Il test completo del nuovo Campagnolo Super Record 13

05.09.2025
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Il DNA del design è quello di sempre, ma tutto il resto è rivoluzionato. Il nuovo Super Record 13 porta precisione, efficienza e sostanza a un livello completamente nuovo: un gruppo totalmente wireless che cambia completamente l’esperienza di guida rispetto al passato.

Come va e cosa c’è da sapere sul nuovo Campagnolo Super Record 13? La prima cosa che ci ha colpito durante la nostra prova e che vogliamo trasmettere è l’elevata efficienza, precisione e sostanza di un gruppo completamente wireless che assomiglia poco o nulla alla precedente versione, soprattutto per quanto concerne l’impiego.

Il nuovo Super Record, come vuole la tradizione Campagnolo, è un simbolo di ingegneria e ricerca dei materiali, di microcomponenti, ma anche di funzionalità da usare, sfruttare, godere e mettere alla prova.

Il ritorno della levetta/pulsante

E’ uno dei primi componenti che attira l’attenzione. Una sorta di ritorno al passato? Forse, ma quello che interessa a noi è l’efficienza che collima in modo eccellente con l’ergonomia e perché no, anche alla sicurezza. Il palmo della mano si distende quasi completamente sulla base superiore del manettino. C’è tanto spazio e le forme non sono panciute ed ingombrati, inoltre c’è un’angolazione ottimale che si integra al meglio con la curva manubrio (e la svasatura) del manubrio integrato. Significa trovare immediatamente la giusta altezza del manettino, facendo in seconda battuta le regolazioni di fino dell’apertura della leva del freno.

La forma della sezione superiore del manettino aiuta a scaricare buona parte delle pressioni che inevitabilmente si generano nella zona del polso (non è poca cosa). Il pollice agisce sui pulsanti interni allo shifter, l’indice o il medio sulla levette posizionata dietro la leva del freno. E’ azzerato il pericolo di schiacciare due pulsanti contemporaneamente, oppure creare delle interferenze quando si è sotto pressione agonistica, oppure con i guanti pesanti che fanno perdere sensibilità. Ben inteso che è possibile customizzare grazie alla nuova app MyCampy.

Alleggerire la pedalata? Non esiste

Il cuore del nuovo Campagnolo Super Record 13 sono il deragliatore ed il bilanciere posteriore. Il primo è una sorta di impianto di risalita e discesa della catena (merito ovviamente anche delle corone e della catena stessa) che anche nella fasi di maggiore stress non necessita di un alleggerimento della pedalata per cambiare nel modo migliore. Funziona bene, è preciso e non si pianta, forse potrebbe migliorare la velocità in fase di deragliata. Piccolezze. Mostra un’autonomia della batteria degna di nota e non è un semplice dettaglio, sottolineando il fatto che le batterie ricaricabili dei due componenti sono ben integrate, ma sono specifiche per cambio posteriore e deragliatore, non sono intercambiabili l’una con l’altra.

In proporzione, il cambio posteriore consuma una maggiore quantità di energia, ma è altrettanto vero che la sua velocità di azione, la precisione e la stabilità, sono davvero tanta roba. Circa 4 secondi (pochissimo) dal primo al tredicesimo pignone e viceversa, con la catena sul 52 ed una scala posteriore 11/32 (ben congegnata ed adatta a tutte le esigenze, senza buchi in fatto di sviluppo metrico). La stabilità è qualcosa che non ha prezzo, perché il cambio “non perde mai la catena” quando si sprinta e si maltratta il sistema, quando si affrontano tratti strada con asfalto al limite della percorribilità. Il cambio posteriore del nuovo Campagnolo 13 è corpulento, è muscoloso, a tratti sembra ingombrante (meno se paragonato alla versione Wireless), anche se in realtà adotta i medesimi ingombri dei competitor della stessa categoria di prodotto. Osservato nel dettaglio è un’opera d’arte.

Super Record 13, una F1 per il quotidiano

Il nuovo Campagnolo Super Record 13, oltre ad essere il primo sistema specifico per le bici da strada con i 13 rapporti posteriori, è da considerare un pacchetto che andrà ad equipaggiare biciclette top di gamma in senso assoluto. Fin qui non argomentiamo nulla di strano, quello che invece ci piace sottolineare è la bontà del sistema e quella sostanza, quella concretezza e facilità di approccio che ha mostrato nel nostro percorso di test. Ecco perché ci è piaciuto categorizzarlo come un componente da F1 della bici, ma da usare tutti i giorni. Certamente gratifica al solo sguardo, ma il valore aggiunto è l’utilizzo e la semplicità di approccio che mostra fin dalle prime cambiate.

Campagnolo

Lonardi vince (l’altro) Plouay e riflette sulla corsa ai punti

05.09.2025
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Giovanni Lonardi si trova al Tour of Istanbul, breve corsa a tappe di quattro giorni che si snoda intorno alla capitale turca. Da qui inizierà una serie di appuntamenti che porteranno il veronese e i suoi compagni della Polti VisitMalta fino al termine della stagione. L’obiettivo dichiarato è conquistare il maggior numero di punti per riuscire a entrare nelle prime trenta squadre al mondo e guadagnarsi il diritto di godere di una wild card per partecipare a un Grande Giro nel 2026. La corsa ai punti è serratissima e ogni occasione è buona per riuscire ad aumentare il bottino

«Siamo arrivati martedì a Istanbul – racconta Lonardi alla vigilia della corsa – con un volo diretto comodo e veloce. Meno comodo e molto più lento è stato il trasporto fino all’hotel. Da quando sono professionista è l’undicesima volta che vengo a correre in Turchia, ma la prima partecipazione al Tour of Istanbul. Nella giornata di ieri (mercoledì, ndr) abbiamo visto il percorso del prologo che apre la corsa. Per il resto ci affideremo alle mappe e a VeloViewer, riuscire a fare le ricognizioni del percorso non è mai facile da queste parti visto il traffico».

Podio Grand Prix Plouay 2025, Lonardi, Houcou e Ronan Augé (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Podio Grand Prix Plouay 2025, Lonardi, Houcou e Ronan Augé (foto Freddy Guérin/DirectVelo)

Punti e vittorie

Nella ricerca di punti Lonardi è riuscito anche a ritornare al successo, lo ha fatto al Grand Prix de Plouay, gara 1.2 che anticipava la corsa di categoria WorldTour, la Bretagne Classic, vinta da Arnaud De Lie. Un successo che ha portato 40 punti in casa Polti VisitMalta, e nella rincorsa alla top 30 danno una mano non indifferente (in apertura foto Freddy Guérin/DirectVelo). 

«Siamo affamati di punti – continua Lonardi – come tutti i team che sono nella nostra posizione, e dobbiamo cogliere ogni occasione. Da qui al 20 ottobre ogni gara può rimescolare la classifica, basta davvero poco. Uscire dalla top 30 vorrebbe dire non avere diritto alla wild card per il Giro. Va bene vincere ma ora ciò che conta è portare a casa qualsiasi risultato».

Lonardi è alla sua undicesima corsa in Turchia, qui al Tour of Turkiye insieme a Malucelli e Kristoff
Lonardi è alla sua undicesima corsa in Turchia, qui al Tour of Turkiye insieme a Malucelli e Kristoff
Così capita di correre in mezzo a continental e devo team.

