I nuovi talenti belgi, più Pogacar che Van Aert

17.06.2022
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I belgi continuano a sfornare talenti in quantità industriale. Dopo le lodi cantate a proposito di Cian Uijtdebroeks approdato in pompa magna fra i pro’ bruciando le tappe come aveva fatto l’illustre connazionale Evenepoel (in apertura, neanche poi tanto più grande…), dalle categorie inferiori stanno arrivando nuovi campioni, come quel Van Eetveld che dopo aver vinto la Corsa della Pace è in lotta quantomeno per il podio al Giro U23 oppure quel Segaert che è al primo anno di categoria eppure già è stato 7° nella seconda tappa a Pinzolo, quella del primo squillo targato Hayter.

Una produzione di giovani tanto forti quanto numerosi lascia pensare anche per un Paese come il Belgio, dove il ciclismo è da sempre una religione. Anche perché, se andiamo indietro nel tempo, si scopre che anche loro hanno vissuto dei momenti no. Certo, da Museeuw a Boonen, da Gilbert fino a Van Aert, campioni per le classiche ci sono stati sempre, ma dall’inizio del secolo erano diventati sporadici e poi resta sempre un grande buco, quello degli interpreti di corse a tappe.

Van Eetveld 2022
Lennert Van Eetveld, vincitore della Corsa della Pace 2022 e protagonista al Giro U23 (foto Facepeeters)
Van Eetveld 2022
Lennert Van Eetveld, vincitore della Corsa della Pace 2022 e protagonista al Giro U23 (foto Facepeeters)

L’importanza della Tv

Qui forse si nasconde la novità: i ragazzi di oggi sono avvezzi tanto alle classiche quanto, ma forse più alle corse a tappe. Come nasce questo cambio di passo? Valerio Piva, il diesse dell’Intermarché Wanty Gobert che da molti anni vive in Belgio, identifica questa esplosione in fattori ben precisi.

«Premesso che io sono sempre convinto si tratti di cicli che riguardano ogni Nazione – dice – e quindi anche noi italiani torneremo a sfornare talenti, in Belgio c’è un forte peso dato dalla Tv. Ci sono gare praticamente ogni giorno, ma non solo: ci sono programmi, talk show dove partecipano vecchi campioni, insomma si parla sempre di ciclismo e questo pesa nella cultura dei ragazzini».

Il ciclismo resta quindi lo sport nazionale belga, anche a scapito del calcio? «Diciamo che siamo su due piani diversi, ma paralleli. Il ciclismo è parte integrante di questo Paese. Intanto perché le piste ciclabili sono tante e rispettate e questo permette ai genitori di far uscire i figli con un po’ meno di patemi d’animo. A ben guardare, non sono poi tante le squadre ciclistiche giovanili, ma i ragazzi hanno la possibilità di crescere poi in team collaudati, come possono essere i development delle 3 formazioni WorldTour oppure la squadra di Axel Merckx».

Segaert 2022
Alec Segaert si è aggiudicato quest’anno il titolo nazionale a cronometro
Segaert 2022
Alec Segaert si è aggiudicato quest’anno il titolo nazionale a cronometro

Grandi Giri? C’è da aspettare…

Valerio Piva, affrontando il discorso sulla nouvelle vague belga più dedita alle corse a tappe, vuole però andarci cauto.

«Non dobbiamo prendere certi risultati per oro colato. E’ vero – dice – questi ragazzi fanno molto bene nelle corse a tappe di categoria, anche quelle più importanti. Ma so per esperienza che fra queste e le corse a tappe professionistiche, e non parlo dei grandi Giri, c’è una differenza abissale. Anche Evenepoel che pure è un talento cristallino, fra i pro’ ha avuto bisogno di tempo per adattarsi. Solo ora si sta affermando come corridore completo. Io non credo sforneranno vincitori di Giro e Tour in tempi brevi, per questo ci sarà ancora da aspettare».

Abbiamo sottoposto quest’analisi per molti versi severa a un altro interlocutore di peso. Il direttore tecnico della nazionale belga Frederik Broché che da parte sua conferma come ci sia un piccolo cambio di tendenza nel movimento giovanile.

«In Belgio gli ultimi anni – spiega – hanno visto emergere sempre corridori da classiche. Ciò è normale, vista la popolarità che hanno le gare in linea più importanti e il ruolo di trascinatori delle folle di campioni come Van Aert. Il classico corridore belga è un passista puro oppure veloce, capace di emergere anche negli sprint affollati. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato, anche grazie alla multidisciplina. Ora i ragazzi cercano sempre più di essere corridori completi per poter emergere anche nelle corse a tappe».

Uijtdebroeks 2022
Per Cian Uijtdebroeks finora stagione da pro’ senza squilli ma con tanta esperienza
Uijtdebroeks 2022
Per Cian Uijtdebroeks finora stagione da pro’ senza squilli ma con tanta esperienza

Le nuove caratteristiche fisiche

Broché, a tal proposito, ha notato anche una nuova tipologia di corridore tra i più giovani talenti basandosi sulle caratteristiche fisiche.

«Prima – ragiona – avevamo atleti possenti, che raggiungevano anche gli 80 chili e che emergevano sul passo, oppure nel ciclocross. Al fianco di questi stanno però emergendo anche altri corridori, molto più leggeri, dai 60 chili in su, più portati per la salita e che abbinano alla leggerezza anche ottime capacità di guida mutuate dalla mtb. Devo dire poi che se in campo maschile questo ribollire ci fa ben sperare, fra le donne la situazione è molto più complessa. Abbiamo un deficit notevole che i successi della Kopecki hanno solo coperto parzialmente quest’anno».

Il tempo, solo il tempo potrà dare le risposte, se il Belgio avrà finalmente trovato interpreti da corse a tappe. Magari anche pretendenti per un podio al Giro o al Tour. Resta però un dubbio: non è che Merckx con le sue tonnellate di vittorie ha rappresentato un problema? In fin dei conti è lui l’ultimo belga grande interprete anche nelle corse a tappe.

«Beh, forse sì – ammette Broché sorridendo – ha lasciato un’eredità davvero pesante. Guardate Evenepoel, appena ha cominciato a vincere lo hanno subito etichettato come il “nuovo Merckx”. Per i giovani è un peso non indifferente, tanto è vero che ancora oggi a mezzo secolo di distanza ancora se ne parla. Questi giovani sono molto promettenti, ma bisogna anche saper aspettare e lasciarli tranquilli».

Dopo la Liegi, Evenepoel riparte allo stesso modo: vincendo!

28.05.2022
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Ha metabolizzato la vittoria di Liegi. Si è allenato. E quando ha ripreso a correre, Remco Evenepoel è ripartito allo stesso modo: vincendo. Lo ha fatto nella tappa di apertura del Tour of Norway, che partiva dalla stessa Bergen dei mondiali, e poi nella terza, conquistando la maglia di leader.

