Maglia bianca e l’erede di Pogacar? Gasparotto ha le idee chiare

08.12.2023
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Una certezza del prossimo Tour de France è che Tadej Pogacar non sarà la maglia bianca di Parigi. Dopo averne vinte quattro di fila, il corridore della UAE Emirates infatti diventerà grande e questo lascerà spazio, spazio pregiato, ad altri corridori.

Con Enrico Gasparotto, direttore sportivo della Bora-Hansgrohe, abbiamo cercato di capire chi potranno essere gli eredi dello sloveno, visto che con Cian Uijtdebroeks è chiamato in causa per quel che riguarda le maglie bianche. Il giovanissimo belga infatti ha detto che vorrà fare classifica al Giro e anche in Italia tra l’altro c’è un habitué della maglia bianca, Joao Almeida.

Enrico Gasparotto (classe 1982) è sull’ammiraglia della Bora-Hansgrohe dal 2022
Gasparotto (classe 1982) è sull’ammiraglia della Bora-Hansgrohe dal 2022
Enrico, a prescindere dai programmi, i nomi possibili per le prossime maglie bianche, sono parecchi: Ayuso, Evenepoel, Pidcock, Carlos Rodriguez, Arensman, Uijterbroecks, Buitrago, Zana, Martinez…

Se parliamo di Tour ne dico due e basta: Remco Evenepoel e Carlos Rodriguez. Loro sono senza dubbio i più papabili, anche perché non so se Ayuso andrà al Tour e anche se ci andasse cosa farebbe?

La UAE sarebbe concentrata su Tadej?

Esatto, ma penso anche alla Jumbo-Visma.

Cioè?

Per loro ripetere il 2023 sarà difficile e… lo sanno. Hanno una pianificazione decisa e precisa. Quest’anno punteranno sul Tour chiaramente, ma punteranno tanto anche sulle classiche. Vogliono un monumento, un Fiandre, una Roubaix, che ancora gli manca. In più non avranno Van Aert, né Van Hooydonck, due pedine fondamentali. Tornando al discorso dei giovani quindi, sarà un’occasione ancora più ghiotta per Pogacar. Ayuso sarebbe più bloccato. Mentre Remco o Carlos Rodriguez avrebbero più libertà. Credo che Carlos Rodriguez, quinto assoluto nel 2023 (secondo nella maglia bianca, ndr), sarà capitano della Ineos-Grenadiers.

Rodriguez più di Pidcock?

Per me sì, Pidcock ha anche le classiche in testa. Bisognerà vedere bene che programma farà e cosa vorrà veramente dal Tour. Ma non per questo dico che in ottica futura non possa migliorare. Tuttavia resto dell’idea che Rodriguez e Remco sono i primi due pretendenti alla successione della maglia bianca di Pogacar. E credo che Rodriguez abbia qualche possibilità in più.

Alla Vuelta si è assistito in parte allo scontro per la maglia bianca fra Evenepoel e Rodriguez
Alla Vuelta si è assistito in parte allo scontro per la maglia bianca fra Evenepoel e Rodriguez
Perché?

Perché Evenepoel non ha paura di attaccare e questo magari ad un certo punto del Tour potrebbe pagarlo, sia da un punto di vista tattico che fisico. Mentre Rodriguez è più un regolarista, corre in modo più tradizionale se vogliamo ed è in una squadra leader per le corse a tappe.

Come detto non sappiamo i programmi di tutti i ragazzi, ma poniamo che Ayuso vada in Francia. Non lo vedi un pretendente alla maglia bianca?

Numeri sulla carta sì, non si può certo dire di no, ne ha già vinte due alla Vuelta. Ma poi bisogna contestualizzare le situazioni e quando hai Tadej in squadra sono pochi gli obiettivi personali. Quest’anno è stata una particolarità: quando hanno capito che non avrebbero vinto il Tour hanno cercato di portare, riuscendoci, Adam Yates sul podio. Un risultato importante per la squadra, per i punti.

Chiaro…

In generale un po’ tutti i nomi che abbiamo fatto all’inizio sono validi ma poi, come ripeto, vanno contestualizzati nell’ambito della corsa e della squadra. Anche Buitrago può fare molto bene per esempio, ma non lo vedo all’altezza di un Remco o di un Carlos Rodriguez.

Questa estate Pidcock è stato 4° nella classifica della maglia bianca del Tour a 40′ da Pogacar. Pensate che il quinto, Skjelmose, era ad oltre 2 ore
Questa estate Pidcock è stato 4° nella classifica della maglia bianca del Tour a 40′ da Pogacar. Pensate che il quinto, Skjelmose, era ad oltre 2 ore
Sinceramente credevamo che dopo la presentazione del Giro, Remco cambiasse idea. Due crono, nessuna salita estrema. E’ ancora possibile in questo ciclismo della programmazione cambiare i piani a questo punto?

Onestamente il giorno dopo la presentazione del Giro d’Italia anche io ho pensato: «Remco cambia idea e verrà al Giro». E’ una corsa particolare: due crono lunghe e da specialisti. Quella di Desenzano nella prima parte è molto tecnica. Poi ci sono molte salite lunghe, quasi tutte oltre i 10 chilometri, ma nessuna scalata estrema tipo Zoncolan, Tre Cime o Mortirolo, salite da 8 all’ora. E quindi questa sua decisione un po’ mi ha stupito. Però Remco ha provato la Vuelta, ha provato il Giro e ci sta che voglia provare anche il Tour. Riguardo al cambio dei piani che dire: sono questi i mesi in cui team progettano le loro strategie e magari da qui a fine febbraio, quando i programmi saranno definiti, ci sarà qualche sorpresa.

Torniamo alla maglia bianca e all’ormai duello Rodriguez-Evenepoel: il percorso del Tour chi avvantaggia?

Bella domanda. Alla fine la tappa gravel non favorisce nessuno dei due. Li vedo in difficoltà entrambi e lì nessuno dei due, nello scontro diretto, uscirà da vincente o perdente. Poi sta alle capacità di recupero di entrambi. E questo non sarà facile, perché dovranno essere in forma sin dall’inizio. La partenza in Italia non sarà semplice e stare tre settimane piene al “top-top” non è così scontato. La maglia bianca andrà a chi non avrà giornate no.

Oltre a Remco e Carlos prevedi qualche sorpresa?

No, il Tour è talmente duro, difficile e complesso nella sua interpretazione che non c’è spazio per le sorprese.

Joao Almeida ha vinto la maglia bianca del Giro 2023. In realtà è la prima, ma in quattro partecipazioni al Giro l’ha indossata per oltre 30 giorni
Joao Almeida ha vinto la maglia bianca del Giro 2023. In realtà è la prima, ma in quattro partecipazioni al Giro l’ha indossata per oltre 30 giorni
Prima di congedarci, Enrico, un paio di domande anche sull’erede di Joao Almeida, spesso maglia bianca del Giro d’Italia: chi sarà? Voi tra l’altro avete un serio pretendente, Cian Uijtdebroeks.

Eh, ma non svelo i nostri programmi!

Ma lo ha dichiarato lui che sarà in Italia…

Non so rispondere con precisione, dipenderà da chi farà il Giro. Di certo Cian è valido per le corse a tappe. Quest’anno in quelle WordTour che ha fatto è sempre stato nella top ten. Ha il talento dalla sua parte e anche molte cose da migliorare. Forse in Italia ci potranno essere più sorprese e non solo per la maglia bianca. Avendo i grandi nomi al Tour, ci sarà una top ten molto incerta. Ad ora vedo molto bene Geraint Thomas. Riguardo ai giovani non è facile rispondere perché anche se i numeri del dislivello non sono paragonabili a quelli del 2022 e del 2023 e le tappe sono più corte, le insidie non mancano e il Giro resta difficile. Per esempio dopo le due crono c’è sempre l’arrivo in salita e il rischio è che qualcuno si possa svuotare nella crono. L’esperienza potrebbe fare la differenza.

Vista così e l’importanza delle crono, giochiamo la carta italiana e diciamo Antonio Tiberi.

Resto dell’idea che individuare un pretendente alla maglia bianca al Giro è davvero difficile.

