Domani Andorra dirà chi comanda fra Almeida e Ayuso

27.08.2025
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SUSA – Almeida o Ayuso, questo è il dilemma. Mentre tutti si interrogano su chi sarà l’avversario principale di Jonas Vingegaard, in casa UAE Emirates si parla sempre di coppia di leader e di responsabilità condivise, sin da quando la squadra è stata annunciata ed è stata confermata l’assenza di Tadej Pogacar, fresco del poker giallo.

Già dalla prima conferenza stampa congiunta al J-Hotel nel giorno della presentazione delle squadre a Torino, il gioco di carte è diventato provare a capire chi dei due bluffasse e chi, invece, nascondesse l’asso nella manica. «La mia forma è un’incognita perché ho pochissimi giorni di gara nelle gambe dopo il Giro, mentre Joao va davvero forte», spiegava Ayuso, uscito con morale e fisico a terra dalla Corsa Rosa e a caccia di riscatto nella Vuelta che, ironia della sorte, è scattata proprio dall’Italia. «Mi sento bene, ma sono certo che anche Juan andrà forte e la cosa più importante è che vinca la squadra. Noi, senza dubbio le proveremo tutte», gli faceva eco Almeida.

Tutti contro Vingegaard

Il primo arrivo in salita, con l’allungo di Soler sulle ultime rampe che portavano all’arrivo di Limone Piemonte, è stato fin troppo esplosivo per il tandem UAE. I due però si sono difesi con gli artigli, sfruttando anche il lavoro di Soler: quinto Almeida, ottavo Ayuso, che si è preso la maglia bianca. Lunedì, invece, nel tortuoso finale di Ceres, con il tornante ai -75 metri, il portoghese ha chiuso 28° e lo spagnolo 35°. Qualche chilometro prima del finale della terza tappa, trovandoci accanto a Mauro Gianetti ad attenderne l’esito, ci siamo fatti raccontare come procede la convivenza dopo queste prime tappe italiane. 

«Stanno bene entrambi – ci ha detto – e l’hanno già dimostrato nell’arrivo di Limone Piemonte. Abbiamo questa opportunità di avere due leader e quindi bisogna giocarseli bene. Anche perché per provare a battere Jonas Vingegaard bisogna essere veramente forti. Essere in due è un piccolo vantaggio. Certo, rimane il fatto che Jonas è fortissimo e ha una squadra di altissimo livello ma, con due carte a disposizione, c’è qualche chance in più. Quindi, è importante proprio avere questa coppia perché, nei giorni più difficili, la superiorità numerica può girare a nostro favore».

Di certo, non è una situazione abituale per la UAE, che di solito fa la parte del leone con Pogacar e che, stavolta, è costretta a raddoppiare le forze per contrastare il “solito” rivale danese. Gianetti replica: «E’ chiaro che Tadej è il numero uno al mondo, ma Almeida è un corridore straordinario, così come lo è Ayuso. Entrambi possono sfruttare la presenza dell’altro a proprio vantaggio e dividere le responsabilità».

Ayuso ha conquistato la maglia bianca e per ora corre in posizione di attesa
Ayuso ha conquistato la maglia bianca e per ora corre in posizione di attesa

Chi va e chi resta

Al netto dei tatticismi però, l’incerto futuro di Ayuso per il 2026 (persistono le voci che lo danno in uscita con la Lidl-Trek in pole position) fa propendere la tesi che sia Almeida l’uomo di punta per queste tre settimane a cavallo tra Italia e Spagna con la breve parentesi francese di ieri. Oltre alla preparazione non ottimale sbandierata a più riprese, il ventiduenne catalano è per la prima volta al via di due Grandi Giri nella stessa stagione e questo rappresenta un ulteriore punto interrogativo. Il portoghese, invece, prima del ritiro nella nona tappa del Tour de France, aveva impressionato facendo filotto tra Paesi Baschi, Romandia e Svizzera. Senza dimenticare che era stato l’unico, oltre a Pogacar, a battere Vingeegard in salita, con l’acuto nella quarta frazione della Parigi-Nizza.

Sul portoghese, Gianetti aggiunge: «Ha dimostrato negli ultimi due anni di riuscire ancora a crescere, poco alla volta. Grazie alla sua costanza nelle tre settimane può impensierire Vingegaard che, dal lato suo, ha un Tour de France sulle gambe, molto impegnativo sia dal punto di vista fisico sia mentale». Al punto da convincere anche un alieno come Pogacar a rifiatare. Il doppio impegno potrebbe pesare sulle gambe del danese. A questo si aggiunge, l’indole della Vuelta degli ultimi quindici anni, ovvero di prestarsi spesso a sorprese e colpi di scena: in casa Uae si è pronti a più scenari. 

Matxin è da sempre il mentore di Ayuso, qui parla con Almeida: è importante che regni l’equilibrio
Matxin è da sempre il mentore di Ayuso, qui parla con Almeida: è importante che regni l’equilibrio

Pogacar da tutelare

Sul mancato nuovo atto del dualismo Vingegaard-Pogacar, il team manager risponde così: «Tadej ci aveva pensato a venire alla Vuelta, sin da inizio stagione, perché è una corsa a cui tiene. Non si può però pensare di fare le classiche, il Tour e la Vuelta, perché le prime tolgono parecchie energie. In una corsa a tappe di una settimana, hai tempo magari per rifiatare. Nelle corse di un giorno come Strade Bianche, Milano-Sanremo, Fiandre sei sempre a tutta e richiedono una preparazione ad hoc e complicata. Tra le classiche e il Tour, Tadej ha staccato soltanto 2 giorni. Se avesse fatto la Vuelta, ne avrebbe avuti altrettanti di riposo prima della Corsa spagnola e sarebbe stato un po’ troppo poco per essere al top fisicamente e mentalmente».

Anche perché poi nel finale di stagione ci sono tanti altri appuntamenti che fanno gola al cannibale sloveno come mondiali, europei e Lombardia. E per un’altra ragione più a lungo termine a cui Gianetti tiene: «Vogliamo che il pubblico possa godersi il suo talento cristallino più a lungo possibile. Ovvio, in una Vuelta disegnata così, Tadej avrebbe potuto vincere parecchie tappe, ma bisogna fare delle scelte e preservarlo».

A ruota di Vingegaard, Ayuso vuole rifarsi dello smacco del Giro
A ruota di Vingegaard, Ayuso vuole rifarsi dello smacco del Giro

Ayuso guarda avanti

Gianetti poi rimescola le carte e dà ancora una carezza ad Ayuso, che vede in crescita di forma e non distratto dalle voci di mercato: «Purtroppo al Giro è andata com’è andata, malgrado la sua volontà, ma questo gli ha permesso di essere qui in corsa oggi alla Vuelta. Bisogna guardare avanti e lui non è certo un corridore che guarda indietro. Al massimo, lo fa per analizzare se c’è stato qualche errore o qualcosa nella preparazione che non ha funzionato. Senza dimenticare poi la caduta e la puntura dell’ape che l’hanno costretto al ritiro. Questa è una grande occasione per lui ed è concentrato soltanto su quest’obiettivo».

Dunque, la strana coppia Ayuso-Almeida continua a braccetto. Almeno fino all’arrivo in quota in Andorra di giovedì 28, quando potrebbe essere già la strada a svelare l’arcano, costringendo l’Uae a giocare a carte scoperte. 

Fiorelli alla Visma, una storia di competenza e stupore

27.08.2025
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E’ maggio quando Fiorelli, che è in scadenza di contratto e ambisce a una squadra più grande, si rivolge scocciato ai suoi agenti. Possibile che nessuno si sia fatto avanti? Se le cose stanno così, li scuote, dovrò cercarmi un altro procuratore. Filippo ha trent’anni ed è arrivato tardi al ciclismo, ma senza offerte, lo scenario più plausibile sarebbe quello di rimanere con il VF Group-Bardiani.