Al Grand Prix de Plouay noi e la Vf Group-Bardiani eravamo le uniche professional in gara (il team di Reverberi ha però schierato al via tutti ragazzi under 23, ndr). Avevamo fatto richiesta per la corsa WorldTour ma non è stata accettata, ogni organizzatore decide quali team invitare. Chiaramente in una corsa francese verranno preferite squadre della stessa nazione (l’unica squadra italiana a partecipare è stata la Vf Group-Bardiani, che ha corso congli elite, ndr). 

E questi 40 punti raccolti al Gran Prix Plouay sono un bel bottino?

Ora si corrono anche le gare di secondo piano, la squadra si trovava già in Francia, visto che avevamo appena finito il Tour Poitou, e ha deciso di prendere parte anche a questa. Naturalmente avremmo preferito correre con i team WorldTour, però quando sei in gara non ci pensi. Alla fine è sempre una vittoria. Nella mia carriera ho corso tante gare di primo livello.

La lotta ai punti è serratissima, il rischio è di rimanere fuori dalla top 30 e dover rinunciare alle wild card
La lotta ai punti è serratissima, il rischio è di rimanere fuori dalla top 30 e dover rinunciare alle wild card
Un successo che aiuta anche moralmente?

Certo, è stato importante sia per me che per la squadra. Non vincevo da aprile 2024, quindi è una bella iniezione di fiducia. Inoltre questa vittoria è una carica importante anche per i miei compagni in vista del prossimo mese e mezzo. Saremo tutti alla ricerca di risultati e punti. 

Quanto è difficile per un corridore scendere a patti con questa realtà?

Non semplice, perché a volte devi “rinunciare” al risultato per portare a casa un doppio piazzamento, e quindi più punti. Penso che con questo sistema si stia rovinando il ciclismo, o meglio con questa distribuzione dei punti. 

Il team Polti VisitMalta è andato a correre al GP Plouay dopo aver corso il Tour Poitou, gara a tappe francese
Il team Polti VisitMalta è andato a correre al GP Plouay dopo aver corso il Tour Poitou, gara a tappe francese
In che senso?

Ci sono gare a tappe dove se si ottiene una vittoria si prendono 14 punti (le 2.1, ndr). Oppure gare come la Volta Valenciana dove un successo di tappa vale 30 punti. Poi si va al Circuit Franco Belge, corsa di un giorno 1.Pro che mette in palio 200 punti. Come il fatto che vincere una classifica generale, ad esempio alla Vuelta a Burgos, dà sempre 200 punti. Una corsa a tappe e una gara di un giorno non è la stessa cosa.

Servirebbe un equilibrio diverso?

Credo di sì, anche perché noi squadre professional non possiamo scegliere il calendario. Possiamo provare a organizzarci, ma non è mai facile e si deve trovare il compromesso tra dove vorresti correre e dove accettano la nostra richiesta.

Italian Bike Festival, ci siamo. Ma prima si parla di sicurezza

05.09.2025
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MISANO ADRIATICO – «Proviamo a ragionare uniti – dice a un certo punto Gianluca Santilli – e a raggiungere qualcosa di concreto. La sicurezza stradale non riguarda solo ciclisti e pedoni, ma le migliaia di persone che muoiono ogni anno sulle strade italiane. Tutti sbagliano, ma l’utente debole la paga troppo cara. Bisogna immaginare che determinate strade andrebbero vietate alle biciclette, almeno finché qualcuno non garantisce che siano sicure. Usciamo di qui con un progetto. Se dovesse essere l’ennesima riunione di sole chiacchiere, è l’ultima volta che mi vedete».

Italian BIke Festival apre stamattina i cancelli: ieri era tutto un lavorare
Italian BIke Festival apre stamattina i cancelli: ieri era tutto un lavorare

Dieci anni allo stesso modo

Italian Bike Festival apre i cancelli fra due ore. Ieri sera il parcheggio dell’autodromo era come una cittadina brulicante di uomini e mezzi. Stand da riempire, biciclette da montare sugli espositori. Intanto nella terrazza della grande tribuna centrale un convegno sulla sicurezza stradale ha raccolto diversi personaggi già molto attivi sul territorio nazionale. Persone di spessore, ciascuno nel suo settore. L’idea è quella di costituire un soggetto unico, composto da diversi attori, ma portatore di una sola voce. Almeno si è capito che la frammentazione fra i tanti soggetti non porta da nessuna parte. Lo ha detto ben chiaramente Davide Cassani.

«In dieci anni – ha detto il romagnolo, presidente di APT Emilia Romagnala situazione non è migliorata di nulla. La maleducazione è aumentata e parlo di ciclisti e anche di automobilisti. Quando parlo con i ragazzi, dico sempre che bisogna pensare a quello che fanno gli altri. Il fatto di avere la precedenza non significa essere al sicuro».

Il grafico mostra le regioni italiane con il maggior numero di incidenti
Il grafico mostra le regioni italiane con il maggior numero di incidenti

Trenta morti ad agosto

I numeri sono raccapriccianti. I morti al 31 agosto 2025 sono 155, 30 quelli morti soltanto ad agosto. Li snocciola Giordano Biserni, presidente di ASAPS, il portale della sicurezza stradale. Ribadisce che si è fatto ancora poco, ma sottolinea che le strade non sono presidiate a sufficienza dalle forze di Polizia. La Lombardia guida il ranking degli incidenti, seguiti da Lazio, Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Se però si fa il rapporto fra il numero dei morti e quello dei residenti, la Lombardia scende all’ultimo posto dell’infausto ranking. Le regioni ad alta vocazione ciclistica hanno anche un superiore numero di incidenti.

«Il metro e mezzo – dice Paola Gianotti – è un passo avanti, una conquista culturale, per far sapere che ci sono anche le bici. I Comuni ci chiamano per montare i cartelli e l’arrivo delle bike lane è un altro passo avanti. L’obiettivo sarebbe quello di collegare i paesi con queste corsie riservate alle bici».

Fra i presenti, l’avvocato Balconi, Andrea Albani (CEO dell’autodromo), Jolanda Ragosta della FCI e Marco Scarponi

Il metro e mezzo serve?

Non sono d’accordo su tutto, lo capisci quando Santilli ribatte che a suo avviso il metro e mezzo non ha risolto nulla. E a quel punto la parola va a Federico Balconi, l’avvocato che s’è inventato Zerosbatti e ha gestito finora 1.500 sinistri in cui sono state coinvolte delle bici.

«Ci sono vuoti normativi – dice – e non sempre le Forze dell’Ordine intervengono quando cade una bici. Se l’incidente dipende dalle cattive condizioni della strada, non si muove nessuno. La normativa non è adeguata. Non si capisce perché i Italia sia vietato pedalare in fila per due. Se non altro l’automobilista si accorge meglio delle bici e sa che non può superarle tutte in una volta».

