Ezio Bozzolo, Danilo Napolitano

Un caffè da Ezio e la tappa poteva cominciare

05.01.2021
6 min
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Ezio non ti lasciava mai senza un caffè, tanto che a volte dicevi di no per non dare l’impressione di approfittarne. Il pullman della Uae Team Emirates, come quelli di altri autisti amici, è sempre stato il porto sicuro per i giornalisti italiani nelle corse di tutta Europa. E quando capita di fermarsi ad ascoltare i racconti dei loro autisti, capisci quanta cura ci sia dietro quel caffè e il gesto di porgerlo. Ezio quest’anno ha deciso di saltare un turno, anche se gli piacerebbe tornare per il Giro. Aveva da farsi due controlli e ora che sta bene, riprenderebbe subito il volante. Perciò, sperando da un lato che si possa restituirglielo, vogliamo raccontarlo per il fantastico 2020 che ha vissuto con Pogacar al Tour e di lì a ritroso dove la fantasia s’è voluta spingere.

«Il nostro è un ruolo importante – dice Ezio parlando degli autisti – perché ci sono tante situazioni da gestire. Dopo la corsa, se non è andata bene. La mattina prima delle partenze più complicate. Dobbiamo lasciare gli atleti tranquilli, che possano fare le loro cose. Se ci sono stati problemi, ci sono sfoghi da gestire. E poi per il resto, devi sapere tutto su partenze, arrivi, hotel, orari…».

Ezio Bozzolo, Daniel Martin, Vuelta Valenciana 2019
Vuelta Valenciana 2019, Ezio con Daniel Martin nel giorno della crono di Orihuela
Ezio Bozzolo, Daniel Martin, Vuelta Valenciana 2019
Valenciana 2019, Ezio con Martin a Orihuela

Ezio Bozzolo, nato a Ceva in Piemonte nel 1982, è stato fino all’ultima tappa del Giro l’autista più esperto della squadra di Gianetti e Matxin. E per aggiungere un po’ di suspense, una settimana dopo la fine del Tour (vinto da Pogacar sul connazionale Roglic), era stato… prestato alla nazionale slovena per i mondiali di Imola. Con Pogacar che sembrava un bimbo beato, avendo nella nazionale femminile la sua compagna, mentre Roglic passava ogni goccia del tempo libero con la sua famiglia. Ma la storia di Ezio inizia ben prima.

Quando hai cominciato?

Ho smesso di correre da junior a causa dei risultati abbastanza scarsi. Ma il ciclismo era e restava la mia vita, per cui quando Osvaldo Bettoni (storico autista del pullman Shimano, ndr) mi propose di dargli una mano alle gare di mountain bike, presi la patente e iniziai a seguirlo. Di lì, grazie a Fabrizio Bontempi e Della Torre, direttore sportivo e massaggiatore dell’allora Lampre, iniziai a fare un po’ di giornate e si mise tutto in moto.

Ti sei mai reso conto, Ezio, di essere stato testimone diretto di momenti storici di questo sport, come Fausto Pezzi visse nel suo camper le grandi giornate di Pantani?

Me ne rendo conto adesso che ne sono fuori. Quando hai la maglia della squadra e le chiavi del pullman, sei parte della storia e non hai la percezione della straordinarietà. Ho vissuto il mondiale di Varese e anche l’ultimo Tour, per fare un esempio, ma quando sei nel vortice non riesci a gustartela.

Ezio Bozzolo, festa Uae Team Emirates, Tour de France 2020
Il personale della Uae Emirates al Tour, con la bici di Kristoff: Bozzolo è il terzo da destra (Photo Fizza)
Ezio Bozzolo, festa Uae Team Emirates, Tour de France 2020
Bozzolo è il 3° da destra, scatto ai piedi del bus (Photo Fizza)
Andiamo al Tour, penultima tappa alla Planche des Belles Filles. Cosa ricordi?

Eravamo parcheggiati in basso, sopra non si poteva andare se non con dei furgoni. Da tutto il Tour continuavo a meravigliarmi di quanto poco stress ci fosse. Era davvero bello perché c’era la consapevolezza di poter fare bene. Al via da Nizza non si pensava di vincere, ma eravamo tutti carichi. C’erano i migliori in ogni ruolo. Anche fra noi del personale, eravamo tutti affiatati. E Pogacar nel mezzo ci stava benissimo.

In che senso?

Nel senso che la sua dote è la serenità. Quel giorno è sceso dal pullman per riscaldarsi con la sua musica a manetta. Sotto, nello spazio dei meccanici davanti al pullman, c’erano Vasile e Bosio, che gli stavano montando una bicicletta bianca bellissima, che gli aveva fatto Colnago. Ma era bella davvero. Lui scende, li guarda e dice: «Perché bianca? Non ce l’avete quella gialla?». Non l’ha detto per scherzare, tanto che i due si sono fermati.

E’ il bello di quando non si ha niente da perdere…

Il giorno dei ventagli è arrivato al pullman ed è salito sui rulli. Aveva perso terreno. Ha tirato giù due maledizioni e si è messo a pedalare. Forse il momento della svolta fu proprio quello.

Ezio Bozzolo, Federico Borselli, Umberto Inselvini
Seguendo la tappa nel “suo” pullman, con Borselli e Inselvini
Ezio Bozzolo, Federico Borselli, Umberto Inselvini
Seguendo la tappa sul pullman con Borselli e Inselvini
Ricordiamo momenti di silenzio su quel bus anche per le crisi di Aru…

Eravamo tutti coinvolti. Fabio è un ragazzo buonissimo, gentile. Solo che certe volte gli scatta qualcosa e si blocca. Nemmeno si può dire che sia un lavativo o che se ne freghi, perché si allena sempre tanto. E’ stato impossibile per noi italiani vivere con distacco i suoi passaggi a vuoto, era quasi una cosa personale. Mi ricordo Marcato che gli stava vicino e cercava di tirarlo su. E non è stato tanto per questo Tour, quanto per il primo Giro. Avevamo delle aspettative altissime, cavoli: era Fabio Aru. Tutto quello che succede agli atleti dispiace, non sono di quelli che parla dietro.

Che rapporto c’è fra autista e pullman?

Un’attenzione quasi spasmodica. In questo Borselli e Villa (rispettivamente autisti dell’Astana e del Team Qhubeka-Assos) sono dei maestri. Il pullman non è del team, è tuo. Ti scoccia se qualcuno rompe qualcosa. Ti scoccia se manca qualcosa. Fra noi autisti ci sono sempre dei grandi sfottò, come fra bambini che si sfidano per certe dimensioni…

Quali sono i pullman più belli?

Quelli fatti in Italia da Carminati e Tresca battono 10-0 gli stranieri. Il gusto e la qualità del made in Italy su quei bestioni sono così elevati, che ormai anche da fuori vengono a comprarli in Italia. E comunque, quando c’è da fare il nuovo bus, il 99 per cento delle indicazioni le dà l’autista. Perché magari lo fai senza darlo a vedere, ma oltre ad avere l’esperienza del tuo, hai sbirciato e studiato quelli degli altri. Si prendono spunti e poi si adotta la soluzione migliore.