«E’ stata una giornata fredda e dura – ha detto dopo la prima vittoria – abbiamo avuto temperature basse, pioggia e persino un po’ di vento. I miei compagni hanno controllato perfettamente la corsa e hanno giocato un ruolo importante per il mio successo. Sono felice di essere tornato alle competizioni con una vittoria e felice di aver avuto le gambe per fare la differenza quando contava. E’ sempre bello iniziare una gara in questo modo, soprattutto se penso che questa è la prima volta che vinco uno sprint in salita».

Uijtdebroeks cresce

Cian Uijtdebroeks è rimasto a guardarlo, chiedendosi se non sia davvero troppo ardito l’accostamento fatto dai media fra lui e il corridore della Quick Step-Alha Vinyl.

«Evenepoel – dice – ha appena fatto a pezzi il gioco. Ide Schelling e Marco Haller mi hanno posizionato bene negli ultimi chilometri verso la salita e il gruppo si è assottigliato rapidamente. Sono stato in grado di seguire i primi attacchi, ma quando Remco ha attaccato ha fatto male. In realtà mi sentivo abbastanza bene e insieme a Chavez sono riuscito a trovare il mio ritmo. Abbiamo recuperato alcuni corridori e alla fine siamo scattati per il quarto posto. A dire il vero, alla fine ho sofferto un po’ e sono arrivato sesto. Ma sono molto contento di questo risultato e di questa prestazione». 

Remco ci riprova

A Remco non poteva bastare. E mentre è parso di rivedere il ragazzino che vince quando decide di farlo, il belga ha fatto sfogare i velocisti sul secondo traguardo (vittoria di Ethan Hayter) e nella terza tappa con l’arrivo in salita a Stavsro ha colpito nuovamente. Ha saputo leggere il vento e si è infilato in un ventaglio a 70 chilometri dall’arrivo. Il gruppo è andato in pezzi. Davanti sono rimasti 30 corridori. E dopo il lavoro di Asgreen, che l’ha portato ai piedi della salita finale, Remco ha attaccato.

«Sono felice – ha detto Evenepoel, che ha conquistato anche la maglia dei GPM e quella dei giovani – è stata una giornata piuttosto lunga, con vento contrario all’inizio, poi trasversale. Fortunatamente avevo Kasper con me e voglio ringraziarlo per il suo lavoro. Quando ho attaccato, non sapevo quanto fossimo lontani dal traguardo, ma stavo bene e ho continuato ad andare avanti.  Mi sono sorpreso di come hanno risposto le gambe. E’ stato uno sforzo lungo, ma alla fine della giornata sono felice per la vittoria e per i distacchi in classifica».

Finale in controllo?

Evenepoel ora ha un vantaggio di 46 secondi su Jay Vine nella classifica generale, un margine solido che gli permetterà di gestirsi nelle due tappe che restano, piene di strappi, ma senza salite significative.

«Vincere con un grande vantaggio a Stavsro – dice – era la mia idea per essere poi capace di controllare la corsa. Durante la salita finale ho cercato di rendere la vita il più dura possibile per i miei avversari, anche se è stata molto dura anche per me. Ho approfittato del vento per spingere al massimo e sono felice di esserne uscito con un tale vantaggio. Sono molto soddisfatto della mia prestazione. Le tappe che restano sono molto difficili, ma ovviamente è più facile partire con la maglia di leader. Dovremo stare svegli, il vento è abbastanza forte e continua a essere l’insidia principale di queste tappe».

La Liegi dall’ammiraglia: Bramati e i suoi pensieri

30.04.2022
6 min
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La settimana scorsa a quest’ora, nella testa di Evenepoel l’idea di attaccare sulla Redoute aveva già preso probabilmente forma. La ricognizione del venerdì e le corse prima avevano ribadito la sua ottima condizione. E anche se il capitano designato sarebbe stato Alaphilippe, nella squadra belga sapevano che il ragazzino non sarebbe passato inosservato. Bramati racconta (la foto di apertura è ripresa da Facebook Quick Step-Alpha Vinyl/Getty Images). Le ore che mancano alla partenza per il Giro sono piene di cose da fare, compreso un trasloco, ma tutto sommato il bergamasco si accomoda volentieri nel ricordo della Liegi di domenica scorsa.

«Già dai Baschi – dice – si era visto che Remco fosse in condizione, pur essendo andato a lavorare per Julian. Secondo nella crono, terzo il quinto giorno dietro Martinez e Rodriguez. Alla Freccia del Brabante aveva dimostrato di stare bene e alla Freccia Vallone ha fatto la sua parte per Alaphilippe. Abbiamo visto qualche edizione della Liegi, sappiamo come si possono mettere le cose. Abbiamo corso come quando la vinse Jungels, anche se il finale era diverso. Si sapeva che dietro potevano riorganizzarsi, ma non l’hanno fatto…».

La caduta di Alaphilippe

Il giorno della Liegi sembrava perfetto per la vittoria del campione del mondo. Alaphilippe e la sua maglia iridata fendevano il gruppo con la predestinazione dei giorni migliori nello sguardo. Per questo, quando il gruppo si è accartocciato su se stesso nel tratto di collegamento fra la Cote de Haute Levée e la Rosier, c’è voluto un po’ per convincersi che con la schiena contro l’albero, in fondo alla scarpata, ci fosse proprio lui.

«Non si è ancora capito bene che cosa sia successo – va avanti Bramati – ma di certo sono momenti non belli, perché la corsa deve andare avanti. I minuti dopo la caduta sono stati traumatici, ma certe cose fanno parte del nostro lavoro, per cui quando abbiamo visto che Julian era con i medici siamo andati via. La cosa incredibile, la beffa è che il venerdì eravamo partiti da lì con la ricognizione, nella zona dopo Stockeu e Haute Levée dove cominciano gli spartitraffico e dove c’è sempre un po’ di nervosismo…».

Farina del suo sacco

Senza più Alaphilippe da guardare, la Quick Step-Alpha Vinyl ha resettato la tattica. Gli attacchi di Landa, pur violenti, non sarebbero andati da nessuna parte, vista la velocità del gruppo. Anche lo squadrone belga aveva pensato di mandare via qualcuno per anticipare la Redoute, ma si andava troppo forte.

«Anche se erano larghi sulla strada – dice Bramati – sono andati fortissimo. Mauri Vansevenant ha fatto un lavorone a tenere davanti Remco e poi Vervacke lo ha portato a prendere la Redoute nelle prime dieci posizioni. Sono stati bravissimi, nonostante fossero rimasti soltanto in tre. Ma credo che quando è partito, Remco abbia improvvisato. Avevamo pensato che il punto giusto fosse la curva a destra in cima alla Redoute, alla fine del rettilineo dopo lo scollinamento. Quello scatto è stato farina del suo sacco».

