Il saggio Marcato, un po’ maestro, un po’ guerriero

23.04.2021
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«Quando avevo poco più di 20 anni – sorride Marcato – facevo un allenamento di sei ore e il giorno dopo, non dico che avevo già recuperato, però stavo bene. Adesso quando faccio un allenamento importante di sei ore, magari ho bisogno di due giorni per recuperare. E’ una differenza che fa pensare».

Il Tour of the Alps si avvia alla conclusione, il dialetto trentino ha preso il posto dell’ingombrante tedesco dei giorni scorsi e il caffè al bar ha un gusto più accogliente. Il veneziano del Uae Team Emirates ha appena firmato il foglio di partenza e, mentre parla, un angolo della memoria va indietro, cercando la prima volta che lo incontrammo. Probabilmente fu nel 2004, quando correva alla Bata di Rino Baron con Leonardo Moser e lo stesso Michelusi che ora allena Aru alla Qhubeka-Assos, ma bisognerà controllare. Di sicuro la sua storia nel ciclismo, vissuta spesso con il sorriso, ha radici profonde.

Al Tour of the Alps, per Marcato lavoro per la squadra e tanta salita
Al Tour of the Alps, per Marcato lavoro per la squadra e tanta salita

«Doveva essere la stagione della ripresa – dice – e in parte lo è, di certo rispetto a quella passata, perché le corse ci sono. E noi come movimento ciclistico internazionale abbiamo dimostrato di poter correre in sicurezza. Ci sono stati tanti sforzi da parte delle squadre e degli organizzatori, abbiamo fatto vedere che il ciclismo si può fare. E per me è lo stesso. Poter correre è quello che più voglio fare e avere questa opportunità, sia pure fra tamponi e il resto, fa molto piacere».

Però… che cosa ci fa un uomo del Nord sulle montagne del Trentino?

Ho fatto la prima parte lassù. E archiviate le pietre sono venuto qui a fare un po’ di salita e un po’ di fatica. Non sono qui a preparare il Giro, la carta di identità parla chiaro. Ci sono tanti giovani e tante pedine da giocare, nei grandi Giri e nelle altre corse. Se me lo chiederanno, sarò pronto e ben felice di partecipare, ma giustamente prima vengono gli interessi di squadra.

Prima del Tour of the Alps, Marcato ha fatto il suo… giro sul pavé del Nord
Prima del Tour of the Alps, un giro sul pavé del Nord
Un tempo la parola “giovane” si associava alla freschezza, ma anche all’inesperienza. Possibile che oggi sia sinonimo di “invincibile” e che sappiano già tutto?

Quelli che passano sono molto informati. Un po’ perché magari, fin da quando sono juniores, hanno metodologie di allenamento avanzate. Però sicuramente ci sono corse e corse. Nelle classiche del pavé conta tanto l’esperienza e nonostante si sia già pronti a livello tecnico e fisico, sapere dove limare, dove essere davanti al momento giusto, dove recuperare è fondamentale. Soprattutto nelle corse di sei ore, dove la posizione in gruppo fa la differenza. Mentre magari in altre corse, con tante salite o l’arrivo secco, la freschezza di un giovane viene fuori e può fare la differenza.

Quali obiettivi si possono avere allora a 37 anni?

Un obiettivo concreto per me è fare una bella stagione, visto che comunque è la mia 17ª da professionista, e cercare sempre di dare il massimo per la squadra. Ci sono stati anni in cui ho provato a vincere e a prendermi le mie soddisfazioni personali, però sono anche consapevole dei miei limiti. Oggi il mio obiettivo è aiutare i compagni, essere presente e magari insegnare qualcosa ai giovani. Fa sempre piacere, mi inorgoglisce sapere che mi vedono come punto di riferimento e mi ascoltano.

Alla Vuelta del 2019 Marcato con Pogacar, a ruota di Valverde, assistendo il giovane campione
Alla Vuelta del 2019 con Pogacar, a ruota di Valverde, assistendo il giovane campione
A proposito di giovani, che effetto fa andare a correre con Pogacar in squadra?

Sicuramente vai alle corse per vincere e già questo ti dà morale, uno stimolo in più per dare il 110 per cento. Tadej trascina un po’ tutti. Sai che comunque sarà presente, sai che ogni tuo sforzo viene ripagato e penso che questo sia la cosa più bella e più importante per ottenere risultati e vivere tutte le corse in armonia.

Parliamo di un giovane che ha bisogno di ascoltare o di un giovane che non è più giovane?

E’ uno che a livello di testa è molto forte. Sa dove può arrivare e ha ben chiaro il suo percorso. Magari man mano che si presenteranno le occasioni, ci potranno essere dei momenti in cui avrà bisogno di essere indirizzato o corse in cui potrà avere bisogno di un consiglio. Già alla Vuelta di due anni fa, mi è capitato di dividerci la stanza per un mese. Ci si parlava spesso. E uno che ascolta. Non dà mai nulla per scontato. Fu la Vuelta da neoprofessionista, con tre tappe vinte e il podio.

Marco Marcato ha scortato Pogacar al Tour 2020, arrivando a Parigi in giallo
Ha scortato Pogacar al Tour 2020, arrivando a Parigi in giallo
Ci pensi mai a cosa farai da grande?

Ci si pensa sì, al dopo. Ho 37 anni quest’anno. Il ciclismo è sempre più stressante, devi fare l’atleta per 365 giorni all’anno, non è semplice. Nonostante questo, dico che finché mi alzo al mattino e ho voglia di fare sacrifici e di allenarmi e sono competitivo, perché smettere? Però comunque la testa rivolta al dopo c’è. Vedremo se si presenteranno delle occasioni, anche rimanere nell’ambiente, mi farebbe piacere.

A casa tutto bene?

Sì, dai. Le bimbe, Aurora e Alice, vanno a scuola e questa è una gran cosa, soprattutto in questi giorni in cui mia moglie Elisa è sola a casa. Le scuole chiuse e la didattica a distanza sono state una bella prova. Adesso sembra che le cose vadano meglio e poi stasera torna a casa papà per dare una mano…

Uae Team Emirates, da Pogacar a Trentin li hanno tutti loro…

20.04.2021
3 min
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Dopo il clamoroso trionfo di Tadej Pogacar all’ultimo Tour de France, la squadra degli Emirati Arabi ha lavorato molto sul fronte degli acquisti, perché l’evoluzione della Grande Boucle aveva dimostrato che lo sloveno aveva bisogno di un team molto più forte e in grado di sostenerlo. L’arrivo del polacco Rafal Majka, corridore stabilmente nell’alta classifica nei grandi Giri, deve fungere da supporto principale per Pogacar, che nel 2021 punterà tutto sulla riconferma della maglia gialla. Perché ciò avvenga servirà però anche un salto di qualità nell’occasione che conta da parte di tutti i corridori qualificati come McNulty, Molano, Dombrowski, l’esperto Rui Costa, ai quali si chiederà anche di fare bella figura nelle altre corse a tappe.