«Parlare a quel modo – ricorda Paolo Alberati, che lo segue con Maurizio Fondriest – è stato il suo modo legittimo di mettere pressione, lo capisco. L’ho seguito per quattro anni, ha dei valori altissimi e non ho mai capito come mai nessuno si fosse interessato a lui. Gli piace allenarsi, essere preciso, alzarsi la mattina presto. C’era il problema del peso. Pesava 71-72 chili e, per fare il velocista, sarebbe dovuto arrivare a 74. Così abbiamo deciso di ricercare il Fiorelli che avevamo conosciuto dilettante con Massini. Quello che arriva nei gruppetti ristretti e in una volata di 30-40 può fare podio, ma per riuscirci sarebbe dovuto scendere a 66 chili. Sennò rischiava di non essere carne né pesce. C’è voluto un po’ per digerire il concetto, ma alla fine ci siamo arrivati».

Marcello Massini è stato il primo a credere in Fiorelli, prendendolo nei dilettanti e portandolo fra i pro’
Marcello Massini è stato il primo a credere in Fiorelli, prendendolo nei dilettanti e portandolo fra i pro’
Quindi inizia l’estate e non ci sono proposte. Che cosa succede?

Erano due anni che lo proponevamo all’Astana, alla Alpecin, al Bahrain. Al Giro di quest’anno, la Cofidis dice di trovarlo interessante. Parliamo con Vasseur e dice che mercoledì avrebbe mandato la proposta contrattuale. Sono passate sette settimane fa e non è mai arrivato nulla. E Filippo dice di essere stato contattato da altri procuratori. Che cosa potevo rispondergli?

Già, che cosa gli dici?

Che come amico sarei contento di saperlo felice con un contratto firmato, piuttosto che con me e ancora scontento. Per cui gli chiediamo di darci sino a giugno e se non arriva nulla, liberi tutti e amici come prima.

E cosa avete fatto mentre lui correva il Giro?

Abbiamo chiesto alla Alpecin, che ancora non aveva risposto. Ma visto che eravamo appena stati in Olanda per portargli Segatta: perché non chiedere alla Visma anche per Fiorelli? Alla peggio avrebbero detto di no.

Alberati aveva già portato il giovane Segatta alla Visma Development: perché non tentare con Fiorelli?
Alberati aveva già portato il giovane Segatta alla Visma Development: perché non tentare con Fiorelli?
E cosa succede?

Onestamente ci sembrava una cosa un po’ troppo grande, però ugualmente scrivo a Robbert De Groot, responsabile del devo team. Gli dico che abbiamo un solo corridore in scadenza e si chiama Filippo Fiorelli: può interessarvi? E lui mi risponde in un attimo e mi stupisce: «Davvero – dice – Fiorelli è vostro? Allora guarda, ti faccio chiamare da Grischa Niermann, perché di Fiorelli abbiamo parlato anche noi».

Te l’aspettavi?

Secondo voi? Ero a Palermo a fare studio e chiamo Filippo, dicendogli che la Visma è interessata e lui mi manda subito a quel paese. Dice che parlo a quel modo solo per tenerlo tranquillo e così gli mando lo screen dei messaggi in cui Niermann mi scriveva che avrebbe chiamato alle 10. Ero in macchina tra Palermo e Termini Imerese e il telefono squilla davvero. Riconosco il numero che mi ero fatto mandare per registrarlo, perché poteva essere un call center e non avrei risposto, e così mi fermo. Niermann mi dice che gli interesserebbe fare una call. Che stanno andando al Delfinato, ma il giorno che fosse finito, se gli avessi dato l’okay, avremmo fatto la call. Non nascondo che in quel momento, prima di ripartire con la macchina, mi è venuto il magone.

Perché?

Era il compimento di un processo di crescita di un dilettante siciliano, che più a sud d’Italia non poteva essere, nel quale abbiamo creduto. Ci ho lavorato prima insieme a Marcello Massini, poi mettendoci del mio per quello che riguardava l’allenamento, cercando di tenerlo in piedi quando le cose non andavano benissimo. E poi cedendolo, perché passando alla Vf Group-Bardiani sarebbe stato seguito da altri allenatori. E quando alla fine il processo è giunto a questo epilogo, sinceramente per me è stato un sogno diventato realtà.

Enrico Battaglin, Santa Ninfa, Giro d'Italia 2018
Prima di Fiorelli, anche Battaglin aveva lasciato la Bardiani per arrivare alla allora Lotto-Jumbo. Qui nel 2018 vince al Giro
Prima di Fiorelli, anche Battaglin aveva lasciato la Bardiani per arrivare alla allora Lotto-Jumbo. Qui nel 2018 vince al Giro
Riparti e cosa fai?

Chiamo Filippo, urlando. Lui era con suo nonno che gli chiedeva se fossi matto e se lo stessi prendendo in giro. Invece era tutto vero e la mattina dopo il Delfinato, alle 11, mi chiama Niermann per fissare la famosa call per il pomeriggio.

Che cosa vi siete detti?

E’ la cosa più incredibile. Ci ritroviamo con Filippo, Maurizio, Niermann e il loro responsabile dei dati, che si chiama Patrick Boe. Proprio lui ci chiede se possa condividere il suo schermo e apre un Power Point con l’immagine di Filippo in maglia ciclamino del Giro d’Italia, con il logo Visma e un file con tutti i suoi dati. Come si fosse allenato fino a quel momento. Come dovrebbe allenarsi secondo loro. Il grafico del peso che ha avuto negli ultimi anni. Del fatto che è il terzo corridore che cade meno in tutto il WorldTour. Non so se lo abbiano fatto con l’intelligenza artificiale, ma avevano la statistica di quanti corridori cadano nel WorldTour. E a Filippo dicono che lui è uno di quelli che non cade mai e questo è importante.

Ovvio, ma perché?

Gli dicono che per il lavoro che gli chiederanno, cioè tenere davanti Matthew Brennan e Van Aert in situazioni molto complicate, uno che arriva davanti, non cade mai ed è anche efficace, a loro farebbe molto comodo. Poi, relativamente ai dati, gli dicono che nello sprint di 5 secondi, massimo nel minuto, hai dei valori molto vicini ai migliori sprinter al mondo, ma non è fra i top 10. Nelle critical power dei 5, 10, 20 e 60 minuti, ha dei valori molto vicini a degli ottimi scalatori, ma ovviamente non è uno scalatore. «Per cui – gli dicono – il tuo è il profilo perfetto per un uomo che deve supportare i campioni nelle classiche. Atleti che magari sono un po’ più veloci di te, ma meno resistenti. Puoi essere buono anche per un Vingegaard. Tu non puoi essere uno scalatore, ma puoi portarlo nel punto in cui comincia la salita».

E’ stato Niermann, qui in bici con Van Aert, a contrattare con Alberati per l’arrivo di Fiorelli
E’ stato Niermann, qui in bici con Van Aert, a contrattare con Alberati per l’arrivo di Fiorelli
Lui cosa faceva?

Lui ascoltava e loro hanno continuato. «Sei disponibile – gli hanno chiesto – ad accettare questo ruolo nel quale ti lasceremo la libertà in alcune gare come Harelbeke o la Freccia del Brabante?». Poi gli hanno chiesto quale fosse la corsa dei suoi sogni e quando Filippo ha risposto che è la Sanremo, hanno sorriso. «Questo sogno – gli hanno detto – bisogna rimandarlo, perché la Milano-Sanremo dovrebbe vincerla Wout».

Patti chiari e amicizia lunga…

Amicizia di due anni, per l’esattezza, fino al 2027. Però abbiamo fatto una call successiva perché volevano essere convinti che avesse compreso il ruolo e non pensasse di andare alla Visma per fare lui il capitano. «Quando ho detto che mi piacerebbe vincere – gli ha detto Filippo – intendevo che vorrei essere parte di un processo di vittoria. Finora, nelle mie squadre, non ero all’altezza di vincere contro i corridori WorldTour e non avevo compagni di squadra così forti da aiutare a vincere. Abbiamo sempre corso per ottenere il miglior risultato possibile e sostanzialmente per fare punti. Mi piacerebbe fare lo step in più, essere parte di un ciclismo che costruisce un progetto per vincere». L’inglese di Filippo non è ancora il massimo e bisognava che questo concetto fosse chiaro.

E loro?

Hanno capito. Hanno sottolineato che sarà un ingranaggio importante in questo processo di vittoria. Che alcune volte avrà la responsabilità di vincere senza tirare per nessuno, ma la maggior parte delle corse le dovrà fare accanto a Van Aert e a Brennan.

