La maledizione gialla in un Tour bellissimo, ma privo di logica

04.07.2021
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«Non dobbiamo dimenticare – insiste Alaphilippe – che l’obiettivo numero uno è vincere le tappe, non vincere il Tour. Voglio assaporare quello che ho fatto finora, perché non si può sempre vincere». La maledizione non è iridata, ma gialla. E se sei francese può schiacciarti, perché quasi non trovi il modo di sottrarti. Così adesso sono tutti a chiedersi che cosa sia successo ad Alaphilippe, quando probabilmente è stato tutto un equivoco dall’inizio. E forse, pur non conoscendo i meccanismi olimpici francesi, Julian farebbe meglio a prendere la palla al balzo, rivalutando la pista olimpica e smarcandosi da un gioco troppo grande e privo di logica.

La lotta con Vdp per la gialla? Bella, ma una vera maledizione: che spreco di energie…
La lotta con Vdp per la gialla? Bella, ma una vera maledizione: che spreco di energie…

Maledizione gialla

«Il Tour, il Tour… ». Suo cugino e allenatore Frank alza gli occhi al cielo, perché sa esattamente in quale trappola perversa si sia cacciato il campione del mondo.

«E’ normale che sia molto importante per le squadre francesi – dice – ma a volte va a scapito dei corridori. Prima di rinnovare con la Deceuninck-Quick Step, Julian ha ricevuto proposte da squadre che lo volevano per puntare alla classifica del Tour. Forse è anche per questo che non ha accettato. Se avesse debuttato in una squadra francese, dove probabilmente si sarebbe preparato soltanto per il Tour a discapito delle classiche, avrebbe fatto questa carriera?».

Eppure ci sono cascati anche loro. Lo dicemmo alla vigilia: spesso le scelte dei corridori sono la conseguenza degli interessi di squadra, ma poi tocca a loro assecondare o meno certe ambizioni. Quando decise di mollare il progetto olimpico di Voeckler per scegliere il Tour in maglia iridata, avrebbe potuto benissimo dire che lo avrebbe vissuto alla giornata. Puntando alle tappe e sganciandosi dalla perversa roulette della classifica, come suggerito da Bettini. Invece no. Così che adesso, stemperato il ricordo del debutto con vittoria e maglia gialla, siamo tutti a chiederci dove sia finito Alaphilippe.

Blackout nella crono

Ovviamente Julian non è quello di tre anni fa e forse bisognerebbe chiedersi se non sia stato piuttosto quell’anno l’eccezione non ripetibile. Non è possibile che il corridore che dominò la cronometro di Pau e chiuse al quinto posto fosse un atleta in stato di grazia, capace di superarsi prima di tornare nei suoi panni di grande cacciatore di classiche? Credere il contrario è il primo segno della maledizione gialla.

«In effetti alle prime pedalate nella crono di Laval (iniziata al secondo posto in classifica, con soli 8” da Van der Poel, ndr) – ha detto quel giorno – ho sentito subito che le gambe non erano grandi. Pur dando il massimo, ho sentito alla radio che non ero in corsa. Ho capito subito che sarebbe stato complicato. Il percorso mi piaceva, ma sono state le gambe a parlare e non ho vissuto una bella giornata. Devo recuperare, analizzare perché le cose non andavano».

Quanto vale un Tour in maglia iridata? Tanto. e a tutti i livelli
Quanto vale un Tour in maglia iridata? Tanto. e a tutti i livelli

Scelta necessaria

Eppure, nonostante i tanti segnali e la necesità di analizzarli, si è andati avanti a cercare il recupero, con quell’idea di classifica così difficile da mollare, mentre Van der Poel viveva la sua favola gialle e Van Aert si trasfigurava per scalare posizioni, trasformando il Tour in una battaglia quotidiana. In una trappola infernale, in cui Pogacar ha scelto di non cadere.

«Potrebbe non essere il miglior Julian in questo momento – ha detto ancora suo cugino dopo l’interminabile tappa di Le Creusot – ma rimango ottimista. Sono qui a sperare che la cronometro sia stata un giorno di affaticamento. Da allora, le gambe sono migliorate sempre di più. Dovrebbe continuare a cercare di seguire i migliori o scegliere le tappe? E’ un argomento che stiamo iniziando ad affrontare insieme».

A Le Creusot non ha preso la fuga e alla fine ha sprintato con Mas
A Le Creusot non ha preso la fuga e alla fine ha sprintato con Mas

Il momento di smarcarsi

Anche per il campione del mondo il riposo giunge provvidenziale, anche se di mezzo c’è ancora la… tappetta esplosiva di oggi che porterà i corridori a Tignes, mettendo in fila il Col de Saisies, il Col du Pre, il Cormet de Roselend e l’interminabile salita verso Tignes. Lassù, dove Roglic ha svolto gran parte della preparazione al Tour, si tireranno le somme di una prima settimana esplosiva, stupenda e illogica. In cui i cacciatori di tappe sono stati dipinti come possibili conquistatori di maglie. E per paura che ciò fosse possibile, si sono mandati a monte ragionamenti e tattiche che avrebbero dovuto consigliare calma agli uomini di classifica. Ma se sei un uomo da classiche come Alaphilippe, per impedirti di assecondare l’istinto e seguire Van Aert e Van der Poel, avrebbero dovuto legarti. Peccato che nessuno sia riuscito a farlo. Magari saranno proprio i 18’51” di ritardo in questa classifica così strana a rimettere il campione del mondo in carreggiata. Che vinca due tappe poi dia ascolto a Bettini e voli a Tokyo. Non c’è altro motivo per cui tenere duro.

Pogacar si riprende tutto: visto che ieri non era in crisi?

03.07.2021
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«Pogacar? Quando ho visto come si metteva la situazione davanti – sorride Cattaneo, nono al traguardo – mi sono detto di rifiatare un attimo per provare a seguirlo quando fosse passato. Penso che l’ho visto e l’ho seguito per 5-600 metri e sinceramente credo che sia assolutamente imbattibile se va così. Perché è veramente di un altro livello».

La tappa si è conclusa da poco, corridori arrivano ancora alla spicciolata. L’ultimo sarà Demare a 35’34” con il tempo massimo fissato a 37’33”.

Sornione davvero

Brutto far notare che s’era detto, ma stavolta s’era detto sul serio. Più che altro si era visto. Avevamo scritto ieri che Pogacar fosse parso sornione nell’inseguimento ai primi. Perché dannarsi l’anima a inseguire una fuga in cui al massimo c’è Nibali (che però punta a Tokyo e non ha fatto una preparazione a livello Tour) hanno pensato nell’ammiraglia del Uae Team Emirates, se domani c’è la prima tappa di montagna e possiamo riprenderci tutto quello che eventualmente si lascerà per strada?

Per questo ieri all’arrivo lo sloveno non sembrava particolarmente avvilito. Stanco, certo, come si è stanchi dopo una corsa di 250 chilometri corsa col freddo e l’acqua, ma non troppo demoralizzato. Sornione, appunto, questa la sensazione che aveva trasmesso.

Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…
Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…

Tutto chiaro dal mattino

Così quando stamattina si è presentato al via della tappa da Oyonnax a Le Grand Bornand, Tadej ha scrutato il cielo e s’è detto che con quel tempaccio c’era forse il modo di riprendersi qualcosa. Ha tirato la lampo fin sotto al collo, ha infilato bene i guanti e ha preso il via.

«Ci eravamo detti di vedere come sarebbe andata la tappa – racconta – e alla partenza abbiamo visto subito che sarebbe stato un giorno super brutto per tutti. Io invece mi sono sentito bene con quel cattivo tempo e così prima delle ultime tre salite ho deciso che avrei provato. L’ho detto ai miei compagni e gli ho chiesto di fare un bel ritmo».

La squadra c’è

Ricordate quello che ci aveva detto sul Uae Team Emirates Cattaneo qualche giorno fa? «Dicono che non siano una squadra forte, ma non so quanti possano dire di avere in salita gente come Majka, Formolo e McNulty». La profezia del bergamasco si è avverata.

«Quando ho visto che tutti stavano soffrendo – dice infatti Pogacar – e visto che Formolo e Brandon (McNulty, ndr) stavano facendo davvero un buon lavoro, ho deciso di partire. Prima lo scatto con Carapaz e poi un altro da solo e a quel punto ho tenuto il mio passo fino all’arrivo. Stavano soffrendo tutti, probabilmente hanno pagato la fatica e il freddo di ieri. E così ora è arrivata la maglia gialla e sono tanto contento. Chi è il principale avversario di Tadej? Forse Tadej stesso, nel senso che non sarà facile proteggere questa maglia e tenere tutti a bada».

Van der Poel, resa eroica

Sul fronte degli uomini di classifica, con la solita fortuna cha aiuta i vincitori, per trovare alle sue spalle un avversario pericoloso, Pogacar deve scendere fino a Rigoberto Uran, il più vicino, ben oltre la soglia dei quattro minuti. Van Aert regge in seconda posizione, ma ha pure sempre perso 5’45”, mentre la favola gialla di Van der Poel si è infranta contro la gravità e il conto di una prima settimana di Tour corsa senza badare a spese. L’olandese (non più) volante è arrivato a 21’47” assieme a uomini di classifica come Miguel Angel Lopez e Vincenzo Nibali.

«Ho visto presto, sul palco del foglio firma, che non avrei tenuto la maglia. Ma sono contento di come mi sono sentito oggi, anche in salita. Il mio Tour de France è già stato un successo. Preferirei arrivare fino a Parigi, mi piace qui. Ma dobbiamo considerare anche gli altri miei obiettivi. Decideremo nel giorno di riposo».

Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri
Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri

Ci salva Cattaneo

Nono all’arrivo, a 4’07”, giusto due secondi prima che arrivasse il gruppo dei più forti inseguitori, Mattia Cattaneo prosegue nel suo viaggio dentro il Tour e dentro se stesso. Miglior italiano di giornata anche questa volta e questa volta anche migliore della sua squadra.

«Dopo Pogacar è passato anche Carapaz – sorride ancora Cattaneo – e neanche con lui sono riuscito a stare. Quindi so che non sono un campione, però insomma… questo denota il fatto che Pogacar è di un altro pianeta. Adesso tutti saranno contro di lui e magari non avrà una squadra fortissima, però ha staccato tutti. Per quanto va forte, la squadra può sopportarlo alla grande. Insomma, forse è sbagliato dire che sia imbattibile, perché per l’amor di Dio il Tour finisce a Parigi e sicuramente proveranno a metterlo in difficoltà, però con la condizione attuale credo sia veramente difficile. Come sto io? Io sono contento del mio piazzamento, non era neanche facile andare in fuga».

Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”
Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”

Aspettando Bernal

Quello degli altri è stato un lento sprofondare. Eppure nel seguire la cavalcata di Pogacar, scattato quando mancavano ancora tre chilometri allo scollinamento della penultima salita, è difficile avere il senso dell’impresa eroica. Non una smorfia, il senso di un controllo perfetto. E’ vero che le smorfie e il mal di gambe vengono fuori respingendo gli attacchi di avversari più forti, ma è sorprendente come i piani di squadroni ben più attrezzati, celebrati e potenti del Uae Team Emirates si siano sgretolati sotto i colpi di un ragazzo di 22 anni che semplicemente apre il gas e spicca il volo. Manca il pathos, tutto qui. E forse soltanto il miglior Bernal, messa a posto la schiena, potrebbe metterlo alle corde o rendergli più difficile l’esistenza. Quelli che ci hanno provato finora, per quello che finora si è visto, non sono sembrati granché convincenti.

P.S. La tappa l’ha vinta Dylan Teuns, con il quale ci scusiamo per la poca considerazione. Per il belga del Team Bahrain Victorious un’altra vittoria al Tour dopo quella del 2019, quando castigò il nostro Ciccone. Dopo quella di Mohoric ieri, la squadra di Pellizotti e Volpi ne infila un’altra. E ha per giunta lasciato a casa Padun.

Dal Giro al Tour, Pellizotti racconta i 47 giorni di Mohoric

03.07.2021
4 min
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Sono passate solo poche ore da quando Matej Mohoric gioiva sul traguardo di Le Creusot. Sono passate invece parecchie settimane da quella terribile caduta al Giro. Il corridore della Bahrain Victorious aveva fatto l’ormai celebre capriola in avanti, atterrando di testa e schiena sull’asfalto, mentre era in attacco in discesa verso Campo Felice. 

E nel mezzo cosa è successo? Come ha passato questi 47 giorni che separano caduta del Giro e trionfo al Tour? E’ successo che Matej si è messo sotto, ha lavorato sodo, tanto da vincere in questo intermezzo anche il campionato nazionale.

La caduta dello sloveno al Giro (screenshot a video)
La caduta dello sloveno al Giro (screenshot a video)

Una caduta “fortunata”

«Mamma mia – racconta emozionato il suo diesse Franco Pellizotti – quando è partito ieri ho pensato: cavolo manca ancora tanto. Ma poi se ci si pensa quando lui va in fuga vince così. E poi vedendo chi c’era all’attacco con Matej (il riferimento è a Van Aert e Van der Poel, ndr)… Ha avuto la fortuna di trovare un bel compagno di fuga, quel Van Moer è un bel “cammellone” ed ha collaborato parecchio».

Franco è al Tour. In ammiraglia dietro al suo pupillo ieri c’era proprio lui. Ma il friulano ha seguito Matej sin dal giorno di quella caduta. Ed è con lui che vogliamo riavvolgere il nastro.

«Vero, dopo quell’incidente al Giro gli sono stato vicino, ci siamo sentiti spesso. Alla fine è stato anche “fortunato” perché a parte la commozione celebrale e qualche contusione non si è fatto molto male, non ha riportato fratture. Il Tour poi era già in programma e quasi quasi è stato un “bene” fermarsi in quel momento. Ha potuto recuperare alla grande. Come si dice: non tutti i mali vengono per nuocere. E il risultato si è visto».