Tirreno-Adriatico 2021, Prati di Tivo, Tadej Pogacar ipoteca la vittoria finale
Tirreno-Adriatico 2021, Prati di Tivo, Tadej Pogacar ipoteca la vittoria finale

Con l’arrivo in extremis di Hirschi, la squadra sale di livello anche per le classiche, trovando nello svizzero ma anche nell’altro acquisto Matteo Trentin elementi di spicco in grado di sbancare ogni tipo di corsa e soprattutto non puntando tutto sulle volate, ma privilegiando autentici e vincenti colpi di mano. Attenzione poi a Davide Formolo, che ha dimostrato più volte di poter aspirare a grandi traguardi, soprattutto nelle corse d’un giorno. A Fernando Gaviria resterà il compito di raccogliere il più possibile nelle volate senza dimenticare l’esperienza di Alexander Kristoff, sempre da considerare nelle prove più veloci. Come si vede di carne al fuoco ce n’è tanta, per tentare finalmente la scalata al primo posto del ranking UCI.

Corridori tutti compatti attorno a leader fortissimi: da Pogacar a Trentin, Hirschi e Kristoff
Corridori tutti compatti attorno a leader fortissimi: da Pogacar a Trentin, Hirschi e Kristoff

L’ORGANICO

Nome CognomeNato aNaz.Nato ilPro’
Andres Camilo GomezMariquitaCol02.06.19992020
Mikkel BjergCopenaghenDen03.11.19982018
Sven Erik BystromHaugesundNor21.01.19922015
Valerio ContiRomaIta30.03.19932014
Alberto Rui CostaPovoa de PorzimPor05.10.19862007
Alessandro CoviBorgomaneroIta28.09.19982020
David De La CruzSabadellEsp06.05.19892012
Joseph DombrowskyMarshallUsa12.05.19912013
Davide FormoloNegrarIta25.10.19922014
Fernando GaviriaLa CejaCol19.08.19942016
Ryan GibbsonJohannesburgRsa13.08.19942017
Marc HirschiBernaSui24.08.19982019
Alexander KristoffOsloNor05.07.19872010
Vegard Stake LaengenOsloNor07.02.19892013
Rafael MajkaCracoviaPol12.09.19892011
Marco MarcatoSan Donà Di PiaveIta11.02.19842005
Brandon McNultyPhoenixUsa02.04.19982017
Yousif Mirza Al-HammadiKhor FakkanUae08.10.19882016
Juan Sebastian MolanoPaipaCol04.11.19942015
Cristian Camilo MunozVentaquemadaCol20.03.19962017
Ivo OliveiraVila Nova De GaiaPor05.09.19962015
Rui OliveiraVila Nova De GaiaPor05.09.19962015
Tadej PogacarKomendaSlo21.09.19982019
Jan Polanc KranjSlo06.05.19922013
Aleksandr RiabushenkoMinsk Blr12.10.19952018
Maximilian RichezeBuenos AiresArg07.03.19832006
Matteo TrentinBorgo ValsuganaIta02.08.19892011
Oliviero TroiaBordigheraIta01.09.19942017
Diego UlissiCecinaIta15.07.892010

DIRIGENTI

Jose Antonio FernandezEspGeneral Manager
Allan PeiperAusDirettore Sportivo
Fabio BaldatoItaAss.Direttore Sportivo
Rubens BertogliatiSuiAss.Direttore Sportivo
Aurelio Corral RuizEspAss.Direttore Sportivo
Manuele MoriItaAss.Direttore Sportivo
Fabrizio GuidiItaAss.Direttore Sportivo
Andrej HauptmanItaAss.Direttore Sportivo
Marco MarzanoIta Ass.Direttore Sportivo
Simone Pedrazzini ItaAss.Direttore Sportivo
Bruno VicinoItaAss.Direttore Sportivo
John WakefieldRsaAss.Direttore Sportivo

DOTAZIONI TECNICHE

Colnago è entrata a far parte della stessa famiglia del team degli Emirati Arabi e ora tutti i corridori del UAE Team Emirates pedalano sulla V3Rs di Colnago per le gare in linea e sulla K.one per le prove contro il tempo. Delle vere fuoriserie montate con il Campagnolo Super Record EPS, ruote Bora e pneumatici Vittoria.

CONTATTI

UAE TEAM EMIRATES (Uae)

CGS Cycling Team AG, Via Vedeggio 3, 6814 Lamone (SUI)

team@uaeteamemirates.comwww.uaeteamemirates.com

Facebook: @@UAETEAMEMIRATES

Twitter: @TeamEmiratesUAE

Instagram: uae_team_emirates

Colnago V3Rs Pogacar

La Colnago che piace a tutti da Pogacar fino a Gaviria

20.04.2021
4 min
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Il UAE Team Emirates è una squadra piena di campioni, basta pensare che troviamo l’ultimo vincitore del Tour de France Tadej Pogacar, il velocista colombiano Fernando Gaviria fino al nostro Matteo Trentin e al fortissimo svizzero Marc Hirschi. Tutti questi campioni pedalano sulla V3Rs di Colnago per le gare in linea e sulla K.one per le prove contro il tempo.

Più rigida e più leggera

La V3Rs è l’evoluzione dei telai precedenti, vale a dire il V1-r e il V2-r, ma con delle caratteristiche che la rendono in linea con le ultime tendenze tecniche. La V3Rs ha un telaio in fibra di carbonio monoscocca con un peso di 790 grammi nella taglia 50s in versione disco. Per raggiungere questo risultato Colnago ha utilizzato un nuovo tipo di carbonio, che ha permesso di aumentare la rigidità alle flessioni laterali. Il risultato è che questa nuova versione è più rigido del 12% nel comparto posteriore e del 6% in quello anteriore, rispetto al V2-r.
Un grande lavoro è stato fatto nella forcella, completamente ridisegnata e dal peso di 390 grammi. La grande novità è nel nuovo design con i foderi concavi nella parte superiore che permette di montare pneumatici fino a 28 millimetri di larghezza.