Bus decisivi la mattina di Morbegno…

Se quel giorno non c’eravamo noi della Uae, i pullman non si trovavano tanto presto. E a quel punto i corridori ne avrebbero avuto parecchio di tempo da aspettare…

Michele Del Gallo, Ezio Bozzolo, Mauro Gianetti, Andrea Agostini, Tour de France 2020
Da sinistra: Del Gallo, Bozzolo, Gianetti e Agostini con il Tour 2020 già in tasca (Photo Fizza)
Michele Del Gallo, Ezio Bozzolo, Mauro Gianetti, Andrea Agostini, Tour de France 2020
Da sinistra: Del Gallo, Bozzolo, Gianetti e Agostini (Photo Fizza)
Perché? 

Avevamo appena preso la superstrada per andare verso l’arrivo e per fortuna la telefonata di Marzano che ci richiamava è arrivata prima delle gallerie. Ci siamo fermati praticamente in mezzo alla strada, subito prima dello svincolo, e fortunatamente gli altri si sono incolonnati dietro di noi. A quel punto siamo tornati indietro alla svelta.

Però, nonostante i dovuti ringraziamenti per i tanti caffè, un po’ il pullman è diventato una fortezza inespugnabile se vuoi parlare con un corridore…

Questa è una cosa che sembra strana anche a me, anche se i nostri addetti stampa hanno sempre organizzato degli appuntamenti per i giornalisti. Ma se posso, mi dà fastidio vedere la gente che sta per un’ora là sotto, senza che i corridori scendano per un saluto, una foto. C’è anche di peggio nella vita e avere un ruolo pubblico fa parte del loro lavoro, anche se si sta lavorando per tenerli sempre più chiusi, col rischio di perdere il rapporto col pubblico. Quando avevo Ballan, Petacchi oppure Bruseghin era diverso. Magari perché non c’erano i fantastici cellulari di oggi, ma a quei campioni piaceva stare in mezzo alla gente

Gobik maglia UAE 2021

UAE Emirates e Eolo Kometa: c’è Gobik

03.01.2021
3 min
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Proprio così. Il brand spagnolo specializzato nella produzione cycling wear fornirà l’abbigliamento gara sia al team del vincitore del Tour 2020 Tadej Pogacar che alla squadra coordinata da Alberto Contador e Ivan Basso, la Eolo Kometa appunto, che quest’anno debutta ufficialmente nel gruppo dei Pro Team UCI.

Visibilità al massimo

Tra le due partnership, il vero “colpo” è rappresentato dall’accordo biennale (2021-2022) con il UAE Team Emirates: uno “step” di visibilità e di comunicazione che sarà sinonimo di un grosso salto in avanti per l’azienda di Murcia nella categoria più alta riconosciuta dall’Unione Ciclistica Internazionale.
Oltre a Pogacar, nell’UAE Team Emirates corrono altri 27 atleti tra i quali non possiamo ovviamente dimenticare di citare Alexander Kristoff, Diego Ulissi, Rui Costa, Fernando Gaviria, Matteo Trentin e Davide Formolo.

Maglia Gobike UAE Emirates
La nuova maglia realizzata da Gobik dell’UAE Emirates
Gobik maglia UAE Emirates
La nuova maglia realizzata da Gobik dell’UAE Emirates

12.000 capi per la UAE

«Gobik è un partner molto importante per noi – ha dichiarato Joxean Fernández “Matxín”, il responsabile dell’area tecnica della UAE Emirates – al quale ci accomuna l’ambizione e la voglia di crescere: loro nel settore nell’abbigliamento per il ciclismo, noi a livello di squadra. Entrambi perseguiamo la perfezione e la qualità».
Le esigenze in termini di fornitura di capi d’abbigliamento e accessori per una squadra WorldTour del livello della UAE Emirates sono enormi: pensate, oltre 12.000 articoli per tutta la stagione, concepiti con una vestibilità speciale per le specifiche esigenze dei corridori professionisti.

Gobik maglia Eolo Kometa
La maglia per la stagione 2021 del Team Eolo Kometa
Gobik maglia Eolo Kometa
La maglia per la stagione 2021 del Team Eolo Kometa

Parla Cantero, CEO Gobik

«Il 2021 rappresenta per noi una vera e propria svolta nel nostro percorso di crescita – ha dichiarato Alberto García Cantero, il responsabile dello sviluppo del prodotto Gobik – in quanto non si tratterà più soltanto di una questione di visibilità globale del marchio, ma anche di innovazione e di come il nostro prodotto potrà ancora progredire grazie al lavoro e allo sviluppo fianco a fianco di un team WorldTour come la UAE Emirates».
Gobik rappresenta un’azienda relativamente giovane nel settore, essendo stata fondata appena nel 2010. La sede è a Yecla (Spagna), e sin dalla nascita ha sempre dato la priorità alla personalizzazione delle proprie collezioni. Oggi Gobik “conta” oltre 120 dipendenti, impegnandosi poi quotidianamente per perseguire una crescita sostenibile. Come ambasciatori globali del marchio, ai nomi di Alberto Contador, Julien Absalon, Ivan Basso e Carlos Coloma, si è unito quello di Juan Antonio Flecha.

gobik.com

Fabrizio Guidi 2014

Guidi scarta il dono e inizia un nuovo viaggio

31.12.2020
5 min
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Fabrizio Guidi, così dice lui per spiegare, è come il bimbo sotto l’albero di Natale che ha adocchiato il pacco più bello. La notizia che dal 2021 il toscano sarà uno dei direttori sportive della Uae Team Emirates è arrivata il 15 dicembre tramite un magro comunicato stampa, in cui se ne elogiava la professionalità. Il ciclismo non è come il calcio: quando si sposta un tecnico, celebrazioni se ne fanno il giusto, come se le sole cose che contino siano gli sponsor e i campioni. Però parlando con Alberto Bettiol pochi giorni dopo, era emerso quanto sia importante il rapporto che lega il campione al direttore sportivo e come per colmare il vuoto non basti scrivere un altro nome nella casella. Forse se il ciclismo imparasse a valorizzare tutti gli attori che ne compongono la scena, darebbe di sé l’immagine che merita. Ma questa è un’altra storia…

Fabrizio Guidi, Vuelta 1998
Alla Vuelta del 1998, Guidi in maglia Polti vince tre tappe e la classifica a punti
Fabrizio Guidi, Vuelta 1998
Alla Vuelta 1998, 3 tappe e classifica a punti

Bettiol se la caverà

Da quando si è sposato con Caroline, Fabrizio vive in Svizzera, a Muensingen vicino Berna. Ha due figli: Elia di 20 anni, Estelle di 17. Per Natale è stato quattro giorni in Toscana, in piena zona rossa. Dal prossimo anno, si diceva, lascia la Ef Pro Cycling e dopo un po’ che parla, ti rendi conto di quanto sia diventato grande il ragazzino che vedemmo passare professionista nel 1995, poi solcare il mondo attraverso nove squadre diverse, con 46 vittorie e una laurea in Scienze Giuridiche, facoltà di Giurisprudenza, con una tesi in diritto penale sulla “giustizia riparativa”.