Mohoric (a sinistra) in fuga con Brent Van Moer
Mohoric (a sinistra) in fuga con Brent Van Moer

Sorpresa? Anche no!

Pellizotti racconta che dopo la caduta Mohoric è stato fermo una settimana. Poteva riprendere anche prima ma in squadra hanno preferito attendere qualche giorno in più visto che non c’era proprio pensando al Tour. 

«Questo – riprende il diesse – gli ha consentito di recuperare bene e quando ti fermi che sei in una condizione strepitosa, come quella che aveva al Giro, ci metti poco a tornare a buoni livelli. In più Matej è un professionista esemplare. Si è allenato molto bene. Tanto è vero che al rientro ha vinto il titolo nazionale sloveno. Che poi uno dice: okay in Slovenia… ma andiamo a vedere chi c’era! Insomma mentalmente ne è uscito bene. E per me vederlo subito competitivo non è stata una sorpresa».

Franco Pellizotti (43 anni) diesse della Bahrain Victorious
Franco Pellizotti (43 anni) diesse della Bahrain Victorious

Morale sempre alto

Ma allora c’è da chiedersi come abbia vissuto quei giorni dopo la caduta. Era più dispiaciuto per aver lasciato i suoi compagni al Giro o più preoccupato per non essere in forma per il Tour?

«Matej è un ragazzo sopra la media, ha una grande intelligenza e conosce i suoi mezzi, nel senso che sa quello che deve e che può fare. A volte però proprio la testa è il suo punto debole, perché magari è talmente convinto di quello che fa che poi sbaglia.

«Però posso dirvi che la sera della sua caduta al Giro era in stanza con i ragazzi. Anche Damiano (Caruso, ndr) era rimasto un po’ scosso (tanto più che era alla sua ruota e ha visto tutto, ndr) ed era Matej che dava morale alla squadra. Proprio perché è intelligente e consapevole sapeva che in qualche modo gli era andata bene e quindi no, non era abbattuto».

Con i tanti punti conquistati sui Gpm a fine tappa Mohoric ha vestito la maglia a pois
Con i tanti punti conquistati sui Gpm a fine tappa Mohoric ha vestito la maglia a pois

Più spazio senza Haig

In Francia Mohoric, tanto più dopo il ritiro di Jack Haig, l’uomo di classifica della Bahrain, aveva più carta bianca. Se al Giro doveva aiutare Landa in pianura e nelle tappe mosse, al Tour doveva stare vicino all’australiano in pianura e doveva (deve) essere l’ultimo uomo per Colbrelli in quelle mosse.

«Mohoric – dice Pellizotti – è il nostro road capitan al Tour. Sa come muoversi. Si sa gestire. Se guardate bene, anche ieri in salita lavorava e tirava ma senza esagerare, mentre in discesa, che è il suo forte, recuperava. E’ stato Matej stesso a decidere il momento dell’attacco. E ha fatto bene ad anticipare visti i nomi che erano in fuga con lui, come ripeto. Una vittoria così importante gli mancava, tanto più dopo quello che gli è successo. Mi è bastato vedere la sua faccia sull’arrivo per capire cosa significasse quella vittoria». 

Tour show: Nibali rinasce, Mohoric vince, Pogacar fa il furbo

02.07.2021
6 min
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Giornate così ti riconciliano con il ciclismo, ma c’è da dire che sin dall’inizio tutto questo Tour è stato un tributo al bello dello sport. Così quando si è capito che la tappa più lunga si stava trasformando in un grande show, composto da storie più piccole incastrate fra loro, seguirla è diventato sorprendentemente bello.

Da dove cominciare è davvero difficile. Da Mohoric, forse, e le sue lacrime negli ultimi metri? Oppure da Nibali che s’è desto e s’è portato a spasso in salita la passione italiana? Oppure da Pogacar, messo in mezzo da ceffi più grossi e incapace di reagire? O forse da Van der Poel e Van Aert, che per qualche minuto è parso di vederli sfidarsi in una prova di Superprestige? Oppure da Roglic, sprofondato in quel fastidio che non passa e gli ha impedito di spingere? O ancora da Carapaz che ha tagliato il cordone ombelicale ed è andato a prendersi il ruolo di leader al Team Ineos?

E’ successo tutto nello stesso giorno e davvero non basterebbe tutta la notte per raccontare ciò che una tappa del genere ti lascia addosso.

In lacrime dopo la caduta del Giro: è un Tour di emozioni fortissime
In lacrime dopo la caduta del Giro: è un Tour di emozioni fortissime

Festa Mohoric

Mohoric ha vinto tappe al Giro e anche alla Vuelta. E il carico di emozioni che si è addensato nel suo petto durante quegli ultimi metri è stato più forte di lui. Avrà pensato alla paura dopo la caduta del Giro. Alla lenta risalita. E poi non ha capito più niente, crollando sotto il peso di un’emozione irrefrenabile.

«E’ incredibile – dice Mohoric – negli ultimi 20 chilometri, le mie gambe urlavano, ma non le ho ascoltate. Questa è stata la mia vittoria più bella. Prima di tutto perché siamo al Tour de France, la corsa più grande del mondo. In secondo luogo, sono arrivato in fondo alla fuga e ho battuto alcuni fra i corridori più forti del mondo. L’idea era di lottare per la maglia a pois infatti  ho preso i cinque punti, poi speravo che si sarebbero guardati l’un l’altro, permettendomi di vincere la tappa. E farlo indossando la mia maglia da campione nazionale è ancora più speciale».

Il Uae Team Emirates ha inseguito, ma lo sforzo non è servito a molto. Qui Formolo
Il Uae Team Emirates ha inseguito, ma lo sforzo non è servito a molto. Qui Formolo

Bentornato Squalo

Nibali, santo Nibali, da quanto ti aspettavamo così? E chissà da quanto anche tu aspettavi di poter giocare in corsa come quando gli altri annaspavano e a te riusciva tutto facile. L’ultima volta che hai vinto qui, ti lasciarono quasi andare, poi fosti bravo a resistere al ritorno del gruppo. Oggi invece sei partito da cattivo con quelli forti. Oggi è stata una vera azione da Squalo, bentornato!

«C’erano degli uomini importanti – dice – non si poteva guardare dall’altra parte. Le gambe nel finale erano buone. Van Aert e Van der Poel sono andati e io li ho seguiti. Domani ci sarà un’altra giornata dura e sono curioso di vedere come andrà. Per noi è arrivato il secondo posto. Sapevamo che non sarebbe stato semplice, ma comunque abbiamo provato a vincere».

Resta il dubbio del perché Skuijns non sia rimasto con lui a tirare perché potesse guadagnare ancora più terreno su Pogacar. Fra quelli davanti, tolti gli uomini delle classiche, il primo della classifica è ancora Pogacar, secondo è Nibali a 29 secondi.