Tadej Pogacar Giro Paesi Baschi Colnago V3Rs
Tadej Pogacar con la V3Rs con i freni tradizionali
Tadej Pogacar Giro Paesi Baschi Colnago V3Rs
Tadej Pogacar al Giro dei Paesi Baschi con la V3Rs con i freni tradizionali

Prestazioni su ogni tipo di percorso

Un’altra zona tutta nuova è la chiusura del reggisella, dove i tecnici Colnago hanno lavorato per ridurre il peso. Il sistema presente sulla V3Rs è più leggero e più piccolo rispetto sia a quello della V2-r che del C64. Inoltre, è completamente integrato nella scocca e permette una migliore modulabilità del serraggio.

Anche per le geometrie sono state apportate delle migliorie per favorire la guidabilità. Il tubo sterzo è stato accorciato, con la forcella che è stata allungata. Il movimento centrale è stato abbassato in modo da avere un baricentro più attaccato al terreno. In sostanza la V3Rs è una bicicletta che fornisce ottime prestazioni su tutti i terreni anche grazie al design dei tubi che favoriscono l’aerodinamicità.

Disco o caliper

Una particolarità dei corridori dell’UAE Tema Emirates è quella di usare la V3Rs sia con i freni a disco (nell’immagine di apertura) che con i freni caliper. Una scelta che viene fatta soprattutto da Pogacar, che usa l’una o l’altra versione in base alle caratteristiche dei tracciati che deve affrontare.

Ruote e manubri italiani

A livello di ruote l’UAE Team Emirates è equipaggiato con le Campagnolo Bora One e con le nuove Bora Ultra WTO con profili da 33, 45 e 60 millimetri. Rimaniamo in Italia anche per il manubrio che è fornito da Deda Elementi con l’elegante Alanera, che permette il passaggio interno di tutti i cavi e un design piatto che favorisce l’aerodinamica.

Davide Formolo con la K.one nel prologo del Giro d'Italia a Torino
Davide Formolo con la K.one nel prologo del Giro d’Italia a Torino
Davide Formolo con la K.one nel prologo del Giro d'Italia a Torino
Davide Formolo con la K.one impegnato nel prologo del Giro d’Italia a Torino

Linee estreme e forcella nuova

La Colnago K.one è la bicicletta frutto di numerosi test in galleria del vento, che da il meglio di se dai 50 chilometri orari in su. Rispetto al suo predecessore K.zero, la K.one vanta una rigidità maggiorata del 12% e un miglioramento aerodinamico dell’8%. I freni caliper sono nascosti, infatti quello anteriore è posto nella parte superiore della forcella e coperto da una cover, mentre quello posteriore è posto sotto i foderi bassi subito dietro la scatola del movimento centrale. I corridori dell’UAE Team Emirates usano le prolunghe Jet di Deda Elementi.

 Il manubrio integrato Alanera di Deda Elementi
Il manubrio integrato Alanera
 Il manubrio integrato Alanera di Deda Elementi
Il manubrio integrato Alanera di Deda Elementi

La scheda tecnica

GruppoCampagnolo Super Record EPS
RuoteCampagnolo Bora
PneumaticiVittoria
ManubrioDeda Elementi
Sella Prologo
ReggisellaColnago
PedaliLook

Tanta Italia anche fra i componenti

Per quanto riguarda la componentistica troviamo tanta Italia, infatti Campagnolo fornisce il gruppo Super Record EPS e come abbiamo già detto le ruote. I portaborracce sono di Elite, i manubri sono di Deda Elementi e i pneumatici Vittoria. A completare le Colnago di Trentin e compagni ci sono le selle di Prologo e i pedali Look.

Pogacar, Hirschi (e Ayuso): i tre diamanti di San Millan

17.04.2021
5 min
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Inigo San Millan è il responsabile degli allenatori del Uae Team Emirates e risponde da Denver. Con lui vogliamo parlare di tre talenti che segue in prima persona: Hirschi, Pogacar e il giovane Ayuso che corre al Team Colpack. Da anni, Inigo è professore alla Facoltà di Medicina del Colorado e svolge ricerche sul metabolismo cellulare per il diabete e il cancro. Il ciclismo è uno dei tasselli della sua vita.

«Dedico al team – sorride – le prime ore del mattino, il resto è per l’Università, cercando di fare il meglio possibile. Poco fa ho parlato con Ayuso, ieri ho sentito Hirschi. I ragazzi lavorano su Training Peaks, caricano i loro dati e io posso vedere tutto».

Inigo San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa
San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa

Pogacar, la calma

Partiamo da Pogacar, 22 anni, il vincitore del Tour. «Tadej – dice Inigo – prima di tutto mi ha colpito come persona. E’ un diamante grezzo, scoperto da Matxin. E nonostante sia così giovane, è calmo e professionale. In questo è come Ayuso, sono molto maturi entrambi, molto simili».

Si può parlare di predestinato?

Ha un recupero straordinario, non è mai stanco. Due anni fa lo portarono alla Vuelta, non aveva ancora 21 anni. Vinse tre tappe, compresa la penultima. A livello cellulare ha una predisposizione genetica per certi sforzi, recupera bene anche durante la gara. E l’aspetto mentale fa il resto.

Vale a dire?

Non è mai nervoso, in tensione. Se oggi va male, pensa che domani andrà meglio e a come rifarsi. Prima dell’ultima crono del Tour, Roglic si stava scaldando sui rulli. Lui si è avvicinato ed è andato a dirgli in bocca al lupo. Lo rispetta. Sono amici, ma in corsa è guerra. Non pensavo che avrebbe vinto, si sono sposati il peggior giorno di Roglic e quello super di Tadej.

Com’è sul lavoro?

Non ho mai dovuto dirgli di allenarsi meno o con minore intensità, ma è pur sempre giovanissimo e ha bisogno di recuperare. Il Tour è finito il 29 agosto e l’ho mandato per due settimane a casa, dicendogli di andare a fare dei picnic con la sua compagna. Giù dalla bici è un ragazzo normale, che fa le cose dei suoi coetanei. Per lui il ciclismo è un divertimento. Attacca da lontano perché lo diverte ed è tipico di queste nuove generazioni che non hanno paura di niente.

Magari quest’anno sarà diverso?