«Con la Ef Pro Cycling – dice – sono stati sei anni belli, passati bene. Poi il Covid, le incertezze, l’attesa di risposte… Se nel frattempo hai delle opportunità importanti, che fai? Per un anno ci siamo portati dietro delle difficoltà, credo come tutti. Quello che è successo al Giro, il fatto che la squadra pensasse di chiuderlo prima e io abbia detto di voler continuare, non ha inciso nella scelta. Certo la comunicazione non è andata come doveva. Io ho detto quello che pensavo e non è stato l’ideale, ma dopo tanti anni non può essere questo che mette in crisi un rapporto di fiducia. Il problema è stato da un lato l’incertezza e dall’altro l’occasione che si è presentata. Non me ne sono andato sbattendo la porta. Quanto a Bettiol… Alberto è maturato tanto, non è più spaesato come all’inizio. E’ responsabile, non l’ho abbandonato in un cesto come qualcuno fa coi bimbi – ride alla battuta – sa camminare da solo».

Il gruppo vince

La Uae Team Emirates sta spingendo forte sul gas e dopo un 2020 di vittorie, ha intrapreso una campagna di rinforzi che ha visto anche l’arrivo di Fabio Baldato sul fronte dei tecnici e un mercato potente quanto agli atleti, con Trentin e Majka come punte di diamante e insieme lo scouting di talenti giovani come lo spagnolo Juan Ayuso, piazzato per ora al Team Colpack.

Fabrizio Guidi, Alberto Contador, Tirreno-Adriatico 2013
Dopo il debutto alla Nippo, dal 2011 al 2014 è con Riis e Contador alla Saxo Bank
Fabrizio Guidi, Alberto Contador, Tirreno-Adriatico 2013
Dal 2011 al 2014 con Riis e Contador alla Saxo Bank

«Se guardo al futuro e ai corridori che ci sono – riprende Guidi – vedo margine e un progetto, che anche a me offre delle prospettive. Sono orgoglioso che mi abbiano chiamato. Con Gianetti ho diviso anche la camera ai tempi del Team Coast. Ha idee innovative, ci scambiavamo messaggi da tempo e l’ultimo è stato decisivo. Arrivo adesso, sono l’ultimo. E’ presto per dire cosa farò, ne parleremo in ritiro. Nelle squadre si ottiene il massimo se si lavora in gruppo, se la comunicazione funziona e i corridori capiscono di avere dietro una società forte. Se nascono i gruppetti, è la fine. Conosco tanti direttori di quel gruppo, sono 11 anni che siamo sulle stesse strade. Baldato, Marzano, Pedrazzini, Mori… c’è tanta Italia, anche se l’idea è renderla sempre più internazionale. E per diventare una squadra forte, si deve andare in questa direzione».

Lingue e culture

L’ideale per uno che parla quattro lingue e ha corso in team italiani, francesi, tedeschi, americani, svizzeri, danesi e sudafricani e che da direttore si è fatto le ossa nella Saxo Bank di Bjarne Riis e poi alla Ef Pro Cycling di Jonathan Vaughters. E a pensarci bene, non è solo per la lingua: il dialogo fra direttore e corridore deve arrivare a un livello molto più profondo.

«Ho esperienza in questo senso – spiega – perché l’ho imparato durante la mia carriera di corridore. Se riesci a comunicare nella sua lingua, il corridore si apre, nasce l’empatia e lui di colpo è disposto a ricevere i consigli. Sei stato corridore, sai quali tasti toccare. Come quando tiri di sciabola e fai centro: quello che hai infilzato se ne accorge, lo sente e il messaggio arriva. E non è solo la lingua, giusto. Se conosci le varie culture, sai anche come è cresciuto il ragazzo che hai di fronte. Sai a cosa è abituato uno cresciuto in Francia, di quali informazioni dettagliate sul percorso ha bisogno il belga, sai come prendere l’italiano, sai di quale clima psicologico ha bisogno il colombiano. Sai a cosa sono abituati, sai che ci sono mentalità diverse e di quali input hanno bisogno per ambientarsi. Mi sono fatto anche questa formazione e ci riesci solo quando esci dall’Italia. Alla Francaise des Jeux ero l’unico italiano e ho sempre corso in team che erano crogiuoli di nazionalità diverse».

Davide Formolo, Cristian Salvato, Fabrizio Guidi, Giro d'Italia 2015
Nel 2015 inizia l’avventura con Vaughters alla Cannondale, con Formolo che vince a La Spezia. Fra i due c’è Cristian Salvato
Davide Formolo, Cristian Salvato, Fabrizio Guidi, Giro d'Italia 2015
Nel 2015 alla Cannondale e Formolo vince a La Spezia

La sfida del tempo

E al contrario di quello che abbiamo raccolto in precedenti interviste, parlando del tempo che passa e porta via le abitudini più radicate, il suo atteggiamento è quello curioso che si dovrebbe avere davanti alla grammatica di una nuova lingua.

«Sono diventato direttore sportivo WorldTour con Riis – dice – e campioni come Contador. Ma non c’è solo il campione. Quando finisci di correre e cambi lavoro, smetti di pensare a te stesso e ti concentri sugli altri. Cerchi soluzioni, attingendo a quello che serve, a quello che hai. Come se avessimo ciascuno un barile pieno delle esperienze fatte e dovessimo cercarci dentro gli strumenti con cui affrontare il mondo che cambia, facendo sintesi. I corridori che arrivano adesso crescono nel mondo dei social, noi più grandi non possiamo buttare tutto pretendendo di rimanere legati a com’era prima. Sarà che ho un figlio di 20 anni che va all’università di Zurigo. Questi cambiamenti sono un’opportunità, il modo di restare giovani. E’ un nuovo registro di comunicazione, se vuoi anche una sfida. Se ti fermi smetti di imparare. E’ Natale, ho davanti il primo ritiro, faccio il lavoro che mi piace. Sapete una cosa? Sono proprio contento».

Andrea Agostini, 2020

Agostini, la Nove Colli, Pogacar e Marco…

26.12.2020
4 min
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Agostini ha appena finito di sfogliare il libro del 2020 e come capita a un certo punto intorno ai 50, compiuti proprio quest’anno, ha tracciato un primo bilancio, uscendone col sorriso. Sembra ieri che spuntò fuori come addetto stampa accanto al suo amico Marco, invece sono passati più di 20 anni e oggi Andrea è uno dei tre manager della Uae Team Emirates. Come regalo di Natale, piuttosto inatteso, si è ritrovato presidente della Fausto Coppi di Cesenatico, in cui tanti anni fa iniziò a correre.

«Mi ci hanno tirato dentro – sorride Agostini – non ci pensavo nemmeno. Non nascondo che mi fa piacere, perché è un cerchio che si chiude e mi dà il modo di restituire un po’ di quello che mi ha dato il ciclismo. E’ la mia prima società e ancora oggi ho Arrigo Vanzolini come punto di riferimento. E’ del 1934 come mio padre, ma è ancora dinamico e molto lucido. Parliamo anche della società che organizza la Nove Colli, per cui non è un ruolo assolutamente banale…».