La Superlega e il curioso precedente delle Hammer Series

04.11.2023
6 min
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Ci sarà davvero una Superlega nel ciclismo? La notizia dei giorni scorsi, relativa al progetto di 5 squadre (Jumbo Visma e Soudal QuickStep come promotrici, EF Education EasyPost, Lidl-Trek e Bora Hansgrohe che hanno sposato subito l’idea) ha fatto il giro del mondo, anche perché dietro c’è il Fondo Pubblico d’Investimento dell’Arabia Saudita, che ha già ridisegnato parzialmente il calcio, portando una marea di stelle, da Ronaldo in poi a giocare nel campionato saudita e sta gettando le basi per i mondiali di calcio del 2034.

Diventerà realtà o finirà come l’omonima del calcio? Solo il tempo lo dirà, ma già in base a quel che si sa, c’è una corposa differenza. Se la Superlega calcistica si muove sempre e costantemente in antitesi, se non in contrasto con la Fifa, qui i rapporti sono ben diversi. L’Uci non si è mostrata contraria, ha anzi dato la sua disponibilità a partecipare agli incontri e quindi a discutere della sua nascita, di come far coincidere l’attività classica con quella “nuova”, soprattutto a parlare del vero tema alla base di questo progetto: la spartizione dei diritti televisivi.

La Mitchelton-Scott vincitrice delle Hammer Series 2018 sulla Quick-Step Floors. Al centro Matteo Trentin
La Mitchelton-Scott vincitrice delle Hammer Series 2018 sulla Quick-Step Floors. A sinistra, Matteo Trentin

Tutto nasce dai diritti Tv

Il tema della divisione delle entrate date dalla montagna di ore di diretta, della produzione delle immagini, in generale dei rapporti politici di forza nel ciclismo professionistico è sempre più all’ordine del giorno. Sappiamo bene che può portare anche ad autentici corto circuito come avvenuto con la triste vicenda dell’Adriatica Ionica Race, se guardiamo al nostro giardino… L’Uci non vuole affrontare la questione sul piano della mera contrapposizione e segue una strada simile a quella del passato, quando di Superlega si era già parlato, anzi… si era già fatta.

Già, perché nel ciclismo professionistico una creatura gestita direttamente dai team è un discorso vecchio, del quale si cominciò a parlare già poco dopo l’inizio del secolo. Arrivando poi a un progetto messo su carta, alla ricerca di investitori e, nel 2016, al suo lancio: le Hammer Series.

Tom Dumoulin fu uno dei corridori più ricercati dai tifosi, soprattutto nel suo Limburgo
Tom Dumoulin fu uno dei corridori più ricercati dai tifosi, soprattutto nel suo Limburgo

Vince la squadra, non l’uomo

Parlando di Superlega è quindi doveroso ricostruire la storia di questo anomalo circuito, creato da Velon, azienda britannica specializzata nel supporto digitale e nella produzione d’infodati per i team professionistici. Facendo leva sui team con cui aveva già un rapporto professionale, Velon lanciò l’idea di un circuito completamente nuovo, nelle gare, nella loro formula, nella loro stessa concezione.

Si trattava innanzitutto di una competizione a squadre, che andava quindi completamente in contrasto con la secolare cultura ciclistica dell’uomo solo al comando. Qui le classifiche erano per team, che dovevano gareggiare in 3 competizioni distinte, sempre a tappe. Ognuna di esse era divisa in tre frazioni: una per scalatori, una per velocisti e infine una cronosquadre a inseguimento.

La gara fra i grattacieli di Hong Kong. Nei progetti era già previsto l’approdo anche in Colombia
La gara fra i grattacieli di Hong Kong. Nei progetti era già previsto l’approdo anche in Colombia

Una formula innovativa

Interessante la formula, completamente lontana dal solito. Innanzitutto ogni gara era allestita su un circuito: le squadre, composte da 7 corridori, ne sceglievano fino a 5 per ogni tappa, lasciandone 2 in panchina. Ogni gara prevedeva che al passaggio sotto il traguardo si acquisivano punti, che andavano al team, con un doppio punteggio in coincidenza dell’arrivo (un po’ come su pista). I punti sarebbero poi andati a costituire un pacchetto di secondi di decalage da attribuire ai team per la frazione finale, allestita con il metodo Gundersen: partenza per prima della squadra in testa alla classifica, a seguire le altre ognuna con il distacco accumulato. Quella che fosse arrivata davanti nella tappa conclusiva si sarebbe aggiudicata la classifica.

Come venne presa questa idea dai corridori? In generale abbastanza bene, a questo proposito illuminanti furono le parole di un giovanissimo Remco Evenepoel alla vigilia del suo esordio in gara nel 2019.

«Ho visto i video delle gare su Youtube – disse – e posso affermare che mi sto preparando per una guerra… Sono ogni volta 2 ore di corsa a tutto gas, con salite forse troppo brevi per le mie caratteristiche, ma ripetute così ossessivamente che alla fine pesano tantissimo nelle gambe. I compagni dicono che questo tipo di gare è tostissimo, fra le più dure dell’intera stagione».

Evenepoel fece il suo esordio nel 2019, venendo accolto con grande enfasi
Evenepoel fece il suo esordio nel 2019, venendo accolto con grande enfasi

La crisi parte dall’Asia

Velon trovò subito spazio nel calendario attraverso tre località: Limburgo in Olanda, Stavanger in Norvegia e Hong Kong, a cui era affidata la chiusura in coincidenza con la fase asiatica del calendario. Il progetto prese subito piede, anche se le difficoltà non mancarono. Il progetto iniziò in maniera circospetta: nel 2017 si disputo solamente la gara olandese, con vittoria finale per il Team Sky.

Nel 2018 l’idea aveva preso vigore. Si cominciò a Stavanger, con la Mitchelton Scott che fece piazza pulita di successi, poi a Limburgo ci fu la reazione della Quick-Step Floor, infine la gara di Hong Kong dove la Mitchelton chiuse i conti. In terra orientale però non venne organizzata la prova per scalatori, una piccola crepa che poi, come si vedrà, si sarebbe allargata.

Il sorpasso della Jumbo Visma: la cronosquadre a inseguimento garantiva uno show d’immediata comprensione
Il sorpasso della Jumbo Visma: la cronosquadre a inseguimento garantiva uno show d’immediata comprensione

Un’altra “vittima” del Covid…

Nel 2019 infatti, dopo la tappa norvegese andata alla Jumbo-Visma (con un pressoché sconosciuto Vingegaard in squadra) e la risposta della Deceuninck-Quick Step in Olanda (con Evenepoel già protagonista), la prova asiatica venne cancellata, con trofeo finale assegnato alla Jumbo-Visma davanti a Deceuninck e Team Sunweb. Nessuno allora poteva prevederlo, ma quello fu il canto del cigno per le Hammer Series.

L’anno dopo infatti arrivò il Covid, con l’attività ufficiale compressa in tre mesi. L’impossibilità di trovare spazi nel calendario andò di pari passo con una profonda rivoluzione ciclistica. L’esplosione di Pogacar, i fari puntati addosso a Evenepoel dopo la terribile caduta al Lombardia, in generale la straordinaria crescita di attenzione verso il ciclismo da parte di gente affamata di sport dopo mesi di astinenza cambiarono le carte in tavola. E l’Uci, che di buon grado aveva comunque sopportato il nuovo circuito, poté ripartire l’anno successivo da una situazione molto più forte.

Sonny Colbrelli con Padun vinse la prova per scalatori in Olanda nel 2018
Sonny Colbrelli con Padun vinse la prova per scalatori in Olanda nel 2018

Ora si ricomincia?

Le squadre persero interesse verso quel progetto, praticamente sparito anche dalle proposte di Velon. In Asia d’altronde si continuava a non gareggiare, solamente quest’anno l’attività è tornata alla normalità. I team si sono concentrati sull’attività classica e su movimenti di mercato anche fantasiosi, vedi la fusione fra Jumbo-Visma e Soudal, che ha lasciato in piedi contatti profondi fra i propri dirigenti, ponendo le basi per nuove iniziative. Magari prendendo spunto proprio da quelle due strane edizioni, a metà fra lo sport e Giochi Senza Frontiere…

Ecco Widar, ma non ditegli che è il nuovo Remco…

16.10.2023
5 min
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Nella stagione juniores uno dei grandi protagonisti è stato Jarno Widar. E’ vero, non è campione mondiale né europeo, eppure con i suoi 14 successi internazionali ha saputo mettere il marchio sull’annata almeno quanto gente come l’iridato Philipsen, per citare quello sulla bocca di tutti. Il belga lo abbiamo ammirato anche in Italia, vincente al Trofeo Paganessi dopo essere stato beffato il giorno prima da Donati e compiere una straordinaria doppietta iniziale al Giro di Lunigiana.

