Gare a tappe per allievi: formula che convince, ma senza esagerare

03.09.2025
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Che la categoria allievi sia diventata la nuova Eldorado per quelle successive è ormai un dato assodato con tutti i se e i ma, i pro e i contro del caso. Si parla di ragazzini di 15/16 anni che stanno correndo per divertirsi e per inseguire un sogno, tenendo conto dell’impegno scolastico e di tutte le variabili che può avere quella fascia di età.

Tuttavia da un paio di stagioni sono nate alcune gare a tappe per far avvicinare gli allievi a ciò che potrebbero (e vorrebbero) vivere da grandi. Considerando che molti di loro nel 2026 passeranno juniores, all’uscita dei calendari agonistici di questa stagione molte società avevano controllato le date di queste corse per potersi organizzare: il Giro dei Tre Comuni in Toscana (dal 31 maggio al 2 giugno), Le Fiumane in Friuli (dal 17 al 20 luglio) ed infine il Giro delle Tre Province in Emilia (dal 21 al 24 agosto).

Proprio con quest’ultima corsa – organizzata dai comitati provinciali di Reggio Emilia, Parma e Piacenza con la supervisione di quello regionale – siamo tornati sull’argomento. Abbiamo voluto sentire il punto di vista di un diesse, cercando di capire come è stata vissuta ed interpretata dai protagonisti, e se funzionano queste corse a tappe per allievi all’interno di un ciclismo in costante cambiamento. Le parole sono quelle di Alberto Puerini, tecnico della Petrucci Zero24 Cycling Team che ha conquistato due tappe e la generale con Andrea Gabriele Alessiani e che a sua volta, da corridore, militò nella Sicc Cucine di Jesi.

Partiamo dalla pianificazione della trasferta. Come l’avete impostata?

Abbiamo preso una certa confidenza con questo tipo di corse dato che le avevamo fatte anche l’anno scorso. Per venire in Emilia abbiamo prenotato uno degli hotel segnalati dagli organizzatori. Eravamo in otto: cinque atleti, il meccanico, il massaggiatore ed io. Siamo partiti il mattino presto del giovedì sapendo che la prima tappa era un cronoprologo pomeridiano. Ci siamo poi trasferiti a Tabiano Bagni dove siamo rimasti per tre notti visto che era vicino ai paesi delle tappe successive. Alla domenica poi siamo rientrati.

Gli hotel erano a carico dell’organizzazione?

No, ce lo siamo pagati noi, ma avevano tariffe scontate apposta per la gara. Gli organizzatori ci hanno garantito invece sempre i pranzi ogni giorno per ognuno di noi all’interno delle sedi di partenza. Anche in Toscana in primavera era stato uguale.

Il menù del Giro delle Tre Province prevedeva l’apertura a crono, una tappa pianeggiante e due ondulate (photors.it)
Il menù del Giro delle Tre Province prevedeva l’apertura a crono, una tappa pianeggiante e due ondulate (photors.it)
Avevate fatto anche la gara a tappe in Friuli?

Quella l’abbiamo saltata a malincuore per una questione economica. Noi siamo una formazione marchigiana e i nostri spostamenti sono sempre mediamente lunghi. E’ vero che siamo discretamente organizzati, ma diventava una spesa eccessiva e non era giusto sostenerla. Magari cercheremo di andarci nel 2026.

In Emilia com’era la vostra giornata tipo?

In hotel avevamo il trattamento di mezza pensione, quindi colazione e cena. Nel mezzo preparavamo la gara. Al mattino abbiamo fatto le ricognizioni dei percorsi di gara con i ragazzi sul pullmino, tranne che per la crono che l’hanno fatta in bici e per l’ultima tappa della domenica mattina che l’abbiamo fatta il giorno prima. Per la verità avevamo già visto quelle strade su Google Maps grazie ad un nostro ex corridore che ci aiuta su questi aspetti. Ovvio che vederle dal vivo ti dà un’altra indicazione. Si rientrava in hotel dopo le gare per le sessioni di massaggi e per sistemare le bici.

A livello tattico cambia qualcosa rispetto al solito?

Personalmente cerco di non guardare mai alla generale, ma dico ai ragazzi di interpretare ogni tappa come se fosse una gara singola. Credo che con gli allievi non sia giusto partire con i ruoli già assegnati di capitani, vice e gregari. E’ giusto che tutti partano alla pari, tanto poi sono gli stessi ragazzi che si mettono d’accordo su chi può fare la gara. Naturalmente è ovvio che cerchiamo di tenere gli occhi aperti in corsa, ma non partiamo con i piani già fatti.

Gli allievi sono una categoria dove devono ancora imparare tanto?

Al netto di chi va forte o meno, a mio modo di vedere l’insegnamento più grosso è sempre quello dopo la fine della gara, che sia andata bene o male. In quel momento devi aprire la visione tattica e mentale dei ragazzi. Non è detto che una tappa per velocisti debba arrivare in volata o che un velocista non possa andare in fuga. Non bisogna restare legati a questi canoni. La seconda tappa infatti è finita in modo non scontato.

Cosa intende?

Sulla carta era l’unica frazione dedicata ai velocisti perché il tracciato era totalmente pianeggiante. Si correva in circuito e il finale era particolarmente tortuoso. Avevo detto ai miei ragazzi di leggere la gara e magari seguire l’istinto, la fantasia. Così dopo un traguardo volante, Alessiani ha tirato dritto assieme ad altri due ragazzi prendendo un vantaggio incolmabile per il gruppo. Lui ha vinto la tappa e in pratica ha ipotecato subito la generale. Il giorno successivo ha rivinto e nell’ultima tappa ha gestito il vantaggio e gli attacchi degli avversari.

I vostri ragazzi come hanno vissuto questa esperienza?

A loro è piaciuta molto. Per prima cosa è piaciuto il fatto che la generale fosse a tempi e non a punti come l’anno scorso. Quindi subito dopo ogni tappa, erano curiosi di vedere come erano andati e quanto avevano guadagnato o perso sui rivali. Si percepiva soddisfazione, emozione o delusione. In una gara a tempi, i ragazzi vengono messi molto più alla prova. Poi c’è l’aspetto umano o morale.

Ovvero…

La cosa più bella di queste corse a tappe è stata l’atmosfera che hanno trascorso i ragazzi fra loro. Hanno assaporato quel ciclismo che sognano di raggiungere. Hanno respirato l’aria agonistica dall’inizio alla fine assieme a noi accompagnatori, come una grande squadra. Talvolta succede che al rientro da una gara, a casa ci sia un genitore che dica una cosa di troppo che magari non viene ben compresa dal ragazzo e nascono i malumori. Invece così tra compagni puoi parlare con un altro o chiedere qualcosa in più ai dirigenti. In questo senso, queste trasferte aiutano il ragazzo a crescere come persona prima che come atleta.

Altre note positive?

Sicuramente l’organizzazione del Giro delle Tre Province è stato all’altezza in tutto. Devo fare loro i complimenti perché abbiamo corso sempre in un regime di grande sicurezza. Tutti gli allievi erano tutelati e i pericoli sempre molto ben segnalati. Devo dire che è difficile trovare un suggerimento da fare per migliorare perché abbiamo avuto un servizio incredibile.

Esistono invece dei contro a queste corse a tappe? C’è il rischio di creare troppe pressioni ad un allievo?

Sì, rischio può esserci, ma non perché va a correre per quattro giorni consecutivi. Il rischio c’è già, se non stiamo attenti, nella corsa singola perché dopo il 2020 il livello si è alzato tanto in questa categoria. Nessuno vuole restare indietro e tutti vogliono che il proprio ragazzo vada sempre forte. Personalmente sono favorevole alle gare a tappe per una questione di esperienza e purché non si vada oltre i quattro giorni, che sono già tanti. Anzi, a me piacciono anche le formule due semitappe in una giornata.

Il diesse Alberto Puerini con Andrea Gabriele Alessiani, che nel 2026 passerà juniores nel GB Team Pool Cantù
Il diesse Alberto Puerini con Andrea Gabriele Alessiani, che nel 2026 passerà juniores nel GB Team Pool Cantù
Secondo lei potrebbero nascere nuove gare a tappe in altre regioni?