Fiorelli lascia la squadra dei Reverberi dopo 7 anni di ottima gavetta: qui assieme a Magli
Fiorelli lascia la squadra dei Reverberi dopo 7 anni di ottima gavetta: qui assieme a Magli
Non hanno chiesto altro?

Hanno voluto visionare tutti gli anni del passaporto biologico e per fornirglieli Filippo in persona ha dovuto richiedere un processo di disclosure legato alla privacy. Hanno verificato questi 47 test, cui avevo aggiunto un file pdf in cui avevo annotato un’altra trentina di esami dal 2017 a 2019, quando Filippo era passato con Reverberi. Era un passaporto biologico interno, perché Bruno si chiedeva come mai Filippo andasse forte a 24 anni e prima non ce ne fosse traccia. E io gli rispondevo che non aveva fatto gli juniores e a 18 anni passava il tempo a giocare con il motorino e davanti al distributore delle bibite e dei Kinder.

Tutto chiaro, non restava che firmare?

Praticamente sì, anche se nel frattempo un’altra squadra ha fatto arrivare la proposta di un biennale. Ma a quel punto Filippo ha preferito la Visma, che offriva una bella tabella premi, che però abbiamo chiesto di rimodulare.

In che modo?

Era bello che prevedessero dei premi in caso di sua vittoria, anche per la vittoria della Sanremo. Ma ho detto a Niermann: «Se Filippo deve essere parte dell’ingranaggio e lavorare per i compagni, perché non immaginare una tabella premi basata sulle loro vittorie?». Lui ci ha riflettuto e ha detto che ne avrebbe parlato con Richard Plugge, il grande capo. Due ore dopo mi hanno dato una tabella premi in cui si tiene conto della vittoria del capitano, un tot a vittoria. E’ chiaro che a quel punto ti butti nel fuoco. Così abbiamo creato questo buon contratto per cui Filippo prende certamente meglio di quello che guadagna ora e hanno lasciato dentro anche i premi in caso di vittoria, che non guastano mai.

Giro d’Italia 2025, Fiorelli si piazza ottavo ad Asiago, dopo essere stato in fuga per tutto il giorno
Giro d’Italia 2025, Fiorelli si piazza ottavo ad Asiago, dopo essere stato in fuga per tutto il giorno
E adesso?

Parte questa nuova avventura, che è già iniziata con l’iscrizione al corso d’inglese e con il training camp in altura sull’Etna, perché vuol chiudere bene la stagione. A fine mese ci sarà la Bretagne Classic, una delle corse in cui lo hanno notato per la prima volta. Nel 2022 vinse Van Aert e lui arrivò quinto, primo dei non WorldTour. Al di là dei numeri, hanno capito il valore di Filippo nella tappa di Asiago al Giro, vinta da Carlos Verona. Era in fuga dal mattino, l’hanno staccato perché c’erano delle salite lunghe. Davanti sono rimasti in sette e lui alla fine ha vinto la volata del gruppetto in cui c’era Van Aert, arrivando ottavo. Ha dimostrato di essere un corridore di fondo. E adesso si apre una parte di carriera che nessuno si sarebbe potuto aspettare, forse neanche lui. La carriera di uno che fino a ventiquattro anni era dilettante in Toscana e fino a vent’anni neanche correva in bicicletta.

Ciclismo giovanile: la passione non basta più per tenerlo vivo

26.08.2025
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Le notizie che negli ultimi mesi sono arrivate dal ciclismo giovanile, in particolare dal mondo degli juniores, ci mettono davanti a un futuro tutt’altro che sereno. Tante squadre chiudono, come il Team Fratelli Giorgi e l’Aspiratori Otelli e non ne mancheranno di certo altri. Ci si lamenta del fatto che il ciclismo italiano sia in difficoltà e che da tempo fatichi a competere, in maniera regolare, con i vertici del movimento. Tutto questo è vero, ma non si deve guardare solo alla punta della piramide. Il ristagno del ciclismo in Italia e la sua non-crescita affondano le radici in problemi evidenti ma che si fa finta di non vedere. 

Chi tra tanti problemi riesce a condurre la propria barca in porto è la SC Romanese, guidata dall’ex corridore Redi Halilaj che da ormai quattro anni lavora con la formazione juniores bergamasca. Non è facile riuscire a coordinare il tutto. Servono energia e passione, due ingredienti fondamentali che però iniziano a scarseggiare all’interno del movimento. 

«La nostra fortuna – ci racconta mentre si gode qualche giorno di ferie a casa con il figlio – è che abbiamo uno sponsor principale, CarBa, estremamente convinto e appassionato. Ogni anno ci dà un grande supporto economico e non ci fa mai mancare nulla, come del resto tutti gli altri che sono entrati in questa squadra».

I ragazzi della SC Romanese hanno corso la Watesley Junior Challenge in Olanda, una corsa a tappe internazionale di tre giorni
I ragazzi della SC Romanese hanno corso la Watesley Junior Challenge in Olanda, una corsa a tappe internazionale di tre giorni

La voglia di non mollare

La parola che più sintetizza gli argomenti in questa intervista è “passione”. Nel ciclismo giovanile italiano non può mancare, perché laddove non si arriva con il budget lo si fa con la voglia e l’entusiasmo di chi vive certe realtà.

«In Italia – prosegue – il movimento giovanile va avanti perché ci sono molti appassionati che dedicano il proprio tempo libero a questo sport e ai ragazzi. Nella nostra squadra tutti i collaboratori spendono gran parte delle proprie ferie e dei permessi al lavoro per seguire gli atleti alle gare e nei ritiri. Personalmente, sui trenta giorni di ferie che accumulo in un anno ne dedico dieci alla famiglia e il resto al team. A volte, quando sento parlare certa gente, sembra che in Italia non siamo più bravi a fare niente, non penso sia così. Credo solo che all’estero il ciclismo sia cambiato, mentre noi siamo rimasti fermi».

La collaborazione con il Team DSM è legata solamente alla parte tecnica e di test con colloqui bimestrali tra i membri dello staff e i ragazzi
La collaborazione con il Team DSM è legata solamente alla parte tecnica e di test
Cos’è cambiato?

Facciamo fatica a livello economico, non c’è paragone con molte realtà estere dove lo staff viene pagato per quello che fa. Per loro è un lavoro, per noi una passione. Ci lamentiamo che non c’è ricambio generazionale, ma per un ragazzo di vent’anni venire a seguire una gara vuol dire sacrificare il proprio tempo, ed è giusto che questo venga riconosciuto anche a livello economico. Di recente siamo stati in Olanda e abbiamo potuto toccare con mano le differenze.

In che senso? 

Abbiamo corso alla Watersley Junior Challenge, una corsa a tappe di tre giorni. E’ un’esperienza che siamo riusciti a fare grazie alla collaborazione con il team DSM. Loro ci hanno aperto le porte ma la trasferta è stata a carico nostro, sia chiaro. Ancora una volta lo sponsor ci ha permesso di viaggiare e fare qualcosa di bello per i ragazzi. Lì però ci siamo confrontati con diversi team stranieri. 

Il ciclismo giovanile, in Italia, va avanti grazie alla passione e al volontariato, serve forse un cambio di marcia? (foto Instagram)
Il ciclismo giovanile, in Italia, va avanti grazie alla passione e al volontariato, serve forse un cambio di marcia? (foto Instagram)
E cosa è emerso?

Che l’arrivo dei devo team nella nostra categoria ha creato un divario importante tra le varie squadre. Queste realtà possono permettersi di avere persone pagate per fare questo di lavoro, senza parlare del vantaggio sui materiali. Al di là della parte tecnica rimane una questione di costi. Noi dobbiamo comprare biciclette, ruote, kit, misuratori di potenza, ecc… Queste squadre ricevono il materiale dal team WorldTour. 

Invece da noi si deve cercare l’equilibrio.

La SC Romanese non fa mancare nulla agli atleti però sono costi importanti e si deve ponderare bene la spesa. Se forniamo ai ragazzi materiale di primissimo livello non abbiamo abbastanza budget per le corse. In questo modo diventa difficile fare tutto, anche trattenere i ragazzi in Italia perché molti già da junior guardano all’estero. Se a questo poi aggiungiamo le spese per prendere i corridori fuori regione il tutto si complica.