Fra le belle notizie di giornata, la presenza di Nibali nel gruppo in fuga. Lo Squalo c’è ed è show anche questo
Fra le belle notizie di giornata, la presenza di Nibali nel gruppo in fuga. Lo Squalo c’è ed è show anche questo

Vdp oltre il limite

Già, Van der Poel è di quelli con le ore contate. Suo padre dice che ci ha abituati alle sorprese e forse non è nemmeno fuori luogo immaginare che possa superare la tappa di domani. Sognando parecchio, s’intende. Ma oltre sarebbe troppo anche per l’amore di suo padre Adrie.

«Non ricordo di aver vissuto altri giorni così duri – dice – sono andato al massimo per tutto il giorno. E’ stato chiaro stamattina che tanti corridori volessero andare all’attacco. Andavamo forte e siamo partiti in tanti.  Oggi Van Aert è stato davvero forte, ma io sono riuscito a battermi ugualmente per la maglia gialla. A questa maglia voglio dedicare tutto perché è la più bella. Sono andato al limite, vediamo come andrà la corsa domani. Proverò a tenerla, voglio divertirmi».

Van der Poel e Van Aert in caccia insieme, come nel cross, come al Nord
Van der Poel e Van Aert in caccia insieme, come nel cross, come al Nord

Van Aert rideva

Nella Jumbo-Visma s’è consumato il dramma. Con Roglic colato a picco e Van Aert secondo in classifica, si fa fatica a capire dove voglia andare lo squadrone olandese. A un tratto è parso che ciascuno facesse per sé e davanti a tutti, grande e grosso come un toro, Van Aert è parso divertirsi un mondo.

«Se non ci fosse stato quel pubblico e tanto caldo – ha detto – sarebbe sembrato davvero di essere al Superprestige di Ruddervoorde. Con Mathieu siamo rivali di lunga data e penso che sarà così per sempre, ma oggi ci siamo fatti qualche risata durante la tappa. Mi è piaciuto uscire dalla solita routine del Tour e andare in fuga. Il piano era quello, per puntare alla tappa e semmai alla classifica. Ero sicuro che anche Mathieu sarebbe stato pronto, è bellissimo vederlo correre così. Avremmo potuto farci la guerra, ma ci siamo detti che sarebbe stato meglio collaborare. Non avevamo fatto i conti con Mohoric, purtroppo. Ma adesso tengo duro. Sono curioso di vedere come recupererò domani dopo una tappa così dura. Ma di una cosa sono certo. Se domani Pogacar sarà forte e aggressivo, noi potremo fare ben poco».

Dal gruppo Pogacar, Carapaz è uscito come una fucilata: uno show nello show
Dal gruppo Pogacar, Carapaz è uscito come una fucilata: uno show nello show

Pogacar fa il furbo?

Già, ma Pogacar cosa fa? Come può essere che il campione che ha strapazzato tutti nella crono di colpo perda interesse nell’inseguimento e arrivi a più di 5 minuti da Mohoric? Che sulla sua ammiraglia possano aver davvero pensato che quelli davanti in prospettiva non fanno così paura e sarà meglio spendere meglio e bene nella prima vera tappa alpina?

«Abbiamo cercato di chiudere – dice – ma forse abbiamo commesso un errore e abbiamo dovuto lavorare tanto. Conosco la mia squadra, so che sono forti e che dopo un bel recupero saranno pronti per la tappa di domani. Si va avanti giorno per giorno, ma cercheremo di superare questo momento. Sono contentissimo per Mohoric, non so cosa sia successo a Roglic. Ma se guardo la classifica dico che non è successo poi niente di così grave da dover essere per forza preoccupati».

Il mondo addosso. Roglic arriva a 9’03” e in classifica scende al 33° posto
Il mondo addosso. Roglic arriva a 9’03” e in classifica scende al 33° posto

Come stia Primoz lo spiegano con una nota i medici del team: dopo la caduta Roglic non può sedersi bene sulla sella e di conseguenza non riesce a pedalare. Pare sia presto per valutare di lasciare la corsa, ma che malinconia quando si punta tutto su un traguardo e per uno stupido incidente di corsa si vede tutto sfumare nel nulla.

Petacchi, 10 e lode. Su Cavendish avevi visto giusto

02.07.2021
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Era il 22 dicembre. E in quei giorni che portavano al Natale, con il pretesto di scambiarci gli auguri, chiedemmo a Petacchi che cosa pensasse del ritorno di Cavendish alla Deceuninck-Quick Step. E lui con grande lucidità scolpì parole che sei mesi dopo si sono rivelate più che profetiche.

«Il Tour, è sempre stato il Tour – disse – Mark pensa solo al Tour. L’ho visto cambiare completamente nel giro di 15 giorni. Presentarsi con un altro sguardo e per giunta dimagrito. Concentratissimo. Se non ha questa motivazione, non vede altro. E forse in quella squadra crede di trovarla. Non credo che il suo sia un problema fisico, quanto piuttosto di testa. Sono due anni che non corre e se ricomincia ad allenarsi bene, magari gli danno la fiducia che poi sta a lui ricambiare. Bisognerà capire se la sua reattività e l’esplosività ci sono ancora. Insomma, non è semplice».

E’ il 2017, Cav è al secondo anno conla Dimension Data, il declino è iniziato
E’ il 2017, Cav è al secondo anno conla Dimension Data, il declino è iniziato

Petacchi buon profeta

Cavendish è tornato e come lui è tornato anche Alessandro, che ai campionati italiani ha ripreso in mano un microfono della Rai. Perciò, volendo riprendere il discorso, lo abbiamo pizzicato di ritorno dai lavori nella nuova casa, in cui ha sistemato una serie di box in cui sua moglie Chiara accoglie e poi dà in adozione cani che così vengono tolti dalla strada.

Bè, dati i risultati degli ultimi mesi, ci avevi visto giusto…

Credo che l’esempio sia lampante. Tutti quelli che vanno via da lì non rendono più come prima, ma non capitemi male. Io lo posso dire perché ci ho vissuto un anno e mezzo ed è un ambiente fantastico, che ti dà qualcosa in più. Essere sereni in un ciclismo esasperato come quello di oggi è molto importante. Io credo che Mark sia benvoluto. E’ rientrato in una situazione in cui era stato bene e credo che come gli altri sia andato via per soldi e si è accorto a una certa età dell’errore che ha commesso. E si è detto: «Cosa mi serve per tornare? La tranquillità».

Tanti se ne sono andati di lì per offerte giganti.

Tutti vanno via per soldi, come Gaviria ed Elia (Viviani, ndr) probabilmente. Andare via di lì è un po’ da folli. Capisco che ci sono tanti corridori, il budget è quello e Lefevere non si può permettere di tenerli tutti. In quella squadra vanno forte ed è naturale che uno li vada a prendere. Ti convinci che la stessa situazione te la ricrei da un’altra parte, ma non è assolutamente così. Perché chi va lì ha sempre il sorriso, non ha mai problemi coi compagni. E chi non si sente al suo posto, alla fine se ne va da solo. Io la vedo così: quella squadra per me è l’ambiente giusto per fare risultato. E Cavendish poteva solo tornare lì. Gli serviva solo che le cose si mettessero tutte in fila.

In che senso?

Secondo me la volata che ha vinto prima del Tour è stata un segnale importante. Poi Bennett ha avuto quel problema. A volte serve anche una mano dal destino.