Non so, ma non credo anche per una questione di regolamento. Ad oggi un allievo non può disputare più di due gare a tappe e deve esserci almeno un mese di distacco tra l’una e l’altra. Infatti se fossimo andati in Friuli avrei portato altri cinque ragazzi. Noi ce lo saremmo potuti permettere perché abbiamo 22 allievi e siamo un caso a parte se vogliamo, però alcune società non hanno certi numeri. E’ più importante che organizzino più cronometro che piacciono ai ragazzi e fanno crescere il movimento in quella specialità.

Chiudiamo su Alessiani. Che tipo di corridore è?

Andrea ha le caratteristiche del corridore completo e moderno, con un gran fisico. E’ forte a crono, va benissimo in salita ed ha uno spunto discretamente veloce nei gruppetti ristretti. Aveva già vinto la gara a tappe in Toscana e sembra portato per questo genere. L’anno prossimo passerà juniores nel GB Team Pool Cantù di Bortolami. Però Andrea prima di tutto è un ragazzo molto intelligente, con grandi voti al liceo. Quella è la cosa più importante.

Van der Poel è tornato in mtb. Avondetto, come l’hai visto?

03.09.2025
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Una domenica diversa per Mathieu Van der Poel, che mentre molti dei suoi abituali rivali sono alla Vuelta o preparano il prossimo mondiale in Rwanda, è tornato a uno dei suoi vecchi amori, la mountain bike gareggiando nella prova di Coppa del mondo a Les Gets. L’olandese non ha mai nascosto che uno dei suoi grandi obiettivi è essere il primo atleta capace di vincere il titolo iridato con 4 tipi di bici diverse (ciclocross, strada, gravel, mtb) e gareggiando in Francia ha tenuto a ribadire che, piuttosto che sobbarcarsi i rischi del viaggio in Africa su un percorso a lui avverso, preferisce tentare la sorte il prossimo 14 settembre in Svizzera.

L’olandese in mtb vanta il titolo europeo 2019 e il bronzo mondiale 2018. Colto sempre in Svizzera, un buon auspicio… (foto Alpecin Deceuninck)
L’olandese in mtb vanta il titolo europeo 2019 e il bronzo mondiale 2018. Colto sempre in Svizzera, un buon auspicio… (foto Alpecin Deceuninck

«Nella prima parte è andato tutto storto…»

La sua gara a dir la verità non è stata neanche male, avendo chiuso al 6° posto. «Se fossi stato più fortunato avrei potuto fare meglio – ha dichiarato a WielerFlits – ma nel primo giro è andato storto davvero tutto. Ho anche fatto molti errori e mi sono trovato dietro corridori che erano in difficoltà e mi hanno frenato. Ho visto che mi mancava quello spunto che serve per emergere nella mtb, ma per essere la prima dopo tanto tempo va bene così».

L’olandese della Alpecin Deceuninck ha chiuso appena dietro al campione europeo 2024 Simone Avondetto, protagonista di un’ottima prestazione come anche l’altro italiano Luca Braidot, addirittura secondo alle spalle del francese Luca Martin. Avondetto ha quindi avuto un occhio privilegiato verso VDP, partendo dal tipo di percorso.

Gli ultimi controlli prima del via per VDP, sfavorito dal fatto di dover partire dalle retrovie (foto Alpecin Deceuninck
Gli ultimi controlli prima del via per VDP, sfavorito dal fatto di dover partire dalle retrovie (foto Alpecin Deceuninck

«Il tracciato di Les Gets non è cambiato molto negli anni, è un percorso non tanto tecnico, anche se hanno aggiunto qualche rockgarden. Diciamo che è un percorso un pochino più vecchio stile con tanta salita sui pratoni, dove insomma la tecnica di guida incide meno che in altri luoghi».

Tu nel corso della stagione hai avuto modo di affrontare adesso Van der Poel e precedentemente Pidcock. Come specialista puro della mountain bike, come li vedi, hanno un approccio diverso alle gare?

Tutti e due hanno dimostrato di essere più che competitivi anche in mountain bike quando si preparano. Probabilmente il britannico ha una propensione maggiore e ci spende un pochino più di tempo, quindi quando torna è sicuramente più avvezzo di VDP, nel senso che impiega meno a riprendere tutti quei meccanismi tipici della nostra disciplina. Ma devo dire che anche il neerlandese si è difeso bene. Tra due settimane ai mondiali sarà un problema per tutti noi anche perché Pidcock, che è alla Vuelta, non ci sarà.

Il vincitore Alex Martin. Il francese ha prevalso per 12″ su uno straordinario Luca Braidot (foto UCI)
Il vincitore Alex Martin. Il francese ha prevalso per 12″ su uno straordinario Luca Braidot (foto UCI)
Proviamo a mettere in relazione il francese Martin che ha vinto domenica e che viene considerato come uno dei nuovi talenti puri della mtb e chi viene da fuori come Pidcock o Van der Poel. Tecnicamente si vedono differenze in gara?

No, nel senso che campioni di questo calibro, che hanno comunque praticato la mtb in passato, anche a livello tecnico sono molto ben preparati, hanno solo bisogno di quel lasso di tempo necessario per riprendere dimestichezza. E’ difficile far paragoni, cioè loro sono tra i pochi che riescono a fare tutte le discipline e andare forte dappertutto.

Come si è svolta la tua gara in relazione a quella dell’olandese?

Io partivo un paio di file davanti a lui in partenza e questo mi ha agevolato un po’. Nella prima parte di gara sono riuscito a rimanere subito nel gruppetto di testa, mentre lui ha dovuto rimontare giro dopo giro. Dopo la metà gara è riuscito a raggiungerci, sicuramente però ha speso molte energie per rientrare. In particolare in discesa perdeva sempre qualcosa, quindi è arrivato sicuramente agli ultimi due giri un po’ a corto di energie. Fino alla penultima tornata eravamo in gruppo tutti assieme, poi all’ultimo giro ognuno ha dato il suo massimo e lì sono nate le differenze.

Van der Poel ha fatto una gara di recupero nella prima parte, chiudendo a 1’00” dal vincitore Martin (foto Alpecin Deceuninck)
Van der Poel ha fatto una gara di recupero nella prima parte, chiudendo as 1’00” dal vincitore Martin (foto Alpecin Deceuninck)
Tu eri concentrato sulla tua gara, ma essendo vicino a lui come lo hai visto, che impressione ti ha fatto, anche in considerazione delle frequenti disavventure occorsegli in mtb nelle sue ultime uscite?

Effettivamente ho visto che le ultime esperienze non sono state molto positive quindi credo che a Les Gets sia stato anche abbastanza cauto, senza prendersi tanti rischi. Credo che volesse finire la gara e ritornare un po’ nel mondo della mountain bike per preparare i mondiali. Per lui, proprio dopo quel che è successo anche quest’anno a Nove Mesto, era importante riuscire a finirla (a maggio era caduto due volte riportando la frattura dello scafoide, ndr).

Lui ambisce a fare il Grande Slam dei titoli mondiali, cioè completare la collezione dei titoli nelle varie discipline. Secondo te ci può riuscire?

Sicuramente ci può riuscire. Le capacità e il talento non si discutono, tutto sta a vedere se questo breve lasso di tempo per il suo riadattamento sarà sufficiente. Ma se non sarà quest’anno io penso che ci riproverà. Un po’ di anni fa, quando faceva mountain bike seriamente aveva dimostrato di essere il più forte. Io comunque  tra i papabili per la vittoria in Svizzera ce lo metto…

Per Simone Avondetto un più che positivo 5° posto, proprio davanti a VDP (foto Di Donato)
Per Simone Avondetto un più che positivo 5° posto, proprio davanti a VDP (foto Di Donato)
Tu come ti stai avvicinando all’appuntamento iridato?

Ho fatto un periodo in altura ad agosto e adesso abbiamo fatto questo blocco di gare, concluso con Les Gets, per riprendere un po’ il ritmo dopo la pausa estiva. Ora sono ancora in altura e poi andremo direttamente in Svizzera. Questa settimana è andata bene, quindi spero che la forma sia buona anche tra due settimane. Bisognerà vedere come mi adatto al percorso, che per me è del tutto sconosciuto.