Sicuramente l’ambiente gli metterà più pressione, ma a livello mentale Tadej è superiore. E’ super intelligente, non ha paura di perdere e nemmeno di vincere. Non so quanto sia lontano dal suo top, ma non credo che lo vedremo prima dei prossimi 6-7 anni.

Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda
Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda

Hirschi, la libertà

Lo svizzero è arrivato in Uae in ritardo rispetto agli altri, portato nel team da un colpo di mercato di Mauro Gianetti. Ed è questo, secondo San Millan, il motivo di un inizio di stagione così spostato in avanti. «Devo ancora conoscerlo bene – dice – abbiamo corretto qualche difetto in bici. Ha finito la stagione tardi, gli è mancato tutto il lavoro di posizionamento ed ha avuto bisogno di più tempo».

Si dice che soffra le regole.

Ci ha detto di volere la sua libertà e non abbiamo problemi a lasciargliela, ma deve esserci continuo scambio di informazioni.

Che tipo di futuro vede?

Ha tanto talento e col tempo può diventare un corridore da corse a tappe. Lavoreremo per questo. La fase attuale prevede di valutarlo in quelle di una settimana. Al Giro dei Paesi Baschi è stato 12° nella crono ed è interessante. Sappiamo che va bene sugli strappi, bisognerà vedere le salite lunghe, ma non c’è fretta di scoprirlo. Ha solo 22 anni.

Si allena davvero troppo?

Si allenava tanto. Nel periodo del lockdown, approfittando del fatto che in Svizzera si potesse uscire, ha fatto una base incredibile.

Il 12° posto di Hirschi nella crono dei Paesi Baschi è per il team un riferimento utile
Il 12° posto nella crono dei Paesi Baschi è un riferimento utile

Ayuso, la scommessa

Juan Ayuso è il più giovane: 18 anni. «In Spagna si parla di lui sin dagli juniores. Andava in fuga e vinceva le volate. Mi pare sia la stessa cosa che riesce a fare ora a livello under 23 con la Colpack».

Quanto è forte?

Ha parametri eccezionali. E’ metodico nel lavoro. Gli dici cosa deve fare e non sbaglia un colpo. Ha un recupero fisiologico eccezionale e test non comuni. Lo alleno dal 2020 e quest’anno abbiamo solo aumentato un po’ le ore di lavoro, ma non arriva mai a farne sei.

Ad agosto salirà a livello WorldTour?

Sono scelte che dipendono dalla squadra, ma certo non ho mai pensato di allenarlo come un pro’. E’ giusto che lavori come un under 23. Mi confronto di continuo con Matxin che l’ha segnalato. Non devono esserci pressioni. E se passerà professionista ad agosto, continueremo rispettando la sua età.

E’ presto per definire il suo raggio di azione?

Molto presto. Dobbiamo valutare il recupero. Ad ora possiamo parlare di un atleta molto completo. Va bene sulle salite. E’ veloce. E’ soprattutto dotato di una grande intelligenza.

Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali e ha poi vinto fra gli U23
Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali
Usa spesso questa parola: intelligenza.

E’ una nota comune di questi tre talenti. La uniscono alla dedizione al lavoro e al grande carattere. Sono nati per essere vincenti. Alla loro età, c’è chi si allena troppo per mantenere le attese, ma per loro non sono preoccupato. Non rischiano di crollare. La squadra sta facendo un gran lavoro.

Le forature del Fiandre e il punto su sezioni e gonfiaggio

08.04.2021
4 min
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Trentin che per delle forature rimane più volte fuori dalla lotta per le classiche. Una volta è un caso, due sono un problema. Le strade del Nord sono da sempre terreno accidentato per le quali si studiavano soluzioni a dir poco cervellotiche, ma efficaci in rapporto alle varie epoche. 

I primi rimedi

Negli anni 90 si cercavano tutti i modi per rendere più rigide le ruote in alluminio, saldando i raggi ad esempio, con la consapevolezza che utilizzando tubolari maggiorati ma non grandissimi, dovevano essere proprio il cerchio e in alcuni casi il telaio ad assorbire quei colpi. Per cui la bici per lassù, soprattutto per la Roubaix, aveva magari il carro più lungo e la forcella con un rake più generoso, al fine di ammortizzare e dare stabilità.

Gli ultimi 15 anni

Che cosa sia cambiato negli ultimi 15 anni è sotto gli occhi di tutti. Le ruote con cui si corre oggi il Fiandre sono in carbonio con profilo fino a 60 millimetri. Hanno il perno passante. E sono abbinate a telai in carbonio sicuramente più rigidi di quelli di allora. Non basta. Sono aumentate sensibilmente anche le velocità e questo fa sì che l’impatto della ruota sul sasso sia più violento.

E’ facile intuire a questo punto che ci sono soltanto due elementi chiamati ad assorbire i colpi: le gomme e lo stesso ciclista.

Al Fiandre e prima ad Harelbeke, Trentin tradito da forature
Al Fiandre e prima ad Harelbeke, Trentin tradito da forature

Le nuove ruote

Se per il corridore c’è poco su cui ragionare, salvo sull’esigenza di metterlo in sella nel modo più bilanciato affinché possa guidare al riparo da mal di schiena e vari sovraccarichi, sulle gomme si è aperto un mondo.

I cerchi con il canale largo hanno cambiato radicalmente le abitudini, l’avvento del freno a disco ha liberato dall’imbarazzo di pneumatici troppo grossi per essere… contenuti dall’archetto del caliper. Si usano coperture di sezione maggiore, che fanno sembrare il 25 ormai obsoleto e molto sottile. Al Fiandre abbiamo constatato la grande diffusione di pneumatici da 28 millimetri e alla Roubaix, rinviata a ottobre, avremmo certamente visto quelli da 30.

La gomma più larga permette di ridurre la pressione di gonfiaggio, senza che questo aumenti la resistenza al rotolamento. E qui forse casca l’asino. Perché abbinando le velocità più alte alla rigidità della bici, si deduce abbastanza facilmente che il rischio di foratura da impatto aumenti in modo sensibile.