Partenza Nove Colli 2018
Agostini è diventato il presidente della Fausto Coppi che organizza la Nove Colli
Partenza Nove Colli 2018
Nove Colli, fiore all’occhiello della Fausto Coppi
Dove troverai il tempo?

E’ quello cui sto pensando proprio adesso. La mia routine vede 10 ore di impegno quotidiano, a casa o in giro per il mondo. E un ruolo come quello alla Fausto Coppi merita che sia fatto bene, non si tratta solo di presenziare. Vorrei lasciare il segno e fare qualcosa di buono. Perciò ne ho parlato prima con Gianetti, come per ogni cosa. E quando ho capito che si può fare, ho accettato.

Dovrai avere dei validi collaboratori.

C’è già un bel gruppo e il vicepresidente sa già che avrà parecchio da fare. Il 4 gennaio in assemblea assegneremo le varie cariche sociali. Non voglio essere accentratore e voglio dividere la vetrina con i volontari, che fanno il grosso del lavoro e di cui nessuno sa niente. Forse l’unica ricompensa per il loro lavoro è che se ne parli.

E poi c’è il ruolo alla Uae Team Emirates…

Nonostante i miei sogni di bambino per cui volevo diventare un campione, sono contento dell’uomo che sono oggi. A un certo punto fu chiaro che fosse Marco quello destinato a diventare grande in bici, per me sarebbe stato troppo faticoso e forse non ne avevo le doti. Nel mio lavoro invece riesco bene. Per semplificare e tradurre in italiano il mio ruolo nella squadra (Chief Operating Officer, ndr), sono il manager che riferisce all’amministratore delegato, che nel nostro caso è Mauro Gianetti. Mi occupo di marketing, comunicazione, logistica, finanza. Il quartier generale è casa mia.

A proposito di comunicazione, amico Agostini, passi per essere il mastino blocca giornalisti…

Mi piace avere le cose sotto controllo, credo sia giusto. I corridori lo sanno e dirottano le richieste su di me o sugli addetti stampa. Non è semplice. Capita anche che ti ritrovi pubblicato su un sito un messaggio privato, che magari il corridore ha scritto per ricambiare l’attenzione di un giornalista, senza immaginare che sarebbe stato reso pubblico.

Tadej Pogacar, Tour 2020
Tadej Pogacar: dal Tour vinto, è arrivata una marea di richieste per interviste e sponsor
Tadej Pogacar, Tour 2020
Dopo il Tour, complesso gestire Pogacar
Come vi siete trovati a gestire il post Tour di Pogacar?

Bene, perché in realtà è un ragazzino molto a modo. Non ha capricci. E’ molto ligio alle regole, mai avuto un problema. Dimostra molta maturità. Anche se un paio di volte c’è stato da discutere.

Per cosa?

In certi momenti è un po’ come Roglic, tende a tagliar corto e non essere espansivo. Così dopo un paio di casi, gli ho fatto un discorso chiaro su cosa sia importante per la squadra e cosa no. Il rapporto con i media rientra fra le cose importanti, anche quello con gli sponsor. Per fortuna c’è un’ottima collaborazione con il suo manager Alex Carera.

Come vi integrate?

Lui chiede a me se abbiamo qualche obiezione a eventuali impegni e così andiamo avanti. Stavo per dire che gestisce l’extra, ma la verità è che non esiste extra, perché anche l’immagine di Tadej è al 100 per cento della squadra.

C’è chi aspetta di intervistarlo da novembre…

Lo abbiamo gestito col buon senso, per non farlo andare fuori giri. E’ un ragazzino che sa la sua, ma ad esempio avevamo previsto una conferenza stampa su Zoom per il 21 dicembre e la abbiamo rinviata a gennaio, perché in quegli stessi giorni era saltata fuori un’altra cosa in Slovenia.

Quante richieste di interviste avete avuto?

Un mare, praticamente da dopo il Tour sono state quasi soltanto per lui. Abbiamo cercato di selezionarle e farle nei tempi giusti, per non rompere il suo equilibrio personale. Per non far accavallare troppe cose.

Tadej Pogacar, Planche des Belles Filles, Tour de France 2020

Un collage di voci per comporre il Pogacar del Tour

23.12.2020
5 min
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Non era mai successo negli ultimi cent’anni che un corridore giovane come Pogacar conquistasse il Tour de France. Prima di lui c’era stato Cornet, due anni in meno, ma accadde nel 1904.

Per contro non era mai successo neppure che il vincitore della maglia gialla sparisse dalla circolazione, senza rilasciare interviste, se non piccoli flash qua e là, in occasione delle rituali visite agli sponsor. Si comprende bene la necessità di tutelarlo da un inverno troppo dispendioso e si comprendono anche gli obblighi di squadra, ma forse anche i tifosi avrebbero meritato un po’ del suo tempo.

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar francobollato, scena tipica del Tour de France 2020
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar attaccato al 2020

La prima data ipotizzata per l’intervista era stata indicata alla metà di novembre, poi era stata rinviata di due settimane, quindi trasformata in una conferenza stampa su Zoom il 7 dicembre, a sua volta rinviata al 21 del mese e adesso a gennaio. Così abbiamo deciso di mettere insieme tutti i contributi raccolti nelle ultime settimane da coloro che sono riusciti a parlarci e fare un punto altrettanto virtuale con il giovane sloveno, che vive a Monaco nello stesso palazzo di Formolo e Valerio Conti e a 100 metri da Roglic. Magari poi, quando ce lo troveremo davanti, parleremo con lui di cosa farà nel 2021.

Slovenia spaccata

Del ritorno in Slovenia, Pogacar racconta con emozioni altalenanti. Roglic è stato nominato atleta dell’anno, entrambi sono risultati ciclisti dell’anno e i loro volti sono stati stampati sullo stesso francobollo

«La gente in Slovenia – ha detto – avrebbe voluto che vincesse lui il Tour e anche io, in qualche modo, pensavo fosse giusto. Lo scenario per la maggior parte del Tour, lui primo e io secondo, stava bene a tutti. Si stavano preparando per festeggiare questo risultato. Alcuni non erano contenti per come è finita. L’ho notato, l’ho visto sui social, mi è stato detto. Ma cosa posso farci? Niente. In Francia il tifo è diviso tra Alaphilippe, Bardet e Pinot. Il tifo spacca, lo ha sempre fatto».

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Questo riconoscimento a Parigi vale molto più di mille parole
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Un riconoscimento prezioso nel giorno di Parigi

In cima tutti piangevano

Di quel giorno a La Planche des Belles Filles, ha ricordi rumorosi e confusi. Come confuso è stato anche dopo aver realizzato di aver sfilato la maglia gialla dalle spalle del connazionale.