All’estero molti team riescono a lavorare con una struttura organizzata (foto Facebook Watersley Cycling Team)
All’estero molti team riescono a lavorare con una struttura organizzata (foto Facebook Watersley Cycling Team)
Spiegaci meglio…

Noi il prossimo anno prenderemo due ragazzi dalla categoria allievi e dovremo pagare i punti sia alla Federazione sia alla società di appartenenza. Questo vuol dire spendere anche solo 3.000 euro per due corridori. Capite bene che in questo momento ogni spesa si ripercuote poi sulle nostre possibilità. Inoltre quando i ragazzi passano da allievi a juniores di solito hanno più punti rispetto a quando passano da juniores a under 23. 

Perché?

Per il semplice fatto che da allievi ci sono tante gare regionali e accumulare molti successi, e quindi punti, è più facile. Da juniores si corre spesso in competizioni nazionali o internazionali e non sempre si raccolgono tanti punti. Questo sistema andrebbe ricalibrato, sicuramente. Inoltre è una cosa che abbiamo in Italia, perché all’estero non esiste. Spesso le squadre straniere che prendono i ragazzi dall’Italia non pagano e devono rimetterci le famiglie

Si dovrebbe trovare il modo di far arrivare più soldi dall’alto?

Sarebbe corretto. Il rischio è che se si va avanti così molte squadre possano chiudere. D’altronde se la passione è l’unico motore che fa camminare il movimento giovanile è possibile che la sua energia prima o poi finisca. Sento tante critiche ai team manager, ma c’è chi fa questo lavoro da trent’anni senza vedere un euro, e ha sacrificato gran parte della propria vita.

Ciccone-Pedersen: Moser, due sconfitte tanto diverse?

26.08.2025
5 min
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Se il commentatore è acuto, spaccare il capello in due può risultare un gioco molto stimolante. Per cui quando raggiungiamo Moreno Moser e gli proponiamo di confrontare i due secondi posti di Ciccone e Pedersen nella seconda e nella terza tappa della Vuelta, il gioco riesce subito alla grande. Il trentino sta affiancando Gregorio e Magrini nelle dirette integrali della corsa su Eurosport, mentre dalla prossima settimana il posto di Magrini sarà preso da Wladimir Belli.

Ciccone è stato battuto da Vingegaard a Limone Piemonte, quando credeva di avere ormai vinto. Pedersen è stato infilzato da Gaudu ieri a Ceres, quando anche lui credeva di averla portata a casa. Ci sono dei punti in comune, secondo Moser?

«Secondo me entrambi non hanno sbagliato nulla – riflette Moser – semplicemente ogni tanto ti battono. Ciccone sicuramente è partito un po’ lungo, ma non lunghissimo. Se non fosse partito lui, sarebbe andato Vingegaard. Jonas, semplicemente, l’ha battuto. Abbiamo visto più volte anche al Tour che in questi arrivi Vingegaard è diventato pericolosissimo. Dopo Tadej, c’è lui. E ovviamente, mancando l’imperatore… Quella di Ciccone mi sembra una sconfitta onorevole».

Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri
Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri
Facciamo un appunto nato guardando la televisione, che quindi può lasciare il tempo che trova. Ciccone sembra troppo duro (lo ha detto anche lui) e forse perde una pedalata voltandosi a guardare indietro.

Si è girato, sì. Ci sta che in quel momento abbia perso qualcosa. Probabilmente non pensava che ci fosse ancora qualcuno con la forza per poterlo passare. A mio avviso, se avesse saputo che Vingegaard era già così vicino, non si sarebbe girato. Pensava di averli a ruota, non di averne uno già al fianco, che stava venendo su.

Si può dire che gli abbia quasi tirato la volata?

Sicuramente gli ha tirato la volata, però c’è sempre qualcuno che parte prima e non vuol dire che per questo la perda. Gli sono mancate un po’ di gambe. Anche lui ha parlato del rapporto, però ha anche detto che non vuole cercare scuse. Secondo me è assolutamente onorevole come secondo posto. Ovvio che quando ci arrivi così vicino, con la possibilità di fare tappa e maglia, brucia di più. Però erano i due favoriti e se la sono giocata. Ovviamente a Cicco manca una vittoria, però in questo momento Giulio non mi delude in nessun modo.

Dici che Vingegaard è diventato pericoloso su questi arrivi: ci ha lavorato per duellare con Pogacar?

Secondo me sì, è diventato più esplosivo e si era già visto al Delfinato. L’ha detto lui stesso di aver messo più massa rispetto all’anno scorso e in fin dei conti la massa serve esattamente a questo.

A ben vedere, al Tour del 2024 aveva già battuto Pogacar in un testa a testa a Le Lioran…

Effettivamente aveva già fatto quel numero. Forse l’abbiamo semplicemente sempre sottovalutato anche da questo punto di vista. Avendo di fronte uno come Tadej, che ti fucila sempre con facilità, dai per scontato che Vingegaard non sia adatto per questi arrivi. Se ci fosse stato Pogacar, avrebbe vinto con 20-30 metri. E probabilmente avrebbe vinto anche ieri a Ceres.

Ultima curva della tappa di Ceres: Gaudu entra in accelerazione, Pedersen sembra appesantito
Ultima curva della tappa di Ceres: Gaudu entra in accelerazione, Pedersen sembra appesantito
Ieri però non abbiamo visto il super Pedersen del Giro, altrimenti non avrebbe vinto Gaudu…

Infatti anche secondo me non è il solito Pedersen. L’ho detto anche facendo la prediction prima della cronaca: non mi sembra Pedersen al suo massimo splendore. Nella prima volata s’era perso. Ieri nello sprint intermedio ha perso la ruota del suo compagno. Non so cos’abbia, perché in realtà arrivava dal Danimarca in grandissima condizione.

Di sicuro non si aspettava che a batterlo fosse Gaudu.

L’ha detto anche Vingegaard che il francese ha fatto un’entrata un po’ assassina in quell’ultima curva, però è il ciclismo e va bene. E’ entrato a quel modo perché veniva su molto forte prima della curva, mentre tutti gli altri erano un po’ piantati. S’è buttato in curva, ma nessuno ha frenato, perché si arrivava forti. Quindi Gaudu sta bene, l’aveva dimostrato già il giorno prima. Ma il Pedersen in forma, secondo me, sarebbe entrato in curva molto più forte e poi non lo avrebbe passato nessuno. Avrebbe iniziato la volata già prima della curva, invece era un po’ seduto.

Tu dici che era un arrivo adatto a lui, che pesa 13 chili più di Gaudu? Forse avrebbero dovuto tirare per lui fino alla curva?

Forse se Cicco avesse avuto le gambe per portarlo più avanti, a quel punto avrebbe vinto Mads, ma erano tutti a tutta. Forse era un arrivo al limite per lui e per le sue caratteristiche. Se vai a vedere, oltre a lui sono tutti scalatori.

Pedersen ha vinto la tappa di Vicenza al Giro, ma era un muro stile classiche…

Quel Pedersen ieri avrebbe dominato, avevo quasi dimenticato quel numero. Fece una roba stratosferica, però è anche vero che batté Van Aert. Era un finale da classiche, più che una vera salita, anche se terzo arrivò poi Del Toro. Per questo motivo non me la sento di affiancare i due secondi posti, per tornare alla domanda di partenza. Alla fine sono due cose diverse. Ciccone si è fatto battere da un super campione ed è stata una mezza beffa, che però ti tocca accettare.

La Lidl-Trek sta correndo compatta: Pedersen per Ciccone e viceversa, ma la vittoria ancora sfugge
La Lidl-Trek sta correndo compatta: Pedersen per Ciccone e viceversa, ma la vittoria ancora sfugge
Dici che Pedersen non l’ha vissuta come una beffa?

