è allo stesso livello di quella degli under 23, visto anche quanti corridori passano direttamente nei team emanazione di quelli WorldTour. Poi avremo quelle per allievi ed esordienti, a completare tre giorni di grande ciclismo.

Quasi tutte le categorie rappresentate. Ma un pensiero ai professionisti non lo fai?

L’abbiamo fatto, uno dei miei desideri è riesumare il Giro del Lazio. Ne ho parlato con i vertici di Rcs Sport, ma per ora è loro opinione che ci siano troppe gare e non ci sia spazio per altro. Poi però guardo il calendario e vedo che vengono riesumate corse storiche come il Giro dell’Abruzzo. Il Lazio ha un passato clamoroso, andrebbe assolutamente ripescato. Mi chiedo se darebbe fastidio… Io comunque la squadra organizzativa ce l’ho: pronta, affiatata, in grado di sostenere la sfida.

La vittoria di Romele al Liberazione dello scorso anno in volata sul danese Wang
La vittoria di Romele al Liberazione dello scorso anno in volata sul danese Wang
Potrebbe essere allora quello l’ulteriore step…

Diciamo che è il mio sogno, per ora concentriamoci però su quel che abbiamo cercando di dare sempre il meglio. Allestire un grande evento è sempre più difficile, anche con l’appoggio delle istituzioni tra cui inserisco anche la Federazione che ci dà un grande supporto, ma noi dobbiamo fare sempre il meglio. Un esempio: avevamo già stretto l’accordo per l’assistenza medica con una struttura privata per ambulanze e medici, ma poi mi sono chiesto se facevano anche primo soccorso. Mi hanno detto di no, quindi abbiamo virato sulla Croce Rossa. Anche se costa di più, sulla sicurezza non transigo né lesino spese, lo dobbiamo a chi corre.