Mondiali ed europei: straordinari in vista per Longo Borghini

29.08.2025
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Marco Velo sta seguendo il Tour de l’Avenir delle ragazze. Il conto alla rovescia dei mondiali è scattato da un pezzo. La recente apertura a un organico completo per le elite e (ad ora) la presenza di una under 23 nella gara a loro dedicata, rende l’osservazione del cittì molto dettagliata. Gli europei molto duri appena una settimana dopo impone una suddivisione attenta dei nomi, in base alle attitudini. Ma se Marco Villa può prevedere due gruppi distinti, per le ragazze la scelta è più obbligata e passa per un solo nome: quello di Elisa Longo Borghini.

«Beato lui che ha questa abbondanza – sorride Velo – io dovrò confermare l’80 per cento del blocco. Non ho tante ragazze per percorsi simili, per cui chi fa il mondiale sa che poi potrebbe fare anche l’europeo. Si rientra il lunedì mattina all’alba e chi fa la strada il mercoledì deve partire, perché il sabato si corre».

Velo è il cittì delle donne. Fino allo scorso anno era il tecnico delle crono: qui con Affini agli europei vinti ad Hasselt
Velo è il cittì delle donne. Fino allo scorso anno era il tecnico delle crono: qui con Affini agli europei vinti ad Hasselt
Si è detto che Elisa Longo Borghini sarà il nome di riferimento…

Le ragazze che fanno il mondiale sono state informate, però adesso è prematuro fare i nomi. Longo Borghini sarà il faro della nazionale, detto questo l’europeo e il mondiale hanno due percorsi che le piacciono tantissimo e che sono alla sua portata. Lei sa benissimo di avere questa responsabilità, ma è un’atleta che sa reggere queste pressioni. Lo ha dimostrato in tutti gli anni della sua carriera (in apertura l’arrivo della campionessa italiana nella Kreiz Breizh Elites Féminin vinta ieri a Callac, in Francia, ndr).

Chi corre la strada dovrà fare anche le crono? Longo Borghini non sembra intenzionata a farla.

Le cronometro da quest’anno sono una faccenda di Villa. Lei ad oggi non dovrebbe fare la crono, ma non so se Marco riuscirà a convincerla. Io non ho alcuna preclusione, perché arrivo dal settore crono. Con Marco ci siamo parlati e si arriverà alla decisione più giusta per tutti.

Che cosa sai del percorso della strada?

L’Europeo siamo andati a vederlo dopo la tappa di Valence al Tour, la seconda vinta da Milan. Per il mondiale invece non siamo andati, però sono riuscito ad avere dettagli precisi della salita. Non dico metro per metro, ma almeno cento metri per cento metri. Con Stefano Di Santo, l’ingegnere che fa le mappe del Giro d’Italia, abbiamo incrociato tutti i profili Strava della gara che hanno fatto sul percorso a inizio stagione e sono usciti dettagli delle salite del circuito finale. Le donne e gli under 23 lo faranno per undici volte. E’ un percorso duro, sono salite non durissime e non lunghe. Parliamo di 5-6 minuti, però una dietro l’altra, con un dislivello vicino ai 3.000 metri. Forse un po’ meno dei 3.200 che dichiara l’UCI.

Dopo aver annunciato di non voler correre il mondiale, Pauline Ferrand Prevot è tornata sui suoi passi
Dopo aver annunciato di non voler correre il mondiale, Pauline Ferrand Prevot è tornata sui suoi passi
E’ tanto più duro di Zurigo?

E’ disposto diversamente. Zurigo aveva salite più lunghe, queste sono più corte: sono 11 giri e quindi il dislivello è superiore. In più a Zurigo c’erano dei tempi di recupero maggiori. Quando arrivavi al lungolago, c’erano 4 chilometri di pianura. A Kigali è diverso, è molto più tecnico, più nervoso, oltre ad essere un mondiale lungo. Sono circa 165 chilometri.

La presenza di Pauline Ferrand Prevot è una brutta notizia oppure si poteva pensare che sarebbe venuta?

Forse non è il suo percorso, ma ho visto che nella prima tappa del Tour, ha accelerato ed è rimasta da sola. Se ci sarà una corsa dura, sarà una brutta cliente. Ci sarà da vedere se avrà recuperato dopo un Tour che secondo me per lei è stato estenuante. Il tempo per recuperare c’è tutto, però guardando gli uomini, non sempre chi è uscito dalla Vuelta al mondiale ha fatto la differenza. Il Grande Giro ti dà resistenza, ma ti toglie un po’ di potenza.

Per mondiali ed europei l’idea è di avere un solo leader o ci sarà un piano B?

Andremo con ragazze che hanno fatto bene altrove, ma è anche vero che al massimo livello non abbiamo grosse alternative al piano A. Sicuramente, come ho detto prima, la mia idea è quella di far correre tutte per una.

Silvia Persico, decisiva per il Giro di Longo Borghini, ha al suo attivo il bronzo ai mondiali 2022
Silvia Persico, decisiva per il Giro di Longo Borghini, ha al suo attivo il bronzo ai mondiali 2022
Più duro l’europeo oppure il mondiale?

Il mondiale non l’ho visto, se non su carta. Invece l’europeo è veramente duro. Sono due percorsi impegnativi, anche troppo, mentre secondo me bastava parlarsi e trovare un punto di incontro. Sapendo che ci sarebbe stato un mondiale tanto duro, si poteva immaginare un europeo che premiasse un altro tipo di corridore. Senza contare che se Pogacar li vincesse entrambi, nessuno vedrebbe la maglia di campione europeo. Forse non si sono resi bene conto della durezza dell’europeo. Quando siamo stati intervistati dopo il sopralluogo di luglio e abbiamo detto che ci è sembrato durissimo, ci hanno telefonato per dirci che avevamo esagerato.

Vine vince, Fortunato fiuta la vetta e punta al mondiale

28.08.2025
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C’era aria di fuga stamattina, spiega Lorenzo Fortunato, terzo sul traguardo di Andorra dopo un’azione lunga 162 chilometri. Una vita. C’è appena il tempo che la bandierina si abbassi e dalla testa del gruppo schizzano via i dieci che, ancora ignari, andranno a giocarsi la tappa.

La partenza è in salita sul Coll de Sentigosa (11,4 chilometri al 4,1 per cento) e ad avvantaggiarsi sono Vine, Castrillo, Vervaeke, Garofoli, Debruyne, Ryan, Shaw, Armirail, Traen e Fortunato. Traen, che indossa la maglia della Bahrain Victorious è quello messo meglio in classifica generale (58’’ dietro Vingegaard), poi Armirail, Vervaeke e appunto Fortunato (a 1’43’’). 

«Era una giornata brutta, di pioggia – racconta il bolognese della XDS Astana – perfetta per le fughe, anche perché Vingegaard voleva lasciare la maglia. A lui interessa averla a Madrid. Vine ha attaccato in discesa e non sono riuscito a seguirlo. Se proprio vogliamo dire, poteva starci un secondo posto. Era il primo arrivo in salita, volevo arrivare nei dieci e l’ho fatto, quindi sono soddisfatto. Bicchiere mezzo pieno, va bene così!».

La salita preferita di Vine

Fortunato dice bene: Vingegaard ha deciso di lasciar andare la maglia e così il vantaggio dei primi lievita fino ai 6’30”, quando la corsa entra ad Andorra e mancano 35 chilometri all’arrivo. E proprio mentre si scala l’Alto de la Comella e in testa al gruppo alcune squadre iniziano a forzare i tempi, Jay Vine decide di non voler rischiare e attacca prima dello scollinamento. Poi si butta in discesa come una furia. Quando si presenta ai piedi della salita finale, che è lunga 9,6 chilometri e ha pendenza media del 6,3 per cento, ha un minuto di vantaggio sugli inseguitori.