Widar ha avuto soprattutto una seconda parte di stagione fulminante, che gli ha catalizzato addosso l’attenzione dei media, soprattutto in Belgio dove la crescita di talenti simili sembra sia diventata abitudine da Evenepoel in poi e ognuno di essi viene paragonato giocoforza all’iridato a cronometro. Widar però è ben conscio del suo valore e non ama i paragoni. Proviamo allora a conoscerlo un po’ meglio, perché ne sentiremo parlare ancora a lungo.

Il belga in maglia verde al Lunigiana. Alla fine però ha vinto la classifica a punti e per i Gpm (foto Roberto Fruzzetti)
Il belga in maglia verde al Lunigiana. Alla fine però ha vinto la classifica a punti e per i Gpm (foto Roberto Fruzzetti)
Come hai iniziato a fare ciclismo?

E’ passato molto tempo. Ho seguito le orme di mio fratello, tornato alle gare quest’anno. Ho continuato a gareggiare anche con la scuola in contemporanea, il fatto di aver finito lo scorso anno mi ha agevolato alquanto in questa stagione.

Che tipo di corridore sei, quali sono i percorsi che preferisci?

Non ho un percorso di base che mi piace di più, vado bene sia sugli strappi brevi che sulle salite lunghe, cerco di adattarmi sempre al tipo di corsa che mi si presenta davanti.

Quest’anno hai ottenuto 14 vittorie internazionali. Qual è stata per te quella più importante?

E’ davvero difficile scegliere, non saprei proprio perché ognuna ha avuto un valore. Potrei dire il Fiandre come il campionato nazionale, la Classique des Alpes in Francia, ognuna mi ha dato qualcosa in più. Ho adorato le gare italiane, il Lunigiana è stato fantastico.

La vittoria di Widar al Fiandre, una delle 14 vittorie della sua grande stagione (foto Geert De Rycke)
La vittoria di Widar al Fiandre, una delle 14 vittorie della sua grande stagione (foto Geert De Rycke)
Hai gareggiato tanto quest’anno in Italia. Ti piace il ciclismo italiano e i percorsi che si trovano qui?

Molto, perché c’è una grande varietà. Mi piace pedalare lì, c’è sempre quell’atmosfera che ti dà qualcosa in più. Io quando sono in Italia mi sento felice.

Sei stato uno dei protagonisti della stagione junior, senza però grandi risultati ai mondiali o europei: che cosa è successo?

A Glasgow ho avuto molta sfortuna nel primo giro, qualcuno proprio nella mia zona di gruppo mi ha urtato e il mio cambio non funzionava più, quindi ho dovuto cambiare bici, ma anche quella sull’ammiraglia non andava, così mi sono dovuto fermare di nuovo, ormai avevo perso oltre 4 minuti e la mia corsa era finita. Ho provato a risalire, sono arrivato a circa un minuto dal gruppo, ma i più forti avevano già iniziato la loro battaglia, continuare non aveva senso. Era un’occasione d’oro, sentivo che avevo grandi gambe e sono rimasto molto deluso. Anche all’europeo avevo delle ottime gambe, ma ho girato la Vamberg intorno alla quarantesima posizione, quindi non ho potuto sprintare per la vittoria. Venivo da troppo lontano.

In inverno la Lotto ha svolto un raduno con tutti i team della sua filiera, compreso il CC Chevigny (foto Instagram)
In inverno la Lotto ha svolto un raduno con tutti i team della sua filiera, compreso il CC Chevigny (foto Instagram)
Il tuo team è strettamente collegato alla Lotto Dstny, ora approderai alla squadra Development. Quanto è importante essere indirizzati già da giovanissimi su una strada che porta al professionismo?

Non penso che sia così importante perché ci sono davvero molte squadre Devo, la scelta nel ciclismo attuale è ampia e ci sono tante strade per emergere. Ogni grande squadra ha una filiera predefinita, quindi non è più così eclatante, è più nella normalità. Quel che conta è essere abbastanza efficiente da finire nel mirino di qualche team importante, poi la strada è tracciata sin dalle generazioni più giovani. Per me è stato così.

Ora molti parlano di te come del nuovo Remco Evenepoel. La cosa ti fa piacere o ti crea troppa pressione?

Me l’aspettavo questa domanda… Se devo essere sincero non mi interessa. E’ quello che dice la gente, ma io non amo i paragoni, guardo a me stesso e alla mia squadra che mi segue come meglio non si potrebbe. Percorro la mia strada, quindi non sento alcuna pressione intorno a me, sono paragoni che non hanno un gran significato.

Il mondiale di Glasgow è stato molto sfortunato per Widar, chiuso con il ritiro
Il mondiale di Glasgow è stato molto sfortunato per Widar, chiuso con il ritiro
Quali pensi però siano gli elementi in comune con Remco e quelli diversi?

Penso che in salita abbiamo le stesse caratteristiche, ma lui a cronometro è molto più forte di me. Quel che ci unisce forse è il fatto che per vincere è meglio che arriviamo da soli…

Ora passi di categoria: che cosa cambia per te e quanto pensi di rimanere fra gli under 23?

Penso che farò un anno, se tutto va bene alla fine del 2024 passerò, ma è difficile fare previsioni, magari basta una caduta e tutta la stagione viene compromessa. Vedremo come va, nel caso restare ancora nel team Devo non sarebbe una bocciatura. Non voglio caricarmi di troppe aspettative.

Widar insieme al suo team, dove milita dallo scorso anno, quando vinse 3 volte (foto Instagram)
Widar insieme al suo team, dove milita dallo scorso anno, quando vinse 3 volte (foto Instagram)
Che target ti sei posto per la prossima stagione?

Non sto tanto a guardare il calendario, quel che la squadra mi proporrà andrà bene. Penso comunque che già al primo anno fra gli under 23 posso trovare le gare giuste per vincere, dipenderà tutto da me.

Hai un sogno per il tuo futuro?

Il sogno… Sono proprio i sogni che ti fanno andare avanti, che ti spingono a fare sempre meglio. So che potrà sembrare scontato, ma è quello che hanno tutti i ciclisti quando iniziano questa grande avventura: essere un giorno agli Champs Elysées indossando la maglia gialla del Tour…

I top e flop del 2023. I verdetti di Gregorio e Pancani

10.10.2023
7 min
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All’epilogo del 2023 su strada manca pochissimo, col calendario che prevede gli ultimi impegni di classe 1.Pro e World Tour. In questi giorni si sta correndo ancora in Turchia, in Veneto, in Cina e in altri angoli più isolati del mondo. Tutte gare che per qualche corridore potrebbero riequilibrare (parzialmente o meno) l’annata ma che non andrebbero a stravolgere la graduatoria di chi ha convinto o di chi è stato al di sotto delle aspettative.

Abbiamo voluto interpellare Luca Gregorio (che ci ha anticipato ciò che ha detto nel suo podcast) e Francesco Pancani, rispettivamente le prime voci delle telecronache Eurosport e Rai Sport, per conoscere i loro personalissimi “top&flop” della stagione. Un compito forse meno scontato del previsto.

Il rischio di trovarsi di fronte all’imbarazzo della scelta, sia in positivo che negativo, nell’esprimere i propri verdetti c’era eccome.

Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023
Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023

I promossi

Sentiamo che nomi ci hanno dato, motivandoli con il loro stile e non necessariamente in ordine di importanza. E partiamo dai promossi.

GREGORIO: «Inizio da Tadej Pogacar. E’ semplicemente il migliore. Numero uno della classifica mondiale, sempre sul pezzo da febbraio a ottobre. Protagonista nelle classiche e nelle corse a tappe. Vogliamo dirgli qualcosa? Fiandre e Lombardia (il terzo di fila come Coppi e Binda) nello stesso anno. Pazzesco».