Chi daresti come favorito?

Non c’è un solo nome. Abbiamo visto che in Coppa del mondo i vincitori sono cambiati spesso, credo che saranno in 4 o 5 a giocarsi il titolo. Io tra questi ci metto anche l’olandese e spero tanto di esserci anch’io…

Lidl-Trek, l’anno dei punti. Con Bennati fra Giro, Tour e Vuelta

03.09.2025
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Pedersen al Giro, poi Milan al Tour e ora di nuovo Pedersen, che guida la classifica a punti della Vuelta con 9 lunghezze di vantaggio su Vernon (in apertura Mads con la sua maglia verde, accanto a Vingegaard in rosso). Per la Lidl-Trek non sarà ancora la stagione dei record, ma la prospettiva di portare a casa le tre maglie è certo interessante. E allora ci siamo chiesti quali differenze ci siano nella lotta per la classifica punti fra Giro, Tour e Vuelta. E ci è venuto in mente di chiederlo a Daniele Bennati, che ha vinto la maglia verde spagnola nel 2007, la ciclamino del Giro nel 2008. Era invece terzo nella classifica a punti al Tour del 2006, dietro McEwen e Freire, quando una caduta lo rispedì a casa a cinque tappe dalla fine. In aggiunta, Bennati fu uno dei primi corridori nel 2011 a firmare per l’allora Leopard Trek di Luca Guercilena, restandoci per due stagioni con 7 vittorie, che anni dopo sarebbe diventata l’attuale Lidl-Trek.

«Senza dubbio la maglia verde al Tour – dice il toscano – è quella più difficile da conquistare. Devo essere sincero, nel 2006 ero abbastanza vicino a McEwen. Probabilmente non l’avrei vinta, però me la sarei giocata. Caddi nella discesa del Telegraphe dopo aver scalato il Galibier e dovetti tornare a casa prima. In termini di difficoltà la maglia verde al Tour è molto più complicata rispetto al Giro e alla Vuelta, ma è inevitabile che per vincerle bisogna andare super forte in tutti e tre».

Bennati ha vinto la maglia a punti di Giro e Vuelta. Nel 2006, secondo dietro Boonen in giallo, indossò la verde per un giorno
Bennati ha vinto la maglia a punti di Giro e Vuelta. Nel 2006, secondo dietro Boonen in giallo, indossò la verde per un giorno
A parte la caduta del 2006, nel 2007 hai vinto due tappe al Tour, ma arrivasti sesto nella classifica a punti. Come mai la verde era così ostica per te?

Ero una vera frana nei traguardi volanti, penso di non averne mai vinto uno in vita mia e di aver perso anche contro corridori che sulla carta erano molto meno veloci di me. Questo mi ha penalizzato molto al Tour, perché gli sprint intermedi sono sempre molto importanti per conquistare la maglia verde, oltre al vincere le tappe e fare tanti piazzamenti. Io vinsi due tappe e poi feci un sesto e un quarto posto. Petacchi ad esempio conquistò la maglia nel 2010, vinse due tappe, ma per cinque volte entrò nei primi tre. Quando va così, sei avvantaggiato, perché un po’ puoi disinteressarti dei traguardi volanti.

Puoi tornare sul tuo essere una frana negli sprint intermedi?

Non avevo la capacità di fare la volata a metà tappa. Forse un problema di motivazione, ma non riuscivo a dare tutto me stesso nei traguardi volanti. Per vincere la maglia verde al Tour devi avere anche la capacità di sprintare dopo 20 chilometri oppure dopo 80 e questo sicuramente Milan ce l’ha nelle sue corde. Ne ha vinti diversi e questo è sicuramente un valore aggiunto, forse perché, essendo un pistard, ha la capacità di andare fuori giri anche dopo pochi chilometri.

Al primo Tour, dopo due ciclamino al Giro, Milan ha vinto due tappe e la maglia verde
Al primo Tour, dopo due ciclamino al Giro, Milan ha vinto due tappe e la maglia verde
C’è differenza nella lotta per la classifica a punti fra i percorsi dei tre Grandi Giri?

Quando ho vinto la maglia a punti della Vuelta, fino all’ultima tappa non l’avevo ancora indosso. Negli anni il regolamento è cambiato. In quel 2007, le tappe di montagna e quelle di pianura davano lo stesso punteggio. Per noi velocisti diventava ancora più complicato. Io avevo vinto tre tappe, però mi ricordo che in quella finale di Madrid la maglia verde ce l’aveva Samuel Sanchez. Anche lui aveva vinto tre tappe, quindi era più avanti di me. Riuscii a conquistare la maglia a punti battendo Petacchi su quell’ultimo arrivo.

Invece al Giro?

Nel 2008 davano gli stessi punti per le tappe pianeggianti rispetto a quelle di montagna. Ricordo che Emanuele Sella aveva vinto anche lui tre tappe e un giorno venne a dirmi: «Stai attento, Benna, perché ti rubo la maglia ciclamino!». Infatti arrivò secondo nella cronoscalata di Plan de Corones e ci ritrovammo molto vicini nella classifica a punti (51 punti, ndr). Per fortuna nelle ultime tappe feci anche qualche altro piazzamento in tappe intermedie e mi salvai. Ma il fatto di avere per tutte le tappe lo stesso punteggio faceva sì che dovessimo lottare contro quelli di classifica e chi vinceva le tappe di montagna. Magari dalla mia c’era il fatto che essendo più veloce rispetto a quelli di classifica, qualche traguardo volante andando in fuga potevo vincerlo e comunque portare a casa un po’ di punti.

Dopo la maglia a punti alla Vuelta del 2022, Pedersen ha conquistato la ciclamino all’ultimo Giro
Dopo la maglia a punti alla Vuelta del 2022, Pedersen ha conquistato la ciclamino all’ultimo Giro
Quindi, che si tratti del Giro, del Tour o della Vuelta, la maglia a punti non viene per caso, ma c’è da studiare il modo per conquistarla?

Esatto. Dosando il lavoro dei compagni in rapporto al percorso della tappa. Giusto la UAE Emirates fa eccezione, ma solo perché hanno Pogacar e quando c’è lui, non portano il velocista. Anche perché Tadej volendo potrebbe vincere anche la maglia a punti. Per il resto si studiano i percorsi e si mette a punto la miglior strategia per portare a casa la maglia a punti. 

La Lidl-Trek al Tour aveva soltanto Milan, data la caduta di Skjelmose. Al Giro e alla Vuelta ha Pedersen e Ciccone, dovendo aiutarli entrambi. Un super lavoro?

Se in squadra c’è l’uomo di classifica, il velocista deve accontentarsi di un paio di compagni. Ormai le squadre sono attrezzate e possono reggere insieme l’uomo di classifica e il velocista. Poi, come per Pogacar, dipende anche dal livello dell’uomo di classifica. Quando a fine carriera ho corso per Contador, non c’era maglia a punti che reggesse: si tirava per lui e basta.

Trittico Rosa, la prima edizione è un successo. E si guarda al futuro

03.09.2025
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Una serie di gare dedicate al ciclismo giovanile femminile, dalle esordienti alle allieve, arrivando anche alla categoria juniores. Il nome dell’evento è Trittico Rosa Alta Marca Trevigiana e uno dei promotori e organizzatori dell’evento è l’Unione Ciclistica Giorgione, nelle figure di Enrico Bonsembiante e Alessandro Ballan. Il campione del mondo di Varese 2008 è diventato presidente dello storico team lo scorso anno e da allora ha lavorato per allargare gli orizzonti del movimento giovanile femminile. 

«La risposta – racconta Ballan – è stata più che positiva da parte delle partecipanti. Il livello dell’organizzazione, invece, è stato di altissimo profilo e i feedback ci hanno fatto grande piacere. Le ragazze si sono trovate benissimo, e per quanto riguarda la categoria juniores hanno preso parte anche le atlete di riferimento del movimento».