«Conosco queste strade abbastanza bene – spiega l’australiano del UAE Team Emiratesvivo appena sotto la collina e la Comella è la mia salita preferita in tutta Andorra. Normalmente mi sarebbe piaciuto rendere la corsa più dura, ma con il vento contrario è stato difficile convincere i ragazzi a fare di più. Così ho deciso di andare in cima e sfruttare la discesa bagnata. Ho pensato che fosse l’occasione per tentare ed è andata bene».

Il tempo che la tappa partisse e la fuga ha preso il largo. Dentro anche Garofoli e Fortunato
Il tempo che la tappa partisse e la fuga ha preso il largo. Dentro anche Garofoli e Fortunato

L’ombra dell’Angliru

Fortunato ci riproverà. Venerdì prossimo c’è una salita che lo chiama: l’Alto de Angliru. Per il corridore diventato celebre nel 2021 per la vittoria dello Zoncolan è un richiamo (quasi) irresistibile.

«Non ci ho mai corso – dice Fortunato – ho fatto altre gare nelle Asturie, però mai lassù. E’ una salita simile allo Zoncolan, però in un contesto di corsa totalmente differente. La gamba è simile a quella del Giro, anche se dopo Burgos non sono stato tanto bene. Però oggi andavo, ero lì davanti, quindi un po’ alla volta torno su. Oggi puntavo alla tappa però ho cercato di fare gli sprint per la maglia a pois risparmiando la gamba e ho preso un po’ di punti. Cerco di tenere il piede in più scarpe per il momento, poi vediamo con l’andare dei giorni come andrà».

Il sogno del mondiale

Andorra ha spiegato chi comanda: Almeida e Ayuso hanno già diviso il loro cammino. Ayuso viene staccato ai meno 6 dall’arrivo e scivola indietro a quasi 12 minuti, mentre Almeida resta davanti con Vingegaard e gli altri uomini della classifica che da stasera è rivoluzionata e chissà per quanto. Traen ha la maglia rossa con 31″ su Armirail e 1’01” su Fortunato, che guarda la Vuelta e intanto immagina anche scenari futuri. Anche perché le parole di Marco Villa sulle prossime nazionali lasciano più di uno spiraglio aperto.

«Intanto pensiamo alla Vuelta – dice infatti – poi spero di essere convocato al mondiale, vediamo come esco di qua. Adesso ho mal di gambe, ma dopo la tappa è normale: sono convinto di recuperare e fare la corsa anche domani. Sarà un’altra giornata dura e vediamo come andrà. Sarà difficile andare in fuga. Oggi sono riuscito perché avevo abbastanza distacco, domani parto da terzo il classifica e vediamo come andrà. Prendere la maglia rossa? Perché no… (sorride: alla Vuelta anche i sogni a volte si avverano, ndr)».

Il ritorno di De Lie e la forza di uscire dal momento buio

28.08.2025
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L’immagine del ritorno alla vittoria per Arnaud De Lie si divide in due momenti a distanza di pochi secondi, forse attimi. In quel breve lasso di tempo, superata la linea del traguardo di Leuven nell’ultima tappa del Renewi Tour, il Toro di Lecheret è tornato a incornare gli avversari. Nell’arena di casa i panni del torero li ha vestiti Mathieu Van Der Poel, il quale ha scelto la corsa a tappe belga come ultimo trampolino di lancio prima di andare a caccia del titolo iridato in mountain bike. 

Podio finale Renewi Tour 2025, vincitore Arnaud De Lie, secondo Mathieu Van Der Poel e terzo Tim Wellens (RhodePhoto)
Podio finale Renewi Tour 2025, vincitore Arnaud De Lie, secondo Mathieu Van Der Poel e terzo Tim Wellens (RhodePhoto)

La mente e le gambe

Una vittoria a testa per i due contendenti alla classifica finale e solamente tre secondi a separarli. De Lie ha vinto il Renewi Tour grazie agli abbuoni. Ma sarebbe meglio dire che non ha perso grazie alla grinta e alla voglia di soffrire oltre i limiti. Sull’arrivo dell’iconico Muur Geraardsbergen il belga è stato l’unico a tenere le ruote di Van Der Poel. Uno sforzo brutale che lo ha costretto a due minuti di totale apnea prima di tornare a sorridere (in apertura nella foto di RhodePhoto).

«Penso ci siano diversi aspetti da considerare – ci racconta Nikola Maes, diesse della Lotto Cycling che ha seguito la corsa in ammiraglia – nel periodo delle Classiche (dalle quali è stato escluso, ndr) De Lie non ha dato il meglio di sé. Ha fatto quello che doveva fare, ma se il corpo non è completamente pronto per l’allenamento e la mente non è al 100 per cento è quasi impossibile crescere fino alla forma migliore. E penso che avesse alcuni problemi personali che doveva risolvere. La squadra lo ha sostenuto in tutto, ma alla fine dei conti è il corridore che deve cambiare».

«De Lie – continua – si è assunto alcune responsabilità dopo quel periodo e ha capito cosa stesse succedendo, cosa stava andando storto».

L’attimo in cui De Lie realizza di essere tornato alla vittoria e di aver fatto suo il Renewi Tour (RhodePhoto)
L’attimo in cui De Lie realizza di essere tornato alla vittoria e di aver fatto suo il Renewi Tour (RhodePhoto)
E’ stato capace di ripartire…

De Lie è ancora un ragazzo giovane, è con noi da molto tempo ma ha solamente 23 anni e sta ancora imparando tanto. Si trova nella fase di apprendimento della sua carriera e ogni anno mette un tassello in più. A essere sinceri lo abbiamo visto tornare dal Tour de France con una mentalità nuova. Dopo le difficoltà della prima settimana ha ritrovato una grande forza mentale e la fiducia di credere in se stesso. Alla fine dei conti puoi parlare quanto vuoi, ma sono le prestazioni che ti danno la fiducia per vincere le gare o per competere di nuovo con i migliori. 

Cosa non stava funzionando?

È difficile individuare il problema. De Lie è un corridore, ma prima di tutto è una persona. In un periodo come quello delle Classiche tutto deve funzionare al meglio prima di andare a fare certe corse. Durante l’inverno non era tutto al 100 per cento. Arnaud (De Lie, ndr) voleva essere al meglio, non possiamo dire che fosse carente o che se la prendesse comoda. Ha lavorato sodo ma non ci sono garanzie, non è con la scienza che ottieni tutto, ci sono anche aspetti umani da considerare. 

Il Toro di Lecheret si era già lanciato in uno sprint nella prima tappa arrivando secondo alle spalle di Merlier (RhodePhoto)
Il Toro di Lecheret si era già lanciato in uno sprint nella prima tappa arrivando secondo alle spalle di Merlier (RhodePhoto)
Era una questione di testa?

Penso che la parte mentale abbia avuto un ruolo, sicuramente. Perché alla fine è il pulsante del motore che ti farà performare o meno. Il suo stato mentale in quel momento non era al massimo, ed era una cosa che doveva risolvere principalmente da solo. Posso solo congratularmi con lui per averlo capito e per il modo in cui ha ritrovato la concentrazione, la fame e la voglia di lavorare sodo per un obiettivo. Se mi chiedete cosa è andato storto non lo saprei dire, è più complesso di un semplice errore di programmazione.

Come siete ripartiti dopo quel momento buio?