L’Italia, gli fa eco Massimo Gaspardo Moro di FIAB, è cinque volte meno sicura dell’Olanda. Perché da noi circolano più auto che negli altri Paesi europei. A Roma il 64 per cento della mobilità è composto da auto e moto, mentre a Berlino la ripartizione è ben più equilibrata. Le bike lane sono utili aggiunge, ma non ci sono i decreti attuativi che le prevedono e soprattutto mancano i controlli.

La pista sarà teatro di test ed eventi per tutto il lungo weekend
La pista sarà teatro di test ed eventi per tutto il lungo weekend

Le scuole e le famiglie

Quello della sicurezza stradale è un problema culturale, ormai è evidente. Lo sottolinea Bruno Di Palma, Direttore Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna. «In Italia ci sono 7.500 scuole – dice – tanti studenti e in media due genitori per studente. E i genitori devono essere di esempio per i figli. All’inizio del percorso scolastico si firma il patto di corresponsabilità e non è accettabile che nelle scuole si insegni qualcosa e a casa venga tradita. Abbiao firmato un protocollo di intesa con l’Osservatorio regionale sulla sicurezza stradale e l’abbiamo inserita nei corsi di educazione civica».

Cultura, gli fa eco Marco Scarponi, segretario della Fondazione che porta il nome di suo fratello Michele. «Si fa fatica a comunicare – dice – anche a trovare l’accordo sui termini. Si usa spesso la parola incidente, ma quando qualcuno guida usando il cellulare, oppure va a 100 all’ora nei tratti con limite a 50 e ammazza qualcuno, è incidente oppure è violenza? Servono cultura, comunicazione e controlli. Davanti alle nostre scuole abbiamo messo un vigile che costringe i genitori a rallentare sulle strisce».

E di formazione, che genera cultura, parlano anche Andrea Onori in rappresentanza delle scuole guida, e Jolanda Ragosta della Federazione ciclistica italiana.

Italian Bike FEstival richiama anche quest’anno le principali aziende del mondo del ciclismo
Italian Bike FEstival richiama anche quest’anno le principali aziende del mondo del ciclismo

La legge di Pella

C’è in collegamento anche l’onorevole Roberto Pella, il presidente della Lega Ciclismo, che si collega da Roma dove si sta lavorando alla Legge di Bilancio. Le sue parole di sindaco e onorevole sono un netto richiamo alla realtà.

«Molte delle cose che sono state dette – spiega – cozzano con le attuazioni delle esigenze delle singole parti. A fine luglio abbiamo presentato una legge che porterà il mio nome, ma non perché l’abbia scritta io. E’ stata scritta con i Prefetti e con i campioni che collaborano con la Lega, da Gianni Bugno a Francesco Moser, Saronni e Nibali, Fondriest e Ballan. Ho voluto raccogliere le loro istanze. Una proposta concreta in tema sicurezza che possa essere integrata con altre norme».

L’intervento dell’Onorevole viene ascoltato e recepito, anche se qualcuno annota con stupore che nessuno fosse al corrente della volontà di depositare una proposta di legge. Ciascuno dei presenti avrebbe dato volentieri il suo contributo. Quando alle 18, dopo tre ore, tutti si alzano dalle sedie, la promessa è quella di risentirsi alla svelta. Il fuggi fuggi fa sì che dopo tre minuti non ci sia più nessuno. Sono tutti grandi e vaccinati. Se sarà stata l’ennesima riunione che non porta a nulla, lo capiremo nel giro di pochi mesi. Noi siamo a disposizione, perché la comunicazione è una delle chiavi per il successo. Nel frattempo, Nostro Signore della strada, tieni una mano sul capo dei tuoi figli che ogni giorno sfidano le strade su una bicicletta.

Friedl detta la sua legge anche nella prima tappa del Lunigiana

04.09.2025
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CHIAVARI – Pronti, via e già il Giro di Lunigiana mette in mostra uno dei talenti più pronosticati alla vigilia. L’austriaco Anatol Friedl conquista la prima tappa grazie ad uno sprint ristretto sul belga Seff Van Kerckhove e Riccardo Del Cucina del Casano (in apertura foto Ptzphotolab), confermando il suo ottimo momento di forma dopo aver vinto la prima prova e la classifica finale della Due Giorni Internazionale di Vertova lo scorso weekend.

In una frazione partita da Genova e corsa a grande velocità, senza che nessun plotoncino riuscisse ad avere spazio per evadere, l’azione decisiva arriva sull’ultima salita di giornata posizionata a 6 chilometri dal traguardo. Tutti i favoriti ci provano e qualcuno invece fa i conti con la sfortuna. Il polacco Jackowiak attacca, ma viene ripreso, mentre Capello viene estromesso dalla contesa da una caduta causata da un francese.

Dopo un altro tentativo a vuoto, l’accelerazione giusta la piazzano Friedl e Del Cucina. Il loro vantaggio è minimo, ma buono per tenere a debita distanza il gruppo tranne Van Kerckhove che rientra sui battistrada proprio al triangolo rosso. Dietro i tre, a dodici secondi chiude la prima parte del gruppo regolato da Magagnotti.

Dietro all’austriaco Friedl (al quarto successo stagionale) si sono piazzati il belga Van Kerckhove e Del Cucina (Casano)
Dietro all’austriaco Friedl (al quarto successo stagionale) si sono piazzati il belga Van Kerckhove e Del Cucina (Casano)

Grande inizio

La salita di Bocco è stata un perfetto trampolino di lancio per Friedl. Lui rompe gli indugi chiamando allo scoperto tutti i più diretti rivali ed il finale sappiamo com’è andato. Per il 18enne in forza al Team Grenke-Auto Eder si tratta del quarto successo stagionale ed anche il primo austriaco della storia a conquistare una tappa al Giro di Lunigiana. Il mirino ora è già puntato sulla generale.

«Oggi – racconta Anatol dopo aver firmato un paio di autografi ad alcuni bambini – sentivo di avere una buona gamba ed una pedalata facile. Fino all’ultima salita non è stata una gara troppo complicata, poi lì ho attaccato ed è diventata molto dura. Ho visto che in due avevamo fatto la differenza e a quel punto abbiamo cercato di resistere fino in fondo alla discesa e quindi sull’arrivo. Sono molto felice della vittoria, non poteva andare meglio di così. Speravo infatti di avere lo stesso livello di Vertova. Nelle prossime tappe voglio provare a conservare la maglia di leader e magari cercare di essere ancora protagonista. So però che non sarà semplice».

Conoscendo Anatol

Friedl confessa ad una televisione locale di non essere mai stato in Liguria e di sicuro non si dimenticherà questa giornata. E’ un ragazzo di poche parole con le idee molto chiare, lo si intravede dallo sguardo. Le voci di mercato per il 2026 lo danno ancora nel gruppo Red Bull nella formazione “Rookies”. Lui intanto ci dice qualcosa in più di lui, indicandoci i prossimi importanti obiettivi stagionali.

«Ho sempre fatto solo ciclismo – spiega – ed ho iniziato a correre a sette anni. Oltre alla strada faccio anche Mtb, dove ho vinto qualche settimana fa il mio secondo campionato nazionale e il campionato europeo in Portogallo. Ho uno buono spunto veloce, vado bene in salita e penso di essere abbastanza completo per il momento. Il mio idolo è Tom Pidcock, mi ispiro a lui. Dopo il Giro di Lunigiana mi concentrerò sul mondiale di Mtb in Svizzera (il 12 settembre, ndr) e poi sull’europeo su strada in Ardeche (il 3 ottobre, ndr). A quel punto sarà tempo di off-season».