Tutta la Quick Step-Alpha Vinyl ha fatto un gran lavoro. Qui il gigantesco e prezioso Declercq
Tutta la Quick Step-Alpha Vinyl ha fatto un gran lavoro. Qui il gigantesco e prezioso Declercq

Una lunga crono

Scherzando, ma neanche troppo, nella conferenza stampa dicemmo a Remco che era parso di vedergli la stessa disinvoltura di quando attaccava e vinceva fra gli juniores.

«Lo abbiamo visto in questi anni – prosegue l’analisi di Bramati – che ha grandi capacità di andare forte a cronometro. Dopo la Roche aux Faucons c’era vento contrario, ma ha scollinato bene e continuato a guadagnare. Sapevamo che chi avesse avuto la gamba per fare lì l’azione, sarebbe stato ben lanciato. E Remco ha preso il suo ritmo. Ha recuperato Armirail e non gli ha chiesto un solo cambio. Ci accusano che non si lasciano più andare le fughe. Ci credo… Guardate proprio il corridore della Groupama! Lo abbiamo ripreso praticamente sulla Roche aux Faucons. Non si possono prendere le fughe sotto gamba, perché non sai mai chi lasci davanti. Per questo Remco ha tirato dritto e ha fatto un numero, con le squadre a lavorare dietro».

Un nuovo inizio

Evenepoel solo al comando, 29 chilometri al traguardo. Anche Frank Vandebroucke vinse la sua Liegi del 1999 attaccando da lontano, ma fu ripreso e trovò poi la forza per staccare nuovamente tutti. Evenepoel non ha concesso repliche.

«E’ stato bravo – dice Bramati – dopo la Roche ha scollinato bene. Ha tenuto il suo passo, mentre dietro l’ammiraglia lo ha incoraggiato, perché piace a tutti essere motivati. Credo abbia fatto un numero di cui si parlerà a lungo. Non sono ancora quattro anni che è professionista e ha già vinto 26 corse, adesso anche una Monumento. C’erano state un po’ di polemiche per averlo portato al Giro l’anno scorso dopo 10 mesi che non correva, ma non è stata una situazione facile. Con calma è tornato quello di prima e lui è uno di quelli che corre per entusiasmare. Vincere la Liegi a 22 anni dopo quell’incidente fa pensare che anche Julian, dopo essersi ripreso, tornerà in corsa con una determinazione superiore. Ora però è importante che Remco stia tranquillo. La sera abbiamo cenato insieme e fatto un brindisi. Contiamo tutti che questa Liegi sia un inizio, qualcosa che lo gasi. Sfido chiunque a non sentirsi gasato dopo 29 chilometri a quel modo…».

Viaggio nel tempo con Moser, fra invenzioni, bici e trofei

29.04.2022
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Maso Villa Warth, è questa la fantastica cornice in cui vive Francesco Moser, dove ci sono il cuore del suggestivo podere e la cantina di famiglia. Nel piccolo paese trentino di Gardolo, “Lo Sceriffo” produce vini insieme ai suoi figli e nipoti. Oltre alle pregiate vigne, tuttavia, è presente un museo che ripercorre tutta la carriera del campione, fra trofei, maglie e bici.

Moser è considerato da molti un “innovatore” che ha segnato un prima e un dopo nell’evoluzione del ciclismo. Dalle vittorie sulle proprie bici, alle trovate tecniche originali per le cronometro e i Record dell’Ora. Un uomo che ha scritto pagine di storia di questo sport e che ancora oggi è un riferimento per i suoi tentativi di innovare sotto il punto di vista atletico e tecnico. Per l’occasione gli abbiamo rivolto domande e provocazioni tra il ciclismo di oggi e quello passato. Riprendendo il filo di un discorso che la settimana scorsa ha acceso gli animi, in tema di Roubaix, gambe e materiali.

Il museo si trova all’interno del Maso Villa Warth a Gardolo (TN)
Il museo si trova all’interno del Maso Villa Warth a Gardolo (TN)

L’innovazione su strada

Seppure le sue scoperte tecniche abbiano rivoluzionato un modo di interpretare questo sport, per quanto riguarda il ciclismo su strada nelle corse in linea lo sviluppo era in linea con i tempi.

«Quando correvo io – racconta Moser – non c’erano studi mirati per le corse da un giorno o le classiche. Sì certo, si facevano modifiche specifiche per alcune gare. Per esempio per la Parigi-Roubaix, montavamo delle forcelle specifiche rinforzate e uno strato di gomma piuma sul manubrio, aumentandone la sezione. Le pressioni delle gomme venivano adeguate. Oggi vengono fatti studi anche per singole corse». 

Passato e presente

L’albo d’oro della Roubaix vede il nome di Francesco Moser per tre volte di fila, dal 1978 al 1980. Oltre ad alcuni accorgimenti tecnici c’era una talento naturale che andava oltre ogni innovazione possibile. 

Il modo di correre di oggi è così distante da modo di correre di una volta in una corsa come la Parigi-Roubaix?

No. La Roubaix è una corsa senza tempo, ci vogliono gambe e talento sempre. I cambi di ritmo dovuti agli allenamenti che ci sono oggi sono sicuramente differenti, ma nel complesso no. 

Oggi vediamo corridori fare tutti i tratti del pavè a bordo strada…

E’ normale. Si è sempre fatto, anche quando correvo io con l’asciutto si cercava la lingua di terra sul lato per guadagnare scorrevolezza. La vera Roubaix è bagnata. Come quella che ha vinto Sonny Colbrelli. In quel caso devi stare a centro strada per ottimizzare il più possibile la scorrevolezza delle pietre. Nel suo caso poi avevano corso prima le donne quindi si era creata anche un’ulteriore patina che di certo peggiorò le condizioni del manto stradale. 

Moser ha vinto tre Parigi-Roubaix consecutive dal 1978 al 1980
Moser ha vinto tre Parigi-Roubaix consecutive dal 1978 al 1980
Che bici utilizzavi quando hai vinto le tre Roubaix consecutive?

Dopo la prima Roubaix vinta con la Benotto, iniziai ad usare le mie bici. Il telaio era realizzato da De Rosa con tubi Columbus appositamente più robusti per affrontare il pavè. Il cambio era il Campagnolo Super Record, mentre le ruote erano Mavic. Il peso oscillava tra i 9 e i 10 chili.

Se i corridori di oggi corressero con le bici di una volta cambierebbe qualcosa?