Alessandro Ballan, presidente dell’UC Giorgione, è uno degli organizzatori dell’evento
Alessandro Ballan, presidente dell’UC Giorgione, è uno degli organizzatori dell’evento
Tre giorni di gare che hanno permesso a tante atlete di correre…

Le presenze sono state davvero elevate, siamo stati leggermente sfortunati perché il tempo ci ha penalizzati nella giornata di venerdì. Era prevista gara su un circuito cittadino a Castelfranco Veneto, della quale abbiamo ritardato la partenza perché abbiamo aspettato che asciugassero le strade. 

I numeri parlano di 600 presenze…

E’ stato un bel segnale. Chiaramente il numero si riferisce alle partenze totali, considerando che erano tre giorni di gare abbiamo avuto atlete che hanno gareggiato su più giorni. Le adesioni ci hanno fatto capire che questi eventi servono e fanno bene al movimento, il ciclismo giovanile si sta spostando tanto sulle corse a tappe e questo è un primo passo anche per noi. 

La prima edizione del Trittico Rosa Alta Marca Trevigiana era riservato ad atlete delle categorie: esordienti, allieve e juniores
La prima edizione del Trittico Rosa Alta Marca Trevigiana era riservato ad atlete delle categorie: esordienti, allieve e juniores
Che cosa dite di questa prima edizione?

Siamo soddisfatti, ci sono delle cose da sistemare ma parliamo di dettagli che vengono fuori solamente quando si è sul campo. Ad esempio credo sia meglio organizzare una corsa a tappe piuttosto che una tre giorni, in particolare per la categoria juniores. L’impegno e le adesioni potrebbero essere maggiori o comunque si avrebbe un numero costante tra le tre prove.

Avete corso tra Castelfranco Veneto e le Colline di Valdobbiadene, come avete scelto i luoghi?

Castelfranco è casa mia e avevo l’intenzione di fare una gara lì, solo che è difficile organizzare tutto a causa del traffico e dei permessi. Sembra piccola, ma stiamo parlando di una cittadina di 30.000 abitanti. Insomma non è facile mettere tutti d’accordo, con il circuito cittadino ci siamo riusciti. Poi il coinvolgimento di Mosnigo e della zona del Valdobbiadene Prosecco è arrivata grazie al figlio di Angelo Presti, storico organizzatore e figura che ha dato tanto al ciclismo nella zona di Mosnigo.

La prima delle tre giornate prevedeva una corsa in linea in notturna a Castelfranco Veneto
La prima delle tre giornate prevedeva una corsa in linea in notturna a Castelfranco Veneto
Come avete suddiviso le gare?

Dopo la prima sul circuito cittadino di Castelfranco Veneto ci siamo spostati nella zona di Valdobbiadene. Il secondo giorno era in programma una cronometro, volevamo disegnare un percorso più ondulato, ma non è stato possibile a causa delle direttive sulla chiusura del traffico. Abbiamo virato su due circuiti cittadini: uno più corto sul quale hanno corso le esordienti. L’altro, più lungo, era per le allieve e le juniores.

Il terzo e ultimo giorno?

Avevamo la prova in linea, per le esordienti si è trattato di un percorso pianeggiante a Mosnigo. Le allieve hanno fatto lo stesso ma con una variante all’ultimo giro sulla salita verso Follo per rendere la gara dura. Per quanto riguarda le juniores, invece, hanno corso per cinque giri su quest’ultimo percorso molto impegnativo. 

Avete curato anche l’aspetto tecnico?

Molto. Nonostante il circuito cittadino di Castelfranco fosse di soli 1,3 chilometri abbiamo inserito un tratto in pavé. Non una cosa impossibile, però è giusto far capire alle ragazze come si corre su percorsi che non prevedono solo asfalto. Allo stesso modo, nella gara in linea abbiamo inserito tante stradine strette dove era importante correre davanti e restare concentrate. Insomma, un assaggio di ciclismo vero.

Altri appunti che portate a casa?

Uno importante è che il prossimo anno vorremmo anticipare l’evento di una settimana. La vicinanza al Lunigiana e la concomitanza di una corsa in Emilia-Romagna per le juniores (inserita successivamente a calendario, ndr) ci ha tolto qualche partecipante. Il mese di agosto per noi è perfetto, sia per il traffico che per le famiglie, le quali possono seguire le ragazze con maggiore partecipazione.

Berton, nel dopo gara con i protagonisti c’è sempre lui

02.09.2025
6 min
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Ci vuole sicuramente tanta preparazione professionale e, perché no, anche quella fisica per il suo lavoro. Pochi istanti dopo la fine di una classica o di una tappa di un grande giro, Andrea Berton deve trovarsi al posto giusto al momento giusto per intercettare e inseguire le prime battute dei protagonisti. Anche poco fa a El Ferral Larra Belagua, traguardo della decima frazione de La Vuelta (vinta da Jay Vine e con Jonas Vingegaard tornato leader), ha esattamente fatto questo, ma non solo.

Il curriculum del giornalista milanese è degno del palmares di un grande corridore. La sua voce ha riempito tanti pomeriggi degli appassionati di ciclismo durante le telecronache su Eurosport Italia fino al 2014, poi ha cambiato ruolo all’interno del network della Warner Bros Discovery. Da dieci anni i compiti di Berton hanno preso un respiro molto più internazionale diventando “reporter on site” in lingua inglese al seguito delle gare. E così, vedendolo sempre nel vivo del post-azione, abbiamo voluto approfondire l’argomento, cercando di scoprire difficoltà, vantaggi o aneddoti della sua più recente esperienza lavorativa. C’è spazio anche per un piccolo grande insegnamento per chi vorrebbe fare una carriera come la sua.

Dopo tanti anni di telecronache, Andrea Berton dal 2016 è “reporter on site” per Eurosport in lingua inglese (foto Julian Verlay)
Dopo tanti anni di telecronache, Andrea Berton dal 2016 è “reporter on site” per Eurosport in lingua inglese (foto Julian Verlay)
Andrea proviamo a spiegare meglio il tuo lavoro?

Certo. Sono impegnato sia prima della partenza che dopo l’arrivo della tappa con le interviste. Al mattino tastiamo umori e sensazioni di atleti e direttori sportivi. Essenzialmente però posso dire che la parte più impegnativa è dopo l’arrivo. Eurosport da qualche tempo vuole le “instant reaction”, ovvero le impressioni a caldo dei corridori.

In cosa consiste?

Innanzitutto dobbiamo rispettare una zona riservata alle televisioni molto dopo la linea del traguardo. Ci posizioniamo dove sappiamo possono fermarsi i corridori, più o meno dove ci sono i massaggiatori che li attendono. Poi cerchiamo di andare a sentire subito i compagni del vincitore oppure quei corridori che si sono piazzati alle sue spalle. Per regolamento noi non possiamo intervistare né lui né chi porta le maglie di leader delle varie classifiche. Tutti loro prima devono passare dai microfoni del segnale internazionale, quindi ci concentriamo su altri protagonisti.

Le tue impressioni a mente fredda quali sono in quei frangenti?

Sono momenti bellissimi ed intensi per me. Magari dopo un arrivo in volata, vedi da vicino l’eccitazione di chi ha fatto il leadout al proprio capitano che ha vinto la tappa oppure la delusione di chi è stato battuto. Oppure nelle tappe di montagna puoi osservare chi ha appena compiuto un grande sforzo.

Hai qualche aneddoto da raccontare?

Ricordo ancora Dani Martinez l’anno scorso al termine dell’arrivo al Mottolino di Livigno. Restò quasi quattro minuti seduto contro una transenna a capo chino per recuperare dalla fatica. Era provatissimo. Oppure invece mi ha sempre stupito la freschezza di Pogacar dopo ogni sforzo, proprio per il suo grande livello. Per me, ripeto, o per chi fa il mio mestiere è un grande privilegio vivere questi momenti.

Piccolo inciso, Pogacar ti è sembrato stanco al Tour come è stato detto a più riprese?

In Francia quest’anno non c’ero, ma ho parlato con i miei colleghi di questo argomento. Loro mi hanno detto che non lo hanno visto così tanto provato e che avrebbe potuto vincere qualche tappa in più. Però mi limito alle loro impressioni.

