Matteo Scalco è uno dei ragazzi della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè che è entrato nella squadra di Bruno e Roberto Reverberi dalla porta del progetto giovani e ora si trova a bussare al piano superiore. Al suo terzo anno nella professional italiana il giovane di Thiene ha progetti ambiziosi, consapevole che il tempo di imparare c’è, ma è anche ora di mettere in pratica quanto visto.
Scalco ha iniziato la stagione correndo tanto con i professionisti e alzando l’asticella della gare a cui ha preso parteScalco ha iniziato la stagione correndo tanto con i professionisti e alzando l’asticella della gare a cui ha preso parte
Altalena
Lo stesso discorso fatto per Turconi vale per Scalco e gli altri ragazzi che da un po’ militano nel progetto under 23. La stagione scorsa è servita per capire cosa serve per essere competitivi, ora è il momento di esserlo.
«Essere qui – racconta Matteo Scalco – è come essere in un devo team. Solo che noi l’abbiamo interna e siamo parte di un’unica formazione. L’obiettivo è quello di provare a crescere, fare esperienza al di là (tra i professionisti, ndr) dove c’è il vero ciclismo. Dopo quando torniamo tra gli under 23 lo facciamo per provare a cogliere il risultato, e fare la gara».
Gli impegni tra gli U23 rimangono centrali nella sua crescitaGli impegni tra gli U23 rimangono centrali nella sua crescita
Com’è stato l’approccio con il ciclismo dei grandi all’inizio di questa stagione?
Ho iniziato subito con la Valenciana e il Gran Camino, dopo sono andato alla Tirreno-Adriatico. Tutte gare di un livello alto, forse l’unica era il Gran Camiño, che era un po’ più semplice. Però alla fine sei sempre accanto a corridori dalle ottime qualità.
Hai alzato la qualità delle gare rispetto allo scorso anno, come ti sei trovato?
Bene, devo dire. Già l’anno scorso ho fatto metà stagione con gli under e metà con i professionisti. Fa tutto parte di un “piano di avvicinamento” per arrivare a fare quei ritmi.
Durante l’inverno hai lavorato in maniera diversa?
Ogni anno ho aggiunto un piccolo tassello. Rispetto alle stagioni passate durante la preparazione ho messo un po’ più di obiettivi specifici. Si cerca di fare sempre quel passo in avanti per poi subire meno la gara. La grande novità dell’inverno è che ho cambiato preparatore passando da Artuso a Cucinotta. Per motivi contrattuali non ha più potuto seguirmi ed è stato proprio lui a indirizzarmi verso Cucinotta.
Da sinistra: Pinarello e Scalco, il progetto giovani inizia a dare i suoi fruttiDa sinistra: Pinarello e Scalco, il progetto giovani inizia a dare i suoi frutti
Come ti trovi?
Bene, abbiamo fatto dei piccoli passi per provare a salire quello scalino necessario alla crescita generale. Gli allenamenti sono gli stessi fondamentalmente. Però al posto che due salite fai un allenamento con tre, oppure allunghi i tempi delle ripetute. Tutti step brevi che messi insieme diventano grandi.
E stai riuscendo a mettere insieme questi passettini?
Ci proviamo. Le sensazioni sono positive, legate anche al fatto che non ho smesso di crescere e svilupparmi, quindi ogni anno c’è anche un incremento fisiologico.
Con il Piva è iniziata la stagione U23, quali sono gli obiettivi?
Provare a vincere, tutti noi della Vf Group-Bardiani abbiamo questa ambizione. Non dimentichiamoci che anche andare alle gare per cercare di fare risultato è un fattore di crescita.
Gli impegni con la nazionale di Amadori rimarranno centrali per Scalco (foto Tomasz Smietana)Gli impegni con la nazionale di Amadori rimarranno centrali per Scalco (foto Tomasz Smietana)
Cosa senti di poter fare in più rispetto al 2024?
Il livello medio è molto alto, se si guarda ai primi dieci della classifica generale lo si capisce subito. Tutti, o quasi, sono diventati professionisti o comunque stanno facendo vedere grandi cose. Gli step si fanno anche in queste competizioni. Ad esempio l’anno scorso all’Avenir avevo l’obiettivo di stare nei dieci, nel 2025 l’asticella si alza inevitabilmente.
Poi c’è un conto in sospeso con il Giro Next Gen…
Lo scorso anno mi sono dovuto ritirare per una faringite e non sono mai riuscito a dimostrare le mie qualità. Ora la voglia è di riprendermi quel che mi è mancato.
Dopo la cancellazione della Nations Cup, il passaggio del Tour de l'Avenir ai devo team fa pensare che la categoria U23 non sia più così importante per l'UCI
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Il secondo posto di domenica al Giro delle Fiandre rappresenta per Pauline Ferrand Prevot la risposta che cercava. Non è arrivata la vittoria, ma essere stata lì, a lottare per una Monumento fino all’ultimo centimetro, dimostra che la sua scelta di mollare la mountain bike dopo il trionfo olimpico è stata quella giusta. Molti, al momento del suo annuncio, erano scettici: dopo 5 anni di pressoché totale lontananza dalla strada, sarebbe mai riuscita a tornare quella che era, quella che nel 2014 vinse la Freccia Vallone e poi conquistò addirittura il titolo mondiale? Ora la risposta c’è ed è positiva.
Come la stanno gestendo in casa Visma-Lease a Bike? Se la scommessa è stata vinta è grazie a loro, che hanno creduto nella transalpina anche se a 33 anni poteva sembrare un azzardo. Rutger Tijssen, direttore sportivo del team olandese, però non ha mai avuto dubbi e in vista della Parigi-Roubaix è pronto a rilanciare perché ormai manca un solo scalino, in fin dei conti.
La Ferrand Prevot nella decisiva fuga a 4 del Fiandre, chiuso al secondo postoLa Ferrand Prevot nella decisiva fuga a 4 del Fiandre, chiuso al secondo posto
Come avete trovato Pauline all’inizio della preparazione, quali differenze c’erano rispetto alle altre?
Difficile dirlo. Ho incontrato Pauline a ottobre e l’ho trovata davvero motivata per tornare ad avere successo nel ciclismo su strada. Si è rimessa in discussione, ha scelto di ricominciare lasciando una comfort zone per rimettersi in discussione. E da quel momento in poi, ha fatto tutto il necessario per diventare una brava ciclista.
Lei veniva da 5 anni dedicati solo alla mountain bike. Questo a tuo giudizio ha rappresentato un problema?
No, non è assolutamente un problema, ma è più una sfida che stiamo vivendo con lei giorno dopo giorno. Portarla da gare di un’ora e mezza, diciamo 2 ore, a gare come il Fiandre, di circa cinque ore è stato il nocciolo del discorso, la transizione che abbiamo dovuto fare partendo dall’allenamento. Lei si è adattata, ha accettato di ricominciare e di faticare, per raggiungere questo risultato.