Lo abbiamo affidato a un nuovo allenatore, è passato da un preparatore esterno ad allenarsi con Kobe Vermeire, uno dei membri del nostro staff. Non avevamo dubbi sulle qualità dell’atleta, ma sapevamo che sarebbe stato un lavoro a metà. Solo ripartendo da zero avrebbe potuto raggiungere un certo livello. Al Tour è scattata la molla e ha avuto la conferma che la strada intrapresa era quella giusta. Vedere De Lie migliorare durante una corsa a tappe difficile come il Tour ci ha fatto capire che ha qualità incredibili. E se non fa nulla di anormale, direi che riuscirà sempre a risalire la china. E questo è anche ciò su cui ha puntato la squadra.

Sul muro di Geraardsbergen De Lie è stato l’unico a resistere ai colpi di Van Der Poel
Perché si è cambiato preparatore?

Lo scorso anno c’erano alcuni problemi con l’allenatore interno al team che lo seguiva, così gli abbiamo dato fiducia nel trovarne uno esterno. Tutto stava andando bene, però la squadra vuole avere un certo controllo sui suoi corridori, soprattutto quelli di primo piano. Nel periodo delle Classiche abbiamo fatto una bella chiacchierata con De Lie e, in accordo con lui, abbiamo cambiato. Questo non vuol dire che si riparte da zero, la sua crescita e il suo cammino sono continuati.  

L’arrivo a Geraardsbergen e la vittoria a Leuven ci hanno mostrato un De Lie di nuovo capace di sostenere certe sfide…

Dopo quelle due giornate ha avuto un momento di “decompressione”. Specialmente al termine del Renewi Tour, a Leuven. De Lie ci ha sempre abituati a buoni risultati, anche durante questa stagione, ma gli avversari al Renewi Tour erano di un’altra caratura, pensiamo al solo Van Der Poel. Sul muro di Geraardsbergen ha tenuto botta e nell’ultima tappa ha vinto. Arnaud nella sua forma migliore può competere al livello di quei corridori.

Eccoli i due contendenti alla vittoria finale che se ne vanno, alle loro spalle spunta Wellens (foto Rhode Photos)
Eccoli i due contendenti alla vittoria finale che se ne vanno, alle loro spalle spunta Wellens (foto Rhode Photos)
Torniamo a marzo, quando lo avete fermato, ti saresti mai aspettato di rivederlo davanti così presto?

Sì. Ed è quello che hanno detto i miei colleghi durante il Tour. Lo stato mentale di De Lie era ripristinato, avevamo di nuovo il vecchio Arnauld: che ride, che si sente bene, ascolta, dà suggerimenti e parla molto. Era completamente diverso da quello che avevamo visto durante le Classiche. 

E’ tornato se stesso?

Definirei quei comportamenti come tipici di un corridore che si sente bene nel proprio corpo rispetto a uno che si sente perso. Qualsiasi atleta che non si sente al meglio tenderà a isolarsi, smetterà di comunicare, di ridere e diventerà più introverso. Quando l’ho rivisto ad Amburgo era un ragazzo, anzi un uomo diverso. Aveva recuperato la concentrazione. 

Non è un caso che De Lie sia tornato al successo sulle strade di casa, dove ha ritrovato l’abbraccio del proprio pubblico (RhodePhoto)
Non è un caso che De Lie sia tornato al successo sulle strade di casa, dove ha ritrovato l’abbraccio del proprio pubblico (RhodePhoto)
Il fatto che sia tornato alla vittoria sulle sue strade, in Belgio, non può essere un caso…

Ha un ottimo rapporto e un ottimo feeling con questo tipo di gare. E l’intera corsa ruotava attorno alle tappe di Geraardsbergen e Leuven. C’è da dire che lo scorso anno, proprio a Geraardsbergen, aveva vinto. Mentalmente il legame con la gara c’era già, oltre al fatto che gli addice. Essere riuscito a battere rivali di altissimo livello come Van Der Poel e Wellens non farà altro che dargli più fiducia e confermargli che nei suoi giorni migliori può competere con questi corridori. Inoltre c’erano i suoi genitori e la sua fidanzata a seguirlo, questo ha giocato un ruolo importante. 

Ora però serve mantenere la concentrazione.

Saprà farlo, abbiamo ancora alcune gare importanti come Bretagne Classic, Quebec e Montreal. Sono abbastanza fiducioso che la sua concentrazione rimarrà buona e adeguata fino alla fine della stagione.

I primi nomi e la MBH Bank prende forma: il progetto di Bevilacqua

28.08.2025
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Notizie che escono a strappi, per assecondare strategie di comunicazione più o meno efficaci. Così ad esempio per raccontarvi la storia di Fiorelli alla Visma-Lease a Bike abbiamo dovuto attendere più di un mese e altri articoli sono pronti in attesa del semaforo verde. La nascita della professional MBH Bank-Ballan-CSB è un work in progress che ogni giorno si arricchisce di nuovi tasselli. Martedì ad esempio è uscita la notizia dell’ingaggio di Masnada, Persico e Fancellu, come durante l’estate era filtrato il ritorno di Fabio Felline. Doppio ritorno per lui: in gruppo dopo un ritiro di cui era poco convinto e nel gruppo di Villa d’Almè da cui era arrivato al professionismo.

La MBH Bank-Ballan-CSB sarà una professional affiliata in Ungheria, che ha dovuto pedalare in salita per due anni prima di vedere la luce. Lo scopo di Antonio Bevilacqua e del suo team è sempre stato dall’inizio quello di portare al professionismo i giovani cresciuti nella continental, recuperando semmai qualcuno di quelli che, usciti dal loro vivaio, fosse in scadenza di contratto. Ne parliamo con Bevilacqua, per un primo punto che immancabilmente si aggiornerà nelle prossime settimane.

Antonio, finalmente si parte?

Dovevamo farlo già dallo scorso anno, però non c’erano i tempi giusti. Abbiamo fatto le cose più con calma e adesso partiamo. L’intenzione era sempre di continuare con una realtà giovane, come abbiamo sempre fatto e inserendo qualche corridore di esperienza, possibilmente fra quelli che hanno già corso con noi.

Avevate un elenco oppure avete visto chi c’era sul mercato?

Abbiamo cercato chi era in scadenza di contratto, tenendo anche conto delle nostre possibilità. Non possiamo pretendere di prendere Ganna e Consonni, oppure Ciccone. Il momento è difficile, il sistema dei punti rende tutto complicato, ma cercheremo di entrare in punta di piedi e di crescere piano piano.

Persico è giovane ed ha i suoi margini, Masnada ha attraversato stagioni difficili, che cosa ti aspetti?

Fausto ha avuto sempre dei problemi. Soprattutto quelli al sottosella, ma si è operato e adesso è a posto. Per noi sarà un faro, in più abita vicino a noi ed è un bravissimo ragazzo. Sicuramente sarà fondamentale anche in corsa per i giovani. Questo è l’obiettivo. Col tipo di corse che faremo, potrebbe anche essere competitivo, ne sono sicuro.

Quest’anno Persico corre nella Wagner Bazin WB, nel 2024 con la Bingoal aveva vinto al Tour of Qinghai Lake
Quest’anno Persico corre nella Wagner Bazin WB, nel 2024 con la Bingoal aveva vinto al Tour of Qinghai Lake
Ci sarà anche Felline: è utile, avendo una squadra giovane, avere qualcuno che sappia come muoversi?

E’ importante, anche se qualche corsa l’abbiamo già fatta anche noi. Il nostro sarà un calendario un po’ diverso, non andremo a fare il Delfinato, il Giro di Svizzera o la Terreno-Adriatico, quindi il prossimo anno sarà un primo passo per crescere. E’ un’esperienza nuova, qualcosa che io ho già vissuto, però intanto partiamo e vediamo di affrontare questo salto nel migliore dei modi.