Si è fatto battere da un nome a sorpresa, perché probabilmente non è al cento per cento. Però è vero che ci è rimasto malissimo. Anche perché quando ci arrivi così vicino, ci rimani sempre male. Peggio ancora quando ti batte uno che non ti aspetti. Secondo me sono due secondi posti che sembrano simili, due mezze beffe, che però sono nati in modi diversi. Quando fai secondo per 10 centimetri, in fin dei conti rientra quasi nell’ambito della casualità.

Oppure, parlando di arrivi in salita, significa che c’è un livellamento incredibile verso l’alto e 10 centimetri diventano un vuoto incolmabile?

Anche quello, sì. Ma quel metro che ti manca non è fra le cose che puoi calcolare quando parti. E comunque, sempre una grande Lidl-Trek. Al Giro gli è andato tutto bene. Qui magari fanno le stesse cose, ma invece di fare primi, sono secondi. Quei 10 centimetri non bastano per dire che uno è andato più forte, diventa quasi un errore di misura. Anche se in entrambi i casi un po’ di gambe sono mancate.

Creatina, doppio binario: per la forza e contro la disidratazione

26.08.2025
3 min
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Nel complesso mondo degli integratori, sviluppati dalle squadre con i propri fornitori per accogliere le esigenze degli atleti, c’è una… voce molto poco raccontata, che invece svolge da tanti anni il proprio compito nello sport: la creatina.

Si tratta di una molecola naturalmente presente nel nostro corpo e proprio per questo è anche uno degli integratori sportivi più studiati negli ultimi decenni. La creatina viene sintetizzata da fegato, reni e pancreas: il suo ruolo principale, volendo semplificare al massimo il discorso, è quello di aiutare le cellule muscolari a produrre energia. Da sola tuttavia la creatina non basta: quando infatti entra nelle cellule muscolari, essa viene in parte trasformata in fosfocreatina che agisce come una vera riserva energetica. Per cui quando l’atleta è nel pieno dello sforzo, i suoi muscoli hanno bisogno di tanta energia in poco tempo. La creatina, immagazzinata nei muscoli sotto forma di fosfocreatina, aiuta a pareggiare il bilancio energetico cellulare. Più creatina è presente, più a lungo si riescono a sostenere gli sforzi più intensi.

La creatina è molto utile per supportare il lavoro dei velocisti in palestra: quelli della strada e anche i pistard
La creatina è molto utile per supportare il lavoro dei velocisti in palestra: quelli della strada e anche i pistard

«La creatina si usa in tantissimi sport e anche nel ciclismo – spiega Laura Martinelli, nutrizionista del Team Jayco AlUla – è un integratore in classe di evidenza, il che vuol dire che ha tantissima rilevanza scientifica. E’ conosciuta da trent’anni, per cui è uno dei pochi integratori che funzionano davvero. Come si utilizza? C’è da fare un distinguo. Da una parte i velocisti e quindi la tipologia di corridori che necessita di esplosività e di una massa muscolare più importante. E poi tutti gli altri».

Perché questa differenza?

La creatina serve per alimentare quel carburante che si chiama fosfocreatina, utilizzata negli sforzi brevissimi ad altissima intensità, tipici appunto delle volate. Ma è tipica anche della tipologia di esercizi che si fanno con i pesi. Per questo i velocisti ne fanno uso nella stagione invernale proprio per sostenere i carichi in palestra. Indirettamente la creatina fa aumentare la massa muscolare, perché il velocista in palestra carica di più, spinge di più e attingendo alla fosfocreatina alza il massimale. Quindi si utilizza in inverno e parallelamente nella stagione delle gare per alimentare le volate. Quindi il velocista la usa con una certa regolarità per tutto l’anno, anche se con finalità differenti.

Velocisti su strada e anche in pista?

Esattamente, per gli stessi principi viene anche molto utilizzata anche in pista. Laddove fondamentalmente ci sono sforzi molto brevi e intensi.

Tutte le aziende producono integratori di creatina, fra queste c’è anche EthicSport
Tutte le aziende producono integratori di creatina, fra queste c’è anche EthicSport
E’ vero che l’uso della creatina può portare a ritensione idrica?

E’ vero. Generalmente, soprattutto ai responder, cioè quando funziona, determina anche un aumento di peso. Per questo motivo a volte la usano anche i non velocisti. Perché a dosaggi molto ridotti, quindi minori rispetto ai dosaggi utilizzati dai velocisti, la creatina aiuta a trattenere i liquidi e quindi può essere utilizzata come prevenzione per la disidratazione.

Quindi lo stesso integratore si può usare con obiettivi diversi?

Esatto. Può essere utilizzata a minore dosaggio da tutti i corridori nel periodo estivo, per trattenere i liquidi e ridurre il rischio di disidratazione. Quindi fondamentalmente lo stesso integratore a dosaggi differenti può avere finalità diverse.

Mondiali juniores dominati. Salvoldi però guarda già oltre

26.08.2025
5 min
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Sei medaglie d’oro, tre d’argento e quattro di bronzo, surclassando la stessa Gran Bretagna. I mondiali juniores di ciclismo di Apeldoorn in Olanda hanno confermato ancora una volta l’Italia come scuola principale a livello giovanile. Dino Salvoldi torna a casa con il carniere ricco e con tante indicazioni utili per il prosieguo del suo lavoro, che ora si prolunga fino al massimo livello, quello elite. Tanti gli spunti che i 5 giorni di gara hanno dato al selezionatore azzurro.

Salvoldi con il presidente Fci Dagnoni e il quartetto azzurro, oro per il quarto anno di fila
Salvoldi con il presidente Fci Dagnoni e il quartetto azzurro, oro per il quarto anno di fila

Un bilancio sontuoso che però, per Salvoldi, era quasi prevedibile anche dopo i risultati provenienti dagli europei di Anadia: «Senza la minima volontà di apparire presuntuoso le aspettative erano alte perché laddove c’è il cronometro abbiamo un metro di paragone sul quale poter lavorare e i numeri ci dicono dove più o meno potresti collocarci a livello internazionale, a meno di fatti straordinari. Ma centrare il bersaglio pieno quando parti da favorito ha un valore molto importante. Nelle altre gare, quelle di gruppo le variabili sono sempre tante, ma anche lì avevamo la consapevolezza di essere preparati e competitivi. Poi qualche sorpresa c’è anche stata come il bronzo di Vendramin in una prova composita come l’omnium. Alla fine abbiamo corso 8 gare e abbiamo preso la medaglia in 7, in un contesto di categoria che ogni anno si alza sempre di più».

Il quartetto si è confermato e ormai sembra quasi un’abitudine. Questo gruppo, rispetto a quello dello scorso anno che ha stabilito il record mondiale, come si colloca come valori?

Il tempo finale talvolta è anche condizionato dalle condizioni ambientali del tipo di pista e anche dall’avversario con cui ti trovi a correre in finale. Tutte queste componenti sono venute un pochino meno rispetto alla situazione ideale. Presi individualmente avevamo Magagnotti che c’era quest’anno e anche lo scorso. Comunque non credo di fare torto a nessuno nel dire che in questa squadra e in quella dell’anno scorso Magagnotti era il leader, per quello che riguarda gli altri forse quelli dell’anno scorso avevano e avranno più attitudine per la pista, dal punto di vista muscolare e metabolico. Il gruppo di quest’anno è più multidisciplinare, composto da gente che è più indirizzato verso la strada.

Doppio oro per Alessio Magagnotti, vero leader della nazionale su pista e protagonista anche su strada
Doppio oro per Alessio Magagnotti, vero leader della nazionale su pista e protagonista anche su strada
A proposito di Magagnotti, con il suo titolo mondiale d’inseguimento individuale e a squadre ha fatto pensare a Filippo Ganna. Secondo te ci sono punti di contatto?

Io direi che, anche per posizione nel quartetto, trovo molte più affinità con Milan – ribatte Salvoldi – e questo si vede anche su strada, dov’è un vincente nelle volate di gruppo, ma è anche grazie a questa caratteristica specifica che gli consente di fare bene il quartetto e l’insegnamento individuale. Io lo vedo davvero su quella direzione, ricalcando in proiezione i passi di Johnny.

Mentre per quanto riguarda Vendramin, è stato davvero una scoperta in questa occasione, con ben tre medaglie. Che corridore è?