«L’ho avuto chiaro – ha raccontato – quando Primoz Roglic ha tagliato il traguardo. Ero arrivato quasi quattro minuti prima. E’ stato un tempo lungo e molto strano. Intorno a me, il massaggiatore e i due ragazzi del team sapevano che stavo per vincere il Tour, ma non volevano dirmelo senza esserne assolutamente sicuri. Nel tratto pianeggiante non avevo informazioni su suoi tempi. Sapevo solo che Dumoulin era in testa. Poi in salita non ho sentito più niente. Non avevo messo il volume degli auricolari molto forte e c’erano molti spettatori che gridavano. A un certo punto ho sentito: «Hai quattro secondi di vantaggio», ma ho pensato che fosse per la vittoria di tappa. E poi mi sono saltati addosso tutti, piangevano, urlavano, erano eccitati. E qui ho capito davvero».

Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic, ha acceso l’entusiasmo dei suoi tifosi
Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic

L’abbraccio di Roglic

Ha raccontato di essere cresciuto con il mito di quel saltatore con gli sci passato alla bicicletta. Fra loro ci sono 9 anni, che nel ciclismo giovanile sono abbastanza per comprendere due mondi completamente diversi.

«Ci siamo incontrati solo nel 2017 – ha raccontato – ai mondiali di Bergen, in Norvegia. Lui era con i professionisti, io ero nell’U23. Ci siamo ritrovati insieme nella conferenza per la stampa slovena. A volte ci alleniamo insieme a Monaco. Prima succedeva in Slovenia, perché non vivevamo molto lontano. A Monaco ci incontriamo per caso, uno dei due gira e proseguiamo insieme. E’ un bravo ragazzo. Non gli piace farsi avanti. Gli parlo spesso mentre corro. Per me non è come un avversario. Per questo lassù non ero molto sicuro delle mie emozioni. Da una parte volevo che Roglic vincesse il Tour, invece sono stato io a impedirglielo. In effetti, è stato proprio lui a tranquillizzarmi. Pochi minuti dopo il suo arrivo, ero già nello spazio interviste per la tv, è venuto ad abbracciarmi. Quel momento non lo dimenticherò mai. E’ come se mi avesse autorizzato a essere felice, come se mi dicesse che non era colpa mia».

La fuga di Imola

Imola sarebbe stata l’occasione perfetta per sdebitarsi. Pogacar si era già chiamato fuori da responsabilità troppo grandi e la Slovenia aveva deciso di puntare su Roglic, lasciando al giovane il compito di fare corsa dura nell’avvicinarsi agli ultimi chilometri. Ma quando Pogacar è partito, sperando di portare via un gruppetto che costringesse la Francia a inseguire, lo ha fatto troppo forte e si è ritrovato da solo.

Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Mauro Gianetti in visita da Colnago, prima di sparire dai radar
Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Gianetti da Colnago prima di sparire

«Quando vieni da Paesi dove non c’è un grande bacino di corridori – ha detto – sei abituato a cavartela con meno compagni. Mi successe al Tour de l’Avenir e purtroppo, ma per una serie di sfortune, mi è successo al Tour. Eravamo partiti con una grande squadra, ma dopo il ritiro di Aru e Formolo le cose si sono complicate. Per fortuna De La Cruz mi è rimasto accanto. Era strano essere lì in mezzo a lottare contro tanti campioni. Stiamo assistendo a una generazione che cambia. E’ sicuramente una questione di carattere, di responsabilità assunte prima. Tutti i corridori venuti fuori quest’anno sono stati i riferimenti delle categorie giovanili. Contro Hirschi, ho corso sin dagli juniores. Ci sono molti più team continental che ci preparano in modo più professionale. Anche il covid potrebbe aver avuto un ruolo. Ci sono stati meno eventi e molte gare importanti in un periodo di tempo molto breve. I giovani hanno potuto trarne vantaggio. Un corridore più anziano probabilmente impiega più tempo per trovare il proprio ritmo».

Ne avremo probabilmente un riscontro nel 2021, quando ciascuno potrà impostare la stagione nel modo più consono. Avremo giovani chiamati alla conferma e uomini più esperti desiderosi di riscatto. E ancora una volta vivremo una grande stagione di ciclismo.

Davide Formolo

Papà Formolo, cecchino del latte in polvere!

17.12.2020
4 min
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Davide Formolo è diventato papà… e questo lo sappiamo. Lo scalatore veronese è protagonista con sua moglie Mirna e sua figlia Chloe anche sui social. Ed è sempre pronto a mettersi in gioco. Scherza, è autoironico, ma anche molto sensibile.

Via dalla Vuelta

Lo avevamo più volte sentito durante la Vuelta. In Spagna aveva un occhio sulla corsa e l’altro sul telefonino, pronto a scappare via (già in accordo con la UAE) nel caso fosse scattato l’allarme rosso del parto. E invece in un modo o nell’altro “Roccia” la Vuelta l’ha (quasi) finita. 

Davide Formolo
Davide Formolo e sua moglie Mirna ancora in dolce attesa
Davide Formolo
Davide Formolo e sua moglie Mirna ancora in dolce attesa

«Quasi perché l’ultimo venerdì della corsa, Mirna aveva fatto una visita e sembrava che la nascita fosse imminente e così appena arrivato sull’Alto de la Covatilla e finito i miei compiti sono scappato via. Anche perché per via del covid non c’erano più tanti voli da Madrid a Nizza. Anzi, si doveva passare per Amsterdam. 

«Le ultime due settimane della Vuelta sono stato con la paura di svegliarmi la mattina e trovare la foto di mia figlia sul cellulare. Non era bello. Però dai… alla fine sono arrivato in tempo e tutto è andato bene, visto che la piccola poi si è presa qualche altro giorno dopo la fine della Vuelta. Sono riuscito ad assistere al parto. Ha fatto il tampone Mirna e poi io lo avevo rifatto all’aeroporto di Nizza. Ne avevo fatti so quanti alla Vuelta, ma era gratis e per curiosità e scrupolo ne ho fatto un’altro ancora».

Vita quotidiana

«Per ora tutto è tranquillo. Mi adeguo alle poppate. Se Chloe si sveglia alle 7,30 mi alzo, ma se si sveglia alle 6 ci rimettiamo a dormire fino alle 9 ed esco alle 10, tanto di questi periodi andare in bici tardi è anche meglio: fa più caldo. In generale mi piacerebbe esserci. Essere presente man mano che cresce e so che spesso, almeno all’inizio, mancherò. 

«Pannolini? E’ più brava Mirna. Tutine? Sono… imprecazioni! Mia suocera ce ne ha regalata una con la zip. Io dico: ma perché non le fanno tutte così anziché con i bottoncini? Però, ragazzi, sono il numero uno con il latte in polvere, perché Chloe prende l’aggiunta. Abbiamo il piano cottura ad induzione e ormai ho preso le misure per la temperatura perfetta: 55” e il latte è a 35 gradi. Un cecchino!

«Le prime due settimane di notte mi alzavo anche io, poi da quando ho ripreso ad allenarmi ci pensa Mirna. Altrimenti sarebbe sempre come avere il fuso orario addosso».

Questa stessa cosa ce l’ha detta pochi giorni fa anche Diego Rosa. E quando glielo facciamo notare Davide ribatte: «Alessandra (moglie di Rosa, ndr) è stata molto carina. Ha aiutato Mirna nelle visite pre-parto e in tante altre cose. E anche quando ci siamo trasferiti qui a Montecarlo ci ha dato una mano per il trasloco».