PANCANI: «Filippo Zana. Parto con i cosiddetti top sotto un’ottica diversa, inserendo due nomi italiani. Il primo è il veneto della Jayco-AlUla. Personalmente ero molto curioso di vederlo in un team WorldTour e penso che abbia dimostrato grande personalità. La vittoria a Val di Zoldo al Giro d’Italia è la ciliegina sulla torta della sua stagione, oltre alla generale allo Slovenia. Però più che questi successi, mi è piaciuta la regolarità con cui ha lavorato alla grande per i suoi capitani».

GREGORIO: «Il secondo nome che faccio è Mathieu Van der Poel, un cecchino infallibile. Anno magico per lui e per questo merita il premio, per me, di migliore del 2023. Sanremo, Roubaix e un Mondiale da leggenda nel giro di sei mesi. Fenomenale».

Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani
Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani

PANCANI: «Dico Filippo Ganna perché secondo me anche il giorno che non correrà più sarà sempre un top. Ha fatto un grande inizio di stagione con un bellissimo secondo posto alla Sanremo e pure durante la stagione, specie nel finale alla Vuelta, si è riscoperto anche velocista. Poi, anche se non parliamo di strada, non posso dimenticare quello che ha fatto in pista ai mondiali di Glasgow nell’inseguimento individuale».

GREGORIO: «Proseguo con Jonas Vingegaard, a mio parere il più forte corridore attuale nei grandi giri a tappe. Dominante in salita, efficace a crono, sempre sul pezzo e con attorno una squadra super. Ha vinto anche Baschi e Delfinato e avrebbe potuto prendersi pure la Vuelta. Ice-man».

PANCANI: «Ovviamente Tadej Pogacar. E’ un corridore che vince da febbraio ad ottobre e non si tira mai indietro. Ha vissuto una primavera fantastica vincendo Parigi-Nizza, Fiandre, Amstel e Freccia. Solo una caduta alla Liegi lo ha messo fuori gioco compromettendogli la preparazione al Tour. Nonostante tutto in Francia ha ottenuto il suo quarto podio finale. Ha fatto secondo, un piazzamento che pesa. Ha chiuso poi alla grande col Lombardia».

GREGORIO: «Aggiungo Primoz Roglic. Ha vissuto la stagione dei sogni. Il suo peggior risultato è un quarto posto, ovviamente non considerando i piazzamenti nelle tappe parziali di un grande giro. Può piacere o meno come stile e modo di correre, ma è quasi infallibile. Giro d’Italia, Tirreno, Catalunya, Emilia, terzo alla Vuelta. Il modo migliore per salutare i calabroni. Garanzia».

Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio
Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio

PANCANI: «Un altro che non può mancare è Mathieu Van der Poel. Credo che sia veramente l’unico corridore che riesca ad entusiasmare il pubblico col suo modo sfrontato anche più dello stesso Pogacar. VdP quest’anno ha centrato tutti gli obiettivi che si era prefissato. Sanremo, Roubaix e mondiale. Già queste valgono una carriera, figuratevi una stagione. E come le ha vinte. Caro Mathieu, per me sei il top del 2023».

GREGORIO: «Infine dico Wout Van Aert. Questa quinta menzione dovrebbe essere per Evenepoel (cifre alla mano), ma scelgo Van Aert perchè è una benedizione per questo ciclismo. C’è sempre. Comunque e dovunque. E’ vero, ha vinto poco e non corse di primo piano, ma nello stesso anno ha fatto secondo al Mondiale e all’Europeo, terzo alla Sanremo e alla Roubaix, quarto al Fiandre e ha regalato una Gand a Laporte. Commovente».

PANCANI: «Il mio ultimo nome è Jonas Vingegaard. Forse è il meno personaggio fra tutti i suoi rivali e personalmente mi piace moltissimo questo suo essere naturale, con atteggiamenti apparentemente distaccati. E’ andato forte da inizio stagione. Al Tour ha cotto a fuoco lento Pogacar e gli altri. La crono di Combloux è stata qualcosa di incredibile. Si è meritato una menzione anche perché è andato alla Vuelta, correndola da protagonista e finendola col secondo posto. Per me ha preso ulteriore consapevolezza dei suoi mezzi».

Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani
Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani

I bocciati (o rimandati)

Si passa poi alle note dolenti. E qui non mancano le sorprese, come Vlasov per esempio, ma anche i giudizi concordi. Scopriamoli…

GREGORIO: «Enric Mas. il primo anno del post-Valverde sarebbe dovuto essere quello della consacrazione per il maiorchino. Zero vittorie e un sesto posto (anonimo) alla Vuelta ci hanno raccontato il contrario. Eterno incompiuto».

Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas
Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas

PANCANI: «Wout Van Aert. Inizio andando controcorrente. Sembrerà quasi un’offesa perché parlo di un grandissimo atleta ed uno dei fenomeni di questi anni. Il belga della Jumbo-Visma però sta allungando la sua lista di secondi e terzi posti che lo rendono sempre più una sorta di “Paperino” del ciclismo. E onestamente mi fa molto male vederlo così. Diciamo che lo definirei un flop di stimolo».

GREGORIO: «Alexander Vlasov. La Bora lo aveva preso nel 2022 per puntare almeno al podio in un GT. Quest’anno, come sempre, ha chiuso in crescendo. Ma non basta. Stesso discorso di Mas. Buon potenziale, ma resa non all’altezza. Vorrei ma non posso».

PANCANI: «Voglio esagerare in modo un po’ provocatorio e dico Remco Evenepoel. E’ vero che ha vinto la Liegi, pur con la fuoriuscita di Pogacar qualcuno potrebbe dire, ed il mondiale a crono ma in altri appuntamenti ha steccato. Al Giro, per tanti motivi. Alla Vuelta è andato fuori classifica subito e al Lombardia, sempre complice anche una caduta, non ha fatto risultato. E’ uno dei tanti talenti attuali e forse quest’anno sui piatti della bilancia pesano più gli obiettivi mancati che i successi».

GREGORIO: «Fabio Jakobsen. Sette vittorie all’attivo (solo la tappa alla Tirreno, però, pesa), ma da uno dei primi 2-3 velocisti al mondo era lecito attendersi molto di più. Cambierà aria (Dsm) e speriamo gli faccia bene».

PANCANI: «Fabio Jakobsen. Sono completamente d’accordo con Luca. Anch’io da un velocista come lui mi aspettavo tanto ma tanto di più».

Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse
Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse

GREGORIO: «Julian Alaphilippe. Mi piange il cuore perché è il mio idolo indiscusso, ma vedere Loulou confinato a gregario di lusso a 31 anni mi fa sanguinare. Due vittorie appena e ormai nemmeno mai in gara per un buon piazzamento nelle classiche. Fine della storia?».

PANCANI: «Richard Carapaz. Diciamo che è stato bravo a nascondersi fino a luglio cogliendo solo una vittoria a fine maggio. Al Tour è stato sfortunato con una brutta caduta alla prima tappa ma forse aveva sbagliato ad improntare la sua stagione solo con la gara francese. E’ stato buono il recupero di condizione nel finale di stagione con alcuni bei piazzamenti ma potevamo aspettarci qualcosa di più».

GREGORIO: «Hugh Carthy. Il terzo posto alla Vuelta del 2020 ci aveva fatto pensare a un corridore potenzialmente in crescita. Ma il britannico ha bucato anche questo 2023. Mi viene da pensare solo a una cosa. Meteora».

PANCANI: «David Gaudu. Dopo il secondo posto alla Parigi-Nizza era lecito aspettarsi qualcosa in più da un corridore che è una promessa da un po’. Di fatto ha costretto Demare a lasciare la Groupama-Fdj per avere la squadra al suo servizio al Tour, dove ha chiuso nono nella generale. E anche nelle classiche non ha inciso. Al momento non sembra essere lui il primo francese che potrebbe rivincere il Tour. In ogni caso, nel 2024 deve fare il definitivo salto di qualità».