Perché la volata del Belgio è stata importante?

Sicuramente quando vince, gli scatta una molla in testa. Per quello che lo conosco io, è un ragazzo che un po’ soffre la pressione. E quando si accorge di poter vincere e si sblocca, diventa incontenibile, perché in quella corsa lì si sente il più forte. Poi magari dopo 10 giorni cambia corsa e ricomincia da capo. Questo è quello che ho capito di lui. Poi comunque il Tour lo sente tanto, l’ha sempre sentito tanto e gli ha dato anche tanto.

Sembra esserci tornato dentro benissimo.

Non voglio immaginare quanto possa aver tribolato in quei due, tre giorni prima del via. Sentendo di essere l’unico velocista della squadra e di potersi giocare le sue carte. E di avere soprattutto i compagni che ha e un ultimo uomo come Morkov, che è un fuoriclasse. Negli ultimi anni è il più forte del mondo per quel tipo di lavoro.

Perché dici che ha tribolato?

Per la tensione, per le solite foto che ho visto di lui che sposta i tacchetti dopo l’allenamento, che mette a posto le scarpe, che guarda le misure della bici. Questo è Cav, le stesse cose che faceva al Tour quando c’ero io. Fa parte del suo rituale e alla fine va bene, ci sta tutto. E poi a 36 anni non credo che sia vecchio. Io a 38 anni ho messo la maglia rosa battendo lui. Quindi non mi meraviglio di quello che sta facendo. Lui ha fatto due anni nel posto sbagliato, questo penso.

Si può essere così forti ancora a 36 anni?

Io credo che le qualità a 36 anni ci siano ancora tutte. Sei ancora molto forte, magari quando ti avvicini ai 40 puoi perdere un po’ di esplosività. E’ sicuramente più resistente e ha fatto due anni in cui non ha quasi mai corso. Poi si è rimesso sotto, si è allenato, è andato in ritiro con la squadra giusta, ha fatto chilometri nella maniera giusta, non mi sembra sovrappeso. Ci credeva, lo sapeva che poteva essere il suo anno e poteva ritornare a essere molto vicino al vero Cavendish.

Credi gli sia costato tanto in termini di orgoglio andare a chiedere una maglia a Lefevere?

Alla fine ti rendi conto che sei davanti a un bivio: smetto o cosa faccio? Allora vai lì e gli dici: «Fammi provare un anno, non voglio nulla, dammi il minimo». Tanto lui non ha problemi di soldi, parliamoci chiaro. Voleva solo ritrovarsi e smettere magari fra uno o due anni, ma smettere bene. Un campione deve smettere bene, se può farlo. Invece lui avrebbe smesso male, era andato nel dimenticatoio, lo davano tutti per morto. E conoscendolo, so quello che può aver sofferto.

Quel sorriso in effetti non si vedeva da un pezzo.

Quando ha vinto, io mi sono emozionato, perché da corridore lo so benissimo cosa ha provato. Mi sono calato nei suoi panni ed ero contento. Gli ho anche scritto un messaggio, non mi ha risposto, però mi sono sentito di scrivergli un bel messaggio. Perché fondamentalmente è stato un avversario, un compagno, uno che tiene in alto il nome del ciclismo. Fa bene ai giovani vedere un corridore come lui.

Deceuninck-Quick Step incontenibile, ma da oggi tocca di nuovo ad Alaphilippe
Deceuninck-Quick Step incontenibile, ma da oggi tocca di nuovo ad Alaphilippe
Hanno detto che ha eguagliato il tuo numero di vittorie.

Io ho vinto 187 corse oppure 179 quante me ne contano. Nei grandi Giri ne ho vinte 53. Io le conto tutte, lo sapete benissimo (il riferimento è alle tappe cancellate per una squalifica cui si è sempre opposto, ndr). Se poi andiamo a vedere quelle che contano, lui ha vinto 32 tappe al Tour e io solo 6. Ecco se ho un rammarico è aver fatto pochi Tour nella mia carriera. Se tornassi indietro, cercherei di farne di più.

Chiudiamo con la maglia verde, che ora indossa proprio Cavendish, ma cui punta anche Colbrelli, e che tu hai vinto nel 2010.

E’ tanto stressante. Dipende anche da come vengono attributi i punti, se ci sono i traguardi intermedi. Non puoi pensare solo al traguardo finale. Magari se l’arrivo è complicato, alla Sagan, Colbrelli può tenere duro e pensare a fare punti. Il problema è quando ti vanno in fuga quelli che sono in classifica. Io ho dovuto lottare con Hushovd che andava in fuga ogni tre per due e mi toccava seguirlo tutti i giorni. Anche nelle tappe di montagna con l’Aubisque. 

La maglia verde riduce la possibilità di vincere tappe?

Secondo me qualcosina perdi in finale. Perché magari un po’ di energie le butti via e quando sei su un traguardo finale, guardi quello più vicino a te e cerchi di passare lui e basta. Vai a punti e magari ti accontenti di un secondo e di un terzo, non sei focalizzato tanto sulla vittoria. Perché se punti a vincere, puoi sbagliare e perdere punti. Se invece prendi come riferimento quello più vicino, sei sicuro di fare i punti che ti servono. Non è facile, è molto stressante. Se però riesci a salire sui Campi Elisi in maglia verde è davvero una gran cosa.

Un viaggio di 10 ore per portare le ruote a Van der Poel

01.07.2021
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Sui media olandesi da ieri sera gli eroi sono due: Mathieu Van der Poel che ha conservato la maglia gialla e un certo Mark Putter che si è sciroppato un viaggio di 10 ore per consegnargli le ruote necessarie e che assieme a sua moglie Elma gestisce un lodge sui Pirenei, dal nome Les Deux Velos. Questa è la storia di un viaggio incredibile, per come si è potuto ricostruirla sommando quello che abbiamo saputo di prima mano al contributo de L’Equipe e di Het Nieuwsblad.

Prima telefonata

Il team manager della Alpecin-Fenix si chiama Christoph Roodhooft e lo scorso anno durante una sorta di reality organizzato da Alpecin, ha conosciuto Meindert Klem, rappresentante di Princeton CarbonWorks, le stesse ruote usate da Ganna e la Ineos, di cui vi parlammo lo scorso anno al Giro.

Klem è pure lui olandese, molto noto in patria per essere stato canottiere alle Olimpiadi di Pechino e con Alpecin si è allenato per partecipare all’Oetztaler. Roodhooft lo chiama quando Van der Poel prende la maglia gialla. Gli dice che Shimano è d’accordo perché si faccia uno strappo alla regola e gli chiede di trovare una coppia di ruote per la crono della quinta tappa.

«La chiamata – ricorda Klem – è arrivata lunedì mattina. Mi chiede se ho da fornirgli un set di ruote Princeton Blur 6560, perché anche Canyon che fornisce le bici è d’accordo che Mathieu provi a difendere il primato».