I tempi cambiano, ma l’atto fisico rimane lo stesso. In certi ambiti come la cronometro e i Record dell’Ora i materiali facevano la differenza, ma nelle corse di un giorno ancora adesso le differenze sono minime. 

Anche la preparazione è molto differente da quella di una volta. Pensi si stia arrivando ad un limite?

Oggi si corre e ci si allena tutto l’anno. Ci sono corridori belgi che non smettono mai di correre. Fanno anche il ciclocross. Vincono e quindi hanno anche un ritorno. Ho dei dubbi per quanto tempo possano andare avanti a farlo. Noi l’inverno nemmeno ci allenavamo. 

Hai visto la vittoria di Evenepoel alla Liegi?

Sì, mi ha stupito il modo in cui è scattato. Sembrava dovesse vincere il gran premio della montagna. Gli è slittata la ruota due volte. Mi è piaciuto e mi ha impressionato. 

La bici utilizzata per il doppio Record dell’Ora di Messico 1984
La bici utilizzata per il doppio Record dell’Ora di Messico 1984

Contro il tempo

Passeggiando nel fantastico museo dedicato alla sua carriera, spiccano tra le bici marchiate Moser, i prototipi utilizzati per le prove contro il tempo. E’ già, perché oggi a volte si polemizza e si fanno dibattiti su trovate tecniche come reggisella telescopici, tubeless e per anni sui freni a disco. Ma negli anni ’70 e ’80 “Lo Sceriffo” ha vinto corse e conquistato record anche grazie alle sue intuizioni tecniche (i racconti di Francesco sulle soluzioni tecnologiche di quegli anni sono raccolti in “Francesco Moser. Un uomo, una bicicletta”, libro a cura di Beppe Conti).

Oggi i regolamenti sono sicuramente più stringenti e vedere test di quel tipo è impensabile. Ma guardandosi indietro e vedendole a pochi centimetri, si assapora un ciclismo che non si poneva limiti e che non aveva paura di spingersi oltre ogni barriera fisica

Le due bici innovative usate per Stoccarda ’87 (con la ruotona) e Messico ’94 (in primo piano)
Le due bici innovative usate per Stoccarda ’87 (con la ruotona) e Messico ’94 (in primo piano)

La bici per il Record dell’Ora 51,151, che dà il nome anche al suo spumante più pregiato, è quella che spicca in mezzo alle altre. Forse per la sua vernice lucida e le curve futuristiche. Fatto sta che anche Francesco, quando ne parla, prova un trasporto che fa capire l’importanza di quell’opera d’arte a due ruote

Infine le altre due famosissime bici utilizzate per gli altri due record. Quella di Stoccarda 87’, caratterizzata dalla “ruotona”. Per chiudere con la bici utilizzata per Messico 94’, nella posizione lanciata dallo scozzese Graeme Obree e poi replicata con telaio Moser, caratterizzata dalla “Superman Position”.

Attacco sulla Redoute e tanti saluti. La grande Liegi di Remco

24.04.2022
7 min
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«The worst crash I’ve ever seen», la peggior caduta che abbia mai visto. Alberto Bettiol tira su col naso e poi si dirige verso il pullman della squadra. Il riferimento è al mucchio violento che ha spezzato il gruppo a 59,5 chilometri dall’arrivo, dalle parti di Andrimont. Il più malconcio di tutti parrebbe al momento Alaphilippe, ripreso dalle telecamere sul fondo della scarpata. Aveva battuto la schiena anche alla Strade Bianche, fra tanto brindare per la vittoria di Remco, c’è qualche sguardo accigliato.

«Ha battuto dietro – dice Wilfried Peeters, oggi sulla seconda ammiraglia – e quando si è rialzato, faticava a respirare. Lo stanno portando all’ospedale. L’ho perso un po’ di vista, scusa…».

Da quanto si legge nel comunicato della Quick Step-Alpha Vinyl, il campione del mondo si sarebbe fratturato due costole e una scapola e avrebbe anche un polmone collassato. La ripresa non sarà semplice (seguiranno aggiornamenti).

L’entusiasmo dei tifosi di Alaphilippe si è trasformato in apprensione
L’entusiasmo dei tifosi di Alaphilippe si è trasformato in apprensione

Festa fiamminga

Il bus blu della Quick Step-Alpha Vinyl è accanto all’arrivo e intorno c’è l’atmosfera della festa. Remco Evenepoel ha vinto la Liegi con un numero da campione e si fa fatica a riconoscere apprensione per il campione del mondo. In qualche modo c’è da capirli. La campagna del Nord della squadra di Lefevere era stata finora un grosso buco nell’acqua e vincere la Liegi con un belga – e non un belga qualunque – è ossigeno puro.

«Patrick ci ha detto di stare calmi – dice a caldo Evenepoel, dopo aver abbracciato a più riprese la sua compagna – e in qualche modo ci ha dato la carica dimostrando di credere in noi. La mia famiglia, i miei amici e il mio team hanno sempre creduto che potessi tornare ai massimi livelli, quindi un enorme grazie va a loro. Adesso posso dire di essere tornato al mio livello e di essere tra i migliori corridori al mondo. Ho sofferto molto mentalmente e fisicamente. Finalmente sento che tutto sta andando di nuovo bene ed è una cosa stabile. Oggi ho mostrato il miglior Remco da quando sono diventato un professionista».

Van Aert fa buon viso

Torneremo con lui più tardi, quando avrà finito la trafila delle premiazioni. Intanto ci aggiriamo nel dedalo di pullman e tifosi in questo rettilineo troppo stretto per essere a una Liegi. Landa arriva con lo sguardo fiero e si infila nel bus dopo la salva di attacchi belli da vedere ma purtroppo infruttuosi. Attorno al pullman della Jumbo Visma invece c’è il solito stuolo di fedelissimi di Van Aert, che si è dovuto accontentare del terzo posto, cedendo proprio negli ultimi metri al ritorno di Hermans. Lui è sotto, appena tornato dal podio.

«Il terzo posto non era quello per cui sono venuto – dice al drappello di giornalisti presenti – ma devo esserne soddisfatto. Con un po’ più di fortuna sarei potuto finire secondo, ma ho lavorato molto nel gruppo inseguitore e per questo non sono stato all’altezza dello sprint. Però ho capito che per vincere questa corsa ho bisogno di una grande giornata e di condizioni favorevoli…».

Podio tutto belga, con Evenepoel ben… scortato da Hermans e Van Aert
Podio tutto belga, con Evenepoel ben… scortato da Hermans e Van Aert

Amore per la Redoute

E poi torna lui, l’enfant prodige del ciclismo belga: Remco. Ventidue anni, debuttante della Doyenne e già sulle spalle una lunga storia da raccontare.