Già alla Strade Bianche si era visto come l’olimpionica avesse raggiunto il livello delle miglioriGià alla Strade Bianche si era visto come l’olimpionica avesse raggiunto il livello delle migliori
Quando hai capito che la vecchia Pauline, la Pauline che ha vinto campionati del mondo e classiche, stava tornando?
A quel tempo non la conoscevo. Io mi posso basare su quel che vedo ora. L’elemento principale è che i suoi dati di allenamento, in uno o due mesi, erano già allo stesso livello delle ragazze che gareggiavano ai massimi livelli da anni. Quindi ha davvero fatto un passo avanti, può sembrare un passo abbastanza facile, ma non è così: è costato tanta fatica e applicazione mentale.
L’età può essere un problema o fisicamente e mentalmente la vedi più fresca, proprio per la lontananza da quest’ambiente?
Sì, credo che si possa dire così. Fisicamente, il corpo umano è molto forte. Soprattutto l’aspetto mentale è quello che si vede quando si hanno atlete più mature come lei, che ora ha 33 anni. Si vede che sono mentalmente più preparate a lavorare, si mettono davvero in discussione. Sei pronta a fare tutto il necessario per vincere? Per Pauline, ovviamente, la risposta a questa domanda è sì. Ha fatto e sta facendo tutto.
Per la Ferrand Prevot ben 12 titoli mondiali fra strada (qui a Ponferrada 2014), mtb, ciclocross e gravelPer la Ferrand Prevot ben 12 titoli mondiali fra strada (qui a Ponferrada 2014), mtb, ciclocross e gravel
Lavorandoci insieme, quali sono le sue caratteristiche principali?
Quello che mi piace davvero di lei è che mi sfida sempre. Mi porta ogni volta a portare il limite un po’ più in là. Lei vuole migliorare, e con questo mi sfida. Mi fa domande. Discute con me quando si tratta di gare. Quando si tratta di allenamento. Quando si tratta di confrontarsi con cicliste straniere. Come allenatore, è bello lavorare con lei.
Lei ha detto lo scorso anno di sognare la maglia gialla al Tour de France: secondo te può raggiungerla già quest’anno?
Oh sì, penso che possa. Non sto dicendo che lo farà, ma penso che ci siano le condizioni per provarci. Se vedi come sta gareggiando ora, nelle ultime gare è arrivata terza alla Strade Bianche e quarta alla Sanremo. La giuria ha detto che è stata una volata irregolare a Sanremo: accettiamo la decisione, ma ci sarebbe molto da discutere. Poi è arrivato un secondo posto al Fiandre. Se riesci a tenere questo livello, oserei dire che puoi competere con le migliori anche nell’arco di un grande giro. Certo, dobbiamo confrontarci con gli avversari, fare i conti con la fortuna, ma ci siamo, questo è sicuro.
Nella gara olimpica di Parigi la Ferrand Prevot ha completato il suo palmarès sulla mtb, dove ha vinto tuttoNella gara olimpica di Parigi la Ferrand Prevot ha completato il suo palmarès sulla mtb, dove ha vinto tutto
Viste le sue caratteristiche, meglio per lei la Roubaix di domani o le Ardenne?
A dire il vero, penso entrambe. Penso che possa emergere ovunque. Lei sa “sentire” il pavé e leggerlo, allora può essere molto brava. Tecnicamente è brava in bici, mentalmente è forte ed è quello che serve per vincere, ma d’altra parte è anche molto brava in salita, quindi direi che è molto completa e può emergere ovunque. Il punto è che vogliamo vedere dove è più adatta, ma per ora penso che sia così completa da poter fare entrambe le cose.
La francese ha detto di volersi concentrare solo sulla strada. Da quel che sai, la mountain bike è parte del passato o potrebbe tornare a correre entrambe, magari per le prossime Olimpiadi?
Non credo. Penso che la mountain bike sia qualcosa del passato. E il motivo per cui lo dico è che nella mountain bike lei ha conquistato tutti gli obiettivi, mentre ne ha raggiunti alcuni anche nelle gare di ciclismo su strada. E’ diventata campionessa del mondo. Ha vinto le classiche. L’unica cosa che le manca nel palmarès è il Tour de France. E’ per questo che sta lavorando: ci siamo dati tre anni per raggiungere l’obiettivo. Fino a quel momento non gareggerà più in mountain bike.
Rutger Tijssen, direttore sportive del team femminile della Visma-Lease a BikeRutger Tijssen, direttore sportive del team femminile della Visma-Lease a Bike
La sua esperienza che peso può avere nel vostro team e che legame c’è con le giovani più in vista come Wolf e Bunel?
Quello che porta con sé è la sua grande esperienza, ovviamente. Quello che si nota è che, come una biker, è davvero ben preparata quando si tratta di affrontare una gara. Quindi vuole fare una ricognizione. Vuole conoscere il programma di gara in tempo. E’ metodica. Discute e stabilisce una strategia di gara. E questo è qualcosa che si può davvero trasmettere ai giovani ciclisti, nella loro mente: se vogliono diventare dei buoni atleti, devono essere ben preparati per tutto ciò che li aspetta. E più lo si fa prima delle gare, meglio è. Ti racconto un aneddoto…
Dì pure…
Per 2 giorni ha percorso il tracciato della Roubaix su Strava. Due o tre settimane prima della corsa. Per accumulare sensazioni, esperienza, farsi un’idea. Ed è questa la differenza tra la mountain bike e le gare su strada: nella mountain bike vai a un evento. Vedi il percorso, lo riempi, analizzi i salti, analizzi tutti i rock garden e poi vai in gara. Su strada sta portando la stessa filosofia, anche attraverso i mezzi virtuali a disposizione. Nella nostra squadra è un esempio molto prezioso.
Vista l’ultima corsa a cui ha preso parte e visto il suo ruolo, potremmo definire Diego Ulissi come l’Apollo delfico, il Dio pieno di saggezza. L’esperto corridore della XDS-Astana ci ha raccontato il Tour of Hellas, ma anche il suo ruolo nel team e l’avvicinamento alle Ardenne. Il tutto con grande lucidità e misura, doti sempre più rare nel ciclismo moderno.
Con Ulissi si è parlato a tutto tondo. Ne è nato un bel “a tu per tu” con un uomo che ha ancora molto da dire in questo ciclismo.
Guai a pensare che i tracciati greci siano facili. Spesso sono tortuosi e con grande dislivelloGuai a pensare che i tracciati greci siano facili. Spesso sono tortuosi e con grande dislivello
Diego, sei reduce dal Tour of Hellas: che impressioni ti ha lasciato?
Una bella corsa, con un buon livello di atleti e per me una novità assoluta. Ero curioso. Di solito in Grecia ci si va in vacanza! Dopo la pioggia della Coppi e Bartali pensavo: “Ora vado in Grecia e trovo il caldo…” e invece abbiamo trovato un freddo assurdo. Un giorno siamo stati anche sotto i 10 gradi, mentre vedevamo le gare nel resto d’Europa dove c’era il sole. Però dai, alla fine è andata bene. Si è fatto ritmo, è stata intensa, utile per la condizione.