Le ruote di Ganna

Il guaio è che quel set di ruote non esiste e così si accordano per assortire una combinazione fra la Wake 6560 da 60 millimetri per l’anteriore e la Blur 633 Disc per il posteriore. Entrambe le ruote nascono per l’uso con copertoncino e si punta sui Vittoria Corsa Speed.

Il problema, come avevamo raccontato, è che la ruota Blur è prodotta in quantità davvero limitata e la possibilità di trovarla in Europa in epoca Covid è prossima allo zero. Il modo migliore, suggerisce Klem, è farsi dare una coppia da un corridore della Ineos, ma figurati se la squadra britannica darebbe mai un vantaggio del genere a un rivale. Senza considerare il fatto che anche loro si trovano al Tour con materiali limitati e che soprattutto a Van der Poel serve una ruota per freni a disco e Ineos al Tour le ha soltanto con freni normali.

Si mette così in moto la solidarietà fra canottieri. Infatti Klem pensa subito a Cameron Wurf, a sua volta canottiere prima di diventare ciclista. L’australiano vive ad Andorra e ha le ruote che servono (già, un corridore della Ineos ha ruote con i dischi: ne riparleremo), si tratta solo di portarle a Rennes. E qui entra in scena Mark Putter: vi ricordate di lui? Ne abbiamo parlato in apertura…

Doppio freno a disco: le aveva Wurf, la Ineos si prepara al passaggio?
Doppio freno a disco: le aveva Wurf, la Ineos si prepara al passaggio?

Seconda telefonata

Lunedì sera, sua moglie Elma riceve una telefonata “strana”. L’uomo al telefono è, neanche a dirlo, Meindert Klem, che per una serie di strani incroci ha alloggiato nel loro lodge cinque anni prima. 

«Mi chiede se possiamo prendere le ruote da un corridore che vive in Andorra – ricorda Mark – e portarle a Rennes da Van der Poel. Io sono pazzo per il ciclismo e quello che ha fatto Mathieu nei giorni precedenti è incredibile. Sarebbe grande se potessi aiutarlo a tenere la maglia portandogli quelle ruote, per cui dico di sì e martedì mattina alle 8 sono già alla porta di Cameron Wurf».

Le ruote viaggiano nell’abitacolo e dopo quasi 900 chilometri e 10 ore di strada, ecco l’hotel della Alpecin-Fenix.

Di corsa a casa

Mark dorme nell’hotel dei meccanici e visto che quello di famiglia è strapieno, avendo peraltro riaperto da poco, si rimette subito in viaggio verso casa. Non riesce a seguire la cronometro e non sa che mentre lui guida immaginando di raccontare la straordinaria avventura ai suoi amici, chiedendosi se gli crederanno, la radio e la stampa olandesi stanno facendo di lui l’eroe della gloriosa difesa di Van der Poel.

Van der Poel ha affrontato la crono con l’impeto del cacciatore di classiche
Van der Poel ha affrontato la crono con l’impeto del cacciatore di classiche

Senza allenamento

Alla vigilia della crono, sul tema viene chiamato in causa anche Adrie Van der Poel, padre della maglia gialla. Il vecchio olandese sa bene che Mathieu non ha fatto alcun tipo di preparazione sulla bici da crono: pare che nemmeno ce l’abbia a casa e l’abbia usata in gara soltanto alla Tirreno-Adriatico e due volte al Giro di Svizzera. 

«Non ha tempo di allenarsi per quello – dice Adrie e non si sa se ne sia contento – se potesse dedicare il tempo trascorso in mountain bike alla bici da cronometro, sarebbe diverso. Ma sono curioso come chiunque altro. Non sarebbe la prima volta che ci sorprende…».

Alla Tirreno aveva ancora la bici 2020: la nuova Canyon Speedmax CFR Disc ha debuttato al Giro
Alla tirreno sulla bici 2020: la nuova Canyon Speedmax CFR Disc ha debuttato al Giro

Un giorno in più

E la sorpresa arriva. Dopo aver tagliato il traguardo, Van der Poel corre verso l’ammiraglia per abbracciare Christoph Roodhooft che non sta nella pelle.

«E’ stato davvero incredibile. Dice alla televisione francese – martedì sera abbiamo lavorato sulla bici fino a mezzanotte per la posizione ed essere aerodinamici. E’ stato uno dei giorni più belli della mia carriera ciclistica. E’ incredibile con questa maglia in Francia, con il pubblico che mi ha davvero supportato, è stato enorme. Quando ho detto che non sarei stato in grado di mantenere la maglia, era davvero quello che pensavo. Stamattina, quando ho fatto la ricognizione, ho capito invece che il percorso mi andava bene. Sono molto felice di tenere la maglia per un giorno in più. In montagna chiaramente non ci riuscirò. Quello che ha fatto Pogacar è enorme, tanto di cappello per lui».

Dopo l’arrivo, sfinito, Van der Poel ha tenuto la maglia gialla per 8″
Dopo l’arrivo, sfinito, Van der Poel ha tenuto la maglia gialla per 8″

Tecnologia e passione

In realtà delle due ruote alla fine è stata utilizzata soltanto la posteriore, la Blur. Ma questa è la dimostrazione di come il ciclismo diventi magico quando la tecnologia si unisce alla passione degli uomini. Non abbiamo capito se a capo di quel suo viaggio così folle, Mark Putter abbia incontrato Van der Poel oppure no. In ogni caso, l’olandese ha un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti e siamo certi che lo salderà. E forse questo bagno di passione lo aiuterà dopo Tokyo nella sua scelta di campo fra strada e mountain bike.

Ultimate CF SLX 8 Disc TDF: la Canyon per il Tour de France

30.06.2021
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Per omaggiare al meglio la Grande Boucle e coerente con la sua creatività, Canyon presenta un modello speciale in edizione limitata: la Ultimate CF SLX 8 Disc TDF.

Il marchio tedesco, che fornisce le bici alla Arkea-Samsic e alla Alpecin-Fenix (squadre invitate grazie alle wild card), ha deciso di intervenire su un telaio di classe mondiale che ha già vinto tre grandi Giri e due campionati del mondo. E ha scelto di farlo proprio per la corsa francese.

Ecco la Canyon in edizione speciale per il Tour: solo 108 esemplari
Ecco la Canyon in edizione speciale per il Tour: solo 108 esemplari

Onore al Tour

Il Tour de France è la più grande finestra che permette di affacciarsi sul mondo del ciclismo, con collegamenti dalle radio e televisioni di tutto il mondo, con centinaia di giornalisti collegati. E’ l’evento ciclistico annuale più importante al mondo ed il più importante tra i grandi Giri, tre settimane dove tutto è possibile, con l’iconico arrivo a Parigi sugli Champs Elysèes, la passerella finale che ogni corridore ambisce percorrere.

Il riferimento sul telaio della CF SLX 8 Disc TDF resta al gioco delle carte
Il riferimento sul telaio della CF SLX 8 Disc TDF resta al gioco delle carte

Come Joker

Il disegno sulla Ultimate CF SLX 8 Disc TDF ha una fantasia particolare, infatti il motivo del telaio è quello di un mazzo di carte, con il simbolo del Joker sul tubo centrale (foto di apertura). Simbolo che sembra richiamare anche un ermellino stilizzato, per rendere omaggio alla regione di partenza, la Bretagna.