Berton è rimasto impressionato dalla freschezza di Pogacar nelle interviste post-gara (foto Julian Verlay)
Berton è rimasto impressionato dalla freschezza di Pogacar nelle interviste post-gara (foto Julian Verlay)
Il rapporto con i corridori invece com’è negli attimi vicini alla corsa?

Partiamo dal presupposto che tutti i momenti degli atleti vanno rispettati. Sia prima del via quando può esserci un po’ di tensione perché “si sente la gara”, sia dopo il traguardo anche quando vai a parlare con qualcuno felice per il risultato di squadra. Ogni corridore ha il proprio carattere, quindi c’è sempre qualcuno che parla più volentieri e qualcuno meno.

Possiamo fare degli esempi?

Senza andare tanto indietro nel tempo, mi limito a queste prime tappe di Vuelta. Ciccone non è uno che abbia molta voglia di parlare, specie prima di una tappa in cui è uno dei pronosticati. Se non viene in mixed zone, il giorno successivo magari passa, si scusa e fa l’intervista. C’è invece l’altro Giulio, Pellizzari, che è molto più loquace. Lui ha sempre la battuta pronta e il sorriso, anche quando non è stata una grande giornata. Non si sottrae mai alle domande e spesso risponde stemperando la tensione. Oppure ancora c’è Edward Planckaert, il pesce-pilota di Philipsen, che ti racconta sempre tantissimo delle volate che quasi te le fa vivere.

Hai notato qualche cambiamento sotto il punto di vista del rapporto corridore-giornalista?

Di sicuro posso dire tranquillamente rispetto al passato, soprattutto quando ho iniziato a fare questo lavoro ormai trent’anni fa, che adesso il corridore ha una capacità e una disponibilità migliori di rapportarsi con i media. Adesso ti vengono a cercare per le interviste. Parlo di italiani ed stranieri. Si vede che c’è tanta professionalità. In generale, tranne qualche eccezione, trovi corridori più preparati a parlare, anche a caldo. E per questo li devo ringraziare perché facilitano il mio lavoro.

Quali sono le difficoltà principali del tuo ruolo?

Direi che la logistica è la cosa più complicata e rende la giornata lunga. Siamo sempre sia in partenza che in arrivo e di base con l’ultima intervista del dopo-gara, finisce il nostro lavoro di giornata. Talvolta è capitato di arrivare tardi al traguardo perché trovi traffico oppure un incidente o perché non ci sono molte strade alternative per arrivare. Ricordo una tappa del Tour Femmes di tre anni fa ed una di montagna al Giro d’Italia dell’anno scorso. Comunque ce l’abbiamo sempre fatta per arrivare in tempo prima dell’arrivo.

Può incidere questo sul rendimento del tuo lavoro?

Quando siamo in trasferimento, non sempre abbiamo un segnale forte sul cellulare o altri dispositivi per vedere la tappa in streaming, pertanto questo aspetto può limitarci. Vedere com’è andata la gara ti aiuta nelle interviste o considerazioni. Tuttavia talvolta capita che debba fare domande al buio proprio per quello che vi dicevo all’inizio. Essendo posizionati lontani dal traguardo e dal maxischermo, e non avendo sempre la possibilità di vedere il finale sul cellulare un po’ per la concitazione, un po’ per la differita, dobbiamo affidarci alle parole dei corridori. Per non sbagliare in quelle circostanze, specie dopo uno sprint, chiedo “com’è stato il finale?” e l’atleta ti racconta tutto.

Il lavoro di Berton inizia già al mattino poi trasferimento verso il traguardo (foto Julian Verlay)
Il lavoro di Berton inizia già al mattino poi trasferimento verso il traguardo (foto Julian Verlay)
Quanto è importante conoscere il ciclismo soprattutto nelle interviste post-arrivo?

Certamente molto. Credo che sia nostro dovere arrivare preparati e sapere tutto dei corridori, comprese le curiosità oltre ai risultati. Bisogna stare sul pezzo, essere aggiornati. Fa parte del nostro mestiere. Ma non tutti considerano che questo lavoro non lo puoi fare da solo.

A cosa ti riferisci?

E’ vero che faccio io le interviste, però se non hai un collega cameraman che ti segue e capisce in anticipo le tue mosse, allora non fai granché. Infatti a tal proposito ci tengo a ringraziare Phil Bryden con cui lavoro da tanto tempo (in apertura foto Julian Verlay). Lui è un grandissimo intenditore di ciclismo, anche più di me, e fra noi basta davvero un’occhiata per intenderci.

A proposito di preparazione, Andrea Berton possiede ancora quella chiavetta contenente tutte le info dei corridori?

Sì, certo (risponde sorridendo, ndr). Quando facevo le telecronache non esistevano i siti di adesso dove trovi tutti i risultati, così mi ero creato un database su chiavetta dove indicavo piazzamenti e curiosità. La attaccavo al computer e la consultavo in tempo reale quando serviva. Ora ho trasferito tutto su un cloud e lo vedo anche dal cellulare. Molte cose ormai le sappiamo già e ce le ricordiamo, specie se le hai viste dal vivo. Però nel nostro lavoro per essere preparati non bisogna mai smettere di studiare e avere sempre passione per ciò che fai.

Jayco-AlUla più italiana, arriva anche Vendrame

02.09.2025
4 min
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NOVARA – Tra Vuelta e classiche d’autunno con una nuova spinta italiana per il 2026. Approfittando dell’ultimo Grande Giro stagionale abbiamo incontrato Brent Copeland, general manager del team Jayco-AlUla che, oltre a parlarci delle ambizioni di classifica di Ben O’Connor, ci ha raccontato dei piani per il futuro e dei nuovi innesti.

Conca c’è già, Covi arriverà

Come annunciato, Alessandro De Marchi lascerà il ciclismo professionistico, mentre Filippo Zana ha concluso la sua avventura col team australiano, firmando con la Soudal Quick-Step. Eppure, in casa Jayco-AlUla si continua a parlare italiano. Agosto, infatti, ha portato in dote i due che si sono contesi la maglia tricolore fino all’ultimo respiro: Filippo Conca e Alessandro Covi, messi sotto contratto fino al 2027. Entrambi sono accomunati da una gran voglia di riscatto, per confermare quanto di buono visto a Gorizia.

«Come qualsiasi altra squadra – comincia a spiegare Copeland – cerchiamo dei talenti che si integrino nell’organico, non soltanto in corsa, e che rientrino nel nostro budget. Non scegliamo un corridore piuttosto che un altro per la sua nazionalità o per altri dettagli specifici. Cerchiamo ragazzi che a livello di mentalità si avvicinino il più possibile alla nostra e che possano rappresentare un valore aggiunto. Penso proprio che sia Conca sia Covi siano due ottime aggiunte e che rappresentino perfettamente quello che cerchiamo in un corridore».

Conca ha già debuttato in maglia Jayco-AlUla. Qui è a Plouay, domenica scorsa
Conca ha già debuttato in maglia Jayco-AlUla. Qui è a Plouay, domenica scorsa

Ragazzi in cerca di spazio

Rilanciato nel ciclismo che conta dallo Swatt Club, Conca ha già cominciato a far sfoggio della nuova e fiammante maglia tricolore. Ha infatti esordito a Ferragosto col nuovo team in Belgio e supportando lo scorso weekend a Plouay Michael Mattews (poi 8° al traguardo della Bretagne Classic).

«Noi volevamo gente – prosegue Copeland – che pensasse alla squadra più che ai propri risultati personali. Dopo alcuni colloqui con Filippo, abbiamo pensato che sarebbe stato l’inserimento perfetto. Siamo felici che sia salito a bordo.

Covi, invece, chiuderà la stagione con il Uae Team Emirates e poi scatterà il suo biennale con la nuova maglia, convinto di ritrovare nuove motivazioni e di tornare a crescere. Soprattutto sperando di avere maggior spazio rispetto a quello avuto nella corazzata degli Emirati. 