Seff Van Kerckhove ama salite e crono, ma sta ancora scoprendo le sue caratteristiche
Seff Van Kerckhove ama salite e crono, ma sta ancora scoprendo le sue caratteristiche

Van Kerckhove, giovane interessante

Secondo sul traguardo di Viale Arata a Chiavari è Seff Van Kerckhove, fratello minore di Matisse visto all’opera all’ultimo Giro NextGen con la Visma | Lease a Bike Development e maglia azzurra nelle prime tappe. Seff durante la stagione corre nella Decathlon AG2R La Mondiale U19 ed è un “primo anno” da seguire con attenzione.

«La tappa di oggi – ci risponde soddisfatto della maglia di miglior giovane – è stata dura, soprattutto per il grande ritmo fin dalle prime salite. Poi sull’ultima ho fatto un grande sforzo per tornare su Friedl e Del Cucina in discesa. Quando li ho ripresi potevo respirare un attimo, ma ho lanciato la volata troppo presto e sono stato superato negli ultimi metri. Sono comunque molto contento di questo secondo posto.

«Ancora non so che tipo di corridore sono – ci dice con una battuta – ma di sicuro non uno che ha uno spunto veloce. Mi piacciono le salite e le cronometro, un po’ come mio fratello (che è stato bronzo iridato a crono nel 2024, ndr), però lui è più forte di me. Sto crescendo step by step. Qua al Lunigiana non ho particolari ambizioni, anche se cercherò di curare la generale. Di base però sono qua per lavorare per la squadra. Dopo di ché preparerò sia il mondiale in Rwanda che l’europeo».

La seconda tappa del Giro di Lunigiana prevede un menù che promette spettacolo. Si parte da Luni e si arriva a Vezzano Ligure, dove la salita che porta al traguardo si affronterà altre due volte, per un totale di 96,3 chilomentri. Con gli juniores non c’è mai nulla di scontato e il terreno per stravolgere tutto non manca.

Mattia Agostinacchio: al Ruebliland cerca la convocazione iridata

04.09.2025
4 min
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La voce di Mattia Agostinacchio esce dal telefono bassa e profonda, nascondendo la sua giovane età dietro un tono sicuro e gentile. Il più giovane dei due fratelli valdostani è alle prese con una leggera influenza che lo ha colpito poco prima del Trofeo Paganessi. Una volta rientrato a casa si è preoccupato di curarsi al meglio per arrivare pronto al Grand Prix Ruebliland, gara a tappe della categoria juniores che si corre in contemporanea al Giro della Lunigiana. La sua assenza dalla Corsa dei Futuri Campioni è una scelta obbligata dal fatto che la Valle d’Aosta non schiererà al via la propria Rappresentativa Regionale

Mattia Agostinacchio, al suo secondo anno juniores, ha raccolto vittorie importanti già in primavera (Photors.it)
Mattia Agostinacchio, al suo secondo anno juniores, ha raccolto vittorie importanti già in primavera (Photors.it)

Oltre le Alpi

Così Mattia Agostinacchio è costretto ad attraversare le Alpi e arrivare fino ai confini con la Germania per correre e preparare questo finale di stagione. L’inverno nel cross ci ha consegnato e fatto conoscere il suo talento, finito anche nel mirino degli squadroni. Mentre la primavera e l’estate hanno enfatizzato la sua capacità di andare forte in bici anche su strada.

«Domani mattina presto si parte – ci dice Mattia Agostinacchio – il viaggio sarà abbastanza lungo, ci aspettano quattro ore di macchina. Se sarò pronto lo si vedrà quando metterò il numero sulla schiena, domenica al Paganessi stavo bene ma avevo già qualche sintomo dell’influenza che mi ha poi accompagnato in questi ultimi giorni».

I risultati del giovane Agostinacchio gli sono valsi una prima convocazione con la nazionale juniores alla Corsa della Pace
I risultati del giovane Agostinacchio gli sono valsi una prima convocazione con la nazionale juniores alla Corsa della Pace
Un quarto posto che vale qualcosa in più allora…

Di gambe stavo bene, credo di aver avuto una buona risposta. In questi ultimi mesi sono migliorato un po’ in tutti gli aspetti. Della preparazione se ne occupa ancora mio fratello Filippo. Mi ha messo qualche ora in più giusto per riuscire ad aumentare il chilometraggio durante le uscite. 

Quindi arrivi pronto per l’ultima parte di stagione?

Vedremo al Ruebliland, al momento non ne sono certo. Ho ancora due giorni per riprendermi pienamente prima di correre in Svizzera. 

Con la maglia dell’Italia è arrivata anche una vittoria di tappa al Trophée Centre Morbihan a giugno
Con la maglia dell’Italia è arrivata anche una vittoria di tappa al Trophée Centre Morbihan a giugno
Quanto ti dispiace non correre il Lunigiana?

Molto, devo essere sincero. Il Ruebliland, in questa edizione, sarà ancora più duro perché nelle tre tappe previste avremo tantissima salita. Avrei preferito andare al Lunigiana perché ha più varietà all’interno delle varie tappe e poi fare cinque giorni di gara permette di mettere qualche chilometro in più. E’ anche vero che correrò altri due giorni una volta tornato in Italia: al Pezzoli e al Buffoni il 13 e il 14 settembre.

In ottica mondiali ed europei ti preoccupa correre lontano dagli occhi del cittì Salvoldi?

No, in queste settimane abbiamo avuto modo di parlare tanto. Siamo stati anche in ritiro a Livigno con la nazionale dal 21 al 30 agosto. Eravamo un gruppetto di cinque che è andato a preparare gli ultimi impegni. Ci siamo allenati bene per una settimana, ma senza esagerare.

Ora Mattia Agostinacchio (il secondo da sinsitra) vuole guadagnarsi un posto per i mondiali di categoria in Rwanda
Ora Mattia Agostinacchio (il primo da destra) vuole guadagnarsi un posto per i mondiali di categoria in Rwanda
Cosa intendi?

Siamo rimasti sulle 20 ore di allenamento, poco più. Un numero buono, vicino alla mia media che di solito si aggira tra le 17 e le 19 ore a settimana. Raramente ho caricato di più e va bene così. 

Hai già visto i percorsi di mondiali ed europei?

Sì, a Kigali saremo sui 120 chilometri con 1.400 metri di dislivello ma ben distribuiti lungo tutto il percorso. Praticamente non ci sarà un metro di pianura. Mentre in Francia i metri verticali saranno meno ma con due salite vere da affrontare a ogni giro. Personalmente preferisco un tracciato come quello del mondiale, quindi meglio recuperare e andare forte per guadagnarsi uno dei tre posti disponibili. 

