COSENZA – «Oggi è stata una giornata bellissima – dice Ciccone tutto d’un fiato e con gli occhi che brillano – questo era il mio sogno. Da italiano ho iniziato a praticare ciclismo con il sogno rosa, ho in testa l’immagine di Pantani con questa maglia. Ho sempre voluto vestirla almeno per un giorno.
«Sono arrivato in questo Giro con diversi obiettivi, ma con meno pressione: la sto vivendo in maniera più leggera. Avevo dei conti in sospeso, ma penso che alla fine, quando riesci ad ottenere queste soddisfazioni, i dolori si annullano in una frazione secondo: è tutto ripagato».


Ciccone in maglia rosa
A 31 anni e dopo dieci di professionismo, Giulio Ciccone ha indossato la prima maglia rosa nella Lidl-Trek che avrebbe voluto farlo a Burgas con Milan. Sappiamo tutti, lui per primo, che il sogno rischia di essere breve e che già domani le salite verso Potenza potrebbero essere indigeste. Ma intanto la serata ha colori vividi e abbracci forti. Seduto a terra dopo l’arrivo in attesa della conferma, Giulio si è portato ripetutamente le mani sul volto: incredulo e felice. E ora che gli chiediamo di raccontarci quell’emozione che lo ha scosso a lungo, arriva la conferma di quanto questa maglia lo faccia vibrare.
«Io vivo di emozioni – prova a spiegare Ciccone – questo sport per me è fatto di emozioni e tante volte il ciclismo moderno mi annoia. Non mi piace correre stando lì fermo e magari finire sesto, settimo, ottavo, quarto. Per me l’emozione di oggi vale più di tante altre situazioni. E’ difficile fare un paragone, però sentire il calore del pubblico, indossare una maglia e sentirsi quella carica in più, per me è una emozione che vale più di una vittoria.
«Per questo sul momento non volevo crederci, perché sembrava troppo. In realtà questa mattina siamo partiti con un piano nella testa. Durante il meeting ho parlato con i direttori e i miei compagni e avevo detto che volevo fare esattamente questo. Ora non so cosa succederà. Sono arrivato qui con pochi programmi nella testa e domani continuerò a fare quello che ho fatto fino ad oggi, cioè correre con le mie sensazioni».


Sette anni dopo la gialla
Una maglia di leader così pesante non è nuova nella sua carriera: la prima volta che ne indossò una era gialla e sulla Planche des Belles Filles, nel primo anno con la Trek-Segafredo dopo le tre stagioni con la Bardiani, divenne per due giorni il leader del Tour de France. Era il 2019, aveva già vinto due tappe al Giro d’Italia e da allora sembrano passati cent’anni.
«Sette anni non sono pochi – Ciccone ora sorride – il ciclismo è cambiato tanto. E’ arrivata una nuova generazione che sette anni fa non esisteva, tutto è diventato molto più difficile ed esasperato. Ogni risultato richiede molta più dedizione, molto più sacrificio, molta più preparazione. Le cose che non sono cambiate sono la mia mentalità, la mia grinta, la mia voglia di lavorare, di continuare a crescere, di non fermarmi mai. Ed è cambiata la consapevolezza, perché quando ho vestito la maglia gialla ero un tipo di corridore da fughe.
«Negli ultimi anni sono riuscito a cambiare il modo di correre e di fare i risultati. Oggi riesco a farne correndo con i primi, ma nel frattempo è cambiata anche l’età. Ridendo e scherzando, inizio ad essere vecchietto in questo ciclismo di diciannovenni già fortissimi e pronti per fare delle classifiche nei Grandi Giri. Io a 19 anni ero ancora in Abruzzo, cercando la mia strada per arrivare al professionismo».