Alcuni fra i vostri attuali under 23 passeranno nella nuova squadra?

Stiamo vedendo, però la maggior parte sì. L’obiettivo era quello di portare per primi loro. Nespoli a dire la verità è stato richiesto anche da un’altra squadra, ma confido che rimanga. Come lui c’è Bracalente e anche Chesini e Masciarelli, che ha vinto il Liberazione e si è meritato l’occasione. La nostra realtà è giovane, sono ragazzi di valore e quindi gli diamo la possibilità di continuare. Ovviamente avremo anche 4-5 ungheresi, perché lo scopo dello sponsor è far crescere anche loro. In tutto dovremmo arrivare a 20 corridori.

Quale livello hanno questi ragazzi ungheresi?

Ne abbiamo uno giovane, molto forte, che ha fatto quinto al Liberazione e si chiama Takács Zsombor Tamás. Lui ha numeri veramente buoni. Fa cross e mountain bike, sono sicuro che possa fare qualcosa di buono. Ce ne sono altri due buonini che seguiremo proprio per sviluppare il ciclismo ungherese. Si era provato anche a prendere qualche grosso nome come Attila Valter, ma i tempi non sarebbero stati maturi e abbiamo preferito fare un passo per volta.

La vittoria al Liberazione – dedicata al papà di Gianluca Valoti – vale un posto anche per Masciarelli (foto Simone Lombi)
La vittoria al Liberazione – dedicata al papà di Gianluca Valoti – vale un posto anche per Masciarelli (foto Simone Lombi)
Continuerete con le biciclette Cinelli?

Stiamo definendo, ma probabilmente sarà così. Siamo insieme da cinque anni, ci hanno trattato sempre bene e vogliono crescere. Stiamo definendo proprio in questi giorni.

Ci saranno altri professionisti che potrebbero entrare in ballo?

Onestamente penso di sì, ma ci siamo imposti di aspettare. Sono sicuro che fra un po’ di tempo ci sarà qualche nome di peso che avrà la curiosità di venire a vedere. La fusione fra Intermarché e Lotto o il futuro della Arkea provocherà degli assestamenti e magari arriverà qualche bel nome che potremo prendere. Abbiamo parlato anche con Verre, poi ci siamo fermati. Non abbiamo dieci posti da riempire, saranno cinque, per cui vale la pena aspettare ancora un po’.

Cosa ricordi del tuo primo anno fra i professionisti con il Team Colpack assieme a Stanga?

Che andammo al Giro e vincemmo una tappa, lottando anche con le unghie. Adesso è tutto diverso, ma ci tengo a dire che abbiamo sempre lavorato bene. Saremo un bel gruppo, con Valoti, Di Leo, Martinelli, Miozzo e il sottoscritto in ammiraglia e un altro forse in arrivo. Abbiamo gli allenatori e la nutrizionista. Sarà un’avventura e noi ci proviamo, ma con un’accortezza.

Bevilacqua assieme a Davide Martinelli: con Di Leo e Miozzo formano la struttura tecnica della MBH Bank-Ballan-CSB
Bevilacqua assieme a Davide Martinelli: con Di Leo e Miozzo formano la struttura tecnica della MBH Bank-Ballan-CSB
Quale?

A livello mentale vorrei che almeno all’inizio fosse una squadra come una volta, in cui il clima sia familiare e il rapporto umano. Non voglio comunicare con le mail e non vedere mai i corridori. Faremo il nostro calendario, che sarà popolato spero delle corse italiane, quelle che abbiamo già fatto. Il Giro d’Abruzzo, il Coppi e Bartali, la Milano-Torino. Adesso faremo il Toscana, Peccioli, l’Emilia. C’è tutto quello che serve, ma magari conviene che ci risentiamo. Vedrete che qualcosa di nuovo verrà fuori di sicuro.

Addesi e l’idea di una speciale domenica paralimpica

28.08.2025
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Quella di domenica è stata una “prima” storica, che potrebbe rivoluzionare anche una certa cultura ciclistica imperante nel nostro Paese. Al GP Colli Rovescalesi, classica internazionale per Elite e U23 in terra pavese, si è presentata al via anche la nazionale paralimpica, al suo ultimo test prima dei mondiali di Ronse (BEL) che prendono il via proprio oggi. Mai in passato c’era stata questa commistione e la cosa, al di là dei risultati, ha fatto certamente notizia.

Quella di domenica a Rovescala è stata una prima assoluta per il ciclismo paralimpico. Prima di una serie?
Quella di domenica a Rovescala è stata una prima assoluta per il ciclismo paralimpico. Prima di una serie?

Alla vigilia delle gare titolate, il cittì Pierpaolo Addesi rivive quella che è stata un’esperienza forte, che personalmente ha voluto profondamente: «L’idea è nata dal fatto che le categorie C4 e C5 all’estero fanno abitualmente queste gare, per noi invece è una novità a cui non siamo abituati, anche perché fuori dai nostri confini molti corridori paralimpici sono all’interno di squadre Continental. Quando poi andiamo a gareggiare con loro abbiamo sempre difficoltà perché i ritmi sono diversi, l’approccio alla gara è diverso. Troviamo una concorrenza molto più allenata. I chilometraggi sono aumentati, le altimetrie anche. Questo tipo di gare sicuramente mi permettono di preparare meglio i ragazzi. Ci avevo già pensato lo scorso anno, ma devi anche avere il materiale umano giusto».

Nella squadra presentata a Rovescala e quindi ai mondiali, avevi invece gente abituata a questi confronti…

Sì perché il mio impegno è quello di trovare nuove leve, di fare proprio una propaganda, di cercare di reclutare il più possibile. E sto avendo un buon riscontro. Ci sono anche altri ragazzi che adesso non sono qui al mondiale, che però comunque ho già coinvolto in qualche ritiro federale e che dal prossimo anno sicuramente entreranno a far parte della rosa. Ragazzi di livello, Devo dire grazie al Consiglio Federale che ha appoggiato questa mia proposta e agli organizzatori che sono stati molto disponibili, con un’accoglienza bellissima.

Il gruppo azzurro impegnato da oggi fino a domenica alla rassegna iridata di Ronse
Il gruppo azzurro impegnato da oggi fino a domenica alla rassegna iridata di Ronse
Con che obiettivi vi siete presentati al via?

L’obiettivo era allenarsi e il fatto che 3 su 5 abbiano finito la gara è un ottimo segnale, anche perché gli altri due li abbiamo fermati noi non ritenendo necessario arrivare al termine, ma anzi sarebbe stato dannoso vista la differenza di chilometraggio. Quel che si è visto è che avevano tutti quei ritmi rimanendo comunque nel gruppo, quindi hanno onorato al meglio l’impegno.

Quanto cambia per i ragazzi gareggiare solo in prove paralimpiche e invece gareggiare in una gara del genere?

C’è un abisso. Ho sempre detto che per creare un gruppo di ciclisti dobbiamo metterli anche nelle condizioni di potersi preparare al meglio. Non nascondiamoci che comunque parliamo sempre comunque di atleti lavoratori. Stacchiotti ad esempio è in cantiere tutto il giorno. In una gara paralimpica c’è un numero molto più ristretto di corridori, quindi è meno stimolante.

Giacomo Salvalaggio, già Elite dell’Uc Pregnana in gara questa volta con la nazionale paralimpica
Giacomo Salvalaggio, già Elite dell’Uc Pregnana in gara questa volta con la nazionale paralimpica
Un esperimento che avrà un seguito?