E’ stato un momento speciale per il team locale dell’Arkea-Samsic, infatti la squadra fondata a Rennes ha avuto l’onore di sfoggiare questo particolare modello di bici sulle strade di casa. Il corridore che ha avuto il privilegio di portarla in corsa è stato Elie Gesbert, atleta bretone della squadra.

La scelta di questo motivo come disegno del telaio è un richiamo alla tradizione del gioco delle carte nel mondo del ciclismo, infatti ai tempi di Eddy Merckx i corridori passavano gran parte del tempo libero praticando questo passatempo.

La Arkea-Samsic ha concesso l’onore di guidarla a Gesbert
La Arkea-Samsic ha concesso l’onore di guidarla a Gesbert

Montaggio Sram

L’allestimento sulla Ultimate CF SLX 8 Disc TDF vede il gruppo è lo Sram Force eTap AXS disc a 12 velocità, è di Sram anche il misuratore di potenza, supportato dal leggero ed ergonomico cockpit in carbonio CP10 sviluppato da Canyon, le ruote sono le DT Swiss ARC 1400 Dicut con cerchi da 50 mm, anch’esse in carbonio.

Solo 108 esemplari

In occasione dell’edizione numero 108 del Tour de France, solo 108 biciclette Ultimate CF SLX 8 Disc TDF saranno disponibili alla vendita da oggi sul sito di Canyon. In regalo la bici sarà fornita con uno speciale mazzo di carte disegnato dalla casa tedesca, con lo stesso motivo raffigurato sul telaio della bici.

Un’idea simpatica ed innovativa, con un occhio rivolto al passato e l’altro al futuro, un modello che rende omaggio alla tradizione per celebrare al meglio la Grand Départ di Brest.

www.canyon.com

Fra Livigno (e il Veneto) con Albanese e Stefano Zanatta

30.06.2021
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Albanese ha voltato pagina. Lo dice lui, lo dicono i risultati e lo dice Stefano Zanatta, il suo direttore sportivo. Sono passati sei mesi da quando sentimmo il corridore all’inizio del suo percorso con la Eolo-Kometa e dalle prime uscite a oggi il corridore ha cambiato fisionomia e modo di parlare. Il Giro d’Italia ha mostrato anche una faccia che probabilmente non sapeva di avere: quella dell’uomo squadra.

«Aiutare un altro a vincere – dice Albanese dal ritiro di Livigno – non è come farlo di persona, sarei bugiardo. Però serve anche questo. Il giorno dello Zoncolan sul pullman decisero che Fortunato doveva andare in fuga e per essere certo che la prendesse, gli dissero di mettersi a ruota mia. Lui è stato bravo, non mi ha mollato per 10 chilometri e quando ci siamo trovati in fuga, ho tirato come un matto per portarlo alla salita con il vantaggio giusto. Anche queste sono soddisfazioni».

Ivan Basso e Stefano Zanatta subito dopo la vittoria di Fortunato sullo Zoncolan
Ivan Basso e Stefano Zanatta subito dopo la vittoria di Fortunato sullo Zoncolan

Tirato come mai prima

“Vincio” è magro come non lo abbiamo mai visto. Da quando lo raccontavamo vincere fra gli under 23 è passato qualche anno, per cui anche il suo modo di parlare adesso è più posato. Sta alla larga dai sassolini nelle scarpe, preferendo toglierli quando nessuno può vederlo.

«Mi è scattata la rabbia – dice – ero arrivato a un passo dal non trovare squadra e ho voluto dimostrare qualcosa a me stesso e a chi pensava che fossi finito. Devo molto alla Eolo-Kometa. A un direttore sportivo come Zanatta, ma anche a Sean Yates che al Giro ci ha dato un grande supporto su come correre. E poi ha ragione Basso, lo staff e la struttura hanno permesso a tanti con i miei stessi problemi di rilanciarsi. E’ la squadra dei rilanci…».

Il ruolo di Zanatta

Qual è stato il ruolo di Zanatta nella sua rinascita? E che cosa ha trovato dopo averlo accolto tra i professionisti negli anni della Bardiani?

«Sicuramente – dice Stefano – ho visto un bel cambio di approccio con la professione, dovuto certo al cambio di squadra e agli anni che passano. Vincenzo è entrato subito in sintonia, ha perso quel filo di peso che lo ha sempre limitato e ha scoperto un nuovo ruolo in squadra, dopo anni in cui era abituato a pensare soprattutto per sé. Gli ho spiegato che bisogna sapersi giocare in tutti i ruoli. Ha provato fughe. Ha lottato per i Gpm… tutte cose che aiutano a crescere».

In 4 anni con la Bardiani risultati davvero opachi
In 4 anni con la Bardiani risultati davvero opachi

Il Giro al primo anno

Stefano lo ricorda al primo assaggio di professionismo, cui approdò dopo un anno fra i dilettanti in cui vinceva anche senza essere al top della forma. Dopo aver vinto addirittura il Matteotti, correndo con la maglia azzurra, davanti ai professionisti.

«Arrivò in ritiro – ricorda Stefano Zanatta – con qualche problemino al ginocchio, per il quale dovette fermarsi. Rientrò al Coppi e Bartali, pedalò benino e Reverberi decise di portarlo al Giro perché vedesse il ciclismo dei grandi. Si ritirò a metà, come stabilito. Ma se sei abituato a vincere facilmente e non porti a casa più niente, dopo un po’ la serenità va a farsi benedire e lui dava questa impressione. E di sicuro qualche strigliata da Reverberi se la prese e questo per un carattere orgoglioso come lui fu pesante».

Un nuovo altruismo

Il modo di stargli accanto Zanatta l’ha capito quasi subito: bisognava mostrargli fiducia e così ha fatto.

«L’anno scorso –  dice Stefano – qualcosa aveva fatto vedere e così gli ho parlato chiaramente, perché io sono sempre diretto con i corridori. Gli ho detto che volevo ritirare fuori il suo talento. Gli ho detto di insistere. Quando dopo il Coppi e Bartali era un po’ abbattuto, perché la Tirreno non era andata come voleva, gli ho detto di tenere duro. Ha fatto bene in Turchia e al Giro gli abbiamo dato di volta in volta dei ruoli importanti. Dalla maglia dei Gpm al fare da riferimento per Fortunato. Quel che ha fatto verso lo Zoncolan, anni fa non lo avrebbe accettato. Lo abbiamo stimolato e gli abbiamo dato fiducia e sono certo che tornerà in corsa con la rabbia giusta. Uno che al primo anno da pro’ viene all’Amstel ed è l’unico della squadra che prende la fuga, significa che i grandi obiettivi lo motivano. Perciò lo aspetto da settembre che porti a casa qualche vittoria. Lui dice la Sabatini? Ma ci sono tante corse adatte a lui. Se ci arriva col piglio giusto, qualcosa arriverà».