Che tipo di tracciati hai trovato?
Tappe abbastanza varie. Alcune semplici, altre miste, una addirittura con più di 3.000 metri di dislivello. L’arrivo ad Atene è stato spettacolare, abbiamo corso anche lungo il mare. Peccato solo per il meteo come dicevo: pioggia nei primi giorni, tanto che una tappa è stata cancellata. Gli ultimi due giorni, per fortuna, sono stati più asciutti.
Che strade avete trovato: tortuose o meno? Con un fondo buono o brutto?
Direi strade tipiche del sud, simili a quelle del Sud Italia. Con la pioggia diventano un po’ più scivolose, quindi serve attenzione. Il fondo stradale non era sempre perfetto, quindi la corsa diventava un po’ più nervosa, con curve e saliscendi che richiedevano concentrazione continua. Di certo, non potevi rilassarti mai.
Hai notato uno stile di corsa particolare da quelle parti?
Oggi si corre più o meno allo stesso modo ovunque, però in Grecia mi è sembrata una corsa più aperta, meno controllata. Mi ha ricordato un po’ il livello dilettantistico di una volta, nel senso buono: attacchi da lontano, più spettacolo. Per noi comporta maggiore fatica sin dall’inizio, ma è anche più stimolante.
Diego Ulissi (quinto da sinistra) è il road captain della XDS-Astana. Eccolo sulle strade del Tour of HellasDiego Ulissi (terzo da sinistra) è il road captain della XDS-Astana. Eccolo sulle strade del Tour of Hellas
La corsa l’ha vinta il tuo compagno Harold Martin Lopez, tu hai chiuso terzo. Puoi raccontarcela brevemente?
Siamo partiti entrambi per fare classifica, l’obiettivo era raccogliere più punti possibili. Harold è in grande forma, va forte in salita e lo ha dimostrato anche al Catalunya e alla Milano-Torino. Nella prima tappa io ho perso tempo, 27″, per una caduta. In una gara di pochi giorni e non estrema è chiaro che ci si gioca tutto sui secondi. A quel punto ho lavorato per Lopez, ma nella penultima tappa ho fatto secondo, ed essendo rimasti in pochi ho recuperato in classifica. Alla fine è andata bene.
Peccato per quella tappa, di fatto lì hai perso la corsa…
Si, ci ho provato, ma ho speso un po’ troppo prima, come detto ho aiutato Lopez e ho preso aria, anche per recuperare in classifica generale. Alla fine ero un po’ cotto per fare la volata perfetta. Chi ha vinto era più fresco. In queste corse conta molto il piazzamento generale, quindi meglio un bel quinto che una tappa vinta e classifica lontana. Noi, come ripeto, dovevamo sì vincere ma ancor prima fare punti.
Passiamo a te Diego. Hai avuto un inizio stagione un po’ travagliato. Cos’era successo?
Già in Oman mi sono fermato per un virus: prima intestinale, poi febbre alta. Ho perso dieci giorni di allenamento in tutto. Visto che era febbraio e non c’era super fretta, ho preferito prendere qualche giorno in più per recuperare al meglio. Alla fine ho saltato alcune corse, ma ho ripreso con ordine. A Laigueglia non stavo bene. Alla Strade Bianche sono caduto, nulla di che… E alla Coppi e Bartali, prima corsa a tappe che facevo, ho fatto tanta, tanta fatica. Ma lo sapevo. Me lo aspettavo. Poi però in Grecia ho sentito subito di aver fatto dei passi avanti. Ed era quello che cercavamo con la squadra.
Diego ha aiutato moltissimo Harold Lopez a vincere la corsa. Lui alla fine ha conquistato la maglia a punti (che indossa nella foto di apertura)Diego ha aiutato moltissimo Harold Lopez a vincere la corsa. Lui alla fine ha conquistato la maglia a punti (che indossa nella foto di apertura)
Sei uno dei veterani più rispettati in gruppo. Valoti ci diceva che i suoi ragazzi alla Coppi e Bartali la sera parlavano di te. Appena arrivato in XDS-Astana ti hanno consegnato “le chiavi” della squadra. Come vivi questo ruolo? E soprattutto: non è che ti fa sentire vecchio!
E’ senza dubbio così: sono vecchio, i numeri parlano! Scherzi a parte, sono contento che in squadra, e non solo, tanti ragazzi mi stimino. Quando hai una carriera lunga alle spalle e al tempo stesso hai ancora voglia di esserci, ti viene naturale voler chiudere al meglio. Di conseguenza immagino si diventi un esempio. In Astana cerco di dare il mio contributo, sia in termini di risultati che di supporto ai giovani.
Ti ascoltano anche in riunione?
Nelle riunioni parlano i direttori, io cerco di intervenire fuori, nei momenti di vita quotidiana. Sono più uno che prende da parte in corsa, a tavola, in camera. I più giovani mi cercano spesso, chiedono consigli e questo mi fa piacere. Quando sono passato io, avevo vicino corridori di 30-40 anni ed io ero davvero un bambino. Ho imparato tanto da loro e oggi provo a fare lo stesso.
Chi erano i tuoi punti di riferimento all’epoca?
Manuele Mori, Daniele Righi, Alessandro Spezialetti, Alessandro Petacchi. Io ero uno che parlava poco, cercavo di sbagliare il meno possibile. Ma gli errori ci stanno. Ho avuto anche grandi direttori sportivi, come Orlando Maini. Gente che ti formava. Ora mi trovo dall’altra parte, ma cerco di essere presente senza invadere. Quando i ragazzi ti cercano vuol dire che hai seminato bene.
Nel 2019 Ulissi fu 3° alla Freccia, dietro Alaphilippe e FuglsangNel 2019 Ulissi fu 3° alla Freccia, dietro Alaphilippe e Fuglsang
Stai arrivando alle Ardenne con un percorso un po’ insolito: come ti senti?
Credo di arrivarci discretamente bene. L’idea iniziale era di crescere gradualmente, ma il virus ha un po’ modificato il piano. Però con Grecia e Coppi e Bartali ho messo nelle gambe buoni ritmi. Oggi non esistono più corse lente, anche le “puntoPro” sono piene di giovani forti, alcuni fanno la spola tra devo team e WorldTour, altri solo WorldTour, quindi il livello è alto ovunque. E questo ti fa arrivare pronto.
Avresti preferito un altro tipo di avvicinamento? Magari passare dai Paesi Baschi?
Era stato scelto questo calendario, anche per esigenze di punteggio. Avevo in programma Oman, poi alcune gare in Francia, ma ho dovuto saltare tutto. Come dicevo, sono rientrato a Laigueglia, dove non ero ancora al top, però alla Milano-Torino è andata bene e da lì abbiamo costruito questo percorso. Adesso l’obiettivo è arrivare bene alle Ardenne e soprattutto al Giro d’Italia: per la corsa rosa siamo davvero fiduciosi. Abbiamo un bel gruppo.
Qual è un obiettivo concreto per le Ardenne, Diego?