Tanti alti, tanti bassi
Non sono stati solo rose e fiori. E anche se siamo qui a commentare una maglia rosa parziale, le sue parole spingono a indugiare sui conti aperti che voleva saldare venendo al Giro e le amarezze che un risultato come questo è in grado di far dimenticare.
«Sicuramente ho avuto diversi momenti difficili – racconta Ciccone – e il primo che mi viene in mente è stato aver dovuto lasciare il Giro l’anno scorso, nonostante avessi fra le mani la possibilità di fare un grosso risultato, di cui avevo bisogno. Poi penso all’intervento al sottosella, che mi ha tenuto mesi lontano dalle gare. Il periodo del Covid, le tante cadute. Ogni atleta vive di alti e bassi e io devo dire che con il Giro ho avuto tanti momenti difficili e allo stesso tempo tanti bellissimi. Per questo oggi voglio godermi il momento.
«La leggerezza che ci sto mettendo mi dà spensieratezza in gara. Fare classifica ti porta a essere super concentrato in ogni momento della gara, invece ora nei momenti di stress posso dirmi di respirare, stare tranquillo e al mio posto. Questo fa consumare meno energie e permette di essere più lucido e magari ottenere qualcosa di meglio».


Una squadra per velocisti
Ciccone sa bene che la Lidl-Trek del Giro è stata costruita per le volate di Milan e che quindi da domani sarà difficile che tutti possano votarsi alla sua causa. L’uomo per la classifica è Derek Gee e ci sarà da vedere se per la squadra, sempre più tedesca, varranno di più i possibili giorni in maglia rosa di Ciccone o le prospettive dell’australiano di chiudere nei primi cinque.
«La decisione più importante infatti – spiega Ciccone – spetta alla squadra, sono sempre loro che decidono i piani. Ci sono team costruiti per fare classifica e non è il nostro caso, non ci si improvvisa da un giorno all’altro. Da parte mia, posso metterci sicuramente una buona condizione e la voglia di lottare, perché di certo non voglio buttare la maglia per strada. La voglio portare finché riesco, ma so che ci sarà da lottare.
«Sarebbe bello averla ancora addosso nel giorno del Blockhaus, che sarà il primo grande test per Vingegaard. Su una salita così, da più di mezz’ora, non ci si può nascondere. Sicuramente lui farà la sua gara e il vantaggio è veramente minimo, per tenerla dovrei arrivare con lui. Ci proverò, ma bisogna essere onesti: è molto difficile. In più con le tappe abruzzesi ho sempre avuto i miei problemi, non ho mai trovato fortuna e questo è un motivo in più per cercare di vivermela il più spensierato possibile. Se dovesse andare meglio del previsto, saremo tutti felici. Se così non fosse, tornerò al mio piano, che era quello di fare le tappe, vincere, divertirmi».


La sfida di Potenza
A proposito, la tappa di Cosenza l’ha vinta quel gatto di Jonathan Narvaez, che come a Torino due anni fa, ha saputo imporre il suo guizzo e la sua scaltrezza nelle tante curve del finale. Poi la volata a suo dire è stata il meno, perfettamente in linea con il suo soprannome: El Lagarto, la lucertola.
«Il primo ad avere quel nome – ha sorriso l’ecuadoriano – è stato mio fratello, anche lui un tempo ciclista professionista. Il motivo è che questo animale nella giungla può mangiare molto velocemente. Nessuno è più veloce di lui. Come oggi, quando ho visto il traguardo, l’ho semplicemente preso».
Racconta che dopo la caduta al Tour Down Under si è concesso il lusso di stare a casa in Ecuador con la famiglia, dove allenarsi è stato più facile. Aggiunge che la parte più difficile per i ragazzi latinoamericani è venire in Europa e passare qui il loro tempo.
Domani si parte da Praia a Mare e la tappa verso Potenza avrà 3.724 metri di dislivello spalmati in 203 chilometri senza un metro di pianura. La maglia rosa ha 4 secondi su Christen, Stork e Bernal, 6 su Arensman e Pellizzari, 10 su un gruppo di 19 corridori fra cui Vingegaard. Sarà molto più dura di oggi, ma per la regola del vivere alla giornata, ora Ciccone si allontana pregustando il massaggio e la cena. A domani ci penserà domani. Per stasera chiuderà gli occhi, rivedrà Pantani in maglia rosa e si addormenterà pensando che quella maglia almeno per stanotte sarà sua.