A Kranj si rivede Capra, che ha un po’ di conti in sospeso

04.09.2025
5 min
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Ci sono piazze d’onore che non sai come interpretare, soprattutto se sei un ciclista al quale hanno insegnato che è solo uno quello che vince. Perché è anche vero, ma bisogna anche guardare a come e quando arriva, quel secondo posto. Nel caso di Thomas Capra, la seconda piazza al GP di Kranj, che era un obiettivo dichiarato per molti partecipanti, ha un significato particolare, di rinascita in una stagione che aveva preso una china davvero difficile.

Il podio del GP di Krany vinto dal messicano Prieto della Petrolike al termine di una volata generale (foto organizzatori)
Il podio del GP di Krany vinto dal messicano Prieto della Petrolike al termine di una volata generale (foto organizzatori)

Il trentino del devo team della Bahrain Victorious era partito per questo 2025 con tante aspettative, ma poi le cose non erano andate come si aspettava: «Diciamo che per me ora l’importante è la seconda parte di stagione visto com’è andata la prima. All’inizio dell’anno mi sentivo bene, ho fatto anche qualche bel piazzamento come il 5° posto alla Youngster in Belgio e anche al Tour de Bretagne ero andato forte, con 3 Top 10. A giugno ho però avuto un calo di rendimento, a luglio ho dovuto fare un ciclo di antibiotici. Quindi riprendermi era complicato. Sono stato al West Bohemia Tour prendendolo soprattutto come un allenamento, la gara in Slovenia era la prima davvero adatta a me e nella quale volevo emergere».

Quindi hai visto il risultato in maniera positiva…

Non del tutto, perché alla fine era una gara che si era messa particolarmente bene, ma ho sbagliato proprio l’ultima curva, sono uscito troppo largo. Io credo che con un po’ più di attenzione nella guida avrei anche potuto precedere il messicano Prieto, ma guardandomi indietro dico comunque che è sì una vittoria mancata, ma dà comunque morale.

Capra ha corso per 42 giorni, con 9 top 10 e una vittoria in una gara nazionale greca
Capra ha corso per 42 giorni, con 9 top 10 e una vittoria in una gara nazionale greca
Eri partito con l’obiettivo di vincere?

Sì, sicuramente, come in tutte le corse, ma questa era particolare. Sapevo che era molto adatta alle mie caratteristiche, anche perché aveva la conclusione leggermente in salita e a me piace molto quel tipo di volate.

Nel team come ti sei trovato? Tu sei al secondo anno con la Bahrain…

Molto bene, perché comunque molti dello staff rimasti dall’anno scorso quand’era ancora CTF. E’ arrivato qualche altro diesse straniero, qualche nuovo compagno ma si è creato un bel clima, dove i nuovi si sono integrati bene. Abbiamo fatto una bella squadra nella quale si collabora molto.

Si è sentita la differenza con l’entrata in scena direttamente del team WorldTour? La squadra mantiene la sua impronta italiana almeno nel livello inferiore?

Sì, c’è comunque una preponderanza italiana, ma dal punto vista organizzativo, anche come spostamenti, c’è stato un notevole progresso. L’organizzazione è tutta un’altra cosa, si sente che ora siamo parte del WorldTour, siamo al massimo livello. C’è chiarezza anche nel futuro, a me ad esempio hanno già garantito il rinnovo per il prossimo anno.

Capra è al secondo anno nel devo team della Bahrain, ha vissuto quindi il cambio di denominazione dal CTF (foto Instagram)
Capra è al secondo anno nel devo team della Bahrain, ha vissuto quindi il cambio di denominazione dal CTF (foto Instagram)
In questo è prevista anche maggiore attività con la prima squadra?

Nei programmi sì. Avendo un anno in più di esperienza, l’obiettivo sarà quello di fare molte corse con i professionisti e di crescere sotto quell’aspetto, perché gareggiare al massimo livello è qualcosa di completamente diverso. Io quest’anno ho fatto due gare con il team principale ed è tutta un’altra cosa, hai una spinta in più.

Adesso cosa ti aspetta, quali sono le gare dove vuoi prolungare questa forza d’inerzia positiva?

Non rimangono molte corse e questo mi dispiace. C’è il Giro del Friuli ma lo staff lo ha valutato troppo duro, dirottandomi sul Giro di Romania. Lì ci sono, su 5 tappe, almeno tre che ho già visto essere molto adatte alle mie caratteristiche, quindi è il posto giusto dove poter far bene. Provare a cogliere finalmente quella vittoria che per me sarebbe importante sia per com’è andata complessivamente la stagione, sia per proiettarmi bene verso la prossima. Poi spero di chiudere l’annata tornando a fare una gara con la squadra dei “grandi”. D’altronde in Italia le gare nazionali non possiamo farle e quindi corriamo solo le internazionali che non sono tante.

Il trentino ora punta con decisione al Giro di Romania, che ha tappe adatte alle sue caratteristiche (foto Instagram)
Il trentino ora punta con decisione al Giro di Romania, che ha tappe adatte alle sue caratteristiche (foto Instagram)
A proposito di questo, tu salvo San Vendemiano e il campionato italiano hai gareggiato sempre all’estero: questo è un vantaggio o è penalizzante per un italiano che è in un devo team?

A me piace molto correre all’estero, perché per la maggior parte sono percorsi nei quali mi trovo meglio, o come punta per le volate o anche per lavorare per i compagni. Non poter correre in Italia non è penalizzante, io mi trovo proprio il mio agio ovunque. Dipende molto da che tipo di gara troviamo. In Italia ad esempio ora c’è il San Daniele, che è troppo duro per me. E poi all’estero ci sono sempre tante corse a tappe e in quelle c’è spazio per tutti i tipi di corridori.

“Nando” Casagrande al CPS. Un jolly in bici coi ragazzi

04.09.2025
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Qualche giorno fa, tramite le pagine social del CPS Professional Team, Clemente Cavaliere, patron e team manager dello stesso team, aveva annunciato l’arrivo di Francesco Casagrande, per tutti “Nando”, nello staff tecnico della formazione juniores.

«Siamo felici ed onorati di arricchire il nostro staff con persone d’esperienza come Francesco – aveva detto Cavaliere – in questi anni ha dimostrato di fare bene con la categoria immediatamente inferiore, lo dimostrano non solo i risultati, ma anche l’alto spessore tecnico degli atleti da lui guidati. Sono sicuro che godremo di tante belle emozioni».

L’ex professionista e biker toscano torna così protagonista in una nuova sfida: trasmettere la propria esperienza a un gruppo di giovani corridori, con lo stesso spirito combattivo che lo ha reso celebre negli anni ’90 e 2000.

Francesco Casagrande (classe 1970) fu assoluto protagonista al Giro d’Italia 2000 quando indossò la maglia rosa per ben 11 giorni
Francesco Casagrande (classe 1970) fu assoluto protagonista al Giro d’Italia 2000 quando indossò la maglia rosa per ben 11 giorni

L’arrivo al CPS

E’ stato un percorso naturale quello che ha portato Casagrande al CPS. Negli ultimi due anni aveva seguito gli allievi dell’Iperfinish, costruendo con loro un rapporto forte, tanto che alcuni ragazzi, salendo tra gli juniores, hanno chiesto espressamente di proseguire il cammino con lui. «Tre o quattro mi hanno chiesto di rimanere al loro fianco – racconta Casagrande – e siccome la squadra è vicina a casa mia, con Cavaliere abbiamo trovato subito l’accordo».