Covi lascia il UAE Team Emirates per avere più spazio alla Jayco-AlUla
Covi lascia il UAE Team Emirates per avere più spazio alla Jayco-AlUla

Sorpresa Vendrame

Ma il general manager della Jayco-Alula non si ferma qui ed è pronto a calare il Joker per fare tris di italiani, anzi poker contando Davide De Pretto già presente in rosa. Nelle prossime ore, infatti, verrà ufficializzato l’ingaggio di Andrea Vendrame. Dopo sei anni con la Decathlon AG2R, il trentunenne di Santa Lucia di Piave aveva bisogno di stimoli e spera di ritrovare quella gamba che nel maggio 2024 gli permise di vincere la diciannovesima frazione del Giro con arrivo a Sappada. In apertura, il veneto vince la quarta tappa del Tour du Limousin.

«Stiamo cercando di formare il miglior team possibile per il 2026 – ci aveva detto Copeland al via della Vuelta – ma ogni anno è necessario uno sforzo economico maggiore. Diventa difficile riuscire a mettere su una squadra che possa essere sempre competitiva o votata all’attacco. Ci sarà ancora qualche annuncio, nessun grosso nome da scuotere il mondo del ciclismo, ma innesti mirati che possono integrarsi al meglio nel nostro organico». Ed ecco dunque un altro tassello a comporre il mosaico degli aussie.

La Jayco-AlUla, anche quella di domani, sarà incentrata attorno a O’Connor
La Jayco-AlUla, anche quella di domani, sarà incentrata attorno a O’Connor

Tutti per O’Connor

Una squadra che, giocoforza, sarà costruita attorno a Ben O’Connor, ricaricato da questa nuova avventura finalmente con un team australiano dopo una lunga percorrenza in AG2R.  «Ben sta bene – spiega Copeland – ha fatto una bella preparazione e ha disputato un ottimo Tour de France. Quando vinci la tappa regina alla Grande Boucle, superando campioni del calibro di Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard, è qualcosa di fantastico».

Dopo i successi di maggio al Giro con Plapp (Castelraimondo) e Harper (Sestriere), la fiammata al Tour dello stesso O’Connor nel tappone di Courchevel, ora Copeland sogna il triplete alla Vuelta. Soltanto nel 2022, il team australiano era riuscito a imporsi in tutti i tre Grandi Giri. Nella Corsa Rosa arrivarono le due stoccate di Yates e quella di Sobrero nella crono finale di Verona, alla Grande Boucle gli acuti di Groenewegen e Matthews, ora manca la ciliegina nella corsa a tappe spagnola. Di qui a fine stagione, le occasioni per continuare nella striscia positiva non mancano, anche se O’Connor ha scelto di non disputare il mondiale, che vedrà Jai Hindley come punta dell’Australia, facendo rotta invece in modo deciso sul Lombardia.

Patrick Pezzo Rosola: la crescita e il confronto con i giganti

02.09.2025
5 min
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Il cambio di marcia di Patrick Pezzo Rosola è arrivato durante l’estate, e si è concretizzato nel mese di agosto. La prima esperienza con la maglia della nazionale, guidata da Dino Salvoldi, gli ha fatto trovare un colpo di pedale diverso. Da lì, era metà luglio, è arrivato un quarto posto al Trofeo Pian Camuno e la prima vittoria nella categoria juniores su strada. Il più piccolo, e il più testardo (per sua stessa ammissione, ndr) della famiglia Pezzo Rosola ha poi raccolto un secondo posto di assoluto spessore al Trofeo Paganessi lo scorso 31 agosto (in apertura Patrick Pezzo Rosola in maglia Petrucci Assali Stefen Marko, insieme al vincitore Georgs Tjumins e al terzo classificato Anatol Friedl, foto FCI).  

«Diciamo che non me lo aspettavo – racconta Patrick Pezzo Rosola – sapevo che ero in ottime condizioni visto che la settimana prima avevo vinto. Allo stesso modo ero consapevole del livello nettamente più alto del Paganessi, non sapevo bene cosa aspettarmi».

Pochi giorni prima del Trofeo Paganessi Patrick Pezzo Rosola ha trovato la sua prima vittoria da junior al GP Caffè Borbone
Pochi giorni prima del Trofeo Paganessi Patrick Pezzo Rosola ha trovato la sua prima vittoria da junior al GP Caffè Borbone
Sei arrivato secondo in mezzo ai due corridori della Grenke-Auto Eder, com’è stato correre contro di loro?

Difficile, perché vanno tanto forte. Ovviamente si allenano anche di più di me e della maggior parte dei ragazzi in gruppo, hanno altri materiali e una forza completamente diversa. Restare lì con loro e sfidarli però è bello, quando riesci a stargli dietro e a staccarli vuol dire che sei andato davvero forte. 

Tu quante ore ti alleni a settimana?

Tra le quindici e le diciotto ore, poi cerco di fare le cose bene, di riposarmi e godermi tutto quello che un ragazzo di 17 anni fa normalmente. Esco con gli amici, faccio delle camminate, vado a correre ogni tanto. E poi fino a quando c’era la scuola mi sono concentrato sullo studio. 

Dopo la prima esperienza in maglia azzurra Patrick Pezzo Rosola (qui il primo a destra) è cresciuto molto
Dopo la prima esperienza in maglia azzurra Patrick Pezzo Rosola (qui il primo a destra) è cresciuto molto
Quando li vedi arrivare in gruppo sembrano degli alieni o normali come gli altri?

No, li vedi già subito che sembrano fuori dal normale. Già solo a guardarli da fuori capisci che sono superiori.

E’ una cosa che spaventa?

Forse è dal nome della squadra e anche dai loro risultati che pensi di aver davanti corridori superiori. Non fanno paura, però sai che da un momento all’altro possono combinare di tutto.

Arrivare secondo vuol dire che alcuni di loro li hai messi alle spalle…

La gara di domenica (31 agosto, ndr) era dura e con il passare dei giri la selezione era sempre più importante. I ragazzi della Grenke-Auto Eder si sono mossi tutto il giorno, dal canto mio sapevo di dover restare tranquillo. Volevo giocarmi la mia occasione all’ultimo passaggio sulla salita, infatti ho attaccato e sono scollinato con una decina di secondi di vantaggio. Appena iniziata la discesa il lettone (Georgs Tjumins, ndr) mi è venuto a prendere. 

Nel ciclocross il giovane di casa Pezzo Rosola ha fatto vedere ottime cose e nel 2025 aveva già conquistato il tricolore juniores
Nel ciclocross il giovane di casa Pezzo Rosola ha fatto vedere ottime cose e nel 2025 aveva già conquistato il tricolore juniores
Quando sei rimasto da solo con quei dieci secondi di vantaggio ci hai creduto?

Non più di tanto, sapevo che non sarebbero stati sufficienti per arrivare in fondo, poi quelli della Grenke dietro erano in tre e in qualche modo mi sarebbero tornati sotto. Per fortuna si è mosso solo Tjumins, una volta rimasti in due ho iniziato a credere di più nella vittoria. Ho collaborato perché nel ciclismo non si sa mai, ma nel falsopiano verso l’arrivo mi ha staccato.

Si è trattato di un tuo primo grande risultato in una gara lunga e difficile, è cambiato qualcosa?

Di solito in gare sopra un certo chilometraggio mi trovo peggio rispetto a quelle più corte, arrivando dal ciclocross non sono mai stato abituato a fare tanti chilometri. Qualcosa è cambiato con l’estate, perché dopo un inverno intenso a correre sul fango non ho caricato molto. Poi avevo la scuola e dovevo fare gli esami. Ho fatto un istituto professionale di tre anni, elettricista, e a giugno ho fatto l’equivalente della maturità. Una volta finito tutto ho avuto modo di allenarmi di più sulle lunghe distanze. 

Il Giro della Lunigiana, che inizierà il prossimo 4 settembre, sarà un’altra prova importante per la sua crescita
Il Giro della Lunigiana, che inizierà il prossimo 4 settembre, sarà un’altra prova importante per la sua crescita
Tanto da aver trovato anche la prima vittoria al GP Caffè Borbone…

Alla fine mi mancava solo il successo, quindi è stata una bella riscossa anche da tutta la stagione. Su strada non vincevo da un po’ e dopo tanti piazzamenti è stato bello anche ritrovare il gradino più alto del podio.

Ora si fa rotta verso il tuo primo Lunigiana, emozioni?