«La Redoute – gli ridono gli occhi (foto di apertura) – è una delle mie salite preferite al mondo. Conosco ogni buca dopo tutti gli allenamenti che ci ho fatto. Là in cima è il momento in cui tutti hanno mal di gambe e provare è stato un atto di coraggio, ma anche l’attuazione di un piano. La squadra mi ha tenuto al sicuro fino alle salite. Ho dato uno sguardo alla potenza, l’attacco è stato come uno sprint. Sapevo di voler dare un colpo forte proprio lì, ma vincere così non è stato facile. La preparazione è stata perfetta, non c’erano scuse, al di là di una caduta o di una foratura, perché la corsa non andasse bene. Non sono sicuro di poter dire che ho vinto come quando ero uno junior, per rispetto verso questo gruppo di livello altissimo, ma di certo (ride e un po’ arrossisce, ndr) ha fatto un gran bene alla mia autostima».

Nuova esplosività

Eppure la disinvoltura nell’attacco e la facilità nel mantenere l’andatura hanno fatto davvero pensare all’Evenepoel che negli juniores disponeva come voleva del gruppo.

«Quando la strada ha spianato in cima alla Roche aux Faucons – dice – ho sentito di avere ancora forze per tenere alta l’andatura. L’inverno ci ha mostrato che sono più esplosivo di prima e che ho migliorato la mia abilità nella crono. La spiegazione che ci siamo dati è che dopo la caduta ho dovuto lavorare per ricostruire la muscolatura e forse la nuova esplosività arriva da lì. Oggi ho dimostrato di poter fare un attacco esplosivo a capo di una corsa dura. E ho mostrato anche una grande sicurezza. Quando si sono riavvicinati, non sono mai andato nel panico, perché sapevo che sulla bici c’era di nuovo il miglior Remco. Parliamo di potenza giusta. Capacità di maneggiare la bici. Tanti piccoli step che mi hanno aiutato a credere nuovamente in me stesso e a spingermi di nuovo oltre i miei limiti. Sono cose che vengono da sé, in modo fluido, ma in modo diverso dal primo anno in cui sembrava che dovessi solo schioccare le dita. Ho capito che puoi avere tutto il talento del mondo, ma senza testa e lavoro non si va troppo lontano».

Al traguardo come in un sogno, braccato da un amico dell’ambiente
Al traguardo come in un sogno, braccato da un amico dell’ambiente

Prima di andarsene racconta che ieri ha mandato un messaggio al suo primo allenatore, scrivendogli che ogni sforzo fatto finora è stato per vincere la Liegi e che prima o poi ci sarebbe riuscito. Poi rende merito a Philippe Gilbert, che definisce un eroe belga e aggiunge di essere fiero di aver vinto la sua ultima Liegi. E poi annuncia che d’ora in poi tornerà in modalità corse a tappe, puntando al Giro di Svizzera e poi alla Vuelta. La Liegi è finita, stasera ci sarà da scrivere per alcuni e brindare per altri. Ma se davvero è tornato il Remco di prima, prepariamoci a vederne delle belle.

Alaphilippe vince, Evenepoel lo lancia e Bramati gongola

06.04.2022
4 min
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Non è facile mandare la squadra alle corse. Si sarà pure usciti dallo stato d’emergenza, ma il Covid continua a circolare, portando con sé una serie di effetti collaterali difficili da decifrare. Anche la Quick Step-Alpha Vinyl ha avuto le sue gatte da pelare. E se al Nord i corridori guidati da Peeters e Steels fanno fatica a spiccare, per motivi di salute e poca fortuna (vedi il problema meccanico occorso ad Asgreen al Fiandre nel momento della selezione), il bel segnale arrivato ieri al Giro dei Paesi Baschi ha riportato il sorriso. Soprattutto l’intesa tra Alaphilippe ed Evenepoel, entrambi a braccia alzate sul traguardo di Viana (foto di apertura), racconta di una complicità che potrebbe rivelarsi la chiave per le classiche delle Ardenne. Per questo Bramati si frega le mani.

La Jumbo Visma controlla la corsa per Roglic: come dice Bramati, la neve non manca…
La Jumbo Visma controlla la corsa per Roglic: come dice Bramati, la neve non manca…

Un freddo cane

Oggi la tappa sarà molto più nervosa. E in attesa di salire sul pullman per andare alla partenza (che sarà data a Llodio alle 12,57), Bramati ci racconta di ieri e del momento dello squadrone belga.

«Fa un freddo cane – dice il tecnico bergamasco – sulle salite c’è tanta neve, ma per fortuna dovrebbe migliorare e soprattutto non piove. Non siamo gli unici ad aver avuto dei contrattempi, tante squadre sono state costrette a rinunciare o rimescolare gli uomini. Anche Julian ha dovuto saltare la Sanremo che aveva già vinto, ma adesso parrebbe aver recuperato e ieri è venuta una bella vittoria».

Alaphilippe all’ammiraglia: guida Lodewick, nel sedile accanto c’è Bramati
Alaphilippe all’ammiraglia: guida Lodewick, nel sedile accanto c’è Bramati

Freccia e Liegi

I suoi giorni stanno per arrivare. La Freccia Vallone del 20 aprile e la Liegi del 24 chiamano il campione del mondo, che le ha sempre dichiarate come i primi obiettivi della stagione.

«Si avvicinano le sue corse – ragiona Bramati – per cui mai come adesso, l’importante è non ammalarsi. Giusto stamattina stavo guardando il Corriere della Sera e quando sono arrivato a leggere della variante XE, ho chiuso il sito. Non si riesce a stargli appresso. Aver vinto ieri è un bel segnale per lui e per tutta la squadra. Julian è il campione del mondo, non era partito bene, ora speriamo di aver preso la strada giusta. All’inizio era dispiaciuto per tutti i contrattempi, però resta tranquillo perché conosce le sue potenzialità».

Evenepoel lo ha lasciato ai 200 metri: Alaphilippe può lanciare la sua volata in leggera salita
Evenepoel lo ha lasciato ai 200 metri: Alaphilippe può lanciare la sua volata in leggera salita

Non è la Play Station

Quel che più ha colpito sono stati gli abbracci di Evenepoel dopo aver lanciato il compagno. Il giovane belga ha effettivamente fatto un capolavoro nel pilotare lo sprint del francese, mettendoselo a ruota nell’ultima rotonda e lasciandolo ai 200 metri.

«Non eravamo i soli a voler entrare davanti in quella rotonda – sorride Bramati – e ci rendevamo conto di non avere gli uomini per fare un treno di quattro corridori. Però ci siamo parlati prima della corsa, sapendo dopo la crono del giorno prima che Remco fosse comunque in grande condizione. Non è la Play Station, ci sono anche momenti difficili, ma sai anche che quando hai un corridore come lui, le belle cose si possono fare ugualmente. E in quel finale si è verificato lo scenario perfetto, identico a come lo avevamo immaginato. Julian si è fidato e alla fine eravamo tutti super contenti».