Jacopo sapevamo che è un ciclista di un livello molto alto perché è un ragazzo molto, molto veloce e con una grande abilità di guida e soprattutto una grande visione periferica in gara. Quest’anno lo abbiamo imparato a conoscere, a scoprire e allenare. Nell’ultimo periodo è cresciuto enormemente, si è completato, anche se c’è ancora tanto da fare e lui lo sa. E’ un corridore del dicembre 2008, è quasi più un allievo che uno junior primo anno, ancora giovanissimo e che deve imparare tanto. E’ stata una bella scoperta, un bel percorso condiviso. Chiaramente per renderlo un corridore vero bisogna andare ad allenare quelle lacune che evidentemente deve avere alla sua età, ma devo dirgli bravo, perché i risultati confermano che la sua applicazione, il lavoro che abbiamo fatto ha alzato il suo livello.

Jacopo Vendramin sorpresa azzurra, sul podio in eliminazione, scratch e omnium (foto Uci)
Jacopo Vendramin sorpresa azzurra, sul podio in eliminazione, scratch e omnium (foto Uci)
Allarghiamo un attimo il discorso, a tre anni dalle Olimpiadi un mondiale su pista può dare indicazioni per il discorso olimpico o sono ragazzi troppo giovani per pensare a questa edizione, come invece può succedere per altri sport come il nuoto che svolgeva la rassegna iridata junior in contemporanea?

E’ una bella domanda e devo rispondere che nel sistema Italia la priorità ce l’ha comunque sempre l’attività su strada. Altri Paesi hanno un’altra storia, un’altra struttura rispetto a noi, potrebbe anche non essere prematuro inserire qualche nome già per Los Angeles. Noi con questo gruppo dobbiamo per forza proiettarci verso Brisbane 2032.

Tu adesso ti metti subito all’opera per pensare ai mondiali in Cile? Anche se manca tempo, ti stai facendo un’idea di chi portare e che cosa attendersi, magari coltivando una speranza di avere anche i big del quartetto?

In termini di programmazione la risposta è no. Tutti hanno fatto scelte diverse quest’anno proprio perché è quello postolimpico, scelte che io in prima persona condivido, infatti non ho mai fatto alcuna forzatura, quindi ad oggi non ci sarà nessuno dei campioni a parte Lamon. Magari potrebbe succedere, un imprevisto, una variazione di programma che determini questa opportunità, ma io devo ragionare su quel che ho a disposizione e quindi seguiremo la via maestra di far fare esperienza ai giovani, alcuni al loro primo mondiale. Inizieremo il 3 settembre gli allenamenti e se penso ai mondiali è giusto e coerente tenere un profilo molto basso, ma non c’è niente di male in questo, è una fase di scoperta, di crescita e di riprogrammazione.

La Gran Bretagna ha chiuso alle spalle dell’Italia. Spicca l’oro di Hobbs in omnium e chilometro (foto Uci)
La Gran Bretagna ha chiuso alle spalle dell’Italia. Spicca l’oro di Hobbs in omnium e chilometro (foto Uci)
Proprio in questi giorni, sono usciti i calendari di Coppa del mondo per i prossimi 3 anni, con tutte gare in Estremo Oriente e Australia salvo la penultima tappa 2028 in Francia. E’ un programma che secondo te va bene per noi, per guadagnarsi la qualificazione olimpica?

Per dove sono collocate devo dire di no – risponde Salvoldi – ma anche per quando, perché il periodo d’inizio anno non ci aiuta. Tutti e dico tutti saranno impegnati con i loro team nella preparazione e nelle prime gare, quindi dovremo programmarci bene, fare un turnover, considerando anche che sono tutte gare molto lontane, che quindi presuppongono anche viaggi e giorni d’impegno. Avere un calendario definito aiuta comunque a fare un’ipotesi di programmazione. Ma ancora più importanti delle Coppe del mondo saranno i mondiali, perché è facilmente presumibile che da lì scaturirà la maggior parte dei punti validi per la qualificazione olimpica. Lì dovremo programmare di avere la presenza degli atleti migliori.

Czech Tour vinto, ora la Vuelta: Lecerf cresce e intanto racconta

26.08.2025
6 min
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TORINO – Tenacia da veterano, grinta da fuoriclasse e voglia di imparare da talento arrembante. Il successo al Czech Tour strappato coi denti ha fatto arrivare Junior Lecerf con morale e convinzione alla sua seconda Vuelta e lo si vede dal fuoco che arde nei suoi occhi mentre si racconta.

La corsa spagnola è stato il primo Grande Giro della sua carriera dodici mesi fa, ma sembra che di tempo ne sia passato ben di più vista la sua incoraggiante crescita. Non bastasse questo, l’atteso ma pur sempre fragoroso addio di Remco Evenepoel al Wolfpack costringe la formazione belga a ricostruire la sua strategia per il futuro. Avere già in casa il promettente corridore originario delle Fiandre e che compirà 23 anni il prossimo 15 ottobre senza dubbio toglie qualche grattacapo. Anche perché Junior ha una voglia matta di mostrare tutte le sue doti senza troppi fronzoli.

Czech Tour, La vittoria di Lecerf a Dlouhé Strane: alle sue spalle Fancellu. Il belga è alto 1,69 e pesa 54 chili
Czech Tour, La vittoria di Lecerf a Dlouhé Strane: alle sue spalle Fancellu. Il belga è alto 1,69 e pesa 54 chili
Junior, arrivi alla Vuelta dopo un Czech Tour in cui hai lottato fino all’ultimo centimetro: come ti senti?

E’ stata una vittoria molto importante per me e per tutta la squadra. Sono stato davvero felice di vincere la seconda tappa a Dlouhe Strane e poi di tenere la maglia fino alla fine. E’ stata una splendida esperienza.

Anche perché i rivali, come ad esempio il tuo connazionale Uijtdebroeks, non mancavano…

Lui è davvero fortissimo, per cui riuscire a batterlo aggiunge qualcosa in più alla mia vittoria.

Parlando coi direttori sportivi, sai dirci quale sarà il tuo ruolo in questa Vuelta?

Non so ancora esattamente come mi muoverò, ma senza dubbio l’obiettivo è di provare a vincere una tappa, come avevo già provato a fare scorso anno. Se le sensazioni saranno buone, penso che sia un traguardo realistico e alla mia portata. Mi sono sentito bene al Czech Tour, per cui spero di continuare così. Vedremo come risponderanno le gambe, giorno dopo giorno.

Con che approccio stai correndo rispetto alla Vuelta 2024?

Ora so già come funziona e cosa aspettarmi. Sarà un bell’aiuto avere già nelle gambe una corsa da tre settimane e ho molta più fiducia nei miei mezzi rispetto allo scorso anno, vista anche la mia forma attuale. Sono pronto come non mai.

Il debutto di Lecerf in un Grande Giro fu la Vuelta del 2024: qui verso Baiona con Van Aert, belga come lui
Il debutto di Lecerf in un Grande Giro fu la Vuelta del 2024: qui verso Baiona con Van Aert, belga come lui
L’idea è di continuare a essere un uomo da Grandi Giri anche in futuro?

E’ difficile da dire, perché sono ancora giovane e devo ancora mettermi alla prova in tanti contesti differenti. Mi piacciono anche le corse a tappe più brevi, da una settimana o meno come si è visto al Czech Tour. Soltanto col tempo si capirà che tipo di corridore diventerò. E’ dura essere un uomo da classifica perché non puoi distrarti mai per evitare di perdere tempo nelle tappe nervose. Al tempo stesso, devi essere molto forte anche nelle cronometro, oltre che in salita.

Lo scorso inverno hai lavorato su qualche aspetto in particolare per migliorarti?

Ho cercato di essere più esplosivo. E poi adoro le salite, per cui ho lavorato molto su quell’aspetto, per rafforzarlo ulteriormente. A cronometro ho ancora margine, ma ci lavorerò nelle prossime stagioni per diventare più completo.

Hai un modello a cui ti ispiri?

Non ne ho uno nello specifico. Potrei dire Pogacar, anche se è vero che è uno dei miei rivali in corsa, ma senza dubbio c’è tanto da imparare da corridori come lui. Guai a paragonarmi a lui perché è di un altro pianeta e lo dimostra vincendo sia i Grandi Giri sia le classiche. Per quanto mi riguarda, cerco di focalizzarmi soprattutto su me stesso, cercando di migliorare anno dopo anno.