Intanto recuperare bene in questi giorni per metabolizzare il buon lavoro fatto e poi puntare forte sulla Freccia Vallone, che è una gara che mi piace. Il Muro d’Huy è speciale: lo sali piano, senti il tifo, senti quasi il profumo della gente. Sono sempre riuscito a fare bene, voglio provarci ancora. Alla Liegi sarà più difficile, ma l’obiettivo resta sempre lo stesso: essere davanti e fare più punti possibili.
Gli anni non sono mai uguali, ma questo sembra il meno uguale di tutti. Quelli forti sembrano ancora più forti e gli altri, che nel 2024 erano parsi alla loro altezza, sono alle prese con varie vicissitudini. Se nel 2024 la Alpecin-Deceuninck era arrivata alla Roubaix con Philipsen vittorioso alla Sanremo e Van der Poel al Fiandre, questa volta la sensazione è che l’olandese dovrà fare da solo. Philipsen infatti c’è, ma al pari di Van Aert non dà la sensazione di solidità che lo scorso anno gli permise di vincere la Classicissima e arrivare secondo nel velodromo francese.
Mercoledì alla Scheldeprijs, Philipsen è stato secondo dietro MerlierMercoledì alla Scheldeprijs, Philipsen è stato secondo dietro Merlier
Caduta alla Nokere Koerse
Nella squadra dei fratelli Roodhooft una spiegazione se la sono data e sono convinti che la situazione sia ormai recuperata. Alla radice di tutto ci sarebbe la brutta caduta che Philipsen ha subito alla Nokere Koerse. Si correva due settimane dopo la sua vittoria di Kuurne e tre giorni prima della Sanremo. E proprio nel giorno della Classicissima, Philipsen sembrò davvero lontano dalla baldanza dell’anno precedente.
«Sono caduto piuttosto violentemente battendo il viso – ha raccontato mercoledì dopo il secondo posto nella Scheldeprijs – e sento ancora dolore. Non voglio cercare scuse, la caduta è avvenuta tre settimane fa, ma non voglio sottovalutarla. Subito dopo ho avuto un vero e proprio contraccolpo, credo di aver subito un piccolo colpo di frusta. L’osteopata ha lavorato molto sui muscoli che dal collo vanno verso il cranio, perché ho sofferto parecchio di mal di testa e non mi sono sentito bene in diverse occasioni. Non mi sono sentito bene nemmeno durante gli allenamenti della scorsa settimana».
Alla Sanremo, tre giorni dopo la caduta alla Nokere Koerse, di cui porta i segni sul mentoAlla Sanremo, tre giorni dopo la caduta alla Nokere Koerse, di cui porta i segni sul mento
Nuovi dubbi a Waregem
Ci sono stati sicuramente medici chiamati a valutare la sua situazione e non può essere il racconto dell’atleta a far suonare qualche campanello d’allarme, ma certo la scelta di correre la Sanremo dopo una caduta così violenta potrebbe non essere stata la più azzeccata. Pensiamo a Elisa Longo Borghini, appena fermata per una settimana, dopo la caduta al Fiandre.
«Alla Gand-Wevelgem – aggiunge – sono stato bene (Philipsen è stato uno dei pochi a rispondere a Pedersen, perdendo poi contatto per una foratura, ndr), ma pochi giorni dopo, alla Dwars door Vlaanderen, ho avuto ancora una brutta sensazionee mi sono fermato. Quindi dovremo aspettare e vedere se sarò di nuovo in forma alla Parigi-Roubaix. Ci abbiamo lavorato duramente e speriamo che domenica saremo ricompensati. La Roubaix è in ogni caso la classica che più mi si addice. Faremo la valutazione dopo domenica».
Dopo essere stato uno dei pochi a rispondere a Pedersen, la Gand di Philipsen si è chiusa per una foraturaDopo essere stato uno dei pochi a rispondere a Pedersen, la Gand di Philipsen si è chiusa per una foratura
L’avvicinamento di Philipsen alla Roubaix procede. Anche lo scorso anno era stato battuto da Merlier alla Scheldeprijs, ma non doveva fare i conti con i postumi della caduta. E’ certo che avere in gruppo il miglior Philipsen potrebbe dare a Van der Poel la leggerezza per accettare lo scontro frontale con Pogacar, contando sulla volata del compagno casomai gli attacchi non portassero a nulla. Anche se quest’ultima ipotesi suona davvero improbabile. Quelli forti sembrano così più forti degli altri, che difficilmente un attacco a due di quei due potrebbe cadere nel vuoto.
Finalmente è arrivato aprile con le sue lunghe domeniche da dedicare all’unica cosa più bella di pedalare in prima persona: guardare pedalare i campioni nella settimana santa del ciclismo. A cominciare, naturalmente, dal Giro delle Fiandre.
L’organizzazione
Per godersi al meglio queste giornate campali occorre, come per tutto, una certa organizzazione. La prima cosa è individuare il luogo. Fondamentale che vi sia uno schermo che proietti la gara, sia esso tv (meglio) o computer: nessun telefonino vale quando ci sono in gioco le Monumento sulle pietre. Poi, la compagnia. Personalmente chi scrive preferisce godersi questi momenti con un gruppetto ristretto di amici il cui numero può variare tra uno e tre.
Il primo brivido per gli spettatori è arrivato attorno ai 130 km dall’arrivo, con la caduta che ha coinvolto anche Van der Poel (nella foto Degenkolb, costretto al ritiro)Il primo brivido per gli spettatori è arrivato attorno ai 130 km dall’arrivo, con la caduta che ha coinvolto anche Van der Poel (nella foto Degenkolb, costretto al ritiro)
Infine, i rifornimenti. Difficile godersi un Giro delle Fiandre senza qualche birra, meglio se belga d’accordo, ma l’importante è che ci siano. Il loro numero varia secondo le abitudini personali, ma l’esperienza insegna che l’intensità dell’assunzione segue il ritmo della corsa. Velocità di crociera nella prima parte (quasi 270 km sono lunghi) poi accelerazione costante via via che ci si avvicina ai muri decisivi.
Primo brivido, la caduta di Van der Poel
Con queste promesse si può cominciare a godersi un Giro delle Fiandre secondo tutti i crismi che un evento del genere merita. Chi scrive si è sintonizzato verso ora di pranzo, attorno alle 13 (ma i veri puristi, onore a loro, erano davanti allo schermo già dalle 9:45). In tempo per vedere il vantaggio della fuga di giornata, controllare chi tira il gruppo, la posizione dei favoriti.
Fiandre e birra sono un binomio inscindibileFiandre e birra sono un binomio inscindibile
Da lì è iniziata una lunga attesa verso i momenti clou, animata comunque dal brivido della caduta di Van der Poel: sospiro di sollievo, il divino non mostrava segni di ferite e dopo un po’ di trambusto è rientrato in gruppo. Lo spettacolo era salvo. Ma ormai abbiamo imparato che in quest’epoca quasi ogni momento può essere un momento clou. E infatti dai -100 km non c’è stato quasi mai un attimo di respiro.