Il tocco del Brama

C’è tanto del “Brama” nel rapporto che si sta creando fra il campione del mondo e il belga che sta diventando grande.

«Sono rapporti che costruisci – ammette Bramati – con il concorso di tutte le parti. Un po’ l’ammiraglia, un po’ loro e un po’ la fortuna che tutto vada bene. Ci vedo un po’ della relazione che a suo tempo si creò tra lo stesso Alaphilippe e Gilbert. Avete visto come hanno corso alla Tirreno nella tappa di Carpegna? Julian sapeva di poter andare in fuga, ma anche che se non fosse stato davanti per vincere e ce ne fosse stato bisogno, avrebbe dovuto aiutare Remco. Se vi ricordate, a un certo punto si rialzò dalla fuga e aspettò il compagno. Ieri Remco in qualche modo si è sdebitato e forse per questo era così contento».

Pogacar a Carpegna fra le bandiere gialle del Pirata

12.03.2022
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Gli chiesero come mai gli piacesse correre all’antica, attaccando da lontano. Marco li guardò e in tutta risposta gli domandò se il suo attaccare da lontano non fosse in realtà troppo moderno. Vedere Pogacar attaccare da lontano sulla sua salita, in sella a una bici priva di freni a disco e in mezzo ai tifosi tutti gialli del Pirata, ha richiamato vecchi ricordi. Il Carpegna oggi è bastato anche a lui.

«Alla fine – dice Manuele Mori, che ha vissuto la tappa dalla seconda ammiraglia del UAE Team Emiratesci teneva a correre sulla salita di Pantani. Conosce la storia di Marco, Tadej conosce la storia del ciclismo. E oggi era importante vincere».

Sulla salita di Pantani, non sono mancati i tifosi del Pirata
Sulla salita di Pantani, non sono mancati i tifosi del Pirata

Il ricordo di Marco

Pogacar arriva e sorride. Si siede. Saluta e racconta. Gli occhi azzurri ti guardano fissi per farti capire che hai la sua attenzione. La montagna guarda il paese. Lassù dove tutto parla di Pantani, si è corso a zero gradi. E adesso che il sole inizia a nascondersi, gli sguardi si fanno intirizziti.

«Lassù tante cose ricordavano Pantani – dice – io non ho potuto seguirlo perché sono troppo giovane, ma oggi è stato speciale, perché i tifosi hanno riportato indietro la storia.

Pogacar ha attaccato a circa 4 chilometri dallo scollinamento e ha fatto subito il vuoto
Pogacar ha attaccato a circa 4 chilometri dallo scollinamento e ha fatto subito il vuoto

«Non mi sento mai imbattibile – prosegue – anche quando sono solo, penso sempre che qualcuno può venire a prendermi. Non sottovaluto nessuno, per questo quando attacco vado a tutto gas, senza sapere che cosa succederà. E oggi ero davvero a tutta, in questo freddo. In poche settimane sono passato dal caldo del deserto al gelo di queste montagne. Il mio corpo si adatta bene, ma certo non è troppo salutare».

L’orgoglio di Majka

In questa piccola antologia del giorno UAE, le voci compongono un quadro di entusiasmo diffuso. Non c’è esaltazione e nemmeno stupore. Semplicemente questo ragazzo sta rendendo tutto naturale e facile. I compagni sul rettilineo di arrivo avevano negli occhi l’orgoglio d’aver contribuito a un’altra impresa.

«E’ andata come è andata – diceva Rafal Majka – con il gruppo che si è un po’ spaccato nella discesa tecnica. Ma lui è un fuoriclasse. La squadra ha lavorato bene, ma nell’ultima discesa con i freni normali non è stato facile. Tadej è un fuoriclasse che può vincere tante corse. Manca un solo giorno e domani speriamo di vincere un’altra Tirreno».

Rispetto per Remco

Soler diceva che lavorare per lui è facile e che è davvero contento di aver scelto questa squadra. Intanto Mori continua il racconto.

«Vogliamo portare a casa la generale – dice – per questo tutti gli avversari ci facevano paura. In una corsa a tappa, soprattutto in giornate come questa, può succedere di tutto. Per questo uno come Remco meritava e merita rispetto».

Evenepoel ha perso con l’onore delle armi, arrivando a 4’01”
Evenepoel ha perso con l’onore delle armi, arrivando a 4’01”

Evenepoel si è staccato durante la prima ascesa del Cippo ed è arrivato al traguardo a 4 minuti dal vincitore. Il freddo è stato uguale per tutti, la fatica no. 

Discesa pericolosa

Fuori dalla tenda che ospita la conferenza stampa, i cori dei tifosi quasi impediscono di sentire. E anche la domanda in apparenza più banale, la mastica a lungo e risponde entrando nei dettagli.

Pogacar freschissimo e disponibile alle interviste: un recupero da campione
Pogacar freschissimo e disponibile alle interviste: un recupero da campione

«Soler ha fatto un buon passo sulla salita – sta dicendo – e quando Marc si è spostato, Landa ha attaccato. Ha cambiato ritmo varie volte, finché ho provato ad accelerare io e ho attaccato. Ho pensato che se non altro avrei ottenuto di andare giù da solo. Non ho capito perché il Bahrain abbia attaccato nella prima discesa. Prendendo il rischio di cadere e di rompersi qualche osso. Ma anche se sono sceso da solo, non è stato facile arrivare in fondo. Anche in discesa ero a tutta…».

Landa soddisfatto

Landa infatti le ha provate tutte e anche se alla fine è rimbalzato contro un muro, sul traguardo sembrava felice di aver ritrovato sensazioni sopite dopo un 2021 da dimenticare possibilmente alla svelta.

Landa ha chiuso al terzo posto, dopo una bella serie di attacchi
Landa ha chiuso al terzo posto, dopo una bella serie di attacchi

«Ho provato – sorrideva – ma era troppo freddo per fare di più. Ho una buona forma, ho cominciato piano ma sto crescendo e sono contento. Sapevamo che prima avessimo attaccato, più dura sarebbe venuta. Ma quando Pogacar parte, è di un altro pianeta. L’anno scorso avevo finito stanco, di testa e fisico, una giornata come questa, chiusa al terzo posto, mi dà grande motivazione».

La Sanremo? Perché no…

E mentre ormai si comincia a pensare al trasferimento verso San Benedetto del Tronto, dove domani si concluderà la Tirreno-Adriatico, la gente rientra nelle case e i tifosi sfollano. Manca una settimana alla Sanremo e la suggestione di vedere Tadej sulla Cipressa come prima di lui un giorno anche Marco, si fa largo in sala stampa.