EDITORIALE / Baci e abbracci, Roglic se ne va

02.10.2023
5 min
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Che la grande fusione fra Soudal-Quick Step e Jumbo-Visma avvenga o meno, resta il senso di malinconia per il cinismo dei due attori e la gestione miope da parte di chi dovrebbe scrivere le regole. In gruppo se ne parla. La fusione di due grandi team mette sul piatto i destini degli atleti e ancor più del personale, che oggi potrebbe ricevere la lettera di licenziamento. E si parla anche della volontà delle squadre del Nord Europa di contrastare lo strapotere economico di quelle arabe. UAE Emirates, Bahrain e AlUla stanno infatti formando un blocco importante. Il primo a prenderne atto e andarsene è stato Roglic, altri seguiranno?

Plugge è il manager della Jumbo-Visma che nel 2023 ha vinto Giro, Tour, Vuelta e altre 60 corse
Plugge è il manager della Jumbo-Visma che nel 2023 ha vinto Giro, Tour, Vuelta e altre 60 corse

Sport e quattrini

Sport e quattrini vanno da sempre a braccetto. Ma se i quattrini diventano dominanti rispetto allo sport, allora il giocattolo si rompe e il sistema smette di essere interessante. Lo dicono gli analisti di Buzz Radar, che hanno messo sotto la lente il crollo di interesse della Formula Uno per lo strapotere Red Bull. Il calo è del 70 per cento sul fronte delle menzioni social nei primi cinque mesi del 2023 rispetto al 2022. Il calo di nuovi follower è del 46 per cento. Il ciclismo non c’è ancora arrivato, ma il malcontento per lo strapotere Jumbo-Visma è ricorrente. E se nelle corse di un giorno i discorsi sono ancora aperti grazie ad attori come Van der Poel ed Evenepoel, nei Giri la situazione è imbarazzante. Soprattutto quando la Jumbo schiera il “dream team” del Tour, riproposto poi alla Vuelta.

Il meccanismo del Draft nel basket USA permette la distribuzione dei giovani talenti secondo criteri precisi (foto NBA)
Il meccanismo del Draft nel basket USA permette la distribuzione dei giovani talenti secondo criteri precisi (foto NBA)

Il salary cap

Nonostante i budget di questi grandi team, il ciclismo non è uno sport ricco e forse proprio per questo viene gestito da dirigenti più propensi all’inchino che all’autorità. Certo questo è il punto di vista di un italiano che assiste da anni al saccheggio dei vivai nostrani da parte dei devo team WorldTour. Resta il fatto che nel più ricco basket NBA, le regole perché i budget non sviliscano la competizione esistono da anni.

Il salary cap (tetto salariale) per la stagione 2022-23 è stato previsto in 123,65 milioni di dollari e potrebbe aumentare fino a 134 nella prossima stagione. Il valore viene stabilito dal contratto collettivo di lavoro della NBA in percentuale rispetto alle entrate delle squadre. Il tetto agli ingaggi ammette eccezioni, ma serve a impedire che le squadre con superiore capacità di spesa schiaccino le altre. Le squadre che sforano il tetto, sono penalizzate con la “luxury tax”. Il totale delle multe a fine anno viene ridiviso fra le squadre che sono riuscite a rimanere sotto la soglia. A ciò si aggiunga il sistema di reclutamento del Draft, attraverso cui le squadre hanno accesso regolamentato ai talenti provenienti dai college. La differenza rispetto al nostro mondo, in cui gli agenti vendono i corridori al miglior offerente, salta agli occhi.

Il salary cap non è facile da attuare e soprattutto non conviene ai grandi team. Qui Gianetti
Il salary cap non è facile da attuare e soprattutto non conviene ai grandi team. Qui Gianetti

La resistenza dei team

Cambiare non è semplice, ma è possibile. Quando in seguito alle critiche di Marc Madiot ne parlammo con Gianetti, ovviamente lo svizzero fu piuttosto scettico, vedendo limitato potenzialmente il proprio potere sul mercato.

«Non si può ridurre la discussione al salary cap – disse il manager della UAE Emirates – senza che pensiamo a costruire le infrastrutture per introdurlo. Ad esempio bisognerebbe rimettere completamente mano al calendario di corse, ai roster delle squadre da ridurre drasticamente».

Probabilmente sarebbe scettico anche Richard Plugge, boss della Jumbo-Visma che ha appena salutato Roglic, ma le regole non le fanno le squadre: spetta all’UCI, che invece resta ancorata a schemi superati.

Evenepoel accetterebbe di correre accanto a Vingegaard?
Evenepoel accetterebbe di correre accanto a Vingegaard?

La ribellione di Roglic

Il primo a ribellarsi è stato Roglic, fresco vincitore al Giro dell’Emilia. Con schiettezza pari a quella di Simoni, lo sloveno ha chiesto alla Jumbo-Visma di rompere il contratto che lo legava alla squadra fino al 2025. Primoz si è sudato la vittoria del Giro con una squadra meno potente rispetto a quella del Tour. E quando poi si è trattato di giocarsi la Vuelta, gli è stato messo il bavaglio perché lasciasse vincere Kuss. Non si discute l’amicizia, ma quando un campione lavora per vincere, certi regali fa fatica a concederli, soprattutto quando le cose si svolgono seguendo un copione così imbarazzante. E se anche Kuss è servito a non far litigare Roglic con Vingegaard, il problema di abbondanza si fa ancor più evidente.

Conosceremo la destinazione di Roglic dopo il Giro di Lombardia, inutile mettersi qui a ricordare le varie ipotesi di mercato, mentre aspettiamo di capire se Evenepoel sarà il prossimo a declinare fastidiose convivenze. In questo Risiko di milioni e assenza di regole, c’è da sperare che siano i campioni a rimettere le cose a posto. Tutto ha un prezzo, ma il talento merita rispetto.

Pellizotti su Landa gregario: «Una scelta che capisco»

22.09.2023
6 min
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Perché un corridore come Mikel Landa, che ha ancora le gambe per arrivare quinto alla Vuelta, di colpo si converte in gregario e passa con Evenepoel? La domanda ce la siamo fatta un po’ tutti e così a un certo punto c’è venuto in mente di porla a Franco Pellizotti, che Landa ha guidato nella corsa spagnola. Anche se di recente il basco è parso meno incisivo, è un fatto che quando trova la condizione sia fra i pochi a cambiare gli equilibri delle corse in montagna. Forse alla Soudal-Quick Step avrà i suoi spazi, ma il passaggio nella squadra belga lo rimette al servizio di qualcuno più grande di lui, come inizialmente fu con Nibali e poi parzialmente con Aru.

«Mikel – dice Pellizotti – ha dimostrato di essere uno dei primi fra i… normali. All’inizio sembrava quasi che avessero trovato l’accordo per restare con noi, ma alla fine è possibile che la scelta di andare con Remco sia stata dettata dalla voglia di avere un po’ meno pressione. Qua era il nostro leader, entrare nella squadra che ha un capitano come Evenepoel, che sta dimostrando di essere uno tra i più forti al mondo, gli permetterà di fare un lavoro che conosce bene. Quindi è una scelta che capisco e magari posso anche condividere…».

Pellizotti, Landa e Gradek dopo l’arrivo sul Tourmalet: per Mikel quel giorno un ottimo 7° posto
Pellizotti, Landa e Gradek dopo l’arrivo sul Tourmalet: per Mikel quel giorno un ottimo 7° posto
Landa è stato con voi per quattro anni, secondo te è riuscito a esprimere tutto il suo potenziale o la sfortuna in certe occasioni l’ha frenato?

Prima ho corso contro di lui, poi da direttore sportivo l’ho avuto come corridore. Devo dire che secondo me nella sua carriera avrebbe potuto fare molto di più. Ma lui è così, non per niente tantissima gente gli vuole bene per il suo modo di essere: il famoso “landismo”. Mikel è questo e non puoi farci niente, però ha doti che non hanno nulla da invidiare a quelle di Vingegaard e Roglic. Magari ha il punto debole della cronometro, però in salita ha delle doti fantastiche.

Che cosa significa che Mikel è questo e non ci si può fare niente?

Lo vedo come un’artista. Ha le sue idee, non è un corridore come il ciclismo moderno vorrebbe. Non fa diete assolute e ferree, è ancora un corridore vecchio stile. Gli piace godersi la vita, la famiglia, gli amici e questo magari lo porta ad arrivare alle corse non ai livelli che vediamo al giorno d’oggi.