La faccia di Pogacar e telefonate inopportune
L’attacco del gruppo di passistoni tra cui Ganna, Kung, Benoot e compagnia. Dunque la Visma era belligerante, ottima notizia. Solo la UAE non aveva qualcuno in fuga: sarebbero riusciti i compagni di Pogacar a non far prendere troppi minuti a quei cavalloni lì davanti? Ma i (pochi) dubbi sulle chance del campione del mondo non sono durati molto.
Quando il gruppo volava ad altissima velocità verso l’inizio del 2° Kwaremont, Morgado si è portato in testa per dare un’ultima trenata. L’ha fatto con tutto l’impegno possibile, quindi anche un po’ scomposto nella pedalata, con la testa ciondolante.
Filippo Ganna ha provato ad anticipare assieme ad altri atleti di qualità come Ballerini, Kung e BenootFilippo Ganna ha provato ad anticipare assieme ad altri atleti di qualità come Ballerini, Kung e Benoot
In quel momento Pogacar l’ha visto passare e ha riso, gli ha fatto il verso divertito, come fosse seduto al bar, o sul divano a fianco a noi. Dalla tv si è visto benissimo, poco dopo è stato riproposto anche il replay. In quel momento chi scrive ha pensato: “Non c’è niente da fare, salvo cataclismi, oggi vincerà lui”.
Un’amica ha telefonato giusto quando i migliori erano all’imbocco del Kwaremont. Errore da principianti, durante il Fiandre il telefono va spento e basta. Da quel momento in poi è stato puro show, il massimo che questo sport può regalare agli spettatori seduti (o anche in piedi o, perché no, sdraiati) in ogni parte del mondo.
Gli ultimi 50 km sono stati una girandola di attacchi, portati quasi sempre dal campione del mondo Anno dopo anno, i tifosi del Fiandre seguono la corsa dalla strada e dai maxi schermi in piazzaUna delle più belle immagini è stata vedere Van Aert di nuovo nel vivo della corsaGli ultimi 50 km sono stati una girandola di attacchi, portati quasi sempre dal campione del mondo Anno dopo anno, i tifosi del Fiandre seguono la corsa dalla strada e dai maxi schermi in piazzaUna delle più belle immagini è stata vedere Van Aert di nuovo nel vivo della corsa
Tutto lo spettacolo dei grandi
Pogacar che attaccava talmente tante volte che anche a riguardare la gara è stato quasi impossibile tenere il conto. Van der Poel che lo seguiva sempre, e sembrava sarebbe stata di nuovo una sfida tra loro due. Il commovente Pedersen che come al solito provava ad anticipare, si staccava ma poi rientrava. Van Aert finalmente lì davanti giocarsela: gaudium magnum, il belga era tornato tra i grandi.
Ma quell’espressione sul viso del campione del mondo non lasciava dubbi, infatti all‘ultimo passaggio sul Kwaremont lo sloveno ha salutato tutti e se n’è andato, anche il divino Mathieu ha dovuto cedere. Nei chilometri tra il Paterberg e il traguardo l’amico con cui guardavo la gara ha posto una domanda che tecnicamente non faceva una piega.
Negli ultimi chilometri in pianura Pogacar ha continuato a guadagnare sugli inseguitori, fino al trionfo finaleNegli ultimi chilometri in pianura Pogacar ha continuato a guadagnare sugli inseguitori, fino al trionfo finale
La legge del Fiandre (e della Roubaix?)
«Com’è possibile che uno scalatore guadagni in pianura contro quattro tra i passisti più forti al mondo?». Perché questa è la legge del Giro delle Fiandre, la gara che inaugura la settimana santa della bicicletta. Una gara di 269 chilometri, zeppa di insidie, pietre e muri in cui si sfidano tutti i migliori corridori del mondo, in cui però il più forte, alla fine, può piegare le leggi che normalmente regolano il ciclismo.
E tra pochi giorni, in questo inizio aprile che tutti ricorderemo per molti anni, c’è la Parigi-Roubaix: un’altra grande domenica da santificare davanti alla tv.
Con il coach Pino Toni, si chiacchiera delle immense possibilità di Tadej Pogacar circa la sua eventuale tripletta (Giro, Tour e Vuelta). Cosa serve per riuscire in questa sfida unica?
Van der Poel ha buttato via la Roubaix. Pogacar è stato stratosferico, ma Van Aert l'ha messo nel sacco, correndo come quando si deve battere uno più forte
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La partenza della tappa si avvicina e in certi momenti un’intervista può anche essere un buon modo per scaricare la tensione. Andrea Bagioli è in Spagna, alla Iztulia Basque Country, per dare seguito a un inizio stagione finora abbastanza positivo con 3 Top 5, ma nel quale manca ancora quell’acuto che aspetta. Intanto però la sua presenza si nota e lo si è visto soprattutto domenica, al GP Indurain, dove la vittoria di Thibau Nys ha impresse le sue impronte in maniera molto chiara.
Nys taglia il traguardo del GP Indurain con 3″ su Molenaar, Bagioli è nascosto dietro l’olandese (foto Getty Images)Nys taglia il traguardo del GP Indurain con 3″ su Molenaar, Bagioli è nascosto dietro l’olandese (foto Getty Images)
Mentre procede al necessario riscaldamento, il valtellinese risponde con piacere alle domande, partendo proprio da quel che sta vivendo nei Paesi Baschi: «Abbiamo trovato un clima ideale, anche abbastanza caldo. Siamo partiti, noi della Lidl-Trek, con idee molto chiare, lavorando per Skjelmose per la classifica e con molte frecce per le tappe, tra cui anche io».
Al GP Indurain hai mostrato di essere nella forma giusta: tutte le cronache della gara dicono che la vittoria del belga è nata proprio dalle tue iniziative…
La cosa che ci ha fatto più piacere è che a Lizarraabbiamo visto concretizzato tutto il nostro lavoro e soprattutto i progetti che avevamo fatto alla vigilia. Eravamo d’accordo che sulla salita finale sarei stato io a impostare lo strappo più forte che potevo per selezionare il gruppo e raggiungere chi era davanti, poi verso la cima Thibau sarebbe partito e così è stato. Io però avevo ancora la gamba per tenere e chiudere su chi lo inseguiva in discesa, ho anche avuto la forza di fare la volata.
Per Bagioli la trasferta in Australia era stata positiva, con un 7° posto di tappa e tanto lavoro per il teamPer Bagioli la trasferta in Australia era stata positiva, con un 7° posto di tappa e tanto lavoro per il team
Una vittoria di squadra, quindi…
Sì e nel van dopo la gara anche i nostri capi lo hanno ammesso. Abbiamo lavorato bene in una gara difficile, che non si era messa al meglio quando i fuggitivi della prima ora sono arrivati ad avere anche 7’ di vantaggio. A quel punto ci siamo messi anche noi a lavorare per l’inseguimento affiancando la Red Bull e poi sull’Alto de Ibarra abbiamo mosso le pedine giuste, senza spaventarci per le prime azioni prendendo poi noi l’iniziativa.