Il contatto con il manager era già avviato: si conoscevano da tempo e la presenza di alcuni corridori legati al vivaio, come Matteo Luce, ha reso più semplice la convergenza. La squadra juniores nasce così dall’unione tra i ragazzi provenienti dall’Iperfinish e quelli del Casano, per un gruppo totale di quattordici corridori, divisi tra Centro-Nord e Centro-Sud. Una fusione che punta a garantire qualità e prospettiva, con l’esperienza di Casagrande come valore aggiunto.

Francesco a ruota dei suoi ragazzi nella distanza fatta giusto ieri
Francesco a ruota dei suoi ragazzi nella distanza fatta giusto ieri

Il ruolo? Un jolly

Casagrande non avrà un incarico rigido, anche perché ancora non ha ufficialmente una tessera valida per essere diesse tra gli juniores, ma un ruolo trasversale che lo rende prezioso in ogni ambito.

«Sarò un po’ un jolly – spiega – seguo gli allenamenti, la preparazione e poi sarò presente a quasi a tutte le gare. Non ho ancora il patentino da direttore sportivo, ma vivrò il gruppo giorno dopo giorno. La mia figura sarà quella di un riferimento costante, dentro e fuori dalla bici. L’idea è quella di condividere fatica e sacrificio: trasmettere ai ragazzi certi valori.

«Esco in bici con loro due volte alla settimana… e mi tirano anche il collo! Pedalando insieme puoi capire come stanno davvero. Una tabella non basta: se uno è stanco non ha senso caricarlo di ore e lavori. E’ fondamentale ascoltare le sensazioni del corpo. Ecco: il sapersi ascoltare, conoscersi è un aspetto su cui insisto molto».

Un approccio che si lega a una visione più umana della preparazione. Pur riconoscendo che oggi gli juniores lavorano già con cardiofrequenzimetro e potenziometro, Casagrande rivendica l’importanza di un percorso graduale: «Ai miei tempi servivano due anni tra i dilettanti prima di passare professionisti. Oggi tutto è accelerato, ma credo che il ciclismo abbia ancora bisogno di maturazione e sinceramente resto fedele a questa vecchia scuola, diciamo così».

Anche ai fini della tecnica Casagrande sarà un valore aggiunto con la sua esperienza nella MTB
Anche ai fini della tecnica Casagrande sarà un valore aggiunto con la sua esperienza nella MTB

Sul campo con i ragazzi

E’ in strada che Casagrande dà il meglio. Non come preparatore da scrivania, ma come ex corridore che conosce bene fatica e sacrifici. Condividere chilometri può essere un valore aggiunto.

«I ragazzi – dice Francesco – studiano la mattina, tornano a casa, devono allenarsi anche con la pioggia: se vedono che io ci sono, con la mantellina, hanno una motivazione in più. Se fossero soli, magari rinuncerebbero. Magari telefonerebbero e direbbero: “Faccio i rulli”. No, non è così. Nessuna forzatura, ma voglio fargli capire che servono i sacrifici. Che si devono impegnare».


Il suo metodo mescola disciplina e passione, carota e bastone, con un obiettivo chiaro: far capire che impegno e costanza fanno la differenza. «Gli spiego che io ho già corso, che la mia carriera l’ho fatta e che se vogliono i risultati devono lavorare, altrimenti restano indietro. Ogni tanto vanno spronati, ma è giusto così».

E qui, in parte, emergono anche i dettami dell’ex biker: in inverno porta i giovani anche in mountain bike, per variare e divertirsi.

«La mtb – dice Casagrande – resta un gioco, ma è utile per la tecnica e la motivazione. Il bosco, la discesina tecnica, le due ore scarse fatte al pomeriggio d’inverno… sono diversivi che fanno bene. Tra novembre e dicembre spesso siamo usciti in MTB e ci siamo divertiti.

«Inoltre quest’anno abbiamo pure preso due corridori che porterò su qualche gara off-road».

Per il prossimo anno il CPS si avvarrà di 14 corridori (almeno per ora sono questi i numeri)
Per il prossimo anno il CPS si avvarrà di 14 corridori (almeno per ora sono questi i numeri)

Aspettative ed emozioni

E’ inevitabile chiedersi se i giovani sappiano davvero chi sia stato Francesco Casagrande. Alcuni sì, spiega “Nando” altri meno.

«Immersi nell’epoca di Mathieu Van der Poel, Tadej Pogacar e Wout Van Aert…. Ogni tanto li invito a cercare qualche video su YouTube dei miei tempi o di qualche impresa, tipo alla Freccia Vallone, il Giro di Svizzera o al Giro d’Italia. E allora poi li vedi un po’ stupiti, compiaciuti. E tutto sommato fa anche piacere».

La sua vera soddisfazione arriva da altro: «La cosa più bella è quando i ragazzi ti cercano, hanno piacere ad ascoltarti, a chiedere consigli. Questo ti fa sentire importante per loro e ti gratifica».
E’ una sfida che coinvolge anche le emozioni personali. Casagrande ritrova nel ciclismo giovanile lo spirito puro del pedalare, lontano dalle pressioni del professionismo. Ogni crescita, ogni miglioramento dei suoi ragazzi è un piccolo successo che lo riporta indietro… ma sempre pensando a quel che sarà.
Per il movimento juniores, avere un ex professionista del suo calibro non capita spesso. E pedalarci fianco a fianco è un valore raro.

Bilbao, la Vuelta ferita. Ma l’indifferenza non risolve

04.09.2025
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«Oggi è il compleanno di mio figlio – ha detto Vingegaard dopo la tappa della Vuelta annullata a Bilbaoha un anno e volevo davvero alzare le braccia al traguardo per lui. Abbiamo lavorato tutto il giorno per questo e non avere la possibilità di vincere è stato piuttosto deludente. Avevo davvero questa ambizione di vincere la tappa ed ero in una buona posizione per provarci. Sono comunque riuscito a tagliare per primo il nuovo traguardo, a 3 chilometri da quello vero. E’ un peccato non portare a casa un orsacchiotto per mio figlio oggi, ma spero di averne due domani».

Kiko Garcia ha gestito al meglio delle sue possibilità la situazione della tappa di ieri
Kiko Garcia ha gestito al meglio delle sue possibilità la situazione della tappa di ieri

Il senso della protesta

Nessun vincitore. L’undicesima tappa della Vuelta è stata fermata a 3 chilometri dall’arrivo di Bilbao. L’attacco di Pidcock sulla salita di Pike aveva permesso al britannico di fare il vuoto, con il solo Vingegaard nella sua scia. Gli altri invece avevano pagato con 12 secondi di ritardo. Poco dopo le cinque del pomeriggio invece, gli organizzatori hanno deciso di ridurla per evitare i rischi connessi alle proteste pro Palestina inscenate al traguardo da un folto gruppo di manifestanti. Nei Paesi Baschi hanno la rabbia dentro, gente di sangue forte. E se nella cronosquadre di Figueres le proteste avevano portato al rallentamento della Israel-Premier Tech, ieri si è preferito non correre rischi (in apertura immagine ANP/EPA).