Io dico che è solo la prima, queste gare a me serviranno per far diventare il settore ancora più competitivo. Spero vivamente che questo sia stato l’inizio di una lunga serie di questi appuntamenti, perché per noi è fondamentale in una programmazione di allenamento di un macrociclo, per prendere il ritmo e per avere un approccio completamente diverso alla gara. Io dico si è aperto un nuovo capitolo del paraciclismo.

Per gente come Totò e come Stacchiotti la gara di domenica era quasi ordinaria amministrazione. Per gli altri?

Anche Di Felice e Salvalaggio hanno abitudine a questi contesti, anzi soprattutto quest’ultimo fa attività normale. Un po’ diverso il discorso per Tarlao, che certamente non è un ciclista professionista, lavora come bancario, ma ha dimostrato di avere un gran motore, perché ha concluso i 5 giri tranquillamente. Andando avanti così, il livello lo alzeremo tanto anche noi. Io guardo in prospettiva, si sono avvicinati molti ragazzi, anche nomi importanti che non voglio svelare. E devo dire grazie anche voi media che vi occupate di noi: c’è un ragazzo che proprio leggendo di noi sulle vostre pagine mi ha contattato per provare…

Il GP Colli Rovescalesi ha premiato alla fine Marco Palomba della Padovani (foto Rodella)
Il GP Colli Rovescalesi ha premiato alla fine Marco Palomba della Padovani (foto Rodella)

Per Stacchiotti un ritorno al passato

Tra i protagonisti di questo evento storico anche Riccardo Stacchiotti, che ha rivissuto esperienze ormai perse nella memoria: «L‘ultima gara disputata tra i dilettanti l’ho fatta nel 2013, anche per questo l’idea mi stuzzicava. Tornare ad attaccare il numero in una categoria molto competitiva, non mi dispiaceva affatto, anche se temevo di non reggere i ritmi, visto che il livello si è alzato ulteriormente. Quindi diciamo che c’era curiosità e anche un po’ di apprensione».

Cinque di voi con la maglia azzurra: come vi vedevano gli altri?

E’ stato bello veramente presentarsi con le maglie azzurre, fa sempre un certo effetto e ho visto che nelle squadre che ci hanno visto arrivare, destavamo tanta curiosità. Soprattutto quando si sono accorti che eravamo pienamente competitivi, penso che sia stata una bella scoperta per tutti. Anche il pubblico ci ha sostenuto, io non ho visto alcun preconcetto, c’era un appoggio pieno e quel calore che la maglia azzurra sempre suscita.

Stacchiotti è in piena crescita, dopo il bronzo conseguito in Coppa del mondo a Maniago
Stacchiotti è in piena crescita, dopo il bronzo conseguito in Coppa del mondo a Maniago
Tu sei uno di quelli più esperti da questo punto di vista, i vostri avversari come vi hanno accolto in gara?

Ho visto un’enorme rispetto verso di noi, un mio compagno nazionale che conosceva un po’ più l’ambiente mi raccontava che gli andavano a chiedere se pure noi potevamo fare classifica, quasi impauriti perché ad esempio io e Totò avevamo un passato da professionisti. Devo dire che questo rispetto nei miei confronti e nei confronti dei miei compagni mi ha fatto davvero piacere.

In base alla tua esperienza, il fatto di gareggiare tra i normodotati può essere davvero un aiuto?

Sicuramente e spero che sia l’inizio di una lunga serie di esperienze perché si alza il nostro livello atletico e di corsa in generale. Dobbiamo proseguire su questa strada…

Il tetris di Villa tra l’Africa e la Francia: nasce l’Italia

28.08.2025
6 min
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Tornato con soddisfazione dai mondiali juniores su pista, in cui ha affiancato Salvoldi e Bragato, Marco Villa adesso fa rotta verso il doppio impegno dei mondiali e degli europei su strada. Il Rwanda e la Francia chiamano corridori resistenti e forti in salita. Ma mentre per la spedizione africana bisognerà che alla crono (ugualmente dura) pensi chi poi farà anche la strada, nella sfida europea la prova contro il tempo sarà per specialisti e sarà possibile prevedere un avvicendamento.

Tiberi ha esordito al mondiale pro’ lo scorso anno a Zurigo. Ora è alla Vuelta: secondo Villa dovrebbe pensare di più alle classiche
Tiberi ha esordito al mondiale pro’ lo scorso anno a Zurigo. Ora è alla Vuelta: secondo Villa dovrebbe pensare di più alle classiche
Si è molto ragionato, la conclusione è che il gruppo mondiale e quello europeo non saranno identici?

No, non saranno due gruppi uguali. Quando due mesi fa ebbi il primo contatto con Ciccone, mi disse che a lui il mondiale capitava bene, dopo la Vuelta, però poi aveva Emilia e Lombardia nel programma (i due sono insieme in apertura al Tour of the Alps, ndr). E l’Emilia si corre il giorno prima dell’europeo, quindi non si riesce.

Hai già in testa le due rose diverse?

Col mondiale mi ero mosso, con gli europei mi sono detto che avrei potuto aspettare anche la Vuelta. Inizialmente per il Rwanda sembrava che avremmo avuto cinque nomi ed era abbastanza facile individuarli. Dovevo tenere presente che due di loro dovevano essere cronoman e serviva anche il terzo per fare il Team Relay. Quindi solo due sarebbero stati stradisti puri, ma avrei avuto cronoman in grado di dare una mano su quel percorso. Adesso invece la prospettiva è di avere sette o anche otto nomi, quindi qualcuno che a malincuore avrei dirottato sull’europeo, ora potrei tirarlo dentro.

Quando ci sarà l’ufficialità?

Un meeting tra presidente, segretario generale, Amadio e il vicepresidente è stato fatto a Torino sabato mattina, prima della partenza della Vuelta. Qualcosa hanno già deciso e preventivato, però probabilmente si dovrà passare per il Consiglio federale. In attesa, a me è stato comunicato che c’è la volontà di aprire ad altri atleti.

Recuperare Caruso è l’auspicio di Villa: dipenderà dalla sua possibilità di tornare in condizione
Il Giro ha dato a Caruso il quinto posto e un grosso carico di soddisfazione personale
Per il tuo primo mondiale su strada l’idea è di avere un leader unico?

Con cinque corridori il discorso sarebbe stato diverso, ma l’idea rimane, perché Ciccone ha dimostrato che su certi percorsi sa vincere, sa provare a vincere. Non nascondo che farei fatica a definire Tiberi un gregario. Ad Antonio ho detto che mi piacerebbe portarlo come seconda punta. Però, secondo me, corre poco nelle prove di un giorno. Anche in funzione del fatto che i prossimi tre mondiali hanno tutti caratteristiche simili, mi piacerebbe formare un gruppo e Tiberi potrebbe essere la figura del campione che deve acquisire esperienza correndo i mondiali e altre corse di un giorno. Ad ora si concentra tanto sulle corse a tappe, ma con le sue caratteristiche potrebbe perfezionare un po’ l’attitudine alle prove singole.

Pensi di poter recuperare Caruso dopo la caduta per cui ha saltato la Vuelta?

Inutile nascondere che Caruso come regista ha trovato il pieno consenso anche da parte di Ciccone. Sono amici e si fida, in più Caruso in squadra è l’uomo spalla di Tiberi. Sarebbe l’uomo giusto per quel ruolo. Adesso vediamo quello che si può fare. Ci siamo sentiti e mi è sembrato di capire dall’entourage della squadra che ci sia margine per lavorare in questi giorni. Gli ho dato 7-8 giorni in cui capire se riesce ad allenarsi, se riesce a ritornare e fare qualche gara, nel calendario italiano, forse anche il Canada. Io mi fido perché ha grande personalità e ha dimostrato di sapersi allenare. Quando abbiamo parlato, mi disse che sarebbe venuto, ma dopo due mesi senza correre, era curioso di vedere come sarebbe rientrato a Burgos. E’ andato e ha vinto.