Come ti trovi a correre con Nys?
Benissimo, è un ragazzo tranquillo e che ha davvero un enorme talento. Una cosa come quella di sabato non la fai alla tua prima uscita stagionale dopo l’intensa stagione del cross se non hai classe. Insieme a lui avevo già corso lo scorso anno il Giro di Polonia, in corsa abbiamo un’ottima affinità.
Bagioli, Mosca e dietro Milan: la Lidl-Trek ha un’anima fortemente italianaBagioli, Mosca e dietro Milan: la Lidl-Trek ha un’anima fortemente italiana
Come giudichi questa prima parte di stagione?
Per me è stata buona, certamente superiore a quella dello scorso anno, anche se ho corso meno. Già in Australia sentivo di andare abbastanza forte anche se al Santos Tour Down Under ho ottenuto solo un piazzamento. Sono anche stato un po’ sfortunato in qualche circostanza, ma le sensazioni erano comunque buone. Alla Cadel Evans ho centrato la Top 5, poi ho dovuto correre la Sanremo in sostituzione di un compagno ammalato, ora mi aspettano le Ardenne e poi potrò tirare un po’ il fiato.
In squadra c’è comunque una bella atmosfera, visti i risultati…
Sì, proprio perché vediamo che il lavoro anche prima della corsa produce effetti. Per noi questo è importante, anche l’eco delle gare belghe, la vittoria di Pedersenalla Gand ad esempio, hanno un effetto positivo su tutti noi. Stiamo correndo bene tutti e in questo contesto non è semplice. Sappiamo tutti che c’è quel pugno di corridori, Pogacar in testa, che hanno una marcia in più, ma anche il secondo posto di Mads domenica al Fiandre è la dimostrazione che con il lavoro puoi comunque inserirti, fare grandi cose.
Nella formazione statunitense, il lombardo si trova sempre meglio. Ora è in SpagnaNella formazione statunitense, il lombardo si trova sempre meglio. Ora è in Spagna
Ora arrivano le Ardenne, qual è la gara che prediligi?
Sicuramente l’Amstel, dove due anni fa ho chiuso al sesto posto. E’ una corsa che, con i suoi tanti strappi e tante curve, permette agguati e mi piace poterla correre essendo protagonista. Io qualche idea me la sono fatta. Intanto chiudiamo come si deve la corsa nei Paesi Baschi, poi parlerò con i diesse per trovare la strategia migliore, ma se sarà possibile vorrei giocare le mie carte.
Successivamente hai in programma un grande giro?
Sì, ma è la Vuelta, quindi è lontana nel tempo. Dopo questa prima parte di stagione, a maggio prenderò un po’ di riposo prima di ricominciare con piccole corse a tappe come il Giro della Svizzera per essere al meglio per la corsa spagnola.
Per ora Bagioli ha colto buoni piazzamenti, ma cerca con ostinazione l’acuto individualePer ora Bagioli ha colto buoni piazzamenti, ma cerca con ostinazione l’acuto individuale
Tu sei il classico cacciatore di tappe, ti ritrovi in un Grande Giro?
Diciamo che non è la mia dimensione ideale, io prediligo le corse di un giorno che concentrano in poche ore tutte le emozioni oppure le corse a tappe medio-piccole, dove lo sforzo non si prolunga all’infinito. L’Iztulia in questo caso è l’ideale…
Bettiol parla da padrone di casa. E' arrivato in Australia dal Canada prima degli altri. Ha lavorato bene. Il percorso è veloce e duro. E vede bene Bagioli
Cos’è quella bevanda rossa che i pro bevono subito dopo aver tagliato il traguardo? Del Cherry Juice avevamo già parlato lo scorso anno dopo averla osservata da vicino al Giro d’Italia e ora è arrivata sul mercato anche la proposta di Enervit: si chiama Magic Cherry ed è un integratore post attività.
La formula di Magic Cherry è studiata per massimizzare il recupero, è a base di estratto amarena titolato in polifenoli. Non contiene zucchero ed edulcoranti, contiene vitamina E ed è un potente antiossidante. Vediamolo nel dettaglio.
L’integrazione e la supplementazione, sempre più specifiche e per diverse esigenze (foto Enervit)L’integrazione e la supplementazione, sempre più specifiche e per diverse esigenze (foto Enervit)
L’allenamento e il recupero
In diverse occasioni si è detto e scritto che il recupero ed il riposo sono dei tasselli fondamentali, soprattutto per chi si allena intensamente ed in maniera specifica. Il training intenso è fonte di stress per l’organismo e la fase di adattamento post sforzo è particolarmente importante per finalizzare l’allenamento stesso.
Qui entra in gioco la scienza Enervit, perché oltre ai carboidrati e alle proteine, l’atleta necessita di supporto per contrastare l’azione dei radicali liberi prodotti durante l’allenamento e quando si spinge ad intensità molto alte. Enervit Magic Cherry è stato sviluppato con il contributo dei Team UAE Team Emirates-XRG e Lidl-Trek.
La bevanda rossa nel post gara, tra i simboli dell’integrazione moderna (foto Team UAE Team Emirates-XRG)La bevanda rossa nel post gara, tra i simboli dell’integrazione moderna (foto Team UAE Team Emirates-XRG)
Come funziona Magic Cherry?
E‘ specifico per il post attività ed è da assumere nell’immediato post training e subito dopo la competizione. Magic Cherry si presenta in busta (9 grammi) da sciogliere in 200/500 millilitri di acqua (in 500 ml si possono sciogliere anche due bustine, ovvero la dose massima consigliata). Ha un bassissimo contenuto di calorie, meno di 1,5 per busta, al contrario ha un altissimo contenuto di polifenoli e vitamina E. Quest’ultima in particolare è una delle protagoniste nelle fasi di protezione delle cellule dallo stress ossidativo.
Non in ultima, è da considerare la gratificazione al palato, possibile grazie all’elevata qualità di ogni singolo elemento ed al gusto naturale, rinfrescante dell’estratto di amarena Tart Cherry.
La confezione del nuovo Magic CherryLa confezione del nuovo Magic Cherry
In conclusione
Enervit Magic Cherry non sostituisce gli integratori di proteine, carboidrati ed aminoacidi, ma è una sorta di completamento e si integra con questi. Permette di ottimizzare i tempi di recupero e ridurre l’affaticamento muscolare, oltre a fare parte di quella supplementazione continua che viene fatta anche giorni (5/7) prima della gara o di un evento particolarmente importante.
Tanti carboidrati liquidi in forme differenti, nella borraccia e in gel. L'integrazione cambia profondamente, permette di stare meglio e di spingere di più sull'acceleratore. Trattiamo l'argomento con Umberto Marengo, atleta Drone Hopper-Androni.