Diego Rosa
Diego Rosa e Davide Formolo, amici e vicini di casa
Diego Rosa
Diego Rosa e Davide Formolo, amici e vicini di casa

Formolo 2.0

Davide è il solito fiume in piena. La sua voce è felice e si sente.

«L’arrivo di Chloe è stato come rinascere. Sono contentissimo. Certo, tante cose sono cambiate e stanno cambiando. Prima quando non ero padre sentivo quelli che lo erano che programmavano quasi ogni cosa e io mi dicevo: ma cavolo, goditi, il momento. Adesso, invece, devi sempre prevedere un po’ tutto. Parlo del quotidiano. Lei non può parlare e sai che se piange è perché tra un po’ avrà fame. Perché dopo che ha preso i suoi 300 ml di latte avrà le coliche… Questo cambia le giornate e il modo di vivere».

Però la voglia di fare il corridore c’è sempre e quando è in sella Formolo… resta Formolo. Il ragazzo che scherza, che mena come un fabbro in salita, «ma che è anche più attento», aggiunge Davide.

«Il mio obiettivo adesso è renderla orgoglioso di me».

E dov’è che ti vedremo a braccia alzate? «Beh adesso pretendete troppo! Non so neanche che calendario farò ancora. Vi dico che mi piacerebbe molto provare a correre il Fiandre».

Tadej Pogacar

Pogacar verso Tour e Olimpiadi. Vero Gianetti?

09.12.2020
6 min
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Tutto il mondo ciclistico aspettava le parole di Tadej Pogacar per l’inizio di dicembre. Il vincitore del Tour de France però parlerà, sembra, prima di Natale. E’ ipotizzabile, forse anche giustamente, che la squadra voglia proteggere il giovane gioiellino sloveno e Mauro Gianetti, manager della UAE ce lo conferma, come vedremo.

E’ questa la chiave dell’inverno di Pogacar e forse uno dei passaggi più delicati della sua carriera. Vincere è difficile, rivincere è difficilissimo. Ed è quello che un po’ tutti si chiedono: ce la farà Tadej a confermare i livelli di quest’anno? Sarà schiacciato dalla pressione? Bernal sembrava avesse già in tasca cinque Tour e invece ha pagato la “notorietà”.

Tuttavia Gianetti stesso in passato ci ha raccontato di Pogacar come un ragazzo molto tranquillo, in ogni aspetto della sua vita. Una tranquillità che potrà essergli di grande aiuto.

Tadej Pogacar
Da sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej Pogacar
Tadej Pogacar
Da sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej Pogacar
Mauro buondì! Come sta andando l’inverno di Pogacar? Immaginiamo i suoi tanti impegni, le richieste da sponsor e media…

Il nostro obiettivo è quello di salvaguardare la persona in primis. E’ inevitabile poi che sarebbe arrivato tutto ciò. E’ un aspetto che un atleta di alto livello deve imparare a gestire. Squadra, ma anche famiglia, amici devono “proteggerlo”. Gli impegni vanno calibrati. Ce ne sono alcuni ai quali non puoi sottrarti e altri ai quali devi dire di no, come i capricci di chi “pretende”. E devo dire che Tadej mi sta piacendo per come sta gestendo la situazione. Prima di tutto è rimasto se stesso: la persona semplice che ha voglia di correre e vincere. Ama il suo mestiere. Parla con l’allenatore, chiede, s’informa… insomma è concentrato. Ha passato dei giorni in famiglia e poi è tornato a Montecarlo perché lì c’è un clima migliore per allenarsi. Nessun aspetto glamour, ma voglia di perseguire gli obiettivi del corridore.

Opinione tua: secondo te si rende conto di aver vinto il Tour?

A 22 anni te ne rendi conto ma non fino in fondo. Lo sta facendo piano, piano. Lui è consapevole di essere un talento e sapeva che questo momento sarebbe arrivato, lo sentiva dentro. Era un qualcosa che lui desiderava. Dopo la vittoria del Tour de l’Avenir era certo che sarebbe arrivato ad alti livelli. Magari non era partito per vincere il Tour, ma per salire sul podio… Sono emozioni da gestire. Tutto sommato il fatto di aver perso quel 1’20” nel giorno dei ventagli lo ha scaricato ancora di più di responsabilità e tutto quel che sarebbe venuto sarebbe stato un qualcosa in più.

E sentirà la pressione?

Ah sicuro! Ma la pressione verrà anche da lui stesso perché vorrà ripetersi. E poi ci sarà quella del pubblico, dei media, degli sponsor… E’ tutto un insieme di cose, ma per me Tadej vivrà bene questa emozione, perché alla fine la pressione è un’emozione ed in ogni caso, come detto, è un aspetto che dovrà imparare a gestire. Lui vuol continuare a fare le cose al meglio, come tutti del resto. Tadej è un professionista appassionato del suo mestiere e finché c’è questo atteggiamento non ci si deve preoccupare.

Giusto un anno fa ci avevi parlato di un ragazzo molto semplice anche nella vita quotidiana. Che dorme se la tv è accesa o se c’è l’aria condizionata oppure no. Insomma un ragazzo che si sa adattare…

A lui interessa far bene il suo mestiere. Se il compagno di stanza vuol vedere un film per Tadej non è un problema. E’ l’amico… e questo me lo dicono i suoi compagni. 

Veniamo al 2021, che calendario ci sarà per Pogacar?

E’ chiaro che come vincitore uscente l’obiettivo principale sarà il Tour. Inoltre in Francia ci sarà un percorso diverso rispetto a quello di quest’anno. Tadej comunque inizierà la sua stagione da Majorca e nei prossimi giorni sveleremo il resto del programma.

Tadej Pogacar
Sul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagni
Tadej Pogacar
Sul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagni
Ce lo aspettiamo anche nelle classiche delle Ardenne e alle Olimpiadi?

Probabilmente sì, fa parte del percorso di avvicinamento al Tour, come molti hanno fatto in passato. In ogni caso questa è la traccia dei suoi obiettivi. Poi altre cose le decideranno Tadej e i preparatori.

Quindi non lo vedremo al Giro, magari per una doppietta col Tour? I tifosi prima o poi se lo aspettano.

Pogacar compirà 23 anni a settembre, credo sia prematuro. Il Giro è una corsa bellissima ma anche molto esigente. Inoltre proprio quest’anno per via delle Olimpiadi il Tour è anticipato di una settimana e non ci sarebbero i tempi. Tutti i corridori vorrebbero fare il Giro, è la corsa più bella, ma se puoi vincere il Tour… fai le tue scelte.