E’ la prima vera gara tappe che faccio, soprattutto con un livello così alto. Il morale sarà più elevato rispetto al Baron, ma vedremo come andrà. Non mi aspetto nulla. So solo che sarà la mia ultima corsa su strada prima di fermarmi e preparare la stagione di ciclocross. 

Il più piccolo di casa ha imparato ad ascoltare un po’ di più i consigli, ma a volte gli piace fare di testa sua
Il più piccolo di casa ha imparato ad ascoltare un po’ di più i consigli, ma a volte gli piace fare di testa sua
Sei ancora il testardo della famiglia?

Ancora sì, ma ultimamente cerco di ascoltare di più gli altri, soprattutto mio fratello Kevin. Con il passare degli anni ho capito che aveva ragione su tante cose sulle quali ci “scontravamo”. La principale direi che è l’alimentazione in gara, quando ero allievo mi ripeteva di mangiare in corsa per non arrivare stanco e svuotato alla fine. Io non lo ascoltavo perché comunque andavo bene. Poi quest’anno ho visto che in gruppo tutti mangiavano e prendevano dei gel, così mi sono chiesto se non stessi sbagliando. Ho iniziato a curare l’alimentazione anche io e ho visto che riesco a recuperare meglio. 

Vi allenate insieme?

Ora che sono junior sì, riusciamo a uscire due o tre volte a settimana. Ma sugli allenamenti decido se ascoltarlo o meno a seconda di come mi gira (ride, ndr).

Salvate il soldato Remco (che riparte dal Tour of Britain)

02.09.2025
5 min
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Woodbridge è un paese di undicimila abitanti della contea del Suffolk, in Gran Bretagna, che oggi darà il via al Lloyds Bank Tour of Britain. L’ultima corsa della carriera per Geraint Thomas, quella del rientro per Remco Evenepoel. Anche ieri pioveva, sembra che lo faccia ogni giorno. Per questo i campi e i giardini sono gonfi di un bel verde fradicio.

A volte i tasselli del puzzle si mettono a posto da soli. La riflessione fatta nell’Editoriale di ieri sull’estremizzazione delle preparazioni, già denunciato dalla signora Vingegaard, teneva conto anche del caso di Remco, smagrito e svuotato nel tentativo di rincorrere Pogacar. La sua storia recente avvalora la tesi. Magari non tutti, ma tanti stanno esagerando, avendo per riferimento un campione così speciale da rappresentare un’eccezione, cercando di farne la regola. Finirà che un giorno anche Pogacar dovrà arrendersi a se stesso, quando si renderà conto di non poter più reggere il confronto con le sue imprese.

Evenepoel e Pogacar si sono incontrati all’Amstel, in cui Remco è arrivato terzo. Ma già Freccia e Liegi hanno scavato il solco
Evenepoel e Pogacar si sono incontrati all’Amstel, in cui Remco è arrivato terzo. Ma già Freccia e Liegi hanno scavato il solco

Ritirato per sfinimento

Evenepoel era sparito dai radar ritirandosi dal Tour. Arrivò quasi ai piedi del Tourmalet e alzò bandiera bianca, dopo aver subito l’onta di essere ripreso da Vingegaard nella crono di Peyragudes. Va bene che il danese è più scalatore di lui e quella tappa aveva l’arrivo sul celebre muro, ma voi lo capite che cosa abbia significato un momento del genere per il campione che ha vinto mondiali e olimpiadi a crono?

Remco non aveva particolari malattie, se non l’essere spossato, svuotato, sfinito. Spiegandolo ai media alla vigilia della corsa britannica, ha detto di non essersi mai riposato del tutto prima della sfida del Tour.

Tour de France, 14ª tappa: a circa 100 km dall’arrivo, Evenepoel, sconsolato, si ritira (immagine tv)
Tour de France, 14ª tappa: a circa 100 km dall’arrivo, Evenepoel, sconsolato, si ritira (immagine tv)

Necessità di staccare la spina

Così si è fermato, come riesce a fare chi può scegliere. A fine luglio ha messo per due settimane la bici in un angolo e si è rifugiato a casa sua in Belgio. Il padre, intervistato da l’Avenir, ha spiegato come fosse completamente esausto e avesse la necessità assoluta di staccare la spina. Il suo allenatore Koen Pelgrim, che ha fornito ovviamente una versione edulcorata, ha detto che Remco ha ricaricato le batterie per essere pronto mentalmente e fisicamente per l’ultima parte della stagione. Sarebbe suonato strano se anche lui avesse ammesso che il campione è stato spinto oltre la sua capacità di sopportazione.

Remco era talmente svuotato da aver saltato per la prima volta dopo tre anni la R.EV. Ride, il raduno dei suoi fan che si tiene ogni anno al Castello di Schepdaal. «Dal punto di vista medico – ha detto ancora suo padre a l’Avenir – non era pronto a correre con tutti gli altri. Ed è anche positivo per lui resettarsi completamente. La gente capirà».

Prima del ritiro dal Tour, la resa nella crono di Peyragudes: Vingegaard, partito 2′ prima, lo riprende e lo salta
Prima del ritiro dal Tour, la resa nella crono di Peyragudes: Vingegaard, partito 2′ prima, lo riprende e lo salta

A Livigno, in silenzio

Allo stato di prostrazione fisica, luglio ha aggiunto la notizia del passaggio di Evenepoel alla Red Bull-Bora-Hansgrohe, che ha fatto parecchio rumore. Anche il modo in cui la Soudal Quick Step lo ha annunciato non ha contribuito a distendere gli animi. In ogni caso, quattro giorni dopo, Evenepoel è arrivato a Livigno per riprendere la preparazione, in vista di mondiali ed europei: cronometro e strada.

A parte il suo staff, nessuno sa in che modo il belga abbia lavorato. Contrariamente a quanto accade ormai per consuetudine infatti, Remco non ha condiviso alcuna attività su Strava. L’unica informazione è venuta dal suo allenatore che ha parlato di volumi di lavoro a bassa intensità.

Il tassello finale del puzzle, che fa capire come non si sia trattato di uno stop dovuto a un trauma o una malattia, lo ha fornito Lefevere, che è sempre stato il padre putativo di Evenepoel. Ha ammesso al podcast Derailleur di non aver avuto a lungo contatti con il ragazzo. «Mi ha detto che ci rivedremo – ha raccontato – quando la tempesta si sarà calmata. Non voglio disturbarlo in questo momento. Il cambiamento di squadra non lascia mai nessuno indifferente, porta sempre un po’ di stress».

Sfrontato, potente e spensierato: così Evenepoel con Lefevere dopo la prima Liegi vinta nel 2022 (foto Wout Beel)
Sfrontato, potente e spensierato: così Evenepoel con Lefevere dopo la prima Liegi vinta nel 2022 (foto Wout Beel)

La maledizione del Tour

In questa stagione che lo ha visto rientrare vincendo la Freccia del Brabante dopo aver sistemato le tante fratture dell’incidente in allenamento, Remco ha di fatto conquistato tre vittorie in altrettante cronometro: al Romandia, al Delfinato e al Tour. Prima della Grande Boucle, gli annunci sulla sua magrezza e gli ottimi valori si sono infranti su un’altra evidenza. Ora che (forse) si è capito che esiste un limite o in attesa che anche la Red Bull provi a fare di lui l’anti Pogacar, quello che sarebbe auspicabile per Remco sarebbe il ritorno alla spensieratezza. La stessa che gli ha permesso di ottenere le vittorie più belle e che è sparita da quando il Tour è entrato nella sua vita. Il podio del 2024 ha fregato anche lui. Il timore per chi lo conosce è che nel tentativo di cambiargli il dna, finiranno col cambiargli anche l’anima.

Il mondiale dei 14 allori, Addesi si frega le mani…

02.09.2025
6 min
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L’Italia paraciclistica torna da Ronse, sede belga dei mondiali con 14 medaglie, lo stesso numero della rassegna zurighese dello scorso anno, solo che gli ori sono più che raddoppiati, arrivando all’esatta metà. La spedizione italiana guidata dal cittì Pierpaolo Addesi è stata trionfale, riportando alla memoria antichi bottini, quelli dell’epoca dello sfortunato Zanardi. Ma rispetto ad allora le differenze ci sono e sono sostanziali.