Perché dici di condividere la sua scelta?

Perché per questo suo modo di essere, va bene così. Con quel ruolo riuscirà a vivere un po’ meglio come qualità della vita. Condivido la scelta perché comunque, per quello che dice, stiamo parlando degli ultimi anni della sua carriera. Oddio, quando vai a metterti a disposizione di un corridore come Remco (senza togliere che anche lui potrà togliersi altre soddisfazioni in corse dove magari l’altro non ci sarà), comunque dovrà essere a livelli altissimi. Se andiamo a vedere, l’ultimo uomo dei leader della Jumbo-Visma ha appena vinto la Vuelta. Oggi l’ultimo uomo di un grande capitano fa il lavoro quando davanti restano veramente pochi, quindi devi essere a livelli molto alti. Mikel riesce ancora a farlo.

Sul traguardo dell’Angliru, Landa e Kuss sono arrivati insieme, a 19 secondi da Roglic
Sul traguardo dell’Angliru, Landa e Kuss sono arrivati insieme, a 19 secondi da Roglic
Tu passasti al servizio di Nibali che ormai avevi 38 anni, ci sono punti di contatto?

Non troppi, Mikel è ben più giovane e con altre qualità. Lui non vede ancora tanti anni di ciclismo davanti a sé, ma tra il dire e il fare passa veramente tanto. Perché adesso la vede così, poi va a lavorare per un leader e magari scopre gli stimoli per andare avanti qualche anno in più.

Gli pesava fare il leader?

Non so neanch’io se sia stato questo. Sinceramente non mi aspettavo che andasse via, ma pensandoci le opzioni erano due. Quella che ha scelto, oppure restare qui facendo il leader e un po’ la chioccia per i giovani. Mi avrebbe stupito di più se avesse scelto di andare a fare il leader in un’altra squadra, alla Lidl o alla AG2R come si era sentito dire. Quello mi avrebbe colpito di più, perché ci ha sempre detto che qui alla Bahrain Victorious si trovava bene. La scelta di andare alla Soudal-Quick Step ha un senso.

Cosa vi lascia Mikel?

Domenica sera, dopo l’ultima tappa abbiamo cenato a Madrid. E Milan Erzen, il nostro capo, ha preso la parola e lo ha ringraziato molto. A questa Vuelta non era arrivato in grandissima forma, però ha dimostrato ancora una volta di aver avuto carattere e di aver lottato fino alla fine. Giorno dopo giorno è stato un esempio per i giovani che c’erano in squadra, il nostro Antonio Tiberi, Govekar e anche Buitrago. Ogni giorno prendeva la parola anche lui dopo le riunioni, quindi è uno che ci metteva del suo anche nella gestione della squadra.

Tirato da Caruso, con Vingegaard a ruota: le prestazioni di Landa in salita sono ancora eccellenti
Tirato da Caruso, con Vingegaard a ruota: le prestazioni di Landa in salita sono ancora eccellenti
Proprio alla Vuelta è andato forte all’Observatorio Astrofisico della sesta tappa e anche sull’Angliru, un fatto di motivazioni o di condizione in arrivo?

Ha sofferto nella prima settimana, perché non è arrivato al 100 per cento per problemi di stomaco. Sapevamo che si era allenato bene, era anche andato a provare alcune tappe, però fisicamente non era al massimo. Per cui nella prima settimana siamo andati un po’ cauti, poi piano piano è cresciuto. E’ entrato nella fuga dei 40 corridori con Kuss, recuperando quello che aveva perso nel primo arrivo in salita ad Andorra. Poi ha fatto una bella cronometro: visto il percorso, una delle più belle della sua carriera. E alla fine ha dimostrato di essere un corridore di fondo. La tappa del Tourmalet è stata dura, corsa a velocità molto alte. Nel finale non usciva più la differenza fra chi aveva 7 watt/kg e gli altri, ma chi aveva più fondo. Lui ha sempre sofferto le tappe piatte con l’arrivo in salita, perché non è esplosivo come gli altri. Però nelle tappe impegnative ha dimostrato di avere ancora grandi attitudini nel soffrire e sempre la solita classe.

Che bilancio fai della vostra Vuelta?

Lo ripeto: la prima settimana abbiamo sofferto perché i ragazzi non andavano come volevamo, però piano piano sono cresciuti. Siamo riusciti a mantenere la calma e nella terza settimana sono usciti molto bene. Tiberi è un ragazzo su cui stiamo lavorando molto e abbiamo visto dei miglioramenti grandissimi dalla prima all’ultima tappa, non solo a livello fisico, ma anche a livello tattico. Abbiamo dovuto lavorare molto per fargli capire che ogni tappa ha una logica e che noi partiamo sempre con un copione diverso. All’inizio aveva qualche difficoltà a entrare in questi meccanismi, correva sempre molto lontano dai suoi compagni. Invece piano piano, anche con l’aiuto di Damiano Caruso (lo abbiamo messo in camera con lui proprio per questo) è venuto fuori. Siamo molto felici. Quello che è riuscito a fare è solo l’inizio di quello che ci aspettiamo da lui. E poi la vittoria di Wout Poels…

Dalla Vuelta al Tour (nella foto) i tifosi amano Landa: il “landismo” è quasi una filosofia di vita
Dalla Vuelta al Tour (nella foto) i tifosi amano Landa: il “landismo” è quasi una filosofia di vita
Importante?

Ha vinto la tappa numero 20, che per noi è stata la ciliegina sulla torta. Abbiamo fatto un’ottima terza settimana, ma col fatto che Evenepoel era uscito di classifica, ce lo trovavamo sempre nelle fughe e non era facile. Come non era facile, quando arrivavi in gruppo sotto le salite, battere quelli della Jumbo. Caruso ha fatto un ottimo secondo posto, ma la vittoria di Poels è stata importante perché, dopo aver vinto due tappe al Giro e tre al Tour, finire la Vuelta senza vincerne una sarebbe stato brutto. Ce l’abbiamo messa tutta, è stata sofferta, ma siamo tornati a casa finalmente soddisfatti.

Gli equilibri in un grande Giro: Pinotti spiega come si fa

20.09.2023
4 min
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Il ciclismo gioca su equilibri estremamente sottili, tutto si può vincere o perdere per un dettaglio. Nelle grandi corse a tappe tutto questo si amplifica: si passa dalla pianura alle montagne, fino ad arrivare alle cronometro. Chi vuole vincere deve unire prestazioni di alto livello in ognuno di questi settori. Ma come si trova l’equilibrio giusto? Pinotti ci aiuta a capirlo, prendendo spunto da diversi esempi. 

«Ci sono delle affinità – spiega il preparatore della Jayco AlUlatra una cronometro a lunga percorrenza e una salita da un’ora. Prendiamo l’esempio di Evenpoel, che ha pagato 27 minuti nel giorno del Tourmalet: secondo me è dovuto ad altri fattori».

Lo sforzo per conquistare la maglia iridata a Glasgow è costato a Evenepoel in termini di preparazione per la Vuelta
Lo sforzo per conquistare la maglia iridata a Glasgow è costato a Evenepoel in termini di preparazione per la Vuelta
Quali?

Lui è stato l’unico uomo di classifica a fare il mondiale, sia strada che cronometro. Quella decisione specifica può averlo penalizzato, perché tra il viaggio e le corse ha perso tra la settimana e i dieci giorni di allenamento. In quel periodo avrebbe potuto lavorare di più in altura e curare meglio la preparazione della Vuelta.

Come si trova il giusto equilibrio nella preparazione tra strada e cronometro?

Si basa tutto sul tipo di percorso. Al Giro di quest’anno le cronometro erano tre: due per specialisti e una cronoscalata. Le prime due erano anche posizionate presto, alla prima e decima tappa. Mentre alla Vuelta la sfida contro il tempo, individuale, era solo una.

Quindi ci si poteva anche concentrare meno sulla preparazione?

E’ chiaro che ci devi sempre dedicare del tempo. Ma tutto va in base agli obiettivi, alla fine devi essere in grado di esprimere la stessa potenza su una bici diversa e in modo più aerodinamico. 