Kristoff vinse la Gand del 2019 con tubeless e Air Liner all’interno
Kristoff vinse la Gand del 2019 con tubeless e Air Liner all’interno

Rischio tubolare

«Soprattutto se si utilizza il tubolare – dice Tommaso Cappella di Vittoria – che viene reso più vulnerabile dalla camera d’aria. Se la pressione di gonfiaggio è troppo bassa, si rischia di pizzicare. Colpi se ne prendono tanti. Nel tubeless invece la camera d’aria non c’è, quindi non si pizzica. mentre per le piccole forature, si mette dentro il liquido sigillante che permette di tappare i buchi più piccoli. I meccanici revisionano le bici tutti i giorni, per cui è praticamente impossibile che non ci si accorga di una foratura».

Sarà un caso o forse no, ma certo al via del Fiandre e prima di Harelbeke, Trentin era il solo corridore del Uae Team Emirates a fare uso dei tubolari (come si vede nella foto di apertura).

Vittoria Air-Liner
Vittoria fornisce il Team Uae Emirates degli Air-Liner, che però non sono ancora troppo utilizzati
Vittoria Air-Liner
Vittoria fornisce gli Air-Liner al Uae Team Emirates

Rischio stallonamento

Ma la questione è anche un’altra e accende la luce sulle abitudini dei corridori. Il cerchio largo infatti porta all’aumento della sezione del pneumatico.

«Ma quello che conta – dice ancora Cappella – è la forma del pneumatico. Se uso una sezione troppo piccola, ad esempio un 25, l’impressione di avere sotto una ruotona rimane, ma la gomma non ha la forma a goccia che la rende più impenetrabile e, così deformata, espone al rischio di foratura sui lati. E il rischio di foratura in questi casi è ancora più marcato se fino a pochi giorni prima si sono usati i tubeless e si torna al tubolare, che come abbiamo detto sono meno resistenti».

La Gand di Kristoff

Uno dei casi che confutano questa osservazione risale alla Gand del 2019 vinta da Kristoff. 

«Prima di quella corsa – racconta Cappella – facemmo un test di nascosto. Assieme al meccanico della Uae, portammo le bici sotto una tenda e inserimmo nel tubeless l’Air-Liner. Kristoff dovette fermarsi per 4 volte. Due volte perché utilizzava gomme da 25 che tendevano a stallonare, facendo perdere aria. In altri due casi bucò, ma l’Air-Liner gli permise di continuare e cambiare poi la bici agevolmente. Non so di preciso ora che cosa sia successo a Trentin. In casi normali, sarei andato a verificare di persona, ma a causa del Covid, si sta alla larga dalla squadre».

Sull’ammiraglia con Mori, fra scherzi e discorsi seri

08.04.2021
6 min
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Adesso che il Mori è diventato direttore, come farà a scherzare con i suoi amici corridori? Manuele sorride, la stagione sta per entrare nel vivo e a lui hanno appena cambiato il programma. Farà le corse spagnole d’inizio stagione che saranno recuperate durante il Giro. Scavando nei ricordi e col rischio di passare davvero per… esperti, gli buttiamo lì una pillolina di memoria.

Sai che ogni volta che vado verso Cesena, passo davanti all’uscita Torgiano della E45 e mi ricordo di quando ti vidi vincere il campionato italiano allievi?

Era esordienti di secondo anno, che ricordi! Sono quelli che rimangono più nitidi. E sai con chi ero in camera a quella gara? Con Daniele Bennati. Ogni tanto lo ricordiamo e ci facciamo una risata.

Appena passato professionista, assieme a Leonardo Piepoli
Appena passato professionista, assieme a Leonardo Piepoli

Manuele è sceso di sella dopo 16 anni di professionismo, decretando l’estinzione (per ora) dei Mori in bicicletta. Suo padre Primo, corse dal 1969 al 1975. Suo fratello Massimiliano, dal 1995 al 2009 E poi c’è lui, il più piccolo, professionista dal 2004 al 2019.

Come è stato ritirarsi?

Avevo già parlato con Gianetti (manager del Uae Team Emirates, ndr) e sapevo che non mi avrebbero lasciato continuare un altro anno. Ero un buon gregario, essere arrivato a 39 anni è già un bel traguardo. Ho avuto la fortuna di una moglie, Elisa, che mi ha conosciuto all’ultimo anno da dilettante e mi ha capito. Potevo anche fare un’ultima stagione, ma ho sempre detto di non voler allungare la carriera per portare a spasso la bici. Con Gianetti ero passato professionista alla Saunier Duval, poi sono andato alla Lampre e di fatto sono sempre rimasto nello stesso gruppo. Il ritorno con Mauro è stato la chiusura del cerchio.

Com’è fare il direttore sportivo?

Una bella esperienza e una grande opportunità che mi viene offerta dalla squadra. E’ tutto diverso, ma lo capisci quando ci sei dentro. Nonostante i miei tanti anni di professionismo, non avevo colto fino in fondo il ruolo del diesse e quello che davvero fa lo staff. Siamo 90 in squadra, se le cose non sono ben organizzate, sono dolori.

Con l’inseparabile Ulissi e Visconti alla Tre Valli Varesine 2019
Con l’inseparabile Ulissi e Visconti alla Tre Valli Varesine 2019
Come si fa a essere direttore degli ex compagni?

Ho cercato di allontanarmi, ti fa mantenere il rapporto di fiducia, ma senza continuare a sentirci tutti i giorni. Siamo divisi in gruppo e noto che i corridori si rapportano con me in modo diverso, forse perché già quando correvo non riuscivo a stare zitto davanti a qualcosa che non mi stesse bene. Mi hanno sempre visto come il regista.

Si tende a far salire in ammiraglia corridori freschi di attività.

Anche qui da noi c’è un bel gruppo di persone giovani che hanno smesso da poco e sono diventati direttori. Parlo spesso con Baldato e Guidi. In tutte le squadre si cerca di fare questo, perché il ciclismo cambia in continuazione. Tanti criticano la mancanza di scatti… Non dipende dalle tattiche, ma dal fatto che si va così forte che anche i leader arrivano ai finali ormai stanchi. La bravura del tecnico sta nell’usare nel modo giusto l’unica cartuccia che si ha a disposizione.

Sei stato un buon gregario: quali sono stati i tuoi capitani?

Il primo è stato Piepoli, che alla fine ha sbagliato, ma mi ha fatto capire il senso di squadra e la professionalità. E’ una persona di cuore e penso che non si sia ancora perdonato quel che accadde, perché sente di aver tradito l’esempio che era per noi. Lui in squadra era davvero un leader.

Mori è diventato diesse del Uae Team Emirates nel 2020
Mori è diventato diesse del Uae Team Emirates nel 2020
E Ulissi?