Sul traguardo di Carpegna, un’altra fuga vincente dopo quella alle Strade Bianche
Sul traguardo di Carpegna, un’altra fuga vincente dopo quella alle Strade Bianche

«Ma la Sanremo è un’altra cosa rispetto a oggi – sorride lui bonario – è la corsa più facile da finire e la più difficile da vincere. Possono vincerla i velocisti e anche gli scalatori. Noi abbiamo un buon team, non riesco a pensare ora se davvero potrei vincere».

Questo non significa che ci abbia rinunciato. Trentin ha dovuto lasciare anzitempo la Parigi-Nizza. Quando le stelle sono allineate in modo così speciale, non esistono traguardi impossibili. Tadej Pogacar riesce a far sembrare semplici cose che si ritenevano ormai impossibili. Attaccare da lontano. Fregarsene delle convenzioni. Accettare la sfida a testa alta. Per questo forse sotto al palco lo acclamavano come uno di casa. Come se in qualche modo lo avessero già visto…

Il ritorno di Barguil grazie all’erroraccio dei più forti

11.03.2022
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Barguil finì quel Tour con una luce selvaggia negli occhi, dopo una stagione di sfortuna nera che veniva da un altro anno particolare. Nel 2016 c’era anche lui – vincitore di due tappe alla Vuelta del 2013 quando aveva ancora 22 anni – nel gruppo di corridori travolti a Calpe da un’auto contromano. Incidente che costò a lui lo scafoide e a Degenkolb la perdita di un dito e la carriera.

Al Tour del 2017, Barguil vinse la sua seconda tappa sull’Izoard
Al Tour del 2017, Barguil vinse la sua seconda tappa sull’Izoard

Dalla Sunweb alla Arkea

Classe 1991, un anno meno di Pinot e Bardet, disse sin da subito di non avere le gambe e la testa per giocarsi il Tour. Eppure il Tour lo chiamava e il Team Sunweb credeva in lui, perciò fu una mazzata la caduta al Giro di Romandia dell’anno successivo in cui si ruppe il bacino. Rientrò malamente al Delfinato. Soffrì al Tour, ma ne uscì con due tappe vinte e la maglia a pois. Poi sposò il progetto di una piccola squadra – la Fortuneo-Samsic – fece uscire dai gangheri il management della Sunweb e da quel momento iniziò il blackout, interrotto oggi sul traguardo di Fermo alla Tirreno-Adriatico.

«E’ una lunga storia – sorride – quella piccola squadra ha avuto bisogno di crescere. Venivo da grandi team e ho messo il mio tempo e la mia energia nel far sviluppare il team che ora si chiama Arkea-Samsic. Nel frattempo però sono arrivati corridori fortissimi, che fanno sembrare i miei 6,5 watt per chilo una piccola potenza. E io che non ho certo i loro numeri, ho capito di non poter fare corsa di testa e preferisco sfruttare la tattica di tappe in fuga».

In avvio di tappa, attacco di Alaphilippe: il campione del mondo è in cerca della condizione
In avvio di tappa, attacco di Alaphilippe: il campione del mondo è in cerca della condizione

L’errore di Pogacar

La tappa di Fermo, quella dei cosiddetti Muri fermani, ha detto soprattutto che il UAE Team Emirates ha mal considerato la fuga. E quando nell’ammiraglia si sono resi conto che davanti Benjamin Thomas pedalava da chilometri con la maglia di leader virtualmente sulle spalle, hanno preso la squadra e l’hanno spremuta. Formolo, Majka e Soler hanno fatto egregiamente il loro dovere. La fuga è stata quasi tutta riassorbita, ma complice un incredibile errore di percorso di Pogacar, Evenepoel e Vingegaard, Barguil ha conservato il margine che gli ha permesso di vincere.

«Eravamo in discesa – ha raccontato Pogacar – la strada principale si vedeva benissimo, la curva no. C’era una piccola freccia sulla destra, era impossibile a quella velocità vederla. Penso che senza quell’errore sarebbe cambiato tutto. Evenepoel e Vingegaard stavano andando forte e io con loro. Volevamo vincere la tappa, probabilmente ci saremmo riusciti».

Formolo, poi Majka e Soler hanno fatto il lavoro duro per tenere la fuga nel mirino
Formolo, poi Majka e Soler hanno fatto il lavoro duro per tenere la fuga nel mirino

L’errore di Remco

Il rammarico ovviamente è stato superiore per Evenepoel, che ha attaccato forte e poteva finalmente giocarsi la tappa.

«Oggi mi sentivo bene – ha detto il belga – e avevo una squadra fantastica intorno a me, che ha lavorato duramente per proteggermi. Quando la UAE ha preso il controllo del ritmo, la velocità è aumentata e ho capito che era arrivato il momento giusto per attaccare. Sono stato raggiunto solo da Pogacar e Vingegaard e siamo andati a tutto gas. In quella discesa non c’era quasi niente o nessuno a indicarci che dovevamo andare a destra, quindi invece di girare abbiamo continuato dritti e il nostro attacco si è concluso lì. Per fortuna ho avuto le gambe per recuperare il gap e con l’aiuto di Ballerini sono riuscito a rientrare nel gruppo, ma è un peccato come sono andate le cose in un momento in cui sembravano così belle».

Buon terzo posto per Simone Velasco, al primo podio in maglia Astana
Buon terzo posto per Simone Velasco, al primo podio in maglia Astana

Al Giro nel 2023

Barguil ringrazia e ride senza ritegno, come quando ti scrolli di dosso una maledizione. Va bene che la squadra dovesse crescere, ma era tempo di trasformare in vittoria la lunga fila di piazzamenti degli ultimi anni.

«Non ero mai stato alla Tirreno-Adriatico – racconta – e la trovo più dura della Parigi-Nizza, ma molto meno stressante. Non ci sono ventagli tutto il giorno. Ho scoperto di trovarmi molto bene con queste strade e mi dispiace davvero molto che la squadra non farà il Giro. Vincere una tappa sarebbe stato l’obiettivo della stagione. Ma la mia carriera non finisce qui, perciò ci tornerò l’anno prossimo. Io non ho vissuto sulla mia pelle le pressioni di Pinot e Bardet, cui hanno sempre chiesto di vincere il Tour. Io ho detto subito di non averne le qualità, perché conosco le mie possibilità. Ci alleniamo sempre duramente. Facciamo i nostri training camp. Stiamo per mesi lontani dalle nostre famiglie. I risultati possono venire come no, ma non si possono fare commenti in base a questo».