Quanto è brutta la frattura della mano?

Il giorno dopo è andato in bici, riusciva a tenere il manubrio in una certa posizione, ma non a fare tutto quello che può capitare in gruppo durante una gara. E così ha rinunciato. Per questo penso che possa allenarsi e magari in 10-12 giorni possa tornare a correre. L’ho trovato molto determinato, entusiasta del ruolo che gli ho dato e di questa possibilità di maglia azzurra. Per questo ci spero anche io fino alla fine.

Pellizzari, al pari di Tiberi, ha bisogno di esperienza nelle corse di un giorno: Villa lo vorrebbe a Kigali
Pellizzari, al pari di Tiberi, ha bisogno di esperienza nelle corse di un giorno: Villa lo vorrebbe a Kigali
I tre cronoman che farebbero anche la strada sono Cattaneo e Sobrero, con l’aggiunta di Tiberi?

Esatto. I primi con cui ho parlato sono questi. Sobrero inizialmente avrebbe dovuto fare il Tour, ma è andato al Polonia ed è andato forte e adesso sta facendo bene alla Vuelta. Lui e Cattaneo possono dare una mano anche su strada, perché vanno forte in salita. Tiberi l’anno scorso non sembrava tanto dell’idea di fare il Team Relay, vediamo se cambia opinione. Al momento è tutto concentrato sulla Vuelta e non voglio stressarlo più di tanto. Abbiamo la coincidenza che la cronometro è per scalatori, perché se fosse stata veloce e avessi portato un Ganna, su strada avrebbe potuto aiutare poco. Invece agli europei la crono è per specialisti e la strada per scalatori, ma siamo vicini e si possono fare due gruppi che si interscambiano, così costi e stanze in hotel restano invariati.

Se avessi qualche posto in più per il Rwanda, Pellizzari sarebbe un nome da aggiungere?

Pellizzari era già una richiesta di sacrificio che avevo chiesto alla Federazione e ad Amadio che l’avrebbe portata avanti, per un discorso parallelo a quello di Tiberi. Abbiamo tre mondiali duri e Pellizzari è un altro che in questi tre anni può crescere, ci può far comodo e può diventare un leader. Mi piacerebbe già a questo mondiale. Abbiamo parlato, era un po’ titubante.

Come mai?

Abbiamo parlato dei vaccini e del livello degli ospedali, gli ho detto che l’UCI ha dato delle garanzie precise. Era il periodo dell’incidente di Baroncini, comprensibile che esitasse. Infatti poi si è tranquillizzato e mi ha dato l’okay per esserci. Adesso aspettiamo di avere i numeri definitivi, ma almeno per il sesto già ci sto lavorando.

Cattaneo, terzo agli europei crono 2024, è uno dei candidati di Villa a strada e prova contro il tempo ai mondiali
Mattia Cattaneo, terzo agli europei crono 2024, è uno dei candidati a strada e prova contro il tempo ai mondiali
Se il blocco del mondiale non si può replicare agli europei, qual è l’orientamento?

Mi piacerebbe fare un blocco XDS-Astana. Ulissi, Scaroni, Lorenzo Fortunato, Velasco, Conci sono tutti atleti che sto tenendo d’occhio. Stiamo valutando anche con Ganna, anche perché Cattaneo e Sobrero rientrano martedì dal Rwanda e la crono c’è di mercoledì e il team relay il giovedì. Affini mi ha chiesto di non considerarlo perché gli nasce la bimba, così per la crono ho allertato Lorenzo Milesi. Tornando alla strada, mi piace come si sta muovendo Frigo, da capire se per mondiale o europei, come pure Aleotti. Quello che cambia, se andiamo al mondiale in più di sei, è che qualcuno della strada potrebbe correre anche l’europeo. Ci sono 4 giorni dal rientro e magari c’è lo spazio per recuperare.

Hai una scadenza per dare i nomi?

Non c’è un termine come per le Olimpiadi, ma certo servono i nomi per i biglietti aerei. Per cui aspettiamo le conferme sul numero effettivo e poi tirerò fuori la squadra.

Il rock della Jayco. Il chitarrista Maceroni “suona” le Giant

27.08.2025
6 min
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Nel popolare vocabolario ciclistico si è pensato tante volte che la bici fosse uno strumento per “suonare” gli avversari, ma mai ci si è immaginati che potesse essere suonata e messa in musica. Mai prima di quest’anno quando Giulio Maceroni, chitarrista e compositore professionista tra rock e sport, ha prodotto una sorta di colonna sonora della Jayco-AlUla attraverso le bici Giant ed i relativi materiali.

Non è una novità per il team WorldTour australiano un’operazione del genere che già in passato aveva creato clip musicali originali coinvolgendo i propri corridori e il proprio staff. Nel 2012 l’allora Orica-GreenEdge fece un video sulle note di “Call me maybe” di Carly Rae Jepsen, il singolo più venduto di quell’anno con oltre 12 milioni di copie. La stagione successiva registrò un altro docu-video musicale durante il Tour de France (per dirvi quanto più tempo e meno pressione c’erano rispetto ad oggi per alcune cose) interpretando la celeberrima “You Shook Me All Night Long“ degli AC/DC come tributo alla rock band australiana.

Certo, quella che stiamo per raccontarvi è una chicca, qualcosa di nicchia se volete, che probabilmente esce dai binari classici sui quali viaggiamo. Però può valerne la pena conoscerla perché è una storia che potrebbe aiutare il ciclismo a diventare più trasversale anche per chi non ne mastica abitualmente.

Al Tour 2013 Gerrans in maglia gialla fu uno dei protagonisti del video-tributo agli AC/DC (fotogramma YouTube)
Al Tour 2013 Gerrans in maglia gialla fu uno dei protagonisti del video-tributo agli AC/DC (fotogramma YouTube)

Con Copeland sui Campi Elisi

L’amicizia nata qualche anno fa tra Maceroni e Brent Copeland attraverso un evento del Como Calcio ha portato i suoi frutti. Il performer comasco compone musiche e sigle per Sky Sport, videogiochi, Superbike e tanto altro nel mondo sportivo. Ci voleva qualcosa anche nel ciclismo e col general manager della Jayco-AlUla c’è stata subito intesa.

«Sapete – racconta Copeland – che cerchiamo sempre di fare qualcosa di diverso a livello di marketing e comunicazione. Vi ricordate quando al Tour avevamo portato le nostre chitarre elettriche gonfiabili da far suonare a corridori e tifosi? Alcune immagini sono rimaste famose (alludendo a Gerrans in maglia gialla che finge di suonarla, ndr).

«Considerate che queste – va avanti – sono il genere di cose per cui impazzisce Gerry Ryan, il nostro proprietario (e facoltoso uomo d’affari, ndr). E’ appassionato di arte, di teatro e soprattutto suona il pianoforte elettrico in un gruppo locale come hobby. Non appena gli ho accennato di questo progetto, ha detto di sì ed ha voluto restare aggiornato».

«Giulio poi ha fatto un capolavoro con la testa dell’artista – conclude Copeland – Così abbiamo pensato di portarlo in Francia anche perché c’era anche Ryan. Giulio si è esibito nella nostra hospitality che avevamo sui Campi Elisi. C’erano anche alcuni dirigenti di Giant che hanno apprezzato tantissimo e che vogliono fare qualcos’altro di così originale anche prossimamente. Ci ritroveremo presto per decidere cosa fare».