Poi c’è stato Diego, con cui ci siamo tolti delle belle soddisfazioni. Un ragazzo bravissimo a vincere due mondiali junior, poi a ricavarsi la sua dimensione. Ho aiutato e ammirato tanto anche Ballan, che è arrivato tardi al professionismo come me e ha ottenuto grandi vittorie, dimostrando che puoi essere un buon professionista anche se non passi a vent’anni. Ma il primo capitano che ho ammirato davvero è stato Cunego. Io passavo e lui vinceva il Giro avendo un anno meno di me. Questi sono stati i capitani, poi però c’è stato uno sopra a tutti…

Ti aspettavo al varco…

Esatto, Michele Scarponi. Non lo reputo solo un capitano, ma una persona speciale che ha lasciato qualcosa di particolare in tutti noi che l’abbiamo conosciuto. La sua fine ha causato in tutti un amaro in bocca inspiegabile, a volte mi capita di andare a Filottrano al cimitero per fargli un saluto. Quando è morto ero alla Liegi, poi andai al Romandia. Due giorni dopo che tornai a casa, presi la macchina e andai a salutarlo. Gli anni con lui sono stati i più belli.

Si diventa forti anche passando da grandi, ma avete in squadra quel certo Pogacar…

Ne ho visti tanti di campioni e con tanti mi sono allenato. Quando Nibali era in Toscana, capitava di uscire insieme. Direi che Pogacar me lo ricorda, ma all’ennesima potenza. Con più tranquillità e umiltà. E’ forte. E’ sicuro. Non lo spaventa niente. Zero pressioni. Ho fatto anche in tempo a correrci insieme, era un bimbo ma si vedeva già tutto.

Spostiamoci ai direttori: da chi hai imparato di più?

Con Daniele Tortoli da dilettanti mi sono trovato da Dio. Mi ha insegnato il sacrificio per il solo scopo che conta: passare professionista. «Guardatevi allo specchio – ci diceva – e capite quale traguardo volete raggiungere». Daniele ha creduto in me finché non sono passato. Poi ho avuto Pietro Algeri e Matxin, con cui lavoro anche ora. Due persone diverse, uno riflessivo, l’atro aggressivo. Matxin conosce tutti i corridori e le loro storie. Poi ho avuto Orlando Maini, che ricorda Algeri. Da tutti loro ho imparato che dietro i grandi successi, c’è una grande preparazione. Per colmare le mie lacune, ho preso tutto da tutti. Facevo così anche da corridore.

Hai corso anche accanto a Fabio Aru, quale idea te ne sei fatto?

Non riesco a capire quegli anni di blackout, perché forti come lui in salita ne ho visti pochi. Gli serve tranquillità soprattutto con se stesso. Gli dicevo: «Cerca di ritrovare la voglia di andare in bici. Gli stimoli di quando eri un ragazzo, invece di rincorrere il risultato». Sono convinto che se riallaccia quel filo, può ancora dire tanto.

E’ vero che ti sei anche messo a produrre abbigliamento da corridore?

Confermo, con il grande aiuto di mia moglie. Abbiamo una linea che si chiama KM Cyclingwear. Cerchiamo di confezionare capi originali e tecnologicamente avanzati. Un bel passatempo e confermo una volta di più che se non ci fosse Elisa, non saprei come mandare avanti il tutto. Io adesso faccio il direttore sportivo e non ci sono mai. E devo dire che mi piace anche molto.

Casa Ulissi, valigia pronta. Domani si ricomincia

02.04.2021
4 min
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Sembra facile, pensa Ulissi, ti mettono il timbro sulla patente di corridore e riparti. Tutto sommato, non aspettava altro, dopo che già il 2020 era cominciato con la dannata quarantena negli Emirati. La paura, l’incertezza, le domande sono alle spalle. E forse quello che gli permetterà di passare sopra a questo intoppo, la presenza cioè di una miocardite, è proprio il fatto che ci abbia convissuto per anni senza saperlo. Non varrebbe la pena chiedersi come mai i suoi dottori non se ne siano accorti prima? Probabilmente sì, ma adesso l’importante è che domani al via del Gp Indurain in Spagna ci sarà anche lui. Per le domande ci sarà semmai tempo dopo.

«Quasi quasi – scherza – ho dovuto riprendere gli appunti di come si fa la valigia per le corse». L’ultima l’aveva chiusa dopo il Giro d’Italia, cinque mesi fa. Un periodo lunghissimo, durante il quale i suoi colleghi si allenavano, si incontravano, correvano. E lui a casa, con i parenti intorno e semmai qualche corridore di ritorno dai suoi viaggi.

Avuto il via libera, Ulissi si è lanciato negli allenamenti a testa bassa (foto Instagram)
Avuto il via libera, Ulissi si è lanciato negli allenamenti foto Instagram)
Bentornato Diego, permetti la domanda: quante tracce lascia tutto questo nella testa?

Ne lascia, ne lascia. E’ stato tutto un fatto di testa. Fisicamente non ho sentito niente, sono sempre stato bene. Ma di colpo mi è piovuta addosso questa diagnosi e la testa ha lavorato parecchio. E’ stato un misto di paura e sconforto. La speranza di tornare e fare quello che ho sempre fatto. E la paura di non poterlo più fare. Poi finalmente è arrivato il nulla osta, come una liberazione.

Puoi fare una sintesi per chi non ha seguito la vicenda?

Avevo delle extra sistole ventricolari, le ho sempre avute. Solo che quest’anno sembravano aumentate e allora s’è deciso di fare degli accertamenti e da una risonanza si è vista una vecchia miocardite, che probabilmente risale a prima che passassi professionista. Ebbi nello stesso periodo polmonite, mononucleosi e citomegalovirus che potrebbero averla provocata.

Non una bella cosa da scoprire…

Infatti all’inizio ho avuto paura, soprattutto per la mia salute. Non me l’aspettavo, come un cazzotto che non sai da dove arriva. In quei momenti la carriera passa in secondo piano. Un po’ mi sono isolato, ma l’affetto delle persone accanto mi ha aiutato a passarci in mezzo. Ho passato delle bellissime Feste in famiglia. Qualche amico veniva a trovarmi. E per non ingrassare troppo, visto che mi sono fermato proprio nel periodo in cui si rischia di farlo, ho fatto un po’ di palestra e qualche camminata con suoceri e genitori, in attesa dell’esito dello studio elettrofisiologico.