Addesi è appena sceso dall’aereo che lo riportava a casa, ritrovando sul cellulare una pioggia di chiamate inevase, di messaggi WhatsApp, di complimenti espressi da ogni parte e la prima cosa che ha notato è che mai come questa volta i successi dei suoi ragazzi hanno avuto un così forte riscontro mediatico, quando in passato (ecco una delle differenze…) avevano, se andava bene, una “breve” sui quotidiani sportivi.

Doppietta d’oro per l’olimpionico Cornegliani, battendo sempre lo storico rivale sudafricano Dui Preez (foto FCI)
Doppietta d’oro per l’olimpionico Cornegliani, battendo sempre lo storico rivale sudafricano Dui Preez (foto FCI)

«E’ una reazione a catena – sottolinea Addesi – La giornata storica di Rovescala non ha solo dato spinta al nostro gruppo sul piano tecnico e agonistico, ma ha anche attirato i fari dell’attenzione. C’era un’atmosfera speciale, si respirava sin dalla vigilia, ma io dico che era nell’aria già al primo ritiro stagionale. Si capiva che qualcosa stava cambiando, che si stava creando un vero e proprio gruppo, dove ognuno sostiene l’altro. Dove innanzitutto ci si diverte. Così sembra tutto più facile e ed è una cosa che ripeto da ogni volta che facciamo le riunioni: non è che si diventa felici dopo che si vince la medaglia, ma si vince la medaglia se si è felici».

Una volta si parlava di due gruppi separati, handbike e gli altri…

Non è così, almeno non più. Si sta tutti insieme, ma vorrei sottolineare anche lo staff che c’è dietro. Ci aiutiamo anche in ruoli diversi, cioè non facciamo distinzioni. E questa disponibilità i ragazzi la avvertono. Domenica sera sono uscite parole bellissime nella festa finale.

Come Cornegliani e Farroni, anche Roberta Amadeo ha vinto l’oro sia in linea che a cronometro (foto FCI)
Come Cornegliani e Farroni, anche Roberta Amadeo ha vinto l’oro sia in linea che a cronometro (foto FCI)
Che livello hanno avuto questi mondiali?

Ormai andiamo sempre più verso il professionismo, ogni edizione lo dimostra maggiormente. Il nostro bilancio non deve trarre in inganno, c’è ancora differenza con altri Paesi dove i corridori sono inseriti anche in squadre WorldTour e fanno i professionisti a tutti gli effetti. Ma noi ci stiamo arrivando, io sono ottimista, se riusciremo a coinvolgere le nostre squadre, anche se in Italia non è che ne abbiamo tante, ad aprirle a questi ragazzi. Come fanno in Francia – ammette Addesi – dove per esempio la Cofidis ha nell’organico due atleti in gara ai mondiali. E’ questione di tempo, ma stiamo andando nella direzione giusta. Infatti ci sono nomi che corrono e vincono fra Elite e Under 23 che già hanno le peculiarità per correre fra noi e sono molto interessati, il prossimo anno avremo tanti volti nuovi. Ma ci dobbiamo arrivare piano, anche se le società ancora ci guardano in modo diverso. Ma quel che è successo a Rovescala e questi risultati iridati sono un grande aiuto.

Il terzetto del team relay, con Cortini, Mazzone e Testa, bronzo dietro Francia e Australia (foto FCI)
Il terzetto del team relay, con Cortini, Mazzone e Testa, bronzo. In alto a sinistra il cittì Addesi (foto FCI)
Fino a qualche anno fa c’era sempre una sproporzione nel medagliere a favore delle handbike. La situazione adesso qual è?

Sta cambiando profondamente, anche se i campioni dell’handbike continuano a raccogliere allori. Ma lo dico apertamente, avremmo potuto ottenere molto di più con un pizzico di fortuna. Stacchiotti stava correndo un mondiale favoloso, era nella fuga decisiva di 5 corridori e il finale era a suo favore, ma una foratura ha spento i suoi e i nostri sogni. Sarebbe stata quantomeno un’altra medaglia perché l’arrivo era per lui. Anche nel tandem femminile Noemi Eremita e Marianna Agostini hanno perso per foratura un possibile bronzo. Senza dimenticare la Cretti che era in forma perfetta, ma ha avuto un problema meccanico prima della partenza. Ha corso con la bici di riserva, ma mentalmente non c’era più ed è comprensibile. Aspetteremo il mondiale su pista di Rio per rifarci. Non dimentichiamo che qualche anno fa non avevamo più neanche un ciclista, c’erano solo handbike. Ora diventiamo sempre più competitivi dappertutto.

La gioia di Di Felice e Andreoli per un oro atteso da ben 11 anni, vinto anche grazie a Totò e Bernard (foto FCI)
La gioia di Di Felice e Andreoli per un oro atteso da ben 11 anni, vinto anche grazie a Totò e Bernard (foto FCI)
Tra tante medaglie qual è quella che ti ha emozionato di più?

Dico la verità, l’oro del tandem, perché mancava da 11 anni ed è il frutto di un lavoro prolungato. Vedere un tandem che a distanza di due anni dalla sua costituzione vola sul gradino più alto del podio vuol dire che abbiamo lavorato bene (e a tal proposito Addesi racconta un episodio, ndr). Lo scorso anno a ottobre ho invitato Di Felice a provare il tandem con Andreoli. Sono venuti nella mia zona, a casa mia abbiamo fatto un test, ho visto subito che c’era qualcosa di buono.

Qual è la loro storia?

Di Felice, dopo le brutte vicissitudini culminate con la lunga squalifica ha trovato con noi la strada per riscattarsi. Io penso che avrebbe avuto tutto per fare il professionista. Le vicissitudini passate io le conosco in parte, non tutte, ma sono parte del passato. E’ molto determinato, ha una testa che è impressionante. Andreoli da parte sua l’agonismo lo aveva già masticato nello sci. Io però ho visto un Andreoli cambiato nel giro di un anno, che fa da guida anche agli altri. Sono andati proprio forte, le altre nazioni sono venute a complimentarsi e non dimentichiamo che ai piedi del podio sono finiti Totò e Bernard che hanno giocato di squadra.

Nella categoria H3 Testa e Pini hanno fatto compagnia sul podio al dominatore francese Bosredon (foto FCI)
Nella categoria H3 Testa e Pini hanno fatto compagnia sul podio al dominatore francese Bosredon (foto FCI)
Nelle handbike continuiamo a vincere con campioni che prolungano negli anni i loro successi, ad esempio Mazzone, il portabandiera di Parigi…

Le categorie di Mazzone, Cornegliani tengono conto di disabilità molto gravi, che portano gli atleti a prolungare negli anni la loro attività perché arrivare a quei livelli, anche per chi è giovane, è difficile. Nelle loro condizioni l’attività richiede enormi sacrifici, basti dire che se si gareggia o ci si allena alle 10, per espletare tutte le proprie attività bisogna alzarsi anche alle 4 di notte. Non tutti sono disposti a fare questi sacrifici. Le categorie con la C sono diverse, spesso sono legate a incidenti, per la maggior parte in moto.

Per Addesi non c’è nemmeno il tempo di rifiatare perché c’è subito da mettersi a lavorare per i mondiali su pista…

Sarà un mondiale un po’ ridotto perché lontano e non dà punti per le qualificazioni olimpiche, ma posso garantire che già dal prossimo anno avremo un livello più alto, a partire già dai materiali. Stiamo lavorando per trovare situazioni a nostro vantaggio. Stiamo lavorando proprio per Los Angeles, con calma, perché le cose si fanno per tempo, ma sono sicuro che nell’arco di un paio d’anni avremo un gruppo solido e forte sia su strada che su pista. Quest’anno però non andrò a Rio per cambiare aria con gli atleti che ho. Mi aspetterò piazzamenti importanti, potrebbe arrivare anche qualche medaglia. Guardando solo alle specialità olimpiche perché non dobbiamo disperdere le energie. La Federazione ci sta sostenendo, sono sicuro che anche il Comitato italiano Paralimpico ci metterà delle condizioni migliori per arrivare alle prossime Paralimpiadi con una squadra veramente di livello forte. Io voglio vincere, parliamoci chiaro…