Ci racconti che cosa vuol dire crescere nel Wolfpack?

Mi trovo benissimo perché hanno sempre creduto in me sin dall’inizio. Sono felice di continuare la mia crescita e mi sento circondato da grandi compagni e da un ottimo staff per cui ci sono le prospettive per fare sempre meglio.

Gli under 23 italiani ricordano bene Lecerf: nel 2023, a vent’anni non ancora compiuti, vinse infatti il Piccolo Lombardia
Gli under 23 italiani ricordano bene Lecerf: nel 2023, a vent’anni non ancora compiuti, vinse infatti il Piccolo Lombardia
Quanto è dura perdere Evenepoel a partire dalla prossima stagione?

Remco è un bravissimo ragazzo, c’è sempre stata un’ottima connessione tra noi due. E’ stato un grande leader per noi e per la squadra è senza dubbio una perdita enorme, ma è stata una sua decisione e non ci si può far nulla.

Hai imparato tanto da lui?

Assolutamente sì. Ho degli ottimi ricordi, come ad esempio all’inizio di quest’anno, durante un camp a Sierra Nevada, in cui ci siamo divertiti molto insieme. E’ stato davvero un piacere e un onore correre in squadra con lui.

Quali sono le istantanee che hai in mente dell’Italia?

Ho corso spesso qui, mi ricordo soprattutto le due edizioni del Giro Next Gen che ho disputato (Lecerf ha anche conquistato il Piccolo Giro di Lombardia del 2023, ndr). Poi tutte le volte che ho visto il Giro d’Italia in tv, con tutte quelle persone a bordo strada. Anche stavolta, l’atmosfera delle prime tappe sul vostro territorio è stata davvero fantastica. Spero di tornare presto in futuro per il Giro d’Italia.

La tua salita preferita?

Il Teide. L’ho fatto tantissime volte in allenamento a Tenerife. La adoro come salita perché puoi farla da almeno quattro versanti differenti ed è una delle più alte d’Europa. Poi mi piace molto lo Stelvio, una salita mitica del Giro.

Presa la maglia del Czech Tour il secondo giorno, Lecerf l’ha portata a casa con 7″ su Uijtdebroeks e 8″ su Fancellu
Presa la maglia del Czech Tour il secondo giorno, Lecerf l’ha portata a casa con 7″ su Uijtdebroeks e 8″ su Fancellu
Il ciclismo è sempre stato il tuo sport sin da piccino?

Sì, anche se all’inizio facevo tantissima mountain bike e ciclocross. Entrambe sono state discipline fondamentali per la mia crescita tecnica, ma ora sono contento di essere pro’ e di correre su strada. Quando ero piccolo guardavo tutti i tre Grandi Giri in tv, soprattutto il Tour de France e sognavo un giorno di essere alla partenza di una di queste corse. E bello che sia diventato realtà come mi è già successo due volte alla Vuelta. 

Hai qualche hobby?

Ho sempre pochissimo tempo libero perché, quando ce l’ho, mi piace rilassarmi e stare con la mia fidanzata Emma, senza pensare troppo al ciclismo. Quando può viene a vedermi in corsa o durante i ritiri a Tenerife. L’aspetto anche quest’anno in una delle tappe, per cui non vedo l’ora.

La vittoria che serviva. Alzini si rilancia e punta all’azzurro in pista

25.08.2025
5 min
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Anche a noi Martina Alzini ha ridabito un concetto scritto in un suo post social: quando vinci è più facile ringraziare tutti. Sicuramente viene spontaneo farlo, avere tanti pensieri in testa e vedere tutto sotto un’altra luce, ma è altrettanto vero che la milanese della Cofidis quest’anno ha dovuto fare i conti con momenti sfortunati.

Il suo successo in Belgio all’Egmont Cycling Race Women di martedì scorso (in apertura foto Jens Morel) è il coronamento del supporto prodotto da tutte le persone che le sono state vicine, dalla squadra al Centro Sportivo Esercito fino agli amici. Dopo la caduta in pista a maggio, forse Alzini è riuscita a raddrizzare una stagione che aveva preso una piega non desiderata. Per la verità il morale non le è mai mancato ed è sempre stata equilibrata nei suoi concetti, però adesso può essere più serena e fiduciosa nel mirare ai propri obiettivi.

Alle spalle di Alzini si sono piazzate Uneken e Tonetti (foto Cofidis)
Alle spalle di Alzini si sono piazzate Uneken e Tonetti (foto Cofidis)
Martina questa vittoria ci voleva più per te che per le statistiche. Che sapore ha?

Sono arrivata a 28 anni (dice sorridendo, ndr) che ho conosciuto certe situazioni per la prima volta o tante cose nuove di me. Mi sono rotta la scapola ed è stata la prima volta che mi operavo qualcosa. Di conseguenza è stata la prima volta che facevo fisioterapia. Devo ringraziare la Cofidis che ancora una volta si è confermata una seconda famiglia. Sotto il lato umano mi hanno lasciato il tempo necessario per tornare a correre per bene. E al Tour de Pologne Women ho corso senza pressioni. Si vede che mi conoscono bene.

E qualche giorno dopo è arrivato subito un bel successo. Ci racconti quella giornata?

E’ stato tutto bello l’insieme di cose che ci ha portato alla vittoria. Io ho solo dovuto finalizzare. La capitana era Amalie (la ex iridata Dideriksen, ndr), ma è rimasta coinvolta in una caduta ad inizio gara e allora ha deciso di fare la regista per noi visto che correvamo senza radioline. Quando c’era da attuare il piano B, tutte le mie compagne hanno fatto il mio nome per puntare alla vittoria. La squadra sa che sono onesta quando so di stare bene o meno. Mi sono presa le mie responsabilità e in pratica ci siamo capite fra noi quasi senza parlarci.

Assieme a Martina ha fatto festa tutta la squadra. Le sue compagne hanno lavorato a fondo e lei ha finalizzato (foto Cofidis)
Assieme a Martina ha fatto festa tutta la squadra. Le sue compagne hanno lavorato a fondo e lei ha finalizzato (foto Cofidis)
Guardando le immagini, avete fatto un gran finale.

Sì, alla grande. Le mie compagne sono state bravissime perché hanno dato il massimo per me tirando a tutta per andare a chiudere sull’ultima fuggitiva quando ormai eravamo vicinissime al traguardo. A quel punto ho leggermente anticipato la volata sapendo che su un arrivo del genere posso esprimere al meglio la mia velocità. Ed è andata bene.

Confermi che è difficile vincere in qualsiasi gara?

So perfettamente che era una gara di classe 2, ma qualità e ritmo in corsa non sono mai mancati. Quando poi si corre in Belgio, non esiste una gara facile o di status minore. Avevo visto già tanta gente in Polonia, ma lassù c’è sempre una cornice di pubblico incredibile che esalta l’atleta. Comunque è sempre difficile gareggiare e vincere ovunque. Ad esempio alla Egmont ho fatto tanti miei record.

Questa vittoria è la riprova della considerazione che la squadra ha per Martina Alzini, giusto?

Credo che sia la dimostrazione che nella vita tutto torna. Sono sempre a disposizione delle compagne tutto l’anno e loro hanno fatto altrettanto per me. Ho ripagato il loro lavoro e la vittoria è stata una conseguenza, anzi la ciliegina sulla torta del nostro gruppo. A luglio ho fatto il ritiro in altura a Tignes con la formazione che avrebbe corso il Tour Femmes. Mi ha fatto piacere essere stata inserita in quella parte di squadra anche solo per accelerare la ripresa della condizione.

Abbiamo visto che hai avuto un pensiero legato a Privitera. Come hai vissuto la sua scomparsa?