I giorni successivi alla crisi del Tourmalet il belga ha fatto vedere grandi cose, a testimonianza che la gamba c’era
I giorni successivi alla crisi del Tourmalet il belga ha fatto vedere grandi cose, a testimonianza che la gamba c’era
Quante ore si dedicano alla cronometro nel preparare una Vuelta come quella appena conclusa?

Il corridore e i preparatori decidono insieme, ma si passa dalle due ore a settimana ad un massimo del 5 o 10 per cento delle ore di allenamento. Non è importante l’aerodinamica, ma lo sviluppo della potenza. 

Facci un esempio…

Kuss. Lui ha sempre affrontato le cronometro come un giorno di riposo, ma nel momento in cui è stato chiamato a fare la gara, ha tirato fuori una discreta prestazione (13° a 1’26” da Ganna, ndr). Non aveva una posizione super aerodinamica, ma era efficace. Secondo me Kuss ha vinto la Vuelta in quel momento specifico. 

Quanto conta la posizione aerodinamica per un uomo di classifica?

Meno del previsto. Alla fine, come dicevo prima, si tratta di un fatto di potenza e percezione della fatica. In preparazione a una gara a tappe la cronometro si cura sulla prestazione. All’atleta viene chiesto di esprimere una determinata potenza, diciamo 300 watt, per un determinato intervallo di tempo. Su una bici da strada a 300 watt hai una percezione della fatica di 7, mentre sulla bici da cronometro è 10. Allora in quel caso si cambia la posizione cercando una comodità maggiore. 

Kuss nella cronometro si è difeso molto bene nonostante una posizione poco aerodinamica
Kuss nella cronometro si è difeso molto bene nonostante una posizione poco aerodinamica
Evenepoel ha il vantaggio di avere una posizione quasi perfetta…

Lui e Ganna sono quelli che hanno un angolo tra coscia e busto praticamente nullo. Evenepoel potrebbe curare meno la cronometro in vista di un grande Giro proprio per questo. Ha talmente tanto vantaggio in termine di posizione e di aerodinamica che comunque porta a casa qualcosa. Abbiamo visto che a cronometro andrà sempre bene: ha vinto al Giro, poi il mondiale e ha fatto secondo nella crono della Vuelta.

Ma quindi è vero che allenarsi a cronometro aiuta a mantenere le prestazioni alte anche in salita?

Sì, dal punto di vista della potenza aerobica assolutamente. Si tratta di fare lo stesso lavoro di soglia o fuori soglia. Anzi in salita dovrebbe essere più semplice, perché sei meno estremo nella posizione, quindi respiri meglio e usi più muscoli. Vi faccio un altro esempio.

Per Evenepoel è arrivata la maglia di miglior scalatore, una magra consolazione per un corridore del suo spessore
Per Evenepoel è arrivata la maglia di miglior scalatore, una magra consolazione per un corridore del suo spessore
Prego…

I numeri che Evenepoel ha fatto vedere nelle tappe successive al Tourmalet fanno capire che stava bene. Non vinci il giorno dopo se non sei a posto, il “passaggio a vuoto” me lo aspettavo anche da lui. E’ arrivato nel giorno peggiore. 

Perché te lo aspettavi?

Ripeto, quel mondiale gli è costato tanto in termini di allenamento e di preparazione. Avrebbe potuto allenarsi di più in altura e reggere meglio ad una tappa del genere, giocandosi la Vuelta fino in fondo. 

«Cosa ho capito da questa Vuelta», le riflessioni di Remco

20.09.2023
5 min
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Non è facile giudicare la Vuelta di Remco Evenepoel. Se si pensa che era partito per vincerla e fare il bis dopo il successo dello scorso anno, chiaramente il belga meriterebbe l’insufficienza. D’altro canto, come si fa a dare l’insufficienza a chi ha vinto tre tappe, la maglia di miglior scalatore, ha vinto il premio della combattività ed è stato protagonista per tutto il tempo? 

Per lo stesso corridore della Soudal-Quick Step il pollice va verso l’alto: «Ci sono state molte emozioni e situazioni diverse nell’arco delle tre settimane, ma posso ritenermi soddisfatto di quanto ottenuto, soprattutto dopo la delusione del Tourmalet».

A Madrid, al termine della corsa spagnola, il campione mondiale a crono ha fatto qualche disamina sulla sua gara. Un insieme di riflessioni interessanti, ma anche un po’ contrastanti o quantomeno non perfettamente in linea. In ognuna però c’è un fondo di verità.

A circa 90 chilometri dal Tourmalet, Evenepoel si stacca e naufraga. Lì finisce una Vuelta e ne inizia un’altra
A circa 90 chilometri dal Tourmalet, Evenepoel si stacca e naufraga. Lì finisce una Vuelta e ne inizia un’altra

Reazione e preparazione

Partiamo da uno dei punti forti della Vuelta di Remco: la reazione post Tourmalet. Perché la debacle ci può essere, ma la reazione è da campioni. Pogacar ne ha fatte due solo nell’ultimo Tour. Nibali a sua volta nel Giro 2016 fu in grado addirittura di ribaltare la classifica, anche se non fu da un giorno all’altro. E Remco, attesissimo dopo la sconfitta sul Tourmalet, il giorno dopo si è gettato all’attacco come non ci fosse un domani, siglando un successo memorabile.

Ma se la reazione alla debacle va bene, la debacle non va bene se si vuol vincere un grande Giro. Proprio qualche giorno fa Giuseppe Martinelli ci aveva detto che Remco deve imparare a gestire i momenti di difficoltà. Che non deve spegnere il cervello e lasciarsi andare alla deriva. Perdere 5′ è una cosa, 27′ è tutt’altra.

«Cosa ho imparato da questa Vuelta? Che posso ancora migliorare durante un grande Giro – ha detto il belga – sono andato meglio ogni giorno dopo il Tourmalet. Possiamo essere fiduciosi che potrò fare bene in un Grand Tour. Ho capito che serve però una preparazione perfetta, un ambiente rilassato e non fare le cose in fretta. Proprio come l’anno scorso».

«Devo fare una preparazione mirata al 200 per cento sul grande Giro, facendo qualche corsa di un giorno in meno prima. Bisogna risparmiare energie e pianificare bene l’intero anno».

Remco ripreso sull’Angliru. Un confronto testa a testa con i big su quella salita sarebbe stato importante, ma anche rischioso dal punto di vista mentale
Remco ripreso sull’Angliru. Un confronto testa a testa con i big su quella salita sarebbe stato importante, ma anche rischioso

Qualche dubbio

Remco parla di fretta e preparazione perfetta: se all’interno del team qualcosa non ha funzionato questo lo sanno soltanto loro. Da fuori il cammino sembra essere stato più che lineare. I tecnici sembravano essere soddisfatti. Remco ha passato 80 giorni in altura e nel mondiale a crono ha sviluppato numeri pazzeschi. Okay, Evenepoel ha avuto il Covid durante il Giro, ma da metà maggio (ritiro dal Giro) alla seconda metà di agosto (inizio della Vuelta), il tempo per recuperare c’è stato.

E poi a San Sebastian, esattamente come l’anno scorso, Remco volava. 

Anche se ha mancato l’obiettivo della classifica generale, il campione belga non vuole cambiare le sue prospettive per il futuro. 

«E’ troppo presto per cambiare obiettivo – ha detto l’ex iridato a fine Vuelta – e dire che punterò alle classiche, perché l’anno scorso comunque ho vinto la Vuelta. Quest’anno ho avuto una preparazione più difficile. Il podio in un Grande Giro resta il mio obiettivo». 

E poi ha aggiunto: «D’altra parte abbiamo visto che se avrò una giornata storta, posso cambiare velocemente obiettivo e andare a caccia di tappe e maglie. Questo è positivo poter giocare su entrambi i fronti».

Un punto debole del belga era la discesa. Adesso Remco è migliorato moltissimo anche qui
Un punto debole del belga era la discesa. Adesso Remco è migliorato moltissimo anche qui

Martinelli docet

Remco avrà anche capito cosa non ha funzionato, ma sinceramente non ci sembra questa la mentalità del corridore da corse a tappe. Per chi mira alla generale cambiare obiettivo perché non può più lottare per la classifica è una vera mazzata. E non qualcosa che si accetta tanto facilmente come è sembrato dire Evenepoel. 