Lo scrivemmo dopo il Giro d’Italia. Il ciclismo si corre sulle strade in mezzo alla gente e può diventare la cassa di risonanza per manifestazioni di ogni tipo, a patto che non si mettano a rischio i corridori. Ricordiamo quando gli operai della Piaggio fermarono la Sanremo o quando i sindaci dei paesi alluvionati del Piemonte rallentarono la partenza di tappa del Giro dal Santuario di Vicoforte. Ma adesso in ballo ci sono una guerra. Oltre 40 mila morti. Un primo ministro che teorizza invasioni e attua massacri senza che al mondo nessuno gliene chieda ragione. Che cosa volete che possa fare la gente se non protestare? E a cosa serve una protesta se nessuno se ne accorge?

La polizia ha respinto i manifestanti, ma le condizioni dell’arrivo non erano sicure (foto EFE)
La polizia ha respinto i manifestanti, ma le condizioni dell’arrivo non erano sicure (foto EFE)

La posizione del CPA

Avvisaglie purtroppo c’erano già state. Nella cronosquadre di Figueres, quando la Israel-Premier Tech è stata rallentata e la giuria ha poi bilanciato il distacco. E poi nella tappa di martedì con arrivo a El Ferial Larra Belagua, quando i manifestanti hanno tentato di attraversare la strada al passaggio del gruppo, provocando la caduta di Petilli, che corre con la Intermarché-Wanty. Dall’inizio della Vuelta, come già fatto al Tour de France, attorno alla Israel-Premier Tech sono state rinforzate le misure di sicurezza. L’imprenditore israeliano-canadese Sylvan Adams è ritenuto uno stretto collaboratore del primo ministro Netanyahu e un sostenitore delle sue politiche. Per questo il pullman e i mezzi della squadra viaggiano senza la dicitura Israel.

Va bene protestare, tuttavia, ma non danneggiare o colpire i corridori. Mercoledì pomeriggio, il CPA ha rilasciato una dichiarazione. Vi si esprime «la sua profonda preoccupazione e la ferma condanna per le azioni che hanno messo in pericolo i corridori della Vuelta a Espana. E’ inaccettabile che le associazioni, qualunque sia la loro natura o le loro motivazioni, si permettano di compromettere la sicurezza e l’integrità fisica degli atleti sulla strada. Chiediamo inoltre ai servizi di sicurezza spagnoli di fare tutto il possibile per garantire il regolare svolgimento dell’evento e proteggere i corridori. Tutti hanno il diritto di protestare, ma non può essere a spese degli atleti che stanno facendo il loro lavoro».

Prima della neutralizzazione della tappa, Pidcock e Vingegaard avevano infiammato la corsa
Prima della neutralizzazione della tappa, Pidcock e Vingegaard avevano infiammato la corsa

Chi deve decidere

La tappa di Bilbao sarebbe stata forse la più spettacolare della Vuelta e si è trasformata in una ferita. L’organizzazione si è vista costretta alla neutralizzazione delle classifiche, a capo di una giornata a dir poco impegnativa. Dopo gli esiti della giornata, il direttore della Vuelta Kiko Garcia ha spiegato la scelta di ieri e risposto a fatica alle domande sulla possibilità di ritiro della squadra israeliana.

«E’ stata una giornata difficile per tutti – ha spiegato – come potete immaginare. Sapevamo che ci sarebbero potute essere delle proteste, ma la verità è che la portata del movimento ci ha colti di sorpresa al primo passaggio del traguardo. Abbiamo visto che la situazione era tesa e che dovevamo prendere una decisione in fretta. C’erano due opzioni: annullare tutto o almeno provare a offrire uno spettacolo al grande pubblico ciclistico dei Paesi Baschi. E’ quello che abbiamo fatto. Ho parlato un po’ con le squadre e tutti hanno capito che era la decisione migliore.

«Sapevamo che se non avessimo reagito, le proteste sarebbero continuate. Dobbiamo seguire le regole. La partecipazione della Israel-Premier Tech è obbligatoria, non possiamo decidere diversamente. Fermarla compete semmai a un organismo internazionale. Il nostro compito è cercare di proteggere i corridori, le squadre e la corsa, ovviamente. Ed è qui che siamo. Abbiamo parlato con la squadra per ore ieri sera, esponendogli la situazione, vedendo se anche loro sentivano la pressione aumentare. Non c’è molto altro che io possa fare».

Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili, come ci ha raccontato Marco Frigo qualche giorno fa
Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili, come ci ha raccontato Marco Frigo qualche giorno fa

La posizione dell’UCI

Perché il CIO dispose lo stop delle società e degli atleti russi dopo l’invasione dell’Ucraina e non dice nulla contro Israele? Tirata per la manica, l’UCI ha pubblicato un comunicato di facciata.

“Condanniamo fermamente queste azioni. Sottolineiamo l’importanza fondamentale della neutralità politica delle organizzazioni sportive unite nel Movimento Olimpico, nonché il ruolo unificante e pacificatore dello sport. I grandi eventi sportivi internazionali incarnano uno spirito di unità e dialogo, al di là delle differenze e delle divisioni. Lo sport, il ciclismo in particolare, ha lo scopo di unire le persone e superare le barriere tra loro e non deve in nessun caso essere utilizzato come strumento di punizione. L’UCI esprime la sua piena solidarietà e il suo sostegno alle squadre e al loro staff, nonché ai corridori, che devono poter esercitare la loro professione e la loro passione in condizioni ottimali di sicurezza e tranquillità“.

La Israel-Premier Tech non molla: «Creeremmo un precedente pericoloso»
La Israel-Premier Tech non molla: «Creeremmo un precedente pericoloso»

La Israel rimane

Chiedere il ritiro spontaneo della Israel-Premier Tech sarebbe pretendere che siano loro a togliere le castagne dal fuoco all’UCI. Ieri in serata una dichiarazione della squadra spiega la sua posizione e il perché rimarrà in corsa.

“Israel-Premier Tech – si legge – è una squadra ciclistica professionistica. In quanto tale, la squadra rimane impegnata a partecipare alla Vuelta a Espana. Qualsiasi altra linea d’azione costituisce un pericoloso precedente nel ciclismo, non solo per Israel-Premier Tech, ma per tutte le squadre.

“Israel-Premier Tech ha ripetutamente espresso il suo rispetto per il diritto di tutti a protestare, purché tali proteste rimangano pacifiche e non compromettano la sicurezza del gruppo. L’organizzazione della Vuelta a Espana e la polizia stanno facendo tutto il possibile per creare un ambiente sicuro e, per questo, la squadra è particolarmente grata. Tuttavia, il comportamento dei manifestanti oggi a Bilbao non è stato solo pericoloso, ma anche controproducente per la loro causa. E ha privato i tifosi baschi, tra i migliori al mondo, del traguardo di tappa che meritavano.

“Ringraziamo gli organizzatori della gara e l’UCI per il loro continuo supporto e la loro collaborazione. Così come le squadre e i corridori che hanno espresso il loro sostegno sia pubblicamente che privatamente e, naturalmente, i nostri tifosi”.