Era stato in fuga anche ieri, come sentendo nelle gambe che la forza giusta fosse in arrivo. Chissà se domani sulla salita che chiamerà in prima fila gli scalatori vorrà mettersi nuovamente alla prova. Di sicuro, con Evenepoel che insegue Pogacar ad appena 9 secondi, qualcosa su e giù dal Cippo succederà.

Da Van Aert a Remco, il gioco delle coppie e dei nervi tesi

10.03.2022
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Van Aert guida e la bici lo segue. Dopo la vittoria all’Het Nieuwsblad, ecco la crono della Parigi-Nizza, vinta su Roglic e Dennis, i due grandi specialisti della sua squadra. Il belga della Jumbo Visma è solido e tirato. E probabilmente – si nota a vederlo correre e sentendolo parlare – gode dell’assenza di Van der Poel: quando c’è in strada il rivale di sempre, non ha la stessa lucidità. Nessuno al mondo riesce a fargli perdere le staffe come l’olandese.

Dopo. la crono vinta Van Aert riparte verso Saint Sauveur de Montagut con la maglia di leader
Aert riparte verso Saint Sauveur de Montagut con la maglia di leader

«I miei obiettivi vengono dopo – ha detto dopo la crono – ma non tirerò certo i freni. Queste decisioni sono contro la mia natura. Si è visto che negli ultimi giorni ho cercato di cogliere ogni opportunità. Proprio per questo non corro così tanto. Quando attacco il numero, voglio vincere. Voglio mantenere questo modo di correre perché mi ha portato lontano ed è anche ciò che i fan amano di più. Ma so anche per esperienza che è importante rimanere concentrati. Ovviamente è più facile se hai in squadra un leader come Primoz Roglic, che punta alla vittoria. Ora devo semplicemente cambiare programma per la seconda metà della Parigi-Nizza».

Sorpresa Pogacar

Calcoli da capitano. E se Roglic in Francia sa o spera che sul Col du Turini Van Aert lascerà andare il gruppo, Evenepoel non è così certo che Alaphilippe si arrenderà al Carpegna e alle rampe di questi giorni che gli si addicono come la maglia iridata che indossa. E ieri a 27 chilometri dal traguardo di Terni, su un tratto piuttosto ripido, se ne è avuta la conferma. Ci si aspettava uno sprint intermedio, nessuno pensava che il UAE Team Emirates mandasse avanti Tadej Pogacar e che lo sloveno tirasse dritto portando con sé il francese.

Nella 3ª tappa della Tirreno verso Terni, attacco a sorpresa di Pogacar e Alaphilippe
Nella 3ª tappa della Tirreno verso Terni, attacco a sorpresa di Pogacar e Alaphilippe

«L’ammiraglia mi ha ordinato di non muovermi – ha detto Evenepoel – stava a Julian (Alaphilippe, ndr) farsi avanti. Lui ha eseguito gli ordini, siamo entrambi leader ed è normale che giochi le sue carte. Sono rimasto sorpreso dal fatto che Tadej abbia continuato, ma non sono andato nel panico perché sapevo che tante squadre volevano arrivare allo sprint e gli ultimi quindici chilometri erano pianeggianti con il vento contro. Sinceramente non ho capito l’attacco di Tadej».

Van Aert impara

Van Aert impara dai suoi errori. L’anno scorso aveva speso tutto in ogni santo giorno alla Tirreno-Adriatico e poi aveva pagato il conto nelle classiche.

Evenepoel sorpreso dall’attacco di Pogacar verso Terni o davvero in controllo?
Evenepoel sorpreso dall’attacco di Pogacar verso Terni o davvero in controllo?

«Mentalmente – spiega – sarà completamente diverso portare sabato Roglic ai piedi del Col du Turini, invece di dover fare la corsa, che è estenuante. Voglio arrivare affamato al via della Parigi-Roubaix e non con la speranza che la gara finisca perché sono già stanco. Questa volta voglio correre le classiche nel pieno delle forze».

Anche Remco impara

Evenepoel scherza, ma in questa estenuante ricerca del colpo ad effetto, avere davanti uno che stravince senza essere stato annunciato sin dagli juniores e scombina i piani con tanta facilità un po’ lo destabilizza.

«Non mi dà fastidio – ha detto – che Pogacar sia più vicino di tre secondi. Questa Tirreno sarà dura, a cominciare dalla tappa di oggi a Bellante. Segretamente spero che si stanchi con tutti questi attacchi, ma temo sia una vana speranza. Tadej è il corridore più forte del mondo, non si stanca mai. Ma qualche energia l’ha consumata. Un giorno ripagherà, vero? Io non partecipo più agli sprint intermedi. L’ho fatto l’anno scorso al Giro andando a caccia di secondi e poi me ne sono pentito».

Tripletta Jumbo Visma anche nella 1ª tappa della Parigi-Nizza. Qui Van Aert tira, dietro Roglic e poi Laporte che vincerà
Tripletta Jumbo anche nella 1ª tappa della Parigi-Nizza. Qui Van Aert tira, dietro Roglic e poi Laporte che vincerà

Solidità Jumbo

Maassen, il tecnico degli olandesi, non è stato sorpreso dalla seconda tripla di Jumbo-Visma in tre giorni. Dopo la vittoria di Laporte nella prima tappa, con Roglic e Van Aert alle spalle, la crono ha premiato le scelte del team.

«Domenica – dice il diesse Maassen – c’era stata anche un po’ di fortuna, ma nella crono Roglic e Dennis sono due medagliati di Pechino 2020 e sapevamo che Van Aert può fare tutto. Negli ultimi anni abbiamo reclutato uomini con grandi motori, perché eravamo poco incisivi nelle cronometro a squadre. Ora abbiamo i corridori e con un allenatore come Mathieu Heijboer, abbiamo uno specialista in questo campo».

Per Roglic, 2° posto nella crono e ora con la salita la possibilità di alzare la voce
Per Roglic, 2° posto nella crono e ora con la salita la possibilità di alzare la voce

Giochi tattici

E se per Va Aert la Parigi-Nizza potrebbe essere finita ieri e da oggi si corre per Roglic, per Evenepoel e la Quick Step-Alpha Vinyl comincia oggi con la tappa di Bellante e una tattica da inventare, provando a sorprendere Pogacar, sempre che a sorprenderli tutti non sia nuovamente lui.

«Sarà una tappa pericolosa dice Remco – su strade strette che invitano sempre ad attaccare. Potrebbe rimanere tutto bloccato fino ai piedi dell’ultima salita, ma potrebbe esplodere subito. Per Alaphilippe e per me, forse un attacco da lontano sarebbe meglio. Queste salite non mi spaventano. Tre volte per quattro chilometri ogni volta. Si andrà forte e si può fare qualcosa per la classifica».