Ulissi ha chiuso il 2020 con due vittorie al Giro (qui Agrigento) e l’8° posto nel ranking Uci
Ulissi
Al Giro del 2020, ha vinto 2 tappe: qui ad Agrigento
Ma poi se ingrassato davvero?

No, ma perché ho la fortuna che non mi succede. Ho preso forse un chilo e mezzo, poca roba.

La carriera viene in secondo piano, ma ogni tanto ci pensavi?

Più che pensare, speravo che fosse solo un brutto sogno. In cuor mio, la pensavo da corridore e non ci potevo credere che fosse finita. Voglio smettere quando lo dico io. Per fortuna gli studi che abbiamo fatto e che era doveroso fare hanno detto in primis che non sono mai stato in pericolo di vita e poi che posso tornare a correre. E’ stata una liberazione. Ho ripreso ad allenarmi, facendo la vita di prima, ma sempre monitorato. E per togliermi gli ultimi dubbi, ho fatto anche degli allenamenti massacranti e la risposta è stata quella di sempre.

Così domani si ricomincia?

Con il Gp Indurain e poi vediamo. Un programma di massima c’è già, ma lo valuteremo di volta in volta. Mi serve correre con la speranza di essere pronto per fare il Giro. Mi piacerebbe essere protagonista nelle tappe adatte a me.

Cosa dicono le gambe?

Che va bene. Sono rimasto a Lugano ad allenarmi con i corridori che di volta in volta tornavano dalle corse. L’ultimo test vero l’ho fatto con Vincenzo (Nibali, ndr) prima che andasse sul Teide: mi ha tirato il collo. Prendo nota, gli restituirò… il favore. Ho la fortuna che con poco riesco ad entrare in condizione, ma la differenza è che loro hanno già corso e io no. Per fortuna ho fatto il Giro…

Si riparte: Lia è un po’ triste, Anna è ancora piccola per capire (foto Instagram)
Si riparte: Lia è un po’ triste, Anna è piccola per capire (foto Instagram)
Cioè?

E’ stata una fortuna aver corso sino alla fine di ottobre, perché ho ripreso da una base più alta. Perciò vedo dei buoni numeri, ma so che mi servirà un mesetto di sforzi e fatica per andare a posto.

Cosa dicono le donne di casa di quella valigia accanto alla porta?

Lia capisce tutto e un po’ le dispiace quando parto, però le ho fatto capire che, mai come questa volta, è un bene. Anna, la piccolina, è vivace. Ha da poco compiuto un anno e quindi non si rende conto. Diciamo che con loro le mie giornate sono state frenetiche. E adesso Arianna si ritroverà da sola, con la fortuna che i suoceri sono in pensione e possono venire su per aiutarla. E poi ha sofferto anche lei ed è contenta che finalmente si riparta.

Roma in bicicletta e il GRAB: ne parliamo con Conti

31.03.2021
4 min
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Cosa ci fa Valerio Conti con la sua Colnago nel Parco degli Acquedotti, poi sull’Appia Antica, lungo la ciclabile del Tevere e sul Ponte della Musica di Roma? Per un giorno il corridore del Uae Team Emirates si è messo a nostra disposizione, andando a scoprire le rotte del Grab, il Grande Raccordo Anulare della Bicicletta.

Cos’è il GRAB

L’hanno definito “la più bella ciclovia virtuale del mondo”. Un anello di 45 chilometri dedicato alla mobilità ciclopedonale di Roma, che per ora resta solo sulla carta. Collegherebbe centro storico, quartieri periferici, parchi naturali, urbani e rurali, i due fiumi della città, piste ciclabili esistenti e future. Via Appia Antica, Terme di Caracalla, Ghetto, Lungotevere, Villa Borghese, Villa Ada, riserva naturale dell’Aniene, parco degli Acquedotti, museo Maxxi, Auditorium. Sono solo alcuni tra i siti più noti uniti dal raccordo delle bici. Il progetto, costruito da associazioni locali e nazionali (VeloLove, Legambiente e altre), in collaborazione con cittadini e studi professionali (tutti volontari), ha l’ambizione di riqualificare spazi urbani degradati, riconquistando aree di vivibilità per milioni di cittadini e turisti.

L’acqua da uno dei tanti “nasoni”, tipiche fontane della Capitale
L’acqua da uno dei tanti “nasoni”, tipiche fontane della Capitale

Roma e le bici

Non è per niente facile il rapporto tra la Capitale e il mondo delle due ruote, ma qualcosa si muove. Tra 2019 e 2020 il boom di richieste per il bonus bici ha fatto letteralmente sparire le biciclette dai negozi di Roma. In un anno le vendite sono aumentate del 200%. Per quanto riguarda le infrastrutture, però, è tutta un’altra storia. Un anello che in altre metropoli europee si realizzerebbe in pochi mesi, nella Capitale stenta a decollare.

«Eppure non si tratta di un semplice girotondo – ricorda Alberto Fiorillo, ideatore del Grab – ma di un volano per riqualificare il territorio con risvolti economici considerevoli, capace di attirare, secondo uno studio di Confindustria, fino a 600mila turisti l’anno».

Tradotto in euro: 14 milioni di euro il primo anno che si triplicherebbero nell’arco dei quattro successivi.

Il tratto di ciclabile lungo il Tevere è uno dei più battuti
Il tratto di ciclabile lungo il Tevere è uno dei più battuti

L’esperienza dei pro’

Con Valerio Conti, 28enne ciclista professionista romano, abbiamo percorso alcuni tratti della ciclovia. Ci ha svelato i luoghi dei suoi allenamenti e ci ha raccontato le sue impressioni sulle piste ciclabili capitoline. Valerio corre dal 2017 per il UAE Team Emirates e quando torna nella sua città, nel suo quartiere di Colle Prenestino, per allenarsi preferisce le salite delle colline tra Tivoli e San Polo dei Cavalieri, non entra mai in centro.

«Purtroppo a Roma non ci sono buone piste ciclabili – dice – mentre in Belgio e in Olanda le percorro spesso per allenarmi. Sono realizzate bene, sono pulite. Lì si respira una cultura diversa, che favorisce la ciclo-mobilità. Anche in Liguria, a Sanremo, esiste la ciclovia della Riviera dei Fiori: è fatta talmente bene che ci si può anche correre. La frequento spesso». 