Non conoscevo Samuele di persona, ma il suo incidente mi ha toccato profondamente. Facciamo tutti lo stesso sport e quando capitano questi episodi ti chiedi se ne valga la pena o meno continuare. Ho avuto modo poi di conoscere la sua fidanzata Vittoria (Grassi, ndr) che ha fatto quarta quando ho vinto io. Anche lei è una ragazza che arriva della pista, con un grandissimo talento e fa parte della nostra famiglia. Lei ha sofferto tantissimo. L’ho abbracciata quando l’ho vista perché immagino cosa abbia passato e come stia adesso. E’ vero che bisogna saper andare avanti, ma credo che dobbiamo fare qualcosa per il ciclismo. Ognuno di noi e tutti in generale. Queste morti non possono passare così senza che si provi a cambiare qualcosa.

Alzini è rientrata in gara al Tour de Pologne Women vinta dalla sua amica Consonni. Potrebbero ritrovarsi ai mondiali in pista
Alzini è rientrata in gara al Tour de Pologne Women vinta dalla sua amica Consonni. Potrebbero ritrovarsi ai mondiali in pista
Da adesso in avanti a cosa punterai?

Il mio programma è proseguito col Gp Van Impe, continuerà col Simac Ladies Tour ed altre gare tra Francia e Belgio. Il mio vero obiettivo però saranno i mondiali in pista a Santiago del Cile. Uno dei primi allenamenti che ho fatto dopo la caduta è stato proprio nel velodromo di Montichiari. Un po’ perché non ci sono le sollecitazioni che trovi in strada, un po’ perché la pista è il mio grande amore e volevo che fosse uno stimolo per guadagnarmi la convocazione in Sud America. La vittoria in Belgio mi ha dato tante nuove motivazioni.

Paret-Peintre, il re del Ventoux ha fiutato l’Angliru

25.08.2025
5 min
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TORINO – Se sei francese e arrivi a braccia alzate sul Mont Ventoux al Tour, la tua vita non sarà mai più la stessa. Valentin Paret-Peintre sa bene che quell’istantanea dello scorso 22 luglio rimarrà per sempre scolpita nella sua mente e nella storia dello sport transalpino. Però, al tempo stesso, non è nemmeno tipo da sedersi sugli allori e ha già nel mirino la prossima impresa.

Suo fratello maggiore Aurélien ne aveva predetto l’ascesa quando ancora non si era affermato al Giro ed aveva ragione, forse perché conosceva bene la sua caparbietà. Dopo la fuga vincente di Cusano Mutri nel 2024 e l’apoteosi in cima al colosso provenzale, ora il ventiquattrenne della Soudal-Quick Step è alla Vuelta con un solo obiettivo: chiudere il cerchio e imporsi anche nella corsa spagnola. Diventando così uno dei corridori capaci di trionfare in almeno una frazione in ciascuna delle corse di tre settimane. E visto che ama sognare in grande, Valentin fa l’occhiolino a un’altra salita mitica di questa edizione.

Sul Mont Ventoux, Paret Peintre ha avuto ragione di Healy con l’ultimo scatto
Sul Mont Ventoux, Paret Peintre ha avuto ragione di Healy con l’ultimo scatto
Valentin, quanto è cambiata la tua vita dopo la vittoria in una tappa così iconica al Tour de France?

In Francia è stato qualcosa di pazzesco, ma forse ancora di più per Paesi come il Belgio. Lì magari conoscono solo il Mont Ventoux o poche altre salite del Tour, per cui per loro ha un significato persino maggiore. La mia vita è cambiata moltissimo. Mentre mi alleno, mi è capitato che alcune volte qualche macchina mi abbia superato e si sia fermata a bordo strada solo per fotografarmi e devo dire che è davvero folle.

Ora che è passato un po’ di tempo, ci racconti a freddo che cosa ha voluto dire per te?

Ho provato spesso a pensare ad altro e a non rimanere troppo legato a quel giorno o alle vibrazioni positive che mi ha lasciato l’ultimo Tour de France, ma a volte è impossibile. Mi capita di vedere qualche video sui social, magari per caso, e quello che provo è ancora speciale, pure a distanza di settimane. E’ stato dieci volte più grande rispetto a vincere al Giro, anche perché non dovevo nemmeno correre il Tour e poi ero lì per aiutare Remco. Dopo il suo ritiro, ho avuto maggiore libertà, ma non avrei mai pensato di vincere una tappa al Tour nella mia vita, tantomeno di riuscirci così presto. 

Tuo fratello aveva detto che saresti arrivato e così è stato. E adesso?

Ora il mio obiettivo è di vincere anche alla Vuelta, così da entrare nel club ristretto dei corridori che sono riusciti a lasciare il segno in tutti e tre i Grandi Giri. Vincere al Giro o al Tour è stato davvero stupendo, forse stavolta sarà persino più facile, se posso dirlo. Non mi aspettavo di vincere così presto al Tour de France, per cui ora sono davvero convinto di avere le carte in regola per chiudere la mia personale trilogia.

Giro d’Italia 2024, a Cusano Mutri il filiforme Valentin Paret Peintre vince con 29″ su Bardet
Giro d’Italia 2024, a Cusano Mutri il filiforme Valentin Paret Peintre vince con 29″ su Bardet
Oltre a puntare alla vittoria di tappa aiuterai anche il tuo compagno di stanza Mikel Landa?

Con lui siamo grandi amici. Vediamo come si sentirà nei primi giorni e valuteremo se potrà puntare a un piazzamento nella classifica generale o se anche lui metterà nel mirino qualche vittoria di tappa. La prima settimana sarà cruciale per capire quale sarà la miglior tattica da adottare.

Hai messo nel mirino qualche frazione in particolare?

Alla Vuelta è tutto molto più aperto e bisogna cogliere ogni opportunità che si presenta davanti. Certo, non sarebbe per niente male vincere al Ventoux e sull’Angliru nello stesso anno, ma sarà dura riuscirci. 

Trovi che la Vuelta sia molto diversa dagli altri due Grandi Giri?

Sì, decisamente e l’ho già notato l’anno scorso. Devi sempre attivare la “modalità attacco” perché non si sa mai cosa può succedere, anche nelle tappe più piatte. E’ una lotta ogni giorno e ogni tappa può essere quella giusta.

Sei pronto all’accoppiata Tour-Vuelta dopo aver corso Giro e Vuelta l’anno passato?

Adoro le corse di tre settimane, sono il mio pane. Sono convinto di recuperare molto più velocemente rispetto a tantissimi altri e mi sento sempre benissimo nelle ultime frazioni. Nei Grandi Giri, mi guardo attorno e vedo tutti che sentono la fatica, mentre io miglioro giorno dopo giorno e mi automotivo. Questa è la cosa che mi piace di più.

Valentin Paret Peintre, classe 2001, è pro’ dal 2022: 1,78 per 52 kg da quest’anno è alla Soudal
Valentin Paret Peintre, classe 2001, è pro’ dal 2022: 1,78 per 52 kg da quest’anno è alla Soudal
Sei pronto anche per indossare la maglia della nazionale francese sul finale di stagione?

Devo dimostrare nella Vuelta quanto valgo e mi piacerebbe partecipare al mondiale, ma anche all’Europeo, visto che correremo in Francia, a circa due ore da casa mia. Entrambi i percorsi si addicono alle mie caratteristiche, per cui farò di tutto per essere selezionato. Ho parlato con Thomas Voeckler e lui è curioso di vedere come arriverò all’ultima settimana della Vuelta.

In generale, come ti sei trovato con la nuova casacca?

Devo dire che tante piccole cose sono cambiate rispetto al passato. Nel Wolfpack si parte sempre per vincere, in ogni corsa, e adoro quest’attitudine, che si addice di più a me. Ci prendiamo anche dei rischi per inseguire il successo a tutti i costi, mentre alla Decathlon AG2R non accadeva così. 

Tornerai al Giro l’anno prossimo?

Spero proprio di sì, è una corsa che adoro. La mia fidanzata vive sul versante francese del Moncenisio, per cui mi alleno spesso anche sul versante italiano e mi piace molto. Dopo il Tour, sono stato in Italia per alcuni allenamenti e mi è piaciuto che quasi ogni ciclista che mi ha incrociato mi abbia gridato: «Ehi, Paret-Peintre, complimenti!». E’ un po’ la mia seconda casa. Inoltre, qui c’è una grande conoscenza del ciclismo e lo si vede anche con questa partenza della Vuelta da Torino. Sono felicissimo di avere tanti tifosi italiani così calorosi.