La UAE si sta rinforzando parecchio: può essere la terza forza con Ineos-Grenadiers e Deceuninck-Quick Step, avete preso Majka…

E Trentin – interviene prontamente – C’è anche la Jumbo Visma che è molto forte. Il nostro obiettivo è quello di essere una delle migliori squadre al mondo se non la migliore. E anno dopo anno ci stiamo lavorando. I nostri atleti sono giovani. C’è Pogacar, ma anche Oliveira, McNulty, Ardila, Covi… Per noi sono importanti quindi i giovani, ma è giusto integrare la rosa con i tasselli mancanti vedi Majka (per la salita, ndr), Trentin (per le classiche, ndr), Gibbons (per la pianura, ndr), ognuno con caratteristiche diverse. Siamo un bel gruppo. Quando sento gente dello staff che mi dice: bello, non sono mai stato in un team così, da manager, non posso che essere orgoglioso.

E’ stato Tadej a “chiedere” Majka per la salita?

Se ne è discusso. E’ chiaro che se c’è Majka libero sul mercato e lui è disposto a venire da noi l’accordo si può realizzare. Ma attenzione però, non che all’ultimo Tour la squadra non ci fosse. Noi abbiamo perso Aru, che sulla carta avrebbe potuto aiutare in salita, e Formolo. Per questo siamo rimasti un po’ scoperti per la salita, però il team era di ottimo livello.

Tadej Pogacar
Senza Aru e Formolo solo De La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al Tour
Tadej Pogacar
De La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al Tour
Vaccino anticovid. Sembra possiate essere i primi a vaccinarvi durante il ritiro che farete negli Emirati Arabi Uniti a gennaio…

E’ un obiettivo che stiamo cercando di realizzare. Mancano degli step, come l’approvazione da parte del governo (Uae). Ma la cura non è solo per il nostro team, ma per tutta l’umanità. Tutto il mondo aspetta i vaccini, non ce n’è solo uno. Vogliamo dare l’esempio.

Chi è stato il ponte tra voi e il vaccino?

Sveleremo i dettagli nelle prossime settimane. Posso dire che diverse aziende degli Emirati hanno contribuito allo sviluppo dei vaccini e da lì è partita l’idea e arrivare così a somministrarlo il più presto possibile, già a gennaio.

Insomma dopo un anno (quasi) si chiude il cerchio, proprio voi e proprio al UAE Tour era partito tutto il caso covid nel ciclismo. Ma chiudiamo cambiando tema: 2021, saresti contento se…?

Difficile ripetere la stagione 2020. Ogni anno va preso per quello che è. Abbiamo sempre guardato avanti. Sarà diverso non solo per Pogacar, ma anche per noi. Le aspettative sono maggiori e l’asticella è più alta.

Aru, 10 ore nella neve e oggi bici con Nibali e Ulissi

06.12.2020
5 min
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«Sulla strada ci sono cumuli di neve come in montagna – dice Aru – non ne ho mai vista tanta insieme. Anche Gasparotto che è qui da quasi dieci anni mi ha detto che così è la prima volta».

 

Felice e leggero come un bimbo per la firma con la Qhubeka-Assos, Fabio è rientrato da una ciaspolata di dieci ore. Dietro casa c’è un monte di 1.500 metri e assieme a Davide Orrico ha provato a raggiungere la vetta. Si sono arresi poco prima per le cattive condizioni del meteo e questo non gli è andato giù. Certe volte in montagna è bene non scherzare.

Fabio Aru, Diego Ulissi, campionati italiani 2017
Con Ulissi (e dietro Nocentini) sul podio campionati italiani 2017
Fabio Aru, Diego Ulissi, campionati italiani 2017
Con Ulissi ai campionati italiani 2017

Le parole di Scinto

Mentre l’accordo era ormai in dirittura di arrivo, saputo della sua voglia di riscatto, hanno provato a conquistarlo Scinto, che per primo ha avuto l’idea, poi Reverberi e Savio. Uno con la sua storia vale l’investimento, perché poi si racconti quello che s’è fatto per rilanciarlo. La sensazione però è che Fabio non abbia mai voluto ripartire da una professional.

«Ho ascoltato tutti – dice – e le parole di Scinto mi sono piaciute. Ci sono stati amici che hanno provato a convincermi per altre soluzioni, ma l’accordo con l’attuale Ntt è arrivato prima che uscisse la notizia. Sono stati tanto in difficoltà. Lo sponsor li ha mollati senza preavviso. Tanti corridori sono stati lasciati liberi, il prossimo sarà un anno di ripartenza. Il primo step sarà l’incontro con i preparatori su Zoom. Faremo il ritiro a gennaio, ma qui in Ticino siamo un bel gruppetto, con Nizzolo, Pozzo e Simon Clarke. E l’opera di Qhubeka Charity è stata decisiva. Sono stato alcune volte in Madagascar, ho toccato con mano certi problemi e capire cosa ci sia dietro questa squadra mi rende orgoglioso».

Dieci ore in montagna con la neve al ginocchio
Dieci ore con la neve al ginocchio

Solo un anno

Il suo contratto ha durata di un anno e di più forse neppure sarebbe stato possibile, vista la situazione della squadra e tutto quello che Fabio dovrà dimostrare.

«Mi sta bene così – dice Aru – non è un fatto di soldi e credo che non avrei firmato per tre anni, dopo l’esperienza con la Uae. Non sai mai come ti trovi per un periodo così lungo e se va male liberarsi non è facile. Mi hanno convinto le parole di Douglas Ryder. Non quelle prima che firmassi, ma quelle dopo. Zero castelli in aria, ma grande entusiasmo per il progetto. Non lo conoscevo, sembra una persona davvero a modo. Mi ha anche detto che se volessi, sarei liberissimo di fare anche qualche gara di ciclocross. Michieletto da Scorzè mi ha già invitato. E la cosa onestamente mi stuzzica. Sarebbe un bel modo per ripartire su strada avendo già addosso qualche bello sforzo. Delle bici Bmc mi hanno detto tutti benissimo, soprattutto Pozzovivo con cui capita spesso di allenarsi. Assos ha ottimo materiale. Credo di aver fatto la scelta giusta».

Fabio Aru, Tour de France 2017, maglia gialla
Dopo i tre anni nerissimi alla Uae, si ripartirà dal fantastico 2017?
Fabio Aru, Tour de France 2017, maglia gialla
Dopo i 3 anni in Uae, si ritornerà al super 2017?

Natale a casa

Fra una parola e l’altra sul ciclismo, entrano anche le battute sulla famiglia e presto si capisce il motivo per cui parli così piano.

«La bimba sta dormendo – dice Aru – stiamo cercando di darle degli orari più giusti, perché in certi giorni ci fa impazzire. Adesso si è addormentata, per questo parlo piano. Adesso c’è anche da capire cosa fare per Natale. Non riesco a scendere in Sardegna e nemmeno a Torino dai genitori di Valentina. Dovremmo andare prima del 20 dicembre e tornare dopo il 7 gennaio, ma mi sembra troppo. Spero che qua non continui a nevicare per tutto il tempo. Le strade sono pulite, ma per allenarmi ho anche la gravel. Non potrà andare avanti tanto a lungo, no? E per la palestra ho fatto un investimento. Ho quattro macchine in casa, riesco a fare tutto bene…».