Pulite e sicure

Sulle caratteristiche che dovrebbero avere le piste ciclabili per essere appetibili anche da un professionista come lui, magari solo per una passeggiata sulle due ruote, Valerio ha le idee chiare.

«La sicurezza in primo luogo – dice – gli automobilisti non possono parcheggiare sulla pista e molto spesso a Roma è la prassi. Devono essere abbastanza larghe, in modo tale che due ciclisti riescano a incrociarsi comodamente».

Corsa a ostacoli

Una storia lunga e segnata da ostacoli, quella del Grab. Ma la vicenda non era partita male: il progetto nel 2016 era stato finanziato, assieme ad altre nove ciclabili di importanza nazionale, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il ministro di allora era Graziano Delrio, quello che inforcava tutti i giorni la sua bicicletta e che s’innamorò a prima vista del Grab. La palla è finita al Comune e sono passati ormai cinque anni. 

I tempi della politica e della burocrazia in Italia, purtroppo, non sono gli stessi immaginati da chi auspicherebbe una rivoluzione della mobilità e un cambio di passo rapido verso una drastica riduzione delle auto in città.

Scusa Baldato, che squadra avrà Trentin al Fiandre?

31.03.2021
5 min
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Baldato ha in mano il pacco di carte, numeri, elenco iscritti e tutto quello che ti danno alla riunione dei direttori sportivi prima della corsa: la Dwars door Vlaanderen in questo caso, che partirà domattina (oggi per chi legge) da Roeselare, a due passi da Waregem. E’ incredibile come quassù ogni paese rimandi a una corsa, sia su strada sia di cross. Finalmente il sole ha scaldato l’aria gelida dei giorni scorsi.

Hai la barba bianca.

Sto diventando vecchio. Ma per fortuna c’è sopra la mascherina e non si vede.

Classe 1968, la stessa età: si scherza più volentieri. E certo Fabio di strada ne ha fatta da quando quassù era uno degli attori protagonisti, con 2 vittorie a De Panne, 2 secondi posti al Fiandre e uno a Roubaix. Oggi guida Trentin alla Uae Team Emirates e proprio per questo parliamo con lui. Per rileggere le ultime corse e capire il ruolo della squadra, nel momento in cui s’è capito che proprio la squadra ha permesso alla Deceuninck-Quick Step di tenere a bada Van Aert e Van der Poel ad Harelbeke e l’uomo in più ha spianato per Van Aert la via di Wevelgem.

Come va la squadra?

Abbiamo perso Gaviria per la frattura dello scafoide (dice alzando gli occhi al cielo, ndr) proprio quando speravamo che cominciasse a dare qualche segnale. Ne abbiamo avuti alcuni con la dissenteria, ma per fortuna la panchina è lunga e siamo riusciti ad esserci in ogni caso. L’importante è che stia bene Matteo. Ad Harelbeke è stato sfortunato a bucare e bravo a rientrare, ma a quel punto la gamba era finita. Due giorni dopo uno sforzo così, è andato forte alla Gand e questo è molto positivo.

Bjerg è giovane, ma sul pavé si muove molto bene. Rientra per il Fiandre
Bjerg è giovane, ma sul pavé si muove molto bene
Gli altri attorno forse sono un po’ inesperti?

Devono imparare a correre, perché sono giovani. I fratelli Oliveira vengono dalla pista, sono giovani e sanno muoversi nel gruppo. Bjerg è forte, ma ha avuto un po’ di dissenteria e torna per il Fiandre. Anche Bystrom è stato male dopo la Sanremo, quasi girasse un virus intestinale. La speranza per domenica è di averne un paio per la seconda metà di gara.

La Deceuninck insegna.

La Deceuninck ha il collettivo, ma non ha il più forte, quello che risolve la corsa

Hanno Alaphilippe…

Sui muri avrà più dimestichezza che col vento e andrà forte.

Quanto è stata dura la Gand?

Bella tosta, da metterci subito la faccia. Col vento che c’era, il primo che si fosse mosso sarebbe arrivato in fondo. E anzi, pensavo che proprio la Deceuninck avrebbe cominciato prima, già al chilometro 55. Invece forse per tutelare Bennett sono rimasti fermi. Ci sono stati 10 chilometri di gruppo in fila e al 65 si è rotto tutto, con la Bike Exchange che ha fatto la selezione. Stanno bene anche gli altri italiani, si va verso un bel Fiandre.

A Gand nessuno dei nostri ha avuto l’intuizione di partire lungo e Van Aert ha vinto più facilmente
A Gand nessuno dei nostri ha avuto l’intuizione di partire lungo
Parli come se la Dwars door Vlaanderen fosse un passaggio di poco conto…

Non sarà una passeggiata, dà 300 punti WorldTour e non è da buttare via, ma è chiaro che si dia un occhio di più al Fiandre. Il percorso è tecnico, ci sono 4-5 muri dove la corsa può diventare dura, ma se le squadre dei velocisti vogliono tenerla chiusa, si può arrivare in volata con 60 corridori. Ed essendo tornato Viviani, più Demare, Nizzolo e Ackermann, c’è da pensare che potrebbe andare così. Con il solito Van der Poel che farà il polverone sui muri per anticiparli.

Come commenti da corridore la volata della Gand?

Mi ha detto Matteo (Trentin, ndr) di essere rimasto sorpreso dell’accelerazione di Kung e Van Aert. Col vento a favore, io sarei partito lungo. In quelle condizioni, il primo che parte guadagna una bicicletta e poi rimontarlo non è semplice. Per come erano messi e per il fatto che sarebbe stata una volata veloce, davo per favorito Nizzolo. Invece con Van Hooydonck davanti, hanno avuto paura di provare. Non è che abbia fatto chissà quale andatura, ma è bastata. Pensavo che anche Kung avrebbe provato prima. Diciamo che forse la deviazione nel finale ha tolto un po’ di riferimenti (durante la corsa è stato comunicato che a causa di un incendio, il percorso avrebbe subito una variazione, ndr). In radio ci avevano detto che saremmo rientrati sul percorso ai meno 3,5, invece non era come l’hanno spiegata.

E Baldato come sta alla Uae?

Sto bene, sono contento, mi hanno offerto un’ottima opportunità. Un bel clima, anche col personale. Ho ritrovato Peiper con cui avevo lavorato alla Bmc. Ci sono parecchi giovani, sono contento della scelta. Farò il Giro con Marzano, Matxin e Mori. E soprattutto, dopo 10 anni di inglese, si parla di nuovo italiano…