Giulio le esibizioni ciclistiche sono poi proseguite, giusto?

Esatto. Il video della musica della Jayco-AlUla ha avuto molte visualizzazioni e gli organizzatori della ION CUP a Cervinia, una gara di downhill che si disputa nel loro bike park, mi hanno chiamato per aprire la manifestazione. Daniele Herin, il responsabile operativo di Cervino Spa, la società che allestisce tutti gli avvenimenti della località, ha voluto che mi esibissi portando una bici Giant della squadra sul palco. E’ stata davvero una forte emozione suonare con il Cervino sullo sfondo.

Arriviamo quindi alla realizzazione della musica e del video con la Jayco-AlUla. Raccontaci com’è andata?

Tutto è stato possibile grazie alla visione di Brent che ha interceduto con la squadra e a gennaio mi hanno chiamato per andare in Spagna nel ritiro della Jayco-AlUla. Mi hanno messo a disposizione il camion-officina su cui ci sono bici, materiale e attrezzi. Lo abbiamo trasformato in una sorta di studio di registrazione, mettendo anche delle luci particolari per realizzare video di backstage.

Nel 2024 Maceroni ha dato il via della 13ª tappa del Giro d’Italia con un assolo di chitarra (foto Dario Belingheri)
E’ stato un lavoro complesso?

Assolutamente sì. E’ stato un lavoro di equipe vero e proprio. Non avrei potuto farlo senza il supporto fondamentale di NAM (acronimo di Nuova Audio Musicmedia con sede a Milano, ndr), l’accademia in cui mi sono diplomato in chitarra moderna e con cui collaboro da tempo. Ci sono due persone, fra le tante, che ci tengo a ringraziare tantissimo che si sono rese subito disponibili per questo progetto.

Prego…

Uno è Claudio Flaminio, il direttore di NAM, l’altro è Davide Pantaleo, docente e music producer dell’accademia. Lui in particolare è stato il meccanico della musica della bici, se così lo vogliamo vedere. Davide è venuto con me nel camion officina per riprendere i suoni. Il loro coordinamento e lavoro sono stati preziosissimi.

Come avete trasformato bici e materiali in strumenti?

Li abbiamo fatti “suonare” picchiettandoli con unghia e dita. Abbiamo ascoltato che suoni emetteva il cambio elettronico, il mozzo delle ruote, il movimento centrale e la catena. O ancora l’aggancio e lo stacco del pedale oppure lo sfiato della valvola del copertoncino. E tanti altri suoni che legati alla bici, come la pistola con cui avviti e sviti le ruote. Abbiamo campionato ogni singolo suono con microfoni estremamente sensibili per poi processarlo su un programma audio. Ma non è finita qua.

Cosa avete fatto ancora?

Innanzitutto questi suoni li abbiamo riprodotti più volte affinché uscissero puliti. A quel punto li abbiamo messi su un controller, una sorta di grande mixer, dove ogni suono della bici era stato assegnato ad un tasto. Mi piace definire questo lavoro degno della ingegneria del suono. Ai profani può sembrare semplice, ma ci sono ore di lavoro prima di arrivare al passaggio successivo. Ovvero sovraincidere il basso e gli assoli di chitarra su un loop ritmico dei suoni delle bici.

Per Giulio Maceroni cosa rappresenta questo progetto?

Naturalmente sono contento che sia piaciuto a Brent, alla Jayco-AlUla e allo stesso Gerry Ryan, che mi ha chiesto dei particolari da vero intenditore di musica. Sono felice anche di aver realizzato qualcosa che mi frullava già in testa da tempo, ma che volevo fare solo se ben assecondato. La vera soddisfazione però è un’altra. Il fulcro della performance non è la musica in sé, quanto aver dato voce alle bici Giant. Essere riuscito a rendere un’anima ad un mezzo, o strumento se preferite, che ci rende liberi e che ci fa stare bene.

Gavazzi: il Bernal “piemontese” e quel sorriso ritrovato

27.08.2025
5 min
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Sorridente, disponibile, disteso, con la battuta sempre pronta, in una sola parola: felice. Egan Bernal ha messo piede in Italia per la partenza della Vuelta Espana con un piglio che sembrava aver quasi perso. Si era assaporato un po’ di quel buon umore al Giro d’Italia, ma si vedeva che l’animo del corridore colombiano era differente. Sulle terre piemontesi, che lo hanno visto sbocciare nel suo grande talento, Bernal sembra essersi totalmente ritrovato. Su queste strade ci ha vissuto per tanti anni, sono state loro ad accoglierlo quando era arrivato in Italia alla corte dell’Androni Giocattoli di Gianni Savio. 

Il sorriso sul volto di Bernal non è mai mancato, ma alla partenza della Vuelta, sulle strade piemontesi, ha un sapore speciale
Il sorriso sul volto di Bernal non è mai mancato, ma alla partenza della Vuelta, sulle strade piemontesi, ha un sapore speciale

Un sorriso per tutti

Egan Bernal era approdato nella professional italiana da perfetto sconosciuto, ad accoglierlo aveva però trovato la figura di Francesco Gavazzi. Il valtellinese, ritiratosi nel 2023, ora sta studiando per ottenere l’abilitazione UCI e diventare direttore sportivo. Nel frattempo lavora come gommista nell’azienda che prima era del nonno e ora è in mano ai suoi cugini. L’obiettivo è di salire in ammiraglia a partire dalla prossima stagione, ma questo è un’altra storia che ci auguriamo di avere modo e piacere di raccontare più avanti. 

«Anche dopo aver vinto il Tour de France – racconta Gavazzi nella sua pausa pranzo – Bernal non è mai cambiato di una virgola. E’ sempre stato un ragazzo umile e aperto, forse troppo. Ha sempre concesso un sorriso e un autografo a tutti, e in alcuni casi eravamo noi a dovergli dire di muoversi perché la gara stava per iniziare. Adesso non lo vedo più dal vivo, ma quello che si vede in televisione o nelle poche gare alle quali assisto, è un ragazzo professionale e disponibile».

La serenità ritrovata di Bernal può essere un fattore chiave in questa Vuelta
La serenità ritrovata di Bernal può essere un fattore chiave in questa Vuelta
Com’è stato il tuo primo incontro con Bernal?

Eravamo in ritiro a Padova, nel novembre del 2015. Stavamo facendo un po’ di prove per i materiali e avevamo programmato un’uscita in bici. Gianni (Savio, ndr) era venuto da noi presentandoci questo ragazzo colombiano di diciotto anni. Ci aveva detto che arrivava dalla mountain bike e che era davvero molto forte. Poi siamo partiti con la pedalata.

Che è successo?

Ci ripetevamo di andare piano, dovevamo fare un giro sui Monti Berici e tornare indietro. Appena abbiamo approcciato una discesa, dopo tre curve, ci troviamo Bernal a terra. Lui si era rialzato subito, però dentro di noi abbiamo pensato: «Chissà che fine fa questo». Gli sono bastate poche settimane per farci capire che aveva doti fuori dal comune. 

A Limone Piemonte, primo arrivo in salita, il colombiano è quarto
A Limone Piemonte, primo arrivo in salita, il colombiano è quarto
Ha “rimediato” subito…

Non una presentazione in grande stile, ma in gruppo ci ha fatto vedere che sapeva stare. Seguiva i corridori più esperti e quando c’era da limare non si tirava indietro. Inoltre, fin da giovane, ha dimostrato un carattere solare e deciso. Non ha mai avuto paura di parlare ed esporsi. 