Anche alla Tirreno aveva lottato per la maglia dei Gpm, piazzandosi 6° nella classifica
Anche alla Tirreno aveva lottato per la maglia dei Gpm, piazzandosi 6° nella classifica

Sullo Stelvio da solo

Albanese leggerà queste parole e ne trarrà la motivazione per stringere ancora i denti. Il ragazzo che a sei anni lasciò Salerno per trasferirsi in Toscana con la famiglia dice che fra un paio di giorni lascerà Livigno e se ne andrà da solo per due settimane sullo Stelvio.

«Qui è bello – dice – e c’è anche la pianura, ma c’è troppa gente. Io non sono un gran chiacchierone, mi piace stare da solo. E lassù potrò pensare solo ad allenarmi. Ci tengo anche io a tornare quello di una volta. Non ho mai perso il gusto di fare fatica, ma la grinta m’era passata, non avendo un ruolo, correndo tutti come isolati. Voglio dimostrare cosa so fare e sono nella squadra giusta. Agli amici di bici.PRO dico di seguirci, vi faremo divertire».

Froome Tour 2021

Gestione tecnica delle corse, per Babini siamo maestri

30.06.2021
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Il Tour de France fa sempre parlare di sé in un modo o l’altro. Le tante cadute dei primi giorni (nell’apertura quella occorsa a Chris Froome) e la relativa protesta dei corridori ad inizio della quarta tappa sono stati l’argomento principale quasi più delle vittorie di big come Alaphilippe, Van der Poel e Cavendish. Il finale disegnato della terza tappa che ha creato non pochi problemi e provocato un bollettino di guerra – corridori incerottati a mo’ di mummia o ritirati con fratture – fa discutere anche chi una gara la supervisiona e poi la dirige: abbiamo chiesto a Raffaele Babini, direttore di corsa del Giro U23, per tanti anni delle gare Rcs Sport ed ora direttore tecnico degli Europei di Trento (a settembre), di darci un suo parere sulla sicurezza su ciò che abbiamo visto finora alla Grande Boucle.

Raffaele hai visto che caos al Tour?

La prima settimana è sempre così. Ci sono situazioni aperte, nulla di delineato e quindi tutti possono sfruttare un ventaglio di soluzioni per vincere una tappa. Ora c’è molta competitività con medie orarie altissime nelle prime ore di gara o addirittura per tutto il giorno.

Babini 2013
Raffaele Babini, a lungo direttore di corsa per le gare RCS Sport e oggi responsabile degli Europei di Trento
Babini 2013
Raffaele Babini, a lungo direttore di corsa per le gare RCS Sport, qui con la vecchia conoscenza uzbeka Abdujaparov
La velocità può essere una delle cause di tutta questa frenesia?

Certamente ma non l’unica. Ora si viaggia a velocità folli e la minima sbandata non è più recuperabile. Di conseguenza si vola sull’asfalto, con un indice di fratture altissimo. In passato non era così.

Gli altri aspetti quali possono essere?

I freni a disco, se pinzati in maniera istintiva, ti bloccano quasi in modo istantaneo. Poi credo che ci sia un po’ di anarchia in gruppo, manca una figura veramente carismatica che possa trasmettere calma e rispetto. Ora ci sono tanti giovani, con poca esperienza generale, che vogliono essere già dei leader e talvolta non riescono a gestire il nervosismo.

Continua pure…

Aggiungerei che ogni squadra ormai si vuole ritagliare il proprio ruolo per qualche classifica. Adesso le formazioni sono composte da almeno due capitani. I cosiddetti gregari sono delle mezze punte, che potrebbero essere dei capitani a loro volta in altre squadre. Poi c’è da considerare anche l’aspetto televisivo. Una volta la gara iniziava quando arrivavano le telecamere delle moto o si alzava l’elicottero, adesso ci sono dirette integrali e tutti vogliono essere sempre in prima linea per farsi vedere. Tutto viene esasperato.

Sagan Ewan Tour 2021
Il terribile scontro fra Sagan ed Ewan nella terza tappa, costato il ritiro a quest’ultimo
Sagan Ewan Tour 2021
Il terribile scontro fra Sagan ed Ewan nella terza tappa, costato il ritiro a quest’ultimo
Dal punto di vista organizzativo sembra che manchi qualcosa?

In Francia hanno deciso di adottare la segnaletica passiva, quella bianco-rossa nei punti delicati per intenderci, e di non utilizzare più le scorte tecniche, che invece in Italia sono previste dalla legislazione sportiva. Loro hanno la gendarmeria che però non basta. Ad esempio nella terza tappa, ai -8 km dalla fine dove c’era quel restringimento in curva e dove sono caduti in tanti, tra cui Haig, un paio di segnalatori avrebbero fatto molto comodo perché avrebbero richiamato l’attenzione dei corridori, lanciati a forte velocità, e avrebbero potuto indicare al gruppo l’angolo di curvatura della strada facendone capire la traiettoria da prendere. Non voglio essere campanilista, ma in Italia abbiamo un modello più sicuro anche se poi le cadute capitano sempre e ovunque.

A questo punto non si potrebbe davvero pensare ad arrivi più periferici o ad una distribuzione diversa di certe tappe?

Non è facile disegnare un grande Giro, ci sono tanti interessi dietro. Però in effetti alcune tappe di inizio Giro o Tour potrebbero essere pensate o posizionate meglio. Visto che il ciclismo attuale vive di velocità pazzesche, talvolta anche fini a se stesse, bisognerebbe essere più accorti. E scegliere strade più conformi a certi finali di tappa.

Landa Giro 2021
Purtroppo anche in Italia non mancano gravi cadute, qui il terribile incidente a Landa al Giro 2021
Landa Giro 2021
Purtroppo anche in Italia non mancano gravi cadute, qui il terribile incidente a Landa al Giro 2021
Raffaele, dall’alto della tua esperienza, anche a te chiediamo se la neutralizzazione andrebbe spostata più indietro degli attuali 3 chilometri?

Alla luce di questo ciclismo che cambia, nel quale ogni tappa fa scuola, occorre trovare una giusta formula per non penalizzare lo spettacolo. Forse i 10 chilometri di cui sento parlare sono troppi per me ma proverei a fissare la neutralizzazione ai -5/7. Quantomeno si potrebbe provare in qualche gara. L’UCI ci ha abituato a tante regole stravaganti e repentine applicazioni. Forse potrebbe cambiare queste regole anche in corso d’opera durante la stagione o, ripeto, solo per le gare più importanti. Per me ci sono delle vie di mezzo valide che si possono attuare.

Per chiudere, sei reduce dal sopralluogo sul circuito di Trento dell’Europeo, come siamo messi?

E’ un lavoro che avevo iniziato già durante il lockdown dell’anno scorso, ultimamente ho ricontrollato tutta la documentazione cartacea, planimetrie e altimetrie. Dovevo verificare che tutto fosse a posto ed ora tutto è pronto. Sarà un percorso cittadino non proibitivo a livello altimetrico ma sarà molto tecnico e nervoso. Se, dal punto organizzativo e di sicurezza, tutto andrà come abbiamo preparato, pensato e previsto, quel giorno farò solo un giro in auto.