Aru con Davide Orrico fin quasi alla cima del monte
Con Davide Orrico quasi fino alla cime

Stima per Matxin

Non hai avuto paura di doverti accontentare? Il fatto di firmare così tardi può essere stato uno stress, certo minore tuttavia avendo la solidità economica per aspettare. Fabio ha spesso ribadito la seccatura verso chi in questo periodo gli ha fatto i conti in tasca, ma il fattore va comunque tenuto in considerazione.

«Non ho mai avuto questa paura – ribadisce Aru – anche se capisco che dicembre sia parecchio avanti. Avevo zero pensieri, perché sono stato vicino anche ad altre realtà. Lo avete visto, c’era anche l’Astana e prendo atto della nuova politica sui giovani. Per quello che so, Martinelli e anche altri sarebbero stati contenti di riavermi. Ma sono cambiate parecchie cose e va bene così. Quel che mi premeva era voltare pagina.

«Parlando della Uae Team Emirates, non posso usare la parola finalmente. E’ vero che sul piano delle prestazioni sono stati degli anni orribili, ma non ho avuto soltanto esperienza negative. Certo ho sbagliato alcuni passaggi, ma non l’ho fatto da solo. Già sono sardo, quindi chiuso. Capire di essermi fidato delle persone sbagliate, ha lasciato delle cicatrici. Per fortuna però ho incontrato anche degli uomini in gamba. Un nome su tutti è quello di Matxin, davvero una brava persona, che con me è stato eccezionale.

«Il primo anno fu un disastro per tante cose, ma rispetto ad allora l’ambiente della squadra è migliorato tanto. Da arrivare quinto al Tour con una tappa vinta e la maglia tricolore, a una stagione così brutta, qualcosa evidentemente non andava. E le ultime uscite dopo il mio ritiro dal Tour hanno confermato che non tutto è ancora ben chiaro. Perché Saronni ha usato quelle parole, che hanno messo in dubbio tutta la gestione tecnica e la scelta di portarmi al Tour?».

 

E’ parso anche a noi il modo di colpire altri, di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Segno di un equilibrio interno che ancora in certi momenti vacilla.

Un’ultima cosa, prima di lasciare voi alla domenica e Fabio e la sua gravel all’allenamento con Ulissi e Nibali. Stasera vedrete Aru nuovamente in diretta Instagram con Lello Ferrara. A modo suo, anche quel novello Pulcinella ha avuto un ruolo in questa storia.

Troia gregario Doc. E la UAE se lo tiene stretto

20.11.2020
4 min
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Giusto ieri, con Edward Ravasi avevamo parlato anche di Oliviero Troia, uno dei “quattro moschettieri” che la UAE si accaparrò qualche anno fa al termine del 2016. Con loro c’erano anche Filippo Ganna e Simone Consonni. Tre, chi prima e chi dopo, sono andati via da questo team, mentre Olly è rimasto. E rimarrà.

«Il rinnovo – spiega – è stato firmato ad ottobre. Volevamo incontrarci, ma alla fine con la situazione che c’è ho firmato da casa tramite il mio procuratore Mattia Galli. La prima volta che ci vedremo parleremo per bene, però di base l’accordo l’avevamo già trovato nel corso della stagione».

Oliviero ha provato a pedalare con lo scafoide rotto
Oliviero ha provato a pedalare con lo scafoide rotto

Scafoide a pezzi

Come per molti ragazzi italiani, anche Oliviero non ha vissuto un’annata fortunatissima, visto che si è conclusa anzitempo per una frattura allo scafoide.

«E’ stato un anno difficile – racconta il ligure – dovevo fare il Giro, ma al Matteotti mi sono rotto lo scafoide. E ho scoperto che è un osso molto difficile da far rimarginare in quanto in quella zona c’è poca irrorazione di sangue. Ho impiegato due mesi per chiudere la questione. Dopo un mese  mi hanno fatto fare una risonanza e la frattura non si era ancora completata. Non riuscivo ad andare in bici. Anche fare i rulli era impossibile, così sono andato in palestra. 

«Io volevo andare in Belgio per la classiche, ma ho visto che era davvero impossibile. A quel punto ho chiamato la squadra e gli ho detto: ci vediamo l’anno prossimo».

Troia in testa al gruppo…
Troia in testa al gruppo…

Gregario vero

Spesso i corridori come Oliviero passano inosservati. In una UAE che ha vinto il Tour, che si sta rinforzando sempre di più, che compra addirittura Majka per metterlo a tirare, un corridore come Troia rischia fortemente di passare in secondo piano.

«Il mio lavoro avviene molto spesso nella prima parte di corsa e per questo non mi vedo molto. Sembra quasi che non fai nulla, ma non è così ovviamente. Quest’anno alla Sanremo ho tirato fino alla Cipressa. E la squadra certe cose le nota. Conosce il mio impegno e la volontà di esserci sempre».

Le nota di sicuro se gli ha rinnovato il contratto per due anni! Una scelta che dà coraggio al gigante (Oliviero è alto 1,91 metri) di Bordighera. 

Le corse più filanti sono quelle più adatte a lui e il direttore sportivo con cui è più a contatto, Simone Pedrazzini, lo sa bene. Non a caso lo ha inserito nel “gruppo Gaviria”, dove serve la cavalleria pesante.

«Eh già… spesso ero in camera con Fernando, c’è un bel rapporto tra noi. Devo dire che è anche uno dei capitani più esigenti, però questo è anche uno stimolo. Quest’anno alla Milano-Sanremo mi ha detto: Olly, tira fino alla Cipressa che così risparmiamo un uomo. Io l’ho fatto, ma era da Pavia che prendevo aria! Gli altri anni magari non ci riuscivo, ma quest’anno mi ci sono messo del tutto, ho tenuto duro quel pizzico in più e sono arrivato all’imbocco della salita. Poi lì, chiaramente mi sono spostato e sono entrati in gioco gli altri. Però è stato un bel lavoro e, come ripeto, anche uno stimolo».

Oliviero Troia e Fernando Gaviria
Oliviero Troia e Fernando Gaviria

Sognando il Nord

Il gregarione perfetto, insomma. Spirito di sacrificio, spirito di squadra e una grande passione nel mestiere che svolge. D’altra parte per chi è nato con la Sanremo che passa sotto il “balcone di casa” non può essere diversamente.

«Per me il ciclismo è tutto: vita, passione, lavoro, divertimento. E’ quel che voglio. Nel WorldTour è difficile entrare e restarci, per questo è importante trovare subito il proprio spazio e la propria dimensione. E io credo di averla trovata. Evidentemente il team ha fiducia in me. Poi, non nego di avere anche altre ambizioni. Mi piacerebbe arrivare davvero forte alle classiche del Nord e far bene lassù».

E da quelle parti in qualche modo già ha fatto bene. Era il 2016 e Troia vestiva i colori della Colpak. Stava coronando un sogno, quello di vincere la Parigi-Roubaix Espoirs, quella riservata ai dilettanti. Il colpaccio però si è concluso a quattro chilometri dal traguardo. «Da dietro mi hanno ripreso e a quel punto è partito Pippo e almeno l’ha vinta lui».

Magari cogliendo l’occasione, quel sogno potrà riprenderlo. Le pietre non si muovono, sono lassù che lo aspettano.