Sicuro di sé?

E delle sue idee. A quel tempo c’erano tanti corridori esperti in squadra, compresi Frapporti e io, lui non aveva paura a dire la sua. Ha sempre avuto le caratteristiche del leader, senza sovrastare gli altri. Sono doti che ho riscontrato anche in altri grandi campioni come Nibali e Pogacar. Questi corridori in bici si divertono, non li vedi mai stressati o rabbuiati. 

Bernal è arrivato in Piemonte grazie a Gianni Savio che dalla Colombia lo ha portato all’Androni Giocattoli nel 2016
Bernal è arrivato in Piemonte grazie a Gianni Savio che dalla Colombia lo ha portato all’Androni Giocattoli nel 2016
Hai notato questa cosa anche nel momento più difficile, dopo l’incidente del 2022?

Sinceramente sì. Non l’ho vissuto molto, anche perché l’anno successivo mi sono ritirato, ma non ha mai dato l’impressione di aver perso quelle sue caratteristiche umane che lo contraddistinguono. Magari ha perso serenità in bici, però con se stesso no. 

In questi primi giorni in Piemonte sembra ancora più sorridente, se possibile.

Ci sono luoghi che ti danno delle sensazioni positive, una scarica di energia unica, e improvvisamente ti senti ancora più forte e sicuro. Il Piemonte per Bernal è una seconda casa. La sua stella è nata lì, in tanti anni ha costruito amicizie e ha trovato tanti tifosi intorno a lui. 

Nonostante i suoi diciannove anni Bernal è diventato uno dei volti di riferimento del team di Savio insieme a corridori come Chicchi, Gavazzi e Pellizotti
Nonostante i suoi diciannove anni Bernal è diventato uno dei volti di riferimento del team di Savio insieme a corridori come Chicchi, Gavazzi e Pellizotti
Un qualcosa che può spingerlo per tutta la Vuelta?

Credo che Bernal potrà andare forte anche una volta arrivati in Spagna, è partito bene e questa cosa gli ha dato morale. Lui è un corridore che nella terza settimana migliora, serviva partire con il piede giusto. Gli ho sentito dire in un’intervista che si augurava potesse andare tutto bene, di non cadere o avere problemi. Evitare queste complicazioni lo farà sentire ancora più sicuro. Credo che il podio sia alla portata di Bernal. 

E domani iniziano le salite…

La testa è importante, ma come ho detto prima ha dimostrato di essere forte da questo punto di vista. Atleticamente Egan ha dalla sua ottime qualità sulla distanza e in salita.  

In Italia per imparare a vincere. La storia di Wlodarski

27.08.2025
4 min
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Abbiamo già avuto modo di occuparci della Aspiratori Otelli, formazione storica del panorama juniores che si avvia alla sua chiusura lasciando un vuoto nel panorama italiano. La squadra continua a collezionare successi, ma il suo nome ultimamente emerge anche grazie a un ragazzo polacco che è venuto proprio in Italia per imparare il mestiere. E lo sta facendo davvero bene, considerando che Marcin Wlodarski, di cui stiamo parlando, si è ultimamente presentato in Ungheria nella corsa a tappe della Nation’s Cup conquistando una vittoria finale che lo ha fatto salire vertiginosamente nella considerando generale.

Il polacco alla presentazione dell’Aspiratori Otelli, scelta per imparare nel nostro Paese
Il polacco alla presentazione dell’Aspiratori Otelli, scelta per imparare nel nostro Paese

Scelta in controtndenza

La prima curiosità che emerge parlando con il giovanissimo Marcin è il suo impegno nel parlare italiano, lingua che ha scelto appositamente per l’intervista. Spesso, con i corridori stranieri che vengono in Italia, questi preferiscono esprimersi in inglese, Wlodarski invece si impegna nella nostra lingua, pur con tutte le sue difficoltà e questa è la migliore delle testimonianze del suo amore per il nostro Paese.

«L’ho scelto appositamente perché ho visto che nel vostro Paese c’è un calendario ricco ma fatto di gare dure, dove c’è la possibilità di imparare davvero. Per me era la cosa migliore, sapevo che avrei potuto crescere tanto. Certo, le difficoltà non mancano. Ma io credo che questo sia uno dei movimenti ciclistici migliori al mondo e vista che mi si era presentata questa opportunità l’ho colta al volo».

Wlodarski è stato protagonista in Italia al Giro d’Abruzzo, finendo 3° nella terza tappa
Wlodarski è stato protagonista in Italia al Giro d’Abruzzo, finendo 3° nella terza tappa
Come è stato l’impatto con un Paese straniero senza conoscerne la lingua?

Chiaramente molto difficile, io non parlo inglese, ma nella peggiore delle ipotesi ci sono le app che aiutano nella traduzione. Io però preferisco impegnarmi, sforzarmi il più possibile per imparare a parlarlo. Io ho scelto di venire in Italia a 17 anni e non è stato certamente semplice, ma mi ha fatto crescere molto anche dal punto di vista umano.

Come sei riuscito ad arrivare in Italia?

Devo dire grazie al mio allenatore polacco che aveva buoni contatti in Italia e ha preso contatti suggerendo il mio nome facendo leva sulle mie caratteristiche di corridore che va piuttosto bene in salita e si trova a suo agio sui percorsi più difficili. Per questo abbiamo scelto l’Italia, proponeva i tracciati più adatti a me.

Il diciottenne di Alks Stal Grudziadz ha vinto due corse a tappe nel 2025, finendo 5° al Cottbuser Juniors
Il diciottenne di Alks Stal Grudziadz ha vinto due corse a tappe nel 2025, finendo 5° al Cottbuser Juniors
Tu hai vinto domenica una corsa di Nation’s Cup con la tua nazionale. Vai meglio nelle corse a tappe, sono quelle la tua dimensione ideale?

Sì, decisamente perché oltre a trovarmi bene sui percorsi duri ho buone doti di resistenza e quindi emergo nelle corse di più giorni. Anche in Ungheria ero sempre meglio, infatti alla vigilia dell’ultima tappa ero dietro l’ucraino Smolynets ma sapevo di avere ancora qualche carta da giocare e quindi ho tentato nell’ultima frazione avendo anche un po’ di fortuna.

Come ti sei trovato in quella situazione?

Ho dovuto rimettere a posto le cose non avendo disputato una grande cronometro: non era ideale per me, era breve e piena di curve. Parlavo prima di fortuna che nell’ultima tappa si è materializzata attraverso una caduta del leader. Così ho guadagnato quei secondi necessari per il sorpasso.

In Ungheria Wlodarski ha conquistato la vittoria all’ultima tappa
In Ungheria Wlodarski ha conquistato la vittoria all’ultima tappa
Perché hai preferito l’Italia ad altri Paesi come Germania come Belgio? E’ stato solo un discorso tecnico?

Non solo, perché sicuramente l’Italia è un Paese bellissimo e partecipando alle varie gare me ne accorgo sempre più. Poi posso dire che secondo me gli italiani sono i migliori ciclisti del mondo e io volevo competere e imparare con i migliori.

Hai già qualche contatto con squadre WorldTour?

Non ho contatti specifici, ma non avrei neanche una squadra preferenziale, qualsiasi scelta va bene. Spero che la vittoria in una corsa importante e molto ben frequentata come quella ungherese sia passata sotto gli occhi di qualche dirigente che voglia investire su di me, ma ci sono ancora appuntamenti importanti nella stagione e io voglio far vedere che non è stato un caso.

Quale gara da professionista vorresti vincere?

Questa è la domanda più facile di tutte: il Tour de France…