Quelli del Tour ne sanno una più del diavolo e nell’avvicinamento alla Parigi-Roubaix Femmes hanno iniziato a fare interviste alle atlete più in vista. Leggere le dichiarazioni di Lotte Kopecky e Margaux Vigié è stato sicuramente interessante, ma quando ci siamo imbattuti nelle parole di Chiara Consonni, abbiamo subito pensato di riprenderle per un breve pezzo che racconti quanto l’estrosa velocista bergamasca, campionessa olimpica della madison, sia legata alla corsa del pavé.
«Vedere Sonny Colbrelli vincerla – dice Consonni – mi ha ispirato a pensare che un giorno potrò essere lassù anch’io e provare a fare qualcosa per cui sarò ricordata. Mi piace la pietra che riceve il vincitore ed è molto emozionante entrare nel velodromo, soprattutto per chi è pistard. Amo la pista e finire le mie quattro Roubaix in quel velodromo ha reso l’esperienza ancora più emozionante e speciale».
Lo scorso anno la Roubaix di Consonni fu tutto un inseguire, a causa di forature e caduteLo scorso anno la Roubaix di Consonni fu tutto un inseguire, a causa di forature e cadute
La pressione delle gomme
L’arrivo in pista, unito alla necessità di restare a galla sulle pietre francesi, è uno dei fattori su cui ragionare a lungo dovendo scegliere i materiali e la pressione delle gomme, che in un arrivo su pista di cemento è decisiva.
«Si fanno molte ricognizioni – dice Consonni – per adattare il materiale, risvegliare le sensazioni e aumentare la fiducia in vista di una delle giornate più stressanti della stagione. Fare diversi test sulla pressione delle gomme e come adattarsi alle condizioni meteorologiche che si troveranno il giorno della gara, è fondamentale. Ad esempio, l’anno scorso avevamo la possibilità di usare la monocorona, ma io non ho voluto e ho scelto la doppia. La cosa più importante per me è sicuramente bilanciare la pressione delle gomme. Ci sono molti settori di pavé, ma l’arrivo nel velodromo è una volata pura».
Prima Roubaix Femmes: è il 2021 e Consonni sperimenta qualche… inconvenienteRoubaix del 2022, la seconda della storia: per Consonni arriva il 25° postoNona nel 2023 al velodromo di Roubaix, in volata con Kopecky e GeorgiPrima Roubaix Femmes: è il 2021 e Consonni sperimenta qualche… inconvenienteRoubaix del 2022, la seconda della storia: per Consonni arriva il 25° postoNona nel 2023 al velodromo di Roubaix, in volata con Kopecky e Georgi
Una corsa folle
Al pari di Ganna che sfiderà il pavé fra gli uomini, la capacità di passare dal pavé alle pietre denota grande talento e capacità di guida della bici. Nel caso di Chiara, che quest’anno è passata dal UAE Team Adq alla Canyon//Sram zondacrypto, la capacità di adattamento è legata anche a un carattere a dir poco estroso.
«Prima della Roubaix – racconta Consonni – avevo già corso grandi classiche come il Fiandre e la Gand-Wevelgem, quindi ero abbastanza abituata. Invece il pavé della Roubaix è ancora più difficile del pavé del Belgio. C’è molto più spazio tra i ciottoli, quindi la sfida è non perdere velocità e slancio. E poi il meteo può cambiare le carte in tavola. La prima volta che ho pedalato sul pavé della Parigi-Roubaix fu a due mesi prima dalla prima edizione. Facemmo una ricognizione con la Valcar, il tempo era splendido, invece il giorno della gara fu terribile. Piovve dall’inizio alla fine e controllare la bici e restare in piedi sul pavé fu più difficile. Ma la verità è che mi divertii un sacco. E’ la mia corsa dei sogni… Perché è folle, come me! La Parigi-Roubaix mi regala sogni e incubi. Mentalmente ed emotivamente, sono molto coinvolta».
Il pavé del Belgio, qui all’ultima Omloop Nieuwsblad, è diverso da quello della RoubaixIl pavé del Belgio, qui all’ultima Omloop Nieuwsblad, è diverso da quello della Roubaix
Ritirarsi, no grazie
L’intervista è ancora lunga, ma l’ultimo aspetto su cui soffermiamo la nostra attenzione è legato alla testa dura di non ritirarsi mai, capiti quel che capiti.
«L’anno scorso – conclude Chiara – è stata una delle edizioni più difficili per me. Avendo già maturato l’esperienza delle prime tre, volevo davvero fare bene. Invece ho forato due volte, sono caduta e così mi sono ritrovata a inseguire il gruppo fin dal primo settore. Ero sempre indietro, non sono mai riuscita a stare con il gruppo di testa. Ho perso presto l’occasione di fare qualcosa di buono, ma non mi sono mai arresa e sono comunque riuscita a concludere una corsa difficile (nel 2024, ha chiuso in 30ª posizione, ndr). E per me, è stato un motivo in più per dire: “Devo riuscirci l’anno prossimo, devo essere più forte e ancora più motivata per poter salire sul podio”. Ho continuato perché è la Roubaix. E alla Roubaix non si molla mai».
E’ stato visto sul pavé come se fosse casa sua, dietro moto, lanciato a tutta: Tadej Pogacar ha messo nel mirino la Parigi-Roubaix. Il campione sloveno, dopo aver superato le iniziali reticenze del team, ha deciso di affrontare questa sfida con tutto se stesso. Per lui non c’è corsa senza ambizione di vittoria e l’Inferno del Nord non fa eccezione (in apertura foto Instagram).
La UAE Emirates si è allineata alla sua visione e l’ha supportato con un sopralluogo tecnico ad altissima velocità (qui il video sul profilo X di Philippe Gilbert). Ne abbiamo parlato con Pino Toni, uno dei nostri riferimenti consueti, quando di mezzo ci sono test, preparazione, tecnica…
Le pietre della Roubaix sono diverse da tutte le altre e l’alta velocità ne amplifica la difficoltàLe pietre della Roubaix sono diverse da tutte le altre e l’alta velocità ne amplifica la difficoltà
Pino, Pogacar ha fatto sul serio. Perché provare il pavé dietro motore?
Perché non va mai alle corse per vedere come sono. Tadej va per vincerle tutte. Non avendo esperienza diretta della Roubaix, la velocità è un aspetto chiave per questa gara. Cambia la reazione della bici, cambiano le sollecitazioni, cambia tutto. Prendere una pietra a 35 o a 50 all’ora non è la stessa cosa. Le forze in gioco aumentano in modo esponenziale e vanno considerate sotto tutti gli aspetti, compresa la scelta del materiale.
In che modo la squadra ha affrontato questa sfida?
E’ tutto nuovo anche per loro. Parliamo di un test importante per l’uomo, ma anche per la bicicletta. La Colnago non ha ancora una storia consolidata alla Roubaix, al contrario di Specialized o Trek, che sono bici sviluppate per questo tipo di corsa. Il test serviva (anche) a capire le risposte del mezzo e a trovare i margini di adattamento, perché qui non si tratta solo di portare il corridore giusto: serve anche l’attrezzatura giusta.
Pino, da preparatore quale sei quando al termine di un test simile l’atleta ti dà il computerino, cosa vai a vedere?