Anche al Tour, nella tappa di Tolosa, un tifoso ha invaso il rettilineo di arrivo manifestando per la Palestina
Anche al Tour, nella tappa di Tolosa, un tifoso ha invaso il rettilineo di arrivo manifestando per la Palestina

C’è da capire se gli esiti di ieri fomenteranno altre proteste o se l’aumento delle misure di sicurezza basterà a mettere in sicurezza la Vuelta e i suoi attori. Nel prendere posizione di ciascuna parte in campo, rileviamo con malinconia che non una sola parola è stata pronunciata dallo sport su quanto sta accadendo a Gaza. Dispiace anche a noi che Vingegaard non abbia potuto donare quell’orsacchiotto a suo figlio. Dispiace ancora di più che dall’inizio della guerra siano stati uccisi 13 mila bambini. Da quelle parti avere o non avere un orsacchiotto è l’ultimo dei problemi. Laggiù muoiono a colpi di fucile, sotto le bombe oppure di fame. Dirlo e manifestare empatia potrebbe forse rasserenare in qualche modo gli animi.

Baroncini a casa. Il saluto di Gazzoli ricordando Leuven 2021

03.09.2025
5 min
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Filippo Baroncini è tornato a casa giusto ieri. Ha salutato l’ospedale in cui era ricoverato e finalmente ha potuto iniziare a riprendersi la sua vita. Quella di uomo e quella di corridore. Se c’erano dubbi circa il suo futuro, questi sono stati spazzati via dalla notizia della firma del contratto per ulteriori due anni con la UAE Emirates.

La terribile caduta al Tour de Pologne dunque sta man mano svanendo alle spalle. Tuttavia vogliamo guardare ancora più indietro per salutare il “Baro”. Visto che siamo nel mese dei mondiali, con Michele Gazzoli ricordiamo il mondiale di Leuven 2021. Il mondiale che incoronò Filippo Baroncini e che vide l’amico e compagno di team e di nazionale, appunto Gazzoli, fare festa con lui.

Michele e Filippo. Filippo e Michele, quanto hanno condiviso…

Marino Amadori tra i suoi ragazzi a Leuven 2021. Gazzoli è il primo da sinistra. Baroncini in maglia iridata. Poi Frigo, Colnaghi, Coati e Zana
Marino Amadori tra i suoi ragazzi a Leuven 2021. Gazzoli è il primo da sinistra. Baroncini in maglia iridata. Poi Frigo, Colnaghi, Coati e Zana
Michele, partiamo da quel gruppo di Leuven 2021, un gruppo che forse nasceva prima di quel fantastico mondiale belga, no?

Diciamo che è un gruppo che si è creato durante quell’anno. Poi io ho fatto quattro stagioni tra gli under 23, quindi ne ho vissuti un po’ di gruppi, però quello del 2021 era un po’ più solido. Lo abbiamo dimostrato durante l’anno, vincendo anche la World Cup. Il titolo iridato di Baroncini è stata la ciliegina sulla torta, però era veramente un gruppo bello, divertente, forte.

Chi era il guascone del gruppo?

Sicuro Baro, avendo vinto il mondiale, era il numero uno. Poi da under 23 fai gare diverse durante la stagione, ma tutti in quel gruppo andavano forte. Non c’era uno che non facesse risultato.

La riprova del fatto è che di quel gruppo in quattro siete nel WorldTour…

Vero, infatti Marino Amadori ci aveva visto bene. Aveva fatto un bel gruppo, lo aveva consolidato con ritiri e appuntamenti. Ci si trovava veramente bene e avevamo ruoli precisi… Oltre che gambe!

Quando arrivaste a Leuven avevate la sensazione che davvero si potesse vincere questo mondiale?

No, alla fine lo sai solo a cose fatte, anche se la consapevolezza di fare una bella gara c’era. Eravamo preoccupati per altre Nazioni che potevano metterci in difficoltà, ma sapevamo di avere grandi potenzialità. Amadori temeva soprattutto il vento, con belgi e squadre del Nord pronte a far casino, ma poi non accadde nulla di ciò.

Michele tagliò il traguardo a braccia alzate. Era felice come se avesse lui stesso
Michele tagliò il traguardo a braccia alzate. Era felice come se avesse lui stesso
Come avete vissuto quella vigilia? Tu che ricordi hai?

Un clima di grande serenità. Eravamo rilassati, tranquilli. La tattica era pronta. Solo in corsa ci fu un momento difficile: nello strappo in pavé del giro grande ci fu un rallentamento, due caddero davanti a Filippo e lui non poté evitare di finire a terra. Si capottò, ma poi riprese bene. Quello fu l’unico attimo di tensione. Baroncini era il nostro leader.

Lo hai sentito in questi giorni?

Sì. All’inizio quando era in Polonia parlavo col fratello, poi direttamente con lui. Sono rimasto colpito, anche perché io ero lì al Polonia.

Giusto…

La neutralizzazione, la notizia che era caduto ed era stato portato via… una tensione incredibile. Per me Baro è come un fratello. Abbiamo corso insieme alla Colpack e poi in azzurro. Al Trofeo Del Rosso, la nostra ultima gara da elite, arrivammo in parata io e lui con la maglia iridata. E il giorno prima avevamo vinto il tricolore nella cronosquadre. Fu davvero un bell’anno, tutto veniva facile e ci si divertiva tanto.

E che corsa che faceste…

Tutto andò secondo programma. Lui doveva attaccare e lo fece, riuscendo a fare la differenza. Io arrivai quarto in volata, preceduto da Biniam Girmay e Olav Kooij. Partii lunghissimo, ai 400 metri. Subito fu una gioia arrivai a braccia alzate. La sera cenammo insieme, ma senza esagerare perché avevamo altre gare. Io dopo tre giorni avrei corso in Sicilia. Però a fine anno facemmo una gran festa con la Colpack.

Gazzoli (XDS-Astana) sta preparando le ultime gare dell’anno. Inizierà da GP Industria e Artigianato
Gazzoli (XDS-Astana) sta preparando le ultime gare dell’anno. Inizierà da GP Industria e Artigianato
Questo è il mese del mondiale, come vedi i nostri under 23 quest’anno?

Abbiamo un buon gruppo. Li seguo e sono andato anche a vedere il Giro Next Gen. Lorenzo Finn è molto bravo e anche Filippo Turconi. Credo siano due ottimi corridori. Non so la selezione precisa che ha in mente Marino, ma mi sembra una buona squadra. Certo, c’è gente come Jarno Widar e Paul Seixas che va fortissimo, ma sarà un mondiale particolare per tutti laggiù. Non è neanche facile fare pronostici.

Di quella squadra di Leuven avete un gruppo WhatsApp?

No, però ci sentiamo uniti in qualche modo. Siamo amici, alle corse ci parliamo e resta un filo che ci lega.

E tu adesso come stai Michele?

Esco da un periodo un po’ difficile. A metà luglio sono tornato dalla Cina con il Covid. Ho avuto febbre a 38°-39° per una settimana. Sembrava passata, poi sono andato al Polonia ma non andavo bene. Dagli esami risultavo ancora positivo. Correre così non è stato il massimo. Ora spero di fare bene nelle gare italiane che arrivano. Inizierò con le prove in Toscana la prossima settimana.