Ancora una volta le parole di Martinelli sono vitali: «Deve gestire quei momenti e gli serve qualcuno vicino».

Anche perché le dichiarazioni del belga tornano ad essere contrastanti: «Non posso essere deluso perché i miei risultati sono buoni. Il Tourmalet è stata una delusione e non so davvero come sia riuscito a riprendermi.

«Al mattino, dopo quella tappa mi sentivo davvero stanco, svuotato e non avevo voglia di proseguire ma, appena sono salito in bici avevo buone gambe e buone sensazioni. Penso sia stata una sensazione di vendetta. La vittoria quel giorno mi ha dato una spinta morale e mi sono detto che avrei potuto combattere per la maglia a pois e le tappe. Ne ho parlato molto con il mio direttore sportivo e abbiamo deciso per questa opzione».

Remco può fare tutto: da una Liegi a un Giro d’Italia o un Tour, ma prima di parlare di obiettivi che cambiano in itinere, preparazioni… forse deve trovare la sua “quadra”. E in tal senso quando parla di fare le cose senza fretta, tutto sommato non sbaglia.

L’impresa triste di Remco e lo scettro di Kuss: parola a Martinelli

14.09.2023
5 min
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Remco Evenepoel che sull’arrivo porta ripetutamente l’indice al casco, come a dire che serve la testa, e la Jumbo-Visma che incorona Sepp Kuss: La Cruz de Linares ha dato questi verdetti. Questa pazza e strana Vuelta ha trovato protagonisti e tappe inattese.

Giuseppe Martinelli, che oggi era alla Coppa Sabatini in Toscana, non si è comunque perso la corsa spagnola. Il “vecchio” Martino ne sa una più del diavolo ed è lui a prenderci per mano e a dare risposte importanti.

Si correva ancora nelle Asturie, quasi al confine coi Paesi Baschi. In tutto oltre 4.600 m di dislivello
Si correva ancora nelle Asturie, quasi al confine coi Paesi Baschi. In tutto oltre 4.600 m di dislivello

Remco bravo, ma…

Partiamo da Remco. Ancora un’impresa mostruosa, potente, grandiosa ma anche, lasciatecelo dire, un po’ triste. Il belga compie numeri pazzeschi, anche watt alla mano, ma se li fai quando hai 37 minuti di ritardo, non hanno lo stesso piglio di quando sei in lotta per la generale. L’approccio è differente.

«Secondo il mio punto di vista – dice Martinelli – Remco non pensava di prendere quella batosta. Ed è stata una batosta più di testa che di gambe. Ne sono certo. Non prendi 27′ e il giorno dopo fai quello che fai. E anche sull’Angliru quasi riesci nuovamente nell’impresa e oggi di nuovo così. Alimentazione, recupero… No, è stata la testa».

«Remco è forte, ma deve capire che nei giorni in cui non vai, non puoi lasciare andare tutto. Deve imparare a gestirsi. Ma questo dipende solo da lui. In quel momento sei solo, non ti deve crollare il mondo addosso. Lotti, muori, tieni duro».

Quel dito sul casco diventa ancora più suggestivo dopo queste parole.

Un bravissimo Damiano Caruso chiude secondo a 4’44” da Evenepoel con cui era in fuga
Un bravissimo Damiano Caruso chiude secondo a 4’44” da Evenepoel con cui era in fuga

Bisogna crescere 

In quel momento sei solo. Momenti che deve imparare a gestire. Due frasi che hanno un certo peso quelle di Martino. Giusto qualche giorno fa avevamo riportato le parole di Bruyneel, diesse discusso, ma che sa il fatto suo. 

Il belga aveva detto che Evenepoel era il direttore sportivo della sua squadra, come se davvero fosse da solo. 

«Nella tappa dell’Angliru – prosegue Martinelli – uno come lui non doveva andare in fuga (Bruyneel aveva detto anche questo, ndr): è forte e doveva affrontare i big. Alla fine, dal giorno della crisi questo ragazzo è sempre stato davanti. E le sue non sono fughe bidone, non scappa con quattro pellegrini. Remco domina.

«Dire che in squadra soffrano la sua personalità non lo so, ma è certo che Evenepoel deve imparare a gestire quei momenti difficili. Lui stacca il cervello dalle gambe e non so chi potrebbe aiutarlo. Bruyneel ha detto quelle cose in modo un po’ generico, ma Remco deve lavorare su questo aspetto se vuole puntare a fare bene nei grandi Giri. Per me è il più forte del gruppo o alla pari di qualcuno, perché Roglic, Vingegaard, Auyso o Kuss non sono in grado di fare quei numeri come oggi».

Ayuso e Mas scattano nel finale, Kuss e Roglic chiudono per tenere tutti a distanza nella generale, mentre Vingegaard molla 9″
Ayuso e Mas scattano nel finale, Kuss e Roglic chiudono per tenere tutti a distanza nella generale, mentre Vingegaard molla 9″

Dominio Jumbo 

E con Kuss si passa al secondo tema di giornata: l’ormai consueto dominio della Jumbo-Visma. Oggi sono arrivate quelle risposte che cercavamo ieri. Chi designeranno come vincitore della Vuelta in casa Jumbo? Come si gestiranno? A quanto pare vedremo un americano a Madrid.

«Per me si sono accapponati la pelle da soli – dice Martinelli – loro avevano questi due fenomeni e si sono ritrovati col “terzo incomodo” in maglia roja. Alla fine non sapevano cosa fare… Non puoi lasciare andare via Kuss in maglia di leader. Un errore per me, visto che potevano vincere due grandi Giri nella stessa stagione con Roglic o con Vingegaard, qualcosa che non riesce più a fare nessuno da anni».

L’opinione pubblica è tutta a favore di Kuss. E’ la favola del gregario che dà sempre l’anima per i suoi capitani e si ritrova per una volta con lo scettro in mano. Oggi, salvo sconvolgimenti nella frazione di sabato, i gialloneri hanno dato il via all’operazione simpatia, così è stata ribattezzata e invocata da più di qualcuno la sua vittoria.

Sepp Kuss in rosso a tre tappe dal termine. Guida con 17″ su Vingegaard, 1’08″su Roglic e 4′ su Ayuso, primo degli “altri”
Sepp Kuss in rosso a tre tappe dal termine. Guida con 17″ su Vingegaard, 1’08″su Roglic e 4′ su Ayuso, primo degli “altri”

Operazione simpatia

L’arrivo odierno di Vingegaard faceva sorridere: il danese in pratica non ha pedalato per lasciare qualche secondo al compagno. E quando Kuss è partito a caccia di Ayuso, dietro parlottava con Roglic. Forse i due campioni non erano neanche in soglia!

«La tappa di sabato è durissima… se decidono di farla forte e di attaccare – va avanti Martinelli – ma chi li attacca quelli? E non credo che tra di loro si meneranno. Ripeto, gli si è creata questa situazione e a quel punto chi non tifava per Kuss? Oggi hanno giocato col gatto col topo, si è visto. Hanno deciso chi vincerà la Vuelta. O forse lo hanno deciso ieri sera…».

In effetti le dichiarazioni post Angliru di Roglic e Vingegaard erano a favore di Kuss e i due sono stati fedeli a quanto detto. Poi c’è anche un altro aspetto da valutare: il futuro. Decidere uno tra Primoz e Jonas potrebbe creare qualche problema in squadra. Il terzo incomodo, che tra l’altro è sempre stato presente nei grandi Giri conquistati dalla corazzata olandese, quasi, quasi faceva comodo stavolta.

Insomma i coltelli non volano a porte chiuse e i sorrisi in pubblico sembrano essere reali. E poi è vero che non faranno vincere uno dei due corridori più prestigiosi, ma è anche vero che ne piazzano tre sul podio. Assolo totale.

«No, quali coltelli – conclude il “Martino nazionale” – sono i più forti. Hanno regalato emozioni e spettacolo. Con Kuss colgono l’occasione di accontentare il pubblico, hanno vinto tutte le tappe più importanti…. Non si litiga quando è così».