Gli chiederei delle sensazioni prima di tutto, più che i watt. Dopo un test così non vai a guardare i watt appunto, o i numeri ma dove ti fa male. La Roubaix non è una corsa che si valuta con il cronometro. Le mani insanguinate post Roubaix non sono una leggenda. E poi le spalle, la schiena… lì si sente il dolore. Le sensazioni diventano dati. E’ un tipo di stress che ti rimane addosso per giorni. Ti segna. E Tadej questo lo sa e lo sta affrontando con la sua solita serietà. Poi è chiaro che si studiano anche i numeri, per carità…
Un frame del video che ritrae Pogacar in azione dietro motore sui settori della Roubaix. In tre di questi ha stabilito il KOMUn frame del video che ritrae Pogacar in azione dietro motore sui settori della Roubaix. In tre di questi ha stabilito il KOM
Che tipo di intensità si raggiunge in un test del genere dietro moto?
Si lavora su velocità alte. Con il dietro motore sul pavé sei a 50 all’ora e più. Quindi secondo me siamo su Z4, Z3 alto. E’ un’intensità importante, soprattutto per un fondo pianeggiante come quello della Roubaix. Non si tratta di muri, dove magari lavori su Z5. Ma anche sul piano, a quella velocità e su quel fondo, i muscoli e il sistema nervoso sono messi a dura prova.
Che poi fare la recon a tutta è un po’ il marchio di fabbrica di Pogacar e della UAE Emirates, prima del Fiandre hanno affrontato dei muri con i compagni che tiravano a tutta, si spostavano e lui partiva…
E’ il loro metodo, giustamente provano ai ritmi gara. L’hanno fatto il giovedì, giorno di solito riservato all’uscita lunga con intensità. Quattro ore buone con dentro queste prove sui settori. E’ un approccio molto mirato. Non si tratta di fare mille giri: lui e i suoi compagni sono usciti, hanno affrontato i muri a tutta e hanno chiuso il test. Metodo, determinazione e qualità.
In passato c’era stato qualcosa di simile, dietro motore sul pavé?
Sì, ricordo nel 2014 quando c’era il pavé al Tour de France ed io ero nella fila della Tinkoff-Saxo. All’epoca, durante l’inverno si provarono delle tappe, compresa quella sul pavé facendo appunto dietro motore. Io non ero presente, ma ricordo Contador e Bennati che svolsero questo lavoro. Anche in quel caso, non fu semplice fin da subito. Servono più passaggi per prendere le misure. E’ un lavoro che serve più all’atleta, nel caso di Contador che puntava alla classifica, che al mezzo, ma è chiaro che si testano anche soluzioni tecniche. Un po’ il contrario di Pogacar in questo momento.
Riprendiamo ancora una volta le immagini di Pogacar della Lille-Wallers Arenberg del Tour 2022. Quel giorno fu 7°Riprendiamo ancora una volta le immagini di Pogacar della Lille-Wallers Arenberg del Tour 2022. Quel giorno fu 7°
In concreto, cosa viene valutato nei materiali?
Il comfort. Quando hai un corridore che non solo vuole esserci, ma vuole fare la gara e soprattutto vincerla, allora serve il massimo adattamento. La scelta della bici, del telaio, della sella… tutto deve ridurre lo stress: il comfort alla Roubaix è fondamentale, specie per un atleta poco esperto (in questa corsa) come Pogacar. Non è come mandare uno che deve fare il gregario: qui hai un leader e la bici deve diventare un’estensione del suo corpo.
Pogacar però ha poco supporto in squadra in termini di esperienza per questa corsa. Anche se in ammiraglia c’è chi diverse volte l’ha finita nei dieci e una volta addirittura secondo, il diesse Fabio Baldato…
E’ vero. Se si guardano i suoi compagni ci sono specialisti della Roubaix. Politt, Wellens, Vermeersch… ma non hanno una storia da protagonisti assoluti per vincerla. Forse Baldato ha più esperienza di tutti, il problema per Tadej è che lui non corre più! E’ una corsa nuova anche come mentalità per la UAE Emirates. Hanno sempre corso in un altro modo e ora devono adattarsi all’idea di fare la Roubaix per vincerla, non solo per esserci. Ma non sono sprovveduti… per niente. Certo, i rischi ci sono. E sono tanti…
Chiaro. E anche la componente della fortuna non è da meno quando si parla di Roubaix…
E’ una corsa che ha un coefficiente di rischio altissimo. La caduta, la foratura, una buca… tutto può cambiarti la gara in un attimo. E’ una gara che incide sulla stagione. Consideriamo che il Tour “è vicino” e ogni incidente ha un costo. Gianetti lo sa e infatti non ne era entusiasta… Però quando hai un leader così, devi anche fidarti del suo istinto.
Sull’Oude Kwaremont Tadej ha preso il largo nel tratto “pianeggiante” in pavè, ma veniva dopo un muro e, come detto, le pietre della Roubaix sono diverseSull’Oude Kwaremont Tadej ha preso il largo nel tratto “pianeggiante” in pavè, ma veniva dopo un muro e, come detto, le pietre della Roubaix sono diverse
E’ la gara giusta per uno come lui?
Dipende. Se la vince, ha fatto la storia. Se perde, si dirà che ha sbagliato. E’ una corsa che può trasformarsi in leggenda, ma non è la corsa che ti consacra per forza. La fortuna pesa tanto, come ripeto. E loro, secondo me, sperano che non gli piaccia tanto. Così la fa una volta sola e basta. Il problema è che se gli piace, la rifà!
Dal punto di vista fisico come vedi l’approccio di Pogacar alla Roubaix?
E’ molto più leggero degli altri. Parliamo di almeno 10 chili in meno rispetto a Ganna, Van Aert, Pedersen. Questo fa una differenza enorme sul pavé. Ma attenzione, è vero che ha meno potenza e forse (occhio ai materiali) rimbalza un po’ di più, ma è anche vero che il suo minor peso farà sì che lo stress su bici e corpo sarà minore. Una pietra presa da uno di 80 chili ti può spaccare la ruota: il dietro motore gli ha dato molte nozioni in tal senso. Tadej ha molta più leggerezza e agilità, rischia meno anche sulle forature. Non è poco, alla Roubaix. Potrebbe arrivare un po’ più fresco nel finale.
Insomma Pino, credi che possa giocarsela davvero?
Secondo me, se Pogacar deve staccare qualcuno lo fa sui muri. E alla Roubaix i muri non ci sono. Lì vince chi resiste, chi sa stare davanti, chi ha fortuna. Se arriva in volata perde. Con Van Der Poel, Ganna, Pedersen non può arrivare allo sprint. Deve inventarsi qualcosa prima. E lì Tadej dovrà cercare un colpo dei suoi, da lontano, da campione assoluto. Per me resta una corsa in cui il rischio, anche per lui, è altissimo.
I Campi Elisi celebrano gli ultimi due vincitori. Van Aert autore di una volata straordinaria e Pogacar padrone della maglia gialla per il secondo anno
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